Genova e oltre: riflessioni in viaggio di Antonio Visone

Nuovi scenari si aprono sul versante politico e più in generale nella società italiana in seguito ai fatti di Genova. La morte di Carlo Giuliani ci ha messo di fronte ad una serie di indicatori del livello dell'attuale confronto politico. Il ministro dell'Interno Scajola aveva affermato che a Genova sarebbero stati rigorosi nei confronti dei manifestanti. Una feroce campagna era stata impostata ad arte nei giorni precedenti sui media con la quale si era creato un clima di tensione e di paura per evitare che massicce adesioni alle manifestazioni di Genova diventassero un momento alto di dissenso nei confronti delle politiche del governo. Questo fatto ci induce subito a fare alcune riflessione intorno alla morte di Carlo Giuliani. Iniziamo col dire che la dinamica dell'incidente e della morte di Carlo rispecchia dei contenuti simbolici molto forti e dal carattere ben definito.
Il movimento che protesta contro l'attuale tendenza che il processo di globalizzazione ha intrapreso si è sempre più radicalizzato ed aperto verso contenuti che, se da un lato rispecchiano una tendenza in atto su scala mondiale, dall'altro mettono a fuoco tematiche tutte interne all'attuale dibattito politico in Italia. La veemenza repressiva nei confronti dei manifestanti, cosa che in passato non era mai successo in Italia, sta ad indicare l'attuale livello dei rapporti esistenti tra il governo da una parte e strati della società civile dall'altra. Intorno al movimento "antiglobalizzazione" si agglomerano vari settori della società che nel passato immediato erano assenti, quali segmenti della classe operaia e dei sindacati di base, ecologisti, pacifisti, ambientalisti, realtà sociali consolidate, vari movimenti appartenenti al mondo cattolico: tutti hanno portato in piazza istanze pluralistiche non solo e non più catalogabili all'interno di schemi politici ben definiti. Tra l'altro se, per alcuni questa pluralità dei suoi soggetti e delle sue istanze indica la debolezza del movimento, per altri proprio la molteplicità e la non omogeneità dei soggetti, nonostante la sua difficile gestione in termini politici, rappresenta la vera ricchezza del movimento anche perché non ci sono stati processi di verticalizzazione e di gerarchizzazione dell'indirizzo politico da dare alle prospettive del movimento. Al contrario esso si è sedimentato fino a formare una rete grazie all'intervento di un arcipelago di informazioni e di istanze che provenivano da soggettività orizzontali e di base.
In termini impropri abbiamo parlato di antiglobalizzazione quasi a voler indicare che questo movimento nutre profonde ritrosie nei confronti di tutto ciò che apporta innovazioni. Si è perciò detto che questo movimento avesse un'impronta neoluddista di assoluta negazione nei confronti delle nuove tecnologie e del progresso di cui le nuove macchine sono portatrici. Niente di più falso. La verità consiste nel fatto, per attenerci per il momento solo al versante delle nuove tecnologie, che l'espansione dei processi di informatizzazione e della telematica non ha apportato i benefici in termini di progressi sociali ed economici che i governanti dei paesi più ricchi vanno falsamente strombazzando in ogni direzione. Internet, per esempio, da nuovo mezzo di informazione e di comunicazione informatico ha posto in rilievo qualcosa di assolutamente positivo: la possibilità di scambi informativi interattivi ed al contempo orizzontali. Anche per l'estensione del movimento e per i processi di comunicazione e di informazione tra singoli od associazioni vari siti hanno svolto la funzione di collante anche a notevoli distanze territoriali. Per la prima volta possiamo dire che, mentre i media come la televisione creavano masse passive di utenti fruitori di informazioni senza possibilità di interagire, con Internet l'utente è anche attore e può trasmettere e ricevere informazioni. Questo fattore positivo di interattività orizzontale e di organizzazione, in questo caso per la diffusione di informazione e di crescita del movimento, ha però dei risvolti negativi. Basti pensare che su più di due milioni di siti esistenti solo alcune centinaia catalizzano l'attenzione dell'utente di Internet. Pochi siti che hanno trasformato la rete informatica in un mega-supermercato, attraverso il quale specialmente nei prossimi anni, passerà la compravendita della merci con una indelebile trasformazione anche delle relazioni sociali. La nuova economia liberale selvaggia deregolamentata (globalizzazione) che punta tutto sulla massima mercificazione e conseguente desertificazione sociale ha proclamato nei suoi vari forum che i nuovi processi di informatizzazione creano e diffondono sempre di più elementi di democrazia diretta anche in quei paesi del terzo mondo in ritardo nello sviluppo tecnologico. Invece renderanno democratico solo l'accesso all'acquisto delle merci che le grandi multinazionali saranno in grado di mettere su questo supermercato mondiale e creeranno nuove frontiere: la colonizzazione delle anime. Al contrario l'enorme potenzialità dello strumento internet, in grado di mettere in relazione le persone più disparate nei diversi angoli del mondo attraverso l'interattività e la creazione di socialità dal basso sarà posto ai margini. Seguirà anche una maggiore razionalizzazione ed efficienza dell'amministrazione pubblica accanto a nuove forme di controllo sociale. In questo contesto è opportuno interrogarsi sul ruolo che le varie organizzazioni sopranazionali vanno man mano assumendo. BM, OCSE, FMI, G8, WTO, NATO rappresentano tutte organizzazioni che forniscono le linee direttive a cui i vari paesi devono attenersi. In questo senso si ritiene che gli stati-nazione hanno un ruolo marginale di agenzie di servizi interne ai vari territori nazionali ma spodestati del loro potere decisionale che invece viene dettato dal capitale transnazionale sotto forma di multinazionali che in seno a queste varie organizzazione stabilisce le linee da seguire nello sviluppo dell'economia liberista. Cosa dire poi dell'ONU l'organizzazione che raggruppa le varie nazioni e che pondera le scelte in termini di pace, sicurezza e sviluppo nel mondo. Il suo ruolo è stato totalmente delegittimato a favore delle varie operazioni di polizia internazionale (le guerre) nelle zone calde del mondo messe in pratica dagli Stati Uniti e da poche nazioni europee (G8).
La politica della globalizzazione ha visto accentuarsi maggiormente il divario dei paesi ricchi rispetto ai paesi poveri. Intanto l'85% della ricchezza complessiva dell'intero paese è detenuto dai paesi più industrializzati: gli otto grandi. I vari convegni che vedono riuniti i grandi della terra tratteggiano le linee del nuovo dominio economico e sociale in campo internazionale. Il G8, l'OCSE, il FMI, il WTO, la BM decidono sulla pelle di tutti gli altri paesi, soprattutto quelli più poveri, le nuove misure da adottare in campo economico senza che gli altri paesi abbiano la possibilità di partecipare con pari dignità di scelta o di avere un peso o un ruolo partecipativo. I grandi della terra sono impegnati in una grande competizione economica che vede sempre più impoveriti e marginalizzati i paesi più poveri ed in particolare quelli del terzo mondo. Essi non vedono ridotto il loro debito nei confronti dei paesi più ricchi, anzi proprio quest'ultimo contribuisce a renderli più poveri e vulnerabili sul piano economico. La competizione attuale penalizza i prodotti agricoli dei paesi meno sviluppati sia con misure protezionistiche dei prodotti agricoli dei paesi occidentali sia con la bassa valutazione in termini economici dei prodotti agricoli dei paesi poveri. I danni che vengono prodotti di continuo non riguardano solo l'arrogante ed arbitraria scelta da parte di pochi paesi ricchi di dettare leggi in campo economico e militare che influiscono su tutti gli altri paesi, ma anche la desertificazione di intere zone del pianeta, l'inquinamento ambientale, gli OGM, le biotecnologie. In questo senso non si vuole negare l'enorme vantaggio che le nuove scoperte tecnologiche sono in grado di apportare all'umanità intera ma l'uso di parte e a beneficio di interessi già consolidati che si fa di esse.
Basti pensare alla piaga dell'Aids così diffusa in Africa al punto da provocare un vero e proprio sterminio della popolazioni. Essa non può essere validamente combattuta a causa dell'elevato prezzo, quindi inaccessibile ai malati, dei farmaci antiaids che le multinazionali farmacologiche hanno imposto per attribuirsi lauti profitti. Sempre in Africa la stragrande maggioranza dei conflitti sono dovuti alle risorse del sottosuolo il cui controllo alimenta odi e morte il più delle volte sotto la regia delle multinazionali il cui scopo è quello di riuscire a controllare queste risorse. Che dire poi delle nuove forme di schiavitù presenti non solo nei paesi poveri, ma che si estendono anche nelle nostre metropoli "opulenti". Da molto tempo dall'est europeo a varie ondate si riversano in Europa milioni di persone così come dall'Asia e dall'Africa tante altre premono alle frontiere dell'Occidente capitalistico per potervi entrare. In massima parte si tratta di persone che vivono forme di assoluta precarietà economica, di solito ai margini delle nostre metropoli e ridotti in schiavitù. Infatti questi nuovi schiavi devono sottostare a vari ricatti in termini economici per poter lavorare. Prostituzione, precarietà, indigenza sono di solito le condizioni in cui vivono tanti stranieri. Con il Trattato di Maastricht si è avviato il processo di unificazione economica e monetaria in Europa. Il trattato di Schengen ha fissato le quote di circolazione delle merci ed ha centellinato l'ingresso degli immigrati in Europa in funzione delle esigenze lavorative delle imprese. Resta però il divieto della libera circolazione sul territorio europeo e mondiale degli emigranti. Essi vengono considerati come dei non cittadini e perciò senza diritti che anche quando hanno un regolare permesso di soggiorno per l'opinione pubblica sono solo dei clandestini che se da un lato sono funzionali alle richieste a buon mercato delle imprese, dall'altro vengono additati come il male della nostra società da parte dell'opinione pubblica stessa che a causa della crescente insicurezza sociale scarica sul diverso, sull'immigrato, sullo zingaro, insieme ai settori emarginati della nostra società (tossicodipendenti) richieste di maggior rigore e repressione e non maggiori garanzie sociali sul luogo di lavoro, rivendicazioni salariali, stato sociale. Non a caso le carceri della nostre società, nella stragrande maggioranza sono frequentate da immigrati e tossicodipendenti, entrambi i soggetti formano l'anello più povero e debole delle nostre società.
Negli anni passati, in prospettiva di un'accelerazione del modello del liberalismo sfrenato, prendeva piede con il governo del centro-sinistra la tendenza a creare flessibilità nel mondo del lavoro. In altri termini si dava il via, da un lato allo sgretolamento di vecchie certezze nell'ambito lavorativo che tutelavano con una serie di garanzie il lavoro e dall'altro si tendeva a favorire una crescente precarietà e incertezza del posto di lavoro. Il processo innescato si va evolvendo in questo frangente, con il governo delle destre, verso forme di liberalismo che richiamano vecchie pratiche capitalistiche di prima industrializzazione. E allora riappare di nuovo il fenomeno del caporalato, del lavoro nero, del lavoro atipico, della precarizzazione lavorativa e dell'inasprimento delle condizioni lavorative. I ritmi lavorativi, nell'epoca del post-fordismo diventano più incessanti e proprio dove lo sviluppo economico procede con intensità incalzante, il Nord-est italiano supertecnologizzato, muoiono più persone sul posto del lavoro.
Il liberismo rivela il suo vero volto: rende globale la circolazione delle merci, vieta la cittadinanza libera in ambito territoriale mondiale e pari dignità di diritti a tutti gli individui. Un volto quello della competitività economica che alimenta nuove forme di povertà e di dipendenza. La mercificazione dell'esistente e la massimizzazione del profitto sono diventati imperativi assoluti da seguire. Lo stato sociale si sgretola ed anche quelli che sembravano punti fermi perdono la loro caratteristica. L'aziendalizzazione della sanità significa che l'assistenza alle persone deve attenersi a regole di competitività e criteri di privatizzazione. Il patto sociale in atto dal dopoguerra in Italia, che vedeva la regolazione del conflitti, in special modo, lavorativi sotto l'egida di transazioni tra sindacati e imprenditori con il governo che fungeva da intermediatore tra le parti sociali sta scomparendo. Questo ruolo dei sindacati è venuto meno ed il governo personifica di per sé solo gli interessi imprenditoriali e svuota di significato la funzione storica dei sindacati sia facendo sorgere al loro interno posizioni differenziate sia delegittimandoli ed esautorandoli dalle loro funzioni di regolamentazione e rappresentazione degli interessi dei lavoratori. Se prima, nel secondo dopoguerra, il conflitto sociale veniva cogestito dagli imprenditori e sindacati attraverso patteggiamenti salariali, nella post-modernità il lavoratore subisce un controllo che passa attraverso forme di aggressività e violenza anche sul posto di lavoro.
Il linguaggio adoperato dalle destre mette in rilievo concetti come azienda famiglia, azienda Italia, azienda, a significare che tutti gli interessi delle persone devono essere catalogabili in termini di bilanci aziendali ed anche i bisogni vitali delle persone singole ed associate devono sottostare a questo nuovo vangelo: aziendalizzare tutto. In questo senso i bisogni degli individui, i loro affetti, devono sottostare all'imperativo assoluto del parametro economico svilendo il connotato più intimo dell'individuo che consiste nel soddisfare anche bisogni di socialità e di maggiore solidarietà. Insomma si è pianificato tutta l'esistenza delle persone nei termini di un bilancio aziendale. Lo stesso potere mediatico, a maggior ragione in questo periodo con il monopolio pressoché assoluto dell'informazione nelle mani di un solo raggruppamento politico, veicola informazioni capziose che incitano alla competitività più sfrenata, al nuovo arricchimento personale ed al soddisfacimento di ogni desiderio. In verità succedeva già con il governo del centro-sinistra.
Se da una parte i media rappresentano una società che si identifica in pieno con il dispiegarsi della tecnoeconomia, ed alla quale molte persone sono ben contente di farne parte, dall'altra il consenso democratico di massa ad un processo di fascistizzazione e di razzismo della società che pervade la nostra società diventa reale. Basti pensare alla costruzione sociale del nuovo cittadino padano-italiano-europeo cui viene garantita pienezza di diritti a discapito degli immigrati che vengono considerati come non cittadini a cui non associare pari dignità di diritti dei cittadini. Questi ultimi, accomunati da un'unità di lingua, di presunta razza e di identità di valori chiedono sicurezza, maggiore tutela nei confronti degli immigrati, che rappresentano con il loro bagaglio culturale fonte di diversità e quindi di criminalità. Le nuove discriminazioni e disuguaglianze sociali quindi si iscrivono anche su un nuovo registro che identifica i cittadini inclusi che dispongono di diritti consolidati e di non cittadini, immigrati, precari, zingari, disoccupati, marginali che non dispongono di questi diritti. Anche di questa spaccatura si alimenta il potere e tutte le critiche apportate nella direzione della diffusione dei diritti per tutti gli esseri umani vede il governo pronto ad esercitare la più inaudita violenza.
In questo contesto, di cui abbiamo accennato solo alcune tematiche, si pone la vicenda di Carlo Giuliani e di tanti ragazzi che come lui in modo immediato e senza porre alcun filtro alla loro voglia di cambiamento hanno agito facendo uso anche della violenza. Le televisioni in modo uniforme hanno messo in evidenza con toni anche spettacolari il manifestante violento, con il volto coperto che si scontrava con la polizia o che rompeva vetrine: immagini che sono passate diverse volte in televisione con preciso intento di evitare di parlare delle ragioni che stanno alla base di certi atteggiamenti. Non si è parlato delle migliaia di persone che manifestavano pacificamente o dei pestaggi di persone inermi. Nemmeno si è parlato dei disastri che l'unificazione dell'economia mondiale sta comportando.
La globalizzazione liberista è alla base di tanti odi, morti, guerre, disuguaglianze e violenze. La violenza che il nuovo corso dell'economia liberista perpetra è forse pari solo alla violenza ed ai disagi che la prima fase dell'industrializzazione comportò ed ai disastri provocati dal colonialismo.
Carlo Giuliani, un ragazzo come tanti la cui età non superava i 23 anni è stato ucciso perché rivendicava il diritto a far parte di un mondo più giusto. Un altro mondo è possibile: questo era lo slogan adottato dai manifestanti a Genova con il quale si voleva dare un'immagine forte ed al contempo semplice del possibile cambiamento della realtà. Una realtà quella della globalizzazione che gronda di sangue.
Speriamo che a Napoli nell'approssimarsi del vertice NATO la militarizzazione della città e la chiusura dei suoi spazi urbani non abbia luogo. La nostra città va vissuta come luogo di socialità e di incontro, i cui caratteri di ospitalità e di inclusione verso lo straniero sono incisi sui volti e nei gesti millenari dei napoletani, e non solo come vetrina per rilanciare l'immagine di una asettica e militarizzata città terminale dell'industria mondiale del divertimento e della tecnoeconomia tanto cara ai fautori della città- immagine: i politici del centro-sinistra e del centro destra.
Alcuni manifestanti-musicisti presenti a Genova hanno voluto dedicare una canzone a Carlo Giuliani e noi vogliamo ricordarlo con una strofa di essa il cui titolo è Viva Carlo
But we hold the deeper power
It's growing with every hour
We are their economy
And we own our destiny.