Il messaggio viene spedito ai 3367 iscritti alla lista.
In questi tre giorni è stato un susseguirsi di messaggi con
testimonianze dirette e indirette su quello che è stato visto e vissuto a Genova lo
scorso fine settimana. Sono stati tre giorni di messaggi pieni di
determinazione, delusione, cronaca, interrogativi e altro.
Credo comunque che sia fondamentale cominciare a fare un passo in
avanti e iniziare una seconda fase di valutazione meno emotiva e non di
semplice cronaca.
Per questo vi invio quattro diversi messaggi che, a mio parere,
possano aiutare tutti noi ad affiancare all'azione di denuncia quella della
valutazione più incentrata su di noi: sui nostri comportamenti,
l'organizzazione e le prospettive.
Martedì prossimo è in programma la riunione del tavolo intercampagne.
in quella sede si farà sicuramente una valutazione su quanto successo a
Genova e sul percorso organizzativo di questi ultimi mesi.
Diventa a questo punto indispensabile un'accellerazione per arrivare
in tempi brevi a una seconda assemblea della Rete, magari passando
attraverso una riunione di tutti i nodi.
Mi pare che i punti principali da trattare e sui quali dovremo dare e
darci risposte siano essenzialmente tre:
A) Come rapportarsi con gli altri soggetti del movimento (gsf)
B) Metodi di lavoro, ruoli e organizzazione interna alla Rete
C) Iniziative e campagne per il futuro

Complessivamente il messaggio risulta molto lungo e i vari interventi
sono già stati inviati a diverse liste ma visto il grande numero di
iscritti a questa lista ho ritenuto opportuno inviarvi il malloppone
saluti a tutti valerio magnani

I quattro interventi sono nell'ordine di:
1 Maurizio Meloni
2 Enrico Euli
3 Pasquale Pugliese
4 Roberto Mazzini

1) MAURIZIO MELONI
faccio queste considerazioni schematiche unite a domande così per
aprire piste di riflessione, premettendo che sono stato a Genova martedì per
il forum e sabato per la manifestazione, non c'ero venerdì

1. sul piano dei contenuti, per quello che visto io, il forum mi è
sembrato deludente. Non si fa un passo in avanti sulle riflessioni da molti
anni (per dire: Napoli 94 era certamente già su quei problemi, se non più
avanti). I relatori sono i soliti e sempre più ideologici (certamente nel
mondo delle idee che oggi fanno dibattito e interrogano davvero criticamente sul
presente e il capitalismo attuale la George e Walden Bello non sono
al primo posto, lo dico con amicizia verso entrambi)

2. Le persone che partecipano al Forum sono sempre le stesse. I
protagonisti della piazza e dei media non partecipano invece affatto, dimostrando
la totale scollatura tra contenuti e conflitto, divaricazione che si è
aperta chiaramente almeno dopo Praga e che mi fa porre la seguente domanda:
non è che sta succedendo che qualcuno cavalca i nostro striminziti e deboli
e minoritari contenuti (perché di questo si tratta se abbiamo ancora
occhi per vedere e non scambiamo la realtà per le foto sui giornali) per rifare
il solito lavoro di sempre? (mi riferisco a rifondazione, Tute bianche,
estremismi vari, in attesa che arrivi fassino, ma sarà per la
prossima)

3. "il popolo di Seattle" in quanto tale è un prodotto dei media (una
merce del mercato delle immagini). Tra questa icona e la realtà
dell'arcipelago di associazioni come le nostre esiste lo stesso scarto che c'è, ad
esempio, tra una partita di calcio trasmessa alla TV (cinquanta telecamere,
ventimila replay del goal) e la stessa partita vista allo stadio dove le super
icone della domenica calcistica sono semplici ragazzotti che corrono
appresso ad una palla su un prato. L'oggettiva sopravvalutazione di questo
movimento è data inoltre dall'amplificarsi vicendevole di alcuni fattori: il
fatto che gli altri (g8 e compagnia) politicamente e culturalmente stanno
peggio; il fatto che tanta sinistra è alla ricerca disperata di nuovi nemici e
nuove battaglie; il fatto che dietro i discorsi trionfalistici
sull'occidente c'è un fortissimo senso di disagio e colpa verso il resto del mondo che
può facilmente essere evocato come leva per attaccare la cultura
dominante.

4. mi pare che, a causa di nostre debolezze e altrui forze per così
dire, il ruolo dei portavoce e di altre figure abbia rapidamente tracimato
diventando altro. Agnoletto è un'ottima persona e ha fatto un gran lavoro (anche
se non saprei giudicare il suo legame con Rc di cui è stato candidato
recentemente), ma io ricordo che si era partiti dicendo di avere due
portavoce a rotazione alla volta e ora ci ritroviamo capi e leader
che già dettano l'agenda futura e le condizioni e i modi della
partecipazione.
A proposito del discorso sulla legittimità rinfacciato al G8, forse
qualche domanda sulla legittimità interna nostra e sulla democrazia potremmo
farcela. Non prendetela come una cattiveria personale ma come una
riflessione su come i media distorcono la politica e la democrazia
tradizionale: Walden Bello nelle filippine ha fatto un partito che
prende il 2,7%, però è leader ideologico di un movimento mondiale che detta
agenda e dà e toglie legittimità ai governi. Si potrebbero fare altri esempi.
Come vedete la crisi dei meccanismi tradizionali della politica vale per
tutti e attanaglia pure noi. Volete negare che tanti movimenti delle stesse
dimensioni di Lilliput valgono assai più di noi perché hanno capi
carismatici, urlano di più e rispondo al target che i media chiedono
per queste sacre rappresentazioni?

5. Ho visto i lillipuziani con tanto di maglietta per le strade di
genova.
Sono tanti, giovani, mi ha sorpreso scoprire di conoscerne così pochi.
Vuol dire che c'è un grande nuovo afflusso o un grande turnover. Questo ci
pone anzitutto un problema: come garantire identificazione a queste
persone?
Come dargli un medium che non sia solo una sigla dentro cui poter
trovare una casa: il sito, la mailing list, i nodi locali, Altreconomia, i
seminari tematici o cos'altro?
E l'organizzazione? Dei portavoce?

6. Scontiamo limiti organizzativi ma anche un certo stile (che io
rivendico come positivo). Non avere leader, non esporre qualcuno alle fauci dei
media, non muoversi come un esercito, significa in questa fase anche giocare
a
fare
il vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. Dunque a farsi male,
non solo metaforicamente. Può essere una scelta anche questa. Però dovremmo
esserne più consapevoli, non subirla solamente. Se scegliamo così poi non
possiamo piangere che altri decidono per noi.

7. Infine: brutalmente: quanto diamo e quanto prendiamo da tutta
questa baraonda? ognuno può dare la sua valutazione soggettiva. La mia è che
diamo molto: contenuti, intelligenza politica, legittimità morale, tutte
cose senza cui questo movimento sarebbe il solito estremismo di sinistra
in salsa postmoderna (le tute bianche anziché gli eskimi).
Riceviamo parecchio pure: i nostri temi sono oggi sotto i riflettori
della politica. Ma da ora in avanti questo scambio, tattico per così dire,
funziona ancora? Dobbiamo continuare questa strada insieme o tornare
a riscrivere una nostra agenda a prescindere da questo baraccone
mediatico rispetto a cui, il meno che si possa dire, è che non si riesce
assolutamente ad immunizzarlo dalla violenza e dal cavalcamento di vecchie
(vecchissime) idee e stili politici?
Attenzione: io credo che a poche altre sigle oltre il nostro giro
(lilliput, attac, ngo varie, public citizen) interessino davvero i temi per cui
è noto questo movimento e abbiano competenza a gestirli. Sul resto vedo
molta confusione e voglia di captare predatoriamente nuovi temi, per
ricostruire nuove macchine politiche dentro cui rischiamo di fare il fiore
all'occhiello quando serve, per essere buttati via alla prima curva. La stessa
sensazione l'ho vissuta rispetto al modo in cui è stato gestito il forum e la
controagenda.

2) ENRICO EULI ( documento scritto come Lettera aperta al GSF)

E' martedì 24 luglio e sono a Genova. Ho scelto di restare qualche
giorno per godermi questa bella città, ancora sconvolta, ma più quieta,
tornata a quella normalità chiamata, a torto, pace.
Tutte le immagini, le emozioni, le ambivalenze di questi giorni mi
attorniano ed attraversano, alcune gustose, digeribili,anche dolci;
altre ancora indigeste, nauseanti, opache.

Sono giorni che lasciano il segno, che nessuno potrà dimenticare.
Saranno giorni che, nel bene e nel male, si porranno come soglia tra una fase
e un'altra, appena iniziata, della politica italiana. Nella confusione,
lo sento con sufficiente chiarezza.
Siamo agli esordi, forse anche in ritardo, ma qualcosa -finalmente-
si è mosso, ed anche la superficie si increspa, dopo tanti anni di lavoro
silenzioso e sommerso.
Cerchiamo di non perdere questa nuova, preziosissima occasione.
Mi pare che nella 'rete di reti', nel 'movimento dei movimenti' che
si sono espressi a Genova si possano rintracciare alcuni nodi di
consapevolezza davvero comuni, alcuni 'fondamenti' condivisi e 'radicali' tra tutti
e tutte:
1. la percezione diretta di una democrazia senza qualità, che ha
superato la soglia di decadimento e di involuzione, che degrada verso derive
regressive ed autoritarie, verso un regime regolato da monopoli informativi e
decisionali (per la costruzione del consenso-assenso) e da
repressioni aperte (per la rimozione-criminalizzazione dei conflitti).

2. la percezione diffusa di uno sviluppo distruttivo ed insensato,
che non lascia scampo alla vita, alla natura, alle culture, che ha superato
la soglia di tollerabilità e si avvicina rapidamente al rischio di
catastrofi irreversibili e a condizioni di 'non ritorno'.

3. la percezione verificata di una ripresa massiccia della cultura di
guerra che, dalla Guerra del Golfo a quelle balcaniche, ha tracciato
l'ultimo decennio, dopo le speranze aperte dal Movimento per la Pace e dalla
perestroika negli anni 80.

4. la voglia di resistere con tutte le nostre forze a tutto questo, a
lottare, insieme e diversi.
E' un patrimonio enorme proprio perché è comune e va salvaguardato,
perché è davvero prezioso, con pazienza, ascolto, fiducia, attenzione. La
domanda da cui ora partirei, definiti i punti comuni, è sul punto che ci
differenzia di più e sul quale rischiamo di crescere o di saltare insieme:
'COME resistere, COME lottare ?'.
In questi giorni la creatività dei movimenti si è espressa: dalla
preghiera alle spranghe, dalle animazioni teatrali alle parate con tute e
caschi, dai blocchi nonviolenti dei varchi agli assalti mortali.
Ognuno rischia di trarre le sue conclusioni da solo, per la sua parte
e, in condizioni di incomunicabilità reciproca, il 'movimento dei
movimenti' non ci sarebbe più e tutto questo lavoro comune, anziché a crescere,
andrebbe a disfarsi ancora una volta.

Vorrei perciò offrire alcune riflessioni personali, alla ricerca di
un confronto con tutti/e:
1. Non possiamo in questo momento fare qualcosa per cambiare la
polizia o i black blockers o i rapporti tra loro: sono organizzazioni troppo
ideologizzate e strutturate, troppo poco trasparenti, come devono
essere le formazioni militari, più o meno legali.
Credo che possiamo e dobbiamo lavorare solo su di noi: se lo faremo
produrremo dei cambiamenti anche nei contesti esterni e nei
potenziali alleati-avversari.
2. Per quanto ci riguarda quindi, è decisivo, anche solo
tatticamente, non favorire in alcun modo la ripresa del perverso circuito della
violenza e
della guerra.
E' importante ed urgente: - non mostrificare nessuno, non creare
capri espiatori, non trasferire colpevolezze totali in una sola parte;
assumersi ciascuno la propria responsabilità in termini di azione o di
omissione.
-non utilizzare la violenza diretta e strutturale degli altri per
giustificare la propria o quella dei propri alleati; criticare
comunque la violenza e la distruzione della vita da chiunque provenga. -non
mitizzare i caduti, solo perché sono morti e sono stati uccisi dal nostro
avversario; se ci dissociamo dalle loro azioni in vita, dobbiamo farlo anche in
morte (il che non significa che non piangiamo e che non ci arrabbiamo per una vita
spezzata).
3. E' fondamentale che, nei prossimi mesi: - l'area rosa (nonviolenta
e non-violenta) accresca i suoi livelli di consapevolezza, di
formazione e di organizzazione, in vista di metodologie ed azioni che siano capaci di
maggiore SICUREZZA-RASSICURAZIONE COMUNICAZIONE-VISIBILITA'
EFFICACIA-EFFICIENZA CREATIVITA'-NOVITA'.
Ho riscontrato ancora (ma è ovvio, siamo davvero agli inizi !) un
livello di improvvisazione e di inconsapevolezza troppo alto, che -se non
corretto- ci porterà a rischi tali da indurre molte persone desiderose di
'esserci' a stare a casa, ad abbandonare il campo.
E' invece il momento di diffondere la nonviolenza attiva, di renderla
ancora più ricca di esempi e di sperimentazioni, di unire in essa la
capacità di allargare l'area delle persone coinvolte e le differenti
radicalità convergenti nell'azione stessa. -l'area gialla (disobbediente
anti-violenta) rifletta sulle sue scelte e su come stare nella rete.
Ho assistito con piacere e speranza (a differenza di quanto scrive
'Repubblica' nell'intervista di venerdì scorso) allo sviluppo di
tattiche creative e meno violente rispetto alle origini fatte proprie dai
Centri sociali di cui Luca Casarini appare come portavoce.
Sono fiducioso sul fatto che la riflessione tra le tute bianche ci
sarà e che la scelta fatta nel recente passato non sarà rinnegata, perché ha
le sue motivazioni non solo tattiche, ma anche strategiche.
Credo e spero che saprà tenere insieme consenso e conflitto.
Sono preoccupato però da alcuni atteggiamenti e da alcune scelte
fatte qui a Genova e che proseguono a manifestarsi sui mass media in questi
giorni. Temo una regressione dell'area gialla verso il circuito perverso
descritto al punto 2.
Sarebbe un passaggio involutivo gravissimo tale da generare la crisi
prematura e forse letale del movimento unito nel GSF. Non solo non
permetterebbe la diffusione della cultura anti-violenta (che resta, mi pare,
anche dalle dichiarazioni fatte da tutti alla conferenza stampa del 22 luglio,
uno degli obiettivi comuni del GSF), ma rischierebbe un ritorno al già visto,
con effetti disastrosi sul movimento e sui suoi programmi.

4. per favorire processi positivi ed evitare rischi di questa portata
proporrei al GSF di organizzare subito dopo l'estate, su questi temi,
un seminario-training di riflessione comune e di confronto tra le due
aree, per evitare fratture e derive divergenti, ma anche confusioni ed
ambiguità.
Mi dichiaro disponibile sin d'ora a collaborare per questo e per
altri momenti di incontro tra noi e con altri.
La fase è molto delicata e la nostra esperienza è davvero giovane e
nuova, in gran parte sconosciuta e inaspettata. Siamo però usciti dalla
palude politica e culturale in cui ci siamo trovati per anni. E' vero: la
violenza ed il sopruso, da tempo covati, ora escono alla luce. Ma credo che
sia un bene. Ognuno può vederli, considerarli, scegliere. Ci vediamo, a
Genova, in Italia, in Sardegna, davanti alle prefetture o dove sia, tra
poche ore.
Buona estate a tutti e a tutte


3) PASQUALE PUGLIESE
Nonostante il dolore, l'amarezza e la rabbia per quanto avvenuto a
Genova nei giorni passati, cerchiamo di non perdere la lucidità e abbozzare
una prima analisi per provare a capire il perché di quanto accaduto, a
leggere i nostri errori e a trovare la strada da percorrere adesso.
La trappola.
Il Potere da sempre, quando è o si percepisce minacciato,
reagisce con la massima violenza di cui è capace: se necessario spara. Lo fa
nella maggior parte del mondo, lo ha già fatto anche in Italia e lo farà ancora e,
se questo non dovesse bastare, scatenerà la repressione feroce e
indiscriminata.
Il potere politico e militare nel nostro paese è in mano ad un governo
liberista-mafioso-fascista e, per chi ne aveva qualche dubbio, il
comportamento della polizia prima e del suo braccio mass-mediatico
poi lo comprova definitivamente.
Questo potere non aspettava altro che l'occasione per poter
sfoderare tutta la violenza di cui è capace nei confronti di un movimento
solido, vero, dal basso e dalla parte della verità e della giustizia, perciò
fortemente minaccioso. Non aspettava altro che qualcuno gliene
fornisse l'occasione o, almeno, gli fornisse l'opportunità di crearsi
l'occasione. Se l'occasione immediata è stata data dai criminali neri, sia
che fossero sia che non fossero in combutta con la polizia, l'opportunità più
profonda è stata data dal clima di tensione che si è venuto a creare ed è
montato intorno al vertice dei G8: le botte di Napoli, il ragazzo ferito a
Goteborg, l'attenzione mediatica ossessiva su tutto quanto si preparava per
Genova, la mobilitazione dell'esercito, l'annuncio dell'arrivo a Genova da
parte di coloro - antimperialisti, insurrezionalisti e quant'altro - che non si
riconoscevano nelle raccomandazioni del Genoa Social Forum, la
farneticante "dichiarazione di guerra" del portavoce delle tute bianche
(salvo dichiararsi pacifista all'ultimo minuto, ma qualcuno forse a ventanni
l'ha presa sul serio: attenzione, le parole sono pietre e si porta la
responsabilità delle loro conseguenze!), il susseguirsi di esplosioni
nella settimana del Vertice.
E poi l'illusione, da parte del GSF, di poter tenere insieme -
all'insegna del tutti a Genova - ma separate e distinte, in così poco
spazio, tutte le forme di testimonianza e azione, dalla preghiera
all'assalto alla zona rossa, dalle azioni dirette nonviolente ai
vandalismi annunciati: una forma di mobilitazione e contaminazione che ha
favorito l'emergere e l'imporsi, da tutte e due le parti della barricata, di
coloro che sguazzano nel torbido e danno sfogo - in queste occasioni dove si
possono confondere nella massa - alla violenza più brutale di cui
sono capaci. E nessuna azione sembra essere stata prevista per
neutralizzali.
E' stata una battaglia campale e, come tutte le battaglie giocate
sul piano militare, ha avuto la meglio chi ha colpito più ferocemente,
più subdolamente, alle spalle e di nascosto.
E i nostri temi e le nostre proposte azzerate dalla violenza.
E' stata una trappola e noi ci siamo cascati. Se ne dovrà parlare
ancora, ma adesso bisogna venirne fuori. La Rete di Liliput
Con i fatti di Genova il movimento emerso a Seattle entra nella
fase acuta del conflitto. In Italia, rispetto ad altre fasi storiche di
lotta di piazza, questa volta c'è la novità delle Rete di Lilliput:
centinaia e centinaia di associazioni - che quotidianamente lavorano sui temi
sociali ed ecologici - le quali, riunite nei nodi locali, hanno fatto la
scelta della nonviolenza. La Rete di Lilliput all'interno del movimento di lotta
ha, e deve mantenere e rinforzare, un proprio ruolo fondamentale, delicato e
insostituibile: quello di percorrere la strada stretta che passa tra
l'assenza di conflitto da un lato e il conflitto violento dall'altro
(che conduce alla repressione e ad una nuova stabilizzazione) ossia di
lavorare alla trasformazione del conflitto in senso nonviolento, .
La Rete di Lilliput deve investire le proprie energie per
impedire che un conflitto che coinvolge l'umanità e la natura intera venga
condotto nel cul de sac dello scontro con la polizia (nel quale il potere vuole
condurlo ed ha dimostrato di saperlo fare benissimo); per trovare la via
d'uscita dalla polarizzazione tra due soggetti antagonisti (contestatori vs forze
dell'ordine) che consente al resto del mondo di rimanere spettatore;
per non concedere a nessuno la possibilità di restringere il conflitto ad
affare tra noi ed il potere, ma lavorare per estenderlo, generalizzarlo,
portarlo tra tutti, coinvolgendo la gente affinché cominci, grazie alle
nostre azioni, a sentirsi interiormente in conflitto con se stessa ed il proprio
stile di vita e di consumo.
Si tratta di trasformare, lentamente ma profondamente, il consenso che
sostiene il sistema in dissenso ed il dissenso in azione.
Che fare?
Se questo è il servizio prezioso che la Rete di Lilliput può svolgere è
necessario, a mio avviso - soprattutto e urgentemente dopo Genova - compiere
alcune scelte strategiche necessarie alla trasformazione nonviolenta del
conflitto.
Gli obbiettivi di mantenere la possibilità di agire nelle piazze,
di ridurre al massimo la possibilità di degenerazioni violente, di
mettere il potere nell'impossibilità - o nella difficoltà estrema - di
utilizzare il suo apparato repressivo e di comunicare a più persone
contemporaneamente le nostre ragioni, possono essere tenuti insieme oggi, a
mio avviso, solo declinando la modalità lillipuziana reticolare, adottata come forma
organizzativa della Rete, anche come strumento di mobilitazione.

A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di azione
ormai usuali ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti:
1) abbandonare la rincorsa dei vertici del potere: uscire dalla
subalternità degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dalle
loro agende, che ci portano a scendere in piazza dove e quando vogliono i
potenti;
2) uscire dalla logica della uguaglianza nella diversità, e della
contemporaneità, delle forme di lotta, adottata dal GSF: le forme che
non sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella
comunicazione, nell'immagine, fanno il gioco del potere. Non bisogna
manifestare dove manifestano compagni di strada che non condividono le nostre forme.
3) uscire dalla logica delle manifestazioni di massa che, in questa fase,
sono il ricettacolo di coloro che intendono sfidare il potere sul piano,
reale o simbolico, della forza e sempre più si trasformano in campi di
battaglia, a tutto vantaggio di chi vuole criminalizzare il
movimento.

Per altro verso, bisogna strutturare una modalità di azione nuova,
nonviolenta, lillipuziana, reticolare:
1) creare presso ogni nodo, o insieme di nodi limitrofi, un gruppo di
azione nonviolenta GAN (dove sono stati costituiti gruppi di affinità tanto
meglio, che non si sciolgano);
2) avviare un programma di formazione per ciascun GAN serio e approfondito,
teorico e pratico, sul metodo nonviolento e sulle sue tecniche;
3) quando sarà completata la formazione, strutturare un' agenda di azioni
nonviolente locali concordate e contemporanee su tutto il territorio
nazionale, in base alle nostre priorità, di tempi e di temi (per esempio per
raggiungere un obbiettivo più avanzato in una campagna di boicottaggio, o
per fare un'azione di comunicazione efficace su un tema
particolarmente importante, per fare una contestazione capillare e diffusa
ecc.).
Questa strategia lillipuziana e nonviolenta può consentire - se attuata con
persuasione, preparazione e organizzazione - di portare efficacemente le
nostre tematiche sui nostri territori, di comunicare a viso aperto con i
nostri concittadini che spesso ci conoscono - conoscono il nostro impegno e
lavoro quotidiano - e sanno che non siamo vandali calati da chissà dove, di
impedire - visti i numeri ridotti e non trattandosi di manifestazioni
ma di azioni dirette condotte da chi le organizza - le infiltrazioni di
provocatori (e comunque ci si prepara, eventualmente, per isolarli,
escluderli, consegnarli alla polizia o sospendere l'azione), di rendere
inutilizzabile l'apparato repressivo del potere sia nella forma violenta che
in quella disinformativa, perché senza alcun alibi e perché tutto si
svolge sotto gli occhi della nostra gente e della stampa dei nostri paesi e
città.

Conclusioni
Questa è la strada che avevamo provato ad indicare già ai tempi di Marina
di Massa. Allora fu minoritaria. Oggi rinnoviamo l'appello: che almeno la
Rete di Lilliput cambi la propria strategia, subito, e indichi una via di
azione ai tanti ragazzi che oggi la cercano e sono delusi e frastornati per
quanto vissuto o visto a Genova.
Ma già sentiamo i proclami per andare tutti a Roma il 10 novembre. Devo
ricordare che alla Prima assemblea nazionale della Rete di Lilliput era
stato formato un gruppo di lavoro per preparare il controvertice e le
contestazioni di Genova. Il G8 è finito. Per la Rete di Lilliput non è
automatico partecipare ad un Social Forum stabile, non è automatico
partecipare alle mobilitazioni che altri hanno posto in agenda. Si tratta di
scelte politiche e strategiche che vanno fatte - o non fatte - tutti
assieme.
E' tempo di mettere in agenda, prima di ogni decisione, la Seconda assemblea
nazionale della Rete di Lilliput. Presto, per favore.

4) ROBERTO MAZZINI
Carissimi e carissime,
ero a Genova da giovedì 19 a oggi, ho partecipato alle iniziative varie
(corteo migranti il 19, corteo Piazza Manin il 20, assembla del 20 sera,
corteo del 21...).
Mi porto a casa, come molti credo, una grande angoscia nel cuore.
Vorrei che potessimo avere momenti di scambio per capire cos'è successo ed
evitare gli errori che credo ci siano stati e grossi.
Scrivo a caldo e quindi non perfettamente lucido. Scrivo sapendo che
porto solo una visione parziale perché non ero dappertutto, ma vorrei che
mettendo assieme le parzialità si scavasse nei fatti accaduti e si uscisse
con più consapevolezza; sarebbe già un bel risultato. Da ciò che ho visto
"direttamente" traggo delle considerazioni di questo tipo che sintetizzo
perché nel mare di e-mail ho paura che poi nessuno riesca a leggere e
ascoltare gli altri:
1) In P.zza Manin venerdì stavamo fronteggiando un gruppo di Black
Blok quando sono partiti decine di lacrimogeni, inutili a sloggiare i B.B.
ma che han destato panico e fuggi fuggi; nel fumo i BB imperturbabili
rovesciavano e incendiavano; altri piccoli episodi cui ho assistito sono
simili nella logica. ERGO, la polizia ha agito per alzare la tensione e coinvolgere
tutti i manifestanti negli scontri, in modo da impaurire i più, sollecitare la ns
violenza, confermare ai media che siamo un movimento pericoloso, far parlare
di violenza e non dei ns contenuti, ecc.

2) La presenza di provocatori e gruppi che avrebbero agito violentemente su
cose e persone era prevedibile anche se non si immaginava una capacità
organizzativa siffatta. ERGO andava studiata una strategia di contromosse
efficaci e varie alternative possibili e una struttura informativa,
decisionale e logistica adeguata, oppure fatto un passo indietro (se non si
è preparati allo scontro insegnano tutti i manuali di guerra e guerriglia, è
meglio non farlo).

3) In P.zza Manin a fronteggiare i BB non c'erano gruppi di affinità
organizzati ma decine di giovani impreparati che hanno alzato le braccia (e
non fatto per esempio un cordone sottobraccio) per impedire di avanzare ai
BB o per respingerli. Quando sono ripassati i poliziotti dopo la carica e ci
hanno fronteggiato, una parte si è seduta per terra in sit-in,
nell'incomprensione degli altri che non capivano perché dovevamo impedire
alla PS di passare di lì. ERGO non esisteva un sufficiente servizio d'ordine
né una capacità o rete informativa puntuale e diffusa che avvisasse dell'arrivo dei BB o della
polizia, che desse indicazioni coerenti di movimento o di azione, che
coordinasse i vari gruppi e singoli impreparati o meno, che facesse tesoro
delle passate esperienze di piazza (parlo del '68).
L'improvvisazione, l'incoerenza e l'indecisione regnavano sovrani.

4) I Mass-Media di ogni tendenza parlano delle violenze e del morto mentre
prima degli eventi si era ideato di assaltare la zona rossa per denunciare
la violenza e arroganza dei potenti. ERGO le azioni delle tute bianche e dei
gruppi di azione diretta NV sono
state letteralmente "oscurate" dalla lucida capacità devastante dei Black
Blok o come diavolo si chiamano. I vari gruppi non sono stati capaci di
cambiare strategia e capire che le azioni primarie andavano rivolte ai BB
per neutralizzarli, piuttosto che verso la zona rossa.
Il GSF, essendo il gruppo organizzatore di tutto ciò ha, tra le molte
capacità dimostrate, avuto una grave lacuna nel non prevedere le mosse sullo
scenario in modo tale da organizzare un'autodifesa del corteo, una lucidità
tattica e strategica che permettesse di cambiare i comportamenti in atto,
senza accettare un terreno di scontro favorevole all'avversario sul piano
materiale e simbolico. La sensazione che ho avuto nel sentire "il GSF non
può garantire un servizio d'ordine, ognuno faccia per sé" (durante
l'assemblea del 20) è che non ci fosse una linea sul "campo di battaglia",
come c'era verso i "media", non ci fosse capacità di governare la piazza o
almeno provarci e si fosse ormai alla mercé degli eventi. Ovviamente non so
cosa si è discusso in quei giorni al vs interno e quindi spero di sbagliarmi.

Ultimo e più delicato e sicuramente controverso:
6) Nelle assemblee e nei cortei ho sentito ripetere "polizia assassina" e
cose simili e si è fatto un eroe del giovane morto. Le prime notizie davano
come scontato che il giovane fosse stato ucciso a freddo, in realtà si è
poi saputo e visto che faceva parte di un gruppo che stava frantumando una
camionetta e i suoi occupanti e la reazione del carabiniere giovane e
inesperto è stata di sparare. Da qui trarre la conclusione che lui o i suoi
colleghi sono "assassini" mi pare assurdo. Capisco la rabbia, la rabbia per
vedere ucciso un ns amico e compagno, la rabbia per le ingiustizie e per il
trattamento che riceviamo per i ns ideali, e rispetto pure il dolore e la morte.
Ma i ns ideali contemplano lo spaccare la testa a un carabiniere?
Spaccare la testa a un carabiniere ieri era un atto rivoluzionario?
Un passo verso il cambiamento di questo mondo? Il fatto che siamo
arrabbiati, che siamo nel giusto, ecc. ci autorizza a spaccare la testa a un
carabiniere? E' questo il mondo migliore che vogliamo? A mio avviso va
criticato a fondo il comportamento della polizia per incapacità "voluta" di
contenere i BB prima durante e dopo e di difendere
un corteo pacifico.Va criticata per aver alzato il tiro e la repressione, va
criticata per aver lasciato usare pistole a giovani inesperti, per aver
caricato e manganellato anche chi non c'entrava nulla, per aver usato
lacrimogeni non per disperdere i BB ma per creare caos nel corteo, ecc.
ecc.e su questo le responsabilità ci sono e sono chiare, e sono
responsabilità politiche.
Vorrei che si avviasse un confronto vero e non a metà, sincero e
approfondito, sulle strategie adottate, le logiche, gli errori fatti,
uscendo da preconcetti e stereotipi e parlando col cuore.