L'insostenibilità di una libertà duratura

di Ciro Riccardo

Il nome scelto dagli strateghi del pentagono per la guerra contro il terrorismo è una espressione brutta e fastidiosa. Essa ha il pregio, tuttavia, di rivelare l'inconciliabile e drammatica contraddizione che sta alla base della strategia della superpotenza americana. Proviamo a capire perché.
Siamo abituati ad associare all'idea di libertà una condizione umana caratterizzata da sollievo, spensieratezza e ampia possibilità d'espressione del proprio sé. Non a caso una delle raffigurazioni simboliche della libertà è il gabbiano che plana sul vasto sfondo dell'oceano e del cielo. Ci sembra che l'uccello realizzi, così, senza sforzo alcuno, la massima espressione estetica del suo essere, semplicemente consustanziandosi con il proprio ambiente. L'idea di fatica e di apprensione è quanto vi può essere di più estraneo a questa immagine. Difatti stentiamo a immaginare che quello stesso animale, in altri momenti, come ogni altra creatura, debba procacciarsi il cibo e temere di divenire a sua volta cibo per altri predatori.
Volgiamo ora la nostra attenzione dall'immagine astratto-simbolica della libertà a ciò che il termine -concretamente- designa come spazio dell'agire politico (inteso come agire pubblico) dell'uomo. Decliniamo, dunque, il concetto astratto nelle sue varie concretizzazioni (libertà di stampa, di opinione, di movimento ecc.), e notiamo come, anche in questo caso, esse presuppongono una pacificazione dei rapporti tra gli uomini da garantire quella sicurezza della propria vita che permette il dispiegarsi della libertà. Certo, nei diversi contesti storici la libertà (e la pacificazione dei rapporti interumani che ne è il presupposto) non è una condizione sempre presente, né tanto meno acquisita irrevocabilmente una volta per tutte. Infatti, il termine 'libertà' è presente spesso in costrutti come "lottare per la libertà", "rivendicare la libertà", "ampliare (o restringere) gli spazi di libertà", "difendere la libertà", a riprova del fatto che la libertà (o le varie libertà) sono beni da conquistare, salvaguardare, negoziare.
Tuttavia, ciò che è profondamente inconciliabile, anche in queste accezioni concrete della libertà, è la condizione di una insicurezza permanente, tale da esigere un perenne stato di allerta. In altri termini, è impossibile una condizione di libertà effettivamente godibile prescindendo dall'indispensabile presupposto di un livello di pacificazione quanto più ampio possibile dell'uomo con l'uomo e, possiamo aggiungere, dell'uomo con la natura.
È per questo che l'espressione libertà duratura è un bisticcio goffo, ma che coglie tutta la tragicità dell'operazione in corso. Un'operazione militare ingiusta perché, in nome di una libertà sempre più rinnegata nei fatti, come dimostra il Patriot Act che limita fortemente le libertà civili dei cittadini statunitensi, mira a stabilire il tipo di relazioni tra gli stati (anche se questa entità è ormai obsoleta nel nuovo tipo di guerra globale) facendo prevalentemente affidamento sulla sua schiacciante superiorità bellica. Mira, dunque, a imporre una sorta di "pacificazione" fittizia, affidata alla vigilanza delle armi e non alla mutua accettazione di regole giuridiche.
Libertà duratura è una guerra ingiusta. Non perché vi possa essere una remota possibilità che sia persa dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Non soltanto perché causerà migliaia di vittime e sofferenze, quasi esclusivamente nei campi avversari che verranno di volta in volta prescelti, dove -è bene ricordarlo- i colpiti non saranno primariamente i temibili terroristi fanatici e sanguinari. Questa guerra è ingiusta perché prepara uno scenario futuro non universalmente desiderabile, non desiderabile, anzi, nemmeno per gli stessi americani che ne sono i maggiori artefici. Non si può essere realmente liberi se ci si pone nella condizione di dover essere costantemente con il colpo in canna. Non vale granché una libertà che genera temibili sentimenti di frustrazione, risentimento, odio dai quali ci si dovrà poi difendere. Come dimostra il caso di Israele.
La libertà o è per sempre e per tutti in un mondo pacificato, o non lo sarà per nessuno in un mondo di guerra permanente. Quale gabbiano avrebbe mai voglia di dispiegare le sue magnifiche ali in un cielo trafficato di cacciabombardieri?