Lo spettacolo è il cattivo sogno della moderna società incatenata,
che esprime solo il proprio desiderio di dormire. Lo spettacolo è il
guardiano di questo sonno.
Guy Debord
Davvero viviamo in tempi bui, diceva Brecht dei suoi anni che erano tragici
e tuttavia, pur nel loro orrore, grandiosi.
L'epoca che ci è toccata in sorte ha il bagliore spettrale di una televisione
accesa in un salotto in penombra. Un uomo guarda lo schermo. Sgranocchia qualcosa.
Ha in mano il telecomando, la bacchetta magica che gli consente con la semplice
pressione di un pulsante di evocare immagini, di suscitare storie, di viaggiare
in paesi d'incanto
. Di avere il mondo in casa, a portata di mano. Ma il
discorso che di canale in canale si dipana è sempre lo stesso. Logico
ed implacabile. "Noi siamo i produttori, gli organizzatori e i registi",
ripete continuamente una voce calda e anonima, " tu sei lo spettatore.
Ti è concesso a tuo gradimento scegliere fra quanto abbiamo il piacere
di offrirti. Devi solo stare comodo in poltrona. Ma ti è tassativamente
proibito intervenire in qualunque modo nella pianificazione e nella stesura
dei nostri format. Se accetti il contratto che ti offriamo, se rispetti cioè
il tuo ruolo di spettatore, il mondo ti sarà dunque un paradiso. Il paradiso
imbambolato delle merci, l'immenso supermercato in cui potrai girare in tondo,
notte e giorno. Notte e giorno, in tondo, in tondo, in tondo
". Cullato
da quella voce suadente, l'uomo chiude gli occhi. Il telecomando gli scivola
di mano. Col suo piatto in grembo, l'uomo si addormenta felice. Sullo schermo
una donna piange sul cadavere del figlio.
Di fronte a questa catastrofe morale, la poesia non può e non deve tacere,
non può e non deve trasformarsi in un ulteriore giocattolo nelle mani
sazie di chi ha già tutto.
E se, nella situazione gravissima determinata dai fatti di Genova, è
un dovere per ogni artista e uomo di cultura prendere posizione contro questo
governo di uomini piccoli, ignoranti e miseri che, oltre che assassinare ragazzi,
rischia di uccidere la democrazia, i legami fra poesia e movimento antiglobal
sono più profondi ed essenziali.
Si chiedeva Brecht nella stessa poesia, Ai posteri, che ho citato all'inizio:
"Che tempi sono mai questi in cui parlare d'alberi è quasi un delitto
perché comporta il silenzio su tanti misfatti?". Ebbene il delitto,
il misfatto, il male più profondo che ci è stato fatto è
quello di averci condizionati a guardare a noi stessi,alla natura e al mondo
come si guarda allo scaffale di una merce: nei termini cioè di ciò
che si compra, si consuma, e si sostituisce all'infinito. In questa situazione
guardare a noi stessi, alla natura e al mondo con quello sguardo irriducibilmente
individuale e soggettivo con cui lo fa la poesia è già un atto
di sovversione. Di ribellione e di sabotaggio contro lo stereotipo, la banalità,
il luogo comune. Che sono appunto ciò che uccide la poesia e ciò
che devasta la coscienza, nonché il frutto ideologico avvelenato di quel
mercato globale che è la base materiale della catastrofe morale di cui
parlavo. Quindi il destino della poesia e quello del movimento antiglobalizzazione
sono strettamente e indissolubilmente legati.
Perché la vera colpa, che è stata fatta così sanguinosamente
pagare agli antiG8, è stata quella di risvegliarsi da quello stato di
ebetudine cui li voleva ridurre chi li pretende spettatori e consumatori, e
basta, e presentarsi da protagonisti sulla scena con tutta la ricchezza e i
bisogni e i sogni e le aspirazioni e i desideri della loro umanità. Che
è appunto l'argomento e la verità della poesia contro le chiacchiere
miserabili di chi vorrebbe ridurre il mondo a una partita doppia.
Perché, -e qui concludo con due brevi poesie- i discorsi che si fronteggiano
sono due.
Berlusconi, Fini, Bossi, Buttiglione, Casini e i loro sinistri colleghi:
Gridano ordine
e intendono
silenzio
La democrazia è salva
dicono
e rosicchiano
intanto
Biascicando incensi
difendono
dal pulpito
la vita
e ancora
va implorando pietà
il cadavere
Quando dai microfoni
assicurano
che il dissenso
loro
certo
lo rispetteranno
meglio abbassare la voce
allora
e guardarsi intorno
Libertà
hanno scritto
sui giornali
E già
risuona di lamenti
la notte
A questo discorso di violenza e di menzogna, il movimento, nella coralità
delle sue diverse voci, con determinazione e fantasia, risponde e afferma e
dice:
Ciò di cui si parla e che spesso
si dimentica è che infine
ognuno ha il diritto di abitare
il mondo nel tempo che gli è dato
sapendo che serberà il ricordo
di un fiore forse di un geranio
o di una nuvola quel giorno
come un sospiro sopra il lago
quando si strinsero le mani
in un pegno di speranza
e che il suo compito appunto
sulla terra in nient'altro consiste
se non nel proteggere un fiore
una nuvola un sospiro
Grazie, da parte mia e penso da parte di coloro che leggono, a queste ragazze
e a questi ragazzi dal volto luminoso che sono i difensori, per tutti noi, della
tenerezza, della gioia e della speranza.
Giulio Stocchi