Tra il grido e il silenzio scegliamo la parola (di Cristina Papa)
Dio riconoscerà i suoi, così diceva un predicatore cristiano
incitando l'esercito crociato a sterminare gli eretici. Ci vuole una "religione",
una qualsiasi, per giustificare stragi come quella provocata da 3 aerei kamikaze
in cui hanno trovato la morte migliaia di civili, e non chiamarle con il loro
nome: assassinio.
E ci vuole, forse, l'aver subito una prolungata quanto insensata violenza e
una feroce ingiustizia per perdere il senso di cosa significhi un'azione così
ed esultare facendo risuonare le armi come campane a festa.
Certo, ci vuole tutto questo e forse altro ancora. Ma può davvero trovare
una giustificazione un atto così vile e insensato?
Da più parti commentatori e politici ci invitano a schierarci, a dire
una buona volta con chi stiamo se con l'America, diventata in una sineddoche
"l'Occidente", o con i barbari del miliardario Bin Laden. Lucia Annunziata,
a proposito di donne, ha detto di ritenere il movimento antiglobal, con una
sineddoche diventato poi semplicemente black blok, vicino se non colluso con
i terroristi per le sue radicali posizioni antiamericane.
In molti hanno ricordato che se l'Italia è libera lo dobbiamo agli Americani
che hanno combattuto al nostro fianco per scacciare i tedeschi, in pochi, ahimé,
hanno ricordato anche che la situazione dell'Afghanistan e la vittoria dei talebani
è stata determinata dalla stessa nazione, così come ai tempi della
guerra del Golfo pochi ricordarono chi aveva dato a Hussein le armi da usarsi
nella lunga guerra contro l'Iran.
Gli Stati Uniti sono una paese complesso, come è complesso il mondo in
cui viviamo, è indispensabile, se pensiamo che sia ancora legittimo l'agire
politico e se vogliamo evitare l'annichilimento nel silenzio, sforzarci di articolare
il pensiero, riesumare, sotto le macerie di Genova e delle Torri gemelle, il
senso alto della politica. La cultura militarista degli Usa, condivisa anche
da molti paesi occidentali, dobbiamo dirlo, è la principale responsabile
delle ingiustizie e delle guerre, d'intensità più o meno bassa,
avvenute negli ultimi cinquant'anni. A quelle ingiustizie e al liberismo sfrenato
che le ha provocate dobbiamo guardare per capire dove sono nati i semi, o almeno
alcuni semi, del terrorismo internazionale, proponendo e praticando una cultura
altra che rifiuti la morte e distingua le responsabilità.
Diffido di chi mi chiede di essere solidale con gli Usa tessendone acritiche
lodi, esattamente come diffido di coloro che si dichiarano contro la pena di
morte per timore di commettere un errore giudiziario. Io sono contro la pena
di morte e basta. Chi ha bisogno di esaltare la "bontà" degli
Usa per esecrare l'attentato condivide, in fondo, con i terroristi l'idea che
la pena di morte sia legittima in caso di riconosciuta colpevolezza. No, gli
stati uniti non sono "buoni", ma se vogliamo davvero combattere la
loro cultura non possiamo che prendere le distanze dalla logica che vuole la
guerra, non importa se dichiarata o meno, come uno strumento di soluzione dei
conflitti e l'annientamento del nemico come un diritto, a patto certo che lo
sterminio sia nobilitato dall'impegno per estinguere il male.
Virginia Woolf scrive ne "Le tre ghinee": "Provate a non dare
ai fratelli né la bianca piuma della codardia né la rossa piuma
del coraggio, a non dargli nessuna piuma; a fissarli altrove quando si
parla di guerra: a questo dovere le estranee si addestreranno in tempo di pace,
prima che inevitabilmente la minaccia della morte renda impotente la ragione".
In rete circolano scritti di donne che invocano il silenzio come unico gesto
possibile davanti all'efferatezza dell'attentato, altre hanno la tentazione
di smobilitare tutte le iniziative già preparate, comprese quelle contro
la Nato, per partecipare solo alla marcia Perugia - Assisi, quasi per un bisogno
di dimostrare al mondo, prima ancora che a se stesse, ogni estraneità
verso i terroristi. Il nostro contributo contro la guerra e contro la cultura
della morte, come donne e come femministe, può essere quello di rifiutare
la logica per cui è sempre indispensabile schierarsi, legittimando così
non solo uno dei due contendenti ma la contesa stessa. Rifiutiamoci di arruolarci,
siamo solidali con le vittime, i loro amici, le loro famiglie, ma dichiariamo
la nostra estraneità alle culture speculari che hanno prodotto questa
tragedia, non per indifferenza o presunzione di innocenza, bensì per
la coscienza chiara che il primo passo verso un mondo migliore è dire
a voce alta, come Cassandra di Christa Wolf , "tra uccidere e morire preferiamo
vivere".
dall'ultimo numero de Il paese delle donne.
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Cristina Papa
Il Paese delle donne
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