Genova e ritorno

Venerdì pomeriggio le notizie da Genova sono terribili. Un manifestante è rimasto a terra, ucciso da un colpo di pistola. C'è il morto. Ancora per ore, prima di conoscere il nome, il volto e il destino di questa giovane vita spezzata, si continuerà a pensare a lui semplicemente come al "morto", nello sforzo vano di esorcizzare una presenza fastidiosa. Il "morto" incupisce gli animi di quanti si apprestano a partire per Genova. Ora, più di prima, si percepisce l'importanza, assieme ai timori, di testimoniare con la presenza il proprio dissenso al G8 e a ciò che esso rappresenta. Erano più di venti anni che in Italia non ci scappava un morto nelle manifestazioni di piazza. E non era mai successo in quelle pur cruente del cosiddetto popolo di Seattle. Cosa succederà adesso? Ci impediranno di partire? Sarà revocata l'autorizzazione a manifestare?. Ci terranno in treno fermi per ore in una stazione o in aperta campagna? E qui vengono in mente esperienze di viaggi ordinari con le FS trasformatisi in incubi. Si bivacca alla stazione, durante l'attesa interminabile e tra mille incertezze e timori. Ci si ritrova, ci si saluta e si commenta, increduli, gli avvenimenti e le dichiarazioni ufficiali ascoltate alla radio.
Finalmente all'una di notte si parte e mentre il treno attraversa la squallida periferia napoletana, viene da riflettere come tanta desolazione non sia un male del cielo. Il treno prende il percorso più lungo, per Cassino, la notte si annuncia lunga, pochi riescono a dormire, e male.
All'alba vediamo scorrere il paesaggio gentile della Toscana. Il vagone si rianima, si riprendono i discorsi interrotti la sera prima. La tragedia poteva essere evitata. Ma, forse, è stata preventivata, deliberatamente messa in conto da chi ha preferito contrastare la forza ideale del movimento con la forza cieca, bruta, banalmente semplificatrice delle armi. Qualcuno ha una radiolina, siamo tutti avidi di notizie, vorremmo tanto poter leggere un giornale!
La giornata è chiara. Si fanno sventolare le bandiere fuori dal finestrino. L'effetto è bello: vengono in mente scene di film famosi. A Pisa incrociamo un altro treno di manifestanti. Loro vengono dall'Abruzzo. saluti, sorrisi, pugni chiusi, si prova a intonare qualche slogan. Arrivati alla stazione di Genova Quarto appare subito chiaro che ci troviamo di fronte a una grande mobilitazione di massa. La paura non ha vinto. Dalla stazione escono frotte di manifestanti portati con i treni speciali da ogni parte d'Italia.Un salto alla Coop, uno dei pochissimi negozi rimasti aperti in una Genova blindata, trincerata, svuotata della sua vita di sempre. Ci si attrezza al meglio per la lunga giornata. Panini, ma soprattutto acqua per sopravvivere a questa cocente giornata di luglio.
Il corteo, che si forma spontaneo all'uscita dalla stazione, è bello, lungo, variopinto, combattivo. Forte è lo sdegno gridato contro le forze dell'ordine. È' imperdonabile la scelleratezza di cui hanno dato prova i vertici nella gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico a Genova durante i giorni del summit. Era ampiamente previsto che si trattava di fronteggiare situazioni di guerriglia urbana in un clima di forte tensione (peraltro alimentato alla vigilia dagli stessi funzionari di polizia: ricordate la voce fatta circolare tra le truppe di polizia secondo la quale i manifestanti le avrebbero minacciate con sangue infetto?!). Mandare in prima linea poco più che imberbi militari di leva con una camionetta i cui vetri sono sprovvisti di rete metallica è una inspiegabile leggerezza che dequalifica immediatamente chi, pur così inetto, ha la responsabilità di garantire l'ordine pubblico. "Vergogna! Vergogna!" si grida all'indirizzo di una caserma situata lungo il percorso.
Più avanti il corteo si unisce con gli altri manifestanti già presenti in città, provenienti dallo stadio Carlini. Li si lascia sfilare avanti. Sono tantissimi giovani, età media 20-25 anni. Alcuni hanno l'equipaggiamento per la resistenza passiva: casco, imbottitura alle braccia e al tronco. Ma i più hanno indosso quel tanto che basta per coprirsi in una calda giornata di luglio; molte giovani ragazze sono in bikini. È una fiumana interminabile di giovani che già il giorno prima hanno manifestato incisivamente il loro dissenso, gridato la possibilità di un mondo diverso e sono stati oggetto della dura repressione poliziesca. Vedendoli sfilare viene naturale sbottare: "Genova libera".
Nel corteo si sentono molte lingue. Inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco e, naturalmente, le varie inflessioni della nostra penisola. Più volte mi è capitato di assistere a scaramucce tra i manifestanti, tra i tanti pacifici e i gruppetti di facinorosi. Ogni spezzone di corteo aveva il proprio servizio d'ordine, severissimo, talvolta anche maniacalmente rigido. Anche a me e a un mio amico, andati a Genova come cani sciolti della sinistra, e che dunque si spostavano in vari settori del corteo, ci è stato impedito alcune volte di entrare in qualche spezzone. Dovevamo marciare al di qua del serrato cordone laterale del servizio d'ordine, pur non essendo noi e - val la pena di sottolinearlo- non apparendo come dei provocatori: non avevamo infatti né il viso coperto, né mazza, né casco o altro Ma queste esagerazioni si possono comprendere alla luce dei gravi fatti avvenuti il giorno prima. Considerando tutto ciò, mi suona come ignobilmente falsa l'affermazione fatta, solennemente in parlamento, dal nostro ministro dell'interno, secondo cui il Genoa Social Forum avrebbe coperto i violenti. Chiunque è stato a Genova può aver constatato che se le forze dell'ordine si fossero impegnate almeno un quarto di quanto fatto dalla moltitudine di manifestanti pacifici nella dura opera di isolamento dei manifestanti violenti, adesso il capoluogo ligure avrebbe da lamentare molto meno danni.
I manifestanti hanno dato un'altra prova di fermezza e senso di responsabilità quando, defluendo a ranghi serrati sul leggermente ripido corso Torino, ben lontani dalla famigerata zona rossa, incalzati dai lacrimogeni sparati ripetutamente ad altezza d'uomo, avanzavano con le mani alzate e invitandosi reciprocamente alla calma, per evitare che, prevedibilmente in quella situazione, in uno scomposto fuggi fuggi le persone avanti (c'erano anche anziani e bambini) avrebbero potuto essere travolte da quelle dietro. Dai balconi i pochi genovesi rimasti in città ci applaudivano al passaggio o, più sostanzialmente, ci lanciava acqua col tubo o col secchio, regalandoci un ben gradito sollievo alla calura pomeridiana. Qualcuno calava delle bibite refrigeranti. Di fronte a queste prove concrete di solidarietà si rafforzava la nostra idea che questa città, questa gente di lunga e solida tradizione democratica, davvero non meritava il sequestro e l'occupazione militare del suo centro storico. I cittadini di Genova avevano potuto toccare con mano l'arroganza e la megalomania degli otto pre-potenti arroccatisi abusivamente nella zona rossa. L'intollerabile sopruso che possa essere il ristretto club dei paesi più ricchi a decidere le sorti dell'umanità intera qui, a Genova, lo si poteva chiaramente cogliere nell'offesa che arrecava all'ormai smarrito aspetto consueto della città la lunga fila di containers e i tanti poliziotti e carabinieri in assetto di guerra schierati a protezione della cittadella, lo si poteva cogliere nei negozi chiusi, nel fumo dei lacrimogeni che continuava ad arrivare dalla coda del corteo. Tra tanto squallore i balconi che ostentavano panni da asciugare erano chiari messaggi di coraggio e di speranza, e si gridava: "Genova libera". Davvero non meritavi tutto questo!
I nostri amici a casa, in apprensione per le immagini che trasmette la tivù, ci comunicano sul telefonino di gravi scontri a piazzale Kennedy e nei pressi della stazione di Brignole. Intanto una parte del corteo è arrivata a piazza De Ferrarsi; un'altra metà non ci arriverà mai. Apprenderemo in seguito che sarà ostacolata e dispersa in una forsennata caccia all'uomo.
Alle sei del pomeriggio tutto sembra essere finito. I manifestanti confluiscono in ordine sparso verso la stazione di Brignole, in attesa dei rispettivi treni speciali. Sui giornali che dopo una giornata campale ci concediamo di leggere c'è la foto del ragazzo ucciso. Si chiama Carlo Giuliani. Un ragazzo. Uno di tanti.
Il nostro treno per Napoli è uno degli ultimi a partire. È passata la mezzanotte quando finalmente si mette in moto. Negli scompartimenti si discutono a caldo i fatti e le impressioni della giornata. Da più parti sono state annunciate prove di collusione fra i Black Block e le forze dell'ordine. Sono incline a pensare che si tratti di fantasie di militanti paranoici, esasperati dalle due giornate di scontri… Poi la stanchezza incombe su tutti.
Arrivati a Napoli veniamo a sapere dell'incursione notturna nelle sedi del Genoa Social Forum, di decine di feriti e arrestati, della devastazione dell'ufficio stampa del centro con distruzione sistematica dei computer, dell'allontanamento dei legali durante gli arresti e le perquisizioni. Squadrismo fascista, comportamento da polizie di paesi sudamericani sono gli inevitabili commenti anche da parte della stampa moderata. È tremendo e inaudito quello che è successo. Io sono indotto a pensare che qualcuno nei corpi di polizia avesse seriamente da temere le prove di connivenza, forse incautamente annunciate, con qualche oscuro facinoroso del corteo. È questa probabilmente l'unica ratio della deliberata e sistematica distruzione degli hard disk dei computer e di altro materiale documentario. Tutta roba che avrebbe potuto al massimo essere sequestrata dalle forze dell'ordine nell'ambito di un'azione repressiva particolarmente dura, non certo irrimediabilmente distrutta. Queste considerazioni sono accompagnate, inutile dirlo, dalla sensazione profonda e, quasi tangibile, che dopo Genova nulla è più ormai come prima.