BIANCO... (di Moleskine)


E' un corridoio bianco. Lungo. Non so quanti passi tra me e la vetrata che
denuda interamente la parete ultima; se non fosse una bassa rugginosa
ringhiera sarebbe quasi un invito a gettarsi sul declivio incolto d'erba
stinta ancora di brina.
E di alberi. Nudi. Radi.
Una luce tenue, calda, penetra.
Insolito sole questo mattino di marzo.
Nel controluce una giovane donna, con movimenti sempre uguali, ramazza il
linoleum di finto marmo chiarissimo. Silenziosa. L'orlo del grembiule alto
al ginocchio fluttua sospeso sulle sue gambe sottili. A volte intravedo la
sua coscia sfuggire le ultime asole. Accanto a lei un secchio. Per metà
bianco. Per metà blu. Di plastica. Indietreggia due passi per volta
portandosi appresso il catino. E lì dentro, ogni due passi, immerge -
consunte - le strisce di pezza che sono un'estremità del suo legno.
Raccatta lo sporco da terra intingendo nell'acqua già nera del cato.
Ripetutamente.
Velocemente. E lo ruota tra i palmi delle mani il suo legno. Di nuovo
sollevandolo. Di nuovo immergendolo. Scroscia indifferente; e gorgoglia
poi, l'acqua nel secchio. e la donna quasi volesse sollevarsi da terra,
guardare oltre, si aggrappa alla sommità del bastone, e lo preme - con forza lo
preme - dentro lo strizzatoio che, adesso mi accorgo, è metà blu. Del
bianco, la metà blu.
Il suo grembiule un po' si solleva. Sento l'acqua colare. Istintivamente
mi protendo in avanti poggiando i gomiti sulle ginocchia. La mia sedia
cigola.
E un improbabile profumo di finti fiori di campo e di varechina mi
raggiunge infastidendomi mentre lei riprende il suo passo a due per inserviente e
ramazza.
Una mia mano accarezza distrattamente l'altra mia mano.
Non me ne ero accorto.
Nemmeno che le mie dita sfiorassero l'oro opaco della mia vera.
E' scomoda la seggiola sulla quale sono seduto. Fòrmica bianca. Come
bianco il suo scheletro. Forse è di ferro. O di finto alluminio. Sarebbe troppo,
alluminio.
Ferro vuoto.
Forse una volta smaltato. Adesso è vernice densa. Mani di bianco rappreso.
Tocco. Lateralmente le mie mani scivolano. Non lo vedo: lo intuisco: sotto
i miei polpastrelli: la vernice ha catturato il filo di setola di un
pennello: lo percepisco appena: penso che è prigioniero, penso che è asperità, penso
che se abbassassi lo sguardo... ma non lo abbasso. Penso che ha smesso
d'essere setola. e sorrido.
Sui lati del corridoio sono altre sedie come la mia. A gruppi di cinque. O
di sei. Cerco di intuire un criterio che abbia dettato la necessità di una
tale disposizione. Rinuncio subito. Decido che è stato solo il caso o
quell'usuale svogliatezza che diviene presto consuetudine. Mi viene voglia
di alzarmi e spostare la mia sedia accanto alle altre che mi stanno di fronte.
Diverrebbero sette.
Mi guardo intorno.
Nessun gruppo è di sette sedie.
La mia ballerina in grembiule continua a danzare avvicinandosi lentamente
verso di me. Davanti a lei il pavimento si riflette umido prima di svanire
già opaco alla luce che filtra dalla vetrata. ai suoi piedi dei sottilissimi
zoccoli, aperti davanti e sul dorso: ciò che concede una fascetta di tela
bluastra dello stesso colore del grembiule; e delle calze di nylon.
bianche.
Più bianche intorno al tallone e sulle dita dei piedi.
Anche intorno alla vita saranno più bianche.
Penso che tutto sia in qualche modo anatomicamente corretto. la vedo
allungarsi sulla punta dei piedi per raggiungere gli spigoli tra pavimento
e parete, camminare in equilibrio sugli inesistenti tacchi afferrando il
catino di plastica e ancheggiare morbidamente lasciando scivolare la
ramazza sul marmo linoleum.
Ed è una danza fasciata di bianco. Così penso. Abbandonandomi ad una
musica che nessun'altro può udire. lentissimo blues dentro di me. In controtempo
i rumori di fuori. Inesistente melodia per non essere solo.
Mi alzo. Sollevo la sedia e la ripongo contro la parete di fronte, accanto
alle altre. Poi di nuovo torno a sedermi dalla medesima parte dove stavo
seduto e osservo, dinnanzi a me, le sette sedie appaiate.
E sorrido.
La mia ballerina in grembiule mi è ormai quasi accanto.
"devo spostarmi?" - chiedo.
"stiastiastia" - indifferentemente "stostò" - ma non lo dico.
E scosto i piedi fin sotto la sedia. Il mio borsone è poggiato in terra.
Lo sollevo. Lo poggio sulla sedia accanto.
Non hanno ancora spento i neon che interrompono uguali il soffitto in fuga
verso la vetrata di sole.
Ancora indietreggia due passi. Scorgo l'acqua esitare contro gli orli del
catino nelle sue mani, e traboccare poi, quando lo posa sul pavimento
lasciando la presa. e il manico di ferro ricurvo, per l'ennesima volta,
con un piccolo tonfo sordo, tramonta a est o ad ovest di lei.
Sto per alzarmi ma lei si siede di fronte a me.
"ce l'ha una sigaretta?" - e con il polso si riavvia una ciocca dalla
fronte.
"ma non è vietato fumare?" - mentre già stringo in tasca il pacchetto.
"a quest'ora ancora no." - e le si illumina ironico un sorriso mentre
allunga le mani verso la sigaretta che le offro - "e poi solo due tiri. e
se viene qualcuno te la passo. che ti fanno a te? il richiamo scritto?" e
porta le porosità del filtro tra le labbra bianche struccate.
La rotella di ferro ruota rapida sotto il mio polpastrello e in una
scintilla gratta la pietrina dell'accendino di plastica gialla.
Una piccola fiamma. Azzurra. forse è rimasto poco gas. Le sue mani cingono
a cono le mie. avverto la sua pelle umida. Scorgo sulla sua tempia una
piccola cicatrice e per un attimo la vedo bambina tormentarsi il volto e le mani
tra mille bollicine di varicella. Mi guarda. Sorride. La complicità di un
attimo mi illude e subito svanisce nella prima nube di fumo.
E' poco più che una ragazza. Ventitre anni. Ventiquattro. Qualcuno in più,
forse, ma solo per via dei capelli arruffati legati insieme da una matita
sopra la nuca. E per il suo modo di fumare. Nervoso aggressivo sfrontato.
E non riesco a distogliere i miei dai suoi occhi nocciola. Comuni. Come
tanti.
Ma inquieti nel loro volgersi intorno. e però decisi. le cose una per
volta.
Sceglierle prima. Dopo guardarle. Come con me. Come se prima avesse deciso
di guardarmi e poi, solo poi, lo avesse fatto.
"grazie." - sorprendendomi i suoi occhi
"scusa?"
"la sigaretta."
"nulla." - e di nuovo i suoi occhi decidono di volgersi altrove.
Un silenzio.
Poi si alza e si siede accanto a me, una sedia oltre, oltre il mio
borsone, trascinando il catino tra le sue gambe incurante dell'acqua che di nuovo
tracima.
Un silenzio.
"perché hai smesso di danzare?" - senza pensarci, naturalmente, senza
guardarla.
"e tu che ne sai?" - senza guardarmi. e sorride.
"così. chiedo."
Col pollice scuote il filtro della sigaretta lasciando cadere la cenere
dentro il catino.
"non ci sono posacenere" - e ancora, avidamente, tira un boccone dalla
sigaretta, aspira a labbra socchiuse e getta via il fumo lasciandoselo
cadere addosso. E con il fumo anche il mio sguardo le scivola addosso,
lungo i bottoni del suo grembiule, lungo le pieghe che gli impone il suo corpo,
fino alle sue gambe leggermente divaricate ad accogliere il secchio.
Poi si alza, mi passa ciò che rimane della sigaretta - "la butti?" - e
prende la sedia che avevo spostato e la ripone di nuovo al suo posto.
"non mi hai risposto." - tra le dita reggo il mozzicone acceso quasi fosse
un cero votivo.
"e se le sedie si potevano spostare così come hai fatto, pensi che io non
continuavo a danzare?" - e di nuovo con un piede sposta il catino, e di
nuovo vi immerge dentro la ramazza.
E inesistente, di nuovo, la musica dentro di me l'accompagna.