Tecnica e magia del canto: Emilio Rentocchini
Emilio Rentocchini vive a Sassuolo, in provincia di Modena, dove è
nato nel 1949.
Ha pubblicato cinque raccolte, la più recente delle quali, Ottave,
uscita presso Garzanti nel 2001, contiene i versi composti nell’arco
di tredici anni.
Accompagnata da positivi riscontri critici su alcuni dei principali periodici
e quotidiani, la poesia di Rentocchini (premiata al “Lanciano”
e al “Città di Bergamo”) trova spazio nelle Mappe della
letteratura europea e mediterranea. Da Gogol al Postmoderno (Bruno Mondadori)
e in Poesia del Novecento italiano (Carocci).
In questa intervista Emilio Rentocchini parla della sua poesia in dialetto
sassolese.
Una lingua morbida e musicale che risuona in profondità e si adatta
"a tutte le pieghe del dire".
Sono andata a sentire Emilio Rentocchini che leggeva le sue poesie al pubblico
di Padova Incontra la Poesia. Non lo conoscevo e non sapevo cosa aspettarmi.
Quando la sua voce ha cominciato a risuonare nella Sala Rossini dello Stabilimento
Pedrocchi, sono rimasta incantata. Una voce dolce e fragile leggeva in una
lingua altrettanto dolce e molto musicale: il dialetto di Sassuolo.
Rentocchini racchiude le parole in una forma poetica elegante e cristallina:
l’ottava. Sono otto versi endecasillabi, cui se ne aggiungono altri
otto, perché Rentocchini prosegue sempre con la ‘variante’
in italiano. Ma la raffinatezza della composizione non è mai formalismo
vuoto: l’equilibrio è continuamente minacciato da una vertigine
che toglie il fiato. Pulsano le immagini del paesaggio emiliano, i ricordi
del mondo contadino: schegge di una quotidianità che brucia, colta
in un soffio, nel suo ‘mentre’, e mai conclusa.
In al drop pràns: in ch’l’òura ch’ogni lus
l’as fa piò chiéta, armàgner fèirem, stèr
segrét damànd i sas: tótt a s’ardùs
e un sél tratgnû ma alsér, un fil ed fèr
ch’al sdèndla tra du mur, un léter sfus
col sô bicér atàch i èin lè a neghèr,
perfèt, al mèl ch’as móv, al tèimp ch’al
vòula,
la sbrùsia ‘d ciamèr tótt na volta sòula.
Nel pomeriggio: in quell’ora in cui ogni luce
si fa più quieta, rimaner fermi, stare
segreti come i sassi: tutto s’addensa
e un cielo trattenuto ma leggero, un fil di ferro
che oscilla tra due muri, un litro sfuso
col bicchiere accanto son lì a negare,
perfetti, il male che si muove, il tempo che vola,
la smania di dar nome a tutto una volta sola.
Come ha cominciato a scrivere poesie?
Ho cominciato in italiano, molto piccolo, a dieci undici anni. E anche in dialetto ho cominciato molto presto, però non ho mai pubblicato. Ho pubblicato il primo libro nel 1986, proprio nel mezzo del cammino. Ho sentito finalmente la necessità di pubblicare. Riguardo allo scrivere, credo che tutti scrivano, e a un certo punto molti smettano. Io invece ho continuato.
Qual è il suo rapporto col dialetto?
Abitualmente non parlo il dialetto, se non a monosillabi o a frasi fatte.
Però l’ho proprio introiettato nell’infanzia. Era la lingua
della famiglia, perché i miei genitori tra loro parlano dialetto, e
anche i nonni parlavano in dialetto. Ricordo ancora con grande piacere il
fatto che mia madre negli anni ’50 ascoltava sempre alla radio, alla
domenica pomeriggio, un programma della sede regionale dell’Emilia Romagna,
tutto in dialetto.
Questa lingua mi è rimasta dentro profondamente e anche inconsapevolmente.
A quindici sedici anni lo usavo in maniera più tradizionale. Dopo ho
capito che per me era qualcosa di più: mi serviva come sonda per attingere
in profondità dentro di me. Mi portava in zone non controllate dalla
ragione, dalla luce e neanche dalla scuola. Quindi più libere, più
pericolose, più sdrucciolevoli ma anche più ricche. Ho cominciato
a trascrivere quello che trovavo dentro di me, così come risaliva alla
luce.
Come lavorano insieme l’italiano e il dialetto nelle sue poesie?
L’origine della poesia è il dialetto e il grosso del lavoro,
soprattutto a livello emotivo, viene fatto in dialetto. Ho pensato fosse giusto
costruire una seconda poesia con l’italiano. C’è una prima
operazione di recupero, attraverso il dialetto, e una seconda di rielaborazione
e di schiarimento, attraverso l’italiano.
In un elzeviro sul Corriere della Sera di qualche anno fa, Giovanni Giudici
scrisse una cosa su una mia poesia, e questo mi dimostrò che lui aveva
letto anche tutto il dialetto, e non solo l’italiano. Lui disse che
le mie non erano traduzioni ma erano piuttosto delle varianti. L’ho
trovata una definizione molto precisa: io non mi limito a tradurre le singole
parole ma cerco sempre di aggiungere qualche cosa a quello che è già
stato detto in dialetto, naturalmente senza tradire.
Faccio coesistere nella stessa pagina italiano e dialetto, e per me la poesia
è una sola. Mi servono sedici versi, anziché otto, per fare
una poesia, e se questi sedici versi sono divisi in due lingue è un
arricchimento.
Cosa c’è di simile e di diverso tra il sassolese delle sue poesie e il sassolese parlato oggi?
Tra il sassolese delle mie poesie e il sassolese parlato c’è
sicuramente differenza. Credo che ogni autore pieghi a sé la lingua
e la faccia diventare sua, e credo che anche la mia lingua sia diventata più
mia. In questa operazione credo di avere compiuto dei cambiamenti che non
possono piacere a tutti quelli che parlano il dialetto.
Innanzitutto è una forzatura il fatto di scrivere il dialetto, perché
è una lingua orale. E poi siccome tu cerchi di significare, come dice
Dante, qualche cosa, usi questa lingua come uno strumento che scaldi col corpo
e che in questo modo diventa più adatto a tutte le pieghe del dire.
Alla fine viene fuori una lingua ‘nuova’.
C’è differenza tra il mio dialetto e il dialetto parlato a Sassuolo
nei decenni scorsi e anche oggi. Secondo me oggi il dialetto è molto
italianizzato e io non ho avuto remore a seguire questa corrente. Io uso anche
le parole nuove: non credo che questo possa fare male a una lingua. In questo
modo continui a farla vivere, a farla sentire viva, mettendo dentro le parole
nuove che a lei non appartenevano perché non appartenevano alla realtà
contadina, alla dimensione del passato. Per me il dialetto è una lingua
estremamente chiusa, con parole forti che hanno una grande storia. Nello stesso
tempo continua ad essere una lingua viva nel momento in cui accetti che l’italiano
entri in essa.
La musicalità e il ritmo sono molto importanti nelle sue poesie. Mi racconta della sua ispirazione musicale?
Il mio dialetto è, secondo la definizione di Gian Paolo Biasin, un
dialetto ‘ispido e duro’. Molto ruvido: non è come il veneto
che è dolce, delicato, levigato, soprattutto in bocca alle donne. Il
nostro è un dialetto aspro. E allora, non so perché, forse per
la mia natura profonda, l’operazione che ho compiuto sul dialetto è
stata innanzitutto quella di alleggerirlo, di renderlo più delicato,
più morbido. Ho provato a smussarne gli spigoli, a creare un impasto
sonoro che corrispondesse più o meno al verso, cioè all’endecasillabo
classico, e che rendesse una morbidezza, una bellezza sonora.
C’è stato un critico che dopo avermi sentito leggere ha trovato
un accostamento che condivido del tutto: ha parlato di mantra. Credo che questo
suono, morbido e ripetuto – perché l’ottava è una
forma chiusa e circolare – sia quello che suona profondamente dentro
di me. Mentre l’italiano è la lingua che esce da me, il dialetto
è entrato in me, mi è piovuto dalle zone circostanti, mi è
finito dentro come per sbriciolamento. Se dovessi immaginare visivamente questa
situazione, vedrei dei coriandoli che cadono. In questo senso è una
lingua essenzialmente sonora: una lingua che hai ascoltato, non avendola parlata.
Hai preso questo insieme di suoni, che per te diventavano un suono solo, un
suono dolce, probabilmente materno.
Il gruppo Segrè Ensemble ha messo in musica i suoi versi. Com’è stato questo incontro tra la musica e le sue parole?
In questo gruppo di jazzisti suona gente in gamba. La cantante è bravissima
e si chiama Sandra Cartolari. Tutto è partito da un ragazzo di Vignola
che suona l’armonica. Aveva letto il mio libro precedente che si intitolava
Segrè (raccolta che è stata inserita nell’ultimo libro
Ottave): in quel periodo lavorava molto negli Stati Uniti e se lo teneva sempre
in tasca. Gli è piaciuto talmente tanto che ha raggruppato gli altri
musicisti e si sono trovati d’accordo in questo progetto.
È un’operazione un po’ rischiosa per un pubblico tradizionalista;
un’operazione diversa dalle solite che trova riscontri entusiastici
oppure negativi, però a mio avviso è molto valida. C’è
chi dice che la mia poesia non ha nulla a che vedere con il jazz. Invece io
non porrei questi limiti. Hanno fatto questo lavoro con passione e il risultato
è ottimo. E, come in tutti i CD, dipende dai pezzi. Ci sono alcuni
pezzi, tipo La gèra la gira, che sono per me assoluti, anche per l’interpretazione
della cantante.
Lei è anche insegnante. Come propone e come si può proporre la poesia a scuola?
Il problema dei problemi. La poesia secondo me sopravvive perché ce
l’hanno insegnata a scuola. Ma come ce l’hanno insegnata a scuola?
Ce l’hanno insegnata spesso in maniera antipoetica. Allora cosa dobbiamo
fare a scuola quando insegniamo poesia? A questo punto della mia carriera
sono giunto ad insegnarla soltanto in prima media. La faccio studiare a memoria.
Dico: io non voglio che voi capiate niente di quello che leggete. Voi dovete
impararla a memoria e basta.
Poi, in seconda e in terza, chiudo con la poesia, per un motivo molto semplice.
Ci sono due situazioni che si guardano in faccia. La prima è che a
loro non interessa la poesia, e questo mi fa soffrire. La seconda è
che a me interessa troppo, e questo mi fa soffrire. Non riesco più
a reggere questa doppia sofferenza.
A volte cerco delle soluzioni diverse: una cosa che faccio di solito è
partire da quella che per loro è poesia. Per loro credo che poesia
sia innanzitutto la canzone, la canzonetta. Dico: portatemi la più
bella canzone d’amore che avete sentito in vita vostra. La ascoltiamo
tutti, loro trascrivono il testo, lo leggiamo e arriviamo alla conclusione
che sono tutte uguali. E allora lì posso inserire la poesia, come qualcosa
che agisce contro la medietà. La poesia come eccezione della parola
e non come normalità della parola. E a volte qualche piccolo risultato
c’è: nella scoperta di questa altra dimensione, qualche sorriso
nello sguardo di qualcuno lo trovo.
Però credo sia difficile ottenere dei risultati partendo dalla poesia.
Loro sono invasi di canzoni, guardano tutti Mtv. Perfino una poesia di Prévert,
che ai nostri tempi – ai miei tempi – nella sua immediatezza era
quasi banale, a loro risulta un po’ ostica. Questo mi fa pensare al
modo che loro hanno di sentire la poeticità delle parole, delle frasi
e della vita intorno. Sono giunto alla conclusione che il rock ha fatto terra
bruciata. È una musica elementare, e quindi non ti insegna a salire.
E’ una musica tutta in battere, tutta di forza, di ritmo, di rumore.
Lo dice uno che ha seguito il rock. Ci sono delle immense eccezioni: io volevo
fare la tesi su Bob Dylan, ma Bob Dylan per me è un poeta. Quelli che
ascoltano i ragazzini di oggi non so cosa sono: in fondo non sono neanche
dei musicisti. Se noi stacchiamo la musica dalle parole, le parole in sé
non sono poesia e la musica in sé non è musica. Ma è
talmente veicolata dai mass media che diventa soffocante. È difficile
che nascano i fiori dove non c’è aria, e credo che il rock anziché
aggiungere aria la tolga. Ma la mia non è una conclusione drastica
o assoluta, non è nel mio carattere: domani potrei avere un’opinione
diversa.
L’altra sera mi parlava di sincerità: ha detto che la cosa più importante è non imbrogliare le persone. Cosa vuol dire questo quando si scrivono poesie?
Il poeta è un fingitore, come dice Pessoa. Io parlo di verità
sul piano umano. Ma nello stesso tempo aggiungo che ci vuole sincerità
in campo artistico. Per me la sincerità in campo umano è il
rispetto dell’altro. In campo artistico la sincerità è
il fatto di non credersi chissà chi e misurare ogni passo con una certa
obiettività.
Faccio due esempi. Il primo: io non so bene cosa sia la poesia, non l’ho
mai capito: la sento come qualcosa di indefinibile, di imprendibile e sfuggente.
È un po’ come la sapienza, la filosofia: qualcosa che tu cerchi
sempre. Allora ho cominciato a pubblicare solo quando mi sono sentito almeno
un artigiano. Non vado a vendere cose che non so cosa siano, gusci vuoti.
Almeno posso dire che, se non sono un poeta, sono un artigiano. La svolta
è stato il fatto di prendere questa lingua pesante, greve, che è
il dialetto, di lavorarla con pazienza, con ripetizione, fino a farla diventare
l’essenza di se stessa. Tenendola dentro a una struttura e dimostrando
che la tecnica c’era. Il grande cantante di musica classica è
padrone assoluto della tecnica: ma ne è talmente padrone, che da lui
esce qualcos’altro, rispetto alla tecnica. È quel di più,
quell’alone, che va oltre: che può essere magia del canto e può
essere anche poesia.
Quando mi sono reso conto che possedevo la tecnica, che lavoravo quotidianamente
e che quello che facevo, lo facevo utilizzando una pietra umile ma tangibile,
che era il dialetto, allora ho detto: posso pubblicare, posso espormi, posso
rischiare e non imbroglio nessuno. In questo senso parlavo di sincerità
e di serietà.
Secondo esempio: una volta ho fatto una lettura accompagnato da un suonatore
di fisarmonica che non conoscevo. Alla fine lui mi ha detto solo una cosa.
Mi ha detto: l’artista deve sempre strisciare col petto sul pavimento.
Era quindici anni fa e me lo ricordo ancora. Quando lui disse quella frase,
io ricordo benissimo cosa immaginai: vidi un pavimento rugoso. Il pavimento
di una basilica, una cosa del genere.
Laura Lazzarin
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