NUNCA MÁIS
Questo breve resoconto di avvenimenti riguardanti la sciagura del Prestige,
direttamente o indirettamente vissuti, nasce da un non troppo sofferto sforzo
di memoria
e non ha altro fine se non quello di voler parlare di un evento sul quale,
proprio in coincidenza dell’anniversario, si sta nuovamente tacendo.
Per una strana casualità, o per volontà di un destino che cerco
di scegliere giorno per giorno, nel marzo del passato inverno mi trovavo su
quella sottile lingua di terra che dalle coste occidentali dell’Andalucía
si sporge, da sempre, sull’Oceano Atlantico. Proprio per questa particolare
conformazione geografica tale penisola fu eletta dall’uomo, fin dai
tempi più remoti, luogo ideale per la creazione di uno degli ultimi
avamposti europei rivolti verso quell’impressionante quantità
d’acqua salata.
La città di Cadiz (Cadice) – lì collocata – aveva,
quindi, fin dalla sua fondazione, un destino segnato: nasceva, infatti, come
uno de tanti baluardi estremi che, affacciandosi sull’ignoto, dovevano,
in un certo senso, esorcizzarlo. Solo in seguito divenne, per forza di cose
– e soprattutto a causa dell’inarrestabile forza del divenire
storico – la principale testa di ponte della monarchia spagnola per
raggiungere, conquistare e violentare le terre che si trovavano non più
oltre un’infinita e spaventosa massa d’acqua ma, più semplicemente,
al di là di un Oceano orami dominato.
L’Oceano e Cadiz, dunque, hanno da sempre costituito un binomio inscindibile.
Non è, quindi, un caso che proprio questa città mi abbia parlato,
per la prima volta in maniera diretta, viva – e cioè senza la
funzione intermediaria dei mezzi di comunicazione di massa – di ciò
che nel novembre del 2002 era successo a poco meno di 1000 km in direzione
nord, ovvero a largo delle coste gallegue.
Quello che mi apprestavo a vivere era uno dei tramonti più intensi
che abbia mai visto.
Un rosso purpureo avvolgeva con mille e più sfumature la città
che attendeva di festeggiare un nuovo carnevale. I confini tra cielo, terra
e mare sembravano non esistere più o, per lo meno, non riuscivo a distinguerli.
Tutto sembrava perdersi in un gioco cromatico di sfumature nel quale l’esistenza
stessa dell’orizzonte sembrava essere messa in discussione.
Dai bastioni dell’antica fortezza, oramai trasformati in parcheggi per
camper, lì dove mi trovavo immerso nell’accattivante spettacolo,
venivo bruscamente richiamato alla realtà dai primi fragorosi rumori
dei festeggiamenti che stavano inondando la città.
L’incanto era già finito, e con un po’ di rammarico mi
incamminavo verso l’irrazionale isteria del carnevale, dove le metafore
prendono corpo materializzandosi in vestiti colorati, travestimenti che non
sono mai casuali ma rispondono, quasi sempre, al desiderio di comunicare ciò
che normalmente ci è precluso manifestare, o che viene quotidianamente
censurato da noi stessi.
Rumore, puzza di alcol, strade ripiene di cocci scricchiolanti delle bottiglie
gettate violentemente al suolo, musica dance rimbombante, voci alte, grida
isteriche, bestemmie, persone dai volti con il trucco sfatto – già
priva di energie – stese su quel che rimaneva di una qualche aiuola
pubblica.
Questo era il panorama che mi si presentava al riattraversare le antiche mura
della città.
La voglia di divertimento si confondeva con una più generalizzata isteria
di massa: anche in questo caso non riuscivo a distinguere confini netti.
Ben presto, però, la mia attenzione venne catturata dall’unico
gruppo di persone che, pur essendo travestiti, non emanavano nessun colore
vivace. Il Rosso, l’arancione, il giallo, il verde, l’azzurro,
insomma tutti i colori che davano vita alla stessa essenza de la festa morivano
nel nero che fisicamente avvolgeva tali personaggi.
Ricoperti da sacchi d’immondizia spaventavano i passanti minacciando
di imbrattarli con i trucchi neri e vischiosi nei quali, precedentemente,
avevano immerso le braccia e persino i propri volti. Nell’oscurità,
ovviamente, gli “attentati” risultavano più facili; gli
oscuri personaggi potevano essere traditi solo dal bianco dei propri occhi
o da quello dei denti.
La marea nera del Prestige (la petroliera del mistero), che già da
cinque mesi contaminava le coste cantabriche, aveva preso sembianze umane
e inquinava metaforicamente, ma non solo, il carnevale gaditano. Ragazzi poco
più che ventenni, infatti, denunciavano politicamente, (logicamente
per quel poco che gli era concesso dall’occasione) una situazione sulla
quale si stava diffondendo quell’omertoso senso pratico che, con l’avvicinarsi
delle elezioni (mi riferisco alle elezioni municipali spagnole che si
celebrarono nel maggio del ’03, vinte dal partito socialista PSOE con
circa il 35% dei voti contro il 32% ottenuti dal partito popolare PP)
proietta tutto e tutti verso un fantomatico ed imprecisato futuro e, contemporaneamente,
diffonde un profondo silenzio su un passato noto, reale e che continua a inquinare
drammaticamente il presente.
Tutto diventava sempre più Nero, soprattutto quell’atroce silenzio in cui, senza saperlo, eravamo già immersi.
Aprile.
Nera lo era anche quell’interminabile notte senza luna durante la quale
due pullman, partiti dalla comunità alavesa di Vitoria-Gasteiz (País
Vasco), scortavano un centinaio di volontari verso il luogo del misfatto:
Muxia – Costa da Morte – (Galicia).
Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare nessun viaggio scomodo quanto
questo.
Il gruppo di volontari era estremamente eterogeneo, la maggior parte era però
costituita da studenti e studentesse dell’Universidad del País
Vasco. Tra loro, Io.
L’atmosfera iniziale era quella delle gite scolastiche. Ma, man mano
che ci si immergeva nelle oscure viscere della notte, una generalizzata stanchezza
– alla quale nessuno riusciva a cedere completamente – si diffondeva
tra i viaggianti che, gradualmente, iniziavano a prendere coscienza del loro
avvicinarsi a qualcosa che non sarebbe stato più una semplice e ruotinaria
immagine televisiva, racconto, mito o ficcion, ma realtà.
Dopo più di otto ore di cammino cercavamo ancora di riposare nonostante
quel tenue chiarore che, attraversando i vetri umidi dell’autobus, si
percepiva come nascente al di là delle ultime colline che ci separavano
dalle coste violate.
Per destare definitivamente la totalità dei presenti fu, invece, sufficiente
l’urlo possente di un vecchio pompiere che, con la sua voce roca, ci
invitava a: “Caffè con cognac para todos”.
Erano solo le sei del mattino.
Arrivavamo con circa sei mesi di “ritardo”, convinti che il peggio
fosse già passato e che il nostro sarebbe stato un compito di pulizia
minore rispetto quello che era stato svolto dalle migliaia di volontari giunti
da tutta l’Europa nell’immediato“day after”. Ciononostante,
nel piccolo porto, dove la prima parte del nostro viaggio finiva, sentimmo
immediatamente quel disgustoso odore di chapatote (parola gallega che
definisce i residui del petrolio, che dopo il processo di raffinazione, vengono
di solito venduti come carburante per industrie. Ovvero, il “preparato”
chimico meno biodegradabile che esista al mondo) che ci avrebbe accompagnato
per tutto il fine settimana.
L’accampamento adibito per i volontari consisteva in un vecchio palazzetto
dello sport con un numero imprecisato di brande militari disposte come letti
a castello. Poco distante, dentro una palazzina prefabbricata c’era
la sala mensa, che nel corso degli ultimi mesi si era trasformata in un vero
e proprio museo del drammatico avvenimento. Infatti, oltre le emozionanti
immagini realizzate dai fotografi della zona, “costretti” a raccontare
un evento sconcertantemente grande – sopratutto se confrontato ai semplici
matrimoni di provincia sui quali avevano, fino a quel momento, affinato la
propria percezione visiva e le proprie capacità tecniche – venivano
custodite anche le tracce fisiche di chi aveva partecipato all’opera
di volontariato. Due enormi pareti conservavano un numero imprecisato di striscioni,
bandiere, manifesti, cartelloni colorati che riportavano i nomi delle persone,
dei gruppi ambientalisti, dei comuni, insomma di tutti coloro che, con la
propria presenza fisica, si sono schierati in prima linea nel dare una solidarietà
concreta alle popolazioni colpite.
Dopo aver lasciato i nostri pochi bagagli nel palazzetto, ed una rapida ma
abbondante colazione, iniziarono tutti quei preparativi fondamentali per poter
svolgere, senza correre inutili rischi, il lavoro di pulizia delle spiagge.
E così, in poco più di un’ora, le “bianche uniformi”,
che ci avrebbero preservato dalla pericolosa vischiosità del combustibile,
si moltiplicavano rapidamente sulle banchine del porto, mentre i camion dell’esercito
raccoglievano i primi “candidi”, ma ancora per poco, volontari.
Le spiagge “bagnate” dalla marea nera erano poco distanti, ciononostante,
il cammino per raggiungerle era piuttosto tortuoso, così che avremmo
tardato quasi un’ora per raggiungerle.
Dall’apertura posteriore dei camion potevamo scorgere il paesaggio,
finalmente illuminato dal sole, di una Galizia così verde e bella che
sembrava essere ancora incontaminata.
¡Menudo espejismo! (Che mirarggio!)
Infatti, nel giro di pochi minuti, davanti ai nostri occhi si sarebbe manifestato
un panorama ben diverso da quello che finivamo di assaporare.
Scesi dal camion, una spiaggia dalla bellezza primordiale mostrava, in tutta
la sua drammaticità, una larga ferita nera che, nonostante gli sforzi
di migliaia di persone, ancora si era rimarginata. Purtroppo solo in seguito
sarei venuto a conoscenza che quell’atroce spettacolo era solo una piccola
parte di una realtà ben più grande.
Lavorammo sodo durante tutto il fine settimana. Ogni giorno per cinque ore.
Di più non era consigliabile. Il sole ci riscaldava ed, in oltre, le
esalazioni del chapapote risultavano essere troppo pericolose nonostante fossimo
muniti di grandi occhiali di plastica, guanti, stivali e di mascherine per
filtrare l’aria.
Riempivamo grandi secchi con il disgustoso materiale chimico che si nascondeva
sotto le numerose e pesanti rocce che circondano le spiagge, e che da sempre,
formano parte di quel paesaggio.
Quella che sto cercando di raccontare è stata, sicuramente, una delle
esperienze più estenuanti che abbia mai vissuto, ma anche una delle
più intense.
Tutti ci sentivamo uniti da uno spirito di collaborazione che non immaginavo
potesse esistere tra persone così diverse. Tutti partecipavano, ognuno
a modo suo, basandosi sulle proprie forze, ma il fine era comune e, soprattutto,
accomunante.
Ciononostante, nell’ultimo pomeriggio, mentre ci allontanavamo dalle
spiagge, avevo l’impressione che il nostro lavoro fosse stato del tutto
inutile.
Le mille sfumature di un nuovo tramonto, che avrebbero potuto far riemergere
le vive sensazioni conosciute in Andalucía, questa volta non riuscivano
ad ubriacarmi come allora.
Dal retro del camion, infatti, osservavo, malinconicamente, quella grande
macchia nera che rimaneva invariata, come se nessuno avesse lavorato, anzi
come se tutto venisse lasciato così: abbandonato, senza che nessuno
si prendesse la responsabilità di ciò che era accaduto.
25 maggio, il giorno delle elezioni.
Il PP di José María Aznar, pur perdendo quattro punti percentuali,
è riuscito a mantenere la maggioranza assoluta in Galicia.
Nel “El País” del 26 maggio (pag.38) possiamo leggere:
“... per il PP furono particolarmente soddisfacenti i risultati di alcuni
dei municipi della Costa da Morte che sono tra i più colpiti dalla
marea nera, dato che ha ottenuto la maggioranza assoluta a Muxia, Fisterra
e Cée.
<<Dopo una campagna così dura e violenta abbiamo mantenuto la
fiducia dei Gallegos>> proclamò il presidente della Xunta de
Galicia e del PP regionale, Manuel Fraga .” (Manuel Fraga, ex ministro
franchista sopravvisuto alla fine del regime che, durante la fase di transizione
dalla dittatura alla democrazia è miracolasamente(?) riuscito a mantenere
una ampia sfera di potere in Galizia).
Non c’è più speranza! Forse, non c’era nemmeno prima.
Questi risultati e, soprattutto, tali dichiarazioni vanno ben oltre le fittizie
contrapposizioni tra destra e sinistra, che hanno preso oramai la dimensione
di una grande farsa europea.
Sono, infatti, un altro sintomo reale, concreto, di quanto i giochi politici,
pur sviluppandosi lontano dalle esigenze reali della gente comune –
ovverosia dalla radice stessa dei problemi – riescano, comunque, a corrompere
e manipolare tutto e tutti.
Anche l’animo di una popolazione pugnalata ed abbandonata dalla propria
classe dirigente nel momento del bisogno.
Infatti, se gli aiuti offerti dalla Comunità Europea sono stati sistematicamente
rifiutati ciò è avvenuto non perché al situazione non
lo necessitasse, ma per:
1) Da un lato minimizzare l’entità di un danno incredibilmente
grande, le cui ripercussioni si continuano a vivere quotidianamente lungo
tutte le coste cantabriche (tutt’ora – proprio mentre sto
scrivendo – a un anno di distanza, sul fondo del mare c’è
un relitto abbandonato che rilascia nell’acqua, quotidianamente, più
i quattro tonnellate di chapapote);
2) Dall’altro, per non voler determinare a chi appartengono le reali
responsabilità di quanto avvenuto.
3) In fine, devo sottolineare il fatto che le uniche divise militari che ho
visto erano quelle dei pochi ragazzi che compivano il servizio di leva servendoci
da mangiare, o accompagnandoci coi camion. I corpi speciali dell’esercito,
d’altro canto, erano già pronti per raggiungere il Golfo Persico,
per non perdere – come disse Aznar – il treno della storia.
La guerra in Iraq, qui in Spagna, aveva, dunque, anche l’ulteriore compito
di distogliere l’attenzione pubblica da quanto avvenuto a largo delle
coste gallegue.
E così, anche se tali popolazioni hanno potuto e dovuto contare solo
sulle proprie forze e su quelle dei volontari, il sistema di gestione del
potere su cui si basa la loro società non ha sofferto il benché
minimo cambiamento.
Nonostante il valore della mia esperienza come volontario rimanga invariato
e che come individuo mi senta soddisfatto di ciò che ho fatto e condiviso
con gli altri ragazzi, l’unica conclusione politicamente rilevante che
riesco trarre è la seguente:
Le nostre menti, le nostre anime e i nostri sentimenti – perché,
anche se è difficile crederlo, il nostro agire politico non è
mosso solo da interessi, ma anche da sentimenti – continuano ad essere
annullate da un sistema, ormai globale, che non ha altro fine se non quello
di perpetuare se stesso attraverso un processo infinito di acquisizione di
potere.
Un poeta nel ‘77 scriveva cosí:
“ … è chiaro che il pensiero da fastidio /
anche se chi è pensa è muto come un pesce /
anzi è un pesce e come pesce è difficile da bloccare /
perché lo protegge il mare/
… come è profondo il mare …
Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche /
il pensiero è come l’Oceano non lo puoi bloccare non lo puoi
recintare /
così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare.”
(Lucio Dalla; Come è profondo il mare – BMG, Ricordi s.p.a.
1977)
Per favore, prima che sia del tutto inquinato usiamo il pensiero per capire
cosa succede.
Solo così potremmo iniziare a recuperare un po’ del potere perso.
Concludo invitando tutti coloro i quali sono interessati alla vicenda del Prestige a consultare le seguenti pagine web:
http://www.milinkito.com/prestige/prestige.html
http://www.galeon.hispavista.com/sloren/sosgalg.htm
http://www.caratulasdecine.com/prestige/
http://envisat.esa.int/asar_oil_spill/
http://www.iespana.es/migueledreira/prestige/FrameSet.htm
Matteo Manfedi
matteomanf@libero.it
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