GIORNATA DI STUDIO DEL 2 MARZO 2002
Teatro Studio di Scandicci h10.00 - 18.00
"THE NEXT THING, quali confini per la ricerca?"
All'inizio degli anni novanta e precisamente dal 1990 al 1993, circolava in
libreria una rivista dal titolo "Luogo Comune" con delle scarne
e bellissime copertine.
Questo bimestrale nell'editoriale del primo numero dichiarava <<Questa
rivista ritiene plausibile, anzi conveniente, una critica radicale ai modi
di pensare e delle forme di vita oggi prevalenti. E' finito il tempo in cui
si poteva soltanto limitare il disonore>>.
Niente di nuovo rispetto alle tante riviste di antagonismo politico e culturale
che riverberando dagli anni sessanta giungono ancora oggi fino a noi.
Successivamente precisava <<La critica della società fondata
sul lavoro salariato deve evitare, però, ogni nenia nostalgica sui
movimenti di massa del passato. La rivista si attiene scrupolosamente ai soggetti,
alle mentalità, alle forme di vita, ai modi di produrre e comunicare
che rappresentano l'esito estremo della modernizzazione e dello sradicamento
da qualsivoglia precedente tradizione.>>
Lo scarto proposto diventava subito interessante; non era il solito dichiararsi
"altro" dal mondo e dal dominio: questa sua ambizione risultava
evidente.
<<La rivista é ambiziosa. Non mero contenitore di inquietudini
teoriche, né orgoglioso e appartato "dissi e salvai l'anima mia".
Suo proposito dichiarato é incidere sul senso comune, contribuendo
dunque a modificare la più immediata percezione della realtà
sociale. Ad immagini familiari intende sostituire altre immagini che familiari
lo possono diventare. Disinteressata a speciali squisitezze, la rivista ha
la pretesa di far intravedere, corrodendo gli attuali, altri possibili luoghi
comuni. Prendere a proprio oggetto il "senso comune" già
implica una scelta di merito. In tal modo, infatti, si privilegia l'insieme
dei fenomeni nei quali viene vista la totale coincidenza tra produzione e
cultura, modelli operativi e immagini dal mondo, tecnologie e tonalità
emotive.
Nella situazione che è nostra, il cui sapere e la comunicazione
linguistica sono divenuti materia prima dei processi di lavoro, i cosiddetti
"fatti" dell'esistenza quotidiana si presentano come viluppi teorici;
e, rispettivamente, le "idee" non rispecchiano lo stato delle cose,
ma ne sono una componente.>>
Un progetto folgorante che cercava di inserirsi tra le pieghe delle cose,
un tentativo di costruire un tessuto di pensiero adagiato e confuso nella
struttura stessa di una società complessa.
Concludeva in modo meraviglioso <<E' prossimo il momento in cui ricominciare
a essere realisti. Ben sapendo che realismo, oggi, significa pensare in modo
paradossale ed estremo. Che attenersi ai fatti, richiede un'immaginazione
fuor di misura.>>
La rivista cessò le pubblicazioni nel 1993.
Degli anni novanta sappiamo tutto: il disegno compiuto di una società
che ha delegato alla rappresentazione di se stessa tutto il sistema culturale,
occludendo gli spazi residui per l'introduzione di nuovi "luoghi comuni".
Ogni modificazione non ha portato a ramificazioni che fossero specchio della
complessità dell'esistente, bensì ogni evento è risultato
piegato e spiegato nelle regole ferree dello spettacolo integrato. La creazione
del gusto.
La sostituzione della realtà con la rappresentazione di essa ha reso
possibile soltanto la ripetizione di schemi consolidati dove anche un linguaggio
"destrutturante" è stato accettato nella sua aurea di novità
solo nella possibilità di renderlo parlante e sfruttabile per le stesse
lunghezze d'onda.
Anche se per certi versi datata (ulteriore motivo di approfondimento), la
citazione di una rivista degli anni novanta è risultata per noi luogo
importante di riflessione su ciò che in questi anni abbiamo visto morire:
la possibilità di un'esistenza impegnata nella definizione della realtà
e di un linguaggio che potesse essere non soltanto rappresentazione.
Il tentativo di aprire una discussione partendo da queste considerazioni nasce
da un bisogno di esercitare un pensiero rispetto al presente: ricominciare
ad essere realisti, appunto.
Un invito costruttivo che non può prescindere dal legame indissolubile
che, nella situazione attuale, pone in stretta relazione la cultura e la comunicazione
linguistica, attribuendo ad entrambe un ruolo centralissimo in ogni piega
del processo produttivo.
In uno scenario in cui "l'agire comunicativo" corrisponde essenzialmente
"all'agire produttivo", é possibile ripensare interamente
un'idea adeguata di linguaggio? Quali sono i suoi margini di "libertà"?
Questo forse coinvolge un ripensamento generale a partire dai tanti problemi
che stanno dentro alla nostra tradizione culturale. Se diventa possibile assumere
questa domanda con un certo grado di realismo, o comunque di capacità
esplicativa, la situazione dell'oggetto da analizzare viene complicata enormemente
investendo la totalità delle azioni in stretta relazione con i temi
dell'autonomia, dell'originalità e della creatività.
Da questa ipotesi di lettura l'insieme del "senso comune" non può
non essere attraversato: la fitta rete di convenzioni, formule, formalizzazioni,
quell'insieme cioè di modi di un pensiero che si é condensato
come patrimonio in movimento sulla base del quale solamente un gesto ulteriore
e cosiddetto irripetibile si può innestare.
Proviamo a restringere il campo e guardare più da vicino un sistema
come quello delle "politiche culturali" che nello stato attuale
si è conquistato uno straordinario potere di trazione nel dibattito
pubblico e nella diffusione globale degli avvenimenti. Potere conquistato
riempiendo il vuoto lasciato dalle mancate parole di chi produce e di chi
accoglie, riempito dalle opinioni e dai dibattiti tra operatori culturali
che non inseguono l'opera ma la desiderano perennemente accanto a loro e a
quel pubblico che tra le proprie occupazioni mantiene anche "l'ora d'aria"
dell'intrattenimento.
Nella mancata acquisizione di un potere che fosse consapevole e necessario
per esistere da parte di produttori e "traghettatori" del sistema
delle arti sceniche stanno molte delle dinamiche in levare dell'ultimo decennio.
Ovvio, tutto segue il corso del tempo, ma crediamo che nessuno si possa permettere
una scomparsa della dialettica in questioni delicate come quelle dell'arte
e della rappresentazione. Pena l'inutilità totale di ogni fare non
concesso al mercato.
Se ci riferiamo ad un ambito teatrale, e più specificamente agli esiti
più audaci dell'esperienza contemporanea definiti come "ricerca"
o "sperimentazione", intese cioè con un fare che trova la
propria dimora in quella zona di confine in cui ogni esperienza è intrisa
di ambivalenza, risulta evidente il mancato rinnovamento di un sistema che,
in relazione alla complessità, ha semplificato il suo sguardo nel tentativo
di recuperare un'unità ormai senza senso. Soprattutto gli anni novanta
hanno assecondato la deriva pensando che bastassero la messa in atto di formule
per la diffusione, delle nascite miracolose, degli eventi, delle ondate successive
senza che si affondasse nel profondo la mancanza di spinta ad un rinnovamento
degli sguardi e di conseguenza del sistema produttivo.
Un'arte che si pensava aperta, con nessuna identità specifica da difendere
o salvaguardare, pronta a riflettere le versioni contrastanti a partire dalle
molteplici visioni del mondo, si è scoperta prigioniera di uno spazio
chiuso, invalicabile, seppure per certi versi ancora dorato.
La superproduzione di senso e di spettacolo ha neutralizzato in partenza qualsiasi
volontà disgregatrice operata all'interno dei linguaggi teatrali e
della scena: le piccole intuizioni sono state riassorbite sulla base di un
bisogno di aderenza a principi di riconoscibilità.
Le logiche di mercato e le politiche culturali hanno semplificato i processi
privilegiando le identità tra l'opinione diffusa e la sua aderente
rappresentazione.
Il tutto paradossalmente alla luce dei tanti richiami alla sperimentazione
e all'interazione dei linguaggi che vari bandi di finanziamenti pubblici fanno
continuamente propri, appellandosi al rinnovamento della forma spettacolare
in riferimento alla contemporaneità.
Invece di mancare la scena come progetto e ordine permanente del disordine
che permette di allungare lo sguardo, sono mancati i luoghi e le volontà
collettive di continuare a tenere aperti i recinti. Sono mancati gli spazi,
i luoghi dell'azione, sono mancate le persone, i rischi e le responsabilità,
sono mancate le volontà, é mancato il linguaggio ed ogni volta
é un ripartire da zero.
E' necessaria la "ricerca"?
Una riflessione indispensabile che nella sua analisi sfugga tanto all'esaltazione
generalizzata e consolatoria delle molteplicità, quanto all'identificazione
nostalgica delle appartenenze: non cadere nella nostalgia per modelli che
furono o nel nuovismo a tutti i costi.
Un'analisi che include una attenta riconsiderazione del concetto di "tradizione"
inteso come trasferimento di un patrimonio, di un sapere, operato da mediatori
che assicurano questo collegamento.
<<Il mediatore si situa in una zona intermedia sul bordo; é una
figura di confine, abitatore del luogo di passaggio>>. In questo senso
tutta l'arte è continua mediazione: dall'artista all'opera dall'opera
allo spettatore, ma anche dall'opera a chi la osserva e dallo spettatore a
chi la agisce. <<Nella mediazione qualcosa cambia posto, ma noi non
sappiamo cos'è: non necessariamente il mediatore possiede ciò
che passa di mano>>.
Il problema del rapporto tra nuovo e tradizione potrebbe essere indagato a
partire da una riflessione sull'assenza e sul mancato rinnovamento di testimoni
attenti, capaci di proteggere e gestire il trasferimento di conoscenze, che
in questi anni ha caratterizzato la più recente esperienza pubblica
e culturale in Italia.
Agghindati con il gergo tecnocratico dell'informatica "THE NEXT THING,
quali confini per la ricerca?" vuole essere l'occasione di discussione
a partire da queste tracce che sono il risultato di itinerari di sviluppo,
incroci di riflessioni e letture a volte forse troppo generiche ma assolutamente
non programmate; il tentativo particolare di questa occasione é la
riapertura alla possibilità di certe parole.
Occorre quindi un'opera ambiziosa: interrogarsi sulle forme di vita che si
delineano, allorché decade l'intero sistema di appartenenze, ruoli,
identità.
Riferendoci a quell'area della sperimentazione informatica dove l'oggetto
della ricerca rinuncia a qualsiasi tipo di definizione, THE NEXT THING vuole
parlare della possibilità, ma sopratutto della necessità di
esistenza nella situazione attuale, di un vuoto a perdere, un luogo di confine
in cui l'operato artistico possa trovare relazione con ciò che non
é immediatamente riconducibile. Un tentativo che a partire dalle esperienze
anomale di questi ultimi anni dove il concetto di "messa in scena"
é andato ben oltre alla sola tradizione teatrale, possa dar forma e
voce a partire dalle numerose interpretazioni del presente.
Rinunciare per definizione alla stretta identità tra un pensiero e
la sua rappresentazione, impiegare in modo produttivo questa discrepanza per
cercare qualcosa che non può essere proposto in partenza.
<<Possiamo forse pensare una sorta di appropriazione dell'improprio,
cioè un diverso afferramento di ciò che ci è dato in
forme che noi non consentiamo e che però, in qualche modo, evidenziano
e concentrano una possibilità che può sembrare nuova e preziosa?>>
Proponiamo e lanciamo la discussione, coscienti che sia solo l'inizio, interessati
a vederla continuare in altri luoghi ed in altri tempi.
segnala
questo articolo ad un amico
stampa
inviaci un commento a questo articolo