Appunti sulle letterature sommerse e ... lontane - Sesta parte
di Marcello
Tucci
Letteratura indiana - Prima parte
Come a proseguire un ideale percorso in terra d’Asia, iniziato
con uno sguardo sulla letteratura giapponese e cinese, eccoci di fronte all’India,
un sub continente inserito in uno ancora più vasto, che tanto ha contribuito
per la cultura e l’immaginazione ben al di là dei suoi confini
geografici.
La letteratura indiana si ricollega alle tradizioni poetiche e narrative della
Cina e del Giappone poiché in sintonia con lo spirito religioso e morale,
oltre che per diverse analogie di simili percorsi storici e sociali.
In questo pur sommario viaggio mi limiterò a brevi cenni sulla produzione
moderna letteraria, sviluppatasi in questo paese nell’ultimo secolo.
Senza perciò nulla togliere alla grande tradizione poetica che, dal
Mahabharata alla Bhagavad Gita, ha profondamente inciso e segnato il pensiero
ed il costume di questo sub continente.
La Bhagavad Gita, o il Canto del Beato, è stato e continua ad esserlo,
con crescente curiosità, un testo fondamentale della sapienza brahmanica.
In questo testo si concentra tutta la spiritualità indiana ed il suo
misticismo, che ancora affascina i lettori e devoti non solo di questo paese.
Per molti la sua epica è considerata base essenziale per una filosofia
della vita che conduce l’uomo alla continua ricerca dell’armonia
universale, lasciando all’intuizione di ognuno la possibilità
di arrivare alla verità attraverso percorsi individuali.
‘solo colui che agisce senza riporre speranza alcuna nel frutto dell’azione
che deve compiere è uno che rinuncia veracemente è un devoto,
non già colui che non attende al fuoco del suo focolare e resta inattivo’
La Gita è un componimento epico che prende le mosse dalla battaglia
delle due tribù Kuruidi e Panduidi, e che appunto forma il soggetto
principale della Mahabharata
A questa epica battaglia partecipò Krishna, fondatore di una religione
monoteista e vissuto due secoli prima di Buddha, ed a seguito di ciò
fu deificato ed entrò nel pantheon delle molteplici divinità
indiane in una posizione d’assoluto rilievo.
Il Khrisna era un guerriero ed un saggio, per questo fu chiamato Bhagavat,
il beato. Egli propugnò una religione di ricerca ed intimità
con il divino in contrapposizione alle svariate religioni politeiste, il suo
apporto fu di carattere etico e morale teso ad un
rapporto intimista con l’unico Dio. Khrisna si batté per questo
e la sua partecipazione alla battaglia, che sta alla base della Gita, è
narrata magistralmente in questi testi ed in altri ancora.
Il contributo della Gita è dunque anche di carattere spiccatamente
letterario e storico, in questo testo si può ricostruire la storia
dell'India da secoli e secoli prima di Cristo.
Per concludere non si può non notare similitudini o contaminazioni
con il cristianesimo ed il buddismo. Con il primo si ha in comune l’assoluto
desiderio d’avvicinamento a Dio, ed una tensione d’amore verso
di lui. ‘solo coloro, che hanno in lui le menti, in lui le anime, ogni
bene in lui e sono tutti dediti a lui, perché in loro la conoscenza
della verità ha cancellato ogni macchia, solo costoro si ritroveranno
in essi’
Mentre con il buddismo si ha in comune l’affrancamento dal dolore che
è proprio della vita, dal non attaccamento alle cose e dalla condanna
delle estreme pratiche ascetiche. ‘il devoto, che ha così rinunciato
al frutto d’ogni azione, ottiene una calma perfetta, ma chi non è
devoto, e mira invece al frutto dell’azione, resta legato in seguito
al suo modo d’agire ispirato dal desiderio’
Ora a questo, punto dopo esserci fermati superficialmente su testi di tale
ed irrinunciabile importanza, possiamo guardare allo sviluppo che questa letteratura
ha avuto in questo ultimo secolo.
In contrapposizione alla conquista britannica, la letteratura indiana, pur
rivolgendosi verso la sua tradizione millenaria, elabora nuovi schemi, non
disdegnando i modelli occidentali che con la colonizzazione inglese ha in
parte influenzato e motivato questa ansia di novità ed indipendenza.
Con l’avvento di Gandhi, oltre ad un desiderio d’indipendenza
dal dominio inglese, si ha anche un nuovo moto di riscossa culturale. Con
il Mahatma si ha così il conflitto tra culto e desiderio di spirito
riformista. Inutile a mio parere soffermarmi sull’importanza di questo
personaggio che avuto per la sua nazione, cui credo si deve la rinascita della
società indiana, attraverso tutte le sue forme, siano esse politiche,
sociali, di costume e culturali in genere.
2a parte
Dobbiamo soprattutto a persone come Ezra Pound e William Butler Yeats se la
moderna letteratura indiana, ed in particolare la sua poesia, se nell’occidente
s’impara a conoscere ed apprezzare i nuovi cantori di questo Paese.
Mi riferisco in particolare modo alle loro accurate traduzioni di poeti come
Rabindranath Tagore, considerato a ragione il massimo scrittore in lingua
Bengali, premio Nobel 1913, grande rivelazione per gli ambienti letterari
europei.“…no, questo mondo decrepito deve diventare più
giovane ed una sua pagliuzza più dura e greve…”.Grazie
ai suoi estimatori e traduttori che Tagore assurge agli onori in tutto il
mondo, tanto che il governo inglese gli conferì il titolo di ‘Sir’.
Titolo che il poeta indiano restituirà come reazione e protesta verso
l’Inghilterra colonialista, resasi ancor più colpevole ed indegna
dopo il massacro del Punjab.
Il Premio Nobel indiano, approfittando della sua fama, viaggiò in tutta
Europa e Stati Uniti, perorando la causa per l’indipendenza senza trascurare
di fare conoscere altri aspetti della sua poliedrica arte, come la pittura
esposta in molte gallerie occidentali.
La critica non mancò di rimproverargli eccessi di lirismo e virtuosismi
gratuiti, tuttavia Tagore con la sua poesia, impastata di sentimenti religiosi
e mistici, ha profondamente influenzato i giovani indiani, e fatto conoscere
attraverso la sua lingua originale la cultura e la necessità del ‘nuovo’
che sempre più prendeva forma e sostanza tra la sua gente.
“ mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.
Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.
Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.
Quando mi sfiorano le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.
Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c’è spazio da riempire.”
Dalla poesia ora un veloce sguardo alla narrativa, e precisamente ad un romanzo,
con un salto di decenni che ha in sé la sintesi del pensiero gandhiano
e dello spirito del poeta Tagore. Anche se l’accostamento può
sembrare ad alcuni ardito vorrei citare ‘I figli della mezzanotte’
dello scrittore naturalizzato inglese Salman Russhddie. Molti lo ricorderanno
questo autore per l’altro suo celebre romazo:'Versetti satanici’
che gli costò una severa condanna a morte da parte del regime degli
ayatollah iraniani per la ‘presunta’ leggerezza di come aveva
trattato alcuni versi delle ‘sure’ coraniche. Ma questo è
un altro discorso. Quello di cui ci occuperemo è il primo romanzo che
lo ha fatto conoscere in tutto il mondo, tanto da accostarlo per il suo stile
ampio e vario alla penna dello scrittore colombiano Marquez.
La storia prende il via alla data del 15 agosto 1947, nel giorno in cui è
proclamata l’indipendenza dell’India dal dominio secolare inglese.
In questo preciso giorno 1001 bambini vengono alla luce dotati di poteri soprannaturali.
Sono poteri straordinari e diversi tra loro come un’eccezionale forza
fisica, bellezza, dono dell’invisibilità, capacità di
mutare sesso o viaggiare nel tempo.
Appunto questi bambini sono i figli della nuova India, a loro sono legati
gli avvenimenti della storia di tutto il paese, dai primi movimenti per l’indipendenza
fino alle campagne recenti per il controllo demografico. Uno di questi bambini
è appunto l’io narrante di questo romanzo fiume, la sua storia
è un’avvincente saga della sua famiglia che si dipana in altre
storie simili con altre famiglie fino a renderci palpabile tutto il tessuto
della società indiana degli ultimi sessanta-settanta anni. Questo bambino
come gli altri mille ha poteri eccezionali e precisamente la capacità
di leggere il cuore degli uomini e sentirne le intime emozioni, ed in più
può comunicare telepaticamente con gli altri figli della mezzanotte
intrecciando con loro le diverse storie che ci danno un variopinto affresco
del paese finalmente giunto alla libertà ed alla tanto sognata indipendenza.
Da questi elementi fantastici possiamo renderci conto di trovarci di fronte
ad un libro ‘speciale’, capace di inchiodarci alla poltrona per
l’enorme capacità descrittiva dei molteplici avvenimenti da cui
riusciamo ad assaporarne la narrazione con i suoi profumi, colori e suoni
che ci accompagnano fino alla fine, salutando con ciò la nuova letteratura
indiana ormai capace di imporsi ben oltre i confini del proprio paese.
Sempre per rimanere nel genere dei romanzi fiume con ‘Una musica costante’
di Vikram Seth siamo di fronte ad un’opera che ha per oggetto la musica.
La musica che tutto unisce e fa da perno per le storie dei molti personaggi
che animano il romanzo. Una passione assoluta per un’arte che diviene
il tema dominante del libro, e di come questa sia la sola capace di unire
i destini degli uomini anche nei più remoti posti del pianeta. Anche
in questo libro Seth non sfugge alla necessità di raccontare il suo
paese come già aveva fatto con il libro che lo ha consacrato a livello
internazionale: ‘Il ragazzo giusto’. Per l’appunto qui sono
le vicende di quattro famiglie dell’India postcoloniale a fare da traino
alla narrazione. Come nel precedente romanzo di Russhddie, apprendiamo le
vicissitudini del paese e del suo sforzo verso l’emancipazione ed il
recupero delle tradizioni miste ad una necessità di modernità
e riscatto.
3a parte
Sempre per rimanere nel filone della nuova narrativa indiana credo sia giusto
dare uno sguardo all’altra metà del cielo, come si diceva una
volta.
Per essere più preciso mi riferisco alla scrittura delle donne, che
nell’esprimere il disagio femminile nella complessa società indiana,
hanno dato una scossa vitale al panorama letterario nel suo insieme.
Con il romanzo di Kamala Markandaya ‘Nèttare in un setaccio’,
titolo mutuato da un verso del poeta inglese Samuel T.Coleridge, (lavoro senza
speranza versa nèttare in un setaccio, né vive la speranza senza
uno scopo), ci troviamo ancora una volta ad una vicenda familiare. Apparentemente
ci imbattiamo in una nuova saga di famiglia, mentre questo è un romanzo,
seppure intriso di dolore, dotato di una scrittura carica di speranza e d’impegno.
La contadina Rukumani, personaggio chiave del libro, andata in sposa giovanissima
che vive e combatte la povertà del suo villaggio mai cede di fronte
alle difficoltà. Non cede neanche di fronte alla venuta d’alcuni
bianchi che nella sua terra aprono una conceria che impiega tutti i contadini
speranzosi di una vita migliore. Il sogno si incrina subito, così come
la piccola società rurale del luogo che vede le campagne spopolarsi
d’uomini e mano d’opera giovanile. Saranno le donne, in particolare
Rukumani a prendere sulle spalle il carico maggiore. In questa donna, che
prende la via della città per trovare un impiego tale da sostenere
la sua famiglia, c’è tutto il coraggio e l’ostinazione
delle donne. In lei non c’è ombra di rassegnazione, grazie alla
sua saggezza saprà indicare la via da intraprendere per combattere
le sofferenze e dare uno scopo non solo alla sua vita ma a tutta la comunità.
Questo desiderio d’essere artefici del proprio futuro, mettendo in discussione
tutto, comprese le tradizioni religiose e familiari, lo troviamo nella scrittrice
Ravinder Randawa. Trasferitasi a Londra giovanissima, vive oggi nel quartiere-ghetto
di Brixton, noto per le tensioni razziali. Impegnata in prima persona per
la condizione degli asiatici in Inghilterra e per la questione femminile in
particolare, contribuisce con il suo scrivere per il raggiungimento del rispetto
e della dignità della sua gente.
‘l’invisibilità dell’asiatico in Inghilterra e della
donna nella nostra comunità non possono essere considerate questione
distinte. Neppure si può recuperare la vecchia identità ormai
inapplicabile. Semmai dobbiamo vedere di elaborarne una nuova e conoscere
le chiavi del nostro passato. Abbiamo il dovere di riconoscere i danni della
tradizione ed il diritto di ripararli da noi, soprattutto in questo paese.
Questa sua coscienza critica si manifesta nel suo romanzo ‘Una vecchia
signora malvagia’. Qui l’eroina di turno è Kulwant che
vestendo di proposito i panni logori di una barbona, colta ed intelligente,
rifiuta l’integrazione ai modelli borghesi, ma anche la ghettizzazione
dovuta al restare aggrappata alle tradizioni e la cultura d’origine.
Nel restare al confine tra India ed Inghilterra, tra passato e presente, gioventù
e vecchiaia, appartenenza e solitudine, maschile e femminile la Randawa si
sforza di indicare nuove soluzioni, popolando il suo romanzo di personaggi
contraddittori e dinamici insieme. Nella sua scrittura ci vengono forniti
strumenti per uscire da stereotipi soffocanti verso una società veramente
multietnica ed in movimento, dove soprattutto le donne potranno trovare la
strada dell’autonomia e della pari dignità.
La scelta dell’eroina della Randawa è la scelta di chi vuol resistere
per combattere. Resistere è più rivoluzionario che fuggire sembra
il tema portante del romanzo ‘Il buio non fa più paura’
di Shashi Deshpande. ‘non voltare le spalle ai problemi, affrontali
e parlane, parla con lui’dice Baba a Saru che stanca sembra trascinarsi
la vita esausta. Qui vi è un’indicazione a combattere per affermare
la propria persona.
Saru, il personaggio femminile del libro, saprà raccoglierlo e trasformare
la violenza subita in qualcosa di positivo. Ogni notte subisce uno stupro
dal marito, da cui inizialmente non sa difendersi poiché vive con un
senso di colpa il suo successo professionale nei confronti del suo uomo frustrato
e fallito. Di fronte a tanta umiliazione Saru preferisce la fuga che con il
passare del tempo diviene viaggio verso se stessa, verso l’universo
femminile che vuole la donna assoggettata ai legacci familiari intrisi d’usanze
ancora più pesanti. Il suo sguardo interiore saprà donarle la
forza di cogliere il consiglio di Baba liberandola dai sensi di colpa, capace
in più di comunicare e ricostruire il suo rapporto dapprima immodificabile.
La necessità di uno strappo dal passato, nei confronti di norme cui
sembra impossibile sottrarsi è il tema di ‘Il dio delle piccole
cose’ di Arundhati Roy. Scrittrice nota per l’impegno sociale
e politico nel suo paese, in special modo indomabile combattente per la causa
ecologista ed ambientale. Attraverso il suo impegno abbiamo modo di conoscere
l’attuale situazione politica indiana, le sue divisioni laceranti che
stanno minando questa grande democrazia. In questo caos la spinta religiosa
trova maggiore forza, acuendo maggiormente le lotte intestine nei vari stati
che compongono il paese. Dicevo che l’interesse della Roy si è
fatto molto sentire nell’ambito ambientale, in un paese appetito dalle
multinazionali che investendo numerosi capitali e senza un doveroso rispetto
per l’habitat circostante, sta creando forti sconquassi ecologici. Nei
suoi romanzi trapela tutta la passione che questa scrittrice sa mettere nel
raccontare le vicende che animano i suoi scritti; lo fa partendo dalle ‘piccole
cose’e dai singoli eventi. Per questo motivo ella guarda al suo paese
con gli occhi di Estha e Rahel, i bambini appunto del romanzo. Sono gli occhi
dell’infanzia disincantata, e per certi versi tradita come i sogni di
un’intera generazione che tanta fiducia aveva riposto all’indomani
della rivoluzione pacifica di Gandhi. Rappresentando così la visione
innocente dei bimbi che vanno al di là d’ogni distinzione di
sorta o semplici schematismi morali e sociali. Sintomatico e fortemente simbolico
ci appare Estha, che ormai cresciuto, si è chiuso in un ostinato isolamento
che vuole significare una feroce critica all’India di oggi che, attratta
dalle sirene del consumismo e sviluppo capitalistico, rischia di perdere la
sua reale identità.
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