Appunti sulle letterature sommerse e ... lontane - Quinta parte
di Marcello Tucci

Letteratura africana - Prima parte

Seppure in maniera superficiale ed approssimativa abbiamo avuto modo di soffermarci sulla letteratura asiatica. In questo fuggevole sguardo si è potuto osservare come il bisogno di staccarsi da tradizioni millenarie abbia dato l’occasione di reinventare una nuova letteratura ed un conseguente modo di comunicare. Per molti indiani, cinesi, giapponesi ciò ha significato un atto di rottura con il passato, rappresentato dalle consuetudini stantie e moraliste, siano esse di natura religiosa, sociale oltre che politica. Tuttavia non sempre di rottura si è trattato, il diverso modo di scrivere, e dunque comunicare anche verbalmente, ha permesso di coniugare le nuove aspirazioni con gli insegnamenti che dal passato si è ritenuto via via riscoprire e rivalutare. Ponendoli in questo modo sotto una nuova luce.
Mentre per quanto concerne la letteratura africana di tutt’altro genere è stata la molla che ha permesso il suo fiorire. Proprio la convivenza decennale, se non in certi casi secolare, con i colonizzatori europei ha spinto i poeti, narratori, romanzieri africani ad elaborare una propria cultura scritta che in sé racchiudesse la millenaria tradizione orale. Infatti, parlare di letteratura africana, se s’intende il significato etimologico di letteratura per scrittura, appare un compito quanto mai arduo.
Questo dovuto al fatto che le storie, novelle, tradizioni sono giunte sino a noi poiché abitualmente tramandate di generazione in generazione oralmente, dando vita ad un’immensa ‘letteratura orale’ che nel corso degli anni si è arricchita sempre più.
D’altra parte anche nell’antica Grecia, ai tempi di Omero, si usava trasmettere storie, leggende, canti senza l’artificio della scrittura: non è nato forse così il ciclo narrativo ed epico culminato appunto nell’Odissea? Come allo stesso modo dobbiamo ai cantori arabi il mito di Sindibad il marinaio, meglio conosciuto come Sinbad, eroe di un’altra opera come ‘Le mille e una notte’, che prima di essere trascritta circolava in forma cantata e narrata dai cantastorie nomadi del tempo. In questo modo si intratteneva il pubblico nei mercati delle città, ricevendo cibo o denaro in cambio delle avventure di Aladino e Sheherezade.
Questo fenomeno di raccontare novelle, fiabe, leggende si è protratto per molto tempo nel continente africano per svariati motivi, non un ultimo l’organizzazione sociale di questi popoli, che hanno in questo modo conservato le più radicate tradizioni sociali e religiose. Ed è per questo motivo che si ha una certa difficoltà nel trattare la storia della letteratura africana, che ha visto il suo fiorire solo agli inizi del ventesimo secolo.
Si diceva all’inizio che la spinta alla nascita di una letteratura scritta sia stata per gli africani la secolare convivenza con i colonizzatori europei.
Nella maggioranza dei casi ciò è avvenuto avvalendosi dell’uso delle lingue dominanti come l’inglese, il francese, il portoghese eccetera. Ciò nonostante molti sono i romanzi o raccolte di racconti e poesie scritte nelle lingue indigene del luogo, di diversi dialetti secondo il luogo di provenienza. Per fare un esempio M. Nimbi e E. Kawere nel loro dialetto ganda hanno dato vita ad un ciclo narrativo che descriveva la vita del suo popolo e della sua terra l’Uganda prima della venuta dei colonizzatori. Mentre in lingua kinyaruanda M. Kagame ha raccolto le leggende e tradizioni locali del Ruanda. Per continuare troviamo in Nigeria nella lingua yoruba il poeta Babaloba, in Kenia e Tanzania in lingua swahili i poeti Robert Shaaban e Kirue Wamaru. Il tratto comune che unisce questi ‘scrittori’ è la testimonianza visibile e ‘leggibile’ della millenaria cultura africana e la ferma presa di coscienza della propria condizione sociale. Elemento comune del resto a tutti i popoli che hanno conosciuto sfruttamento, colonizzazione ed i mali cronici della volontà di potenza dei paesi con mire imperialiste ed espansioniste.

Letteratura africana - Seconda parte

Come dicevo all’inizio molti scrittori hanno usato, ed usano tuttora, le lingue dominanti come l’inglese ed il francese, il più delle volte mixate ai dialetti e lingue locali. In francese ad esempio ha scritto il poeta senegalese Leopold Sedar Senghor, arricchito di neologismi derivati dalla sua cultura di provenienza. Questo poeta, che ha legato il suo nome all’impegno politico e che per questo motivo è stato il primo presidente socialista nel 1960, è da molti considerato il massimo poeta africano.
Coniò la parola ‘negritudine’ (negritude) indicando con essa il complesso dei valori culturali propri del mondo nero. Di questo curioso autore si può leggere una celebre raccolta di versi dal titolo ‘ Lettres de l’Hivernage’, che racchiude in sé la summa e la chiave d’interpretazione della sua poetica e della sua tensione sociale. Qui il poeta senegalese cessa momentaneamente la sua protesta politica per raccogliersi in una sorta d’intimità, prima di riproporsi al ritmo vitale con ritrovato e rinnovato vigore.
In queste liriche è esaltato il valore della passione a tutto campo, senza inibizioni di sorta e senza maschere o filtri che ne mascherano la forza del suo impatto emotivo, cui fa da contraltare ‘l’Hivernage’ stante a significare la lunga stagione delle piogge, che nel Senegal ha inizio a giugno per terminare ad ottobre inoltrato. Niente è più evocativo di questa immagine del periodo delle piogge che ci riporta al tempo dei nostri autunni piovosi, in cui chiusi nelle nostre case riflettiamo sulla vita o sull’estate appena trascorsa. Immagini narrate da molti poeti vicino a noi del calibro di Giuseppe Ungaretti, tanto per fare un nome. Le poesie di quest’ultimo sull’autunno, o sull’imminente arrivo del freddo, ci consentono di fare un bilancio della nostra esistenza e del tempo che trascorre di stagione in stagione.
La parola ‘Hivernage’ fu forgiata dall’esercito coloniale, che come le armate romane svernavano durante la cattiva stagione che ne impediva il proseguimento. Il suo significato va trovato non nell’approssimarsi dell’inverno ma nel difendersi da esso o da esso trarre riposo e beneficio.
Svernano dunque i soldati dell’esercito coloniale francese o romano, prima di riprendere la battaglia, svernano nelle stalle le greggi portate al chiuso per essere in questo modo protette o meglio custodite. In agricoltura è questo il tempo dell’aratura della terra: preparare il terreno per la primavera quando in sé accoglierà le sementi per i nuovi raccolti futuri.
Su questi accostamenti gioca la poesia di Senghor e si carica d’ulteriori significati. Con questo libro di ‘lettere poetiche’, che hanno come tratto comune la riflessione e l’amore, l’autore africano ci indica come il periodo dell’Hivernage sia una nuova stagione nell’età dell’uomo e della donna, che arrivati ad un’età più matura, si guarda intorno facendo un resoconto del proprio vissuto.
‘mi sono svegliato nel tepore della pioggia\ nella notte delle mie angosce\tra alate pantere e squali anfibi\ granchi gialli che mi rosicchiavano esattamente il cervello\mi sono svegliato nelle spire dei tuoi squisiti profumi\Tutt’intorno salivano zampillando dalla luce e dall’ombra\ bianchi rosati i tuoi profumi di selvaggio gelsomino\che di notte le mie lacrime avevano irrorato.’
Nella poetica di Senghor sentiamo battere il cuore dell’Africa, per usare una metafora ormai desueta, da cui nonostante tutto non ci si può sottrarre. I ritmi, i suoni, i colori ed i profumi che si levano non solo da queste poesie, ma più in generale dai tanti poeti neri sono i veri attori di questa giovane letteratura, che dal sommerso irrompe nello scenario internazionale portando in primo piano mescolanze di popoli africani diversi tra loro, che con le loro molteplici lingue, intrecciate a quelle europee, ci sanno dare elementi di freschezza e novità che credevamo, noi occidentali, ormai persi nel passato remoto della storia della letteratura del nostro vecchio continente.
‘Mi ritiro a Popenguine-Serere
ritorno agli elementi primordiali.
All’acqua, dico, al sale, al vento, alla sabbia, al basalto, al gres,
come il gabbiano bianco e la nera anitra e il granchio rosa.
Oh nutrirmi soltanto di pura passione, come di un fresco latte di cocco,
addormentarmi nel ricordo di te, al canto dei salici e delle tamerici.
Ma già ti annunci con maree di settembre,
onda lunga d’aromi di mente selvatiche.

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