Il nemico siamo noi
di Monica Ferretti
Il nemico siamo noi. Per motivi squisitamente politici ed economici, per decenni,
ci siamo appiattiti su un modello sociale di tipo anglosassone, con particolare
riferimento a quello statunitense. Questo modello prevede, tra l’altro,
che tutto possa essere comprato, tutto possa essere usato e consumato, al
punto di rischiare che l’unico valore percepibile dall’individuo
sia quello economico. Qualunque risorsa, materiale o umana che sia, dunque,
sarebbe monetizzabile. Se tutto viene valutato in base alla possibilità
d’uso da parte di terzi, a farne maggiormente le spese saranno i soggetti
tradizionalmente più deboli: poveri, malati, donne, bambini. Non è
un caso che nei paesi occidentali siano in aumento la delinquenza minorile,
gli stupri, gli abusi su minori, le violenze familiari… Si tratta di
un altro aspetto dell’aberrante logica che pone al centro di ogni politica
ed ogni comportamento, tanto sociale quanto individuale, lo sfruttamento dei
più poveri e dei più disagiati costretti a piegarsi agli interessi
di chi oggettivamente dispone di maggior forza economica e di maggior potere.
In questo clima culturale assume una certa "naturalezza" la reazione
violenta, portata anche alla sua estrema conseguenza quale, appunto, l’
omicidio di chi si nega, di chi non concede ciò che si vuole da lui
(o, come avviene più spesso, da lei). Così, mariti lasciati
uccidono le ex mogli, il branco o il singolo uccidono la vittima del tentato
stupro che resiste e si difende, il rapinatore non si limita al semplice furto
ma arriva a commettere un omicidio anche quando l’oggetto della rapina
non è che un motorino o un’automobile. Questi atti non sono che
lo specchio di un mondo devastato da guerre che hanno alla base petrolio,
diamanti, interessi di multinazionali, ma che vengono sempre e comunque ammantate
da alibi che prendono il nome di libertà o democrazia e che sono divenute
tanto "normali" nella nostra percezione da non fare nemmeno più
notizia. Le uniche stragi che ancora siamo in grado di riconoscere come tali,
sono quelle che ci toccano da vicino, che minacciano la nostra sicurezza o
i nostri interessi; altre, magari di maggiori proporzioni, ma che non costituiscono
un rischio concreto per il nostro benessere fisico od economico, non vengono
più riconosciute come delitto. La famiglia è un agglomerato
sociale simile alla cellula di un corpo vivente, possiede l’identico
codice genetico di tutte le altre che compongono quello stesso corpo, ne ha
in comune i tratti caratteristici, ne subisce le medesime influenze. Quindi,
perché stupirci se un ragazzo uccide i genitori o un adulto stermina
l’intera famiglia, figli compresi, per motivi che possono sembrarci
banali, per l’incapacità di accettare un diniego, la mancata
soddisfazione dei propri desideri? Soprattutto se a quanto già esposto
aggiungiamo (in un paese come il nostro) un retaggio contadino che ancora
tenacemente resiste e che prevede l’ esercizio di un’autorità
quasi dispotica e strutture fortemente gerarchizzate proprio all’interno
della famiglia. In quest’ambito vanno a scontrarsi diverse forze contrastanti:
la volontà di mantenere il controllo su coloro che vengono percepiti
come subalterni da parte dell’individuo che ritiene un proprio diritto
l’esercizio dell’autorità (storicamente si tratta di un
individuo maschio e adulto, tipico della società patriarcale), la tendenza
degli elementi subordinati di rivalersi in via gerarchica sui più deboli
(le madri sui figli, i fratelli maggiori sui minori…) ed il bisogno
di questi ultimi di conquistare quegli spazi di libertà e di indipendenza
che si vedono negare. Questi conflitti, antichi quanto l’uomo, non sono
più mediati da un’organizzazione sociale allargata ad altri membri
della famiglia (nonni, zii, cugini, etc.), ai vicini di casa, agli amici,
al parroco, ma restano compressi nell’ambito dello stretto nucleo familiare,
sempre più isolato dalla realtà circostante. Come conseguenza
tendono a deflagrare con inconcepibile violenza. Se compariamo l’impressionante
sequenza di fatti di cronaca occorsi in questi ultimi due mesi, ci rendiamo
conto che non regge più il comodo alibi della “logica del branco”,
il singolo agisce con la stessa efferatezza e la stessa determinazione del
gruppo; non ci si può consolare scaricando ogni responsabilità
sul degrado culturale ed economico degli strati sociali più bassi o
sul disagio mentale, delitti e violenze familiari attraversano ogni ceto,
si scatenano in città come in provincia, al nord come al sud, in centro
come in periferia, e vengono eseguiti da persone che non soffrono di patologie
psichiatriche o afflitte da problemi derivanti dall’abuso di alcool
o droghe. Non ci sono più alibi, solo la nuda realtà. Sempre
più solo, sempre più spinto a "consumare" sentimenti
e persone come se si trattasse di beni materiali, sempre più incapace
di raggiungere un modello imposto come unico possibile (bellezza, ricchezza,
visibilità) e, contemporaneamente, incapace di rinunciarvi, il cittadino
medio che ci appare come integrato, normale, omologato e, quindi, rassicurante,
si è trasformato in una sorta di bomba ad orologeria. E’ pronto
ad esplodere all’input più banale, può uccidere premeditatamente,
quasi a sangue freddo, non riesce più a distinguere il bene dal male,
di riconoscere pieno valore alla vita umana, malato com’è di
un egocentrismo assoluto e micidiale. Non dovremmo stupirci di tutto questo,
dal momento che siamo talmente assuefatti alla morte ed alla violenza da non
perdere nemmeno più l’appetito quando ci vengono servite nel
piatto dal TG serale, tra una notizia politica ed un servizio sportivo. Prendersela
con i mass-media, che hanno certamente le loro responsabilità, non
è sufficiente. Siamo noi che dobbiamo recuperare, individualmente e
come società, quello spirito umanistico e critico che ci permettono
di esercitare il bene ed il male con consapevolezza. Il modello al quale ci
siamo omologati, evidentemente, non funziona. Ci ha reso più ricchi,
certo, ma anche più fragili. I fatti di cronaca che tanto ci sconvolgono
rappresentano la febbre che brucia un corpo malato, il proliferare di atti
violenti e, apparentemente, senza spiegazioni ci mostrano la virulenza del
male che ci affligge. Sarà una buona cosa recuperare quei valori umani
ed etici tanto decantati ma, ormai, completamente svuotati di ogni significato
da una quotidianità che contrasta nettamente con la loro essenza, procedendo
alla somministrazione di un buon antibiotico prima che la malattia cronicizzi
e divenga incurabile.
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