IL GENOCIDIO DELL’ARTE
ARTISTI AL BIVIO
II mondo artistico si trova ad un bivio: continuare per la strada che sta
percorrendo (che porta inesorabilmente a coprire la terra di libri e quadri
sostituendoli agli alberi), oppure farsi largo nel mondo internetiano fintanto
che questa sia ancora soltanto coperta di folta vegetazione,non ancora contaminata,
e nella quale appare soltanto qualche orma?
Quello che stiamo vivendo e un momento storico molto importante e molto serio,
nel quale si rimettono in gioco i massimi valori della convivenza umana; e
da questi problemi non può esimersi l'artista, specialmente il poeta,
che, a mio avviso, e colui che precorre i tempi per il dono di cui la natura
lo ha dotato. In questo momento, dicevo, in cui ci vengono rischi da tutte
le parti, l'artista ha il dovere di scendere in campo con tutti i mezzi a
sua disposizione, perché è lui il custode delle espressioni
più belle, pure e sante della natura, che tendono alle aspirazioni
più alte. Espressioni che vengono soffocate dall'esorbitante invasione
di carta stampata e di tele coperte di colori, di parole collezionate per
fare presa sul lettore delle mailing-list. Tutti siamo artisti, tutti scriviamo
e dipingiamo, ma quanti siamo veramente «artisti»?
Percorrendo la strada tradizionale e più conosciuta, in primo piano,
troviamo sempre gli stessi; e l'industria editoriale sì lamenta dicendo
che non si legge più, che i libri non si vendono, che i quadri sono
solo ammirati e non comprati.
Sotto quest’aspetto non si può parlare dì «crisi»,
ma di noia. Sì, dì noia! Il popolo e stanco di leggere sempre
gli stessi che, è vero, sono narratori di tutto rispetto e di riguardo,
ma non sono i soli. Ci sono giovani che valgono quanto, e forse di più,
ma non trovano collocazione; non riescono ad oltrepassare la porta «superguardata»,
della muraglia fortificata, dentro la quale sono comodamente adagiati e protetti
da contaminazioni «pericolose», dai loro editori che giocano sul
sicuro; magari pubblicano un’antologia di poesie di giovanissimi autori
spagnoli perché nella loro terra hanno fatto furore, hanno venduto
molte copie, quindi i soldi sono per la pubblicazione in Italia di questi
giovanissimi sono ben spesi perché rientreranno centuplicati. E il
giovane italiano, valentissimo quanto si vuole si vede ritornare il manoscritto
con la solita letterina prestampata, con elogi per la loro arte, a qualcuno
viene risposto che potrebbero accettare la sua proposta, ma per la pubblicazione
dovrebbe aspettare al 2015. C'è la crisi del libro! Non si legge più!
Non c'è ricambio! Perché, invece, qualche cronista o critico
letterario invece di sbandierare su quotidiani di «parte» che
in Italia si legge poco o niente, non dice la verità che gli editori
sono talmente arroccati sul sicuro, che ignorano volutamente il giovane avventuroso
che invia loro un manoscritto di sicuro successo? Perché non smascherano
questa bugia colossale? Perché non dicono la verità:quella dell’editore
che dichiara in interviste di tre e quattro colonne, su quotidiani importanti,
che la loro è una scusa ipocrita per giustificare la loro pigrizia.
Si sono imposti di non leggere più i manoscritti che gli vengono inviati,
per paura di essere tentati a pubblicarli; se qualcuno li legge è semplicemente
per affossare l'intraprendente che vorrebbe affiancare il suo al nome dello
scrittore consacrato; e sempre per paura che l'intraprendente pubblichi la
sua opera in proprio gli fanno un contratto a lunga scadenza, per metterlo,
poi, in parcheggio.
Se poi l'intraprendente, crede nel suo valore, ha fede in se stesso e pubblica
il libro a proprie spese, perché ha capito il gioco, l’accetta
e si mette a giocare pagando la stampa circa cinquemila euro, gli rimane lo
stesso sullo stomaco o in un angolo della casa, perché non trova un
distributore; non solo, ma il critico, cui si e preoccupato di inviarne una
copia con la speranza di una recensione, lo ha guardato, ha letto un nome
sconosciuto e senza neanche sfogliarlo, lo ha buttato in un sacchetto, color
antracìte: un altro giovane scrittore cui hanno tarpato le ali.
Cose che accadono ogni giorno. Viviamo in un mondo chiuso e vivere un mondo
simile, allontana la comunicabilità tra uomo e uomo, tra il pubblico
e scrittore, mentre sappiamo che per un artista la comunicabilità e
vitale, perché è beatitudine umana e fonte d’ispirazione.
Si aggiunga la libidine sfrenata da parte di persone che hanno soldi e, non
sapendo come spenderli, si lasciano illudere da «pseudo-editori»
che pubblicano di tutto, in moneta sonante, anche rateizzando la spesa. E
siamo nella parte peggiore del mondo artistico contemporaneo, perché
infanga l'arte. I libri dì questi «pseudo» sbucano da ogni
parte e, come i funghi invadono la pianta e la fanno morire, questi uccidono
la vera arte; però lo pseudo editore che ha fatto sborsare un bel sacchetto
di denaro allo scrittore «libidinoso», ma sprovveduto, si è
riempito il portafogli e dopo un anno gli comunica che non è stata
venduta una sola copia, se vuole prenderle lui per non mandarle al macero
gliele cede con uno sconto del 70%, ma deve pagarsi le spese di spedizione.
Nel campo teatrale accade la stessa cosa, se non peggiore. L'allarme venne
dato da J. Rodolfo Wilcock in un articolo pubblicato da «Il Tempo»
nel maggio 1973, dal titolo «I distruttori del Teatro». Era il
tempo in cui il regista si permetteva di allungare o di accorciare il copione,
come una gomma masticante, sfottendo e irridendo l'autore rompiscatole. Poi
e sopravvenuto l'autore-regista, produttore di se stesso, per dare una spinta
rivoluzionaria e tentare un rinnovamento del teatro italiano; ma anche qui,
come negli altri campi dell'arte, si erge la critica prezzolata che, non solo
ignora questo tipo di teatro ma comincia a dire che non esiste un teatro italiano;
ma permette la nascita e l'affermazione di gruppi teatrali, che non hanno
nulla di teatrale, guidati dagli stessi autori che, all'occasione, s’improvvisano
anche registi e attori, che «ruffìanamente» si autoscrivono
la critica, che è sempre più recensione e meno critica, che
un «autorevole signore» introdotto in un quotidiano, il quale
non ha mai visto lo spettacolo e che magari era in qualche libreria, o accademia,
oppure circolo culturale a presentare un libro, per la quale ha ricevuto oltre
mille euro, di cui non parla nessuno, firma l’auto-recensione. Poi si
sentenzia che il teatro e in crisi, che la gente non va più a teatro.
L'attore e il regista professionisti, per sopravvivere con le sovvenzioni
statali, mettono in scena i soliti Pirandello, Goldoni, Shakespeare, Brecht,
Ionesco e Pinter. Così sono sempre più rare le rappresentazioni
delle novità italiane.
Un autore che volesse rappresentare una sua opera non trova assenso, da nessuna
parte. Produttori, neanche a parlarne. Le sale teatrali si possono trovare
ma a fine stagione, cioè, quando le compagnie primarie hanno concluso
la stagione; e a cinquecento euro per sera; un autore che volesse insistere
dovrebbe avere un conto corrente di almeno trecentomila euro,per autoprodurre
un'opera e permettere al pubblico di poterla conoscere; con il grave pericolo
che non parlandone la critica ufficiale, nessuno lo vada a vedere. Non si
conosce l'opera, non si conosce l'autore e quindi si può benissimo
dire che non esistono autori di teatro, per il ricambio.
Ultimamente è stata rappresentata un'opera di un Autore di tutto rispetto:
Giuseppe Selvaggi; da un gruppo teatrale preparato professionalmente, uno
spettacolo che avrebbe meritato maggiore fortuna, ignorato dai critici, è
stato visto soltanto da un ristretto numero di persone, per lo più
amici. Questo e un delitto!
Per la pittura vale lo stesso discorso del libro: troppi «pseudo»
tra galleristi e… pittori e il vero artista ha la casa piena di tele
che andrebbero ammirate, e valorizzate nel giusto merito.
Enzo Siciliano, il più attento scrutatore dell'andamento artistico
nazionale, cui nulla sfugge, ma che, nello stesso tempo, niente suggerisce
per uscire da uno stato che egli stesso definisce «catastrofico»,
in un articolo dal titolo «Ma questi giovani scrittori sono pura finzione
editoriale?» pubblicato dal Corriere della Sera di mercoledì
14 maggio 1986, replica ad Arbasino ed a quanti vedono buio nel panorama della
letteratura italiana e domanda a se stesso e agli altri, se veramente la situazione
è così buia. Sono passati circa vent’anni, ma questo suo
atteggiamento è rimasto il riflesso della visione di Cupido che lancia
il dardo, ad occhi chiusi, e poi attende gli eventi; oppure quella del taglialegna
testardo che, per anticiparsi il riposo nel futuro, intacca gli alberi e poi
aspetta il vento che glieli butti giù. Che cosa è accaduto in
questi anni? Che Siciliano fu nominato presidente della RAI, ma stette ancora
fermo e il suo piccolo accenno impersonale in favore dei giovani, lanciato
dalle colonne del Corriere della Sera, rimase inascoltato ma non troppo perché
fu nominato Presidente della RAI.
Arbasino nell'articolo, menzionato da Siciliano, apparso su «Repubblica»
affermava che «nei libri che si accatastano nelle nostre anticamere
non vi sono idee coagulanti, stimolo di stile, ma solo un chiacchiericcio
ebete che un ancor più ebete giornalismo testimonia. Di autori nuovi,
neanche a parlarne»; quest’accusa, che percorre una strada a senso
unico, una saggistica vacua e accademica il cui pettegolezzo viene elevato
a misura di critica è puro sentimento oppure…
Considerando le parole di Arbasino, Siciliano annunciava che ciò era
dovuto ad un «nevrotico, specializzarsi» della critica giornalistica
tramutatasi in «mera schedatura di libri e di volantinaggio editoriale».
Da allora non è stato fatto niente, perché ancora oggi, il vero
guaio è che viviamo senza più memoria, si ha paura della vecchiaia,
e si cerca di allontanarsi dalla memoria, perché il ricordo e ritenuto
sintomo di vecchiaia.
Ancora oggi, è poi vero che i nuovi autori non hanno idee stimolanti?
Ah, quanto vuol dire essere lontani dall'uomo! Sì, perché questi
signori del «potere artistico letterario» possono permettersi
di sentenziare ciò che gli pare e tutti «bevono» le loro
sentenze, come acqua di fonte; questo perché si sono allontanati dall'uomo;
non hanno più il tempo di fermarsi a parlare con il sarto, il calzolaio,
il barbiere, lo scopino; e a questo, punto aveva ragione la Ginzburg quando
affermò, in un articolo apparso su «L'Unità», che
«si e perduta la memoria di quel passato di cui si e depositari».
Non si ricorre alla memoria e si ignora il presente, se non quello a loro
vicino. Se invece riprendessero le vecchie abitudini non «sparerebbero
a salve» con affermazioni senza fondamento. Ciò che addolora
e che sono veramente «bravi e grandi» e con la loro sapienza potrebbero
aiutare,e non poco, il mondo letterario italiano, perché ritornerebbe
alla memoria anche ciò che Hemingway disse a Scott Fitzgerald: «chi
ha scritto un bel libro dì poesie è il barman del Grand Hotel,
e, questo mi secca moltissimo»; o forse e proprio questo aneddoto che
li fa fuggire dall'uomo?
In Italia esistono oltre cinquemila premi artistico-letterari, basterebbe
che si interessassero di uno soltanto per rimangiarsi le affermazioni fatte;
ma non hanno tempo, e poi sono professionisti, non possono abbassarsi ad esaminare
le opere pervenute al concorso, gratuitamente; ma se lo facessero, scoprirebbero
che questi autori sono vivi, nel senso reale della parola, perché non
appartengono a nessuna di quelle sette che permettono l'ingresso «nel
giro» dell’editoria famosa, la stessa che sforna «autori
senza idee coagulanti e senza stimolo di stile; e neanche alla massa degli
«scrivitori»».
Ne conosco parecchi che li farebbero saltare dalla gioia per la scoperta,
a cominciare da Giuseppe Guin e Franco Principato, il cui prodotto letterario
s’intreccia con la realtà vissuta, e il mondo surreale della
fantasia in un diletto crescente perché la storia si snoda nella normalità
oggettiva in cui c'è, nella ricostruzione, qualcosa di meraviglioso
e di sublime. Di poeti, poi, che meriterebbero maggior fortuna, ricordiamo
Antonio Iaccarino, Selim Tietto, Giuseppe Selvaggi, Arden Borghi Santucci,
Marco Saya, Franco Santamaria, Remil, Piero Donato, Marco Gavotti, Marcella
Boccia, Fryda Rota, Adriana Scarpa e…; che vengono ignorati (volutamente?)
dalla critica ufficiale, eppure hanno nel loro curriculum parecchi premi assegnati
in vari concorsi.
Siciliano chiude il suo articolo dicendo: «Insomma non e tutto buio?
Se il tempo è cattivo, senza contraddizione direi che il clima è
buono».
Il clima non e buono, invece, il cielo è buio perché coloro
che potrebbero illuminare il mondo letterario italiano sono tagliati fuori,
a priori, perché sono quelli che sanno ancora vivere da poveri e si
sentono amanti sinceri dell'arte,decurtando felicemente lo stipendio per pubblicare
i loro libri, per esporre i loro quadri, che «lor signori» non
leggeranno ne vedranno mai, perché gli autori non hanno «etichette»,
ma sono libri e quadri che contengono «la poesia che dorme sonni tranquilli
- come afferma Montale - e che non teme il tempo» perché e poesia
pura.
Sono questi motivi che spingono il pubblico a fuggire le librerie se non per
cercare il libro che abbia la copertina che s’intona col parato e i
mobili della casa; rifuggono i teatri, le gallerie; anche perché non
esiste una critica aggiornata che permetta di valutare giustamente la vera
opera d'arte. Questo è il modello che presiede all'intero lassismo
il quale impone, agli scrittori senza editori, di adeguarsi a questo comportamento,sborsando
soldi a quell’editore che crede meno «pseudo», sperando
nella pubblicità, ma dopo un anno vede presentarsi in casa un autotrasportatore
che gli consegna un pacco: le copie del suo libro: nemmeno una venduta. Ma
questo sarebbe il meno se ne fossero state inviate almeno alla critica. I
risultati sono evidentemente penosi, perché lo scrittore valido ma
povero non e in grado di mantenersi al passo e la visione meravigliosa di
vitalità si disperde. Ecco il genocidio dell'arte, ad opera di facinorosi,
operatori culturali, editori di fama e dei libidinosi della pubblicazione.
Non e la prima volta che l'Italia vive di questi fenomeni; ma e la prima volta
che li vive drammaticamente. Come vincere questa situazione?
a) attraverso una critica sistematica e totale, parlando di ogni opera di
cui si viene a conoscenza;
b) disertando i premi letterari ambigui, o denunciando il comportamento poco
ortodosso di certi premi che formano la giuria con il cambio della guardia;
cioè, lo scorso anno ti abbiamo assegnato il primo premo quest’anno
farai parte della giuria. In questo modo risparmiano il budget del membro
della giuria.
Agendo con giustizia e mettendo la propria conoscenza al servizio della collettività
si eliminerebbe «la zavorra», perché verrebbe fatta una
selezione oculata e sincera a beneficio dei lettori e degli stessi scrittori
che fanno veramente arte maggiore; e, infine, potremmo avere anche il ricambio:
sostituendo i nuovi valori ai vecchi. E' così che si rinnova la società.
Dopo queste considerazioni, all’autore nuovo valido, ma senza editore,
conviene unirsi in cooperativa; una forma di cooperativa che consenta di buttare
ai rifiuti la zavorra e di valorizzare, nel giusto merito, l'opera d'arte,
veramente tale con:
1) una rivista che attraverso una critica storica-estetica-psicologica permetta
al pubblico di conoscere i dati storici, il valore espressivo e formale, e
lo stato d'animo che ha prodotto l’opera, affinandone potentemente il
gusto; pubblicando esempi di opere di narrativa, di poesia, di pittura, di
teatro, di musica, ecc…;
2) una casa editrice propria, di proprietà dei soci, i quali sottopongono,
volontariamente, l'opera che intendono pubblicare, al «Collegio dei
Probiviri» e si attengano al giudizio e al consiglio che da tale esame
deriva;
3) una Galleria d'Arte dove esporre i quadri degli artisti soci, ed anche
dei non soci, ma veraniente validi;
4) una compagnia teatrale autoprodotta, che abbia gli stessi intenti della
rivista, della casa editrice e della Galleria d'Arte;
5) una autopubblicizzazione, autodivulgazione delle opere, per l'interesse
comune, in tutta Italia;
6) il concorso artistico-letterario per la ricerca del talento.
Sappiamo quanto è difficile trovare un editore onesto che dia larga
diffusione delle nostre opere e non sia soltanto un tramite tra autore e tipografo.
Mettiamo il caso (parlo ad autori di cui conosco il valore artistico), che
volessimo pubblicare un libro, esporre una personale, rappresentare uno spettacolo
teatrale; uniti in cooperativa le difficoltà verrebbero dimezzate,
visto che gli editori famosi ignorano il nostro lavoro; ma prendiamo quale
esempio la pubblicazione di un libro.
Un libro di poesie di 96 pagine viene a costare 1000,00 Euro (per una tiratura
di mille copie), quota che, divisa tra nove soci (quanti devono essere i fondatori)
ogni socio anticiperebbe 111,11 Euro.
Autofinanziandoci, si sveglia in noi anche l’interesse a far circolare
l’opera pubblicata, in varie città della Penisola. Con il ricavato
di 830 copie vendute (170 copie vanno inviate alla Stampa e alle biblioteche),
si pubblica un altro titolo e si rifà tutto uguale uguale a quanto
fatto per la prima pubblicazione.
La Casa Editrice della Cooperativa viene conosciuta, apprezzata, e si arricchirebbe
di nuovi soci-azionisti e tutto diventerebbe più facile.
Credetemi, questo è l’unico modo che permetterebbe di autogestirci
e combattere, e forse annientare il «Racket dell’Arte»,
che non vuole il progresso della cultura, perché piace crogiolarsi
nel conservatorismo più regressivo che esista, ma pubblicare opere
già collaudate all’estero, mentre il giovane italiano fa anticamere
e muore sperando. Copriamo la quella strada di terra battuta delle nostre
orme, per il bene dell'umanità.
Reno Bromuro
(Reno Bromuro è curatore dell' antologia "Canti
oltre la rete", NonSoloParole.com Edizioni, 2003)
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