DONNE E MESTIERI: UNA QUESTIONE CULTURALE
Da una ricerca sul campo nell'ambito di Storia delle Tradizioni Popolari
di Assunta Veneruso

Sicuramente all'inizio del secolo scorso, c'erano maggiori difficoltà per le donne, che non oggi, ad inserirsi nel mondo lavorativo in generale ed ancor di piu' in quello esclusivamente maschile.
Nonostante l'emancipazione femminile, vi sono ancora adesso lavori intrapresi da poche donne. Si può pensare per esempio a quello di meccanico o camionista. Si, ve ne saranno donne meccanico o camionista nel mondo, ma in che percentuale? Pensando ad un altro mestiere svolto da poche donne è quello, per es., di fotografo; " fotografa", però, inteso come titolare di uno studio proprio e gestito da lei stessa e che non sia solo la cassiera o la moglie o la figlia del fotografo proprietario del negozio, in cui lavora e che non sia per lei un hobby o si ritenga un artista. A questo proposito è stata svolta una ricerca sperimentale a Napoli nel 1994, durante la quale sono state individuate solo tre " donne fotografo". Il periodo in cui esse hanno praticato la loro attività copre un tempo che va dal 1940 al 1994. L'idea di occuparsi di questo argomento è nata dalla curiosità di scoprire perché sono così poche le donne che svolgono questo mestiere. Si è partiti dall'ipotesi iniziale che per la natura del rapporto confidenziale da tenere con la clientela spesso maschile, avendo uno studio proprio, e soprattutto per quanto riguarda il passato e già dagli anni '40, poche donne avessero sufficiente forza per superare le difficoltà derivanti dai pregiudizi e dalle maldicenze che avrebbero suscitato intraprendendo questo mestiere. Si è supposto inoltre che solo quelle fotografe che hanno una forte motivazione, un familiare che già eserciti nel campo o con una particolare inclinazione riescano a svolgere quest'attività.
A supporto di quest'ipotesi è risultato che due delle fotografe intervistate che hanno svolto questo mestiere, hanno subito l'influenza una del padre e l'altra del marito, già fotografi, in aggiunta al fatto che la prima già frequentasse una scuola con indirizzo fotografico e la seconda cullasse la passione per la fotografia fin dai sedici anni. Inoltre per quest'ultima la decisione di aprire uno studio proprio è scaturita da una successiva esigenza economica in seguito al divorzio dal marito.
La terza fotografa intervistata invece è un'autodidatta che ha coltivato l'hobby della fotografia da quando aveva quattordici anni. Queste tre donne hanno lottato molto per farsi strada nel momento in cui si sono trovate a far proprio "un mestiere desueto o sostanzialmente estraneo alla condizione lavorativa femminile". Dai risultati di questo lavoro emergerà anche come si sono "auto percepite in rapporto all'esercizio di tale mestiere" e come le percepivano e valutavano i familiari, la clientela e la comunità di appartenenza.
Però ciò che preme far emergere da questa indagine sono le specificità che contraddistinguono il lavoro della "donna fotografo" in rapporto alla clientela. Questo lavoro è derivato dalle risposte date dalle intervistate ad un questionario, basato su uno già esistente, redatto per una ricerca svolta sull'attività dei fotografi uomini. Si è dovuto chiaramente intervenire su alcune domande, modificandole nella forma, per meglio adattarle ad una donna; inoltre sono state aggiunte quesiti più specifici come quella sull'auto percezione, che non era ragionevole porre ai fotografi uomini.
Quando possibile si è cercato di mantenere l'espressione usata dalle intervistate, per meglio riportare le loro dichiarazioni, che spesso erano indice della loro personalità e del loro modo di confrontarsi con il mestiere. Queste espressioni sono riportate tra virgolette.
Non è stato semplice trovare delle donne che svolgessero la professione di fotografa. Si è iniziata la ricerca chiedendo informazioni a conoscenti, amici e fotografi, e perfino quest'ultimi avevano difficoltà ad indicare nomi di "colleghe" che esercitassero effettivamente questa attività. Si è chiesto se fra quest'ultimi esercitassero delle donne e se tra queste vi fossero alcune che possedessero uno studio proprio. Fra quelle indicate, vi furono le Sig.re Patalano Lucia e Iodice Barbara ma nessuna delle due aveva i requisiti richiesti: queste si dichiaravano "artiste"e non fotografe, e la prima, inoltre, non possedeva uno studio.
Pertanto, risultato vano tale tipo di approccio, si è preferito consultare l'elenco delle "Pagine gialle", dal quale sono stati rilevati alcuni nominativi. Fra questi si sono individuati quelli delle Sig.re Truppo Elena (Napoli 1940), Di Leva Giuseppina (Napoli 1959) e Castaldo Concetta, alle quali attraverso un primo contatto telefonico, si è chiesto principalmente se fotografassero personalmente, se fossero le titolari dello studio e se lo gestissero personalmente, da quanti anni svolgessero l'attività di fotografa e l'anno di inizio della stessa. In questo modo si è costruita una tabella di riepilogo, che è servita a selezionare le fotografe con le quali avere un successivo contatto.
Pur essendo state contattate più fotografe il questionario è stato posto solo a Truppo Elena e Di Leva Giuseppina, in quanto risultavano le uniche che svolgessero l'attività con i requisiti cercati, essendo la Sig.ra Castaldo Concetta solo l'intestataria di uno studio fotografico. La prima intervistata è stata la Sig.ra Truppo Elena, la quale ha fornito altri nominativi di fotografe, tra le quali si è riuscito a contattare la sola Raviello Era Pia, risultando irreperibili le altre indicate.
A questo punto si è esaminato i tre profili di "donna fotografo" cercando di individuare gli aspetti succitati. Iniziamo le considerazioni con la signora Elena Truppo, per la quale bisogna distinguere due momenti diversi nei rapporti con la clientela: la relazione che aveva con essa quando divideva lo studio con il marito, e quella che ha oggi con la stessa nel suo studio. Si segnala la difficoltà che si è incontrata a dover parlare di una stessa persona, riferendosi a periodi diversi della sua vita, specialmente in alcuni passaggi che sembrano confusi perché si parla spesso del presente facendo riferimento al passato.
Per il semplice fatto che dalla ragione sociale e dai suoi biglietti da visita si evince chiaramente che lo studio è condotto da una donna, oggi la signora Elena non ha più la difficoltà iniziale di dover superare la perplessità generata nella clientela, dalla sorpresa di trovarsi come interlocutrice una donna, come accadeva invece nel periodo in cui lavorava nello studio intestato al marito. Ogni volta che si verificava questa situazione, la fotografa doveva trovare il modo di rassicurare il cliente per dimostrare che nonostante fosse una donna, sapesse svolgere bene il suo lavoro. E questo è stato sin dall'inizio della sua carriera il maggior problema, e ha dovuto faticare molto per superarlo e per avere la possibilità di continuare questo mestiere. Infatti si è prodigata "in ogni modo" per procurarsi dei servizi fotografici, inventandosi mille piccoli espedienti per procedere in questa impresa, prestando sempre attenzione nel garantire un'alta professionalità offrendo i migliori risultati. A testimonianza di ciò, la Signora ci racconta che a volte ha eseguito dei servizi fotografici indossando di proposito "dei tacchi a spillo" che usava come espediente per scavalcare i concorrenti maschi, come per esempio calpestava loro i piedi, facendolo sembrare un caso, per distrarli dai soggetti da fotografare. Elenca altre "tattiche" che usava con i clienti e sottolinea lo sforzo che prestava per consegnare foto senza difetti.
Nell'analizzare quello che racconta, va tenuto presente che si fondono straordinariamente in una sola professionista lo stile e i modi di lavorare che appartengono a due epoche differenti e specifiche tra loro: una caratterizzata dai ritocchi delle foto in studio, l'altra degli sviluppi automatici, dei servizi fotografici per matrimoni con video, e delle "anteprime delle fotografie"; quasi si ha l'impressione di aver parlato con due fotografe. Sempre dalle risposte della signora Elena, emerge il suo carattere intraprendente e la sua vitalità.
Per la signora Raviello Era Pia (Napoli 1930, tutte le considerazioni da fare, devono essere filtrate dalla cognizione temporale in cui svolgeva la sua attività. Gli stereotipi culturali propri dell'epoca, e l'educazione familiare ricevuta, hanno influito molto sul lavoro che svolgeva, relegandola ad esercitare compiti "collaterali" al mestiere vero e proprio del fotografo. E' comunque interessante valutare gli aspetti storici e le modalità dell'attività fotografica che essa svolgeva, e la realtà in cui operava lo studio che la ospitava.
Infine per la signora Di Leva, fotografa moderna, le difficoltà del mestiere sono più legate ai rischi che la metropoli può creare ad una donna sola quali rapine, violenze e estorsioni.
Dai tre profili si evince chiaramente la differenza di difficoltà che hanno incontrato le fotografe degli anni '50-'60, la Signora Truppo e Raviello, rispetto alla signora Di Leva, fotografa dei giorni nostri. Significativo, per esempio, il problema avvertito dalla signora Truppo, che la costringeva ad indossare abiti poco appariscenti e femminili nello svolgere la sua attività, preoccupazione non esistente per la signora Di Leva. Un'altra differenza è emersa nella difficoltà di sottolineare il ruolo di fotografa e non di donna, che costantemente ha accompagnato l'attività della Truppo, e che non trova riscontri nelle risposte della Di Leva.
Accomuna queste due fotografe la scelta di materiali di supporto, quali tendaggi, arredamento, etc., così come l'utilizzo di tecniche ed oggetti, come prodotti per il trucco e parrucche, che denotano chiaramente un modo femminile di interpretare il mestiere.
In conclusione c'e' da dire che la cultura a cui apparteniamo, influisce molto sulle scelte dei mestieri da intraprendere e forse questa non è solo una questione dell'essere donna.


Clicca per inviare questo articolo ad un tuo amico segnala questo articolo ad un amico Clicca per stampare l' articolo stampa  inviaci un commento a questo articolo