10 dipinti del museo del Louvre
di Chiara Marin

Cimabue, Madonna col Bambino, c. 1280, tavola,424 x 276 cm

Certo oggi una simile impostazione spaziale può forse farci sorridere: eppure quest’opera segnò una vera e propria svolta nella composizione delle Madonna col Bambino. Perché anche se gli angeli sono disposti a tre a tre ai lati del trono livellati in superficie e del tutto alieni da una coerente proposta d’illusionismo spaziale; anche se i volti delle figure ci sembrano troppo “segnati”, talmente vicini a certe opere di artisti greci trapiantati in Italia da riproporre più volte la questione di un’influenza di questi ultimi su Cimabue; anche se il fondo è ancora dorato, privo di ogni accenno di spazialità: tuttavia è indubbio che questa tavola si distacca da tutte le composizioni precedenti.
Basta prestare attenzione alla corposità dei volumi, sbalzati dai panneggi piegati fittamente e sovrapposti: essi ci dichiarano che, pur nella loro divina maestà che non lascia trasparire alcun sentimentalismo – gli sguardi non s’incrociano né la Vergine regge teneramente un piedino del Bimbo -, la Madonna e il Gesù sono qui, fisicamente presenti e umanizzate. Non si tratta più delle trascendenti icone bizantine, semplici fantasmi di qualcosa di altro –e oltre. Quello che l’artista ci chiede di adorare in quest’opera, ce lo propone visivamente davanti ai nostri occhi: non occorre nessuna sublimazione, nessuno sforzo per andare al di là. Poiché Cristo si è incarnato e si è fatto uomo per la salvezza, non abbiamo bisogno di andare oltre, ma lo possiamo adorare qui, in questo mondo.
E’ praticamente una rivoluzione!
Certo, non si compie che a piccoli passi: non possiamo mica pretendere che lo stile cambi da un momento all’altro in maniera radicale, e che da gotico diventi all’improvviso raffaellesco. Soprattutto perché lo spettatore non sarebbe più in grado di leggerla, l’opera, se mutasse così rapidamente: è necessario che le novità si saldino alle consuetudini, al già esperito, di modo che l’occhio non sia troppo radicalmente sorpreso, bensì indotto, riconosciuta nella tradizione l’integrità dell’opera, a sforzarsi di comprendere ciò che di nuovo si trova in essa.
La Madonna col Bambino circondata da angeli è la trazione facilmente riconoscibile da uno spettatore medievale. Inutile cercare di convincerlo che gli angeli sono sostanze incorporee; da che mondo è mondo, lui li ha sempre visti così: figure umane, un po’ bambini, vestiti con colori sgargianti risplendenti come l’amore che provano per Dio, coi capelli lunghi a ciocche e l’aureola dorata, e, soprattutto, grandi ali piumate di molteplici colori: perché sennò, come fanno a volare?
Il fondo oro è tradizionale: serve ad indicare la sacralità della rappresentazione e a situarla fuori dal tempo e dallo spazio: perché non è che la Madonna sia apparsa in quel tal posto in quella data ora; sarebbe come dire che l’evento c’è stato e non ci sarà più. Lei e suo Figlio invece sono presenti ogni volta che qualcuno si prepara per adorarli, si avvicinano al fedele e accolgono le sue preghiere.
Anche le loro fisionomie sono tradizionali: nel senso che sono state proprio sedimentate dalla tradizione, da secoli e secoli di rappresentazione con quelle fattezze, che sono poi quelle derivate dallo stile comneno bizantino. Chi sa infatti com’erano veramente Maria e Gesù? Bianchi o scuri di pelle? E gli occhi e i capelli: scuri o chiari? E le labbra? Certo, di Gesù adulto c’era quella descrizione del Longino, che lo diceva biondo, coi capelli lunghi, la barba e i baffi….ma da bambino? E Maria? Perché non è nemmeno che bastasse dire: li facciamo belli com’erano belli gli dei dell’Olimpo. Sì, appunto: ma quelli erano dei; Cristo invece si era fatto uomo, e quindi andava rappresentato “come un uomo”: anzi, c’era chi si basava su un passo di Isaia per dire che doveva essere stato molto brutto. Mica facile, decidere come rappresentarlo! Non era una cosa che ciascuno pittore poteva scegliere, di farlo come voleva: alla fine, dopo lunghe discussioni, la tradizione aveva imposto così, e quindi andava fatto così.
Gran cosa, la tradizione! Solo che ogni tanto andava aggiornata: allora Cimabue aveva aggiornato il trono, e l’aveva fatto che pareva vero, tanto era solido e massiccio, ben proporzionato e scalato nelle parti. Poi vi ci aveva fatto sedere la Vergine, ma sedere davvero: che occupava proprio il sedile, e schiacciava il cuscino col suo peso, e la veste ricadeva sulle gambe leggermente divaricate creato una piccola insenatura. In braccio alla Madre sedeva il Bambino, corporeo anch’esso: rigido e frontale come un sacerdote, ma corporeo, pesante. E se guardi bene, anche le vesti degli angeli, anche se così frontali, hanno una sostanza: non ricadono spioventi e diritte, ma li avvolgono, ancora incerte nel disegnare i loro corpi fragili, ma con un accenno di modernità.
Certo, fa tristezza vedere i colori attuali, tanto lontani dalla vivace cromia che doveva caratterizzare questa tavola: e pensare che anche nei contratti si stava così attenti a quali colori dovessero essere usati! Il blu lapislazzulo più caro in commercio per le vesti della Madonna e di Gesù; un po’ meno caro per altre parti; oro fino per le aureole; il tal rosso per i manti; etc… Che freschezza! Che vivacità doveva essere!
Una vera festa per gli occhi, che si preparavano attenti a cogliere la novità nella tradizione.


Van Eyck, Madonna del cancelliere Rolin, 1436, olio su tela.

Non si ha nemmeno voglia di soffermarsi sulla rappresentazione vera e propria, per correre subito al di là delle arcate della loggia a guardare quel paesaggio: ci si appoggia con le mani al parapetto, come fanno i nostri due vicini, e ------- ohhhhhhhh! Non si può dire altro. Non si riesce quasi più nemmeno a respirare, per guardare, guardare, guardare: là, sulla destra, quella città, con i tetti che splendono al sole, e le viuzze che girano e svincolano tra gli edifici, e gli incunei d’ombra che si creano tra le arcate, e le donne indaffarate a sbattere i tappeti, e gli uomini in strada a mercanteggiare e i bimbi che corrono….. Guardare! Di qua, di qua, guarda: queste case ancora sulla sinistra, e la chiesa che svetta più alta di tutte, per chiamare i contadini a raccolta dai campi arati tutt’intorno. E poi il bosco: pini, abeti, altre conifere; e altri prati e montagne, montagne ancora: che la vista non riesce più a seguirle e si confondono con le nuvole, in fondo, del cielo: azzurro. E in mezzo: in mezzo quel fiume: che per fortuna c’è un ponte e un’isoletta di terra più in là, dove risposare la vista: se no ti abbaglierebbe, coi suoi riflessi, quel fiume: che sembra vetro, immobile l’acqua e così finemente preziosa che ogni raggio di luce che la colpisce si scinde in centinaia di raggi differenti che s’irradiano attorno facendo risplendere tutto il paesaggio. E ansa e scivola da una parte all’altra della valle, quel fiume, che sembra voglia giocare, giocare ancora un po’ con i prati e i pascoli, prima di tuffarsi nel mare. Ci passeresti ore, appoggiato a quel parapetto, indicandoti l’un l’altro le cose da vedere.
Intanto il cancelliere prega: prega la Madonna che è qui, davanti a lui, ma proprio reale, non è un fantasma della sua immaginazione. E’ qui presente, grande all’incirca come lui – un po’ di più, certo, per rispetto alla sua santità – ma non tanto: e soprattutto è seduta in una posa naturale, seduta vicino a lui e vicino a te. Il suo mantello ha ancora un sapore un po’ tardogotico, con quelle pieghe che ricadono come se fossero incise sulla pietra: e anche l’angelo dalla veste turchina sembra ritagliato pari pari da certi manoscritti medievali, con quelle sue alette da farfallina svariatamente colorate, flessuose e morbide come se fossero fatte di piume.
Il cardinale è invece di una modernità sorprendente: ogni sua minima ruga è tracciata, è indagata ogni piega del suo collo, uno ad uno i suoi capelli. Ma soprattutto straordinario è il suo vestito: con la pelliccia dei polsini così sottilmente vellutata, e la stoffa morbida e quasi pesca dell’abito, ove i filamenti d’oro risplendono come animati di luce propria.
Estrema è la cura che Jan pone anche nell’indagare l’architettura e gli ornamenti: le piastrelle del pavimento, le colonne con i capitelli a intreccio, i pilastri con rilievi istoriati, la perfezione nella resa del vetro della piccola porzione di finestra che si scorge tra l’ala e la veste dell’angelo, e l’hortus conclusus appena fuori dalla loggetta. E anche se non rispetta le regole della prospettiva rinascimentale, bensì si basa su uno studio della percezione ottica empirica, splendida è la corona traforata che l’angelo pone in capo alla Vergine, pari per finezza al pavone che si scorge accanto ai due omini sulla balaustrata.
A creare quest’ambiente fascinoso è certo la luce, che gioca con le forme delle figure, incuneandosi nelle pieghe dei loro abiti e rifulgendo in ogni possibile specchiatura: la stessa luce piena e cristallina che pervade il paesaggio. Certo, non è la luce calda e avvolgente che caratterizza le regioni mediterranee: questa luce nordica, anche nel pieno del suo fulgore, non si raddensa attorno ai corpi scaldandoli, ma li attraversa, come un soffio di razionalità che percorre le menti. E’ scienza viva e attiva, pronta a mercanteggiare e ad indagare il mondo: perché l’uomo ne è stato fatto custode e ha il dovere di conoscerlo. E’ la scienza che crede che il Divino si celi in ogni più piccola cosa, e che ciascun suo aspetto vada indagato per giungere sempre più a fondo nella comprensione: per ciò Jan non si limita mai a rappresentare la scena principale, ma la contorna di tanti piccoli oggetti e rimandi che ne approfondiscono il significato, di modo che ogni spettatore, in base all’esperienza e alle conoscenze con le quali le si avvicina, possa penetrarne i diversi livelli di lettura.
Ma anche per chi non possieda la stessa conoscenza dei testi sacri di Jan e del fratello, il pittore-mistico Hubert, l’opera appare meravigliosa: perché i simboli non sono così smarcati che la loro incomprensione diventi un cruccio per lo spettatore, ma si integrano alla rappresentazione prima come se fossero semplici ornamenti; perché dilettevole è soprattutto ammirare la maestria nella resa dei tessuti, dei volti, del paesaggio e delle acque; perché il messaggio principale appare chiaro anche per i più sprovveduti: ed è la vicinanza del divino all’umano, poiché nel cuore di ogni uomo è racchiuso un pezzetto di cielo.


Leonardo, La gioconda, 1503-06, olio su tavola, 77x53cm

Parlarne ancora sembra quasi sciocco: troppo conosciuta, troppo nota, tanto che ormai quasi ci si dimentica che è un’opera d’arte e la si assurge semplicemente a icona della modernità, idolo indiscusso e indiscutibile.
Eppure in origine era un ritratto: un ritratto di una persona fatto per un’altra persona e con un fine essenzialmente privato, affettivo. Niente di istituzionale. All’inizio era semplicemente Lisa, Monna Lisa: e chi ne aveva chiesto il ritratto – il marito, Francesco del Giocondo, o l’amante, Giuliano de Medici - l’aveva voluto per poterla così possedere in maniera più completa, affinché la parte di lei che sarebbe rimasta imprigionata in quel dipinto potesse restare con lui, sempre.
Leonardo questo desiderio l’aveva capito: per questo aveva fatto le sue mani così grandi e flessuose e la aveva avvolte in una luce dorata che sembrava emanare dal suo stesso corpo: come nella favola di Cappuccetto Rosso “per accarezzarti meglio…..”. In Oriente, Lisa sarebbe certo stata una geisha: lo si capiva dal contegno altezzoso della sua fronte, così larga e intelligente, pronta a trattare anche in amore; lo si capiva dalla sua posa, appena sfiorata di tre quarti, con la quale invitava l’occhio dell’osservatore ad ammirare le sue forme piene, ma nello stesso tempo lo tratteneva al di là della balaustra, finché non si fossero accordati sul prezzo.
Lisa stessa era conscia di questo suo potere sugli uomini altolocati: era fiera di riuscire, non tanto con la sua bellezza, un po’ troppo severa e matronale, ma con il fascino che emanava da ogni suo gesto, da ogni sua parola, ad ammaliare ogni uomo che le si avvicinava e a convincerlo a concederle i suoi favori. Per questo sorrideva di quel suo enigmatico sorriso, Lisa: perché il suo era stato un vero trionfo sulla natura: che non l’aveva fatta bella come Beatrice o Cecilia; con lei si era divertita la natura, come con Saffo, a racchiudere un animo cristallino in un corpo non aggraziato; ma a differenza della poetessa di Lesbo, lei era riuscita a prendersi la sua rivincita, e con pazienza e meticolose cure, era assorta nel piedistallo più alto nei desideri maschili, dove tutte l’ammiravano piene d’invidia.
Forse l’aveva voluta lei, quella veduta alle sue spalle: quella veduta nebulosa, quel paesaggio misterioso e indistinto di cui sembra padrona, forse, madre. Perché portavano i suoi stessi colori, quelle montagne in lontananza azzurro-grigiastre come la manica sinistra della sua veste, quella stradina aranciata come i polsini, e le tenebrose rupi sulla destra, scure come il suo busto; e la luce trascorreva inafferrabile tra di loro, impedendo di oggettivare i particolari fisici, e rendendo indissolubile l’unione della figura al paesaggio.
Dicevano anche che un giorno fosse stata fatta vedere a degli indios, la Gioconda, e che questi ne fossero rimasti terribilmente sconvolti, e avessero cominciato a fare dei riti per allontanare il suo spirito funesto. Perché alla fine Lisa si sarebbe potuta anche chiamare Eva: era il suo stesso desiderio di dominio che la guidava. Si appoggiava con la mano sinistra alla balaustra che un tempo, prima del taglio, la inquadrava in una sorta di loggetta con colonne ai lati, per mostrare la sua padronanza su quanto avveniva alle sue spalle, nel regno del Caos: come quando nelle raffigurazioni allegoriche la Fortuna, solitamente associata ad una palla, era fatta sedere su un più sicuro cubo.
Anche lei aveva una cert’aria che più che ad un ritratto l’avvicinava ad un’astrazione emblematica: per il modo in cui sembrava emanare essa stessa luce dal suo corpo, come una statuetta dorata di Buddha, che sembrava più da Madonna che da semplice dama; per quegli occhi che non capivi bene dove stessero guardando, eppure era come se fissassero sempre te, ti seguissero in ogni tuo movimento, senza acredine e senza benevolenza, ma con uno sguardo, quasi immobile e privo di vita, ma pronto a cogliere il tuo primo fallo, e a giudicartene; per quei capelli che sembravano lavorati al bulino, uno ad uno, fini come il più sottile dei fili da ricamo, ma che anche il vento sembrava timoroso di scuotere dalla posizione loro assegnata da Lisa; per quelle labbra che si componevano in un sorriso così enigmatico che – oddio - sembrava che davvero lei conoscesse il destino della vita umana, la sua miseria, il “che vale al pastor la sua vita”.
Forse davvero, all’inizio, era un ritratto, un ritratto d’amore: ma poi Monna Lisa tra le mani di Leonardo era diventata qualcosa di più, di diverso: un’Idea platonica: forse per questo si possono riconoscere due momenti, nella creazione dell’opera: forse anche lui ha sostato a lungo, titubante, senza decidersi se completare il ritratto di Monna Lisa o continuare ormai la Gioconda. Alla fine ha scelto: di abbandonare il ritratto per il mito: e sono succedute generazioni di ammirazione quasi feticista, di infinite derivazioni e variazioni, deformazioni alla Duchamp, interpretazioni irrisorie come quelle di chi la voleva un autoritratto mascherato di Leonardo o vi scorgeva dei nudi maschili sparsi per il dipinto. Come se ci si fosse dimenticati degli straordinari risultati raggiunti dalla scienza e dall’arte del maestro nella resa dei più sottili trapassi luminosi come nell’avvolgimento atmosferico, nella costruzione della prospettiva aerea e nella tecnica dello sfumato, nella resa così potentemente monumentale della figura. Da quando è stata acquistata da Francesco i re di Francia, la Gioconda ha cessato di essere un quadro per entrare nel mito: e Monna Lisa può continuare a sorridere della sua vittoria ormai completa.


Tiziano, Concerto campestre, c.1511, olio su tela, 110x138cm.

La prima cosa che vedevi erano quei tre, seduti in circolo, a chiacchierare tra loro di chissà che cosa, che non gliene importava che ci fossi anche tu, e ti voltavano tranquillamente le spalle. O forse la prima cosa che vedevi era quella ninfa, quasi una statua appoggiata al fusto di un albero, leggermente china a cogliere dell’acqua con una brocca di vetro di straordinari riflessi. No, la prima cosa che vedivi era quel cielo, viola e giallo e rosso. O la fronda di quell’albero, così straordinariamente verde. Qualunque cosa tu guardassi per prima, alla fine era sempre là, che dovevi tornare: a quelle due teste, così vicine, così unite. Perché solo partendo da loro due, l’avresti capito il quadro: solo se partivi da loro due, poi, avresti potuto guardarti attorno.
I due ragazzi si guardavano, parlavano forse: normale, certo. Ma era un cortigiano a parlare con un pastore: straordinario, certo. Anche perché poi, a dire il vero, non è che parlassero proprio: loro, loro… si guardavano. Con stupore, certo. Forse, con ammirazione. E che cosa mai poteva ammirare un cortigiano in un pastore? Lui, che poteva vantarsi della bellezza dei suoi riccioli neri e della grazia delle sue mani leggiadre; che sapeva suonare il liuto, cantare, pronunciare orazioni in pubblico, recitare; lui che era ricco, vestiva con abiti pregiati, e forse… forse era anche il padrone, sì, di quelle terre: che cosa poteva ammirare in un povero pastore, dai capelli crespi, ignorante e rozzo? Certo, lo si poteva lavare, vestire con abiti nuovi; gli si sarebbe potuto insegnare a leggere e a scrivere, ma…. Ma perché sprecare il proprio tempo con un pastore? Non aveva senso. Era solo un pastore, come tutti gli altri che pascolavano il bestiame di suo padre: come quell’altro laggiù in fondo, che suonava chissà che diavoleria con quel suo zufolo di legno! Eppure no: c’era qualcosa in quel giovane pastore che l’attirava. Sentiva come un’affinità tra le loro anime: così diversi, ma anche… così vicini…… Oh, non sapeva ancora cosa fosse, ma qualcosa… qualcosa…
Certo, anche le due muse l’avevano avvertita, quella strana sensazione: perché una aveva smesso di suonare e si era incantata a guardare anche lei il giovane pastore; la sorella invece si era alzata ed era andata a prendere dell’acqua da una fonte vicina, con cui purificare il nuovo venuto prima di iniziarlo…. A cosa? Oh, sarebbe stato il cortigiano a rivelare al pastore i grandi progetti che avevano per lui! Loro avrebbero accondisceso a qualsiasi sua iniziativa. L’importante ora era togliere al pastore il sudiciume che gli oscurava l’animo, di modo che anche il cortigiano potesse vedere meglio e decidersi finalmente a parlare: perché certo avrebbe parlato, non appena avesse capito che quello che lui avvertiva, ancora così indistintamente, era la purezza di quell’animo semplice. Allora, solo allora, avrebbe parlato: e avrebbero ripreso a suonare, per insegnare anche al pastore la loro musica. Perché lui certo l’avrebbe amata: lui che conosceva così bene quei prati, che chiamava per nome ciascuna foglia di quegli alberi, che sapeva leggere i segnali della terra e la rispettava e l’amava come una madre; l’avrebbe certo amata, la loro musica, e la sua anima sarebbe salita in cielo, e avrebbe imparato a conoscere anche il cielo, viola e giallo e rosso, e ad amarlo. Non gli sarebbe stato difficile no, amare il cielo: solo, doveva conoscerlo. Loro, la loro musica gliel’avrebbe fatto conoscere, e lui l’avrebbe amato: perché anche se il cielo era viola e giallo e rosso, e la terra era verde e verde e verde…. erano uguali: fratello e sorella: non erano forse entrambi vaporosi, e soffici, e fumosi? Non c’era discontinuità tra loro, non c’erano segni che li separavano: erano entrambi solo colore, puro colore.
E anche le due ninfe erano puro colore: le loro carni soffici come il prato, vaporose come il cielo. Non erano sogni, disegni, rilievi: c’erano, erano lì! Anche loro partecipi di quell’incontro: sono piene le loro carni, non vedi? I loro corpi hanno volume, come due statue; la loro forma è levigata dall’ombra. Ci sono, sono presenti e vive e vere come il cortigiano dalla veste rossa che sembra laccata, e il pastore con la sua giacca ruvida e crespa come i suoi capelli. Come il vento che scivola tra gli alberi, e piega quelli più esili che paiono seguire come un’onda il moto della musa; e s’incunea nella sua veste, ma è troppo esile per gonfiarla: le fa fare appena uno sbuffo, di lato, così che sembra che anche la veste sia lavorata nel marmo, e sia un’opera di Fidia. Non vuole, nemmeno lui, disturbare i due giovani: perché è impaziente di sentire cosa dirà il cortigiano. Riposa al loro fianco, pacato: come la luce che disegna dolcemente i corpi, scava placidamente le ombre, ma senza scarti improvvisi che turbino il soliloquio dei due amici. Come se, per incoraggiare l’inizio del loro concerto, essa stessa si facesse musica e componesse nel quadro una sinfonia di ottave fatte di colori: musica classica, certo, come la struttura stessa dell’opera. Profondamente lirica e sentimentale, che in chiusura sfuma nei toni dell’azzurro dell’orizzonte lontano.


Raffaello, Ritratto di Baldassar Castiglione, 1514-15, olio su tela, 82x67cm

Poteva quasi sembrarti un monocromo, se non fosse stato per quelle due gocce d’oceano che ti guardavano dritto negli occhi con una tale profondità che, anche se ti ci sforzavi, non riuscivi davvero a distoglierlo, lo sguardo: e ti sentivi penetrare fin nel più intimo del tuo essere, non potevi celarli alcun tuo segreto, niente di te restava nascosto e tu eri praticamente nudo, praticamente te stesso. Era proprio il fatto che tutto il resto del dipinto fosse tutto giocato su una preziosa gamma cromatica quasi un’unica onda di marrone che si stendeva a velature più o meno spesse – anche nel bianco ti sembrava di riconoscere dei riflessi di quello stesso marrone – che faceva risaltare così potentemente quegli occhi. Non gli saresti sfuggito: ti avrebbe indagato con la stessa minuzia con cui aveva osservato i comportamenti dei nobili elegantoni e delle dame raffinate, li aveva studiati e criticati a lungo, e poi, ecco, Il Cortigiano, la summa di tutte le sue osservazioni. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere, su di te. Per ora si limitava ad osservarti, e ad ascoltarti, se avevi voglia di confidarti con lui: ti sedeva accanto con la stessa cordialità di un amico, ma curandosi di mantenere il giusto distacco affinché tu non ti sentissi prevaricare dalla sua presenza: solo se tu glielo avessi concesso, ti si sarebbe avvicinato di più. E certo era difficile restare insensibili al fascino della sua persona: al calore che emanava da quella pelliccetta così morbida e setosa che perfino la luce ci sprofondava il viso e la carezzava guancia a guancia, nascondendovisi come un bambino stretto alle sottane della mamma. Sembrava la stessa pelliccia che indossava Hélène, la moglie di Rubens, e nella quale tu ti saresti avvolto con il corpo nudo per gustare meglio quella morbidezza e quel senso di protezione sulla tua pelle.
C’era poi quello sbuffo bianco della camicia, come un ciuffo di panna montata su una coppa di gelato: aveva la stessa trasparenza, la stessa impalpabilità, che tremavi anche solamente a sfiorarla perché forse l’avresti schiacciata. E allora affondavi il cucchiaino sulla cioccolata: un’intera barretta, nera fondente, rigida inamidata. Era un po’ il tuo punto d’appoggio, la tua boa a cui aggrapparti per non sprofondare nel mare. Ma prima di tuffarti, ti piaceva sostare un po’ a cercare di contare i peli di quella barba quasi da profeta del Vecchio Testamento: perché anche se era tutta giocata sul colore, ti convincevi quasi che quei peli fossero stati disegnati uno ad uno. Non ce la facevi, certo: anche perché la tua attenzione era presto attratta dalle labbra, sottili ed argute, come se avessero la risposta pronta ad ogni tua domanda: non ti bastava che chiedere, e loro avrebbero saputo spiegarti il come e il perché. A darti conferma della sua sapienza, interveniva anche la luce: che gli illuminava il viso con una chiarezza che sembrava la stessa che caratterizzava il suo animo, aperto e perspicace. Si stendeva soprattutto sulla fronte, perché tu comprendessi meglio la sua intelligenza.
Quando arrivavi al cappello – reale, certo, ma del quale tuttavia avresti faticato a definire la forma – ti stupivi, quasi, guardandoti attorno, e ti accorgevi, quasi per la prima volta, che non c’era null’altro, all’infuori di lui: sulla parete s’intravedeva appena la sua ombra, e nell’angolo in basso a destra la balaustra alla quale era appoggiato - semplici macchie di colore. Ma della stanza nella quale si trovava non traspariva nient’altro: non c’erano mobili, quadri appesi alle pareti, finestre o tende: forse una, finestra, si trovava a destra di Baldassare, quella dalla quale filtrava la morbida luce (autunnale?) che lo avvolgeva; forse, ma non era presente nel dipinto. Nel quadro c’era solo lui, e sul fondo un’unica parete marrone: praticamente aveva sostituito al fondo nero leonardesco, un fondo marrone, più adatto alla psicologia del personaggio e alla calibratura cromatica dell’insieme, così come aveva usato il verde per fare da sfondo al ritratto di Giulio II tre anni prima.
Non potevi allora far altro che tornare a lui: a rimirare le sottile velature che ne costruivano le mani, tagliate – come a Leonardo non sarebbe mai piaciuto, a lui che dava tanta importanza alle mani – appena al di sotto dell’indice: e anche qui sei tu, a dover intervenire, completandole, perché ti appaiano incrociate. Soffermarti sul manicotto nero, che se lo guardi a lungo capisci bene che non è della stessa stoffa del cappello né della camicia. Perderti nei colpi di luce sulla manica sinistra del pellicciotto, ricordandoti del ritratto dell’Ariosto fatto da Tiziano. E poi risalire ancora lungo la linea di sutura tra la spalla e il colore della parete di fondo: non una linea in verità, ma uno sfumato, un incrociarsi dei piani, un penetrare continuamente uno nell’altro cercando di forzare i limiti. Su, su, fino al loro: perderti in quel blu, lasciarti penetrare sempre più a fondo, mentre tu guardi loro, la pupilla nera e attenta, il bianco perlato dell’orbita e quel blu, quel blu con riflessi grigiastri quasi mare in tempesta, dove un bianco ala di gabbiano volteggia alto nell’aria.
Guardarlo, lasciati guardare e parlate: in un dialogo sempre nuovo e diverso, che dura da centinaia di anni.

Caravaggio, Morte della Vergine, 1605-06, olio su tela, 369x2245cm

Fortuna c’era stato Rubens, che l’aveva vista e l’aveva fatta acquistare ai Gonzaga: chissà se no che fine avrebbe fatto quella pala lì, ché non l’avevano più voluta per la cappella di S. Maria della Scala: troppo oltraggiosa! Quello lì era pur bravo a dipingere e a sfumare i colori, ma si andava sempre arrabattando in affari che… avrebbe fatto meglio lasciar perdere! E se n’andava sempre in giro con la spada al fianco, sempre pronto a rissare e ad azzuffarsi: si diceva che avesse anche fatto fuori uno, a Milano, e per questo fosse fuggito a Roma; e una volta qui, che ti fa? Si lascia coinvolgere in un’altra rissa e uno ci lascia le penne, e così neanche più a Roma può stare: Napoli, Malta – e pure in carcere! - , Sicilia, di nuovo Napoli: e quando sembra che tutto sia a posto, tutto sistemato, - zaccate – lo raggiungono dei sicari a Porto Ercole e l’è dell’e fatta – out! , così dicono. Peccato! Ché era proprio bravino.
Beccati questa, per esempio: beh, certo, non è proprio canonica canonica, rispettosa delle regole al massimo, però… Dio, che lavoro! Guardala: ti fa sentire proprio come… ti sembra che sia proprio morta, cioè, che sia morta adesso: ma morta morta, non assunta in cielo o menate varie: morta, come uno di noi. Con la faccia bianca come uno straccio morto, e il braccio a penzoloni come un ramo secco, e il ventre gonfio perché, si sa, - cioè, non so perché ma… si gonfia. Non lo so se poi sia vera, quella storia, che lui qui c’ha preso le fattezze di quella prostituta con cui era stato un paio di volte e che s’era annegata nel Tevere: fatto sta che qui la Madonna è morta morta. Vabbè, c’è pure sulla storia del ventre gonfio chi ti trova fuori che è perché così si allude alla grazia divina di cui lei è gravida, o che è giovane come la Chiesa…… Ma per me è solo morta, ed è giovane perché quando muore un giovane sei ancora più disperato, perché non doveva morire, un giovane con tutta la vita davanti a sé: e anche se non hai mai pianto in vita tua, adesso sì, adesso piangi davvero: ti senti una fitta allo stomaco, come se ti avessero dato un pugno, e digrigni il muso come un cane: ma non te ne vergogni, nemmeno Pietro se ne vergogna, perché quando uno muore, non c’è vergogna, ma solo lutto e sofferenza; magari subito non ci credi, ti guardi attorno, dici che non è possibile, e come gli apostoli in seconda fila, t’aspetti da un momento all’altro che s’alzi e ti dica: <<Era solo un brutto sogno!>>: perché non ci puoi credere proprio, che sia morta davvero. C’è chi lo accetta, chi ne accetta l’inevitabilità, come fa Giovanni: non è che siano quelli che soffrono di meno, anzi: però magari, forse sono quelli che in vita sono stati più vicini al morto, sapevano di una sua possibile malattia che lo consumava giorno per giorno, o, molto più semplicemente, hanno fatto per lui tutto ciò che era loro possibile finché era vivo: l’hanno amato come una madre, accudito come una sorella, ascoltato come un amico: e non hanno nulla da rimproverare alla Morte: non hanno da dirle: <<Dovevi lasciarmi almeno un altro minuto per dirgli quanto gli volevo bene, per fare questo e quest’altro.>>. No, loro l’hanno fatto, e possono accettare che lei sia arrivata.
Per le donne, si sa, questo discorso vale meno: quando uno muore, le donne piangono e basta: se non piangessero, sarebbe come se nemmeno fosse morto: loro hanno bisogno di piangere, e noi abbiamo bisogno di sentirle piangere: perché attraverso il loro pianto, si sfoga anche il nostro dolore, quel dolore che ci attanaglia il cuore e che ci soffocherebbe se non trovasse questa valvola di sfogo. Dobbiamo sentirla una donna piangere: non sentirla con l’udito no, una donna può piangere anche in silenzio, e anzi forse è più completo il suo dolore, in silenzio: sentirla col cuore, con l’animo, entrare in comunione con lei: e allora, il dolore esce e non ci uccide.
Credo che sia questo ad essere piaciuto a Rubens: che con questi personaggi umili e popolani, con questa scenografia povera, puoi farti coinvolgere a pieno, sentirti tu stesso parte del quadro, nel modo più diretto. Credo gli sia piaciuto quest’umile ambiente invaso dall’ombra, l’intonazione cromatica smorzata, vivacemente rialzata solo dal rosso della veste della Vergine e del pesante tendone che inquadra la scena in alto. Credo gli sia piaciuta quella lama di luce che attraversa trasversalmente la stanza, che ti fa immaginare una finestra in alto sul lato destro, e ti abbaglia come un occhio di bue a teatro giusto sul volto della morta. Credo gli sia piaciuto che il quadro è tutto luce e colore, e i contorni delle figure non sono ben definiti ma sfumano nell’ombra, e anche l’ombra è mistero e ha una sua storia da raccontarti, e anche il telo il bacile di rame in primo piano vuole raccontarti la sua storia, e anche il tendone rosso carminio fa pieghe e crea giochi di luce per attirare la tua attenzione e parlarti un po’ anche lui. E tu allora devi fare silenzio e ascoltare: perché è morta una donna, e ciascuna persona, ciascun oggetto, nel proprio dolore, vuole parlarti di lei: perché attraverso il loro silenzio, la sua immagine rifulga per sempre.

JanVermeer, La merlettaia, 1699-70 circa, olio su tela, 24,5 x 21 cm.

Le si sedette proprio di fronte. Aprì la valigetta e prese un foglio e una matita. La guardò e tracciò una sottile linea vicino all’angolo in basso a destra, che saliva parallela al foglio e poi s’incurvava leggermente: anseava, e rientrava, poi s’inclinava un po’ verso il centro e lì… Sorrise: guardò il foglio, la guardò, e cancellò tutto quanto.
La guardò: fece un punto proprio in mezzo al foglio, sollevò leggermente la mina per non lasciare segni e si spostò più verso sinistra. Tracciò un semicerchio, poi lo bordò con tanti cuneetti: due file. Tornò al punto di partenza e fece uno sghiribizzo. Risollevò la mina, si spostò ancora un po’ più a sinistra e la guardò. Sorrise. Guardò il foglio e cancellò tutto quanto.
Raccolse la valigetta da terra, l’aprì, vi rispose la matita e il foglio. La appoggiò alla sedia perché non cadesse e si alzò in piedi. Le si avvicinò e la guardò.
E vide come lavorava, attenta: lo sguardo concentrato su quei piombini di legno con il filo, che andavano e venivano intorno agli aghi. Aveva le dita straordinariamente agili: sembrava quasi che ciascuna possedesse un proprio cervello e sapesse esattamente cosa doveva fare, e quando. Perché dovevano andare tutte in sintonia, tutte e dieci perfettamente d’accordo: nemmeno un pianista possedeva la stessa armonia che lei impiegava in quel suo lavoro di ricamo. Nemmeno un chirurgo era così preciso, meticoloso, attento: perché non alzava mai lo sguardo da quel suo cucire. Anche se chissà quante voci le giungevano, da quella finestra che le illuminava così dolcemente il viso: chissà quanti rumori, quanti schiamazzi. Che trottare di cavalli, là fuori! Eppure per lei sembravano esistere solo quei fili, che andavano e venivano dagli aghi. Era come se dentro quella casa, nuda e spoglia, ci fosse un silenzio… un silenzio… di morte, quasi. No, certo, non in senso lato: però c’era come qualcosa di sacro, in quel suo cucire, che da un momento all’altro ti saresti aspettato di sentire un odore d’incenso, nell’aria, come quello che si usa in chiesa nelle benedizioni. Di morte, no, certo: perché era troppo… gialla, quella sua camiciola. Dio che gialla! Ti faceva quasi male a vederlo, un giallo così: così denso, corposo che quasi, quasi l’avresti voluto prendere in mano, per vedere se era davvero granuloso. E l’avresti quasi mangiato, perché magari quella polenta così gialla era davvero come quella che mangiavi quand’eri bambino, e si andava tutti assieme a passare il natale dalla nonna, e lei preparava la polenta e la serviva calda e fumante: e anche se ti scottavi, ti affrettavi lo stesso a prenderla con le mani – anche se mamma ti gettava una delle sue occhiatacce perché non usavi le posate – e giù, tutta in gola: <<Acqua! Acqua!>>. Anche quella polenta, vicino, aveva l’acqua: di un blu come si vede nei documentari sui fondali abissali. Forse, non era poi davvero acqua, quella: però era un blu bello davvero, questo sì. Che chissà dove se l’era andato a pescare, un blu così! Chissà da quanto nessuno usava più quel blu: perché mica tutti possono usarli quei colori: mica tutti ne hanno il coraggio. Perché a prenderli e poi non saperli usare bene, colori così… così puri, che paiono appena creati, eeeeh, a non saperli usare bene, si rischia un castigo divino. E allora come si fa a dire: io li saprei usare bene? Come si fa ad andarseli a prendere, se poi si rischia di finire male? Chissà da quanto tempo nessuno più li usava…
Già il tempo! Riuscirlo a fermare, il tempo! Come faceva lui: cogliere l’attimo – sì, sì, carpe diem! Afferrare l’attimo con entrambe le mani, come se quello fosse l’ultimo istante della tua vita e non te lo devi lasciar sfuggire. Stringerlo forte perché non possa scivolare via, farci un nodo, magari, anche. E poi sentire che così no, così non va: non è così che si ferma, il tempo, non così. Si uccide, così! E allora aprire la mano, piano: vola via farfallina, vola, libera, libera. E osservarlo sbattere le ali e volare su, su, come se quello, davvero, fosse il primo istante della tua vita: con la stessa emozione, lo stesso stupore: Dio che bello! Ed eccolo, il miracolo: quell’attimo, quell’emozione, che s’imprime per sempre nella tua mente e non è più tempo, non è più ora ieri domani: è per sempre: eternità!
Non fermare il tempo, no: questo no non si può! Lo sapeva, l’aveva letto, Sant’Agostino, che a dire “Fermare il tempo” è dire una stupidaggine perché il tempo mica si può fermare. Rendere l’attimo eterno. Ecco cosa faceva lui con quei suoi colori: con quelle sfumature che sembrava che tutto fosse sfocato e invece poi, se aspettavi, se guardavi – ma guardavi davvero – ti accorgevi che in realtà c’era un dettaglio, a fuoco, precisissimo: e tutto il resto attorno dileguava. Però c’era quel dettaglio: c’era sempre. Magari non era il tuo dettaglio, quello che tu ti saresti aspettato di trovare a fuoco, però c’era: era il suo. Perché era lui che era riuscito a rendere eterno l’attimo, eh. Mica tu: quindi il dettaglio a fuoco era giusto che fosse il suo. Tu dovevi ancora varcarla, la soglia del tempo, del tuo tempo, per entrare nella sua eternità: e non era una cosa tanto facile da fare. Dovevi fermarti davanti al suo quadro e aspettare. Respirare: non banalmente, ma come se stessi facendo un esercizio zen. Rilassarti, anche, e lasciarti guidare da lui: non vedi che ti viene incontro, ti chiama verso di se, con quel tavolo – altro che Sirene! Ti chiama, sì, proprio te, vuole che tu ti avvicini, che entri nella sua stanza, ti sposti un po’ più a destra e la guardi: guardi lei che lavora. Dimentichi tutto e la guardi. Lascia da parte lo studio, i problemi con i tuoi, il treno che parte fra poco: guardala! Perché se la guardi – ma guardi davvero – la tua soglia l’attraversi, e…
Chiuse gli occhi, respirò, li riaprì. Sorrise, la guardò: non pensava più a come fare a copiarla, semplicemente, la guardava…respirava… guardava …guardava… e attraversava la sua soglia, per farsi cullare teneramente dall’eternità.

David, Incoronazione di Napoleone e Giuseppina, 1805-07, olio su tela, 610 x 931 cm

Pensate che effetto doveva fare, uno sventolone del genere! No, dico: a casa mia, ad esempio, non ci starebbe nemmeno! Dove lo metto, un affare di sei metri per nove? E la cosa bella, è che non vi è mica raffigurato un episodio del passato, di quelli che, vabbè, di solito di queste misure se ne trova sempre almeno un paio di esemplari in ogni generazione o quasi di pittori. No, no: qua c’è il presente! Sì perché a noi magari, duecento anni dopo e con tutti i libri e i film su Napoleone, sto effetto non ce lo fa, però là, per quelli che l’hanno visto la prima volta: erano passati solo quattro anni, santoddio! E anche se quel Bonaparte di cose ne aveva già fatte e strafatte, in una ventina d’anni, se lo meritava poi, un quadro così?
Perché, siamo sinceri: non è poi tanto per le dimensioni: ma se un quadro deve rappresentare l’incoronazione di Napoleone e Giuseppina, che senso ha mostrare Napoleone che incorona Giuseppina? Alla faccia dell’autocelebrazionismo! Sì, sì, era un po’ come la storia di Carlo Magno, che aveva preso la corona dalle mani del Papa e se l’era messa da solo! Anche qui, uguale: come se il buon vecchio Napoleone volesse dire: ci sono io, e non ce n’è per nessun altro, faccio tutto da solo (un po’ come i nostri politici, non trovate?). E David, pronto!, che sembra che anche il cielo voglia dargli ragione, a Napoleone: e se n’esce una scenografia stile “battesimo-di-Cristo” con la luce che illumina in pieno l’imperatore e manca solo la voce a dire “tu sei il figlio mio prediletto…” .
Certo che c’è, il papa, seduto dietro Napoleone: e nessuno mette in dubbio che l’imperatore sia stato incoronato dal papa. Però nel quadro – nel quadro che doveva consegnare ai posteri un’immagine apologetica e sacrale – se ne sta seduto buono buono là dietro, come un semplice spettatore.
E tu, dov’eri? Perché sui palchetti del coro ci sono i Principi e i Baroni, impellicciati e ingioiellati: gli uomini che assistono all’incoronazione un po’ assopiti, e le dame che non smettono di ammirare la corona di diamanti di Giuseppina, e la pelliccia di vaio, e gli orecchini di smeraldi dono del marito, e, che però, non è la sposa più adatta ad un imperatore, perché è troppo indipendente, vuole fare spesso di testa sua, sì, è elegante e possiede fascino, ma non possiede quell’inpiù che segna la regalità, e mia cognata dice che però lui ha un’altra, io ho sentito che stanno combinando qualcosa con gli Asburgo, ma dai, non è vero, aspetta aspetta cara, e poi vedremo chi ha ragione: insomma, un po’ di silenzio!
Beh, di certo non eri tra la folla dei prelati, che adocchiano furtivamente quel nano che si sente un dio, e rimuginano nelle loro teste i modi per incastrarlo con qualche donazione, qualche lascito alla chiesa, chè dopo i robespierrani è povera e non ha di che mantenersi, ci hanno portato via tutto e noi come diamo da mangiare ai poveri…. Certo, guai che venga a far visita alla cattedrale senza essere annunciato, perché se no come si fa a disfarsi in fretta degli ori e dei drappi e a nasconderli giù nello sgabuzzino? Poi che ormai anche gli ultimi usciti dalla scuola dei gesuiti erano quasi tutti trapassati, non era così facile trovare qualcuno in grado di distrarre questi potenti quando arrivavano non preannunciati e che li menasse un po’ in giro raccontandogli di questo e quest’altro finché ci si preparava!
Non eri nemmeno del seguito di Giuseppina, tra quei ricchi borghesi chè forse ancora credevano che Napoleone fosse il giusto prosecutore della Rivoluzione: che vedevano nel suo governo il culmine dell’89, il diffusore degli ideali di libertà ed uguaglianza in ogni sperduto angolo del mondo, colui che avrebbe reso la Francia veramente “grande”.
Ecco, dov’eri! Qui, sulla sinistra di Napoleone: ecco dove ti ha fatto accomodare David: ti ha detto <<Siediti qua e guarda: così che un giorno tu lo possa raccontare ai tuoi figli>>! E da qua puoi goderti tutta la scena: quando sei stanco di badare alla cerimonia, puoi gustarti le pompose architetture di Notre-Dame, l’altare dorato e la statuaria che, beh, forse vuole assimilare il sacrificio di Napoleone, nel momento in cui assume questi obblighi verso la patria, con quello del Cristo?
Da qui puoi gustarti gli svaghi dei chierichetti, che giocicchiano con l’incenso; o gli sguardi arcigni di certi vescovi; gli scatti e le mossette dei governanti che ti stanno di fronte.
Come David, per una volta, ha rinunciato all’essenzialità compositiva delle sue opere precedenti, indulgendo nella descrizione di elementi spettacolari e rituali con ricerca di effetti grandiosi e di sonorità cromatica, anche a te è concesso, ora, di gustare tutta questa profusione, di soffermarti sulle fisionomie dei partecipanti per vedere chi conosci, di perderti a contare le decorazioni della tappezzeria araldica, di sorridere osservando i volti sognanti delle damigelle.
Certo poi te ne ritorni al tuo posto senza aver provato quel gusto nell’accarezzare le stoffe e nell’odorare i tessuti che proveresti con un Rembrandt; non hai assaporato la sottile sinfonia che percorre l’aria del Correggio; e non ti sei incuriosito nell’indagare i recessi oscuri e gli angoli più misteriosi e nascosti di un Dosso. Alla fine, forse, torni annoiato: nemmeno i chierichetti ti hanno davvero divertito come nel Veronese. Ma questa non era un’opera destinata all’arte, ma alla storia: e ora tocca a te raccontarla.

Théodore Géricault, La zattera della Medusa, 1818-19, tela, cm. 419x716.

Ti prendeva allo stomaco, una cosa del genere. A vederli così, prostrati, sfatti, insicuri…. Anche se magari non lo sapevi che c’era stato davvero, quel naufragio, anche se non sapevi nulla del processo e delle accuse ai generali, ti prendeva allo stomaco, ti attanagliava e non ti lasciava più. Perché feriti, naufraghi o morti, potevi averne visti fin che volevi, rappresentati sui quadri: però a restare colpiti o a morire erano sempre uomini, e gli uomini, si sa, muoiono. Ma qui non erano semplici uomini, a naufragare: avevano qualcosa, nei loro nervi, nei loro sguardi, che li avvicinava agli dei: ed era come se a naufragare, lì, fosse l’ultima speranza di essere qualcosa di più.
Qualcosa di più che semplici bestie, dominate dall’istinto di sopravvivenza: che li faceva lottare ognuno per sé, per la propria vita – che meritava, davvero, di essere vissuta! E anche se erano vicini, se soffrivano vicini, se morivano vicini, non erano compagni: ciascuno, nella sciagura, era drammaticamente solo. Era sola la donna, che si aggrappava disperatamente alla spalla del marito perché non l’abbandonasse a se stessa; era solo il vecchio padre, che aveva ormai consumato tutte le sue lacrime sul corpo del figlio e non aspettava ormai altro che rassegnato la fine; era solo il povero pazzo, che si teneva la testa fra le mani, accucciato sotto la vela.
Non c’era nessun spirito di fratellanza: ciascuno era troppo, troppo vicino alla morte, perché ve ne fosse. Tentavano disperatamente di aggrapparsi alla vita, con la foga con cui si prendevano alla coscia o al braccio di un vicino; con lo sguardo avido di speranza dell’uomo col velo amaranto. Imbruttiti dal loro stesso terrore, come i disperati ammassati vicino al palo.
Perché una ragione, di avere speranza, sembrava davvero non esserci: perché anche se in lontananza era apparsa una nave, era così estrema all’orizzonte da non apparire altro che un infimo puntino bianco oltre l’enormità del mare; giunta solo per farsi beffe di loro, ché il vento montava la loro miseranda vela, che s’inarcava pomposa nella direzione opposta alla nave come per una parata, affrontando quell’onda sua alleata nel destino di morte e gareggiando con lei in altezza. E anche sventolare miseri brandelli d’abito non aveva più alcun senso. Forse, forse buttarsi, ecco, e nuotare, nuotare fino alla nave, sì….. sì, sarebbe stata l’estrema pazzia. Perché il mare aveva un ritmo così incalzante e forsennato, che sembrava stesse suonando un Beethoven.
Ti prendeva allo stomaco, un simile quadro. Forse era il modo in cui era stato costruito, secondo una direttrice diagonale che faceva sembrare che quei corpi fossero animati da una sola tensione – corda tesa allo spasimo – che li sospingeva verso la nave; forse era per quello sbattimento franto di luci ed ombre, come se la scena fosse rischiarata dai lampi del temporale – come un occhio che largo esterrefatto s’aprì si chiuse nella notte nera; forse per quegli scorci inimmaginabili, manieristi, nel volto della donna giusto in mezzo al dipinto o nei nudi arrovesciati in primo piano, accentuatamente spettacolari come la sofisticheria della vela sfratta aggrovigliata attorno al palo, con un nodo che a mala pena tollereresti in un salotto.
Certo, c’entravano pure quei toni bassi, quasi monocromo: con il rosso del mantello del vecchio padre che non si distingue quasi dal bruno della zattera, e il bianco delle bandiere che sventolano i naufraghi: si tingono pacatamente di biondo per assimilarsi ai colori dell’orizzonte.
C’entra la spuma gonfia e corposa che s’insinua tra le assi della zattera, scompare sotto le tavole, percorre un tratto segreto e riemerge dalla prima fessura carica e… fresca… fresca del sangue appena colato dal corpo di un naufrago.
Ma la verità, è che a farti star male era che ormai non l’avresti più potuta dubitare: l’insignificanza della vita umana. Perché lì a naufragare era la tua stessa civiltà: storicamente, naufragava la Francia patria della Ragione e dell’Illuminismo, con i suoi governati incompetenti ma fedeli ai Borboni; ma naufragava anche la Grecia classica, in quel Meleagro sostenuto tragicamente dal padre o nel Paride riverso in primo piano; naufragava l’Italia rinascimentale fiduciosa nel controllo assicurato dalla prospettiva, che qui serviva soltanto come suprema esaltazione dell’invincibile caos e della furia naturali.
Anche se magari lo sapevi, che quei naufraghi alla fine erano stati salvati, quella stretta allo stomaco non ti lasciava più: perché la tua fede nella Civiltà, nessuna nave l’avrebbe recuperata mai.


Eugène Delacroix, Le donne di Algeri, 1834, olio su tela, 180x229 cm

Ne sentivi quasi il profumo, nell’aria: che si diffondeva con la stessa dolcezza delle loro parole, sussurrate nell’indolenza del sole pomeridiano. Protette nelle loro stanze più interne, le quattro donne erano finalmente libere di essere, di essere donne: non madri, mogli, figlie o sorelle, ma, semplicemente, donne.
<<No, non ancora.>> si scusava la donna con la rosa tra i capelli: <<Ma non è così semplice…>>.
<<Dovrai pur parlargliene prima o poi.>> l’incitava la sua confidente, con un severo cipiglio: <<Non puoi lasciare che decidano sempre loro.>>.
Gli piaceva, parlare d’amore, quand’erano sole così: fantasticare su fantomatici principi azzurri, pronti a follie per loro; passioni segrete, fughe d’amore; fidanzamenti nascosti, da rivelare all’improvviso al padre, prima che questi la desse in sposa ad un mercante arricchito….. Erano solo sogni: ma almeno, lì, tra quelle pareti e a quell’ora, non erano proibiti.
Erano belle, le donne d’Algeri. Avevano dei bellissimi capelli, neri come l’ebano, che quando sorridevano e muovevano la testa, facevano una grande onda e profumavano l’aria di un dolce odore di lavanda. Avevano una bellissima pelle, lattea come le stelle, e una bocca piccola ma rosea come un bocciolo di rosa. Avevano dei bellissimi occhi, vellutati da lunghe ciglia nere. Bellissimi, e misteriosi, e tristi: tristi, se pensavano alla loro vita, al marito che non amavano e ai figli che non potevano amare. Non bastavano, quei vestiti, a renderle felici: quelle collane di perle che facevano un gioco così sofisticato sul bianco della loro carnagione; gli anelli dorati e sfavillanti di pietre preziose alle dita; gli abiti di seta, come le loro carezze, che si svolgevano flessuosamente sui loro corpi robusti. Perfino la luce, in quella stanza, sembrava fatta apposta per loro: dolce e sinuosa come miele, le accarezzava e le cullava, creando dei soffusi passaggi d’ombra, mai però troppo insistiti.
<<Potrei aspettare il ritorno di mio fratello dall’Egitto: se ha fatto un buon affare al Cairo, forse….>>.
<<Tuo fratello? Tuo fratello non sa vendere un tappeto!>>.
Non erano particolarmente pregiati, i tappeti su cui sedevano: erano colorati, certo, ma non valevano molto. Anche il resto del mobilio era ridotto: uno specchio, un cassone nascosto dalla grande tenda rossa verde e gialla sul fondo… Essendo una stanza per le donne, non lo doveva essere, sfarzosa: però era “intima”. Dava una straordinaria sensazione di pace, di calma, come un grembo materno.
Uscendo, la serva gettava uno sguardo alla sua padrona: anche lei compiangeva la sua sorte. Eppure era una donna così bella e raffinata: e poi era anche buona, molto buona con lei. Non l’aveva mai trattata male, l’aiutava nei lavori più pesanti, e soprattutto le permetteva di partecipare alle loro riunioni: provava molta gratitudine, ad essere ammessa ad ascoltare le loro confidenze. La sua padrona precedente, quella vecchia bisbetica!, la chiamava solo quando aveva bisogno di qualcosa o per farsi fare dei massaggi, ma poi la ricacciava subito in cucina.
Povera signora! Era tanto buona con lei!
Vestiva degli abiti modesti, ma aveva buon gusto per i colori, e le piaceva combinare delle tinte forti e vivaci tra loro, così che anche tutta la casa, al suo passaggio, si riempiva d’allegria: come risaltava ora quel blu del suo gilet sul bianco della camicia! La gonna verde e arancio poi faceva tante di quelle pieghe, che per la luce era uno spasso giocarvisi a nascondino. Amava i gingilli, questo sì: non si separava mai dal suo braccialetto d’argento ricamato e dall’anello che era appartenuto a sua madre. Aveva un bel viso, soprattutto se vista di profilo.
La donna in primo piano sembrava assorta nei suoi pensieri, quasi non si curasse dei discorsi delle altre due: in realtà le ascoltava, e riconosceva quegli stessi tumulti del cuore. Anche lei li aveva provati, una volta: anche lei si era illusa, aveva sperato di poter cambiare la propria sorte. Ma non era stato un sogno, il suo: aveva davvero provato a ribellarsi alla sua sorte. Era fuggita di nascosto con uno straniero, un francese, che aveva giurato di amarla e di volerla sposare: ma poi, dopo aver avuto ciò che voleva, l’aveva abbandonata, a tre giorni di viaggio dalla sua città. Sola. Era dovuta tornare a casa: subire i rimproveri, le percosse del padre e dei fratelli, il disonore pubblico. Ma nonostante tutto poteva dirsi fortunata, perché la sua famiglia non era di fede musulmana, ma ebrea: altrimenti sarebbe stata lapidata. Poi si era fatto avanti quel vecchio, quel rabbino di Algeri: e visto che lei era la più bella ragazza del paese, si era accordato con i suoi genitori di sposarla in cambio di una ricca, ricchissima dote, e l’aveva portata ad Algeri, dove nessuno sapeva quel che lei aveva fatto. Poteva dirsi fortunata….. Ma nonostante continuasse a ripeterselo, non riusciva a convincervisi davvero: per tutta la vita, se avesse potuto, avrebbe scelto, al posto del suo ricco rabbino, lo squattrinato francese. Per questo ora non amava più, sognare.
Era quasi finito il loro tempo: fra poco avrebbero dovuto lasciare quella stanza dalle mattonelle rosa e azzurro, con le ante dell’armadio rosse che facevano uno strano risalto; avrebbero dovuto lasciare quei cuscini vecchi e consunti, intrisi delle lacrime di generazioni di donne; avrebbero dovuto lasciare quell’intima comunione delle loro anime. E alla raffinatezza cromatica di quei tessuti, degli orecchini e delle collane, appena “toccati” ma così potentemente rilevati dalla luce calda e avvolgente, sarebbe succeduto il triste rigore delle loro vite coniugali.

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