Il costo della cultura
Marcello Tucci
Sul perché in Italia il consumo culturale non è alla portata di tutti, ed i suoi costi sono alti, se non proibitivi. Tutto ciò tenendo conto che i maggiori fruitori di consumo culturale sono i giovani, insomma la fascia più a rischio e più disagiata economicamente. A questa domanda chiediamo una risposta concreta e non più vaghe promesse dimpegni formali, ma sostanziali interventi atti ad invertire drasticamente la condotta fin qui, irresponsabilmente, avuta.
Innanzi tutto vorrei specificare cosa sintende per consumo culturale, senza farci impressionare da questa parola. Mentre leggiamo un libro per svago, per studio, così come ascoltiamo musica o vediamo opere artistiche, film, lavori teatrali ed altre cose simili stiamo appunto facendo consumo culturale, forse senza neanche rendercene conto e senza nessuna pretesa erudita.
Dunque, dopo esserci così spogliati da un sospetto di civetteria accademica, possiamo finalmente cercare di capire perché tutto ciò sia oneroso e non supportato da politiche culturali atti a contenerne le spese, miranti ad un largo consumo di massa.
Quante volte abbiamo sentito la nenia fastidiosa sul perché nel nostro paese sia così basso il numero dei lettori in confronto ad altri paesi europei?
Quante volte la stessa nenia sulla bassa affluenza nei cinema, nei teatri, nelle mostre darte e via dicendo?
Oppure la stessa lamentela la sentiamo per lacquisto di musica, di giornali, riviste e via discorrendo? Pensate che ciò sia da imputare solo alla mancanza di stimoli che dovrebbe giungerci dalla scuola o dai mezzi dinformazione, oppure da un disinteresse generalizzato per questi beni che sembrano non riguardarci.
Queste lamentele che ho sopra citato ci vengono dai discografici, dalle case editrici, dalle catene di distribuzione cinematografica che passano il loro tempo a stilare esasperanti statistiche miranti a colpevolizzare chi non vuole avvalersi di questi consumi. Ma mai e poi mai sentiamo da questi addetti ai lavori un esame di coscienza sui costi cui vogliono costringerci che, ripeto, sempre meno sono alla portata di tutti. Per fare un esempio prendiamo il costo medio di un cd musicale che si aggira oltre le 35.000 lire, ben oltre il costo medio dei paesi europei. Dobbiamo riconoscere che se non fosse stato per la cosiddetta pirateria musicale ancor meno sarebbe stato il numero di giovani che poteva godersi lascolto di cantanti o gruppi preferiti.
Certamente è più o meno discutibile luso della pirateria che viola i diritti dautore, ma di certo il più delle volte è stata per chi ne ha fatto uso di una vera e propria legittima difesa.
Dunque a chiara voce dobbiamo pretendere labbattimento dei costi, che ricadono sui consumatori indifesi. Per questo motivo appelliamoci ai nostri cantanti e gruppi preferiti di far pesare la propria opinione in tal caso, esigendo un prezzo popolare che tuteli il produttore, lartista e non ultimo lascoltatore. Alcuni gruppi riescono ad imporre un prezzo ragionevole, parlo dei 99 Posse ed altri simili, seguendo lesempio che in Inghilterra avviene da tempo. Non dobbiamo stancarci di far sentire la nostra voce, come in questo caso, aumentando così il tam tam che da un po di tempo si sta levando in questa direzione. Non parlo solo per la musica, ma anche per i libri, il cinema e quantaltro. La battaglia è allinizio e non si presenta facile, tuttavia gli strumenti non ci mancano: riviste come Oblò, internet ed altri mezzi dinformazione possono esserci daiuto. Tutto può contribuire ad aumentare il nostro peso contrattuale verso chi è addetto alle politiche culturali che una volta per tutte si decida a lavorare in questo senso, non con scelte risibili ed inefficaci come un autofinanziamento derivante dal gioco del lotto. Trasformiamo questi luoghi dincontri in piazze virtuali dove confrontarci e scambiarci consigli per appropriarci di questi beni che ci appartengono, appartengono a tutti!
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