Cina: il neoliberismo si diffonde
Il colonialismo di fine ottocento, definito imperialismo perché si
caratterizzava per la sottomissione militare, politica e commerciale dei paesi
non industrializzati, si espanse intorno ad alcuni punti. La crescente crisi
di sovrapproduzione per le merci prodotte dai paesi occidentali che non trovavano
sbocco all'interno dei mercati degli stessi paesi industrializzati comportò
un'espansione territoriale di tipo economico-militare ai danni dei paesi africani
e solo in parte di quelli asiatici. In pratica i paesi occidentali vollero
aprire alle loro merci i mercati dei paesi colonizzati e dar luogo ad uno
scambio ineguale che vide da un lato i paesi ricchi collocare sui mercati
delle colonie prodotti ad alto contenuto tecnologico e dall'altro ricevere
in cambio materie prime a basso costo dai paesi colonizzati. Accanto a questo
scambio ineguale le nuove forme di colonialismo (imperialismo) crearono imperi
coloniali nei quali il dominio era di tipo militare ed economico. Quali furono
le scelte fatte in campo economico dai paesi occidentali?. L'abbandono del
libero scambio, ossia di quel meccanismo in base al quale le forze economiche
lasciate a se stesse avrebbero garantito il pieno esplicarsi dell'economia,
lasciò il passo al protezionismo economico in modo che nei paesi industrializzati,
dazi e tariffe doganali, avrebbero protetto i mercati interni dalla concorrenza
internazionale. Nacquero in questo periodo i monopoli e le holdings. Il sistema
industriale andava in questo modo a cambiare i suoi connotati. I monopoli
favorirono la crescita di grosse concentrazioni industriali e di capitali
ed anche il controllo dei prezzi delle merci sul mercato. Le holdings, in
quel periodo si diffusero e si caratterizzarono per il loro essere delle grandi
società finanziarie che controllavano il pacchetto azionario di maggioranza
di varie imprese. Sul piano strettamente culturale e simbolico, la penetrazione
e l'assoggettamento dei paesi colonizzati avvenne attraverso la mediazione
di veicoli ideologici quali la superiorità della razza bianca sulle
popolazioni selvagge; il mito del progresso e dell'azione civilizzatrice che
le popolazioni dei paesi sviluppati avrebbero portato in questi territori.
Ovviamente questi popoli barbari dovevano essere evangelizzati e sottomessi
al messaggio di Cristo. Un ruolo importante lo ebbero anche gli esploratori
e gli antropologi. I primi fecero le mappe dei territori che servirono agli
eserciti occidentali per l'occupazione militare dei territori colonizzati,
i secondi invece, con la conoscenza delle abitudini delle popolazioni locali
permisero i primi contatti con le stesse. La colonizzazione e la spartizione
del continente africano avvenne rapidamente e non trovò serie resistenze.
In Asia la situazione si presentò in maniera diversa. Infatti la Cina
si oppose ad ogni forma di colonizzazione. L'introduzione dell'oppio da parte
di commercianti europei aprì nuovi sbocchi commerciali in Cina. Il
governo cinese si oppone alla penetrazione degli oppiacei in Cina. Da qui
la guerra. Essa, la guerra dell'oppio, e la successiva sconfitta militare
cinese segnò l'inizio della penetrazione delle merci occidentali in
Cina e la lenta ma continua liberalizzazione degli scambi in questo paese.
Questo immenso territorio non fu mai occupato. Vide solo il controllo militare
di alcuni porti e quindi l'apertura alle merci occidentali. In seguito con
l'avvento della rivoluzione comunista cinese questo vasto territorio ritrovò
la sua autonomia rifiutando il libero mercato. Negli ultimi decenni, a partire
dagli anni '70 si è ripresentata la stessa questione. Le lente aperture
verso l'economia liberista sono diventate sempre più massicce. L'azione
politico-economica degli occidentali (soprattutto Stati Uniti ed Europei)
si fa sempre più aggressiva. A riprova di ciò basti riflettere
all'ingresso (11/11/2001) della Cina nell'Organizzazione del commercio internazionale
(Wto). Certo che la Cina con il suo immenso territorio e con la sua risorsa
principale: ben oltre un miliardo di persone, fa gola a tanti. Un immenso
mercato nel quale imporre le nuove tecnologie informatiche e telematiche.
Un immenso mercato nel quale introdurre merci che simboleggiano evoluzione
e progresso, ma che in realtà accompagnano fenomeni di sgretolamento
e di desertificazione sociale. I tratti ancora arcaici e la persistenza di
"sopravvivenze" quasi feudali vanno inseriti in un contesto nel
quale forme estese di solidarietà e di coesione sociale sono ben marcati.
L'introduzione selvaggia di forme spinte di capitalismo sgretolerebbe il tessuto
sociale su cui si basa la Cina. Culture antiche e aspetti della tradizione
scomparirebbero, tranne poi come succede in Occidente rinverdire una tradizione
ormai scomparsa ma il cui ripristino serve a rendere meno doloroso il trapasso
verso tappe del capitalismo sempre più accentuate. Gli ammortizzatori
sociali presenti in Europa ( almeno in parte ed almeno fino a questo frangente
storico) attutiscono l'impatto dell'esplodere di proteste sociali anche se
in questo periodo si tende a dire che le vecchie forme di legittimazione sociale
non passano più attraverso una serie di ammortizzatori perché
essi non servono più. Ora l'estendersi di forme selvagge di capitalismo
in Cina produrrebbe varie conseguenze: l'accelerarsi di fenomeni di inurbamento,
la crescita di disoccupazione sociale e l'impoverimento ancora più
intenso di centinaia di milioni di cinesi costretti ad emigrare ai margini
delle nostre metropoli, sta già succedendo, sicuramente facendo i lavori
più precari ed umilianti. La società cinese in tal modo sarebbe
pervasa da una maggiore razionalizzazione ed efficienza economica. Telefonini
e computer, merci di lusso e merci in genere contro lo sgretolamento di un
sistema sociale, di una serie di riferimenti culturali e di forme di collettivizzazione.
In questo scenario ed a partire dal futuro immediato si porranno una serie
di riflessioni rispetto alle quali non ci si potrà più sottrarre.
Alcuni quesiti su cui impostare una riflessione li poniamo adesso. Democrazia
ed ampie aperture sul lato delle libertà civili sapranno cementare
quegli aspetti di socialismo in parte presenti in Cina?. La vecchia Cina,
con la sua millenaria cultura, troverà la forza per resistere a questo
travolgente impatto commerciale senza stravolgere tutti i suoi riferimenti
di carattere storico-culturale?. Riuscirà anche a mettere insieme il
rigore di una forte dimensione umana nell'economia ed al contempo avviare
processi tecnologici avanzati?. L'economico resterà incastrato nel
sociale con tutte le implicazioni che ciò comporta, per esempio sul
piano del lavoro, oppure l'assurgere della dimensione economica capitalistica
travolgerà in un vortice senza fine tutti i rapporti sociali?.
Gli interrogativi posti per il momento hanno dato una risposta assolutamente
negativa. A riprova di ciò basti considerare che a partire dal 1984
il governo cinese ha stabilito accordi commerciali con i rappresentanti industriali
dei paesi occidentali. Essi hanno potuto così investire ed aprire imprese
in quattordici province cinesi, le cosiddette zone economiche speciali. Queste
industrie sono soprattutto di provenienza americana, tedesca, inglese ed italiana.
In Cina nel 1994 in una fabbrica tessile di Zhulai a causa di un incendio
morirono 93 operaie e 1690 rimasero ferite. Nel 1991 72 persone persero la
vita in una fabbrica tessile di Donggon. Nel 1993 nella provincia di Fuzhou
morirono 61 operai in un'altra fabbrica tessile. Queste tragedie continuano
ancora oggi e lo sterminio di tanti operai si perpetua a causa della mancanza
di rispetto di qualsiasi garanzia dei regolamenti internazionali sul luoghi
del lavoro. I disastri appena menzionati, non a caso, sono avvenuti nell'ambito
di insediamenti industriali stranieri posti in queste quattordici province:
le cosiddette zone economiche speciali.
Antonio Visone
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