Sul Rapporto annuale del Censis
di Marcello Tucci


Come ogni anno puntuale arriva il rapporto annuale del Censis, una
fotografia esatta e a volte tagliente sulla società italiana.
Rispetto agli anni scorsi ci sono molte novità che hanno mutato il
comportamento degli italiani: l'11 settembre e la guerra che ne è
conseguita, l'arrivo dell'euro e le elezioni politiche vinte da
Silvio Berlusconi.
Gli italiani sulla guerra in corso si sentono meno coinvolti e più
distaccati, forse convinti di assistere ad una guerra virtuale raccontata
più dai media che vissuta direttamente. A causa della guerra ci sentiamo più
preoccupati dalla minaccia dell'immigrazione, usata forse da alcuni ad
arte come spauracchio per un nuovo ordine sociale. Aumenta la paura della
criminalità che ne deriverebbe, nonostante che i reati in questione siano
sufficientemente diminuiti. Una sorta di fatalismo sembra essersi
impossessato dei nostri connazionali, sempre a causa della guerra e
dell';immagine dell'immane disastro al simbolo del capitalismo
mondiale: le torri gemelle. Per questo si diventa più spendaccioni e meno
risparmiatori?
Di certo ne trae beneficio l'economia e già, a parte il Censis, i dati
borsistici ci avevano in quella direzione avvisato. C'è dunque un
ritorno all'individualismo ed alla piccola collettività, come sta a
dimostrare la "tenuta" dell'istituzione della "famiglia" e la piccola
provincia. Si nota inoltre un
indicazione politica tesa all'orientamento verso la figura di un
"capo" che sappia guidarci verso più una sicurezza individuale
più che al benessere collettivo. Non a caso la scelta del leader della Casa
delle libertà incarna la figura dell'italiano medio, teso a svicolare
davanti alle responsabilità o problemi, che possa nel tutelare i
"propri affari"; gli affari in piccolo dell'italiano standard.
Dunque quello che emerge è una popolazione dedita al dismpegno ed alla
delega, nonostante provvista di mezzi di informazione come media, libri,
internet di questi ne faccia ancora poco uso.
Oltre alla paura della criminalità c'è una preoccupazione ad essere
truffati. Ciò potrebbe avvenire con l'arrivo dell'euro, che
seppur ritenuto capace di semplificare sul costo dei beni e servizi nei
paesi europei, aumenti le paure di essere truffati per l'ignoranza
dovuta all'uso che se ne dovrà fare, forse memori di truffe e ruberie
del passato.
Oltre alla delinquenza il maggiore problema resta il lavoro, sempre più
messo a rischio, come sembra con il tentativo di abolizione
dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori che tutela in termine di
licenziamento il lavoratore italiano.
Sempre più difficile pare l'ingresso al mondo del lavoro, nonostante
le molte agenzie private che si sono sostituite al collocamento tradizionale
non sembrano garantire una giusta opportunità e dignità al lavoratore.
Dai dati statistici del centro studi in questione, diretto da Giuseppe De
Rita, emerge un paese con scarsa attenzione alla politica ed alle ideologie,
mentre cresce un'attenzione al personalismo politico ed al bisogno di
identificazione con un capo.
Da qui sempre più sale una richiesta di elezione diretta sia del premier che
del capo dello Stato. Molto vi è da riflettere e forse conseguentemente
correggere gli errori tattici del recente passato da parte del centro
sinistra, incapace di raccogliere consenso dietro programmi politici,
essendosi perso dietro a personalismi verticistici e spartitori.
Sappiamo tutti che la statistica non è una scienza esatta, per questo motivo
va letta anche in contro luce, tuttavia questi dati freddi e poco
rassicuranti, che ci disegnano un Italia egoista ed individualista, ci
devono indurre alla riflessione.
Una riflessione che vada anche nella direzione delle note positive che
emergono, come l'aumento del volontariato, il crescente fiorire di
associazioni no-profit, un maggiore interesse all'alimentazione e
all'ecosistema in generale.
Da questi dati una sfida a ripensare la nostra società, che partendo da un
idea di solidarismo possa disegnare i tratti di una collettività futura meno
chiusa e più partecipativa, abbandonando l'idea di una corsa al
leaderismo a vantaggio di una riflessione su ciò che si intende, nel
profondo, per benessere non di pochi ma di una società nella sua globalità.


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