L'Alchimie du Verbe tra A. Rimbaud e Fanny & Alexander
di Luigi de Angelis
a cura di Kinkaleri
Mi è capitato, dopo la lunga lavorazione di Requiem, che ha debuttato
a Ravenna Festival ai primi di Luglio, di rileggere un libricino assai prezioso,
pubblicato da Quodlibet e scritto da Furio Jesi nel 1972, che si intitola
"Lettura del Bateau Ivre di Rimbaud". E' un testo che annuso, manduco
e rileggo spesso da alcuni anni, dal 1997, quando me ne parlò in termini
entusiastici Marco Belpoliti, saggista, editorialista e scrittore, sempre
attento a rimpinzare la mia biblioteca con suggerimenti di acquisto. Inoltre,
nel suo ultimo libro, Settanta, edito da Einaudi, scandaglio dei nodi e intrecci
letterari degli autori chiave di quegli anni (Pasolini-Parise-Calvino-Sciascia-Manganelli-Arbasino,
ecc.), libro che consiglio a tutti i lettori di Lo Straniero e anzi mi auspico
che Goffredo voglia recensirlo o farlo recensire al più presto, Furio
Jesi e il suo libretto sono nuovamente citati nel capitolo "Il sacrificio
e la rivolta". Da qui il mio rinnovato desiderio di riprendere in mano
questo libretto, così arduo e difficile per l'ampiezza e profondità
di sguardi e linguaggi, che da sempre mi porta a raffronti e riflessioni parallele
sul mio fare teatro. Inoltre in Requiem Chiara ha utilizzato il testo di Rimbaud
"Bateu Ivre" con una funzione nodale interna alla partitura che
teneva conto della "lettura" di Furio Jesi. Insomma, bisognava approfondire:
ho così riletto il testo ponendomi continui interrogativi sul percorso
di Fanny & Alexander, su Requiem, sulle parole ascoltate di molti spettatori
e amici, sulle recensioni dello spettacolo.
Il testo di Jesi ha un'articolazione molto complessa, nonostante le poche
pagine, per cui ho pensato di seguirne passo a passo la struttura, divisa
in tredici paragrafetti.
I
F.Jesi introduce il tema del luogo comune all'interno di un'opera d'arte:
"Vi sono opere d'arte che hanno il privilegio d'essere materiate di luoghi
comuni e di divenire esse stesse un luogo comune alla superficie della creazione
dell'artista". Il luogo comune viene visto nella complessa oscillazione
di valori che ne riguarda il concetto: da una parte l'apertura dell'artista
al giungere - durante l'atto creativo - di luoghi comuni che si impadroniscono
dell'esperienza creativa stessa, dall'altra l'appartenenza del luogo comune
a un territorio "non-nuovo", a una sfera di "non-novità",
che fa dell'opera creata una novità di retroguardia. La novità
che attinge al luogo comune ha il privilegio di entrare, in poesia, nel territorio
immediato dei monumenti, nel cimitero della poesia, essendo oggettivata come
novità per eccellenza.
Il tema è scottante e quanto mai ci riguarda: che cos'è un luogo
comune teatrale? Quante volte ci lasciamo impadronire da luoghi comuni teatrali?
Questi luoghi comuni, assunti consapevolmente o inconsapevolmente favoriscono
l'affacciarsi di uno spettacolo nel campo del cimitero teatrale (cimitero
inteso di monumenti celebrativi, che marchiano un'esistenza poetica oggettivata,
accettata da una collettività)?
Ma andiamo avanti...
II
Esiste una simmetria, dice Jesi, tra il riconoscere lo statuto autonomo di
un'infanzia, vista come luogo di diversità e il regno della poesia
(e noi potremmo dire del teatro) come luogo abitato da diversi. Il professare
una poetica infantile è tipica di molti gruppi teatrali: tramite uno
sguardo infantile non esercito nessun potere, ma dispongo di un serbatoio
inesauribile di forze autonome ed esclusive da contrapporre a un mondo di
adulti.
"Fanny & Alexander", dal film di Bergman, sono per noi da sempre
un totem, un simbolo riposante in se stesso, un'immagine di due bambini che
da tempo si è impadronita di noi, un'ipostasi infantile: da questo
osservatorio regredito, di retroguardia, di balbuzie, ci si affaccia al mondo
degli adulti... Ma chi sono questi adulti nel nostro ambito teatrale?
Jesi scrive che "lo stato dei citoyens è interessato allo sfruttamento
del potere di cui l'infanzia è serbatoio inesauribile": chi esercita
un potere ha bisogno dei diversi e edifica per loro monumenti. Questi monumenti
fanno dell'artista un "classico", una retroguardia "dalla quale
giungono voci profetiche, forze novissimae". Facciamo un esempio: la
Socìetas Raffaello Sanzio può essere ormai collocata nel campo
cimiteriale, tra i monumenti teatrali italiani? Qui si sta parlando di una
punta del teatro di ricerca italiano, di un gruppo che fa dell'infanzia un
manifesto, da tanti dichiarato veggente, e che ormai ha assunto una posizione
"intoccabile" agli occhi degli adulti.
Perché, quando l'opera di un artista entra a far parte della cerchia
privilegiata dei monumenti, chi non fa ancora parte di questa cerchia tende
a considerarla meno vitale, meno nuova, meno "veggente"? Un'opera
viene assunta al rango dei monumenti solo nel caso in cui sia materiata da
luoghi comuni ormai leggibili da una collettività, quando essa stessa
diventa luogo comune per la creazione altrui?
III
Rimbaud dice, al suo amico Ernest Delahaye, che ha scritto Bateau Ivre "perché lo vedano quelli di Parigi". Proviamo a dire: ho fatto Requiem perché lo vedano quelli di Santarcangelo, oppure quelli di Milano, di Roma... Oppure ancora l'ho fatto perché lo vedano i "Romagnoli" (Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Romeo Castellucci, Mariangela Gualtieri, ecc.). Quante volte formuliamo questo pensiero durante una nuova creazione artistica? Da un lato io sono il bambino che "teme i diversi adulti", temo l'esposizione e per questo cerco di espormi secondo i canoni di gradimento degli adulti. Chi sono questi adulti? Prima ho fatto una lista: in quanto bambino cerco di essere simile e di piacere ai diversi adulti per eccellenza, teatranti come me, quindi agli amici "Romagnoli" o altri in simile posizione. Ma in quanto teatrante, anziché bambino, diverso, il mio spettacolo "è una merce da offrire, una cosa che può fruttare; e una cosa che può fruttare ed è destinata a fruttare è necessariamente materiata di luoghi comuni". L'esistenza stessa della mia opera, esistenza-circolazione, è dovuta moltissimo allo sguardo di quelli di Santarcangelo, di Milano, di Roma... Il mercato non è che paga solo merce già nota ma, dice Jesi, bisogna che l'artista abbia un'attitudine, una propensione ad accogliere certi luoghi comuni perché l'opera possa essere cosa in sé, merce apprezzabile. Da quello sguardo dipende la mia stessa esistenza, sopravvivenza: quanto questa preoccupazione influisce sulla mia attitudine ad accettare nella mia opera i luoghi comuni? Ciò che rende l'opera monumento è certamente la sua oggettivazione, il suo farne cosa a sé stante, merce da vendere, anche, nel caso della poesia, a dei posteri. Nel caso del teatro si tratta di monumenti che si sbriciolano quotidianamente, ma che rimangono, anche se per breve tempo, nell'immaginario collettivo. I cippi sono allora i libri, i saggi, le riviste, le pubblicazioni, le cronache, i documenti filmati. Il teatro, così effimero, esprime quindi un vincolo con la morte ancora più forte e saldo di quello della poesia.
IV
"Il bambino non è soltanto più vicino alla morte di quanto
lo sia l'adulto, poiché è più vicino alla nascita e dunqua
al limitare della non-esistenza.".
Il bambino è fragile, la morte, come per il vecchio, può colpirlo
più facilmente. I posteri, gli adulti, essendo lontani dalla morte
possono esercitare il potere, possono avere in mano, gestire un'opera, esserne
produttori. Dunque io mi faccio finanziare dagli adulti il mio percorso di
bambino, di "fanciullino", di "in-fans". Ci sono momenti
in cui sono io stesso il mio adulto e devo equilibrare le due spinte, i due
vettori. Questo è tipico della complessa articolazione di un gruppo,
in cui c'è bisogno di forze dinamiche, in equilibrio, a volte centripete,
contrapposte; oggi sarai tu l'adulto, domani tocca a me. Il tutto sempre tramite
lo sguardo, verso l'esterno, dell'"infante", che, innanzitutto,
gioca, vive la sua creazione con l'ebbrezza e l'abbandono di una festa. "Giochiamo
insieme?" diceva Dorotea a Cipresso, nel teatrino anatomico di Ponti
in core, sotto lo sguardo di spettatori adulti. E' ovvio che ci si aspetta
dallo spettatore uno sguardo bambino, ma la sua funzione è, per chi
si sottopone al suo sguardo, sempre quella di un adulto. L'attore-bambino-diverso,
così vicino alla morte, si sottopone a quella piccola morte vitale
che è l'atto teatrale.
V
"Luogo comune, nel nostro contesto, è una categoria di materia
poetica denunciata dalla funzione di merce che è conferita dal poeta
a una sua determinata opera. Ciò che rientra in questa categoria è
ciò che rende cosa l'esito dell'operazione creativa.".
Prendiamo lo spettacolo Requiem: vi si trovano i luoghi comuni che rendono
cosa lo spettacolo esibito "perché lo vedano quelli di...";
i luoghi comuni propri della poetica di Fanny & Alexander (i cosidetti
topoi), intrecciati a quelli di un "certo teatro di ricerca" degli
ultimi anni. Topoi, nel significato tradizionale dell'espressione, caratteristici
della poetica di Fanny & Alexander, che ritornano in Requiem sono: il
mito della morte, come luogo da attraversare, vitalissima discesa iniziatica
e metamorfosi; l'adolescenza-infanzia, come luogo soglia da cui ci si affaccia
al mondo degli adulti; il mito della coppia visto dall'angolatura dell'abbandono
e del tradimento, dell'ostacolo; l'immagine del monumento-teatro-sarcofago
nuziale da cui ha origine la creazione stessa dell'opera. Topoi da "certo
teatro di ricerca" italiano, sono tutti quelli che ruotano attorno alla
scelta di un mito discenditivo e alla problematica del suo attraversamento:
in Requiem si attinge a un luogo comune per eccellenza, il mito di Amore e
Psiche, che viene assunto come elaborazione di un tradimento, di un lutto,
di un abbandono e come percorso iniziatico interno alla creazione dell'opera.
Siamo partiti con immaginare l'eroina Psiche, una fanciulletta qualsiasi,
come una possibile Alice, che in seguito alla caduta nel sottosuolo, e al
lago di lacrime in cui stava rischiando di annegare, a stento si rialza incuriosita
da un bianconiglio che ne racconta la storia, il mito di Amore e Psiche. Il
bianconiglio però si perde nei fili della storia, in preda a un disorientamento
linguistico, alla balbuzie più totale (forse si tratta di Fanny &
Alexander...) mentre Psiche-Alice usa la storia stessa per salvarsi, anzi
la spegne, spegne "questo Requiem, questa vostra litania...", la
creazione stessa. Ne rimane un marchio indelebile, come sempre dopo un percorso
iniziatico, quando si accoglie su di sé l'esperienza del mito e la
si fa paradigma della propria creazione.
Il nostro bianconiglio è sicuramente, dichiaratamente "parente
evidentemente prossimo dell'analogo personaggio dell'Orestea secondo la Socìetas
Raffaello Sanzio" come scrive un adulto, Gianni Manzella (il manifesto,
19 luglio 2001), che di luoghi comuni teatrali è un esperto, ma è
anche parente dell'asino psicopompo di All'Inferno! di Marco Martinelli: si
potrebbe cominciare da qui una catena di parentele che, tramite Propp, Jesi,
Carroll, Artaud, Apuleio e la bella addormentata nel bosco ci porterebbe direttamente
al mito di Adamo ed Eva; ma è certamente più comodo fermarsi
ai luoghi comuni-topoi più facili da riconoscere e che non richiedono
studio, approfondimento. Sono topoi peculiari di un "certo teatro di
ricerca" anche forme e immagini utilizzate nello spettacolo: in Requiem
se ne potrebbero diagnosticare moltissimi, dall'uso del dialetto a quello
dell'animale in scena, dalle luci in movimento al rapporto musica-azione,
dall'impianto scenografico all'uso della voce, ecc. Ci si apre ai luoghi comuni
del fare teatro tramite l'intreccio tra i topoi peculiari esibiti della propria
poetica e quelli di un "certo teatro di ricerca" anche e soprattutto
quando si nega ogni parentela con questi luoghi comuni, proprio perché
negandoli si dichiara di non esserne immuni e si richiama indirettamente la
loro esistenza.
"Conseguenza dell'esibizione è però l'accesso a ipostasi
della realtà - i luoghi comuni - che arredano lo spazio pedagogico
in cui gli adulti costringono il bambino a vivere". "L'adeguamento
a codesta pedagogia è esibizione e mercificazione, la spinta a subire
codesta pedagogia è necessità di sopravvivere e necessità
di trarre frutto dall'opera. Gli adulti che impongono codesta pedagogia assumono
le sembianze di coloro che elargiscono sopravvivenza e guadagno."
Quando il fanciullo esibisce la sua opera, anche se ancora zoppicante e incompiuta,
perché - in quanto teatrante - deve mercificarla, arrivare all'appuntamento
con la prima, "venderla", rischia moltissimo: rischia che l'adulto
che "elargisce sopravvivenza e guadagno", che generalmente è
in grado di leggere il livello più superficiale dei luoghi comuni interni
all'opera e si ferma lì, non permetta all'opera di circolare come merce
e restare in vita tramite la circolazione. Sono innumerevoli i casi di opere
teatrali che muoiono per via del giudizio, spesso fin troppo frettoloso, degli
adulti di...
La scommessa di tutti è quella di riuscire, da fanciulli, a oggettivare
la propria opera al punto tale da farne un luogo comune alla superficie della
propria creazione. A quel punto "quelli di..." si riferiscono solo
ai luoghi comuni interni alla macchina poetica di quella creazione e la mercificazione
si può dire così per sempre assicurata. E' il momento in cui
l'opera è equivalente a un simbolo riposante in se stesso.
VI
E' ovvio che il fanciullo-poeta-teatrante non ama gli adulti in generale
e soprattutto quelli da cui dipende esclusivamente la mercificazione della
propria opera. Egli si deve scegliere, tra gli adulti, "adulti solo quanto
alla loro potenza, bon poètes", dei sovrani cui dedicare l'opera,
un luogo privilegiato, un "haut-lieu" in cui i luoghi comuni siano
accettati, ma in quanto luoghi comuni inversi a quelli graditi agli adulti
in generale: "di quelli che valevano come moneta corrente nel regno degli
adulti (sebbene non nell'haut-lieu)".
"Nell'haut-lieu si praticava la veggenza, quindi l'inverso del guardare".
Questi sovrani, personalissimi, potrebbero essere i "Romagnoli",
per esempio, citati al paragrafo III.
Si tratta di una vera e propria insurrezione attuata sotto lo sguardo di "modelli",
sovrani designati per riflessione di specchi che io individuo in Requiem.
Insurrezione di chi dichiara l'opera, l'assunzione di un mito come territorio
di rivolta interna, di sacrificio personalissimo, che vede nell'exemplum teatrale
una via (polittttttticissima, direbbe Marco Martinelli) di sprofondamento
in sé, di messa in gioco continua, di dinamica esibita, sì mercificata,
sì rispecchiata, ma comunque sempre vissuta e attuata su di sé,
sul proprio corpo marchiato a vita, mai consolatoria, sempre vitalissima,
che non concede garanzie agli adulti in generale. E' il privilegio della condizione
dell'infanzia e dell'haut-lieu, in cui gli adulti perdono vita per mano di
diversi che scelgono la creazione artistica come un "bateau ivre"
liberatorio da cui farsi trascinare, magari "bateau frèle comme
un papillon de mai" (fragile come una farfalla di maggio)...
VII
Si può dire che questa esibizione-mercificazione da cui deriva l'insurrezione
liberatoria è riscattata e resa necessaria "dall'esistenza di
sovrani veggenti e soccorritori, valorizzatori". "L'apertura ai
luoghi comuni è solo formalmente adesione alla falsa oggettività
degli adulti, di coloro che esercitano il potere: di fatto essa si propone
di essere accumulo di forze per la rivolta".
Ogni rivolta è una sospensione del tempo storico. "La maggior
parte di coloro che partecipano a una rivolta scelgono di impegnare la propria
individualità in un'azione di cui non sanno né possono prevedere
le conseguenze". Il teatro è l'opportunità della rivolta
intestina che uno ha davanti a sé e davanti al mondo degli adulti,
"una battaglia cui si è scelto deliberatamente di partecipare".
VIII
Il paragrafetto di Jesi in cui descrive la qualità inconsueta del tempo sospeso della rivolta è bellissimo: "Si può amare una città, si possono riconoscere le case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell'ora della rivolta la città è sentita veramente come l'haut-lieu e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell'io e al tempo stesso degli altri; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze immediate...". Per il teatrante la rivolta avviene soprattutto durante il momento privilegiato di una nuova produzione-spettacolo, quando il proprio spazio circoscritto diventa quello della scena, del teatro o luogo scelto per la rappresentazione, luogo individuale, ma anche haut-lieu comunitario, in cui viene ipotecato il tempo storico, ma anche quello biologico, del cibo, degli affetti, del sesso, del sonno; quando la città in cui si vive, il mondo esterno si sfuocano, perdono i contorni, diventano secondari e solo lo spazio prescelto è a sua volta lo spazio vitale omnicomprensivo, immaginario e concreto, casa, letto, giaciglio, cucina, campo di battaglia; quando l'haut lieu è visto in una luccicanza che non possedeva prima e lo si percorre come per la prima volta, con passi da gigante, senza fatica, possedendolo, sentendolo veramente, nuovamente proprio; quando, prima dello scontro con gli altri, un istante prima della prima, dell'arrivo del pubblico, esso è avvolto in una "quiete paradossale". Dopo che la battaglia è avvenuta si torna a vivere, indipendentemente dal suo esito, con uno sguardo più solitario, la battaglia individuale di sempre. E' la città, nel nostro caso, che torna a vivere, a farsi nitida: la si riscopre, se ne osservano i cambiamenti, che erano sfuggiti; si riallacciano gli affetti con gli altri; si tirano le somme e si osservano le conseguenze dopo che "ciò che avveniva, con estrema rapidità, sembrava avvenire per sempre." Ed è nel momento della rivolta che, in una collettività come quella di un gruppo, ci si misura realmente con se stessi e rispecchiandosi negli altri, si osserva, una volta per tutte, di quale opacità o nitore si sia capaci durante tale assalto. "Ora o mai più! Si trattava di agire una volta per tutte, e il frutto dell'azione era contenuto nell'azione stessa. Ogni scelta decisiva, ogni azione irrevocabile, significava essere in accordo col tempo; ogni indugio, essere fuori del tempo. Quando tutto finì, alcuni dei veri protagonisti erano usciti dalla scena per sempre.".
IX, X
Il presupposto tattico della rivolta di Fanny & Alexander è, come per Rimbaud, la condizione dell'infanzia, di quel luogo di non responsabilità che è il gioco amoroso infantile, in cui gli adulti siano assenti e sotto lo sguardo di sovrani, anch'essi bambini, nell'orrizzonte di un regno in cui si è sudditi bambini, "in cui la responsabilità sia rimpicciolita alla misura di giochi infantili e la fragilità per eccesso sia un'oggettiva liberazione dalla responsabilità.". Dietro questa natura si nascondono i teatri, il ministero, lo Stato italiano, l'Europa, il super-mercato, il super-regno degli adulti. Questa "profezia di rivolta" si contrappone alla "falsa oggettività pedagogica degli adulti e alla falsa oggettività dello sfruttamento di chi produce merci". Essersi aperti ai luoghi comuni, che hanno materiato l'opera perché fosse merce, è il presupposto dell'artista che accumula forze in vista della rivolta, in cui può continuare a dichiararsi infante, cosa non-responsabile, straordinaria forza "veggente" per sé e per gli altri.
XI, XII, XIII (Conclusioni)
Se i luoghi comuni posseggono oggettività, dice Jesi, e se li consideriamo
come vere e proprie "entità, cose, che giungono nell'esperienza
creativa dell'artista e se ne impadroniscono", è lecito porsi
la domanda: da dove giungono?Jesi tira le file della sua tesi a partire dal
parallelismo luogo comune-mito e da quella che si potrebbe definire la summa
del suo pensiero, evocando la macchina mitologica "che produce mitologie
e induce a credere, pressante, che essa stessa celi il mito entro le proprie
pareti non penetrabili". Abbiamo visto che la tesi era applicabile non
solo a Rimbaud, ma anche all'opera di Fanny & Alexander, e non solo: questo
implica che bisogna forse allargare l'ampiezza dell'orizzonte del discorso.
Se i luoghi comuni, per "toccarci", provenendo da un "altro
mondo", quello della macchina mitologica, devono "giungere",
vuol dire credere all'esistenza autonoma del mito entro la macchina mitologica,
e alle sue epifanie sotto le sembianze di luogo comune o mitologhema. Nel
caso in cui si creda che "la macchina mitologica sia vuota (o piena solo
di sé, che è lo stesso)", vuol dire essere persuasi che
"l'essenza dei luoghi comuni usufruibili nell'Alchimie du verbe"di
Fanny & Alexander "sia unicamente un vuoto cui la macchina mitologica
rimanda". L'equivalenza è tutta tra macchina mitologica e macchina
poetica (Alchimie du Verbe) di Fanny & Alexander: la funzione di questa
macchina "consiste nel rinviare al vuoto di essere"?. L'alternativa
è tutta nel credere o non credere all'essenza autonoma del mito all'interno
della macchina mitologica o del luogo comune all'interno dell'Alchimie du
Verbe: se ci credo posso confidare nelle forze profetiche e liberatorie della
rivolta, essere trasportato da forze che provengono da "un altro mondo",
sospendere il tempo, affermare come in un gioco l'infinita "ripetibilità
delle sospensioni del tempo", appellarmi a "l'inesprimibile",
affermare dall'interno della mia "scatola" poetica la problematicità
della scatola stessa, metterla in crisi, guardarla esplodere, indicare nodi
per me e per altri, oscillare continuamente tra i luoghi comuni della materia
poetica e quelli comportamentali, gestuali, della vita di sempre, variarli,
farli rispecchiare, contraddirli, abbandonarmi all'ebbrezza di questo vortice
irruente. Se non credo all'essenza autonoma del mito o del luogo comune all'interno
della mia Alchimie du Verbe, e penso che quel mondo parallelo non sia esistente
(se lo dichiaro, ne affermo comunque involontariamente l'esistenza...), se
non credo nella potenzialità di trascinamento insita nella materia
poetica, e al fatto che essa possa impadronirsi di me, ma affermo che io ne
possa essere il solo esclusivo artefice, il pianificatore, sarò uomo
che ha davanti a me solo la rivoluzione o conservazione, il suo tempo unico
e tecnicizzato, non ripetibile, la rinuncia a me stesso, il Progetto, una
vita non più abitata da metafore, non più immaginaria, senza
messa in gioco, decisamente solitaria, lontana dai confini irti del corpo,
in un'isola dove io e altri sono la stessa cosa, commensurabili, geometrici.
Jesi dice che in realtà le due alternative non sono altro che due modi
differenti di vivere il tempo che vige all'interno della scatola mitologica,
e che rimandano entrambe al vuoto di essere, alla radice del tempo, all'essenza
del linguaggio, che solo il privilegio della materia poetica può forse
mettere in crisi...
"Nel Bateau ivre il fallimento del'esperienza del regno della libertà
in termini di materia poetica apre per Rimbaud la via di una critica al privilegio
della materia poetica, che condurrà all'abbandono dell'attività
creativa ed all'esperienza abissina: dal luogo comune in sede di poesia al
luogo comune in sede gestuale, di comportamento. Se l'attività poetica
di Rimbaud costituisce un momento di rivolta, la sua attività di commerciante
e di viaggiatore in Africa costituisce un momento di rivoluzione. Si tratta
però di una rivoluzione solitaria e pessimistica, che procede dalla
convinzione dell'impossibilità di spezzare il tempo e soprattutto di
spezzare la radice del tempo: il vuoto di essere che possiamo chiamare mito
o essenza dei luoghi comuni. Spezzare codesta radice significherebbe disporre
di un linguaggio o di un complesso di gesti tali da affrontare la macchina
mitologica su un piano che consistesse di dichiarare al tempo stesso l'esistenza
e la non-esistenza di ciò che la macchina dice di contenere: J'écrivais
des silences...je notais l'inexprimable... Proprio nella qualità pessimistica
e nel carattere individuale, solitario, di questa rivoluzione naufraga la
componente infantile della seconda parte della vita di Rimbaud, dopo l'abbandono
della poesia. L'abbandono dell'Europa è ,sì, un luogo comune
conciliabile con l'infanzia: ma scegliere l'abbandono dell'Europa quando non
si crede più nella sua efficacia liberatoria è rinunciare alla
condizione infantile ed entrare a far parte del regno degli adulti che, soli,
accettano di dedicarsi a rivoluzioni di cui danno già per scontato
il fallimento. Se Bateau ivre era sato scritto perché lo vedessero,
la seconda parte della vita di Rimbaud è stata anch'essa vissuta come
una merce, perché il regno degli adulti vedesse Arthur Rimbaud divenuto
un adulto."
Una mail di risposta
di Oliviero Ponte di Pino
Caro Luigi,
ho letto il testo e mi sembra buono e importante, e in qualche modo tangenziale
(tra l'altro) al tema del "teatro di guerra" (o meglio, dal tuo
punto di vista, la dicotomia tra "teatro di rivolta" e "teatro
di rivoluzione") che da qualche tempo si prova a esplorare in "ateatro".
Affronti infatti una serie di problemi che riguardano in primo luogo l'evoluzione
dell'arte teatrale, e più precisamente il ruolo della critica (e più
in generale dello spettatore): in altri termini, spingi a esplorare le possibilità
"tattiche e strategiche" per condurre una battaglia culturale all'interno
del teatro.
Sono d'accordo su molte delle cose che hai scritto, anche se poi, dal mio
personale punto di vista, gli intrecci tra "fanciullo" e "adulto"
si rivelano spesso un po' più complessi e ricchi di ambiguità
(a volte trappole, a volte feconde). e l'indulgere alla fanciullaggine alla
lunga può portare a un estetismo narcisista e un po' inutile.
E poi - ecco, forse qui non sono del tutto d'accordo con te - sopravvaluti
forse il potere dello "sguardo adulto" rispetto alla "solidarietà
fraterna" (anche il signor Manzella, un tempo, forse è stato fanciullo...
e forse ha avuto, e ha ancora, fratelli e fratellastri, e cugini...) le opere,
certo, quelle si fanno in solitudine. c'è bisogno di uno scarto, di
un distacco. anche le rivolte si possono fare da soli (come rimbaud) ma anche
con qualcun altro, se capita, ed è pure bello.
Le opere nuove costruiscono anche, contemporaneamente, nel loro offrirsi,
un nuovo sguardo. non tutti i padri sono in grado di riaccordare-risintonizzare
il loro occhio critico, ma i fratelli, quelli, hanno visto lo stesso mondo,
e probabilmente stanno imparando a guardarlo pure loro in maniera diversa.
così accade anche - pare - con i paradigmi scientifici: non è
che i padri, gli inquisitori, quelli convinti che il Sole giri attorno alla
Terra, cambino idea e si convertano (salvo rare eccezioni). semplicemente
si estinguono e alla generazione successiva, semplicemente non esistono più,
salvo casi particolarmente bizzari o straordinariamente geniali... ecco, per
chi crede che la critica non sia soltanto una barriera, una censura da superare,
un padre da cui farsi finalmente apprezzare e forse amare: sono convinto (altrimenti
farei un altro mestiere, l'arbitro di calcio oppure il giudice) che la critica
svolga - nel momento in cui l'opera esce dall'isolamento in cui è nata
e cresciuta - un ruolo indispensabile anche agli artisti: oltre "propaganda
e diffusione" nei confronti del pubblico, è anche specchio e verifica,
porta alla costruzione di un linguaggio comune, aiuta a mettere a punto il
rapporto tra il possibile (le intenzioni del creatore, ma anche gli sviluppi
di una poetica) e il reale... altre prospettive che a partire dalla tua riflessione
si potrebbero esplorare, sono quelle del "diventare adulti" (in
soggettiva, e non da fratello minore che guarda i maggiori) da un lato e dall'altro
il rapporto con la storia. c'è una logica, un senso, in questa successione
di fanciulli che vengono accettati dal mondo degli adulti, o è sempre
lo stesso teatrino "paterno-genitoriale" che ci stritola, sempre
uguale a se stesso, generazione dopo generazione, e allora l'unica possibilità
è quella della rivolta a oltranza, vitalistico-giovanilista, contro
tutti i poteri, quelli semplicemente conservatori ma anche quelli rivoluzionari?
oppure è possibile trasmettere in qualche modo un sapere "non
castrante" da una generazione all'altra? e come? soprattutto in un'arte
carsica come quella teatrale, dove i vecchi maestri continuano a riemergere
nelle maniere più impensate (vedi sopra il pezzo di Fernando Mastropasqua
su Craig ibseniano suo malgrado, grazie a Ronconi) insomma, solo per dire
(ripetere) che mi sembra un testo che coglie dei nodi, che fa venire in mente
dei pensieri, che varrebbe la pena, ancora, di discuterne, tutti insieme...
perché - lo ripeto - ritengo che una riflessione su questi temi debba
avere anche qualche immediata conseguenza pratica. dal concetto di fratellanza,
per continuare a usare questa metafora, possono venire anche indicazioni sul
versante della politica culturale. in determinate circostanze l'eroismo solitario
è indispensabile e doveroso. in altri casi rischia di restare velleitario,
una specie di comodo ghetto, un pulpito - alla fine - per giocare a scandalizzare:
una consolidata strategia di marketing, che porta a parlar male di tutto senza
cambiare niente (se non incrementare il proprio personale successo, l'affermazione
di sé).
Ecco, se posso dare un consiglio non richiesto (non tanto a te, che in questi
anni di fratelli ne hai trovati molti, sia tra gli artisti sia tra gli studiosi
di teatro): l'importante è sapere di non essere soli, non parlarsi
addosso, trovare qualcuno con cui scambiare le proprie esperienze (e magari
fare rivolte non solitarie)
Un abbraccio & a presto.
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