Titolo originale: The ring
Regia: Gore Verbinski
Interpreti: Naomi Watts; Martin Herdenson; David Dorfman; Brian Cox; Jane Alexander
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Fotografia: Bojan Bazelli
Musica: James Michael Dooley; Henning Lohner; Hans Zimmer
Produzione: USA, 2002
Durata: 110’


Il film ha origini molto profonde nella cultura del terrore giapppnese: i manga horror per ragazze, il romanzo di Suzuki Koji e soprattutto il film Ringu (1998) di Nakata Hideo, intelligente rappresentazione coreografica di una vecchia leggenda metropolitrana mediatizzata.
Gore verbinsky riesce a realizare un brillante remake, sfruttando a pieno le potenzialitá di una storia forte ed evitando eccessive balizzazioni molto spesso tipiche in quello che puó essere considerato a tutti gli effetti un nuovo genere cinematografico negli Stati Uniti: il remake.
L’oggetto centrale della vicenda è rappresentato da una videocassetta. Chiunque ne entri in possesso e la veda, riceve subito dopo uno squillo (the ring), un avviso, e dopo sette giorni muore.
Intorno a questo motivo abbastanza semplice si costruisce un intreccio fittissimo di situazioni.
Il contenuto della cassetta é assolutamente inquietante, apparentemente illogico, incomprensibile e per questo ancora piú terrificante.
Tutto il film si basa sul tentativo di risalire alle cause scatenanti di tale fenomeno. E alla fine emergono tutte le sofferenze di una vita normale parallizzata dall’ingoranza, putrefatta, fetida, umida. Il sacrificio di una bambina, cattiva per vocazione, per natura, il silenzio folle della madre, l’assenzo della comunitá. É questo che guistifica tutto quello che accade nella vicenda.
Gore verbinsky (The mexican) riesce a girare un remake ben curato, non si perde in stupidi manierismi, essenzializza i dialoghi, riesce a costruire scenari e immagini di forte impatto, si muove con la videocamera svincolandosi dai tempi morti.
Il finale, a differenza dell’orginale giapponese, risulta poco chiaro, opaco, misterioso, ma soprattutto incompleto. Probabilemnte é questo l’unico peccato di una pellicola ben assemblata.
Notevole é l’iterpetazione di Naomi Watts, giá utilizzata da David Lynch in Mullholland drive.
É lunga la tradizione che lega la rappresentazione del terrorre alla televisione o al cinema, basti pensare a Videodreome o a Poltergeist. É l’idea del mezzo di comunicazione di massa come mezzo di trasmissione della paura, la modernizzazione di ció che normalmente spaventa perché poco conosciuto.
Questo film rappresenta in questo senso anche un interessante saggio di applicazione delle nuove tecnologie nei film. La nuova via della paura, fatta di ricostruzioni ad alta tecnologia, cellulari, interenet.
Una sfida continua dell’uomo alle sue capacitá di scoprire il mondo. Il cinema sta cambiando velocemente.



Luciano Mallozzi