Summer of Sam
Titolo in lingua originale: Summer of Sam.
Regia: Spike Lee;
Sceneggiatura: Victor Colicchio, Michael Imperioli, Spike Lee;
Fotografia: Ellen Kuras;
Musica: Terence Blanchard;
Montaggio: non accreditato;
Interpreti: John Leguizamo, Adrien Brody, Mira Sorvino, Jennifer Esposito, Anthony
LaPaglia, Bebe Neuwirth, Patti LuPone, Ben Gazzarra, John Savane;
Produzione: John Kilik e Spike Lee per la 40 Acres and a Mule Filmworks;
Origine: U.S.A.;
Durata: 141';
Anno: 1999
"Ci sono otto milioni di storie nella città nuova, e questa era
una di quelle". È con questa frase pronunciata da un narratore/cronista
televisivo, apparso anche in apertura, che si conclude Summer of Sam di Spike
Lee, il racconto della calda estate del 77' contrassegnata dai delitti di Son
of Sam, al secolo David Berkowitz, serial killer realmente esistito, autore
di numerosi omicidi nel Bronx: mentre polizia e malavita brancolano nel buio,
tra gli abitanti del quartiere la paranoia scatena una caccia alle streghe di
cui sono vittima gli emarginati e i diversi, e in questo clima rovente si svolgono
le storie intrecciate di una coppia in crisi e di un'amicizia tradita.
In S.O.S. assistiamo a più vicende, e il vero motore, il vero protagonista,
è il Bronx, in cui si muovono personaggi emarginati che danno vita ad
un vorticoso gioco di specchi. Il quartiere newyorkese è il vero figlio
dello zio Sam, figlio relegato in cantina, come il serial killer della 44, dimenticato
da tutti e, paradossalmente, portavoce discutibile di tutti gli emarginati americani.
Forse per la prima volta, il regista sposta l'indagine dell'intolleranza dalla
black people alla white people, indagando le diverse sfumature che l'odio nei
confronti del diverso può assumere fra i bianchi. E qui ci viene incontro
l'opposizione tra la gioventù punk e quella della disco dance, tra gli
omosessuali e gl'intransigenti vigilantes, ottusi tutelatori della quiete del
quartiere. Ma l'opposizione si trasforma in alcuni casi in un gioco di specchi,
come quando una sorta di coincidenze che avvicinano il punk Ritchie al serial
killer (entrambi sono "tornati" da poco nel quartiere, e inoltre tutti
e due sono respinti, Ritchie dalla famiglia e dagli amici, Son of Sam dal mondo
intero), spinge i vigilantes a ritenerli la stessa persona.
Summer of Sam appare inevitabilmente giocato su forti contrasti: contrasti interni
alle vicende costruite dal film, come il fallimentare rapporto tra Vinny e Doanna,
l'opposizione tra i metodi della polizia e quelli della malavita, il contrasto
tra "alternativi" punk, omosessuali e la "gente normale",
e contrasti nella narrazione. Riguardo quest'ultimo aspetto, bisogna rilevare
la grande maestria dell'autore nel giocare sul contrappunto audiovisivo, nello
scontro tra la banda visiva e quella sonora. Basti pensare allo spiazzante e
sconvolgente impatto che ha il primo omicidio del film, in cui la violenza dei
colpi di pistola entra in collisione con la musica disco anni Settanta che fa
da sfondo. Questo contrasto ritornerà più volte nei vari omicidi
del serial killer, e il più eclatante è probabilmente il parallelo
tra il nuovo "colpo" del mostro, e la cronaca di una partita di baseball
degli Yankees che fa da sottofondo sonoro: il battitore Reggie Jackson (il quale
finisce nel gioco di specchi perché come il killer, è contrassegnato
dal numero 44) sbaglia il colpo e va a cambiare la mazza, mentre Son of Sam
ritorna sui suoi passi dopo che una vittima gli è sfuggita; Jackson ritorna
a giocare e segna un fuori campo mandando la folla in visibilio, mentre il killer
riesce nella sua impresa uccidendo un'altra coppietta.
Il sonoro si rende quindi protagonista di autentici assoli, come nella sequenza
(questa sì, un autentico videoclip da Mtv), che mostra in montaggio alternato
Ritchie che suona o si spoglia e gli omicidi del killer, che dura l'intero brano
rock (Baba O' Riley degli Who) che accompagna le immagini. Questo carattere
di unicità del suono emergerà nella tana dell'assassino, con il
ronzio di mosca che il dolby porta fuori dal film, e che ci ritrae il killer
come vero e proprio Signore delle Mosche, Belzebù (come scriverà
con i suoi cubi dl lettere) o Behemoth, come si definirà in una delle
tante lettere di sfida alla polizia. La musica si lega anche in maniera armonica
alle immagini, ma quasi unicamente quando queste ultime si scontrano: possiamo
pensare alla sequenza del concerto di Ritchie e Ruby al CBGB, un locale punk,
seguita da quella allo Studio 54, locale disco, due sequenze il cui scontro
è rafforzato per l'appunto dalla presenza di musica punk nella prima
e dance nella seconda.
Dietro questo gioco di opposizioni che coinvolgono suoni e immagini, Spike Lee
riesce a dare forma alla sua opera più matura, confermando di proseguire
sulla strada delle storie metropolitane, dei frammenti che si trasformano in
microcosmi sociali sull'orlo dell'implosione, tutte forme che hanno contrassegnato
il suo percorso cinematografico. Tutto questo però, all'interno di uno
stile che minaccia di trasformarsi in maniera, a causa delle marche ripetitive
e a scelte spesso eccessivamente didascaliche, che si riflettono negli evidenti
giochi di parole che il regista di colore dimostra di amare: basterebbero le
possibilità interpretative del titolo S.O.S., ma il gioco con le parole
è esplicito anche nell'uso, da parte del serial killer, dei cubi con
le lettere con cui compone, citando Il Sospetto di Hitchcock, la scritta Murder.
Massimiliano Gaudiosi