PANIC ROOM
Regia: David Fincher
Sceneggiatura:David Koepp (written
by)
Cast:
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Colore: Color (DeLuxe) |
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Sound Mix: DTS / Dolby Digital / SDDS |
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Per chi ha visto in Fight Club
(1999) la consacrazione definitiva di David Fincher come uno dei registi più
innovativi e originali di Holliwood, Panic Room, sua ultima fatica, potrebbe
essere una piccola delusione. Intendiamoci, Fincher non cade nella faciloneria,
non usa mai in maniera esasperata i clichés del thriller, quelli
della suspense a tutti i costi: il meccanismo è assemblato bene, è preciso
e diretto alle palpitazioni spettatoriali, ma forse molte cose sono già state
viste e il film non sorprende, come invece ci si aspetterebbe dal suo talentoso
autore.
Irreprensibilmente professionale,
senza un cedimento, senza una piega, è l’interpretazione di Jodie Foster, sostituita
all’ultimo momento a Nicole Kidman, che ha dato forfet a causa dei postumi di
un incidente capitatole sul set di Moulin Rouge. E forse, la più umana
Jodie offre un’immagine che consente una maggiore possibilità di identificazione
rispetto all’inavvicinabile perfezione dell’algida Nicole.
Gli eventi si sviluppano attorno
a una stanza-bunker, materializzazione delle fobie dell’ex proprietario di una
casa appena acquistata da Meg Altman (Jodie Foster), che ha da poco divorziato
da un magnate dell’industria farmaceutica, esperienza che l’ha portata a soffrire
di ansia e attacchi di panico. La stanza blindata è stata progettata per proteggere,
in caso di pericolo, gli abitanti dell’enorme appartamento. Ma, guarda caso,
il bunker è anche una cassaforte che custodisce, ben nascosti e all’insaputa
della nuova padrona, titoli per ventidue milioni di dollari. Il tesoro fa gola
a tre male assortiti delinquenti: il nipote stupido ed egoista del defunto proprietario
della casa, l’ideatore della cassaforte e un balordo conducente d’autobus di
Harem.
Il racconto si svolge in una piovosa
notte newyorkese. La prima sera che Meg e la figlia, diabetica, dormono nella
nuova dimora, coincide con quella scelta dai ladri per recuperare i soldi. Scoperti
gli intrusi grazie a un sistema di telecamere che copre l’intera area della
casa, dove si rifugeranno le vittime? Naturalmente là dove vogliono penetrare
i cattivi. E così la tana sicura si trasforma in una trappola claustrofobica.
Da questo momento, in una girandola di idee per uscire o chiedere aiuto dal
bunker e di piani per entrarvi, le due ore di proiezione trascorrono senza noia
ma anche senza novità apprezzabili.
Il controllo è il tema principale del film: il controllo che Meg
ha della sua casa, attraverso le telecamere a circuito chiuso; il controllo
dell’ansia e del diabete della bambina; il controllo, che sfugge ai tre balordi,
del piano di scasso della cassaforte. Gli unici che non perdono mai l’orientamento,
che sanno sempre dove si trovano e cosa accadrà, sono gli spettatori. Questo
è sicuramente il gioco della suspense, che si mette in moto quando gli
spettatori sanno qualcosa in più rispetto a un personaggio in pericolo, ed è
ciò che contribuisce a una più sentita partecipazione alla tensione generale.
Ma forse quest’attenzione eccessiva nell’offrire tutte le coordinate al fruitore,
comporta anche una perdita del piacere di scoprire e sorprendersi, un ingrediente
che certo non avrebbe fatto male a una pellicola così “controllata”.
In fondo, l’autore, con una serie
di evoluzioni “oculari”, annuncia fin dall’inizio che non ci sono serrature,
finestre, scale o altri ostacoli che tengano di fronte alla cinecamera. Anzi,
è proprio grazie a quest’ultima che un’impenetrabile stanza-bunker diventa il
mondo intero; un luogo che però, purtroppo, non ha più zone segrete da poter
esplorare, perché tutto è già stato costruito e deciso ab ovo da un demiurgo
regista che si avvale di un potentissimo mezzo con cui tenta di pianificare
– con troppo zelo – le nostre emozioni: la macchina da presa. Col risultato
che Panic room ci è parso il compito di un “primo della classe”: tutto
appare impeccabile, ma in fondo ciò che abbiamo di fronte è qualcosa di già
scontato che non presenta l’estro e gli accenti geniali del solito Fincher.
Lucia Di Girolamo.