PANIC ROOM

 

Regia: David Fincher 
Sceneggiatura:David Koepp  (written by)
Cast:

Jodie Foster

Kristen Stewart

Forest Whitaker

Dwight Yoakam

Jared Leto

Patrick Bauchau

Ann Magnuson

Ian Buchanan

Andrew Kevin Walker

Paul Schulze

Mel Rodriguez

Richard Conant

 

Colore: Color (DeLuxe)

Sound Mix: DTS / Dolby Digital / SDDS

 

 

 

Per chi ha visto in Fight Club (1999) la consacrazione definitiva di David Fincher come uno dei registi più innovativi e originali di Holliwood, Panic Room, sua ultima fatica, potrebbe essere una piccola delusione. Intendiamoci, Fincher non cade nella faciloneria, non usa mai in maniera esasperata i clichés del thriller, quelli della suspense a tutti i costi: il meccanismo è assemblato bene, è preciso e diretto alle palpitazioni spettatoriali, ma forse molte cose sono già state viste e il film non sorprende, come invece ci si aspetterebbe dal suo talentoso autore.

Irreprensibilmente professionale, senza un cedimento, senza una piega, è l’interpretazione di Jodie Foster, sostituita all’ultimo momento a Nicole Kidman, che ha dato forfet a causa dei postumi di un incidente capitatole sul set di Moulin Rouge. E forse, la più umana Jodie offre un’immagine che consente una maggiore possibilità di identificazione rispetto all’inavvicinabile perfezione dell’algida Nicole.

Gli eventi si sviluppano attorno a una stanza-bunker, materializzazione delle fobie dell’ex proprietario di una casa appena acquistata da Meg Altman (Jodie Foster), che ha da poco divorziato da un magnate dell’industria farmaceutica, esperienza che l’ha portata a soffrire di ansia e attacchi di panico. La stanza blindata è stata progettata per proteggere, in caso di pericolo, gli abitanti dell’enorme appartamento. Ma, guarda caso, il bunker è anche una cassaforte che custodisce, ben nascosti e all’insaputa della nuova padrona, titoli per ventidue milioni di dollari. Il tesoro fa gola a tre male assortiti delinquenti: il nipote stupido ed egoista del defunto proprietario della casa, l’ideatore della cassaforte e un balordo conducente d’autobus di Harem.

Il racconto si svolge in una piovosa notte newyorkese. La prima sera che Meg e la figlia, diabetica, dormono nella nuova dimora, coincide con quella scelta dai ladri per recuperare i soldi. Scoperti gli intrusi grazie a un sistema di telecamere che copre l’intera area della casa, dove si rifugeranno le vittime? Naturalmente là dove vogliono penetrare i cattivi. E così la tana sicura si trasforma in una trappola claustrofobica. Da questo momento, in una girandola di idee per uscire o chiedere aiuto dal bunker e di piani per entrarvi, le due ore di proiezione trascorrono senza noia ma anche senza novità apprezzabili.

 Il controllo è il tema principale del film: il controllo che Meg ha della sua casa, attraverso le telecamere a circuito chiuso; il controllo dell’ansia e del diabete della bambina; il controllo, che sfugge ai tre balordi, del piano di scasso della cassaforte. Gli unici che non perdono mai l’orientamento, che sanno sempre dove si trovano e cosa accadrà, sono gli spettatori. Questo è sicuramente il gioco della suspense, che si mette in moto quando gli spettatori sanno qualcosa in più rispetto a un personaggio in pericolo, ed è ciò che contribuisce a una più sentita partecipazione alla tensione generale. Ma forse quest’attenzione eccessiva nell’offrire tutte le coordinate al fruitore, comporta anche una perdita del piacere di scoprire e sorprendersi, un ingrediente che certo non avrebbe fatto male a una pellicola così “controllata”.

In fondo, l’autore, con una serie di evoluzioni “oculari”, annuncia fin dall’inizio che non ci sono serrature, finestre, scale o altri ostacoli che tengano di fronte alla cinecamera. Anzi, è proprio grazie a quest’ultima che un’impenetrabile stanza-bunker diventa il mondo intero; un luogo che però, purtroppo, non ha più zone segrete da poter esplorare, perché tutto è già stato costruito e deciso ab ovo da un demiurgo regista che si avvale di un potentissimo mezzo con cui tenta di pianificare – con troppo zelo – le nostre emozioni: la macchina da presa. Col risultato che Panic room ci è parso il compito di un “primo della classe”: tutto appare impeccabile, ma in fondo ciò che abbiamo di fronte è qualcosa di già scontato che non presenta l’estro e gli accenti geniali del solito Fincher.  

 

Lucia Di Girolamo.