Il nostro matrimonio è in crisi
REGIA: Antonio Albanese; SOGGETTO: Vincenzo Cerami; SCENEGGIATURA: Antonio Albanese,
Vincenzo Cerami, Michele Serra; FOTOGRAFIA: Massimino Pau; SCENOGRAFIA: Sonia
Lucia Peng; ARREDI: Paola Soldini; COSTUMI: Elisabetta Gabbioneta; MONTAGGIO:
Patrizio Marone; MUSICHE: Nicola Piovani; INTERPRETI: Antonio Albanese (ANTONIO),
Aisha Cerami (ALICE), Dino Abbrescia (PIPPO), Davide Dal Fiume (GENNARO), Irene
Ivaldi (TERESA), Silvana Bosi (MADRE di Antonio), Romano Ghini (PADRE di Antonio),
Hassani Shapi (ELVIS), Shel Shapiro (MAKERBEK), Daniela Piperno (MARIKA), Ruggero
Cara (PADRE SESTO), Aide Aste (GAVAZZI LEI), Paolo Paoloni (GAVAZZI LUI), Mario
Patane' (MATARANO MA.), Giovanni Pontillo (MATARANO MI.), Piermaria Cecchini
(BIGAZZI), Massimo Cavallaio (EDO), Lisa Ronan (PAM), Tita Ruggeri (FLAVIA),
Stefania Spugnini (DONNA B.), Alfredo Caruso Belli (CURTOPASSI), Erminio Abate
(GIARDINIERE), Alessandro Pilla (BAMBINO); PRODUTTORE: Aurelio De Laurentiis;
PRODUZIONE: FILMAURO - Italia, 2002; DISTRIBUZIONE: FILMAURO.
Alice (Aisha Cerami) e Antonio (Antonio Albanese) dopo anni di fidanzamento,
finalmente coronano il sogno della loro vita: sposarsi. Tutto è perfetto:
la cerimonia in chiesa, gli amici, i parenti, il ristorante; ma, giunta la sera,
al momento di andare a dormire insieme, lei gli annuncia di voler restare sola.
Antonio, sulle prime, non sembra in grado di capire fino in fondo quello che
gli sta succedendo; oppone un insignificante "ma pensa" (che sarà
poi il tormentone di tutto il film); prova a essere comprensivo, a pazientare.
Ma dopo una notte insonne per entrambi, il mattino si presenta come una fucilata:
Alice annuncia al fresco sposo di voler partire da sola alla ricerca del suo
"io", della sua centralità.
Stordito dalla notizia, Antonio resta immobile a guardare la moglie andar via,
incapace di un'azione concreta. Ora è solo, smarrito, coi mutui da pagare
e una casa piena di mobili e oggetti improvvisamente inutili, se non addirittura
ostili. Dopo qualche tentennamento, decide così che non c'è altra
cosa da fare che mettersi alla ricerca della sua sposina.
Entrerà allora nel Centro di "Autostima Stellare", un'oasi
new age dove ha scoperto essersi rifugiata la moglie, e qui, inizierà
goffamente a frequentare dei costosissimi corsi (otto milioni a settimana, più
di quattromila euro!), nella speranza di rincontrare Alice.
Fa invece conoscenza con tutta una serie di personaggi paradossali, che movimenteranno
un bel po' il film, a cominciare dal cuoco, Elvis, extracomunitario sbarcato
clandestinamente in Italia, che spaccia gli involtini che compra congelati al
supermercato per cucina "fusion", per finire alla guida spirituale
del centro, l'ex coreografo Makerbek (interpretato magnificamente dal cantante
Shel Shapiro) il cui unico grande merito è quello di aver ballato col
papa "e non per il papa!".
Il film scorre così, veloce, molto divertente, di una comicità
delicata, ormai ben collaudata dalla ispirazione di Vincenzo Cerami, soggettista
e sceneggiatore del film, che evita di pungere con cattiveria anche quando l'argomento
si presterebbe molto bene a farlo. Di fatto, sotto osservazione, più
che le schiere dei tanti che, investendo poco tempo e poca fatica, ma molti
soldi, pretendono di ritrovare il proprio equilibrio interiore segregandosi
volontariamente in caserme di finta spiritualità orientale, ci finisce
la paura - anch'essa molto contemporanea - di avere ciò che si desidera.
In fondo, i due protagonisti hanno davvero tutto, eppure vengono colti dallo
spavento di trovarsi improvvisamente pienamente responsabili delle proprie azioni.
Alla totale libertà preferiscono i limiti, le barriere insormontabili
seppur mentali e autocostruite. Diventa così impossibile superare per
via d'istinto "la soglia" (qualsiasi essa sia), come si vede chiaramente
in diversi momenti del film.
Ad esempio quando, dopo aver compiuto "il grande passo", si ritrovano
soli in casa, sembrano impediti fisicamente all'azione: Antonio non riesce (e
nemmeno ci prova) a stabilire un contatto fisico con Alice e, nonostante la
porta della stanza da letto resti aperta tutta la notte, un velo invisibile
tra i due impedisce finanche il dialogo. Ed è così anche nel momento
della partenza di lei l'indomani: Antonio rimane impalato, in piedi, di fronte
alla moglie che sta andando via, e non sa afferrarle un braccio e chiederle
di restare. La sua difficoltà al gesto, emerge ancora più platealmente
quando, giunto davanti al cancello d'ingresso del centro, non scavalca (pur
essendo salito più volte fin sopra al pilastro che fa da cardine al cancello),
per raggiungere la sposa, ma preferisce trascorrere tutta la notte all'addiaccio
perché dal citofono gli hanno chiesto di aspettare l'alba.
In questo caso le inquadrature sono molto efficaci nel far sentire allo spettatore
come il cancello sia un falso ostacolo, troppo esile per impedirgli concretamente
di ricongiungersi alla amata moglie. Ma Antonio è un personaggio che
non infrange le regole, anche quando lo vorrebbe, ed è per questo che
lo vediamo sottoporsi a torture più o meno forzate a cui non sa ribellarsi
(come l'obbligo di frequentare il corso di ippoterapia che gli spaccherà
- "letteralmente parlando" - i coglioni).
Gran parte della comicità del film nasce, così, proprio dalla
sua inadeguatezza a rapportarsi agli eventi esterni, che spesso subisce direttamente
sul suo corpo dai movimenti incerti, a cui Albanese presterà la sua tipica
fisicità "andante mosso con brio", ben sottolineata dalle musiche
di Nicola Piovani, che con l'attore ha stabilito negli ultimi anni un feeling
davvero irripetibile.
Il film non smette mai di farci ridere, grazie anche ai dialoghi surreali e
alle manie dei molti personaggi che di frequente riconosciamo come essere le
nostre, e corre liscio e senza particolari intoppi (né invenzioni di
regia, a dir la verità), verso il finale un po' ovvio, ma che non mancherà
di stupire per i suoi collegamenti ai fatti di cronaca delle ultime settimane
("preveggente", in questo, soprattutto se si pensa che il film è
stato scritto più di un anno e mezzo fa).
Correte a vederlo, dunque: di certo è più divertente di questa
recensione (sempre se siete sopravvissuti).
Enzo Langellotti