Luna rossa e la camorra atipica
Regia: Antonio Capuano; soggetto e sceneggiatura: Antonio Capuano; fotografia:
Tommaso Borgstrom; montaggio: Luciana Pandolfelli; scenografia: Paolo Petti;
costumi: Metella Laboni; prodotto da: Andrea De Liberato; interpreti: Carlo
Cecchi, Licia Maglietta, Toni Servillo, Antonio Iuorio, Angela Pagano, Italo
Celoro, Lucia Ragni, Antonio Pennarella, Domenico Balsamo, Antonia Truppo, Enzo
Romano, Antonio Lubrano, Mario Tesone, Susy Del Giudice; produzione: Poetiche
Cinematografiche; distribuzione: Sharada; durata: 116', Italia. 2001
La camorra è un tema cinematografico di grande attrazione, tante pellicole
sono state girate su questo tema, ben poche hanno provocato sensazioni di disagio
così forti.
Antonio Capuano è un regista coraggioso che già ha già
rischiato in precedenza con film provocanti come: Pianese Nunzio e Vito e gli
altri.
Film sulla camorra o sulla mafia ce ne sono stati tanti e con sfumature e toni
disparati. Germi nell’immediato dopoguerra dà un assaggio all’Italia
ancora stordita dalla guerra della forza viva della mafia con il film In nome
della legge provocando reazioni negative e dissensi.
Rosi negli anni sessanta ci riprova con Le mani sulla città proprio a
Napoli, penetrando senza paura nelle sale della corrotta politica locale e nei
vicoletti disperati della città, ma anche in questo caso la censura e
una parte ben identificata dell’opinione pubblica hanno cercato di cancellarne
le tracce.
Capuano si ispira a Ferrara, perfido figlio della peggiore Italia americana,
l'ereditata italiana delle famiglie, che Ferrara rappresenta con The funeral.
Il regista partenopeo cerca di scavare come il suo fratello americano fin dentro
le viscere di queste enclavi. Propone la claustrofobia Capuano, il dolore nella
sua forma più aspra e corrosiva, l’ansia di essere spettatore impotente
di tali tragedie.
Il film è stato pensato come percorso involutivo di una famiglia di camorra,
inteso come catarsi involontaria del male estremo. I protagonisti non esistono,
la famiglia Cammararo in lotta con un’altra famiglia rivale aspetta nel suo
castello fortificato da grigie mura di cemento armato l’esito incerto della
battaglia ed il ritorno dei suoi guerrieri. Tutto inizia così. Ed è
subito morte.
Dopo la vittoria ottenuta con perdite gravi la battaglia si sposta all’interno
della famiglia. Gli uomini della casa, i valorosi guerrieri, fottono e uccidono,
le donne, prosperose ancelle, istigano e decidono. I ruoli, i legami di parentela,
gli amori, gli accordi si stabiliscono di volta in volta in relazione alle morti
e alle successioni al potere.
La vita scorre lenta nella casa, gli eventi si susseguono senza sosta, ma ogni
cosa rimane ferma al suo posto immobile, morta già prima di essere uccisa
a tradimento e così gli amori incestuosi, i tradimenti vogliosi, le violenze
obbligate.
Luna rossa in fondo è solo una canzone ed è proprio questo il
legame più forte del film con la realtà che descrive. Lo squarcio
aperto tra il mondo delle varianti e delle tangenziali in prossimità
di Napoli percorse in motocicletta dall’unico vero perdente della famiglia:
Oreste, disgraziato narratore della vicenda e della vita asmatica della sua
famiglia. Solo Luna rossa ci garantisce che tutta la storia non sia una favola
di cattivo gusto.
Una tragedia greca per descrivere la vita sotto i colpi proibiti della criminalità.
Modelli esemplari da seguire. L’Orestiade e i suoi figli sporchi del sangue
paterno.
Capuano ha letto tanto di camorra prima di realizzare questo film, ma solo tra
gli scavi di Pompei è riuscito a modellare la sua ispirazione, a ricreare
il sangue. Tutto gira intorno alla scena del sogno che premunisce in ritardo
cose già note con la solennità del tempo filmico che scorre irregolare,
un tempo a noi poco familiare, un tempo di richiamo.
Finalmente si torna a parlare di camorra in modo concreto. A Napoli.