Titolo: L'Imbalsamatore
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Fotografia: Marco Onorato
Interpreti: Ernesto Mahieux, Elisabetta Rocchetti, Valerio Foglia Manzillo,
Pietro Biondi, Lina Bernardi, Bernardino Terracciano, Marcella Granito
Nazionalità: Italia, 2002
Durata: 1h. 44'
Il film ha origini molto profonde nella cultura del terrore
giapponese: i manga horror per ragazze, il romanzo di Suzuki Koji e soprattutto
il film Ringu (1998) di Nakata Hideo, intelligente rappresentazione coreografica
di una vecchia leggenda metropolitrana mediatizzata.
Gore verbinsky riesce a realizare un brillante remake, sfruttando a pieno le
potenzialitá di una storia forte ed evitando eccessive balizzazioni molto
spesso tipiche in quello che puó essere considerato a tutti gli effetti
un nuovo genere cinematografico negli Stati Uniti: il remake.
L’oggetto centrale della vicenda è rappresentato da una videocassetta.
Chiunque ne entri in possesso e la veda, riceve subito dopo uno squillo (the
ring), un avviso, e dopo sette giorni muore.
Intorno a questo motivo abbastanza semplice si costruisce un intreccio fittissimo
di situazioni.
Il contenuto della cassetta é assolutamente inquietante, apparentemente
illogico, incomprensibile e per questo ancora piú terrificante.
Tutto il film si basa sul tentativo di risalire alle cause scatenanti di tale
fenomeno. E alla fine emergono tutte le sofferenze di una vita normale parallizzata
dall’ingoranza, putrefatta, fetida, umida. Il sacrificio di una bambina, cattiva
per vocazione, per natura, il silenzio folle della madre, l’assenzo della comunitá.
É questo che guistifica tutto quello che accade nella vicenda.
Gore verbinsky (The mexican) riesce a girare un remake ben curato, non si perde
in stupidi manierismi, essenzializza i dialoghi, riesce a costruire scenari
e immagini di forte impatto, si muove con la videocamera svincolandosi dai tempi
morti.
Il finale, a differenza dell’orginale giapponese, risulta poco chiaro, opaco,
misterioso, ma soprattutto incompleto. Probabilemnte é questo l’unico
peccato di una pellicola ben assemblata.
Notevole é l’iterpetazione di Naomi Watts, giá utilizzata da David
Lynch in Mullholland drive.
É lunga la tradizione che lega la rappresentazione del terrorre alla
televisione o al cinema, basti pensare a Videodreome o a Poltergeist. É
l’idea del mezzo di comunicazione di massa come mezzo di trasmissione della
paura, la modernizzazione di ció che normalmente spaventa perché
poco conosciuto.
Questo film rappresenta in questo senso anche un interessante saggio di applicazione
delle nuove tecnologie nei film. La nuova via della paura, fatta di ricostruzioni
ad alta tecnologia, cellulari, interenet.
Una sfida continua dell’uomo alle sue capacitá di scoprire il mondo.
Il cinema sta cambiando velocemente.