The goddess of 1967
Regia: Clara Law.
Scen.: Eddie Ling-Ching Fong, Clara Law.
Inter.: Rose Byrne, Rikiya Kurokawa, Nicholas Hope, Elise McCredie.
Paese: Australia.
Anno: 2000.

di Maria Rosaria Esposito

Il film è sostanzialmente una storia d'amore, anche se una parte importante è giocata dal dramma familiare della protagonista. La regista, Clara Law, è di origine cinese e, anche se la sua formazione è avvenuta tra l'occidente e l'oriente, conserva tratti tipici delle sue origini; la miscela culturale rende la sua opera particolarmente originale.
Una ragazza cieca possiede una Citroen DS. Quando decide di venderla, dal Giappone giunge in Australia un ragazzo deciso ad acquistare la macchina dei suoi sogni. I due intraprendono un viaggio nell'arido deserto australiano. Si sviluppa, così, in un percorso particolarissimo, la storia d'amore tra i due giovani, mentre, attraverso l'uso sapiente di flash-back sui generis, si ricostruisce il dramma familiare della ragazza.
Il viaggio, a bordo della "dea", rappresenta il momento centrale del film, intorno al quale si dispiega materialmente la storia; ma, contemporaneamente, è un viaggio simbolico che i protagonisti fanno nella loro coscienza, analizzando se stessi e risolvendo questioni psichiche che per tutta la vita gli hanno procurato dolori e sofferenze.
I flash-back non sono veramente tali, giacché non si tratta di ricordi, ma di veri e propri racconti nel racconto, ognuno indipendente dall'altro; ma messi insieme, senza ordine temporale, come i pezzi di un mosaico, restituiscono alla fine un quadro completo della storia e, contemporaneamente, della coscienza dei protagonisti, che alla fine del viaggio sono "guariti" come dopo una di terapia.
Si tratta, quindi, di un viaggio nei meandri del proprio animo e del proprio passato a bordo di un "simbolo": "il simbolo di un futurismo spavaldo, un'unione senza giunti di ingegneria e principi estetici", come è stato definito. Nel film, esso è il luogo d'unione di tutti gli eventi del passato che riguardano la protagonista: è su quella macchina che molti anni prima sua nonna era fuggita (una fuga conclusasi con la morte) lasciando il marito, il quale non si riprenderà mai dalla sua perdita. Dilaniato dal dolore, per sopperire alla mancanza della moglie, comincerà ad abusare sessualmente della figlia, madre della protagonista; probabilmente la ragazza è proprio il frutto di quell'illecita relazione. E quando, in seguito, l'uomo comincerà ad abusare anche di lei ancora bambina, la madre dopo averlo scoperto, sempre a bordo della "dea", cercherà la morte con la sua bambina, ma riuscirà ad uccidere solo se stessa perché la bimba, pur essendo cieca, riuscirà a mettersi in salvo. Cieca e torturata dal suo passato crescerà da sola, con quell'auto, unica eredità positiva della sua famiglia.
Questa assurda storia si ricostruisce poco a poco, durante il viaggio, attraverso le varie tessere-flash back. Intanto, cresce e si trasforma l'amore tra i due giovani: BG (Rose Byrne) e JM (Rikiya Kurokawa). Con uno sviluppo alquanto insolito, i due partono da una situazione in cui tra di loro è impossibile qualsiasi contatto: l'unico scopo per entrambi è quello di concludere l'affare, dopo che il giovane avrà accompagnato la ragazza in luogo imprecisato. Più o meno alla metà film, i due giungono nel locale in cui era andata a ballare la nonna il giorno stesso in cui era morta. In questo luogo, fortemente caratterizzato nei colori, la relazione che li lega comincia a prendere una piega completamente diversa. BG chiede a JM di insegnarle a ballare; anzi, dal momento che è cieca, gli chiede di capire cosa sia il ballo, ma tale comprensione può realizzarsi solo attraverso il corpo di lui. Questo primo contatto fisico segna il cambiamento del loro rapporto che diventa, finalmente, amoroso.
Al di là dell'importanza di questo momento all'interno della diegesi, la scena del ballo è il punto più alto del film. Con una fotografia e una regia veramente molto abili - e grazie anche alla notevole interpretazione di Rose Byrne che, nei panni della non vedente, si muove quasi come si stesse liberando, finalmente, di un enorme peso - si mette in scena una vera e propria danza liberatoria, dove a liberarsi non è solamente tutto corpo, ma la profondità dell'essere, che viene finalmente fuori sprigionando una grande energia.
Da questo momento in poi, il film prosegue in maniera un po' più lineare, con lo scioglimento della storia dopo il climax, fino alla scena finale in cui la protagonista chiude il cerchio della sua vita e giunge al punto d'arrivo del suo viaggio: ritrova l'uomo che le ha procurato tanto dolore decisa ad ucciderlo, ma viene fermata in extremis da JM.
La resa iconografica del film è ricchissima, un vero godimento per gli occhi: si tratta, infatti, di un film che, pur senza togliere niente all'aspetto narrativo, privilegia lo sguardo, usando una vasta gamma di soluzioni tecniche originali. Valga per tutte la fotografia: nelle scene riferite al passato, la visione è normale, senza alterazioni della pellicola, quasi a sottolineare che ciò che è accaduto è ormai irreversibile, affidato al giudizio del mondo; mentre il resto del film, che rappresenta il viaggio e la vita in corso di svolgimento, riceve una sorta di sospensione del giudizio grazie all'utilizzo del trasparente, che rende quasi irreali le atmosfere all'esterno dell'auto. Clara Law ha affermato: " Questo processo crea un colore e una trama che si addice perfettamente alle sequenze contemporanee […] ci ha dato più libertà, in termini di luci e prospettive, offrendoci anche uno sguardo sull'universo interiore […] volevo una progressione a partire da qualcosa di naturalistico, all'inizio della sequenza della macchina, verso qualcosa di sempre più astratto e interiorizzato. A volte si è trattato solo di frammenti di immagini: una strada, uno squarcio di ponte, o un lampione in seguito è diventato solo uno strato di colore, o un'immagina annebbiata. È una progressione dal mondo reale a un mondo più dell'immaginazione."