Freedom (2000)
Regia: Sharunas Bartas
Sceneggiatura: Sharunas Bartas
Fotografia: Sharunas Bartas Rimvidas Leipus
Musiche: Kipras Masanauskas
Montaggio: Mingaile Murmulaitiene
CAST: Fatima Ennaflaoui, Valentinas Masalskis, Axel Neumann
Nazione: Francia Portogallo Lituania
Produzione: Gemini Films, Madragoa Filmes, Studio Kinema
Distribuzione: Lantia
Durata: 96'
Trama
Un'operazione di traffico di droga fallisce. Due uomini stranieri e una ragazza
del posto si ritrovano abbandonati sulla costa del Marocco, inseguiti dalla
polizia. Vagano in silenzio addentrandosi nel deserto in cerca di cibo, di acqua
e di rifugio.
Sicuramente in pochi avranno sentito nominare Sharunas Bartas e ancora meno
sapranno che si tratta di un regista lituano. All'uscita del Pala BNL di Venezia,
dopo la proiezione di Freedom per la 57° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica,
Gianni Ippoliti mi piomba addosso con la sua telecamera a spalla e mi chiede
"se è giusto che un festival come quello di Venezia presenti al
pubblico un film come Freedom", che è per l'appunto di Sharunas
Bartas.
La mia risposta di due anni fa vale ancora oggi: il cinema dovrebbe abituare
la gente a fruire prodotti non esclusivamente commerciali e il fatto che a Venezia
venga riservato uno spazio ad autori come Bartas non può che essere una
scelta assolutamente corretta, in quanto un festival, qualunque esso sia, ha
l'obbligo di diffondere l'arte cinematografica nelle sue molteplici sfaccettature.
Al suo secondo lungometraggio - di quattro anni successivo a Lontano da Dio
e dagli uomini (1996) - Bartas propone al grande pubblico quello che potrebbe
essere definito "il film degli archetipi." Freedom sembra riportare
il cinema al suo stato originario, alla sua dimensione primitiva, a quando era
soprattutto immagine. La parola, i dialoghi perdono il proprio valore significante
per dare spazio al silenzio e ai rari e sussurrati suoni organici.
Il film si apre sugli ampi spazi del mare, sui particolari di un porto: tre
uomini e una ragazza partono con un barcone malandato, ma prima di intraprendere
il loro breve e sfortunato viaggio, le lunghe e silenziose inquadrature creano
un'atmosfera di profonda riflessione, dove tutto resta immobile nell'attesa
di un'azione, di un gesto, di un movimento. Il ritmo del film segue e asseconda
quello naturale dei paesaggi, del mare, degli uccelli. Lo sguardo si sofferma
a lungo sul volo dei gabbiani, sulle onde e sulle dune del deserto increspate
dal vento. L'uso dei campi lunghi e dei dettagli allontana e avvicina lo spettatore
alla materia di cui si compone la natura.
Bartas costruisce uno spazio essenziale e sterminato dove l'individuo si trova
a dover combattere contro le asperità del mondo naturale. La lotta vera
e propria si materializza nella scena in cui l'unica protagonista femminile
decide di affrontare il mare in tempesta, ma la forza violenta delle onde trascina
via con sé la ragazza a confermare ulteriormente l'impotenza umana. L'uomo
vaga sperduto e impotente tra spazi sconfinati e disabitati lasciando lungo
il percorso segni, tracce della propria esistenza che di lì a poco scompariranno
cancellati dall'acqua, dal vento, dal sole.
La natura, dunque, è la realtà che preesiste ad ogni altra forma
di vita e di questa stabilisce la sorte. Ogni granello di sabbia, roccia, goccia
d'acqua sono particolari sui quali Bartas sembra voglia farci riflettere. Un
mondo sospeso in cui anche i personaggi, inseguiti dalla polizia e costretti
ad approdare su una costa marocchina, diventano parte imprescindibile del paesaggio.
I gesti isolati e i lenti movimenti dei protagonisti si compiono all'interno
di lunghi e fissi piani sequenza, nel pieno rispetto dei tempi reali. Per comunicare
essi si servono di suoni primordiali del corpo. Il pensiero si sfoga in espressioni
appena percettibili o in isteriche risate, in un pianto soffocato della giovane
ragazza e nel respiro sofferente di un moribondo.
Quello di Freedom è un occhio che osserva con estrema attenzione ogni
minimo dettaglio e che, distanziandosi, mostra di voler meditare sul senso complessivo
dell'esistenza stessa. La semplicità e il rigore formale sono gli elementi
con i quali è costruita ogni singola immagine e che attestano come Bartas
sia all'accanita ricerca di "una forma nell'astrazione".
Mariangela Fornaro