Il favoloso mondo di Amélie

Regia: Jean Pierre Jeunet
Scen.: Guillaume Laurant, Jean Pierre Jeunet.
Inter.: Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz, Rufus, Yolande Moreau
Paese: France/Germany.
Anno: 2001.

di Mariangela Fornaro


Guardando Il favoloso mondo di Amélie, a circa cinquant'anni di distanza, sembra di assistere al ritorno sul grande schermo di Alice nel paese delle meraviglie, la deliziosa e un pò svampita fanciulla disneyana, con la differenza che, questa volta, non solo è più cresciuta, ma è uscita dal suo mondo incantato per fare del mondo l'incanto. Infatti, è proprio nella realtà di tutti i giorni che Amélie costruisce il suo microcosmo variopinto, dove gli oggetti interagiscono con i protagonisti e, come in un incantesimo, intervengono sull'evoluzione del racconto.

Il 31 Agosto del 1997 il mondo intero si ferma per la morte di Lady Diana, ma per Amélie Poulain vale molto più il ritrovamento di una scatola dei "ricordi" senza padrone. Il valore che è dato alle piccole cose, quelle che comunemente vengono ritenute di scarsa importanza, sono, in realtà, le micce pronte ad esplodere in un ribaltamento dei punti di vista. Se la morte della Principessa del Galles rappresenta l'avvenimento catalizzatore per eccellenza, Amélie si distingue, e per una notte intera non chiude occhio: il suo compito è quello di restituire la gioia a chi l'ha perduta. Sicuramente, una forma di riscatto unita a una grande sensibilità, maturati in anni ed anni di educazione restrittiva e autoritaria. Questo immenso bisogno d'amore e di giustizia, di dare ed avere - direbbe Fromm - si realizza nell'irreale più assoluto, forse nei sogni. E' sorprendente come anche il più piccolo segno insito nelle immagini nasconda e mostri qualcosa che non sempre è visibile; almeno non subito.
Basta saper aspettare per assistere all'eccezionale. E allora, gli eventi più impensabili si manifesteranno davanti ai nostri occhi con tutta la potenza della verosimiglianza.
Amélie è l'incarnazione del "possibile", come un Deus ex machina che dirige e organizza la trama "dei destini incrociati", interviene risoluta nella vita di tutte le persone che la circondano per risolverne i dubbi e le irresolutezze, e lo fa ovunque: nel quartiere dove abita, al caffè dove lavora, per strada e nel metrò. Sarà, appunto, la sua voglia di rendere il mondo migliore a farla incontrare con Raymond Dufayel, l'uomo di vetro ossessionato da Renoir, o con Lucien, il garzone ritardato dell'erbivendolo Collignon, che per la verdura ha un riguardo spropositato e, soprattutto, con Nino Quincampoix, collezionista di fototessere, per il quale Amélie prova più che una semplice simpatia.
Questi e altri personaggi - che sembrano uscire da uno dei racconti di Pennac - posseggono la doppia natura di uomini e creature fantastiche, così come in Delicatessen(1990), il primo lungometraggio di Jeunet.
Il favoloso destino di Amélie, dunque, è un film tutto giocato sulla capacità di riuscire a scovare l'altra faccia del reale, quella che è in grado di far sbocciare l'amore tra amanti improbabili (come accade tra Georgette e Joseph), che fa ritrovare il coraggio di guardare al futuro (Raymond, per l'appunto, si decide a interpretare personalmente Renoir e Raphaël Poulain, il padre di Amélie, parte per un viaggio di piacere), che, anche se con l'inganno, libera dalle delusioni (la signora Madeleine Wallace riceve finalmente la lettera tanto desiderata).
Proprio come in un microcosmo ben organizzato, in cui ogni elemento narrativo, formale e stilistico contribuisce alla generazione di un sistema planetario coerente, regolato da leggi - oserei dire - kepleriane; il destino, inteso come pura casualità, ha ben poche possibilità di interferire sull'andamento complessivo degli avvenimenti, tanto è vero che solo a tratti Amélie materializza, attraverso la fantasia, visioni allucinate di un possibile futuro disastroso (visioni e visualizzazioni, trasmesse in tv o proiettate al cinema, ancora una volta finzione, costruzione artificiale della realtà).
Si tratti di finzione o di realtà, vero o falso, bisogna ammettere che Jean-Pierre Jeunet ci ha raccontato una favola, e come tutte le favole anche questa ha esercitato il suo benefico influsso, magari facendo sì che Amélie Poulain cambiasse la vita di qualcuno!