I
C'era una volta... e c'è ancora, se è vero che non dico bugie,
un cavaliere di nobile nascita, alto, forte e senza paura, chiamato Arturo.
Sin da piccolo era stato abituato a rispettare le persone più anziane
e più sagge di lui, a difendere i deboli e gli innocenti, a mettere la
sua volontà e la sua spada al servizio della verità e della giustizia.
Aveva seguito scrupolosamente i consigli amorevoli e gli insegnamenti autorevoli
di suo padre e di suo nonno, che erano stati cavalieri prima di lui e gli avevano
trasmesso tutti i trucchi del mestiere. Aveva appreso la mossa segreta per infilzare
di sorpresa i draghi-serpente (una specie molto aggressiva), studiato ogni possibile
acrobazia per assaltare ed espugnare da solo una fortezza irta di guardie, sapeva
superare a nuoto bracci di mare infestati da squali e orche restando miracolosamente
indenne e aveva un vero talento naturale per confondere e far cadere in contraddizione
anche il mago più sagace e la strega più malefica, cosa che tornava
sempre utile quando era in gioco la vita sua o di qualche gentil donzella, da
liberare al volo da un sortilegio.
Arturo era, dunque, il numero uno dei cavalieri, er mejo, the boss, bello, forte,
intelligente, abile e... macho quanto basta per far girare la testa alla fanciulla
più altezzosa e restia. Chiunque al suo posto sarebbe stato felice e
non avrebbe faticato a costruirsi un futuro decente, coprendosi di onori e gloria.
Si dà il caso, invece, che il nostro amico versasse, ormai da qualche
anno, in condizioni a dir poco pietose. Era depresso, svogliato, scontroso,
spettinato, con la barba lunga e l'alito cattivo (che non è certo l'ideale
per risvegliare una principessa sprofondata in un sonno centenario). Era inoltre
un po' flaccido, fuori forma; da mesi trascurava i suoi esercizi di scherma
e di ginnastica aerobica, mangiava troppi dolci e si andava infrollendo ogni
giorno di più.
Il povero Arturo, penserete, è vittima di chissà quale diavoleria
messa in opera da qualche fetentone di mago ecc. ecc. Vi sbagliate, non c'è
nessun mago e nessun incantesimo. Allora, direte, il tapino si è innamorato
di una donzella che, dopo averlo fatto sperare, gli si è negata e magari
gli ha pure sbattuto in faccia il portone del castello. No, non si tratta neanche
di questo. E' forse malato? Se facesse le analisi del sangue... No, neanche
a parlarne, Arturo è sano come un pesce. E se consultasse uno psicanalista?
Insomma, ragazzi, un po' di rispetto! stiamo parlando del Cavaliere Arturo,
mica di uno qualunque! Se un eroe si riduce in questo stato, ci sarà
pure un motivo serio. Mettetevi comodi che vi racconto.
Il fatto è che Arturo, cavaliere d'alto lignaggio e cuore nobile, si
trovava in un mondo strano e ostile. Per suo padre e suo nonno era stato più
facile. Ai tempi loro dietro ogni angolo, si può dire, donzelle bellissime
e quanto mai sfortunate si sgolavano, anelando d'esser salvate da mostri inferociti.
Il mondo pullulava di maghi che si divertivano solamente a fare imbrogli e intrugli
e a gabbare l'umanità sempliciotta. La terra era coperta di foreste,
per lo più incantate, disseminate di laghi pieni di spade magiche, che
bastava far schioccare le dita e ti volavano direttamente in mano. Per non parlare
poi delle principesse addormentate o incantate o rimbambite (no, quelle non
c'erano mi pare, o si? boh)! Sette su dieci non erano nel pieno possesso delle
proprie facoltà mentali o fisiche e, anche se sudavi sette camicie, alla
fine almeno una, a furia di baci o di schiaffoni riuscivi a recuperarla. Poi,
stanco e malandato, la guardavi, teneramente negli occhi, lei ti diceva "mio
eroe" e, manco glielo chiedevi, zàcchete, già stavi dritto
davanti a un altare, col tight, le scarpe strette e il popolo festante. Dopodiché
seguivano lunghi anni felici, densi di eventi solenni e di nipoti da istruire
sulla nobile arte della cavalleria. E il ciclo ricominciava.
Da un po' di tempo, però, il mondo era cambiato. Le donzelle (ma ormai
tutti le chiamavano ragazze) non facevano che proclamare a gran voce di essere
libere e, a quanto dicevano, si erano liberate da sole da ogni tipo di schiavitù,
avevano quasi tutte i brufoli e una cattiva grazia, che neanche una strega incarognita
avrebbe potuto ridurle così. Lui ci aveva provato qualche volta ad attaccar
bottone, ma non appena si avvicinava, circonfuso di luce, con lo sguardo intenso
e fiero, pieno di buoni propositi, ritto sul suo cavallo (che un tempo era stato
bianco), risplendente nella sua armatura tirata a lucido, quelle strillavano
come ossesse: "Bamboccio, maschilista, antiquato, imbranato, intronato"
e via insultando. Inutile dire quanto lo buttassero giù incontri del
genere. Certe volte restava intere settimane nella stalla a parlare col Cavallo,
l'unico che ormai lo capisse veramente. Avrebbe potuto distrarsi e anche sgranchirsi
un po' combattendo contro draghi o mostri pestiferi, ma anche quelli oramai
non uscivano facilmente allo scoperto. Erano animali sensibili e avevano paura
delle automobili e dei cani mastini. Inoltre non potevano volare alla quota
ideale perché i radar rivelavano la loro presenza e più d'uno
c'era rimasto secco. Va bene morire trafitto da una lancia o da una spada magica,
ma abbattuto come un'anatra era poco dignitoso per un drago dabbene. Si diceva
che gli ultimi draghi rimasti abitassero in certi laghi del nord Europa, ma
non era vero niente. Il fatto è che i draghi conoscevano gli uomini,
sapevano che erano curiosi e molto poco rispettosi della tranquillità
altrui, così, per evitare di essere seccati, mettevano in giro queste
voci. E mentre gli uomini setacciavano fondali limacciosi in postacci ingrati,
draghi e draghesse, furbi, si riposavano su altissime montagne innevate e inaccessibili
(e anche lì, poverini, dovevano guardarsi dai turisti, che pestavano
tutta la neve e parlavano ad alta voce. E poi avevano il coraggio di lamentarsi
delle valanghe e delle slavine!)
Quando era proprio depresso, Arturo aveva bisogno di addentrarsi in una foresta,
nulla come il contatto con la natura aveva il potere di rimetterlo in sesto.
I moderni, però, avevano stabilito che ettari ed ettari di sterpaglie,
cespugli e alberi secolari buttati lì a casaccio, senza un ordine preciso,
erano veramente antiestetici. Ragion per cui scarseggiavano i parchi pubblici,
figurarsi le foreste. Quelle incantate, poi, erano ormai una leggenda. Trovare
un mago vero era un'impresa. C'erano tanti ciarlatani, infidi e maldestri, chiromanti,
cartomanti, prestigiatori, preparatori di fluidi e pozioni varie, ma la magia,
quella con la M maiuscola, lo S.M.I.L.Z.O. (Sindacato Maghi Impenitenti Lestofanti
Zuzzerelloni Organizzati) aveva proibito di usarla.
Le cose andavano male per Arturo dal cuore nobile e con tutta probabilità
si sarebbero messe al peggio se un giorno, al tramonto, nel mezzo di uno dei
suoi vagabondaggi senza meta, egli non si fosse trovato ai margini di qualcosa,
che assomigliava decisamente a una foresta. Sulle prime il cavaliere si stupì,
ma, confortato dai ricordi dei suoi avi, che ancora vivevano dentro di lui,
non poté dubitare oltre: quello era il limitare di una foresta bellissima,
e, se il suo istinto non lo ingannava, qualcosa di veramente magico aleggiava
sulle punte degli splendidi pini, bagnati dai riflessi del sole morente.
II
Arturo se ne stette un bel po' ad ascoltare le voci che improvvisamente si
misero a parlare tutte insieme nella sua testa e a tentare di dominare il tumulto
del suo cuore. Mentre si riprendeva e cominciava ad esplorare i dintorni toccando
le foglie e i tronchi degli alberi per assicurarsi che fossero veri, nel profondo
della foresta una strana creatura si aggirava inquieta.
Da quando si era messo a letto, Grog aveva avvertito una strana sensazione.
Pur girandosi e rigirandosi sul suo materasso di foglie secche, non era riuscito
a prender sonno e aveva sentito il bisogno di camminare. Dopo qualche ora era
arrivato l'odore, prima debole, portato a piccole onde dal vento della sera,
poi sempre più vicino e intenso, ma comunque difficile da identificare.
In qualche modo quell'odore generava agitazione e un vago presagio di guai in
arrivo.
Grog poteva dirsi un uomo in tutto e per tutto, anche se il suo aspetto non
era dei più gradevoli: basso, secco secco, storterello, coi capelli lunghi
e ispidi, due ciuffoni di sopracciglia e le orecchie a sventola. Gli occhi li
aveva belli e anche se in quel momento mandavano una luce strana dovuta all'ansia,
erano grandi e profondi, di un nero cupo ravvivato da lampi gialli.
A incontrarlo di notte avreste potuto scambiarlo per un grosso gufo, ma il particolare
dei nasi rendeva assai improbabile questo equivoco. Ne aveva ben cinque! (Ecco,
l'ho detto! So che al poveretto dispiace, ma fa parte della storia. Solo, non
parlatene in giro, sarebbe imbarazzante per me se la cosa finisse sui giornali).
Non si trattava di un vero e proprio difetto, anzi, il suo megaolfatto lo aveva
salvato spesso da situazioni difficili e gli consentiva di evitare, fiutandoli
a distanze inimmaginabili, imbroglioni, impostori, malfattori, truffatori, piazzisti,
chirurghi plastici in cerca di notorietà, assassini e anche sua
nonna che era una gran rompiscatole. Il suo superpotere lo rendeva, per,
ipersensibile (non a caso era l'ultimo esemplare di quel ramo evolutivo, chiamato
appunto Homo cogitans olfactui subjectus). Pensate, uno che sente l'odore di
un fiore che sboccia a 10 chilometri di distanza e ne distingue l'odore fra
mille altri, cosa fa se sente un odor di frittata provenire dalla cucina o dal
piano di sotto? E' facile che si accasci al suolo, tramortito da nausea intollerabile.
Immaginate che tormento sarebbe stato per lui vivere insieme a tutti gli altri
in una comune città del nostro tempo fra tubi di scappamento e ciminiere,
panetterie e concerie, carrozzerie e macellerie, deodoranti e dentifrici, profumi
e puzze di ogni genere, mescolati in un pazzo, mutevole, disarmonico pasticcio.
L'ambiente della foresta pure era carico di odori forti, ma erano odori naturali,
molto più sopportabili e godibili. In più l'aria era pura e certe
sere il vento soffiava forte, portando lontano il sentore aspro degli animali
selvatici. Qui l'uomo dai cinque nasi poteva vivere relativamente tranquillo,
mangiando erbe e radici e meditando sulla sua solitudine. In realtà
proprio solo non era, infatti, grazie all'olfatto ipersviluppato sapeva con
precisione tutto ciò che accadeva nelle città vicine. La sera
si concentrava per bene, orientava nello spazio le sue antenne capta-odori,
un naso ad est, uno ad ovest, gli altri in ordine sparso, e leggeva il suo nasogiornale,
più veritiero e attendibile del notiziario TV. Se qualcuno si sposava
era il primo a saperlo perché, prima ancora dell'odore dei confetti,
fiutava l'allegria e la felicità ei promessi sposi; quando percepiva
un'esplosione di gioia improvvisamente liberata, insieme a odor di matite, inchiostro
e quaderni, misto a una fragranza di marachelle e caramelle di fragola e limone,
con un sottofondo di curiosità, non c'era dubbio, i bambini delle scuole
elementari andavano in visita al museo archeologico; lo sciopero degli operai
metalmeccanici, invece, si annunciava con l'aroma degli scarponi marcianti nel
fango e delle tute intrise di sudore, mescolato a quello, più pesante,
del malcontento e della rivendicazione.
Quella sera, l'uomo dai cinque nasi avvertiva una strana miscela di effluvi,
un profumo come di insoddisfazione e malinconia, con note di disperazione e
ipocondria, il tutto imprigionato in un tanfo metallico e seguito dal puzzo
inconfondibile di polpette di cavallo sudato. Possibile, pensò, che esistessero
ancora cavalieri tipo tavola rotonda, sempre in cerca di azioni eroiche da compiere,
di infedeli da convertire, di prigionieri da liberare, di mondi da migliorare,
sorretti da inesauribili forze psicofisiche e provocatori di esaurimenti nervosi?
Si acquattò dietro un cespuglio e aspettò, sperando, per una volta,
d'essersi sbagliato. Attese in silenzio e quando Arturo si trovò
nei pressi del suo nascondiglio trattenne il fiato per non essere scoperto.
Un po' si sentiva emozionato, era tanto tempo che non vedeva da vicino un essere
umano, ma era ben deciso a difendere con le unghie e con i denti la sua privacy.
Il giovane smontò da cavallo, sedette su un tronco abbattuto da una tempesta
e si abbandonò per lunghi istanti al piacere di trovarsi in un luogo
che sentiva finalmente familiare. Vedendo che il nuovo arrivato cominciava a
sentirsi troppo a suo agio, l'uomo dai cinque nasi decise che bisognava fare
qualcosa per scoraggiarlo e indurlo a ripartire al più presto. Poteva
comparirgli davanti all'improvviso, lo avrebbe spaventato a morte col suo aspetto
a dir poco inconsueto e, in men che non si dica, lo avrebbe costretto a fare
dietro-front.
Il nano faceva male i suoi conti. Era certo un uomo molto sensibile e dal
fiuto infallibile (e sfido io!), ma non poteva sapere che Arturo aveva ricevuto
un'educazione di prim'ordine e non era abituato a scappare davanti al primo
venuto, foss'anche un mostro in piena regola. Non poteva mica darsela a gambe
di fronte a un nanetto solo perché aveva cinque nasi, sarebbe stato offensivo,
oltre che poco corretto. Perciò quando Grog gli si par innanzi
con espressione tutt'altro che amichevole, lo salutò con grazia dominando
perfettamente il proprio stupore.
"Spero che tu sia solo di passaggio, straniero" bofonchiò il
nano disorientato "tu e il tuo cavallo non siete i benvenuti qui, puzzate
troppo e i nostri nasi non lo sopportano. Vi conviene sloggiare o io e la mia
tribù... beh... ecco...noi non siamo teneri con gli sconosciuti!".
"Strano", rispose cortesemente Arturo "non ho mai sentito parlare
dei sanguinari uomini dai cinque nasi. E sì che me ne intendo, ricordo
gli gnomi, le fate, gli elfi, conosco i troll, le streghe, gli spettri, le sirene,
ho visto i leprecani, i folletti e i puffi, ma della tua tribù non so
niente. Potresti presentarmela?".
Grog montò su tutte le furie, non aveva mai saputo mentire, e ora
non gli veniva in mente una sola risposta adeguata per levarsi di torno quel
milordino presuntuoso. "Chi sei?" gli chiese bruscamente per prendere
tempo e pensare a qualcosa che lo traesse d'impaccio. Non l'avesse fatto! All'alba
del giorno dopo, scuotendosi dal torpore e rabbrividendo leggermente, si rese
conto che Arturo era andato avanti a parlare tutta la notte e, concludendo,
gli chiedeva: "Tu che ne dici, Grog?"
III
"Che ne dico, che ne dico" - borbottò l'ometto recuperando
un po' della sua grinta "penso che sei un po' tonto! Se vuoi avere successo
devi stare con gli altri, coi tuoi simili, fare come fanno loro. Tròvati
un lavoro serio, una casa, una ragazza magari. D'accordo, non ti filano per
niente, ma dì, ti sei visto? Te ne vai in giro sull'orlo del ventunesimo
secolo vestito da carnevale, imbalsamato in quest'armatura, col pennacchio sulla
testa farneticando di cavalleria, amor cortese e fedeltà a sacri principi.
Tutti nobili sentimenti, per carità, ma hai sbagliato epoca, caro mio.
Se proprio non sai rinunciare al tuo modo di pensare, prova almeno ad assomigliare
agli uomini moderni. Dà retta a me, cambia look, fai un corso di meditazione,
comprati una motocicletta, un telefonino, non so! Comunque vattene di qui, mangi
roba troppo aromatica e questo d alle tue secrezioni un odore nauseabondo"
e mentre parlava si tappava ora un naso, ora l'altro facendo smorfie di disgusto.
"Credo che tu abbia ragione, nano. Ci proverò. Non mi resta che
salutarti..." attaccò a dire Arturo, ma Grog tagliò corto
"Ecco, si bravo, salutiamoci che è meglio, io vado di qua, tu di
là, buona fortuna" e già si avviava piantando in asso il
povero cavaliere, quando, improvvisamente si fermò, annusò l'aria
in tutte le direzioni si voltò verso Arturo e iniziò a starnutire
di santa ragione, con tutti e cinque i nasi.
Un odorino pepato e stuzzicante viaggiava veloce e andava a colpire i nasi di
Grog con frecciatine allegre e intermittenti provocandogli una vera e propria
crisi allergica. Fra un singulto e l'altro, il poveretto spiegò ad Arturo
che di lì a poco la foresta sarebbe stata invasa da una brigata di studenti
che avevano scelto quel posto per fare una gita con colazione sull'erba. Arturo
era veramente impressionato dal quel fiuto eccezionale: "Possibile - disse
- che tu sia in grado di fare una previsione cos" esatta? Quanti saranno?
Sono armati? Malintenzionati?".
"Peggio, ragazzo mio, peggio, sono giovani! Guarda, io devo andarmene da
qui al più presto, non resisto più, a..aaa.. atciù, tu,
però, fammi un favore, resta ancora un po' e sta' in guardia, non voglio
che mi scoprano sennò ti saluto quiete della forestaaa...atciù.
Grazie in anticipo e a mai più rivederci e..eeetcià!". Così
parlò quel nano scontroso e si dileguò tra i cespugli saltellando
come una lepre.
"E bravo nasone, - pensò Arturo - quando ci sono guai in vista,
ti fa comodo un grullo che va in prima linea!". Ad ogni modo il suo spirito
cavalleresco ebbe, come sempre, il sopravvento e anche se lo gnomo opportunista
non gli era stato di grande aiuto, decise di restare. Poteva compiere il suo
dovere di difensore dei deboli e magari anche spiare un po' questi benedetti
giovani per vedere che tipi erano e come si comportavano. Portò il cavallo
in una grotta riparata e si sistemò sotto un albero, in posizione strategica.
Ma era stanco per la lunga notte passata a chiacchierare con Grog, l'erba era
alta e morbida, proprio sotto la sua testa si era formato un cuscino di muschio
profumato e avvolgente, gli uccelli erano ammutoliti e l'aria era insolitamente
dolce. Che volete, quella era una foresta incantata e se aveva deciso che Arturo
doveva dormire, non c'era proprio niente da fare. Il poveretto cadde in un sonno
profondo e fino al tramonto sognò scontri all'ultimo sangue con schiere
di studenti inferociti e lotte corpo a corpo con uno strano mostro, una via
di mezzo tra una scimmia e un elefante con cinque proboscidi.
Erano anni che non dormiva cos" bene e si svegliò verso sera, fresco
e riposato stiracchiandosi tutto, dal gran benessere. Mentre sbadigliava di
gusto, emettendo i versi più strani, si voltò e di colpo ricordò
tutto. Grog stava appoggiato a un tronco con un'espressione tra il beffardo
e l'infuriato, coi cinque nasi vibranti di collera: "Miei puzzolenti amici,
ecco a voi Mandrake," esordì rivolto a un uditorio immaginario "il
valoroso custode della foresta incantata! Cavaliere illustrissimo! Vostra Suprema
Inettitudine, gradite la cena o preferite uccidere voi stesso un drago da fare
arrosto? Vi gioverebbe fare una passeggiata nella quiete della foresta, Vostra
Ineguagliabile Scemenza! Potrebbe essere l'ultima volta, visto che ora, grazie
ai Vostri servigi, schiere di individui maleducati e maleodoranti si riverseranno
in questi luoghi, coi loro sacchetti di patatine fritte e le loro immonde bevande
in lattina, colle loro buste di plastica e i loro fazzolettini di carta e trasformeranno
il bosco in gigantesca pattumiera. Ah, dimenticavo, Vostra Insondabile Insulsaggine,
abbiamo un ospite degno di Voi, Vi presento Sua Ineducabile Arroganza, la signorina...
come ti chiami? Ah si, Penelope So-tutto-io. Arrangiatevi un po' voi! Io me
ne vado". Dopo questo sfogo, il nasuto gnomo alzò i tacchi e scomparve,
inghiottito dalla fitta vegetazione.
Durante quel breve discorsetto Arturo aveva assunto praticamente tutti i colori
dell'arcobaleno, dal rosso fiamma al verde smeraldo, passando per il bianco
candeggiato. Era pressoché paonazzo, quando Grog gli aveva presentato
la signorina Penelope, uno schianto di ragazzona rossa con gli occhi verdi che
aveva l'aria di saperla lunga e davanti alla quale lui, il cavaliere senza macchia
e senza paura, aveva fatto una meschina figura.
Penelope capì il suo imbarazzo e, per distrarlo, gli raccontò
quel ch'era successo mentre lui dormiva. Era arrivata di buon mattino con degli
amici studenti, per un picnic; poi si era allontanata per raccogliere qualche
campione della strana vegetazione del posto e si era persa, cosa in verità
assai insolita per lei, che era abituata a viaggiare e si portava sempre dietro
una bussola. Aveva vagato fino al tardo pomeriggio cercando di uscire da quella
dannata foresta, ma non c'era stato niente da fare. Quindi, aveva incontrato
lo strano essere dai cinque nasi, quasi seppellito in un fazzolettone a quadri,
intento a soffiarsi le sue buffe appendici raffreddate. "Ho cercato di
visitarlo" - spiegò Penelope che, guardacaso, era otorinolaringoiatra
e che, di fronte a quel fenomeno aveva sentito risvegliarsi tutta la sua curiosità
scientifica - "ma non si è fatto toccare, e, quando gli ho detto
che avevo intenzione di accamparmi nella foresta per stanotte, ha cominciato
a tirar giù moccoli da fare impressione. Mi ha detto di seguirlo ed eccomi
qua" concluse la ragazza sbattendo le ciglia lunghissime e pensando fra
sé "se questo baccalà è in grado di aiutarmi, io sono
la regina d'Inghilterra!"
Arturo, intanto, si era ripreso e per darsi un tono aveva rispolverato il suo
savoir faire "Non temete, gentile fanciul..ehm, voglio dire, signorina,"
declamò, portandosi la mano sul cuore con nobile gesto "per stanotte
non può accadervi nulla. Permettete? Sono Arturo, cavaliere di
professione. La causa dei giusti e degli innocenti è la mia causa. Veglierò
sulla vostra incolumità come sul bene più prezioso". Così
disse e le fece un baciamano con sguardo de fuego, che avrebbe squagliato un
iceberg.
Penelope montò la sua canadese (ridendo come una pazza per i tentativi
maldestri di Arturo, che, pur non avendo mai visto una tenda in vita sua, voleva
aiutarla a tutti i costi) e poi se ne andò a dormire. Prima di scivolare
nel sonno una vocina flebile dentro di lei disse "però! Mica male
il baccalà!" e un'altra vocina rispose "Ahia!".
IV
Al risveglio, Penelope volle innanzitutto sincerarsi che l'avventura del giorno
prima non fosse un sogno. Uscì dalla tenda e vide in lontananza Arturo,
che tirava di scherma incitando a gran voce un grosso pino, usato come avversario.
A giudicare dai gran salti e dalla scioltezza dei movimenti, doveva essere di
ottimo umore. Era così carino! Sollevata, si preparò in fretta
e uscì per raggiungere il cavaliere e sapere cosa c'era in programma.
Era piuttosto emozionata, non capita mica tutti i giorni una vacanza a sorpresa
in una foresta incantata, con accompagnatore modello Lancillotto! Ci mise un
buon quarto d'ora per arrivare, e sì che le era sembrato molto più
vicino! Non ne era certa, ma le pareva che in quella foresta il paesaggio cambiasse
continuamente, anche se in modo impercettibile. Se era così, le speranze
di uscire erano poche; stranamente, però, non sentiva nostalgia per la
sua vita di sempre; certo, pensava che i suoi pazienti avevano bisogno di lei
e che al suo ritorno forse l'avrebbero licenziata dall'ospedale, eppure qualcosa
le diceva che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Mentre si addentrava nella
macchia di pini con questi pensieri positivi, vide Arturo seduto su un grosso
sasso. Si avvicinò e gli augurò il buongiorno, ma il cavaliere
non parlò, né si mosse. Gli diede una scrollatina per smuoverlo.
Niente! Stava lì rigido con gli occhi aperti fissi nel vuoto, come una
statua. "Arturo, svegliati!" gli gridava e stava per preoccuparsi
seriamente, quando qualcosa le rotolò fin sui piedi. Era Grog, tutto
congestionato e affannato dal gran correre: "Lo sapevo" urlò,
rosso in viso "lo sapevo!", ripeteva quasi disperato "E' stato
qui, è passato di qui e guarda cos'ha combinato!".
"Di che parli?" chiese Penelope.
"Ma di lui, Binocolo, l'ipnotizzatore maledetto!".
"E chi è?" fece Penny allarmata.
"E già, che vuoi saperne tu! E' l'ottavo nano di Biancaneve, più
asociale perfino di Brontolo. Nella favola non compare mai perché sta
sempre davanti alla TV, con gli occhi a palla perennemente strabuzzati, sgranocchiando
chili di pop corn. E' una malattia vera e propria e, appena può, contagia
qualcun altro. Chi credi abbia rimbambito la matrigna di Biancaneve, eh? Quella
era una strega come si deve, pensi che sarebbe ricorsa a un trucchetto da quattro
soldi come quello delle mele, se avesse avuto la testa a posto? Due puntate
di telequiz a premi e tac! fuori come un parafulmine!"
Penny era allibita. La storia di Biancaneve celava oscuri retroscena. Uno dei
punti di riferimento della sua infanzia vacillava pericolosamente, e chissà
cos'altro la aspettava!
"Bisogna trovarlo a tutti i costi" sbraitava Grog "è pericoloso,
ha fatto vedere qualche programma demenziale ad Arturo, che non era abituato,
e guarda come l'ha ridotto! Già non era tanto sveglio, poveretto. Va
scovato, il malfattore, e combattuto con le sue stesse armi, altrimenti questo
di qua non si muove più, e tu, ahimé, non uscirai dalla foresta!"
"Ma tu, come facevi a sapere che era qui?" articolò Penelope
a fatica.
"Ma dall'odore, no? Svanita fanciulla! Non senti che orribile puzzo di
tubo catodico e che scia vorticosa di elettroni? Seguiamola, presto".
"E Arturo?"
"Non preoccuparti per lui, non può succedergli nulla di grave adesso,
ma se non risolviamo questa faccenda entro 24 ore, il suo stato diverrà
irreversibile! E ora muoviti, dobbiamo andare, prima che l'odore svanisca. Tu,
però, seguimi a un paio di metri di distanza, il tuo deodorante mi disorienta".
Grog drizzò i nasi e si irrigidì come un pointer, quindi lanciò
un ululato trionfante e riprese a correre. Aveva trovato la traccia.
Corsero come razzi e nel primo pomeriggio arrivarono nei pressi della miniera
abbandonata. La casetta dei nani era ricoperta di antenne dalle forme stranissime
e una luce livida si intravedeva dalla finestra.
"Ma gli altri nani che fine hanno fatto?" chiese Penelope sottovoce.
"Dopo un po' che Biancaneve era andata via col principe, si sono sentiti
molto tristi. Capirai, nessuno li accoglieva più al ritorno dal lavoro,
nessuno gli cucinava più le crostate di mele, la torta di more e tutte
quelle porcherie profumate; il bosco gli ricordava troppo la loro amica, così
si sono trasferiti al mare, in California, credo, dove hanno aperto una gioielleria
e se la spassano tutti e sette".
"Incredibile! Che facciamo ora, Grog?"
Il piano di Grog era geniale. Prima o poi Binocolo si sarebbe alzato per fare
pipì o per cucinare dell'altro pop corn e qui bisognava entrare in azione.
L'antenna andava staccata e l'apparecchio TV collegato alla telecamera a circuito
chiuso che sorvegliava l'ingresso della casa. Davanti all'occhio della telecamera
si doveva fissare un cartello col seguente testo: "Ci scusiamo coi telespettatori
per l'interruzione. La trasmissione sarà ripresa il più presto
possibile". Questa frase, incubo del vero teledipendente, sarebbe comparsa
sullo schermo ad ogni zap del telecomando, su tutti i canali, provocando accessi
di rabbia incontrollabile ed esplosioni di violenza. Se i calcoli di Grog erano
giusti Binocolo si sarebbe prima avventato con furia distruttiva sull'apparecchio
riducendolo in briciole, quindi, liberato, si sarebbe risvegliato alla vita
reale e, interrogato, avrebbe rivelato il segreto per liberare anche Arturo.
Tutto andò come previsto. Binocolo, spaventato e tremante si alzò,
guardò in faccia i nuovi venuti e fu ben felice di vedere due persone
in carne ed ossa. "Amici, prendiamo un té ho tanta voglia di parlare
con voi, vi prego restate, volete che vi legga qualcosa? O preferite ascoltare
un po' di musica? Avrete fame, vi cucino gli gnocchi tirolesi, aspettate qui,
torno subito." Si sentiva rinato. Penelope e lo gnomo dai cinque nasi rifiutarono
con garbo. Bisognava liberare Arturo prima che fossero trascorse 24 ore. "Sicuro,
sicuro," disse Binocolo "per sciogliere l'incantesimo che tiene prigioniero
il vostro amico basta pronunciare una formula piccola piccola: "fine delle
trasmissioni". E tutto tornerà normale". Binocolo, se vi interessa,
partì il giorno dopo per la California, raggiunse i suoi fratelli e ancora
abita lì. Ogni giorno prende lezioni di surf, si abbronza, va in discoteca,
impara le lingue, dipinge, cucina gli spaghetti, gioca a dama e a monopoli,
non sta un attimo fermo. E a chi gli chiede perché non guarda mai la
TV, risponde che non ha tempo da perdere. Ma questa è un'altra storia.
Al tramonto Grog e Penny, seguendo le istruzioni ricevute, liberarono il povero
Arturo, che riemerse ancor più amareggiato dal suo stato d'incoscienza.
Da quando era arrivato nella foresta, non faceva che dormire a sproposito, si
sentiva in colpa e si vergognava come un ladro. Bei progressi aveva fatto! Altro
che paladino dei deboli e degli innocenti! Penelope e lo gnomo dai cinque nasi
capivano il suo disagio, ma non sapevano che fare. Decisero di rimanere tutti
insieme per la notte, facendo a turno la guardia. Uniti potevano affrontare
meglio le emergenze e aiutarsi l'un l'altro in caso di bisogno. Arturo recuperò
il Cavallo, Penelope smontò la tenda e raccolse le sue cose, Grog si
soffiò i nasi, commosso, e fece strada verso la sua capanna.
V
La notte scese, umida e gentile, sulla foresta incantata. Grog e Penelope
avevano affidato ad Arturo il primo turno di guardia ed erano crollati, mezzi
morti di stanchezza. Il cavaliere aveva apprezzato quell'atto di fiducia e aveva
giurato a se stesso di non deluderli. Per essere proprio certo di non addormentarsi
aveva bevuto mezzo litro di tè, si era messo a sedere in una posizione
scomodissima e, per maggior sicurezza, aveva appoggiato il mento alla punta
della spada. Meglio di così!
Era già mezzanotte e mezza, quando Penelope sbucò dalla capanna
e si avvicinò ad Arturo, come in trance: "Seguimi" gli disse
con aria misteriosa. Sotto i raggi lunari la sua chioma sembrava una nuvola
luminosa e gli occhi brillavano come pietre preziose. Ad Arturo parve bellissima,
così alta e agile, delicata eppure forte, una specie di Diana, pronta
per una battuta di caccia notturna. Come si faceva a non seguirla! Camminarono
un bel po' verso una radura dalla quale proveniva una luce verdognola, e, arrivati
che furono, videro, nel bel mezzo di quello spazio senza alberi, una specie
di gigantesco ferro da stiro punteggiato di lucine verdi e violette e una miriade
di strani esseri, in ancor più strane faccende affaccendati. A occhio
e croce quelle curiose creature erano grandi quanto un uomo, solo che di umano
avevano ben poco. Si sarebbero detti una specie di lumaconi grigiastri, lisci
lisci, senza gambe o braccia veri e propri. Dai loro corpi elastici si espandevano
e rientravano subito, senza lasciare traccia, a seconda delle necessità,
ora un'escrescenza, ora un tentacolo, ora una pinna, che so? Uno diceva all'altro,
passami la chiave inglese e quello allungava una zampa che prima non c'era,
gli passava l'attrezzo, e voilà, la zampa era già sparita! Una
cosa mai vista. "Guarda" fece Penelope "gli extraterrestri!"
"Uh!" riuscì appena a dire Arturo, che già una delegazione
di lumaconi strisciava a tutto gas verso di loro, lasciando strani solchi ondulati
sul terreno. Un fatto era certo, quei cosi avevano un udito fine e si muovevano
con rapidità sorprendente. "Argh!" fecero in coro i gasteropodi
giganti "gli extrapheroniani!" ed estraendo come un sol uomo (si fa
per dire) i tentacoli, immobilizzarono i due intrusi.
Intanto Grog, al quale toccava il secondo turno di guardia, si era svegliato,
e, non vedendo nessuno in giro, fiutava ulteriori pasticci. Naturalmente gli
bastò seguire un paio dei suoi nasi per ritrovare i fuggitivi. Santa
pace, da quando erano arrivati quei due, la foresta era peggio del set di Star
Trek! Non ti potevi fare un pisolino che ti ritrovavi gli alieni in casa, e
che alieni! Dopo aver piazzato Arturo e Penelope in una sorta di gabbia da polli,
i pheroniani si erano messi a studiarli con attenzione. Di tanto in tanto un
peduncolo si allungava tra le sbarre e dava una pacca, un pizzicotto, tirava
una ciocca di capelli. Qualcuno porgeva foglie e pezzi di un cibo gommoso e
filante, alquanto nauseabondo, che i due sventurati erano costretti a ingurgitare.
Grog si nascose, e rimase in ascolto, intanto che meditava sul da farsi. "Quanto
ci vuole ancora per riparare questa benedetta astronave?" chiedeva un lumacone
ad un compagno. "Un paio d'ore terrestri, presumo, poi in sei astrogiorni
saremo su Pheron e potremo mostrare questi fantastici souvenir agli amici! Hai
visto che colori l'esemplare femminile?" "Cevto, pevò sono
vozzi questi tevvestvi, pvimitivi divei" considerava un altro di quegli
enormi invertebrati, un tipo snob "anche questa cosa di dividevsi in maschi
e femmine... è decisamente antiquato, oltve che poco pvatico!" "Sarà
per via della riproduzione sessuata" intervenne l'intellettuale della compagnia
"ho letto su 'Galactica', che in alcuni pianeti periferici come questo
è ancora molto praticata, ma solo dalle popolazioni più arretrate.
Una cosa orribile, complicata da fattori assolutamente irrazionali. Una vergogna!"
Mentre i lumaconi si intrattenevano sputando sentenze sul genere umano e sulle
sue modalità riproduttive, Grog si scervellava per trovare il modo di
liberare quei due disgraziati combinaguai. L'unica cosa da fare, pensò,
era movimentare la situazione, creare confusione, spaventare i pheroniani in
qualche modo e non era facile, visto che erano creature poco inclini a farsi
dominare dalle passioni. Ci voleva qualcosa di veramente insolito e che li cogliesse
di sorpresa. Subito Grog pensò all'essere più spaventoso che conoscesse:
il drago-serpente. Ma era la stagione del letargo e a svegliarlo fuori tempo
c'era il rischio di farsi incenerire all'istante. La tana, inoltre, era lontana,
non ce l'avrebbe mai fatta, neanche cogli stivali delle sette leghe. Era lì
che snocciolava tra sé scuse più o meno plausibili, quando uno
spintone per poco non lo mandò a ruzzolare accanto al pheroniano più
vicino: era il Cavallo. Già, come aveva fatto a non pensarci? Era una
bestia bellissima, con una potente muscolatura. Quello che ci voleva! "O.k.
animale, bando agli indugi, ci tieni a finire arrosto? Allora vieni con me,
via, al galoppo!"
Imboccarono sentieri impervi, scorciatoie, attraversarono campi di strane erbe
luccicanti. Il Cavallo sembrava volare tra i rami bassi dei pini, sospinto da
una forza ignota, e, dopo mezz'ora, erano a destinazione, nel luogo più
segreto della foresta. Grog fece riposare la bestia qualche minuto, la dissetò
con un elisir vitaminico che preparava lui stesso, secondo la ricetta di un
vecchio druido amico suo e fece due o tre scongiuri, prima di addentrarsi in
una caverna bassa e oscura.
Il drago dormiva beatamente, russando e sibilando. Era un mostro di sette-otto
metri di lunghezza, con corte zampe ricoperte di squame e ampie ali da pipistrello,
ripiegate graziosamente sul dorso. Stava immobile, arrotolato su se stesso.
Nel sonno, ogni tanto, faceva smorfie terribili, scoprendo nove file di denti
lunghi e affilati come pugnali. Grog non stette troppo a tergiversare."Ora
o mai più" pensò e, tirata fuori una bella sveglia spaccaorecchie,
di quelle vecchie con la suoneria metallica, cominciò a gridare con voce
stridula: "sveglia, svegliaaa, si batte la fiacca eh, vecchio sbrodolone!
Andiamo, muoversi, muoversi!" e intanto saltellava tutt'intorno assestando
delle gran bastonate sugli unghioni del drago, il quale se ne stava lì
intontito, con le palpebre a mezz'asta, senza capire il perché di tutto
quel fracasso.
Grog intanto continuava a far suonare la sveglia e a saltellare, avendo cura
di non avvicinarsi troppo alle fauci del bestione, che poteva papparselo come
snack rompidigiuno, così fra veglia e sonno, senza troppi complimenti.
Dopo dieci minuti buoni di baccano, Grog si diresse verso l'ingresso della caverna,
saltò in groppa al Cavallo e si allontanò di qualche decina di
metri, sempre urlando "avanti, lucertolone arteriosclerotico, vieni fuori
che si va a far colazione! Coraggio, spìcciati biscia senza fegato, lombrico
ipersviluppato, ...ossiuro mutante."
Questo era troppo! Il drago strisciò fuori imbestialito. Svegliarlo fuori
tempo poteva anche passare, ma ossiuro mutante non gliel'aveva mai detto nessuno!
Raddrizzò la sua maestosa figura, spiegò le ali e, soffiando e
ruggendo di rabbia, fece, come si suol dire, fuoco e fiamme.
Il furbo Grog si teneva a una certa distanza, continuando a incitare il bestione
e badando che non perdesse le sue tracce. Ogni tanto si nascondeva tra i cespugli
per poi ricomparire all'improvviso, urlando all'impazzata. Il drago ci era cascato
in pieno. Con un po' di fortuna, lo gnomo poteva riuscire a liberare i suoi
amici e a salvare la pelle.
Nell'accampamento alieno, intanto, fervevano i preparativi per la partenza.
L'astronave era a posto e poteva proseguire, bisognava solo far rientrare il
carrello con gli attrezzi, collocare la gabbietta contenente i due terrestri
e avviare gli ipermotori a fusione fredda. Arturo e Penelope non speravano più
di salvarsi, ma, proprio mentre venivano issati a bordo, sentirono la voce di
Grog "Aspettate lumaconi, vi perdete il meglio della festa! Effetti speciali,
a me!" Si scansò, e il drago fece la sua comparsa, selvaggio e inarrestabile
nella sua furia, una vera forza della natura scatenata. I pheroniani, malgrado
il loro sangue freddo, ci rimasero di stucco. I pochi che mantennero la calma
riuscirono a salire sull'astronave, gli altri, sconvolti, scappavano di qua
e di là L'addetto ai raggi traenti fece cadere la gabbia coi prigionieri,
regalando loro una libertà, che, in quel momento, non desideravano proprio
ardentemente. "Non aver paura", disse Arturo a Penelope "scappa
a nasconderti dietro gli alberi, sta lontana da qui, ma prepara due fiaccole
con dei rami e tienile accese. A un mio cenno, salta sul cavallo insieme a Grog
e iniziate ad agitare i fuochi in modo che siano ben visibili". Lei obbedì,
sgusciò fra gli alberi e cominciò a preparare le torce, subito
raggiunta dallo gnomo a cavallo. Arturo rimase sul campo e attese il suo momento.
Il drago si comportò benissimo! Adocchiati i pheroniani, smise di seguire
Grog e si concentrò su quei bocconcini succulenti e senz'ossa che guizzavano
da tutte le parti. La corsa gli aveva messo un certo appetito, perciò
non gli dispiacque ingollarsene qualche decina, ma, calmata la fame, si ricordò
del torto subìto e non trovando più né Grog, né
il Cavallo, né l'astronave (che nel frattempo aveva decollato precipitosamente),
si arrabbiò moltissimo. Già cominciava a impennarsi e a sputare
come un lanciafiamme, quando Arturo uscì allo scoperto e attirò
su di sé l'attenzione del leggendario animale. Dal suo nascondiglio Penelope
non lo perdeva di vista un istante. Era una pazzia esporsi in quel modo, pensava;
Arturo aveva sicuramente sottovalutato il mostro. Dovette ben presto ammettere,
però, che il cavaliere, non solo dava prova di grande coraggio, ma sembrava
perfettamente a suo agio, si muoveva con naturalezza ed eleganza, come se fosse
nato e cresciuto in mezzo a belve di quel tipo. Il drago stesso se ne stupì;
si chinò incuriosito per guardare più da vicino l'uomo che lo
affrontava a mani nude, e Arturo ne approfittò per fare l'unica cosa
sensata in una situazione del genere: saltare in groppa al serpente alato e
sistemarsi dietro le sue orecchie. Ucciderlo non poteva, mancandogli la spada,
né voleva, trattandosi di uno degli ultimi, rarissimi esemplari rimasti.
Si aggrappò, quindi, alle poderose mascelle del dragone e, tenendosi
ben saldo, cominciò a sussurrargli all'orecchio: "Calma mio bel
dragone, calma, ti verrà un accidente se ti agiti così! Ora devi
tornare a dormire, altrimenti la prossima stagione sarai uno straccio. Vieni
bello, la tua draghessa si starà preoccupando, vedi, è già
nel bosco che ti cerca" e così dicendo fece cenno agli amici, che
cominciarono ad agitare le torce come forsennati.
Questo avevan di bello i draghi, si lasciavano persuadere facilmente, bastava
prenderli per il verso giusto, parlargli dolcemente, ma con fermezza, e, soprattutto
non mostrare paura. Quando videro Arturo e la sua terribile cavalcatura, ormai
mansueta come un agnellino, addentrarsi tranquillamente nella foresta, Grog
e Penelope non credettero ai loro occhi. Solo il Cavallo aveva l'aria di voler
dire: "E questo è niente! Il mio padrone è un vero campione.
Modestamente!"
Riportarono il drago alla sua tana, lo fecero accucciare sul suo giaciglio, gli diedero una camomilla, un po' di bicarbonato ché i lumaconi gli erano rimasti sullo stomaco, e aspettarono che si fosse riaddormentato. Mancava poco al sorgere del sole. Tornarono alla capanna di Grog senza aver la forza di dire una parola, chiusero le imposte e si gettarono stanchi morti sulle foglie secche. Questa volta dormirono tutti e tre della grossa, fino al mattino successivo.
VI
Penelope si svegliò all'alba e, in punta di piedi, si avviò
verso un ruscello che scorreva poco lontano. Aveva bisogno di riflettere in
solitudine e fece una nuotata in quell'acqua fredda e cristallina. Il comportamento
di Arturo, il giorno precedente, la costringeva a modificare l'opinione che
s'era fatta di lui: "Nel momento del pericolo" pensava "non ha
esitato un nanosecondo. Mi ha messa al riparo, rischiando lui in prima persona
e ha organizzato un piano in quattro e quattr'otto. Che presenza di spirito!
E che padronanza di sé. Col drago, poi, è stato fantastico! Lo
ha domato a suon di carezze e paroline dolci, senza torcergli una squama. Un
uomo veramente fuori del comune! Chissà... se tutto quello che ci sta
accadendo è vero... Certo, mi dispiacerebbe proprio svegliarmi!"
E quanto è buono Arturo, quanto è simpatico, quanto è coraggioso...
Insomma, non le ci volle molto per capire che si era bell'e invaghita dell'eroe
della favola. E siccome era un tipetto deciso, si propose di parlargli al più
presto. "Arturo," avrebbe detto, "tu mi piaci, sei attraente
e intelligente, gentile e virile, in una parola, fico! E io non ti mollo. Respingimi
pure, io non mi scollo. Suvvia, non darmi questo dolore, sii il mio amore!"
Si! Avrebbe detto così, non appena l'avesse incontrato.
Anche Arturo si era svegliato prestissimo, e per non disturbare, aveva fatto
una lunga passeggiata. Si sentiva in forma, scattante come una volta, pronto
all'avventura. Prima di ogni abluzione, volle eseguire tutti gli esercizi ginnici
di routine. D'ora in poi li avrebbe fatti ogni giorno, non voleva sfigurare
agli occhi di Penelope. Quindi, si lavò e si vestì con cura. Non
doveva più accadergli di trascurare il suo aspetto, Penny non lo avrebbe
certamente gradito. Poi bisognava attrezzarsi, raccogliere dei fiori, ma solo
i più belli eh!, da regalare a Penelope e magari ripassare un po' l'Orlando
Innamorato, in modo da recitarne qualche passo, quando la soave fanciulla si
fosse svegliata e inoltre... Si fermò di botto. "Ehi!!"
disse a se stesso con sincero stupore "Ti sei bevuto il cervello?"
Ci pensò su un attimo e con naturalezza si rispose: "Si! Dunque,
dov'ero rimasto? Ah ecco, l'Orlando Innamorato... no, no, per Lei non si può
recitare una cosa ormai trita e ritrita, comporrò io stesso un sonetto,
ma che dico? un'ode, anzi no, un poema...e se non capirò, scriverò
un romanzo, un ciclo intero di romanzi per Lei, divina creatura. E se lo vorrò,
affronterò altri mille draghi per Lei e mille pericoli, perché
il suo amore mi renderò invincibile!" Era stabilito! Questo le avrebbe
detto, non appena l'avesse vista.
Tornarono verso la capanna, ciascuno immerso nei propri dolci pensieri, ma talmente
immerso e talmente dimentico del mondo circostante, che la collisione fu inevitabile.
Un urto tremendo. "Aaah! Ahi ahi ahi!" urlò Penelope e, inviperita,
lo apostrofò "Razza di asino calzato e vestito, stà un po'
più attento, dove hai la testa?". "Ohi, povero me" si
lamentò Arturo, e inveì "tu, piuttosto, inserisci il cervello
prima di andartene in giro, sottospecie di primate!". "Come osi?"
ribatté la divina creatura "fanfarone mortifero, spaccone... pitecantropo!".
"Pitecantropo?" ripeté il gentile e virile, con gli occhi fuori
dalle orbite "Stammi bene a sentire, pezzo di oca travestita da serpente
a sonagli, misura le parole o sarà costretto a..a..." "a cosa?"
fece la soave "a cosa sarai costretto, babbuino microcefalo?!"
Il povero Grog non volle credere alle sue orecchie, ma dovette fidarsi dei suoi
nasi: l'olezzo dei tassi adrenalinici montanti parlava chiaro, bisognava affrettarsi
perché quei due stavano litigando come scimmie! "Satanasso!"
esclamò il nano "Dico, siete impazziti? Guarda qua che macello!
Ma come! scampiamo per miracolo a un manipolo di alieni criminali, svegliamo
e riaddormentiamo un drago, e dico D-R-A-G-O, mica un bebè in mutande
di pizzo! senza farci neanche un graffio e voi, sciagurati, vi riducete in questo
stato l'un l'altro? Dammi questa mano tu!" fece rivolto a Penelope "Ti
sei fratturato il mignolo. Contenta? E tu, fa un po' vedere!" disse ad
Arturo "Non male, un occhio nero, una spalla lussata e un bello sbrego
sulla coscia. Accidenti, questa storia va per le lunghe! Bisognerà chiamare
Mago Merletto".
"Vorrai dire Merlino!" corresse Arturo ridendo sotto i baffi.
"Sentilo il sapientone! Questa non è Camelot e non c'è nessun
Merlino qui. Sottoacculturato! Noi abbiamo Merletto, se non ti dispiace. Non
sarà un mago di serie A, non farà magie spettacolari, ma una certa
pratica ce l'ha. Come dire, è un mago della mutua, ecco!". Approntò
in fretta e furia un cerchio magico, si pose al centro, fece due o tre gesti
nell'aria ed invocò il Mago. Si udì qualche strano rumore e poi
una voce: "Questa è la segreteria telefonica di Mago Merletto. Il
mago è momentaneamente assente. Se desiderate, potete lasciare un messaggio
dopo il bip. Biiiip." "Non ci provare sai," urlò Grog
"con me non attacca il trucco della finta segreteria. Vieni giù
tu o vengo a prenderti io?" "All right, ricevuto. Passo e chiudo"
fece la voce e poff! il Mago atterrò proprio al centro del cerchio magico,
con un sorriso angelico, tra nuvole di fumo blu e stelline dorate. "Eccomi"
disse il Mago e aggiunse in tono sbrigativo "mostrami lo iellato, l'affatturato
o il bisognoso perché...
Merletto arriva, scanta, sbroglia,
unisce, separa, ammoglia,
taglia, cuce, guarisce,
risolve tutto e poi sparisce.
Prezzi fissi e moderati,
soddisfatti o rimborsati. Yeah!
"Lo spot ce lo potevi risparmiare, Merletto" disse Grog un po' seccato
"piuttosto, dà un'occhiata a questi due, sono veramente malconci".
Merletto esaminò, tastò, palpò, e, quindi, recitò:
"Granchi pelosi e addormentati,
orchi bavosi vecchi e sdentati,
questo incantesimo opero lesto,
prima che sia troppo presto.
Non è, qui, il caso di veri malanni,
son solo graffi, bando agli affanni!
i due ragazzi, puoi star sereno,
saran guariti in un battibaleno.
Zot, zut, ambarambà
nuovi di zecca eccoli qua!".
Seguì una pioggia di bruscolini luminosi e i pazienti erano belli e
ristabiliti, più freschi e sani che mai.
"Grazie Merletto" proferirono in coro, mentre il mago, con noncuranza,
si lucidava le unghie sul bavero della palandrana "E' splendido!"
disse Penny "Sei un tesoro Mago" e smack gli schioccò un bacio
sul pizzetto.
"Ma figurati, una cosa da nulla" fece lui galante "se hai bisogno
di me, cara, non hai che da chiamare!". Arturo si sentì in dovere
di intervenire: "Ehm, credo che non ne avrà più bisogno.
Spero, almeno! Ma tu, Mago, non ci potresti dire come si fa ad uscire dalla
foresta? La signorina Penelope è qui già da molti giorni e vorrebbe
tornare a casa."
"Ah, no! Questo non posso dirvelo. Non è di mia competenza. Io sono
un mago semplice, non sono autorizzato a dare informazioni di questo tipo. Dovete
rivolgervi al grande capo, lo spirito della foresta. E ora, se voleste darmi
il mio compenso, è vero, io toglierei il disturbo" disse con una
sfumatura d'impazienza. "Sta bene" disse Grog, prese dalla dispensa
due barattoli della sua famosa marmellata di mirtilli e la porse a Merletto,
il quale ringraziò con l'acquolina in bocca. Poi, tra maniche fluttuanti
e paroline magiche, sparì lasciandosi dietro un lieve odore di zucchero
bruciato.
"Ci risiamo," pensava Grog "quando riavrò la mia pace?"
"Meno male," pensava Arturo "forse potremo fare la pace!"
"Che bello," pensava Penelope "ancora vacanza!" e si mise
l'animo in pace.
VII
Era un bel guaio. Grog non sapeva proprio come fare ad evocare lo spirito
della foresta. Non ne aveva mai avuto bisogno, lui: era in armonia con se stesso
e con la natura, rispettava le piante e gli animali, consumava poco e non faceva
danno; sapeva tante cose, ma non pretendeva di insegnarle ad altri, mangiava
quando aveva fame, dormiva quando era stanco, parlava di rado e pensava molto.
Viveva da eremita, è vero, ma a modo suo era felice.
Anche Arturo e Penelope non erano pratici di evocazioni spiritiche, tuttavia
bisognava provare. Fecero sedute con bicchierino e tavolino a tre gambe, cantarono
inni e litanie, bruciarono erbe e incensi, si ipnotizzarono a vicenda, tracciarono
figure magiche sulla terra, lessero i tarocchi. Niente, lo spirito non si faceva
vivo. Allora provarono con la scrittura automatica, saltarono, ulularono, fecero
persino la danza della pioggia e quella del ventre, hai visto mai! E poi si
misero a leggere le stelle, a interpretare il disegno delle cortecce dei pini,
ad ascoltare il vento, a stendersi sul muschio magico per assorbire l'energia
della natura ed entrare in contatto telepatico con lo spirito. Macché,
neanche un segno piccolo così! Loro, per, stavano benissimo. Tutto
quel movimento e l'aria pura della foresta li avevano rimessi in sesto. Penny
non era più pallida come i primi giorni e si era anche irrobustita, Arturo
era più raggiante che mai e Grog era bello arzillo e rubizzo. E lo spirito,
muto... finché, un giorno, stanchi e in preda a una specie di furore
collettivo, cominciarono a gridare come matti: "Insomma, vieni fuori spiritaccio
della malora!" sbraitava Grog. "Chi ti credi di essere eh? sono giorni
che ti chiamiamo, pure lo spirito d'una formica ci sarebbe arrivato! Testone!"
provocava Penelope sprezzante. "Fai il prezioso eh? Bello spirito di patata!
sai che ti dico" azzardò Arturo "secondo me, manco esisti!".
Non aveva finito la frase, che, improvvisamente, si alzò un vento fortissimo,
ma così forte ... beh! la Bora al confronto era una brezzolina estiva.
Lampi e tuoni tremendi squarciarono l'aria, la pioggia cadde in rovesci impetuosi
e la terra si mosse come scossa da un terremoto. Quando la furia degli elementi
si fu calmata, una voce grave risuonò, proveniente dal cielo, dalla terra
e dalle piante tutte: "Piaciuto lo show?" disse, reprimendo una risata.
I tre si guardarono attoniti. "Avete perso la lingua, mortali? Coraggio,
sono qui, parlate!" incalzò il vocione sghignazzando.
Un po' per lo spavento, un po' perché si sentivano presi alla sprovvista,
i nostri amici non riuscivano ad aprir bocca, anzi, si accorsero che, a furia
di evocare, si erano scordati cosa dovevano chiedere e se ne stavano lì
come tre allocchi, incapaci di articolar suono.
Lo spirito ridacchiò e tossicchiò, assumendo un tono paterno:
"Figlioli, se c'è una cosa che non sopporto è essere disturbato
per nulla. Ho trasformato individui in alberi per molto meno. Non che ci abbiano
perso, vero, ... bah, lasciamo perdere. Dunque, sondiamo un po' le vostre menti
obnubilate dal terrore. Tu, nano, in un certo senso sei dei nostri, sei contento
di te e della tua vita, non hai troppi problemi, ma questi due affascinanti
giovani... oh, oh, oh! Cosa leggo nei loro pensieri? Vogliono uscire dalla foresta.
E lo chiedete a me?" fece lo spirito indispettito.
"Ecco, vedi," interloquì Arturo "ci avevano detto che
potevi darci delle indicazioni, così noi...".
"Per uscire dalla foresta, caro il mio Lancillotto, bisogna trovare la
strada, giusto? Giusto! Per trovare la strada bisogna cercarla, giusto? Giusto!
Ebbene, voi cercatela!"
"Ma noi ci abbiamo provato" disse Penelope con energia "solo
che qui tutto cambia continuamente, ti volti e un attimo dopo l'albero che avevi
alla tua sinistra è a destra, il sud, cinque minuti dopo è ovest...e...
come si fa a orientarsi?".
"Ma questa, cara la mia Chiomarossa, è una foresta incantata. Lo
spazio-tempo, qui, non è importante come nel mondo cosiddetto reale.
Nella foresta, in questa foresta, nessuno entra per caso! E nessuno ne esce
per caso. Tu cercavi qualcosa, e, come te, anche il bel cavaliere. Che c'entro
io? Cosa ti aspetti? Che risolva i tuoi problemi esistenziali? Che ti dica cosa
cerchi? Che sciolga l'enigma? Insomma, tesoruccio, vuoi che ti dica come va
a finire? Ma la vita è tua! Sei tu che devi scegliere la strada. Se lo
vorrete veramente, uscirete, questo è sicuro! E' l'unica certezza che
posso darvi. Ma ricordate, bisogna saper cercare... saper cercare..." e
con queste parole, lo spirito se ne andò.
"Saper cercare, saper cercare...." ripeteva Grog, come imbambolato.
Poi, colpito da subitanea illuminazione, disse "Ci sono! Ci sono, amici.
Ascoltate, quando tanti anni fa, sono venuto qui ero stanco, triste, a pezzi,
non riuscivo a vivere con gli altri uomini; cercavo la quiete, la solitudine,
la natura, una vita tranquilla. Volevo queste cose con tale intensità,
ed ero animato da tanta speranza che trovai questo posto e, appena vi entrai,
desiderai non uscirne mai più. E cos" è stato. Forse voi
non sapete ancora bene cosa volete, siete così giovani. E' difficile,
sapete, desiderare le cose giuste! Ma provate a pensare. Nulla qui è
casuale, diceva lo spirito, quindi neanche il fatto che vi siate incontrati,
che ci siamo incontrati, anzi, e che ci siano capitate tante avventure lo è!"
Penelope e Arturo si guardarono a lungo senza parlare. Cominciavano a capire.
O meglio avevano capito da un pezzo, ma avevano paura di sbagliare, perciò
continuavano a perdersi. Non si poteva esitare oltre! Salutarono Grog, si presero
per mano, e, senza voltarsi, si avviarono con passo deciso, seguiti, a rispettosa
distanza, dal Cavallo. Imboccarono un sentieruccio stretto stretto, fiancheggiato
dai soliti pini, che li salutavano, accarezzandoli coi rami. Voi non ci crederete,
ma alla fine di quel sentiero, la foresta svanì e il gruppetto si ritrovò
sotto casa di Penelope. Figuratevi le facce dei passanti nel vedere lo strano
trio composto da ragazza apparentemente normale, armatura semovente del quattordicesimo
secolo e cavallo sbuffante, in pieno centro cittadino! Si creò un po'
di scompiglio, ma Arturo e Penelope, vi assicuro, non ci fecero proprio caso.
A questo punto potrei dirvi che la storia è finita, che il resto vien
da sé, che i nostri eroi vissero felici e contenti. Certo, sarebbe comodo
e sbrigativo; figurarsi, anche troppi autori se la cavano così! Ma chi
di voi non si è chiesto che fine ha fatto Cenerentola dopo essersi sposata?
Le sorellastre, le avrà messe a scopare il focolare? E Biancaneve, ha
avuto dei bambini? Le sono mai saltati i nervi o era sempre gentile come coi
sette nani? E Raperonzolo, se li fece poi ricrescere i capelli? E la Bella Addormentata,
dopo tutto quel dormire, aveva problemi d'insonnia? Uno dice "felici e
contenti", e i lettori si immaginano i personaggi perennemente sorridenti,
ottusamente benestanti, senza grattacapi, immortalati in un'istantanea, col
tempo bello e il buon'umore stampato sulla faccia in eterno. Ma siamo seri!
Altro che felici e contenti, saranno finiti tutti al manicomio! Insomma, io
sento il dovere di salvaguardare la salute psicofisica delle mie creature, perciò
abbiate pazienza e ascoltate ancora un po'.
Dunque, Arturo e Penelope iniziarono la loro vita a due. Per prima cosa cambiarono
casa, perché il cavallo in salotto ci stava stretto e non era abituato
a fare i bisognini nel w.c. Poi Arturo dovette cercarsi un lavoro, e non fu
semplice. Ma si ricordò le parole dello spirito "saper cercare"
e alla fine trovò quel che faceva per lui. Fece un bel concorso e vinse
una cattedra di Letteratura cavalleresca all'università. I suoi studenti
lo amavano e lo rispettavano, anche se trovavano un tantino eccessivo che venisse
a lezione a cavallo, ma ognuno, si sa, ha i suoi pallini.
Penelope invece continuò il suo lavoro di medico all'ospedale. Smise
solo, per qualche mese, quando aspettava i gemelli. Eh si! Perché ai
nostri amici nacquero due bellissimi bambini, un maschietto, Rolando e una femminuccia,
Angelica. Il primo, fu un bimbo serio, studioso e amante della natura. Diede
molte soddisfazioni ai genitori e, alla fine, diventò un bravissimo dentista.
Era assai affezionato al Cavallo, e, quando l'animale fu molto vecchio e non
poté più mangiare, gli fece una bella dentiera su misura, sicché
la bestia campò ancora a lungo e felicemente, cuccandosi biada e avena
in quantità. Incoraggiato dal risultato, Rolando, che era un po' genietto
come sua madre, si inventò una specializzazione in odontotecnica zoologica
e fabbricò protesi per vecchi cani, gatti, criceti ed altri animali domestici,
che poterono continuare, malgrado l'età, a sgranocchiare i loro cibi
preferiti e a far compagnia ai loro padroni.
Angelica, invece, fu una bimbetta allegra, vivace e chiassosa. Non stava ferma
un minuto, amava il rischio e l'avventura. Farla star buona non era impresa
di poco conto, perciò smisero presto di provarci. L'unica era tenerla
impegnata e, siccome Arturo non aveva perso l'abitudine di allenarsi, quando
non andava all'università, le insegnava a cavalcare, a tirare di scherma,
a domare gl'ippogrifi e a imbrogliare i maghi, a schivare mostri e a liberare
principi incantati. La sera Angelica non voleva mai andare a letto, e ci voleva
tutta la pazienza di Arturo, per convincerla che bisognava dormire; fino all'ultimo
minuto, quando proprio cascava dal sonno, la bambina chiedeva ancora: "Papà,
ma Astolfo le uccise tutte le Arpie?" oppure diceva "Papà,
da grande voglio diventare come Bradamante! Era forte eh Bradamante?" o
implorava "E dai, raccontami un'altra volta di quando tu e la mamma stavate
nella foresta incantata e sono arrivati gli alieni e poi il drago e poi anche
Binocolo di Biancaneve..." e Arturo raccontava e raccontava... Certe volte
si addormentava prima lui e sognava di fare da baby sitter a un drago... era
così riposante!
FINE