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SEGNALAZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
CONCORSO "LE PAROLE DEL DESIDERIO" EDIZIONE 2006
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SOGNO, DESIDERIO, QUALUNQUE COSA
di Hank
Era con una mano sotto il mento, e l'indice intorno alla bocca.
Pensava.
Sopra il tavolo alcuni piatti sporchi di fine pranzo.
Una buccia d'arancia, butterata come le gote di un 15enne, giaceva in posa spirale, inerme.
Era oramai il quarto Natale che Fred passava da solo, ma stavolta credeva di starne sentendo il peso.
La casa era immersa nel solito silenzio, che adesso però diventava più surreale per via delle 23 e un quarto del 24 Dicembre.
Inevitabilmente, ma senza sapere il perchè, gli stavano venendo alla mente scene familiari di giubilo, di festa, di serenità.
Vedeva soltanto tavole imbandite piene sino all'orlo. Bambini che urlavano felici, e donne meravigliose e vecchie intente
ai fornelli.
Si sentì solo, ma solo per davvero.
La sua tavola rettangolare, lasciava intendere una celata voglia di tradizione.
Si era preparato le lenticchie con lo zampone.
L'usanza del baccalà fritto e dell'insalata di 'rinforzo', risposero presente all'appello.
C'era persino una scelta di dolci natalizi in piena regola.
Cassatine, mustaccioli, rococò, pastierine.
Tutte eredità ricevute dalla sua famiglia materna.
Fred adorava i dolci, ma non adorava mangiarli. Gli piaceva com'erano fatti, gli piaceva l'aroma.
Erano tutti in fila dentro una guantiera bianca, 3 per ogni tipo.
Sembravano elementi strani di uno strano esercito, tutti in riga per una qualche occasione.
Nessuno era stato toccato.
La tovaglia era rossa, con delle strane fantasie ricamate sopra. Che anche ora, Fred, cercava di tradurre.
Figure geometriche forse, o fulmini.
Pensò potessero essere delle slitte stilizzate, forse, ma poi si disse che no, non era così.
Si concentrò per qualche istante, dimenticando l'assenza.
Poi si girò verso il frigorifero, tozzo e bianco; sembrava un suo vecchio amico delle medie.
Pensò ai Natali dell'infanzia.
Gli vennero in mente i suoi nonni, sereni e pieni di grazia.
Si ricordò di quando entrava in cucina alle 3 del pomeriggio, seguendo così passo passo l'opera maestosa dell'intera composizione
del magnifico cenone di Natale.
Ricordava pochi dettagli, ma alcuni erano stupendi.
Il foulard di Zia Rosaria, sempre lo stesso in cucina, azzurro come il mare. Che la faceva sembrare una mondina, con quel viso
bello e liscio, e quegli occhi vispi.
Il vagare di sua nonna per la casa, assaggiando qualsiasi cosa bruciasse in pentola.
Incredibilmente senza mai scottarsi, malgrado raccogliesse cibi immersi per intero dentro al fuoco.
L'aria greve di suo nonno, ma così fiera.
Contento di tutta la sua famiglia; di averla riunita, ancora un altro anno.
Si sorprese sorridente, dentro il balcone.
Alzò il mento, e si scoprì assonnato dai ricordi e pure un po' dalla bottiglia di nero d'avola consumata quasi per intero.
La prese per il collo, verificando la consistenza di quello rimasto versandoselo nel bicchiere.
Ingollò d'un fiato il mezzo bicchiere.
S'accese una sigaretta e ancora si guardò riflesso dentro al balcone, posto proprio dietro l'altro capo della tavola da cucina.
Non riusciva a vedere bene i particolari, ma vedere la barba foltissima lo alienò, immerso com'era nei ricordi, e nella figura
d'un lui bambino e glabro.
Cos'era quella vita, adesso?
Come c'era arrivato?
Fred s'era sempre fatto bastare ogni cosa.
Vivere d'espedienti, era per lui oramai uno stato di fatto.
Non trovava spazio per credere nelle persone nè forse più aveva voglia di farlo.
Era rimasto solo, ma lo era sempre stato.
Almeno da quando diventò grande.
Da quando smise di credere nella famiglia e iniziò a credere in se stesso.
Almeno da quando suo padre smise di essere il suo eroe, per lasciare posto ad Arturo Bandini.
Ogni cosa che sentiva farlo crescere, maturare, che sentiva farlo diventare più in gamba, lo faceva sentire più solo.
E questa solitudine, questa estraneazione, era soltanto tutta la sua vita.
E stasera Fred, se ne rendeva conto.
Lo vedeva chiaro, anche se non lo capiva.
In fondo, si sentiva di volere ancora certe cose. Di sentirne proprio il bisogno.
Il calore stupido dell'affetto familiare. La capacità di sentirsi parte di qualcosa, senza l'onere di dover fare niente.
Il non dover dimostrare niente che un certificato di nascita non possa già dimostrare.
Ora era solo, e i suoi nonni erano morti, e suoi genitori era come se lo fossero, e i suoi zii chissà cosa facevano, chissà
dov'erano.
Mentre tirava boccate superficiali di fumo, pensò che sarebbe stato carino ritrovarsi in una di quelle riunioni, un'ultima volta.
Ma anche sapeva che era impossibile, che un certo tempo era andato, via, per sempre.
Di cosa aveva bisogno?
Pensò di chiamare qualcuno, gli auguri sarebbero stati una buona scusa.
Poi subito gli passò la voglia.
Di certo, sapeva quello che era diventato o che forse era sempre stato.
Uno che, in fondo, la solitudine la ama.
Ama poter evitare l'inutile chiacchiriccio, o gli atteggiamenti formali.
Cose che pure facevano parte di quel mondo che lui adesso ricordava con tanta nostalgia e voglia di riviverlo.
S'alzò dal tavolo, si mosse un po' per la cucina.
Buttò qualche piatto nel lavandino e qualche rimasuglio nella spazzatura.
Conservò sotto una coperchio, un pezzo di orata rimasto intatto nel vassoio del pesce.
S'allungò verso il mobiletto attiguo al balcone e ne fece uscire fuori la moka.
Era giunta l'ora d'un caffè, pensò, al quale avrebbe fatto seguire un'ottima lettura steso sopra il divano, nel piccolo
salotto che aveva. La Tv, si disse, sarebbe rimasta rigorosamente spenta.
Messa la moka sul fuoco, si risistemò al suo posto. A capo di un tavolo ora scarno e pieno di insignificanti molliche.
Fu forse dopo 30 secondi, che successe.
Rialzando la testa dopo un pensiero, riflessa nel balcone, vide Sara.
Era lì, accanto a lui. Una maglietta verde con maniche lunghe di stoffa. Una gonna di percalle, lunga fino ai piedi.
I capelli ricci e neri, un po' pazzi e meravigliosi.
Fred si girò attonito, ma non troppo.
Sara sorrise.
- da dove sei uscita? - Fred si rivolse concreto.
Sara continuò a sorridere e allungò una mano sulla sua testa che si vedeva, da poco rasata.
Gli carezzò il capo per qualche secondo, mentre con gli occhi pareva cercare di infondergli un'assoluta gioia, una utopica
serenità.
Fred la lasciò fare e poi di nuovo parlò.
- Che ci fai qua? Hai ancora le tue chiavi a quanto pare... -
Sara ancora zittì. Fred cominciò a farlo.
Iniziò a scrutarla minuziosamente, non la vedeva da tantissimo tempo.
Poco meno d'un anno. Da quando decisero che niente più potevano dare l'uno all'altra. Da quando, anche dopo che la loro storia era oramai chiusa, continuavano comunque ad acconsentire ad alcuni echi di malinconia e solitudine
Fred non aveva mai smesso d'amarla, e per questo serbava ancora un banale rancore che ora, vedendola, s'era rifatto vivo.
- Si vede che non hai niente da fare, baby. Sei messa peggio di me. E con Marco? Sapevo che stavi con quel tipo, là, quello
che lavora sulle navi. Cos'è, sta lavorando la vigilia di Natale? -
Fred cercò di portarla sullo scontro. Era strano vederla lì, ma andò tutto così velocemente che non riuscì a capire quale
sentimento provasse nel rivederla, ora, in quel frangente. E allora decise di lasciar andare ciò che aveva comunque covato
nei più dei giorni del loro distacco.
In tutta quell'assenza.
Ma Sara non parlava.
Era lì, come spesso faceva, zitta e bellissima.
Gli occhi attenti infissi dentro quelli di Fred.
La testa per aria che sembrava sospesa. Le gambe un po' piegate che finivano dentro un paio di stivali marroni, che insieme
alla completa assenza di ogni sorta di trucco, le conferivano un'aria molto sofisticata, da intellettuale, da poetessa.
- sei bellissima -, Fred si decise, e i suoi occhi fecero trasparire un assoluto cambio di registro. Si lasciò andare alla bellezza del ricordo, dell'amore.
Poi le si avvicinò e si abbracciarono in maniera decisa, avvinghiati l'uno al desiderio dell'altro.
Rimasero così per chissà quanto tempo.
Poi Fred pensò che doveva parlarne con qualcuno. Cercava qualcuno, in quella strana e per lui desolata sera di Natale: e chi meglio di Sara.
- Mi sei mancata, così tanto, Amore. Così tanto, Sara, cazzo. Le giornate passano stupide; la voglia di resistere è ogni giorno più
insignificante, più tenue. Gli editori continuano a dire cazzate, e io continuo a cercare di non scriverne. Sto cercando
un'idea per un grande romanzo, ma sento che mi mancano troppe cose per poter sapere cosa cercare. Quando sono diventato così
estraneo a tutto questo, Sara? Cazzo, baby tu mi conosci, no? Almeno tu, mi conosci.. Dimmelo tu, quando sono diventato così..
Mi sento solo Sara. E non capisco più cosa conta, cosa almeno può contare. Ma non è, capisci, che mi manca qualcuno. E non mi manca qualcosa. E' strano, sembra sempre tutto così vuoto, e solo i ricordi, come un vecchio quelli, mi danno speranza. Anche se con te, baby, ricordo che mi sentivo diverso. Diverso per davvero. Certo, eravamo
comunque soli, ma eravamo insieme.. Cazzo Sara, io non ho saputo essere ciò che tu...-
Sara lo fermò, staccandosi da quel lungo abbraccio, mentre la voce di Fred stava iniziando a rompersi dentro un malinconico
pianto.
Gli prese la faccia rossa, fra le mani, e ancora sorrise, sorrise forte, che sembravano sorridere tutti, e sul suo cuore,
Fred, sentì una strana leggerezza.
I respiri erano vicini, e l'uno sembrava sospirare nel sentire l'aroma dell'altro.
Gli occhi stagnarono dentro una piccola pozza di lacrime. Erano ad un passo dal balcone, e non si accorsero del pesante silenzio
che dalle strade vuote, arrivava fin dentro la casa; trasformando l'idea del Natale, in un sordido momento di solitudine
collettiva. Insieme, tutto sembrava apparire per quello che era.
Paradossalmente, ogni sentimentalismo, ogni enfatica sensazione dell'anima, lasciava posto alla seppur corrosiva realtà.
Ma insieme, anche l'inferno più profondo pareva poter essere accettato.
Poi si gettarono dentro un lungo bacio.
Uno di quelli dentro ai quali ti perdi, ti confondi fra il vorticare delle lingue e il sapore dell'altro.
Uno di quelli che stanca, ma continui, perchè non vorresti essere mai tu per primo a porvi fine.
La moka sibilò pronta com'era per il caffè, e per un attimo tutto scomparve.
Sara aprì gli occhi e Fred ne mosse soltanto uno verso di lei, alzandolo lentamente, come un mirino di precisione.
L'altro pareva adagiato ancora, sognante.
Fu lei che aprì bocca.
- ...e ora, e ora, come ti sembra il Natale, va meglio? -
Nessuno rispose.
E dai vetri del balcone un sorriso magnifico e solitario
illuminò l'intera cucina.
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