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IL MARXISMO SOVIETICO

Lunedì 17 Luglio 2017 15:57 Umberto Petrongari
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Questo breve scritto non vuole essere argomentativo ma meramente espositivo. Dopo aver accennato al modo in cui andrebbe interpretato il pensiero di Karl Marx, e dopo aver accennato al modo in cui ho personalmente modificato tale pensiero filosofico, delineo brevemente la nozione di marxismo sovietico. Non parlando di come la mia idea di marxismo e quest’ultima possano conciliarsi, mi limito dunque (soprattutto) ad esporla, sperando che il lettore possa accoglierla e ritrovarvisi.

Vi è da ritenere che secondo Marx l’andamento storico non sia hegelianamente scandito da una tesi (dalla ‘bella eticità’, o da qualcosa di simile ad essa), da un’antitesi (i conflitti storici) e da una sintesi (il comunismo in sostituzione dello Stato hegeliano). Per Marx il principio dialettico-eracliteo in base al quale vi è solo conflitto di tutti contro tutti non verrebbe in fondo superato neanche nel comunismo. Non svilupperò ulteriormente tale accenno sul comunismo in quanto ne ho già discusso in altri miei scritti.

Marx nei Grundrisse parla stranamente di una fase storica tetica, smentita però dalle principali restanti sue opere. Nega, dunque, a mio parere la possibilità della sintesi dialettica. Per il resto, come per Hegel, vigerebbe per Marx il solo principio dialettico di determinazione-negazione e quello relativo all’identità dei contrari, implicante che il mondo sia rappresentativo: solo cose reali non possono coincidere le une con le altre. Ognuno vivrebbe solo nel presente, pensando egoisticamente solo a se stesso, scontrandosi di conseguenza con ogni altro.

Tale nichilismo, attinto da Eraclito, andrebbe a mio parere sostituito con un nichilismo di tipo contingentista. Forse non esiste nulla, per cui le azioni umane sarebbero per la maggior parte libere e la Natura sarebbe un sogno sregolato. E così, per quel che riguarda ad esempio l’agire umano, esso non può mai venire predeterminato con certezza. Si possono, ad esempio, porre delle condizioni (come la moderazione) che si limitano unicamente a favorire un comportamento civile, ma non a causarlo.

La vulgata marxista vigente in Unione Sovietica si delinea a partire dai tempi di Stalin. Permarrà inalterata, o non troppo alterata, fino (probabilmente) ai tempi del crollo dell’Urss. Il materialismo marxiano verrà reinterpretato attingendo da quella che è la sola moderna concezione della materia, escogitata da Cartesio. La res extensa acquisirà però carattere dialettico: l’egoismo solipsistico vitalizza la condotta di ogni uomo, per cui sarà in conflitto con ogni altro uomo.

Nello specifico del proletariato, esso sarà portato ad essere sempre meno individualista (nel caso faccia una vita misera sarà addirittura delinquenziale), man mano che le sue condizioni di vita miglioreranno progressivamente, fino al raggiungimento della più piena dignità esistenziale. Se il proletario non è dunque ancora del tutto buono in un contesto in cui il comunismo non si è ancora realizzato, non dovrebbe troppo preoccuparsi di ciò, e dovrebbe sapere che non è fatto della stessa pasta del borghese, invece inguaribilmente egoista.

Il progredire di una società socialista consente al proletariato di (forse) riscoprire la sua anima (piuttosto che di edificarla), precedentemente (prima dell’avvento del socialismo) soffocata. Non so fino a che punto tale anima possa coincidere con la res cogitans, ma con quest’ultima potrebbe condividere alcuni tratti.

Provare dei sentimenti disinteressati nei confronti degli altri è forse indicativo della presenza in noi di un’anima, prescindendo dal considerare in cosa possa consistere. Sebbene Marx nelle sue brevissime e celebri Tesi paia più criticare Feuerbach che accoglierlo, molti interpreti marxisti ritengono che il comunismo coincida con la piena realizzazione della Humanitas quale cosa che l’uomo alienerebbe da sé, proiettandola in Dio (che è onnipotente, buono e felice – in una parola, perfetto). Quando essa si concretizzerà l’uomo non sarà più alienato e non ci sarà, ovviamente, più bisogno di uno stato. In particolare i ‘costruttori di Dio’ russi potrebbero aver concepito idee identiche a quelle che ho appena concluso di esporre.

Se il mondo ha carattere dialettico, il nostro vivere stesso consisterà nel costante ferimento a noi provocato da tutto ciò di cui facciamo esperienza, ferendo a nostra volta chiunque esiste e si rapporta con noi in una qualsiasi maniera. Ebbene, il sentimento consiste nell’esercitare l’azione meno offensiva nei confronti di coloro con cui ci relazioniamo, essendo sia poco aggressivo che non indifferente (se l’aggressività ferisce, l’indifferenza, addirittura, annienta). L’esercitare, ad esempio, dell’ironia pungente nei confronti degli altri ci fa sentire più leggeri rispetto al commuoverci per gli altri. Ma ciò non si verifica se essa la subiamo.

Un popolo, o un gruppo, un ceto di persone, quanto più ha sofferto l’oppressione da parte di un altro popolo o di un ceto ad esso superiore (in origine composto da uomini fisicamente forti), tanto più ha sviluppato una coscienza morale che ha colto con profondità il male insito in ogni aspetto del vivere. Dunque, l’aver sviluppato un’etica rigida da parte di qualcuno ha quantomeno una sua legittimità, non corrispondendo ad una visione ottusa delle cose. Se poi condizioni diverse hanno prodotto tipi di Humanitas differenti, per cui la morale vigente in una tribù africana sarà diversa rispetto alla morale islamica, gli stati dovrebbero far valere, perlomeno in certi casi, il principio del rispetto della morale popolare (pur senza essere soffocanti nei confronti dei cittadini ad essi sottoposti). Gli stati, in ogni caso, non dovrebbero mai favorire più libertarismo di quello già vigente in una certa società, in quanto ciò risulterebbe socialmente pericoloso. O comunque le libertà in genere possono venire concesse (e con una certa cautela) solo laddove siano presenti condizioni di benessere materiale sufficiente e generalizzato.

Se l’esistenza di una materia risulta essere problematica, e se altrettanto problematico è attribuire all’umanismo carattere di autentico disinteresse e di felicità, ritengo tuttavia che in ambito filosofico, in fondo, nulla possa venire escluso con assoluta certezza. Materia e autentica umanità potrebbero avere entrambe fondamento, anche perché si accordano con il buon senso comune (il che, a mio parere, non è cosa da trascurare).

Potrebbe, infine, esistere anche Dio. Qualora ciò sia possibile è bene non far perdere al devoto, al fedele, il suo senso di realtà. E così, ad esempio, scientismo materialista e fede in Dio possono sussistere assieme: per cui non si dovrebbe, ad esempio, credere in superstiziosi miracoli. Inoltre la religione non dovrebbe entrare in conflitto con gli stati socialisti e con il socialismo e la rivoluzione in genere.



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