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LA SENSATEZZA DEL LIBERALISMO

Venerdì 19 Agosto 2016 01:19
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In questo brevissimo articolo intendo difendere gli aspetti caratterizzanti del liberalismo. Scopriremo come rispetto al socialismo, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, sia esso l’unica dottrina politica, in certo qual senso, giusta.

La premessa è che l’uomo non sia capace di amore nei confronti degli altri, o comunque che non sia attaccato ad essi, riconoscendosi egoista.

Poniamo che qualcuno, faticando come Sisifo, abbia realizzato un certo prodotto che pretende di rifilarmi. Per quale motivo devo acquistarlo se non mi serve, se non me ne farò nulla? Se esistesse l’amore tutt’al’più potrei comprarlo per beneficenza. Remunerare qualcuno sulla base della quantità di lavoro da costui erogata è un criterio di retribuzione privo di senso. Se si è egoisti il solo criterio sensato di remunerazione sarà costituito dal valore d’uso d’un certo prodotto, ovvero dal fatto che lo si richiede. Gli si attribuirà un valore di scambio assolutamente adeguato al suo valore d’uso.

Se l’uomo fosse capace di atteggiamenti etici, questi sarebbero allora delinquenziali, prepotenti, da parte di chi li impone, timorosi da parte di chi vi obbedisce. L’etica, insomma, corrisponde ad un vero e proprio ricatto morale. Un regime puramente liberale premia le persone industriose e intelligenti e penalizza chi non usa il cervello. In linea di principio l’operaio, in un sistema simile, non riceve né più né meno di quanto gli spetta.

Ovviamente è con un liberismo puro che si deve avere a che fare. Ovvero non possono sorgere cartelli e lo stato non deve finanziare, in modo del tutto ingiustificato, le imprese (o alcune imprese). Si deve insomma fare in modo che a ognuno sia data la possibilità di emergere economicamente. E in tal modo il cittadino viene responsabilizzato. Sei un imprenditore che ha fallito? Vai al diavolo tu e i tuoi operai! Lo stato non deve assistere i bisognosi, ma deve limitarsi a difendere (e con assoluta intransigenza) la vita e la proprietà.

Si potrebbe poi pensare che rinunciare a parte del mio denaro per darlo allo stato mi potrebbe tornare utile in futuro. Di una sanità pubblica, ad esempio, ne potrei avere bisogno. Ebbene, se sono un bravo industriale potrò permettermi le migliori cure private grazie a quello che ho sacrosantamente guadagnato. E dal momento che il denaro da me onestamente prodotto costituisce la mia inviolabile proprietà, ne potrò disporre totalmente a mio piacimento. Se desidero lasciarlo in eredità al mio viziato figlio, non capisco perché non dovrei farlo.

Ora, in un’economia liberista, come si può fare in modo che ad ognuno sia data la possibilità di emergere economicamente, facendo magari in modo che si possa un giorno produrre una situazione di equità sociale? Nessuno mi impedisce di associarmi con altri operai, fondando magari una cooperativa, piuttosto che una banca popolare, in modo tale da tener testa ad un imprenditore abbiente.

Se la linea politica da me esposta risulta forse essere la più sensata, in pratica risulta utopica e irrealizzabile. Se applicassimo alla lettera i principi politici da me esposti, la società avrebbe vita assai precaria. E chi è quel santo che, in quanto inetto, se la passa male, non insorge contro le autorità (non rispettando la legalità) per raggiungere un livello dignitoso di vita? È per questo che sono, realisticamente, di sinistra, pur apprezzando alcuni aspetti del sistema politico statunitense.



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