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SUL PROCESSO

Mercoledì 15 Giugno 2016 16:10
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La storia de Il processo di Franz Kafka è nota. Parlandone assai sinteticamente, l’impiegato di banca Josef K. viene accusato di una colpa per lui indecifrabile. Il suo processo non si terrà. Morirà accoltellato ad opera di uno di due uomini cui, presumibilmente, i suoi accusatori hanno ordinato di ucciderlo.

Dal romanzo emerge ciò che per il suo autore è la condizione di ognuno. Innanzitutto per Kafka l’arbitrio domina su tutto. Se ogni uomo è condannato ad una vita infernale non gli è dato di sapere per quale motivo gli sia stata inflitta tale condanna poiché tale motivo non c’è. Se il mondo esiste casualmente non c’è, ad esempio, un’entità diabolica la quale, volendoci del male, ci fa esistere per farci soffrire. La nostra infelicità è del tutto gratuita. E di infelicità assoluta si tratta. L’uomo è libero di scegliere, ma qualsiasi scelta compia sarà identicamente svantaggiosa. Proprio in quanto dotato di libero arbitrio una sua scelta esistenziale non può essere più o meno conveniente rispetto alle restanti. Ma allora il dolore che l’uomo sperimenta finché vive è assoluto. Un insulto non è meno pesante di una pugnalata. E non si può rimanere indifferenti di fronte a quanto il mondo ci infligge, anche magari allo scopo di non dargli soddisfazione. Ognuno è asfissiato dai propri aguzzini, dalle loro molestie. E di queste si tratta, in quanto per Kafka vivere è provare disgusto, sessuale ripugnanza per la vita.

Ma veniamo al tema della Legge nello scrittore ceco. Non possiamo far altro che appurare come noi uomini perseguitiamo e siamo a nostra volta perseguitati in termini di Legge, ovvero seguendo un qualche tipo di procedura, adeguandoci ad una certa norma. Ogni legge è tale da essere universalmente vincolante ed è tale che, quanto ne consegue, poggia su di un presupposto infondato. Prendiamo la Germania nazista. Vengono promulgate le leggi razziali antisemite, mettiamo, per la sola ragione che gli ebrei furono compatti nel sostenere la condanna a morte di Gesù. Il carattere pretestuoso di tali leggi è scontato. Ma mettiamo pure che gli ebrei siano dei demoni incarnati per cui eliminarli senza pietà sarebbe sacrosanto. Ebbene, se l’uomo è dotato di libero arbitrio non c’è ragione, per quanto valida, che possa imporgli di compiere un certo atto. Una legge, giusta o ingiusta che sia, è sempre infondata. Seguirla è in ogni caso insensato.

Poniamo infine di vivere in un paese clientelare in cui la carriera burocratica è condizionata, in mancanza di raccomandazioni, dal diventare amici di chi ci farà avanzare di grado. Ebbene, renderci simpatici e seguire ogni altro comportamento che aggradi un nostro superiore costituiscono delle norme da seguire per fare carriera. Ma seguendole, da un lato la nostra condizione esistenziale non migliora neanche minimamente, dall’altro il fautore della nostra fortuna non ha tratto dal nostro atteggiamento nei suoi confronti nessun beneficio. Il conformismo degli uomini non ha nulla di conformistico, nel senso che in fondo si sa che non ci procurerà godimento.



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