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la tartaruga e il delfino - racconto

Venerdì 25 Febbraio 2011 13:25 ninetta
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RACCONTO

 

LA TARTARUGA E IL DELFINO

 

Marta era una minuscola tartaruga di sole due settimane di vita.

Anche se era appena nata aveva già capito quanto confortevole e sicuro fosse il guscio del suo piccolo uovo bianco, e, non volendo abbandonarlo, era stata l'ultima tra i suoi tanti fratellini a vedere la luce.

Sapeva di essere troppo cresciuta e sentiva che le pareti erano diventate ormai opprimenti e il richiamo della vita aveva raggiunto anche le sue orecchie. Non poteva restarne indifferente.

Una volta uscita, il freddo pungente dell'aria e i raggi accecanti del sole furono per lei come una scossa di terremoto.

La sua corazza sul dorso era molle come le unghie di un neonato, ma questo non la spaventò. Era sempre stata così tanto immersa in una miscela di amore e tenerezza familiare che non aveva presente il significato della sofferenza.

Ingenuamente aveva pensato che profondendo all'esterno quella gentilezza e quell'amore che aveva conosciuto e coltivato dentro se, non si sarebbe scontrata con la durezza della vita, ma l'avrebbe aggirata.

Altrettanto ingenuamente e a sue spese scoprì che non bastava offrire semplicemente il proprio cuore per averlo indietro impreziosito di qualche gemma in più.

Le creature che s'imbattevano nel suo cammino possedevano spesso caratteristiche istrioniche ed imprevedibili, e la piccola Marta, all'inizio così piena di entusiasmo e gioia in ogni suo gesto e scoperta, passò una fase intermedia di sgomento ed inadeguatezza iniziale, per approdare ad una di sfiducia e diffidenza nel momento in cui vedeva apparire in lontananza una figura indistinta sullo stesso suo sentiero.

Ogni tanto ripensava alla sua prima corsa verso il mare, all'inizio della vita vera. Timida e impacciata ma col sorriso stampato sul viso e il cuore che sembrava esploderle nel petto, aveva raggiunto la sua agognata meta... e a contatto con la prima onda si era fusa per sempre con l'acqua in un patto solenne e misterioso che la sua natura prevedeva.

Da quel momento la vita di Marta si snodò tessendo tante storie da raccontare, tante ferite, ammaccature e cicatrici sulla piccola corazza.

All'inizio era solo la piccola Marta, un esserino indifeso e suscettibile e poi, col tempo, una tartaruga adulta indurita dai combattimenti e le sfide della folta giungla marina.

L'incontro con la medusa fu una delle prime delusioni. I suoi tentacoli brucianti le avevano riservato una carezza tanto velenosa, da drogarla dolcemente. Si era ubriacata fiduciosa e bisognosa di quelle carezze, ma dopo l'amaro risveglio aveva dovuto affrontare una lunga agonia per ritrovare la lucidità in fondo al delirio.

Fu poi la volta della stella marina. Così elegante e vanitosa, si muoveva con fare sensuale, sicura del suo potere di attirare su di se tutta l'attenzione. Marta, ipnotizzata da quel color porpora e da quelle movenze sinuose, aveva seguito la scia di quella cometa, ma alla stella premeva solo di far mostra di se e non era interessata a fermarsi in nessuno scoglio o fondale. Poco dopo essere salita sulla giostra il capolinea arrivò anche per Marta: nuovo giro, nuova corsa, il carosello, pieno di continue novità, ripartiva senza di lei, ormai pantofola vecchia. La stella continuava a ballare e a mostrarsi lì al centro, circondata da nuove prede adulatrici, trascinandosi via la magia e la patina dorata che avevano tanto attirato Marta. Lei, giù dal palco, li guardava allontanarsi avvolta in una coltre di infinita tristezza, e osservava le sue zampette perdere ormai tutto lo scintillio con cui prima avevano luccicato.

Infine il polpo, che l'aveva stretta in una morsa improvvisa e passionale, le aveva promesso mari e monti, e poi era fuggito via per codardia, lasciandola tramortita lì dove l'aveva trovata.

Marta però adesso non era più un cucciolo di tartaruga; era diventata grande. La sua ormai era una dura corazza capace se non di schermare totalmente, almeno di filtrare quanto bastava per avvisarla dei pericoli. Se prima si muoveva correndo, ora nuotava lenta e guardinga. Aveva senza dubbio acquisito maggiore consapevolezza di se stessa e degli altri. Aveva imparato a bastarsi da sola e ad essere felice con poco. Il muro spesso che aveva sulla schiena scoraggiava al solo passaggio i più codardi e la proteggeva contemporaneamente dalle perdite di tempo. Chiunque avesse voluto avvicinarsi a lei avrebbe dovuto essere abbastanza coraggioso da voler scavalcare quel muro, e abbastanza paziente da presentarsi all'uscio della sua anima e aspettare che quel fortino apparentemente inaccessibile in cui era trincerata aprisse i battenti o almeno calasse giù un ponte.

Ormai si era abituata al silenzio della sua solitudine; le piaceva perdersi nei labirinti della sua essenza e scendere le innumerevoli scalinate dei suoi sotterranei, per scoprire ogni volta che poteva raggiungere profondità sempre maggiori e conoscere continuamente nuovi angoli di se.

Pareva che nessuno desiderasse fare tanta fatica per raggiungerla davvero, o che, comunque, nessuno fosse interessato a restare con lei senza avere paura delle conseguenze dello star vicino ad un essere così complicato e delicato.

A volte la desolazione la indeboliva nelle sue decisioni, ma mai tanto abbastanza da portarla a ricredersi e abbassare le difese.

Eppure...c'era un eppure: amava guardare i delfini. Quelle creature sembravano così perfette, così eleganti ed intelligenti, così emotive e così unite. Si muovevano sempre in branchi, e i loro giochi, i loro gesti..tutto pareva una danza incantata che sprizzava amore ed amicizia da tutti i pori.

Un giorno assistette per caso ad una scena straziante: uno scontro di sangue tra un delfino ed uno squalo. Tutto il gruppo lo difese e qualcuno di loro riportò anche gravi ferite pur di salvare il suo amico. Subito dopo fu travolta dal branco ed in mezzo ai loro guizzi fu permeata dalla loro corrente calda di amore, fratellanza ed allegria. Nessuno di loro lamentava le ferite, ma era felice di essersi battuto per il fratello. Lì Marta capì ogni cosa. Aveva capito che il sentimento più nocivo è la paura, che doveva riuscire a liberarsi dalle tenaglie della paura, trovando un compromesso come i delfini: lasciarsi aperti all'amore ma non senza misure di difesa. La loro forza era l'unione, lei avrebbe usato la corazza ma avrebbe mostrato la pancia a chi lo meritava davvero.

-Perché sei felice se sanguini?- aveva chiesto ad uno dei delfini del branco;

-Perché si possiede davvero solo quello che si da- aveva risposto questi.

Comprese così che la vita valeva la pena di essere vissuta, non percorsa col pilota automatico, e, cosa forse più importante ancora, che le ferite non vengono sempre solo per nuocere ma anche per ricreare una nuova pelle.

Ed ora eccola lì Marta la tartaruga. Mi sembra di vederla proprio adesso, muovendosi con quel suo rispolverato ritmo allegro verso l'orizzonte, dove s'intravede una nuova creatura avanzarle incontro; ma questa volta Lei nuotando a metà tra la corazza e la pancia, l'accoglie con un sorriso felice e una pace ritrovata dall'antico incontro con la prima onda della sua vita.

 

 

FINE



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