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Diario palermitano
Alfonso non aveva mai amato veramente nessuna donna e gli succedeva spesso d’essere insensibile sul lavoro e in società.
Talora gli pesava la solitudine, poiché i genitori erano morti e non aveva fratelli o sorelle. Figlio unico, ricchissimo erede della fortuna paterna, era un architetto e imprenditore milanese affermato.
Non andava mai in chiesa e col tempo era diventato miscredente. Poi aveva conosciuto Marta, una ragazza molto più giovane di lui e se n’era innamorato pazzamente. La sposò alla presenza di pochissimi amici. Una sera, Marta gli disse: - Lo sai amore, Dio non ti darà mai esattamente ciò che vorrai. Un giorno ti darà enormi difficoltà da superare per farti diventare più forte. Ma tu devi continuare a credere in Lui.
Vissero i primi anni di matrimonio in piena armonia e felicità. Fino a quel momento, Alfonso non aveva mai capito che amare potesse significare provare un sentimento di abnegazione. Ma una tremenda tempesta doveva abbattersi sulla sua vita. Infatti dopo tre anni di matrimonio, lei si accorse di avere dei noduli al seno e le diagnosticarono un terribile carcinoma. In un anno, il male stroncò la sua giovane vita e le fece chiudere gli occhi per sempre.
-Alfonso - bisbigliò prima di spirare – ricordati quando ti dissi che Dio ti avrebbe dato enormi difficoltà da superare per farti diventare più forte. Ma tu dovrai sempre credere in Lui, amore mio.
Chiuse gli occhi e smise di respirare. Alfonso si mise a urlare, la strinse come se avesse voluto impedire che gliela portassero via. Non sopportava di vivere senza Marta.
Nella vita però, come al solito, tutto cambia e ogni avvenimento muta il suo aspetto e le sue dimensioni. Cambiamo noi stessi in fondo, specialmente in seguito a fatti che sconvolgono la nostra esistenza. Infatti, un giorno, la vita di Alfonso cambiò il suo corso, prese un’altra piega e subì una svolta inaspettata.
Molti anni prima, nella sua mente di ragazzo, era apparsa in sogno l’immagine di una torre. Quella torre era anche simile ad una raffigurata nel libro di racconti che stava leggendo.
Alcuni mesi dopo la morte di Marta, mentre stava rovistando tra i bauli appartenuti a sua madre, ritrovò quel libro di racconti e, sfogliandolo, rivide l’immagine della torre, ma quello che non s’aspettava di vedere fu il volto della dama, un volto del tutto simile a quello di Marta! Ebbe un tuffo al cuore e sentì ritornare il consueto strazio per averla persa. Il volto rappresentava la dama della torre, ma in quel libro aveva ritrovato il volto della moglie. Certo poteva essere solo una forte somiglianza, eppure eccola là, era Marta, era lei che gli sorrideva dal libro. Marta che sapeva apprezzare tutto ed era felice di poco. Gli aveva insegnato la gioia del donare, la felicità assaporata attraverso il sorriso di un mendicante e la riconoscenza di un vecchio. Ma quella dama perché era identica a Marta? La sua immagine era solo un disegno o cosa? Alfonso doveva assolutamente risolvere il problema. Dunque per fare questo doveva risalire all’editore e a chi aveva scritto quel libro di racconti intitolato: “Diari, cronache e leggende”. Lesse che si trattava della casa editrice Sicanias, ma l’autore risultò invece incerto. Difatti si chiamava Simone Simoncelli, il che faceva pensare ad uno pseudonimo e lo stesso dichiarava, all’inizio del racconto, di aver rielaborato la narrazione e di essersi servito di un’antica leggenda d’anonimo. Sarebbe stato difficilissimo sapere la verità. Probabilmente non era mai esistita né la dama, né tutto il resto. E allora perché nel libro avevano raffigurato un volto del tutto uguale a quello di Marta? Era una pura coincidenza? Una casuale somiglianza? Ma no! Non si trattava di somiglianza. Quello era proprio il viso di Marta! Alfonso non si dava pace. Dal momento in cui aveva ritrovato quel volume e aveva rivisto il viso dell’amata, non riusciva a non pensare a quel dilemma. Si mise alla ricerca della casa editrice, s’informò, si recò alla biblioteca nazionale di Milano, negli archivi della SIAE, fece ricerche dettagliate e venne a sapere che si trattava di un’antica casa editrice siciliana che non esisteva più. Comunque gli conveniva recarsi in Sicilia per meglio concentrare in quel luogo le sue ricerche. Fece il biglietto aereo e prenotò una stanza in un lussuoso hotel del centro storico di Palermo.
Quando atterrò all’aeroporto Falcone-Borsellino, il sole splendeva. Il suo era un hotel lussuoso costruito nell’Ottocento. Gli diedero una stanza molto grande, arredata in stile Liberty. Alfonso si sentiva soddisfatto e cominciò a sistemare la biancheria e gli abiti negli armadi. Aprendo uno di questi, ebbe una sorpresa inaudita: trovò un medaglione d’oro antico. Lo prese, lo guardò attentamente e stentò a credere ai suoi occhi. Difatti era identico ad un medaglione che portava Marta e che lui stesso le aveva regalato. Ma quell’oggetto era rimasto a casa, a Milano, in cassaforte. Come poteva trovarsi lì dentro? Tornò ad osservarlo: la collana cui era appeso, era d’oro massiccio e la fattura del medaglione era pregiata. Infatti era ottagonale e incastonato con grosse pietre di giada, turchesi e coralli. Sarebbe stato quasi impossibile che ce ne fosse uno perfettamente uguale. Dopo lunghe riflessioni, risolse che avrebbe tenuto il medaglione con sé. Tanto, sarebbe stato sempre in tempo a consegnarlo se l’avessero reclamato. Dunque lo conservò in una borsa. Fece una rapida doccia e si cambiò d’abito per scendere a pranzare.
In albergo, conobbe un signore molto anziano e simpatico. Si chiamava Ignazio e nella sua vita aveva sempre fatto l’avvocato; adesso s’era ritirato in pensione e viveva stabilmente lì in hotel poiché era molto ricco e se lo poteva permettere. Le loro stanze erano adiacenti e s’incontravano spesso. Ma Alfonso doveva riprendere le ricerche per le quali era venuto in Sicilia, doveva sapere come e perché nel passato, era stato pubblicato un libro in cui era raffigurato il volto di Marta. Si recò alla biblioteca regionale e iniziò a cercare, col sistema informatizzato, la casa editrice Sicanias, ma tra le sue antiche pubblicazioni non trovò il libro di racconti che cercava. L’anno di pubblicazione doveva essere il 1910, ma non vi era nulla. Neppure era annoverato l’autore Simone Simoncelli. Niente, non risultava nulla. Cercava il titolo: “Diari, cronache e leggende”, ma non c’era. Poi ad un certo punto, fu colpito da un titolo sotto la lettera D: “Diario di Alfonso”. L’edizione era della Sicanias e l’autore era Alfonso Zanin. La cosa lo colpì poiché anche lui si chiamava Zanin, dunque pensò di farselo dare per leggerne qualche pagina. Si andò a sedere nella sala di lettura e iniziò a leggere. Non credette ai suoi occhi, difatti c’era scritto così:
“ Palermo 18 febbraio 1910
Sono arrivato da Milano a Palermo per scoprire la verità su quel libro dove è raffigurato un volto identico a quello della mia adorata moglie. Purtroppo sono disperato da quando l’ho persa. Non ho mai amato veramente nessuna donna tranne lei. Era un angelo e la sua dolcezza era incomparabile; ricambiava il mio amore e l’avevo sposata sentendomi l’uomo più felice della terra. Mi aveva insegnato la bontà e l’altruismo, il piacere di donare e di essere utile al prossimo. Si chiamava Marta, ma purtroppo un carcinoma al seno me l’ha portata via per sempre”.
Alfonso credeva d’avere le traveggole e rilesse tutto. Ogni cosa corrispondeva e aveva dell’incredibile! L’unico particolare che non corrispondeva era l’anno, ma il giorno sì, lui era arrivato a Palermo il 18 febbraio; però nel 1910 non era ancora nato. Cominciò ad avvertire uno strano disagio e un tremore allo stomaco. Aveva la consapevolezza che da qualche tempo la sua vita era divenuta molto strana e come in preda ad una forza sconosciuta. Doveva comunque continuare a leggere assolutamente quel diario e pensò di chiederlo in prestito alla biblioteca. Fece così e ritornò in albergo pallido come un morto.
Incontrò Ignazio che gli si avvicinò dicendo: – Caro amico cosa c’è? Hai un’espressione sconcertata.
- Ignazio -chiese all’amico- voglio chiederti se tu credi negli eventi paranormali.
- Non ci credo, però credo nella religione cattolica, la quale ammette l’esistenza delle forze del male. Dunque secondo me, possono verificarsi episodi pilotati da tali forze. Guarda, ti farò conoscere la signora Tagliabue che afferma d’essere una medium.
- D’accordo, avrò piacere d’incontrarla.
Alfonso ritornò nella sua camera, ansioso di riprendere la lettura del diario. Si dispose su una comoda poltrona e continuò a leggere:
“ Qualche tempo fa, rovistando in un vecchio baule, ho ritrovato un libro di racconti nel quale era raffigurato un volto del tutto eguale a quello di Marta. Ho avuto un trauma perché quello era proprio il suo viso! Ma come poteva trovarsi lì, in un banale libro di leggende e racconti? Ho letto che era stato pubblicato da una casa editrice siciliana. Ecco perché sono venuto qui a Palermo”.
A questo punto della lettura, Alfonso provò un senso di nausea. Capì di non poter più continuare a leggere, doveva uscire, aveva bisogno d’aria. Se ne andò a passeggio, camminava ed aveva la mente confusa, serrava le mascelle e pensava che forse sarebbe stato meglio tornare a Milano, abbandonare le ricerche, il diario e tutto. Da quando aveva trovato quel famoso libro di racconti, la sua vita era stata sconvolta! Si sentiva stordito, l’unica cosa che lo faceva distrarre era solo la vista dei palazzi e dei monumenti antichi, sapeva che quella città l’affascinava e già sentiva d’amarla nonostante quei momenti bui e spaventosi che stava attraversando. Quella città aveva qualcosa di magnetico, di straordinario. Era incredibile con quei suoi angoli singolari d’epoca rinascimentale frammisti all’architettura barocca. No, non voleva andare via, un incanto così particolare non l’aveva mai provato e lo teneva legato a quei luoghi; era innamorato di quella città e la sua magia l’aveva sedotto. Sarebbe rimasto anche perché sentiva la curiosità irresistibile di ultimare la lettura del Diario di Alfonso. Adesso però era tempo di tornare in albergo e gli conveniva prendere un autobus, visto che i taxi a Palermo non transitavano frequentemente. Durante il tragitto tornò a pensare al Diario. Per un momento restò paralizzato da uno dei peggiori terrori che si possano provare: quello di aver perduto la capacità di distinguere gli avvenimenti reali da quelli immaginari, i corpi solidi dai fantasmi. Iniziò a lottare contro quel timore, doveva calmarsi, convincersi che c’era una spiegazione a tutto, che Marta forse somigliava soltanto all’immagine del libro di racconti. Doveva restare lucido; qualcosa lottava nella sua anima, come fosse un contrasto tra il bene e il male, tra la bontà che Marta gli aveva insegnato e l’inclinazione all’egoismo e all’insensibilità che sempre l’aveva contraddistinto.
Appena rientrato in albergo, riprese la lettura:
“ Ho trovato alloggio in un albergo molto elegante e comodo. Mentre stavo per riporre i miei abiti in un armadio, con enorme meraviglia, vi ho trovato il medaglione di Marta, quello che le avevo regalato, di fattura pregiata, ottagonale e incastonato con grosse pietre di giada, turchesi e coralli”.
Il sudore cominciò a imperlare la fronte di Alfonso, aveva caldo ed era atterrito. Gli sembrava d’impazzire! Forse era meglio che uscisse da quella camera e che vedesse gente.
Quando scese, trovò Ignazio seduto con una signora molto anziana, che presentò come la signora Tagliabue. Nonostante gli anni, aveva un’aria piuttosto sofisticata e portava una parrucca nera ricciuta.
- Hai una cattiva cera; - osservò Ignazio- la signora mi stava dicendo che è stata testimone di eventi paranormali.
Dalla padella nella brace! pensò Alfonso e disse:- Signora Tagliabue, mi scusi sa, ma non credo molto a ciò che riguarda il paranormale. Comunque ognuno è libero di pensare come crede.
La signora ostentò un’aria sdegnata e si alzò dicendo di dover ritornare in camera. Quando si fu allontanata, Alfonso: - Si è offesa – osservò - ma vedi, ci sono cose che proprio non mi convincono. Eppure anche se sono sempre stato scettico, da qualche tempo mi sento come perseguitato da qualcosa di strano.
Successivamente Alfonso conobbe pure un pittore che aveva esposto dei quadri nei saloni dell’albergo. Si chiamava Guido Siniscalchi e dipingeva per gli allestimenti scenici del teatro Massimo di Palermo. Un giorno gli aveva detto che, secondo lui, tutto ciò che riguarda la fede in Dio non è mai facile. Vedi Alfonso, - aveva aggiunto- io prima ero sempre insoddisfatto e alla ricerca della ricchezza e della notorietà, poi ho capito che solo avendo l’anima rivolta a Dio riuscivo ad essere felice e a trovare pace e serenità.
Un'altra volta gli aveva detto: - Oggi voglio farti visitare il castello della Zisa.-
Con l’autobus arrivarono in una piazza, scesero e s’incamminarono oltre il cancello che immette nel parco del castello. Presero a passeggiare attorno all’antica costruzione il cui giardino è abbellito da canalette di marmo in cui defluiscono le acque in un silenzio magico. Mentre era assorto in questa contemplazione, Alfonso vide un uomo dimesso che parlava rivolto a una delle finestre del castello. Era come se parlasse a qualcuno che non c’era. Poi volgendosi a lui, disse:- Ho dato appuntamento alla principessa per questa sera. Mi ama e mi ha risposto che verrà. Restò a bocca aperta e non seppe cosa dire. Guido lo prese sottobraccio e gli spiegò bisbigliando che si trattava del pazzo del quartiere, il quale affermava di parlare con una principessa araba. Infatti poco dopo l’uomo cominciò a declamare, sempre rivolto alla finestra:
“ Saracena dagli occhi di cobalto,
quando ti affacci al placido verone,
esser vorrei un arabo predone
per rapirti a cavallo con un salto”.
Declamava con voce ispirata e i suoi occhi sognavano e vedevano qualcuno che gli altri non potevano vedere. Alfonso provò compassione per quel povero diavolo che amava forse un fantasma.
Ritornarono in albergo con l’autobus verso il tramonto. Alfonso scese, salutando l’amico. Nella propria stanza, si accomodò sulla solita poltrona e s’impose di conservare la calma qualsiasi cosa avesse letto:
“ Ho deciso che terrò il medaglione. Adesso mi dovrò recare alla biblioteca regionale per iniziare le ricerche sul libro di racconti.
Voglio annotare che ho conosciuto un pittore molto simpatico e siamo diventati amici. Mi ha portato a visitare il castello arabo della Zisa dove ho visto un demente che declamava una poesia d’amore sotto una finestra.”
A questo punto della lettura, Alfonso credette d’avere le traveggole, avvertì uno strano giramento di testa, come se gli occhi gli s’annebbiassero e sentì il bisogno di affacciarsi per respirare l’aria fresca. Gli stavano succedendo le cose più inverosimili, ma non voleva ripartire, doveva andare fino in fondo e capire il perché di tutte quelle stranezze. Sentiva la propria anima tormentata tra il bene e il male e stretta nella morsa della ribellione. D’un tratto pensò alla possibilità di essere la reincarnazione di quell’altro Alfonso. Che sciocchezza! Che assurdità! Lui non aveva mai creduto ai fenomeni di trasmigrazione delle anime. Si era comunque tranquillizzato, si rimise seduto e riprese la lettura:
“Mi sono recato alla biblioteca di Palermo e ho cercato il libro di racconti dal titolo: “Diari, cronache e leggende” della casa editrice Sicanias, ma non l’ho trovato. Poi, scorrendo i titoli presenti sotto la lettera D, ho trovato un libro intitolato: “Diario di Alfonso”. Mi ha molto incuriosito, l’ho chiesto in prestito e sono rimasto traumatizzato poiché vi ho letto il diario della mia vita”.
No! Alfonso non ce la faceva più! Si sentiva troppo male e non poteva continuare a leggere. Nello stesso tempo provava la curiosità morbosa di sapere cosa avesse ancora scritto quell’Alfonso di tanti anni fa, solo che appena volgeva gli occhi sulle pagine, vedeva tutto confuso e gli girava la testa. Chiuse il libro e cercò di calmarsi. Ancora una volta non doveva perdere la testa e doveva convincersi che c’era una spiegazione a quel fenomeno. Non doveva smarrire l’equilibrio e perdere il controllo delle proprie azioni. Respirò a lungo profondamente, si sentì meglio e si alzò. Uscì deciso a visitare Palermo di sera.
Quella notte dormì male e poco perché pensava al diario. Al mattino pensò d’uscire in quanto si sentiva oppresso da un senso d’angoscia. Fece chiamare un taxi e chiese di essere portato a Mondello. Scese di fronte allo stabilimento balneare in muratura e vide che era simile a quello delle più famose stazioni balneari europee di inizio ‘900. Cominciò a camminare ammirando il mare che era di un azzurro incredibile. Ancora una volta quella città lo affascinava. Quel mare dai mille colori lo incantava. Si girò a guardare di nuovo lo stabilimento e non lo vide più. Improvvisamente vide un’opera muraria in costruzione e operai che lavoravano in mezzo al mare. S’arrestò spaventato! Quella scena risaliva al passato. Lo stabilimento era in costruzione e lui stava rivivendo una scena di tanti anni fa! Ebbe orrore di ciò che vedeva e guardò meglio ad occhi spalancati: la strada era in terra battuta e non c’erano alberi, c’era solo il mare che arrivava quasi sino ai suoi piedi. Il silenzio incombeva e per la strada non c’era nessuno. Provò un forte giramento di testa e s’appoggio ad un albero. Chiuse gli occhi e quando li riaprì, tutto era tornato normale. Lo stabilimento era come l’aveva visto prima, la strada asfaltata, transitavano le auto e alcune persone passeggiavano. Si sedette su di una panchina e cercò di rilassarsi. Doveva essere vero che stava rivivendo momenti della vita di quell’altro Alfonso; non ci avrebbe mai creduto, ma doveva essere così. Intanto meditava che gli sarebbe convenuto chiedere il parere della signora Tagliabue sugli strani fenomeni da cui era ossessionato.
L’indomani, prima di riprendere la lettura del diario, Alfonso decise di consultarla. Chiamò il portiere e si fece annunziare. Dopo mezz’ora infatti, si recò nella stanza della signora. Disse subito: - Sicuramente la disturbo signora e mi scuso.
- No macché, - fu la risposta, - venga s’accomodi, magari venissero sempre a disturbarmi!- Erano chiaramente le parole d’una donna molto sola. Alfonso disse: - Sa, da quando sono vedevo, non sono più sereno, sono infelice perché adoravo mia moglie. Comunque non si offenda signora, ma non ho mai creduto ai sensitivi e agli indovini, però da qualche tempo sono vittima di fenomeni che si possono definire paranormali.
La Tagliabue sgranò gli occhi:- Ah non ci crede! E allora perché è venuto scusi? Perché è perseguitato da forze oscure? Architetto, sono fenomeni terribili!
- Ho trovato un libro, qui alla biblioteca regionale, che s’intitola “Diario di Alfonso” e vi è narrata tutta la mia vita, solo che si tratta di un libro e di un Alfonso del 1910. Aveva anche lui una moglie che si chiamava Marta e che è morta giovane. Però signora mi scusi se ripeto che sono diffidente verso gli indovini.
- Ma allora perché è qui?
- Vorrei sapere cosa pensa del mio caso?
- Da quando abbiamo iniziato a conversare, ho sentito sprigionarsi da lei come una forza strana. Oltre alla rabbia, avverto qualcosa d’indefinibile. Non s’impressioni, per carità, c’è rimedio a tutto se non si tratta di malattie gravi. E’ come se talora non fosse più lei, ma si trasformasse.
-Ora mi spaventa signora Tagliabue!
- Senta, mi piacerebbe ipnotizzarla. Sarebbe disposto?
- Cosa? Ipnosi? Lei è capace d’ipnotizzare le persone? Forse sì, sarei disposto, ma ci voglio riflettere. Mi può dare qualche giorno per pensarci?
- Ci pensi quanto vuole e mi faccia sapere. Potrei capire cosa si nasconde dietro al Diario di Alfonso.
Tornò nella sua stanza per riprendere finalmente la lettura del diario. Non ne aveva alcuna voglia, ma prima o poi doveva riconsegnarlo alla biblioteca regionale. Giunto in camera, si sedette sulla poltrona e ricominciò a leggere:
“ Devo confessare che sono costernato da ciò che ho letto nel diario perché vi sono narrati dettagliatamente tutti gli avvenimenti della mia vita. Solo che chi scrive è un Alfonso vissuto molti anni fa. Come me ha gli occhi verdi, i capelli neri. Racconta di avere amato solo sua moglie, che si chiamava Marta. Come mia moglie! Sono esterrefatto, mi sono seduto qui a scrivere per cercare di calmarmi e allentare la tensione. Ciò che mi sta capitando è incredibile! Racconta addirittura d’aver fatto lo stesso sogno che feci io dopo la morte di Marta. Infatti avevo sognato di visitare un antico castello insieme a lei e di perlustrarne i ruderi tenendola per mano.”
Alfonso, leggendo queste cose, dovette alzarsi, avvertiva un forte senso di nausea. Dopo la morte di Marta aveva fatto esattamente quel sogno. Si sdraiò sul letto con un braccio sugli occhi. Gli scoppiava la testa! I soliti sentimenti contrastanti l’assalirono, cioè quello di tornare subito a Milano e quello di restare a Palermo. Era sconcertato e aveva il respiro affannoso. Si sentiva terribilmente oppresso. No! Non poteva più restare. Sarebbe tornato a casa. In quello stesso momento ripensò alla signora Tagliabue. Doveva darle una risposta e in ogni caso, prima di partire, avrebbe potuto sottoporsi a una seduta d’ipnosi. Cercò di calmarsi, respirò a fondo e s’alzò. Chiese al telefono di essere messo in comunicazione con la stanza della signora e quando ne udì la voce, disse: - Signora, sono l’architetto Zanin. Per favore, quando pensa di potermi fare una seduta d’ipnosi? - Udì rispondere:- Quando vuole architetto, anche domani.-
Al ristorante trovò Ignazio già seduto a tavola. L’anziano amico gli chiese: - E’ vero che hai avuto molte donne?
- Sì è vero, ma l’unico vero amore della mia vita è stata solo mia moglie Marta.
- L’hai sposata tardi? Come mai?
- Perché l’ho conosciuta tardi. Marta mi aveva cambiato. Aveva su di me un ascendente incredibile. Riusciva a farmi fare tutto quello che voleva. Ero diventato un uomo di chiesa, io che sono sempre stato miscredente.
Adesso non aveva più fame. Aveva invece voglia di piangere. Si dovette contenere per non dare spettacolo. Chiese scusa ad Ignazio e salì nella propria camera. Forse era meglio che riprendesse la lettura del diario per non pensare a Marta; così si dispose sulla poltrona con il libro in mano:
“ Vale la pena di annotare che qui in albergo, ho fatto amicizia con un signore molto simpatico che si chiama Ignazio il quale mi ha domandato di Marta e del perché l’avessi sposata tardi. ”
Ma com’era possibile leggere la stessa, medesima esperienza che aveva vissuto solo qualche momento prima? Alfonso si alzò e con rabbia lanciò il diario lontano. Lo vide atterrare sul tappeto con le pagine piegate e gualcite. Pensò che avrebbe dovuto restituirlo e andò a riprenderlo. Ne ricompose le pagine e s’accorse che adesso il solo guardarlo lo nauseava.
Decise di telefonare alla signora Tagliabue e chiese se potesse riceverlo. Quando arrivò nella stanza di questa, esordì dicendo: - Vorrei che m’ipnotizzasse signora. Sono pronto, possiamo iniziare. Cosa devo fare? Mi distendo? Sa, ho deciso che voglio fare questa esperienza.
- Ti chiami Alfonso vero? Io mi chiamo Elvira e puoi darmi del tu. Devi cercare di avere fiducia in me. Io voglio solo aiutarti. Sì ecco, distenditi, rilassati. Non pensare a nulla, svuota la mente e cerca di dimenticare il tuo corpo. Sei disteso, sereno, riposato. Non hai nessuna preoccupazione. Rilassati, libera la mente. Il tuo corpo è leggero.
La voce della signora Tagliabue era divenuta suadente e profonda. Il timbro era caldo e lei parlava lentamente scandendo le parole. Aveva acceso il registratore e continuava: - Vai indietro con la memoria, molto indietro, sgombera la mente da ogni pensiero fastidioso e ricorda il tuo lontano passato. Dove sei Alfonso, con chi sei?
Lui era abbandonato sul divano e teneva le mani appoggiate sul ventre. Restò in silenzio per lungo tempo, poi mosse il capo, strinse le dita sulla pancia e cominciò a parlare con voce diversa, nuova: - Da quando sono morti i miei genitori sono andato a lavorare nel palazzo del marchese Valplatani a Carini. Il mio sguardo fu attratto da un dipinto che si trovava su una parete del salone. Una strana magia si sprigionava dal suo volto e non riuscivo a distogliere gli occhi. Il padrone di casa mi parlava ma non riuscivo a seguire le sue parole perché ero tutto preso da quella visione. Poi il marchese mi disse d’essere stato innamorato della donna del ritratto e che quando era andato via da Palermo, molti anni prima, aveva voluto portare con sé quel quadro. Adesso aveva bisogno di qualcuno che lo riportasse ai legittimi proprietari.
A questo punto, la signora Tagliabue s’intromise chiedendo: - In che anno siamo? Come ti chiami?
- Siamo nel 1710 e mi chiamo Alfonso. Il marchese affidò a me il quadro da riportare a Palermo e io accettai perché m’ero innamorato della donna che vi era raffigurata. M’indicò che sarei dovuto andare nell’antica dimora dei Valplatani a Palermo e che avrei dovuto chiedere della signora Rosa cui affidare il dipinto. Qualche giorno dopo partii, recando con me il quadro. Fui ricevuto con molta affabilità dalla signora Rosa alla quale spiegai il motivo della mia visita. Fu lieta di sapere che lavoravo per il marchese Valplatani di Carini e m’invitò a fermarmi presso di lei. Viveva in quella enorme dimora con una nipote che in quel momento era assente. Non appena vide l’immagine dipinta nel quadro, rimase allibita. Disse che era perfettamente eguale alla nipote. Ne fui colpito e chiesi come si chiamasse la nipote. Mi rispose che si chiamava Marta. La signora mi consigliò di visitare il giardino. Mi avviai e stavo pensando alla donna del ritratto quando lungo un vialetto alberato, scorsi una figura seduta a dipingere. Il mio cuore ebbe un sobbalzo perché riconobbi subito la donna del quadro.
A questo punto della seduta d’ipnosi, Alfonso cominciò a tremare e sussultare; la signora Tagliabue dovette intervenire: - Sono solo ricordi, non temere Alfonso, non ti agitare. Rimani rilassato, non temere.
Lui si calmò, lasciò andare le braccia che aveva contratto, e riprese:
- Marta era meravigliosa, un viso d’angelo. Si mosse e mi vide, sembrava quasi che m’aspettasse. Iniziò così la nostra conoscenza che doveva condurci ad un amore travolgente. Restai ospite a lungo in quella casa e Rosa si rese conto ben presto dell’intensità dell’affetto che ci legava. Le regalai come pegno d’amore un medaglione d’oro antico, di fattura pregiata, ottagonale e incastonato con pietre di giada, turchesi e corallo, appeso ad una collana d’oro massiccio. Ci sposammo, restammo a vivere in quel palazzo e fummo felici per qualche anno. Poi Marta si ammalò gravemente e nessuno riuscì a curarla.
Alfonso, in stato ipnotico, prese a sussultare e ad agitarsi. Sobbalzava ed era scosso da tremiti. La signora Tagliabue intervenne: - Calmati, dimentica, calmati, sono solo ricordi. Calmati Alfonso, rilassati, non temere, dimentica e non pensare più a nulla. Poi accorgendosi che lui si calmava, continuò: - Adesso cerca di svegliarti. Lentamente ritorna in te, muovi le mani e svegliati. Fallo lentamente, con calma.
Lui iniziò a muovere le mani e poco dopo aprì gli occhi. La guardò stralunato: - Elvira, ancora non mi ha ipnotizzato?- chiese tranquillo.
- Altro che caro mio! Ti ho fatto cadere nel miglior sonno ipnotico e mi hai raccontato di quando vivesti nel 1710. A quanto pare, eri sempre lo stesso Alfonso ed hai avuto le stesse, medesime esperienze che vivi ora.
- Ma va! Possibile? Cosa ti ho raccontato scusa?
- Che ti chiamavi Alfonso e che hai amato una ragazza che si chiamava Marta la quale purtroppo è morta. Comunque qui è tutto registrato e potrai riascoltare la tua voce quando vorrai.
Lui sembrava molto impressionato e allo stesso tempo, scettico. Si alzò, ringraziò Elvira per la pazienza e la gentilezza che gli aveva usato e prese il registratore che l’amica gli offriva.
- Ti sono debitore, cara Elvira, grazie ancora.
Uscì da quella stanza, ma non aveva voglia di ascoltare nulla. Posò il registratore nella propria camera e andò fuori a passeggiare e a respirare un po’ d’aria fresca. Avrebbe dovuto cenare ma gli era passato l’appetito e preferiva muoversi e vedere gente. Incontrò Ignazio e uscirono insieme a passeggio. Quella sera tornò tardi in albergo.
L’indomani mattina fu svegliato dal suono del telefono della camera. Rispose insonnolito e il portiere gli comunicò che c’era una signorina che lo cercava: - Una signorina? Che signorina? – fece Alfonso.
- Non so signore, se crede, glielo domando.
- Sì, sì, provi a chiedere.
Dopo, di nuovo il portiere: - Dice di chiamarsi Liliana Vinari. Cosa devo dire signore?
Alfonso cercò nei meandri della sua memoria e ricordò quel nome.
- Dica alla signorina di accomodarsi nella mia camera.
Molti anni prima, l’aveva conosciuta in un liceo di Milano dove aveva appaltato dei lavori, ma poi era stata trasferita a Palermo di cui era originaria. Era un tipo vivace e intelligente, mora e simpatica. Insegnava italiano e latino in quella scuola milanese. Questo era avvenuto più di quindici anni prima.
Bussarono alla porta e andò ad aprire. La penombra del corridoio non gli consentì di vedere bene la fisionomia di chi aveva davanti, ma riconobbe la voce: -Alfonso! Sono Lilia! Ti ricordi?
- Ecco! Ti facevi chiamare Lilia! Ma sì, sì certo, vieni avanti, che piacere! Come hai fatto a rintracciarmi?
- Ieri sera ti ho intravisto. Eri insieme all’avvocato Ignazio Pensabene che è ospite fisso di questo albergo, dunque ho provato a cercarti qui.
- Ma brava, hai fatto bene. Come va? Continui ad insegnare? Ti sei sposata?
- Continuo ad insegnare ma non mi sono sposata, vivo da sola. E tu sei a Palermo con tua moglie?
La solita stretta al cuore! - No, mia moglie è morta, un carcinoma l’ha uccisa.
Lilia aprì le labbra e le richiuse, poi con voce stentorea: - Non sapevo, Alfonso, non potevo immaginare, non sai quanto mi spiace. Conservo un ottimo ricordo di te, di Milano e di quel periodo. Avevo tante colleghe simpatiche; con te poi avevo instaurato una bella amicizia.
- Sì è vero, è stato il classico incontro di persone che avvertono un’immediata simpatia e affinità.
- Ma non mi hai ancora detto qual buon vento ti abbia portato a Palermo- fece Lilia.
Alfonso cominciò a narrare brevemente la storia del libro di racconti dove era raffigurato un viso uguale a quello di Marta. Disse che era stato edito da una casa editrice siciliana e che per questo era venuto a Palermo. Raccontò del Diario di Alfonso trovato alla biblioteca regionale che narrava episodi identici a quelli della propria vita.
Lilia rimase allibita e disse: - Scusa, ma ce l’hai con te quel libro di racconti? Potrei vederlo? Mi piacerebbe conoscere il viso della tua povera moglie.
Alfonso andò a prendere il libro dalla borsa. L’aprì alla pagina interessata e lo porse a Lilia.
- Ecco, - disse - è lei. - Il suo sguardo era divenuto funereo.
Lilia guardò e vide un disegno molto sfumato in bianco e nero che rappresentava il viso di una donna.
- Somigliava a costei?- chiese.
- Non somigliava, era identica. Quello è il viso di Marta.
Questa affermazione lasciò Lilia perplessa perché non riusciva a capire come si potesse individuare una perfetta somiglianza in un ritratto appena tracciato e per giunta in bianco e nero. Non volle però approfondire la cosa. Disse invece: - E il famoso Diario? Potrei vederlo?
Alfonso andò a prendere anche l’altro libro e lo diede a Lilia che lo guardò e si accorse che era molto vecchio e gualcito. Lo rigirò tra le mani, lo sfogliò e lo restituì. – Be’, certo quello che mi hai raccontato è molto strano, ma ora usciamo Alfonso, dai, ti porto a visitare Palermo.
- E’ una fortuna avere come guida una professoressa esperta- disse lui.
Lilia avviò la propria auto tra le strade più belle e famose della città. Gli fece da Cicerone e alla fine arrivarono a casa di lei, in un quartiere antico e residenziale. Gli propose di salire. Cominciarono di nuovo a chiacchierare seduti in salotto e si addentrarono nei meandri dei concetti della storia e della religione.
- Ma tu sei credente? - chiese Lilia. - Cioè voglio dire, credi nella religione cristiana?
- Quando era viva Marta- rispose tristemente Alfonso - ero divenuto credente e praticante. Da quando invece non c’è più, ho perso la fede e continuo a ribellarmi e a dire a me stesso che non può esistere un Dio così crudele da avermi tolto il bene più prezioso.
- Lo sai, io sono molto credente e la fede è il mio bene più prezioso.
- Sei fortunata - disse Alfonso - T’invidio. Anch’io vorrei poter credere come te.
- Se vorrai, un giorno tornerai a credere, Alfonso. Il Signore ti ha molto provato e ti senti solo, disperato e non sai che Egli ti è sempre vicino.
Adesso il viso di Alfonso esprimeva scetticismo e nello stesso tempo dolcezza. I suoi occhi guardavano lontano e sicuramente stava pensando a Marta.
- Bisogna credere in Dio, amico mio, bisogna avere fiducia in Lui e accettare ciò che la vita ci riserva, anche il peggio.
Successivamente lo riaccompagnò in albergo e Alfonso salì nella propria camera pensando che avrebbe dovuto prima o poi riprendere la lettura del diario. Così fece e si dispose a leggere:
“ Tutti gli eventi che mi stanno capitando da quando sono arrivato a Palermo hanno qualcosa di strano, anzi per meglio dire di straordinario. Talora non mi sento più padrone di me stesso e la cosa mi preoccupa. Ho conosciuto per esempio un’anziana signora che mi ha ipnotizzato e pare che, durante lo stato d’ipnosi, le abbia raccontato d’essere vissuto nel ‘700 e d’essermi sposato con una ragazza di nome Marta che poi è morta. Insomma queste cose mi fanno sentire come sdoppiato nella personalità e non sarei mai voluto venire a Palermo”.
Alfonso mentre leggeva, si sentì pervaso da brividi e un altro pensiero gli attraversò la mente. Un pensiero terribile, angoscioso che lo fece sentire impotente, avvertì allo stomaco un senso di nausea e cercò di cacciare quel pensiero. In realtà aveva pensato di poter essere vittima di forze occulte e soggetto a una volontà più forte della sua. Ma non poteva essere vero, era una cosa assurda! Comunque non riusciva più a leggere e allora si alzò e andò alla finestra. L’aria umida e frizzante lo fece calmare.
L’indomani appena sveglio, pensò di telefonare a Lilia. Quando la sentì: - Oggi posso invitarti a pranzo?- disse subito. - E Lilia: - Vieni tu piuttosto, t’invito a casa mia e pranzeremo insieme. Senti facciamo così: fatti portare da un taxi alla chiesa di San Domenico per mezzogiorno. Ascolteremo la Messa e poi verremo qua a mangiare. Sei d’accordo?
Alfonso pensando di non essere più andato a Messa dalla morte di Marta, fu reticente. - No Lilia, vengo da te all’ora di pranzo. Va bene alle tredici?
-Sì, va benissimo. Non vuoi venire a Messa?
-No grazie, no. Ci vediamo più tardi allora. Ciao.
Riagganciando il ricevitore, si sentì triste e provò un senso di disagio. Comunque uscì a passeggio respirando a pieni polmoni l’aria primaverile.
Palermo, quella domenica d’aprile, era splendente di sole, l’aria era molto tiepida. Avvertì un piacevole odore di zagara, un odore inebriante che metteva allegria. Questa città non finiva più di stupirlo!
Arrivò dall’amica che erano le tredici in punto e Lilia lo accolse cordialmente offrendogli subito un aperitivo.
- Ti ho preparato tutte pietanze palermitane, compresa la cassata che ho fatto con le mie mani.
- Come moglie avresti fatto felice qualsiasi marito. Ma dimmi, come mai non ti sei sposata?-
- Eh caro mio! Alcuni anni fa ero alle soglie del matrimonio, poi tutto sfumò perché lui mi tradì. Sentivo che avevo perso la stima e la fiducia in lui. Infatti mi pareva d’odiarlo e provavo sentimenti di vendetta. Poi capii che qualcosa, dentro di me, s’era rotto e mi spingeva all’odio. Allora pensai che il male s’era fatto strada nel mio cuore e dovevo metterlo a tacere. Vedi, amico mio, quando ci accadono queste cose dolorose, lo spirito del male è sempre pronto ad aggredirci, a tenerci lontano da Dio. E’ come se il maligno trionfasse.
Ancora una volta Alfonso sentì riecheggiare quelle parole come rivolte a lui: “ Quando ci accadono queste cose dolorose, lo spirito del male è sempre pronto a tenerci lontano da Dio”.
Si misero a tavola e Lilia servì delle specialità siciliane. Poi cambiando discorso: - Senti, mi hai fatto vedere quel misterioso diario scritto da un Alfonso che ha vissuto la tua medesima vita. Prima non ho voluto dirtelo, ma la faccenda mi pare incredibile. E poi scusa, come hai fatto a trovare un diario se cercavi un libro di racconti?
- Perché cercavo Diari, cronache e leggende, che inizia con la D come diario. E allora sotto quella lettera, casualmente, ho trovato: Diario di Alfonso.
- Mah! Un Alfonso del passato che narra la tua vita di oggi!
- Sì, hai ragione, ma il fatto è che lo sto leggendo e ogni volta vi trovo esattamente tutto quello che faccio.
- Non è possibile! Dici che il viso raffigurato sul libro è identico a quello di Marta. Ma come fai a dirlo se è un disegno molto sfumato e in bianco e nero?
A queste parole, Alfonso sbarrò gli occhi: - Sfumato? Come sfumato? Sì è vero, è in bianco e nero, ma è nitido e quello è il viso di Marta!
- Non è nitido per niente. Comunque, Alfonso, devo dire che talora hai qualcosa di strano. Sei una persona razionale e intelligente e non capisco come tu possa inseguire un’immagine e un volto. E’ un po’ come inseguire un sogno perduto per sempre.
- E’ perché ho amato mia moglie più della mia vita. In effetti però ciò che mi succede da qualche tempo è parecchio strano.
- Hai mai pensato a consultare un sacerdote esorcista?
- Chi? Ma vuoi scherzare? Smettila Lilia! C’è una spiegazione a tutto e quel che mi succede sarà riconducibile al mio dolore e al mio tormento.
- Appunto. E’ dovuto al tuo dolore ed è come se la tua anima fosse avviluppata in qual cosa più forte di te. Non te ne rendi conto, ma a momenti non sembri nemmeno tu. Diventi strano, cambi d’umore, come quando, al telefono, ti ho proposto di venire a Messa. E poi ripeto che sul libro di racconti, l’immagine è molto sfumata.
Quest’ultima asserzione fece stupire ancora Alfonso. L’allarmò.
- Ho capito. Lo farò vedere ad altri e se mi diranno che è sfumato, allora vuol dire che vedo cose che non esistono e sono matto.
Dicendo così, Alfonso era impallidito e gli occhi esprimevano molta preoccupazione.
- No, non sei matto. Ascoltami Alfonso. Ti sei allontanato da Dio e devi innanzitutto fare marcia indietro. Mi hai detto che tua moglie ti aveva fatto diventare un perfetto cristiano. Cerca di tornare ad esserlo.
- Non posso, non ce la faccio. Dentro di me tutto si ribella da quando Marta non c’è più. Con la sua morte, sono morto anch’io ed è morta la mia anima. Sono lontano da Dio anni luce.
- Ecco perché ci vorrebbe un sacerdote. Uno di quelli esperti in fatto di conversione e di esorcismo.
- Senti Lilia, per favore, lasciamo perdere questo argomento.
- Ma perché Alfonso? Potresti tornare sereno! Se ti riavvicinassi alla fede, potresti sentire Marta di nuovo vicina. Senti, io conosco un frate che si occupa di problemi come i tuoi. Te lo presenterò e ne parlerai con lui. Sei d’accordo?
- No, scusami, ma proprio non voglio. Non ho intenzione di conoscere nessun prete o frate che sia. Mi tengo lontano da certa gente perché so che niente e nessuno potrà ridarmi Marta.
- Sì questo è vero, non si tratta di ridartela, bensì di farti riacquistare la pace. Non ti rassegnerai mai se non ritroverai la fede, perché solo attraverso quella potrai sentire tua moglie vicina. Marta è un’anima beata, Alfonso, devi pensare a quanta fede aveva lei!
- Aveva una fede intensa e profonda, - disse - era un’anima pura e devota come difficilmente se ne incontrano.
Aveva abbassato la testa. Il suo dolore era palpabile e Lilia pensò di non avere mai visto tanta sofferenza sul viso di un uomo.
- Alfonso, il sacerdote di cui ti parlo si chiama frate Agostino. E’ una persona umile e bonaria, ti farà piacere conoscerla perché ispira simpatia e fiducia a tutti. Prenderò l’appuntamento e poi si vedrà.
- No, no, non prendere nessun appuntamento. Non ho intenzione di conoscere nessuno.
- Insisto e ripeto che prenderò l’appuntamento.
- Fa un po’ come ti pare. Io non verrò. Non ti prometto niente.
Qualche giorno dopo, Lilia incontrò frate Agostino e gli raccontò di Alfonso e degli strani fenomeni cui era soggetto. Il frate ne fu molto colpito e incuriosito: - Potrebbe trattarsi solo di suggestione e di un dolore così profondo che lo ha scosso e gli fa vedere cose che non sono. Oppure potrebbe trattarsi di una possessione che si manifesta solo a tratti per tenerlo lontano dalla fede. In ogni caso mi piacerebbe conoscerlo e parlargli. Fallo venire, Lilia, cerca di convincerlo.
- Credo che sarà difficile, ma farò tutto il possibile. Gli dirò che lei l’aspetta e che non può deluderla. Frate Agostino, preghi che il Signore lo illumini e lo convinca a venire.
- Sì certo. Vedrai che verrà. Tu comunque cerca di essere convincente.
Così in una bella domenica di giugno mentre fuori il sole splendeva, Lilia si trovava nella hall dell’albergo e cercava di convincere Alfonso:
- Frate Agostino ci aspetta. Di sicuro non vorrà convertirti e non dirà nulla che possa turbarti o darti fastidio. Vuole solo conoscerti perché gli ho parlato di te e s’è incuriosito.
Alfonso in un primo tempo pensò di acconsentire, ma provò una strana sensazione allo stomaco, come una specie di nausea. Rispose: - No, no, lasciamo perdere, il frate mi scuserà.
- Dai Alfonso! Guarda che frate Agostino non ti mangia! Non fare il prezioso e vieni con me. Altrimenti dovrei dirgli che non hai voluto conoscerlo e faresti la figura della persona antipatica. Vai a mettere la giacca e usciamo. Il convento è un po’ lontano, ma andremo con la mia auto.
Provò ulteriormente a rifiutare, a mostrarsi restio, ma capì che non poteva ancora dispiacere l’amica, anche se tutto il suo essere fosse recalcitrante. Dunque suo malgrado, acconsentì e poco dopo uscirono. Lilia lo condusse in una zona nuova di Palermo. Si trovarono in una strada appena fuori dall’abitato, dove lei fermò la vettura davanti un convento. Quando entrarono, furono accolti da un altro francescano sorridente e cordiale, ma alla sua vista, Alfonso iniziò a percepire i primi segni di disagio. Furono annunziati a frate Agostino. Entrarono in una grande sala e lo videro. Il suo sembiante era assolutamente angelico, con gli occhi azzurri, i capelli e la barba bianca. Il sorriso era dei più accattivanti, ma Alfonso si sentì gelare il sangue al primo sguardo. Il frate se n’accorse e gli andò incontro con fare paterno e stendendo una mano. Alfonso si ritrasse e non riuscì a stringergliela. Tutte queste sensazioni vennero però registrate dal suo cervello e ad un tratto incontrò lo sguardo del frate, il quale gli si avvicinò maggiormente. Provò come un senso di soffocamento. Portò le mani alla gola e si sentì mancare.
- Benvenuto Alfonso, figlio mio, - disse il frate, - è una vera gioia averti qui.
Alfonso strinse i pugni e provò un forte disagio. Improvvisamente sentì di dover lottare senza sapere contro chi o cosa. Doveva lottare contro qualcuno che era dentro di lui e lo tormentava.
Frate Agostino continuava a fissarlo con sguardo insistente e Alfonso capiva e sentiva che poteva trovare aiuto solo in quello sguardo.
Ad un tratto Lilia lo vide retrocedere con gli occhi puntati e fissi sul volto del frate. Lo udì parlare con voce dura e perentoria come se si rivolgesse a se stesso: - D’accordo, mi hai già plagiato una volta. Non potrai farlo ancora! No! Non voglio! Voglio tornare ad essere quello ch’ero quando c’era Marta. Non mi fai paura perché adesso c’è questo sant’uomo con me! Lui m’aiuta, mi difende e io posso batterti. No! Non mi fai paura perché Dio è dalla mia parte e mi vuole proteggere, mi vuole con sé, mentre tu sei dalla parte del male e vuoi perdermi. Cosa vuoi da me? Perché continui a perseguitarmi?
Aveva detto queste ultime parole gridando, sbracciandosi e stringendo la testa tra le mani. Lilia fece un passo per soccorrerlo, ma frate Agostino la bloccò dicendo: - No, lascialo stare. Siamo di fronte ad un rarissimo caso di autoesorcismo. La mia presenza è fondamentale, ma è lui stesso che reagisce e trova in me la forza per cacciare il male che ha dentro.
Alfonso era pallido come un morto. Aveva afferrato due scope che erano a terra e adesso le brandiva come a formare una croce. Sembrava impegnato contro qualcuno che solo lui poteva vedere e sentire: - Sei malvagio, ma non puoi restare per sempre vicino a me. Devi andare via, via, via! Vedi, faccio il segno della croce che portò nostro Signore e tu andrai via, via! Perché Cristo ha vinto, vince e vincerà sempre sul male. Allontanati da me! Te lo ordino in Suo nome!
A questo punto vi fu un attimo di silenzio. Gli occhi di Alfonso erano stravolti e continuava a tenere in alto i bastoni delle scope, sempre a formare una croce. Era come se stesse combattendo una battaglia. Ma contro chi o contro cosa? L’aria era ferma e Lilia era molto impressionata. Frate Agostino invece continuava a fissare Alfonso. D’un tratto lo videro contrarsi e piegarsi su stesso come se avesse ricevuto un pugno allo stomaco. Poi lo videro crollare in ginocchio e gettare le scope. Strinse le mani al petto e cominciò a singhiozzare disperatamente.
L’atmosfera sembrava divenuta irreale.
Poco dopo, sempre in ginocchio, giunse le mani e iniziò a pregare con fervore improvviso. Anche il frate e Lilia si sentirono spinti a fare la stessa cosa e s’inginocchiarono.
Come quando il mare è in tempesta e lentamente si placa, così anche Alfonso che prima aveva sbraitato, adesso si calmava, aveva abbassato la testa e continuava a pregare. Pregava in silenzio. Nello stesso tempo inspirava ed espirava a fondo dando l’impressione di cacciare qualcosa di torbido e inquinato che aveva avuto dentro.
Frate Agostino gli s’avvicinò e gli pose una mano sulla spalla: - E’ finita Alfonso, coraggio, se n’è andato e non tornerà più. La mia presenza è servita ad allontanarlo. La mia fede incrollabile l’ha battuto. Non chiedermi chi o cosa fosse. So solo che mi temeva e sentivo che stava combattendo contro di te. Allora pregavo, ti guardavo e cercavo di trasferirti con gli occhi la mia fede e la forza che mi viene da Cristo. Vedi, si è trattato di autoesorcismo, perché sei stato tu stesso a capire, reagire e combattere. In fondo non hai mai perso veramente la fede e adesso l’hai riacquistata completamente, dopo questa esperienza sarai di nuovo credente come quando c’era tua moglie.
Alfonso s’era alzato in piedi e finalmente aveva lo sguardo sereno. Nei suoi occhi traspariva il sollievo. Respirò a fondo e disse: - Sì, ad un tratto ho provato la voglia di scappare e allora ho capito che qualcuno mi teneva succube. La mia razionalità però non accettava questo e ho voluto ribellarmi. Si trattava di trovare la forza per oppormi e guardavo i suoi occhi, frate Agostino. Era come se una forza enorme ne scaturisse e, a quel punto, ho visto per terra le scope. Le ho afferrate, sapevo che nel simbolo della croce avrei trovato maggiore forza e così è stato. Ho sentito come se avessi fuoco dentro. Ho provato un dolore lancinante allo stomaco, ma poi più niente. Niente. Solo pace. Mi sono sentito libero e leggero e ho provato il desiderio di pregare.
Lilia lo guardava commossa: - Se non l’avessi visto con i miei occhi, non ci avrei mai creduto! Perché io ho visto tutto! Stavi lottando, Alfonso, ti volevo aiutare, ma frate Agostino mi ha fermata. Che cosa incredibile! Quando hai alzato le scope in aria, ho creduto che fossi impazzito. Ma le hai poste a forma di croce e allora mi sono commossa.
- Secondo me, - disse il frate- tutti i fenomeni di cui sei stato vittima sono riconducibili a ciò che avevi dentro. Da questo momento, dovresti accorgerti che erano cose che vedevi solo tu.
- Grazie frate Agostino, le sarò riconoscente per sempre. Ha insistito per conoscermi e sapeva che poteva aiutarmi. Infatti mi ha difeso e sorretto moltissimo. Grazie, padre.
- E’ la mia vocazione, faccio il sacerdote per aiutare gli altri. Non ringraziarmi. Credo di essere più contento di te per ciò che oggi è avvenuto e che sono riuscito a fare.
Lo salutarono e Alfonso volle abbracciarlo. Non avrebbe mai più dimenticato quello sguardo profondo che sembrava penetrare l’anima.
Avrebbe ricordato per sempre quel viso bonario dall’espressione dolce e mansueta.
Tornarono all’auto. L’amica guidava e lui aveva voglia di cantare, aveva l’animo libero e tranquillo come non gli succedeva da tempo. Si sentiva leggero e pensò che avrebbe dovuto continuare a pregare.
Lilia lo riaccompagnò in albergo e lui si sentiva diverso, trasformato, quasi un’altra persona. Ringraziò molto l’amica e salì nella propria camera dove aveva premura di rivedere il medaglione, il libro di racconti con l’immagine di Marta e il famoso Diario. Aprendo l’armadio, rivide subito il medaglione e restò di sasso perché s’accorse che era di metallo e di forma ovale. La collana era falsa. Ecco perché nessuno l’aveva reclamata. La cosa era straordinaria! Ciò che prima aveva creduto identico al medaglione di Marta, adesso appariva diverso e solo vagamente somigliante. Davvero aveva avuto gli occhi annebbiati e comandati da una volontà che non era la sua. Pensò di guardare il libro di racconti e lo prese. L’aprì alla pagina dove era raffigurato il volto uguale a quello di Marta e di nuovo provò un senso di sbigottimento: l’immagine sfumata in bianco e nero mostrava un viso che solo lontanamente ricordava quello della moglie, anzi, a ben guardare, era troppo sfumato, quindi la somiglianza era molto vaga. Come aveva potuto vedere ciò che non era?
Uscì fuori la finestra a guardare Palermo. La vista della città aveva sempre il potere di calmarlo. E infatti si tranquillizzò e pensò che ormai niente e nessuno poteva più spaventarlo poiché aveva il buon Dio dalla sua parte e l’anima santa di Marta che pregava per lui. Si rendeva conto comunque che quella città l’aveva incantato, la sentiva come parte di se stesso. Palermo! Magnifica città! Culla di civiltà antiche e di opere d’arte stupende. L’avrebbero dovuto nominare cittadino onorario perché l’amava più di un palermitano autentico. In lontananza udiva la sirena di un vapore che stava salpando e pensò che anche lui tra poco sarebbe dovuto partire e tornare a Milano. Quest’ultimo pensiero lo rattristò, ma poi si disse che sarebbe potuto ritornare sempre e in qualunque momento. La sua Palermo sarebbe rimasta lì ad aspettarlo. Sorrise e ricordò che avrebbe dovuto continuare la lettura del Diario. Continuare o ricominciare? E già! Avrebbe dovuto ricominciare da capo, per capire sin dall’inizio cosa vi era veramente scritto. Rientrò in camera e andò a prenderlo. Si mise seduto e iniziò a leggere accorgendosi subito che l’autore si chiamava Alfonso Zani e non Zanin come lui. Cominciò dall’inizio:
Palermo 18 febbraio 1910
Sono uscito dal carcere soltanto qualche giorno fa dopo una detenzione di trent’anni e ho deciso di scrivere queste memorie da lasciare alla posterità. Mi chiamo Alfonso Zani e ho sempre esercitato la professione di cappellaio qui a Palermo. Oggi ho più di cinquant’anni, sono un tipo smilzo ma molto alto, con occhi neri e una barba ormai tutta bianca. Non sono mai stato un bell’uomo, ma neanche brutto. Le donne comunque mi hanno spesso evitato. Io però ho amato solo la mia dolce Matilde, uccisa dal suo consorte che l’aveva colta in fragrante adulterio con me. Ma andiamo per ordine: di fronte alla mia bottega di cappellaio, trent’anni fa abitavano due donne, una giovanissima, Matilde, e sua madre Irene, anch’ella abbastanza giovane. La mia bottega era adiacente alla loro casa e appena vidi Matilde affacciata al balcone, il mio cuore prese a battere violentemente per quella fanciulla dolce e tenera. La salutai e lei rispose al saluto. Le chiese quanti anni avesse e rispose che ne aveva sedici. Il suo sorriso e i suoi occhi mi fecero intendere che non le ero indifferente. Infatti spesso si metteva sul balcone e conversavamo amorevolmente. Un giorno però vidi arrivare in quella casa un importante notaio e seppi che Matilde era la sua pupilla. Dopo qualche tempo le due donne traslocarono e venni a sapere che avevano preso alloggio altrove. Le cercai e le trovai in un quartiere molto lontano. Mi presentai a sua madre e chiesi la mano di Matilde, ma donna Irene mi rispose che era già promessa al figlio del notaio. Mi sentii addolorato e domandai se la ragazza fosse consenziente a quelle nozze, ma lei non rispose. Continuai ad andare sotto la finestra della nuova casa di Matilde e lei mi disse che non voleva sposare quell’uomo perché ormai amava solo me. Ne fui felice e le proposi di fuggire. Non volle acconsentire per non deludere e per non abbandonare la madre. Qualche giorno dopo anzi, Matilde fu condotta via e rinchiusa in un convento, giacché qualche lingua malevola aveva raccontato al notaio dei miei appostamenti. Andai anche dinanzi al convento per vederla e mi sentivo disperato in quanto ormai capivo che ne sarebbe uscita solo per recarsi all’altare con figlio del notaio. E così fu infatti. La mia dolce Matilde andò sposa ed io mi sentii l’uomo più infelice della terra. Un giorno andai a protestare a casa di sua madre ed Irene mi accolse affranta e addolorata perché sapeva che la figlia s’era sposata contro la propria volontà e che era infelice. Ma non avevano potuto fare altrimenti mancando loro la forza e l’ardire di opporsi ai voleri del notaio. Irene scoppiò in lacrime e disse: “Ma ormai è andata sposa. Rassegnatevi”.
Invece non mi rassegnai mai, pensavo sempre alla mia dolce fanciulla e saperla infelice faceva vibrare ogni corda del mio cuore. Allora mi informai dove abitasse col figlio del notaio e seppi che stavano in un quartiere ricco di Palermo. Mi andai ad appostare sotto il suo balcone e un giorno la vidi affacciare. Anch’ella mi scorse e i suoi occhi, nel rivedermi, furono colmi di gioia. Poi tornarono tristi e capii quanto soffrisse e quanto ancora mi amasse. Cominciai a perlustrare la zona e studiai tutti i vari accessi al palazzo. Così una notte mi intrufolai di soppiatto nei quartieri della servitù. Poi salendo ai piani superiori, finalmente trovai la stanza di Matilde. Ella dormiva da sola e non si aspettava di vedermi comparire. Si svegliò e stava per gridare, ma io le posi una mano sulle labbra e mi feci riconoscere. Fu estremamente felice e mi cadde tra le braccia. Il nostro fu un amore travolgente e appassionato. Ci amammo sino all’alba, dopo di che fuggii promettendo di tornare presto. Così mi recavo di notte da lei molto spesso, ma una volta, mentre eravamo a letto, vedemmo entrare come una catapulta suo marito che ci sorprese e sguainò una spada. Colpì per prima Matilde che cadde esanime. Poi si scagliò su di me, ma mi difesi ed ero disperato poiché vedevo il mio amore giacere in una pozza di sangue. Allora reagii e volli vendicarla. Afferrai un lume e lo fracassai sulla testa del marito che morì all’istante. Mi chinai dunque accanto a lei e piansi stringendola al petto. Nel frattempo erano arrivati i servi e dopo di loro gli sbirri che mi arrestarono e mi portarono in carcere. Vi ho trascorso trent’anni della mia vita, ma non mi sono mai rassegnato di aver perso Matilde e ho sempre pensato a lei.
A questo punto della lettura, Alfonso si fermò, alzò gli occhi e il vecchio diario gli cadde di mano. Rimase con lo sguardo fisso e attonito dinanzi a sé. Ma come era potuto accadere? Come aveva potuto leggere ciò che non era? Vi era narrata tutta un’altra storia che non aveva nulla a che vedere con la sua vita! No, no, pareva impossibile! Era stato vittima e preda di una volontà più forte della sua! Allora si fece il segno della croce e improvvisamente sentì Marta vicina. Marta! Era lì, era con lui perché era nel suo cuore, e il suo cuore era vicino a Dio. Non avrebbe più continuato a leggere il vecchio diario. Ormai non gli interessava più e capiva che, da quel punto, Alfonso Zani aveva continuato a narrare tutti i suoi trenta anni di carcere, di coloro che vi aveva conosciuto, di cosa aveva visto e le avventure che aveva vissuto in prigione.
L’indomani mattina, andò a riportare alla biblioteca regionale il Diario di Alfonso, e consegnandolo gli sembrò di disfarsi di un peso fastidioso. Ancora non riusciva a capire come avesse potuto leggere qualcosa che non esisteva! Tornò in albergo e ripensò alla signora Tagliabue. A quanto pareva, sotto ipnosi, le aveva raccontato cose assurde. A tal proposito, doveva andare ad ascoltare la registrazione.
Nella solitudine della stanza, accese il registratore e fu impressionato nell’udire la propria voce cambiata, alterata. Era come guidata da uno strano potere e stava raccontando un cumulo di fandonie. Pareva inverosimile che fosse proprio la sua voce! Alfonso ascoltò tutto sino in fondo provando un certo disagio, poi spense il registratore. Quando la signora Tagliabue l’aveva ipnotizzato, non era stato in grado di controllare niente e una volontà arcana gli aveva fatto raccontare cose impossibili e false. Fantasie assurde, come il fatto che era sempre stato lo stesso Alfonso vissuto nel ‘700 e che aveva amato anche allora una Marta deceduta in giovane età. Se ci pensava, gli venivano i brividi e gli pareva d’aver vissuto un incubo. Per esempio la strana visione avuta a Mondello o tanti altri fenomeni di cui era stato vittima: sicuramente anche quelli erano riconducibili ad una volontà che non era stata la sua. Ma adesso era tempo di tornare a Milano e di non pensare più a quella strana avventura. Il suo lavoro e la sua vita d’imprenditore l’avrebbero distolto da quelle angosce. L’indomani avrebbe salutato tutti: Lilia, Ignazio, Guido e la signora Tagliabue. E avrebbe salutato pure Palermo. Si rattristò al pensiero di non vedere più il mare e il cielo di quella città. Ma sarebbe tornato presto e sarebbe andato a spasso con i suoi amici tra le vie che amava come se ci fosse nato. Che cosa strana! Come ci si può innamorare tanto di una città? La Palermo della mafia, la Palermo dove ammazzano crudelmente! L’aveva nel cuore e rimpiangeva di non averla potuta visitare assieme a Marta. Si girò e gli sembrò improvvisamente di sentire la moglie accanto e allora abbassando la testa, pianse come mai gli era successo da quando era morta. Era un pianto liberatorio, un pianto di rassegnazione.
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