Storie d'altri tempi
L’ANEDDOTO
PERSONAGGI PADULESI «VIRGILIO L.»
di Reno Bromuro
Noi ragazzi, eravamo una quindicina, passavano le lunghe sere d’estate, sul piccolo piazzale di Porta Nova (oggi sparito, prima rovinato dal terremoto, poi portato via dalla ruspa), a raccontare storie udite dagli adulti e quindi facevamo la… «conta» per la scelta del narratore, il quale appena finito la sua storia un’altra «conta» e raccontare toccava ad un altro, ma capitava spesso che ritoccava allo stesso narratore. Chi sapeva tante di storie padulesi era Virgilio (nel 1946 andò a Genova e non ho saputo più nulla di lui). Virgilio, pur avendo un anno solo più di me era alto circa un metro e ottanta e due mani, per farmi capire, grandi due volte quelle di Gianni Morandi.
Appena oltrepassato Ponte Valentino, che sovrasta il punto in cui si incontrano, due dei tre fiumi che bagnano Paduli, il Tammaro e il Calore, sulla destra a un paio di metri dalla strada, nel terreno coltivato a tabacco, c’è un grande ammasso di pietre schiacciate consolidate dal tempo, dove si dice vi fosse un tesoro che per prenderlo ci vogliono sette fratelli e il più piccolo deve rimanere al posto del tesoro. Altri dicono (io ne sono convinto) che, sotto quell’ammasso di sassi è il corpo di re Manfredi, il figlio di Federico II che Dante vuole sia stato sepolto sulle rive del Liri – Garigliano. Scusate la dissertazione e ritorniamo a Virgilio, che inizia il racconto: «Qualche anno fa, sembra appena finita la guerra d’Africa, tre giovani: Michele, Totonno e Cenzino; che avevano perduto il lavoro e stavano senza una lira, una notte decisero di arraffarsi il tesoro di Ponte Valentino. I tre picconarono la breccia senza sosta, fino a quando non si videro davanti il «TESORO»; però giacché appena il tesoro fosse uscito alla luce e realizzato l’immensa ricchezza, nessuno avrebbe dovuto pronunciare il nome di un santo, altrimenti la breccia sarebbe ritornata al proprio posto come se non fosse stata mai toccata e, coloro che avevano visto il tesoro sarebbero stati sbalzati ai quattro punti cardinali. Totonno, però, appena vide il tesoro non resistette di reagire alla meraviglia esclamando «Madonna mia, quanto simmo ricchi!», un soffio di vento forte e turbinoso come un tornado, fece sparire dal luogo i tre malcapitati, i quali si trovarono, Michele a San Giorgio La Molara, Cenzino ad Arpaia e Totonno nel suo letto, che gridava dalla paura, pregando la mamma, il padre e i fratelli di allontanare quel «diavolo» che continuava ad attizzare il fuoco intorno al suo letto. Questa storia andò avanti un giorno e una notte dopo di che Totonno morì, mentre gridava come un ossesso».
Mi stringevo sempre più accanto a Virgilio, il quale allontanandomi disse quasi con disprezzo: «Oh! E’ proprio vero che chi si mette con le creature, al mattino si trova… a lavare i pannolini!»
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