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Maatkare la figlia del dio

Lunedì 29 Novembre 2010 20:06 Salvatore Francone
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MAATKARE
La figlia del dio


CAPITOLO I

L’erede di Akheperkara

Quel giorno nel grande palazzo del faraone c’era grande fermento. La servitù correva da una sala all’altra come se stesse per accadere un evento eccezionale.
Akheperkara nonostante avesse la responsabilità dell’intero paese, quel giorno dimenticò gli affari di stato per restare a palazzo. Egli si muoveva nervosamente nel grande cortile come chi si aspetta che da un momento all’altro gli giunga una notizia di vitale importanza.
Le ancelle della regina Ahmes erano uscite all’alba per raggiungere le levatrici che nel laboratorio stavano preparando le pozioni che il Sinu (medico) aveva prescritto.
«Donne, donne presto! Non abbiamo un attimo da perdere, la Grande Sposa Reale ha le doglie, prendete le vostre pozioni e i vostri strumenti, dobbiamo correre a palazzo! » - Esclamò una delle ancelle, mentre le altre due cercavano di aiutare le levatrici a raccogliere tutte le loro cose-.
«E’ talmente grande il desiderio del faraone di avere un figlio maschio, che dall’ultima inondazione non pensa ad altro e da una settimana ha completamente abbandonato la nave dello stato», -disse Atys-.
«Non so come la prenderà se tra qualche ora gli nascesse una figlia femmina, egli desidera un successore al trono. Che gli dei glielo mandino!» -rispose Tefnet-.
A passo veloce le cinque donne con i loro pesanti fardelli percorrevano in silenzio, per non sprecare fiato, la via del ritorno. Il faraone non riuscì ad affidare loro neppure un cavallo perché questi erano tutti impegnati nelle guarnigioni che in quel periodo, si trovavano in giro per i paesi vicini onde evitare che quel momento di grande gioia potesse tramutarsi in un periodo di caos.
Infatti, nonostante fossero stati sconfitti, gli Hyksos, di tanto in tanto davano segni di ribellione.
La nascita di un erede al trono d’Egitto quindi poteva essere considerata da loro come una minaccia all’ultimo barlume di speranza per la riconquista della loro libertà.
A palazzo, intanto, Akheperkara ascoltava in silenzio i gemiti della moglie (sua sorellastra), ma le ancelle e le levatrici erano ancora a metà strada.
Ormai il sole era già sceso al di sotto dei teneri giunchi e le flebili foglie di papiro si piegavano al leggero vento dell’imbrunire. Gli alberi di sicomoro si erano tinti della porpora del tramonto, a palazzo regnava il silenzio più profondo, rotto soltanto dai gemiti di Ahmes che da un momento all’altro avrebbe dato alla luce il futuro sovrano d’Egitto.
Nel giardino erano già pronti i dignitari di corte per festeggiare il lieto evento e in un angolo nascosto, le prefiche attendevano per vendere il loro pianto laddove ve ne fosse stato bisogno.
Dal balcone, il faraone scorse delle figure avvicinarsi alla sua tenuta e in quel preciso istante, Ahmes diede un grido di dolore. Le porte del palazzo furono subito spalancate per accogliere le levatrici stanche ed assetate per il lungo viaggio, ma non ebbero neppure il tempo per bere un sorso d’acqua, perché la regina, ormai esausta, aveva partorito da sola il piccolo, futuro faraone.
«Venite, presto, venite: il vostro principe è nato! Ha bisogno però, della linfa vitale degli dei! Che vengano subito le levatrici e voi ancelle chiamate subito i sacerdoti del gran dio Amon, che siano qui prima che scenda la sera!» Gridò imperiosamente il re.
Le levatrici raggiunsero la regina e sollevarono delicatamente il neonato ma, prima di liberarlo dal cordone ombelicale, si accorsero che il piccolo principe era in realtà una principessa. Chi avrebbe avuto il coraggio di rivelarlo al padre?
La bimba aveva un viso dolce dai lineamenti raffinatamente aristocratici. Una volta pulita e profumata con delicati unguenti ella fu portata alla regina madre che la osservò a lungo, poi esclamò: Hatshepsut! («Ha il volto delle Nobili Dame»!).


In quello stesso istante il faraone comparve innanzi alla sua sposa, egli aveva involontariamente ascoltato l’ultima frase della regina.
«E così non sei riuscita a darmi un’erede! Ed ora a chi lascerò il mio trono? chi guiderà il paese quando io partirò per l’altra vita?» Poi dopo un attimo di silenzio soggiunse: «Donne ascoltatemi! Gli dei mi hanno illuminato! Che nessuna di voi riveli ad alcuno ciò che ha visto! ...Il mondo intero dovrà credere che oggi è nato il successore del faraone! Voi due resterete a palazzo al mio servizio finché mia figlia non sarà cresciuta e la più anziana di voi sarà la sua educatrice. Tu; dimmi il tuo nome.» -«Sat Ra» rispose la donna «a te Sat Ra affiderò la principessa, e tu che sei più giovane sarai la prima ancella della regina, sarete entrambe ben ricompensate per il vostro silenzio, ed ora al lavoro: bisogna organizzare i festeggiamenti in onore di mio figlio… avanti non indugiate!»
Akheperkara, affacciato al grande balcone che dava sul giardino, diede la lieta novella ai sudditi tutti e la notizia raggiunse in poco tempo anche i paesi vicini. I sacerdoti innalzarono i loro canti per propiziare il piccolo principe e si banchettò tutta la notte.
I festeggiamenti si protrassero per cinque giorni e si conclusero con la presentazione del piccolo principe al popolo ma, strano a dirsi, il faraone non ne pronunciò mai il nome.
I giorni passavano velocemente e la bimba cresceva bene, i suoi occhietti vispi seguivano qualsiasi cosa si muovesse intorno a lei.
Il padre rimaneva estasiato osservandola per ore ed ore e nonostante non fosse maschio rimaneva sempre più affascinato da quella bellissima bimba le cui fattezze sembravano divine.
Sat-Ra accudiva la piccola come se fosse sua figlia: era lei che la allattava e lei che la teneva in braccio seduta nel giardino per farle godere i raggi mattutini del sole e lei stessa all’imbrunire la copriva con le preziose lenzuola di lino ricamate d’oro vegliando sul suo sonno di bimba pregando il dio Bes affinché scacciasse dai suoi sogni gli dei malvagi.
Era passato solo un mese dalla nascita della principessa, il faraone era andato dalla sua moglie secondaria Mutnofret, dalla quale aveva già avuto due figli maschi (Imenmes e il piccolo Uazmes).
Mutnofret era amareggiata per la nascita del nuovo erede: aveva sperato fino all’ultimo istante che la regina madre avesse dato alla luce una femmina, in questo modo avrebbe potuto suggerire al faraone di darla in sposa a uno dei suoi figli, che come sposo della principessa reale, avrebbe acquisito il diritto al trono.
Ella però, aveva anche molti dubbi sull’atteggiamento di Akheperkara: «Come mai, mio signore, da qualche tempo vi vedo pensieroso? Sembra quasi che un terribile segreto alberghi nel vostro nobile cuore, non ho forse più il privilegio della vostra fiducia?
Se può esservi di aiuto, sfogatevi pure con me: sono certa che dopo vi sentirete meglio.»
«Non puoi aiutarmi, né tu né alcuno, voi non potreste capire il tormento che da diversi giorni mi porto dentro, ma ora lascia che mi congedi da te. Le ombre della sera stanno già scendendo e la notte non tarderà ad arrivare. Devo tornare a palazzo. – rispose il faraone-.»
«Mio signore, quando rivelerete il nome del piccolo principe al vostro popolo e come mai lo avete tenuto celato finora? Essi hanno il diritto di sapere come si chiama il futuro faraone d’Egitto.» Ma il sovrano, in silenzio e senza voltarsi, alzò entrambe le mani come a significarle che non era ancora giunto il momento, varcò la soglia e scomparve tra le ombre del giardino.
Quando giunse a palazzo era già notte, ed egli non faceva che ripensare continuamente alla piccola principessa. Si sentiva in colpa verso di lei, la sua decisione era stata avventata, non poteva lasciar credere ancora per molto che il suo erede era una principessa, non poteva lasciarla vivere nell’inganno e soprattutto, non voleva imporle di essere ciò che in realtà non era, ovvero non poteva sopprimere né offendere la sua femminilità con questa atroce menzogna.
La sua mente impegnata in queste profonde elucubrazioni, non gli permise di accorgersi che una luce flebile cominciava ad infiltrarsi tra le foglie delle grandi palme e che pian piano, stava raggiungendo i drappeggi del baldacchino reale dove lui era seduto ormai da molte ore. La regina Ahmes interruppe per un attimo il suo sonno guardando il suo sposo che indossava ancora gli ornamenti reali, in quello stesso istante, lui esausto, si stese sul morbido giaciglio abbandonandosi al sonno.
Le grida gioiose della piccola destarono la coppia reale dal loro torpore. Sat Ra giocherellava con lei in giardino e non vi era cosa più bella per i genitori vederla sorridere con quei grandi occhi neri. I due si erano affacciati al balcone guardando le evoluzioni della bimba.
«Non sai quanto sia triste per me guardare nostra figlia e non poter fare progetti per il suo futuro così incerto, come puoi pretendere che ella viva un’esistenza felice se dovrà nascondere per sempre la sua vera identità? » -Disse malinconicamente Ahmes.-»
Ormai svezzata la piccola Hatshepsut cominciava a pronunciare i primi monosillabi e Sat Ra desiderava tanto portarla a passeggiare fuori dal palazzo reale. Anche lei era triste e preoccupata per il grigio futuro che si delineava per la vita della sua principessa e sedutasi su di un lato della grande piscina, pensava:
«Come può Sua Maestà essere così cieco ed egoista nei confronti di questa adorabile creatura? Come può relegarla fin da ora in una prigione dalle grate d’oro? Egli non è cattivo e sono certa che in cuor suo la ama come l’amo io, ma la sua mente è talmente radicata nelle tradizioni dei suoi padri che i suoi occhi non riescono a guardare oltre il suo trono, tanto che neppure le lacrime della regina riescono a farlo ragionare. Oh potenti dei del cielo e della terra, fate che egli sia finalmente illuminato e renda, a questo nobile fiore, la legittima libertà!»
Akheperkara dal balcone guardava assorto nei suoi pensieri la nutrice con la sua piccola tra le braccia e come se le avesse letto nel cuore, scese e sedendole accanto prese la piccola mano della bimba che istintivamente chiuse le minuscole dita, stringendo forte l’indice della mano destra del padre.
Egli chiuse lentamente gli occhi e con lo sguardo rivolto a terra cominciò a piangere senza un singhiozzo poi, alzato lo sguardo, aprì gli occhi dai quali sgorgavano copiose lacrime.
«So cosa pensi di me mia buona donna e non oso biasimarti –disse con voce tremante il faraone - come so cosa pensano tutti coloro che per mia volontà e da buoni sudditi, custodiscono nelle loro anime questo ingiusto segreto e non posso biasimare neanche loro –continuò- ma, credimi, non sono mai stato così infelice, non puoi immaginare in quale terribile caos sia la mia anima e la mia mente ma tu sai bene che il tuo faraone non è un uomo malvagio ed io vi chiedo solo di avere fiducia in me, almeno ancora per un po’. Il dovere mi attende per una pericolosa spedizione militare, dalla quale non so, se con l’aiuto degli dei, farò mai ritorno, sii tu colei che veglierà sulla piccola Hatshepsut e sulla regina, che da domani resterà sola senza di me e se gli dei vorranno, al mio ritorno, tutto l’Egitto conoscerà il nome della principessa Hatshepsut. Ella sarà venerata come la prima delle dame, come si legge dal suo stesso nome, la sua vita sarà luminosa e splendente, come il sole in pieno giorno, e il suo cuore sarà sereno come la luna riflessa sulle benefiche acque del prezioso fiume dopo la piena. Questa è la mia promessa e se non dovessi tornare dalla guerra, che siate voi a far si che questo accada –concluse-.»
Il giorno dopo alle prime luci dell’alba, il faraone riunì i suoi ufficiali più coraggiosi tra i quali il capo rematore Ahmes e il giovane ufficiale Pen–Nekhbet. I due avevano già partecipato alle campagne militari dei suoi predecessori, Ahmose e Amenofi I riportando dalle battaglie molte “mani di nemici” per le quali ricevettero l’oro del valore.
Radunò quindi un cospicuo numero di soldati senza però, lasciare le mura del palazzo incustodite, si premurò infatti di organizzare tre pattuglie di sorveglianza che potevano alternarsi per presidiare il palazzo sia di giorno che di notte.
A questo punto tutto sembrava perfettamente pianificato ed il sovrano fece l’ultima raccomandazione alla regina e alle donne di corte:
«Ahmose, mia dolce sposa e tu, Sat Ra, vegliate sulla mia piccola principessa, fate in modo che ella non si accorga della mia assenza, datele tutto l’affetto che avete nei vostri cuori e non fatele mancare mai nulla. Io parto alla volta di Kush, vi prego, supplicate il dio Amon affinché io possa ritornare sano e salvo nella mia amata terra ed ai miei affetti.»
Così dicendo, raggiunse i soldati e ordinò la partenza.
Il gruppo raggiunse lentamente le sabbie non ancora roventi allontanandosi sempre di più, finché di loro non rimase che una piccola nuvola di polvere spazzata via dal vento.
Erano già trascorsi sei mesi dalla partenza di Akheperkara verso il paese di Kush e la regina con l’aiuto della brava nutrice, accudiva la piccola facendo sì che nulla le mancasse, proprio come il faraone aveva raccomandato. Si erano recate già due volte al grande tempio del dio Amon a Karnak, dove avevano lungamente pregato e fatto copiose offerte affinché il dio con la sua potente mano avesse protetto e guidato il faraone durante la pericolosa spedizione.
Quel giorno, le due donne erano sedute in giardino insieme ad Hatshepsut; era l’ora quinta e Sat Ra si stava recando alle cucine che si trovavano vicino ai granai, per prendere i biscotti che erano stati preparati per la principessa.
Questa sana abitudine faceva parte dei compiti della nutrice poiché la bimba per crescere sana, doveva essere nutrita con regolarità ed ogni giorno agli stessi orari. Sat-Ra ritornò in giardino tenendo tra le mani il vassoio con i biscotti appena sfornati e li poggiò sulla panca di granito dove era seduta la regina con la piccola tra le braccia. In quel momento, uno dei soldati posti di guardia all’ingresso del palazzo annunciò che una nobile dama era venuta a far visita alla regina.
«Oh mia venerabilissima regina -disse il soldato dopo essersi chinato in segno di rispetto- la moglie del nobile maestro Ineni è qui e chiede di vedervi. Posso lasciarla passare?»
«Certo che puoi, la moglie dell’architetto di corte è sempre la benvenuta nella casa del faraone, ella non era forse qui ad assistermi quando ho dato alla luce l’erede al trono d’Egitto?»
Pochi istanti dopo, la nobile dama fece il suo ingresso nel grande giardino. Le sue vesti di lino erano finemente cucite ed impreziosite con fili d’oro, alle dita ed al collo portava gioielli stupendamente cesellati e sui quali risplendevano ametiste e lapislazzuli che dimostravano chiaramente la bravura del marito che li aveva realizzati.
Ahmes la salutò affettuosamente, le fece cenno di sedersi e rivolgendosi a lei disse: «Come mai, mia affezionata amica da tanto tempo non ci delizi con la tua presenza? Ho visto qualche volta tuo marito qui a palazzo conversare con il faraone ma erano talmente concentrati nei loro ragionamenti, che ci siamo appena salutati, spero di non averti involontariamente fatto qualche scortesia, se così fosse ti chiedo scusa fin da ora.»
«No! Mia dolce regina non è come voi dite, nessuno sgarbo mi è stato fatto dalla vostra Maestà, è solo che non ho avuto il coraggio fino ad ora, di venire nella vostra dimora al cospetto del faraone vostro marito ma ora che lui è partito e che anche Ineni lo ha seguito, ho deciso di venire qui a parlare con voi da madre a madre.»
A queste parole la regina rimase un attimo in silenzio con lo sguardo fisso sulla piccola Hatshepsut che nel frattempo era passata dalle braccia della madre a quelle della nutrice, poi scrollando leggermente il capo come per ridestarsi, si rivolse all’amica: «Qual è il tuo cruccio amica mia cara? Le tue parole lasciano trapelare un profondo turbamento, confidami la tua pena, fa che io possa alleggerire il peso che grava sulla tua anima, ti prego parla!»
«Mia regina, rispose la nobildonna, come voi sapete mio marito Ineni oltre ad essere un ottimo artigiano ed un bravo architetto è anche un esperto botanico ed è per questo che, per ordine del faraone stesso, egli lo segue nelle sue spedizioni in oriente poiché nei momenti di calma, ha il compito di annotare tutte le varietà della flora e della fauna locale e studiarne le ideali condizioni climatiche nella eventualità di trapiantarle nella nostra terra. Capirete mia signora, che passando tanto tempo insieme al faraone, Ineni è divenuto il suo migliore confidente e a me che sono la sua sposa, non può nascondere nulla. Perdonate quindi il mio ardire se oso dirvi che conosco perfettamente quella che è la vostra pena, così dicendo vi ho confidato anche la mia.»
«Allora, la tua tristezza è dovuta al tuo grande affetto verso di noi? -rispose la regina – è così bello –soggiunse- sentirsi amati a tal punto che i nostri amici condividono con noi le nostre sofferenze, di questo vi siamo grati e per rincuorarti ti svelerò un segreto del quale solo io, Sat-Ra e pochi altri siamo a conoscenza:
Al ritorno dalla terra di Kush, il faraone renderà noto a tutto il popolo il nome della principessa, ella sarà quindi libera di vivere la sua vita con l’orgoglio di essere donna e sono certa che se io in futuro non dovessi generare un figlio maschio, Hatshepsut non permetterà a nessuno di occupare il trono che già da ora le appartiene.
Ma torneranno mai i nostri uomini da questa guerra?» «Si mia regina, torneranno molto presto! Ho sentito dire dai mercanti che nel paese di Kush non vi sono stati scontri cruenti e che i pochi ribelli che cercavano di creare dei disordini, sono stati domati in breve tempo dall’esercito di Akheperkara e che questi, a capo dei suoi uomini, ha già intrapreso il viaggio di ritorno verso la terra di Uaset, con l’aiuto di Amon saranno qui tra un paio di mesi, forse tre al massimo.»
«Che tu sia benedetta -esultò la regina- le tue parole hanno agito su di me come l’incenso purificatore, ora sono più tranquilla, stanotte gli incubi non mi tormenteranno, grazie a te amica mia!»
«Sono felice di esservi stata d’aiuto mia sovrana -rispose la nobile dama- e lo sono anche per quanto mi avete confidato, vi ringrazio maestà per la fiducia che mi avete accordato. Ora però devo lasciarvi: è già passato il crepuscolo, è tempo che io torni alla mia dimora.»
«Che gli dei ti accompagnino» rispose la regina.
La gravidanza di Mutnofret intanto, era già molto avanzata di li a poco avrebbe dato alla luce il terzo figlio di Akheperkara che però, sarebbe nato prima del ritorno del faraone suo padre.

Questo è il vostro principe!

Le previsioni di Mutnofret si dimostrarono esatte. Il terzo figlio nacque prima del ritorno del re. Aveva dato alla luce il terzo maschio proprio come lei voleva. Ad assistere la partoriente accorsero le mogli di alcuni agricoltori con i quali la donna aveva un legame di interesse non meglio definito e, un sacerdote del culto di Amon che, sporadicamente andava a far visita a Uazmes, sostenendo che il piccolo avesse le caratteristiche di un “illuminato dal dio”.
Dopo più di tre mesi dalla visita della moglie di Ineni, Hatshepsut compì diciotto mesi ed aveva lasciato da qualche tempo le braccia affettuose della madre e di Sat-Ra. Era una bimba bruna dagli occhi neri e profondi, nel fondo di quegli occhi incredibilmente espressivi, trapelava un velo di tristezza, forse dovuto alla mancanza della figura del faraone, ma la sua espressione predominante era quella della sicurezza e della fiducia in se stessa. Il suo portamento nel camminare sembrava già quello di una donna: dritta, altera e imponente seppure misurasse solo qualcosa in più di un grande cubito reale. La servitù la ammirava e sembrava che aspettasse da lei un cenno per poterla devotamente servire. La piccola principessa, guardandoli, sorrideva e inconsciamente attraverso i suoi sguardi innocenti, sembrava voler dire che un giorno il suo amore per il popolo e per la sua terra sarebbero stati la sua priorità assoluta.
Ormai il quarto mese della stagione di Peret volgeva al termine. Le giornate infatti, cominciavano ad infuocarsi della calura di Shemu.
Di lì a poco, la terra si sarebbe inaridita per la siccità e secondo la tradizione si sarebbero dovute celebrare grandi feste in onore degli dei ma il faraone non era ancora tornato in patria: forse marciava ancora col suo esercito sulla via del ritorno, per cui se non fosse ritornato in tempo qualcuno avrebbe dovuto sostituirlo durante le cerimonie.
Il ventottesimo giorno della stagione di Peret, Ahmose decise di recarsi al tempio di Amon per pregare e per celebrare per lui l’offerta del vino. Insieme a lei la piccola principessa e l’immancabile Sat Ra che era già pronta per la partenza ma non fecero neanche in tempo a varcare la soglia del palazzo che una guardia trafelata per la corsa, ansimando, cadde davanti a loro in ginocchio e con voce affannosa disse:
«Mia regina, rimandate la vostra partenza per Karnak, vi prego! Corre voce che ieri verso l’imbrunire alcuni Sementiu abbiano avvistato una lunga colonna di soldati che dai limiti del deserto si dirigono verso la nostra terra. E’ Akheperkara che torna dal paese di Kush!» Esclamò.
La regina rimase in silenzio, poi fissò negli occhi Sat Ra dopodiché diresse lo sguardo verso la guardia con l’espressione di chi non crede alle proprie orecchie.
All’improvviso la sua bocca accennò ad un sorriso e dai suoi occhi cominciarono a scendere le prime lacrime di gioia, mentre la buona nutrice le asciugava il viso, con un fil di voce rotta dall’emozione disse:
«Dei del cielo e della terra, grazie per aver ascoltato le suppliche della vostra umile serva! Grazie per aver restituito il faraone a noi e alla sua amata terra! Cosa mai potrò fare per dimostrarvi la mia gratitudine?»
Il giorno dopo tutta la servitù era indaffarata per preparare un sontuoso banchetto in onore del faraone che di lì a poco sarebbe tornato a casa dopo un anno di assenza.
Ahmes era raggiante ed a palazzo erano tutti impazienti di rivedere il sovrano ed anche eccitati per i giorni di festa che sarebbero seguiti.
La mattina di due giorni dopo, le grida gioiose del popolo svegliarono tutta la gente che ancora non si era destata. Dal palazzo si udivano le acclamazioni rivolte all’esercito che in quel momento entrava tra le mura di Uaset e pian piano il rumore prodotto dagli zoccoli di migliaia di cavalli diventava sempre più vicino. La regina trepidante, contava gli ultimi minuti che la separavano dal sovrano ormai ritornato in patria sano e salvo. Ed ecco che Akheperkara apparse nel grande giardino, pochi passi e i due si trovarono avvinti in un tenero abbraccio. Un attimo le vesti candide di lei si tinsero dell’ocra della sabbia del deserto che il re aveva accumulato nei lunghi giorni di marcia sotto il sole e nelle fredde notti, ma per lei quell’odore acre di sabbia e sudore era come il profumo del fiore di loto.
Quell’interminabile abbraccio s’interruppe solo quando la piccola principessa, infastidita di non essere al centro dell’attenzione prese a tirare le vesti della madre che in quel momento la stava trascurando per un uomo di cui lei non ricordava quasi nulla.
«Figlia mia adorata -disse il faraone accarezzandole le guance- principessa dalla pelle bianca come le stelle del cielo degli dei, ti ho lasciato che eri bellissima, ed oggi sei la bella tra le belle! Chi potrà mai rendermi il tempo passato lontano da te? Come potrò conquistare il tuo amore e la tua stima? come potrai mai perdonarmi di una infamia di cui ero pronto a macchiarmi e della quale, per ordine mio, nulla mai ti verrà rivelato? Ora però sono pronto a riparare, domani il popolo conoscerà l’erede di Akheperkara il cui nome verrà venerato e benvoluto per tutta la terra di Uaset e rispettato ma temuto dalle genti nemiche dei “nove archi”. Una grande festa sarà organizzata in tuo onore: fastosi banchetti, musica, danze, copiose libagioni ed offerte agli dei, nulla e nessuno dovrà mancare perché domani tu nascerai per la seconda volta!»
La regina, commossa dalle parole del faraone ma felice prese la principessa per mano ed accarezzò il volto del faraone dal quale traspariva chiaramente la sua stanchezza.
Egli ben sapeva che, reduci dalla missione punitiva, anche i suoi uomini erano stanchi e provati dal lungo e faticoso viaggio quindi, prima di ritirarsi nelle sue stanze, si rivolse a loro e con tono paterno li ringraziò per la loro fedeltà, poi li rese liberi di potersi riposare e ristorare a loro piacimento.
All’ora decima del diciottesimo giorno del mese di Shemu, tutta la città era in fervida attesa, il popolo si era riunito davanti al grande tempio di Amon dove il faraone aveva fatto annunciare il suo arrivo per quella stessa ora. Questa cerimonia non prevista dal calendario egizio rappresentò un evento eccezionale. Il sovrano da poco tornato in patria dalla terra di Kush avrebbe finalmente rivelato il nome del suo primogenito reale. Hatshepsut era la primogenita reale di Akheperkara in quanto nata dalla Regina madre Ahmes. I figli nati dalle mogli secondarie dei monarchi non potevano essere considerati eredi reali proprio perché nati da una moglie secondaria.
Il sole nel cielo era quasi all’apice della sua ascesa, e ciò indicava che era circa l’ora undicesima i sudditi avevano lo sguardo fisso sulle acque del Nilo. All’improvviso un sottile mormorio si levò nell’aria torrida: in pochi istanti divenne una fragorosa acclamazione. Il dio sole con i suoi potenti raggi colpiva l’oro del carro del re che a bordo della grande barca, si avvicinava lentamente al pontile del tempio ed era tanto splendente da sembrare il dio Amon di ritorno dalla festa di Opet.
Il carro d’oro fu issato a spalla da sei robusti uomini che lentamente lo portarono a terra poi con passi sicuri ma calibrati, si incamminarono tra le due interminabili file di sfingi del grande viale d’ingresso.
Andarono avanti seguiti dal popolo che inneggiava festosamente e superato il quarto pilone, si fermarono davanti al podio allestito per l’occorrenza nel Wadiyt (la sala dell’incoronazione). Il faraone vi salì e in pochi istanti il frastuono della folla si placò fino al silenzio totale.
Nella grande sala si creò un’atmosfera di tensione e di impazienza. tutti gli occhi erano rivolti sul podio ed ogni suddito pendeva dalle labbra di Akheperkara che in preda all’emozione, sembrava non riuscisse a proferire parola. Non seppe trattenere un profondo respiro e tenendo la balaustra stretta tra le ma i disse:
«Miei fedeli sudditi, questo è un grande giorno per me e per tutti voi, ho aspettato a lungo questo momento ed oggi, finalmente, posso mostrarvi il volto dell’erede di Akheperkara e pronunciarne il nome a gran voce. Avrei potuto farlo prima ma così facendo, privavo voi di questi giorni di gaia festosità e lei degli onori che le spettano quale figlia del faraone e principessa reale. Non avrei avuto il tempo di organizzare una cerimonia degna di lei dovendo partire alla volta di Kush da cui sono reduce. Gioite, dunque e deliziatevi del volto della vostra principessa, ella è mia figlia, il suo nome è Hatshepsut!»
In quel momento la regina madre apparve alla sinistra del re e dopo pochi interminabili istanti, in mezzo a loro comparve la piccola principessa che nel frattempo era salita su di un piccolo sgabello in modo da poter essere ammirata da tutti.
Il popolo confuso dalle parole del faraone e dalla sua rivelazione cominciò a bisbigliare sommessamente ma Akheperkara riprese subito il controllo della situazione e proseguì col discorso: «Capisco il vostro smarrimento, so che vi aspettavate di vedere il mio successore al trono ma ella è femmina e come tale non potrà succedermi, questo però non deve rattristarvi perché un giorno vi darò il futuro faraone, l’erede al trono che tutti aspettavate e poiché questa festa è in onore della vostra principessa, siate allegri, siate felici per il vostro faraone e per la vostra regina perché il più bello e profumato fiore della terra è nato nel loro giardino.»
La famiglia reale scesa dal podio invitò il popolo a tornare in città dove si sarebbe dato inizio ai festeggiamenti.
La grande barca del re riprese le acque del Nilo seguita da quelle dei sacerdoti ed infine centinaia di feluche che avrebbero riportato a casa i sudditi.
Il viaggio di ritorno si svolse in un clima di allegria, la navigazione ne era allietata dai canti e dalle musiche dei suonatori.
Il faraone con la piccola sulle ginocchia era soddisfatto e felice ma a dispetto di quanto aveva affermato poco prima pensava: «Sarà lei che occuperà il mio trono, lei governerà le due terre, lei che vi guiderà.»
Giorni di festa e di gaiezza furono quelli che seguirono e la famiglia reale non era mai stata così unita. La piccola principessa a poco a poco si affezionava sempre più alla figura paterna: ella cercava di coinvolgerlo nei suoi giochi tanto che il re a volte, sembrava essere ritornato bambino a sua volta ma egli seguendo i buoni insegnamenti di Sat-Ra, nonostante il suo evidente debole per la figlia, riusciva sempre ad essere coerente con il suo concetto di educazione, quindi le insegnava che per ogni piccola conquista bisognava fare un piccolo sforzo; lei quindi cominciava a capire che un giorno grandi conquiste avrebbero richiesto grande sforzo e sacrificio.
Quando i festeggiamenti furono terminati, Mutnofret inviò un messaggero a palazzo per informare il re del lieto evento e per invitarlo a conoscere il neonato. Nel cuore di Akheperkara, in quei momenti non c’era posto che per Ahmes e per Hatshepsut, quella notizia non gli procurò quindi alcuna emozione, ciononostante, accorse al richiamo della donna che aspettava trepidante il suo arrivo.
«L’ho chiamato Thutmose II -gridò Mutnofret senza dargli neanche il tempo di riprendere fiato- come voi e come voi sarà grande.»
Il faraone si trattenne con lei il tempo necessario per accordarsi sommariamente su come allevare ed educare il piccolo. Poi verso l’ora quinta salutò la donna che gli porse il neonato. Era un bimbo dai bei lineamenti ma il re ebbe la netta impressione che fosse troppo grande e pesante per un bimbo di soli quattro mesi d’età.

L’ambiziosa Mutnofret

La principessa aveva ormai più di tre anni ed era già padrona del linguaggio, dimostrava svariati interessi ed era molto loquace.
Sembrava che il suo interesse maggiore fosse per l’arte e l’architettura.
La maggior parte del suo tempo infatti, lo trascorreva nel grande parco del maestro Ineni. Lì poteva ammirare il magnifico giardino con le bellissime piante tropicali. A volte invece, entrava in punta di piedi nel laboratorio dell’amico architetto e senza disturbare il maestro, lo osservava mentre realizzava gioielli o mentre disegnava i suoi progetti architettonici. Ineni era molto paziente e cercava di soddisfare sempre le domande che la principessa gli formulava continuamente.
La sua sete di sapere era pari alla sua bellezza ed il suo fascino era tale che neppure Ineni riusciva a sottrarsene.
«Maestro -gli disse un giorno- quando sarò diventata più grande, voglio che tu sia il mio architetto. Per me farai i monumenti più belli di tutta Kemet dei quali si parlerà per milioni di anni e, quando sarò faraone, voglio un giardino con tutte le più belle piante della terra che tu porterai per me da quei paesi lontani solo a te noti.»
Ineni non avrebbe mai osato contraddire Hatshepsut ma in cuor suo, nutriva seri dubbi che la piccola principessa potesse diventare un giorno il suo faraone. La principessa forse, non sapeva che avere sangue reale non bastava per assicurarsi il trono; un altro importante attributo le mancava per poter aspirare a tanto. Forse lei riteneva il sesso un dettaglio trascurabile o per lo meno non determinante per credere così fermamente di poter un giorno governare su Kemet.
Ella sembrò leggere nel pensiero di Ineni e con fierezza proseguì: «So che non sarà facile per una donna salire al trono, in questo mondo dove gli uomini hanno sempre prevalso ma io devo farcela, affinché le generazioni future possano capire che uomini e donne hanno le stesse capacità di riuscire e le stesse probabilità di fallire. Sono pronta a lottare per far si che il mio destino si compia .» Ineni rimase sbalordito da queste parole ma soprattutto per la foga e la determinazione con cui erano state pronunciate da una bimba di soli tre anni.
La vita al palazzo di Akheperkara sembrava aver raggiunto finalmente quella serenità che fino a poco tempo prima appariva così lontana e irraggiungibile. Tutto era tornato nella più totale armonia.
Hatshepsut era già molto avanti con gli studi in rapporto alla sua giovane età, si applicava nello studio con interesse ed apprendeva con facilità. Il suo maestro, il nobile Ahmes Pen-Nekhbeth, era molto fiero dei progressi della sua alunna reale. Le lezioni si svolgevano ogni giorno in un angolo del giardino della magione reale, dove la principessa, insieme ai figli di alcuni nobili e Nomarchi sedevano a gambe incrociate su alcune stuoie stese a terra.
Come tutti i bambini, i suoi compagni ascoltavano svogliatamente sbadigliando di tanto in tanto. La principessa invece, non si lasciava sfuggire una sola parola, una sola spiegazione, sembrava quasi avesse fretta di imparare e di crescere.
Anche i suoi compagni di scuola avvertivano la sua superiorità ed erano anche un po’ invidiosi ma nessuno di loro osava mai farle qualche scherzo ingenuo o mancarle di rispetto. Neppure quando, nei momenti di ricreazione, ella spesso enunciava che in un prossimo futuro sarebbe divenuta il loro re e che li avrebbe avuti al suo fianco nelle sue incredibili imprese. I fanciulli la osservavano e rimanevano quasi ipnotizzati da quello sguardo così diretto e penetrante e qualcuno di loro, forse ne era già innamorato.
La regina Ahmes, in quei giorni era all’ottavo mese di gravidanza e sembrava che il secondo figlio di Akheperkara avesse una gran fretta di nascere. Il faraone si trovava in un particolare stato d’animo: da un canto sperava che il nascituro fosse un maschio, in tal caso egli avrebbe risolto ogni problema di successione, dall’altro però, egli si rammaricava di dover venire meno alle tante promesse fatte alla primogenita che era ormai intimamente certa di essere l’unico erede al trono, assumendone di conseguenza il comportamento.
D’altra parte però, il popolo avrebbe mai accettato un faraone donna senza batter ciglio? In cuor suo ma senza mai riconoscerlo apertamente Akheperkara sperava che la Regina Madre partorisse una seconda principessa, in tal caso tutto sarebbe rimasto momentaneamente immutato e col tempo si sarebbe potuta studiare la soluzione più idonea e meno dolorosa.
Il buon re non dovette attendere molto per sapere che il suo secondogenito fu ancora una principessa, a lei fu dato il nome di Neferubity.
In Akheperkara erano ancora vivi il dolore e la sofferenza causati dall’errore da lui stesso commesso alla nascita di Hatshepsut e si guarda va bene dal ripeterlo. Quindi rese subito noto a tutto il Paese il nome della nuova principessina che come tale fu adeguatamente e degnamente festeggiata.
Hatshepsut era raggiante per questa nascita, ora aveva una sorellina da cullare e da coccolare e che col tempo sarebbe divenuta anche compagna di giochi.
Il settimo giorno del secondo mese della stagione di Peret l’aria era fresca e mitigata da un leggero alito di vento. Quel mattino verso l’ora decima un ufficiale ben noto al re, recava un messaggio per lui e dopo essersi inchinato gli si rivolse dicendo:
«Mio Signore, sono qui, al vostro cospetto per volontà di Mutnofret, ella mi ha affidato questo papiro raccomandandomi di consegnarlo riservatamente nelle vostre prodighe mani. Vi prego di leggerlo, io aspetterò acciocché voi possiate darmi quella risposta che ella così ansiosamente attende.» Il faraone ascoltò attentamente l’Ufficiale, prese il rotolo di papiro dalle sue mani e una volta apertolo rimase in silenzio per qualche minuto. Lesse mentalmente quel lungo scritto e una volta terminato lasciò che questo si riavvolgesse lasciandosi scivolare dalla mano il lembo inferiore. Avvicinatosi ad un tripode fece cadere il papiro tra le fiamme ardenti che in men che non si dica lo ridussero in cenere. Poi rivolse lo sguardo al nobile messaggero che gli stava di fronte, ansioso di ricevere una risposta.
«Nobile Pahery, Signore di El – Kab, tu sei il precettore di mio figlio Uazmes, ho grande stima di te e mi conforta che Mutnofret, mia moglie secondaria abbia affidate proprio a te questo messaggio. So che la tua fedeltà fa di te un latore discreto, quindi reca la mia risposta alla madre del gracile Uazmes e fa che la mia voce non raggiunga orecchie indiscrete. Domani stesso mi recherò da lei onde conoscere il prezioso suggerimento da cui (secondo quanto lei dice) dipenderanno le sorti del Paese.»
Il nobile Pahery, con un elegante inchino, salutò il sovrano promettendogli solennemente che mai altro essere umano sarebbe venuto a sapere di quell’episodio e che la sua risposta avrebbe raggiunto, nel minor tempo possibile, colei che tanto l’attendeva.
Il mattino dopo di buon ora, Akheperkara fece approntare il suo cavallo ed alla nona ora era già sulla strada che conduceva alla dimora di Mutnofret, in meno di un’ora si trovò alle porte del lussuoso palazzo.
Da lontano scorse la figura della donna ferma nel mezzo del colonnato antistante l’ingresso alle sale. Quando furono l’uno di fronte all’altra il sovrano poté notare l’evidente impazienza di lei che, in segno di rispettoso saluto gli baciò la mano. Dopo aver esaurito i convenevoli, Mutnofret si accinse ad illustrare il suo proposito:
«Nobile sovrano, so che la vostra Sposa Reale, la dolcissima Ahmes, non è riuscita a donarvi un figlio maschio e ciò pone il futuro del paese in una condizione di pericolosa precarietà per la mancanza di un erede reale. Conosco anche la vostra dedizione per la piccola principessa Hatshepsut, per la quale nutrite in cuor vostro il sogno illusorio di consegnarle un giorno le insegne regali.
Perdonatemi di queste ultime parole che non vertono ad offendervi ma a farvi riflettere. Sua maestà sa ancor meglio di me, -continuò la donna- che un simile progetto sarà difficilmente realizzabile, i casi di donne al potere, in questo nostro Paese, sono stati rari e quelle poche, intraprendenti donne che hanno tentato la reggenza, si sono viste schierarsi contro la potenza degli dei, dei loro grandi sacerdoti e non per ultimi il popolo, il clero, i grandi dignitari e i Nomarchi.
Voi stesso m’insegnate che ognuna di queste temerarie regine dopo pochi mesi di regno ha preferito abbandonare l’impresa cedendo alla forza delle pressioni avverse.»
«Premurosa Mutnofret, -rispose Akheperkara- le tue parole sono empie di saggezza ma nulla di quanto mi hai narrato mi era ignoto, so bene quanto sia difficile per una principessa reale volersi incamminare sulle asperità della strada del potere, ciò che invece ignoro è a quali conclusioni i tuoi ragionamenti vogliono approdare?»
«Grande Akheperkara, riprese la donna, volevo umilmente ricordarvi dei vostri tre figli che ho avuto il privilegio di donarvi e che pur non essendo nati dalla Sposa Reale, nelle loro vene scorre il vostro nobile sangue. Il piccolo Uazmes e debole di costituzione e trasognato di mente ma, Imenmes è un bambino robusto e intelligente che già dimostra un innato senso del comando ed una grande passione per le armi. Non credete che, in mancanza di un erede diretto, l’unione tra lui ed Hatshepsut un domani potrebbe risolvervi ogni problema di successione?»
Akheperkara, dopo alcuni, interminabili attimi di riflessione rispose: «Mia cara, ti ho ascoltato in silenzio fino a quest’istante e il tuo parlare è giusto. Imenmes come sposo della principessa reale acquisirebbe a tutti gli effetti il diritto al trono ma, io non sarò mai il padre che impone un’unione per pura strategia politica se questo può causare l’infelicità dei propri figli.
Pensare all’avvenire del Paese è un mio diritto e soprattutto un mio dovere ma, preoccuparsi del futuro e della felicità dei nostri figli è mio ma anche tuo dovere. Non spetta a noi due scrivere la loro storia ancor prima che essi la vivano. Loro stessi sceglieranno le strade da seguire, anche se queste dovessero essere dure e pericolose. Per troppi anni i padri hanno operato scelte di vita per i loro figli, ignorando le loro passioni, le loro aspirazioni e i loro desideri. Io non commetterò questo errore!»
Mutnofret, a queste parole, rimase evidentemente contrariata. Certamente sperava di poter fare del suo primogenito il futuro monarca ma, dopo una simile risposta, vedeva il suo sogno dissolversi nel nulla. Ella però, riprese subito il controllo delle sue emozioni ed apparentemente calma rispose:
«Il vostro punto di vista è giusto e lo condivido anche se sconvolge profondamente le nostre consolidate tradizioni, forse un giorno molto lontano i nostri discendenti vi ricorderanno come il faraone del rinnovamento. Se in futuro tra Hatshepsut e Imenmes sboccerà un sentimento, ne saremo felici entrambi e il Paese ne trarrà beneficio ma, siate ben sicuro che non tornerò più su questo argomento –affermò la donna- ed ora lasciate che vi parli del vostro terzo figlio, egli cresce bene ma il nobile Pahery è troppo occupato con l’educazione di Uazmes che sembra non voler minimamente apprendere e come se non bastasse, oltre ad essere gracile e cagionevole, sembra vivere in un mondo di sogni. A volte ho l’impressione che abbia la facoltà di vedere cose che agli altri non è dato vedere, pare assorto in visioni ultraterrene durante le quali si ha l’impressione che il suo ba lasci il corpo per volare via chissà dove.»
«E sia! Esclamò il faraone, tra due giorni al massimo ti manderò due dei miei uomini più fidati che saranno nominati precettori del piccolo Uazmes. Tu nel frattempo tienimi informato sulla crescita di Thutmose e, se avessi bisogno di qualcosa, non esitare a domandarla.»
Detto questo, Akheperkara si congedò da Mutnofret e, ripreso il suo cavallo, si allontanò nella fresca aria del primo pomeriggio.
Mutnofret da lontano lo seguiva con lo sguardo. Nella sua mente, un nuovo piano d’azione si delineava e lentamente prendeva forma.
«Il re crede di aver chiuso definitivamente la questione e di avermi disarmata con tutti i suoi discorsi traboccanti d’altruismo e di amore paterno ma io so bene che riversa tutto il suo amore su Hatshepsut, la prediletta, e che il suo grande sogno è quello di vederla un giorno al suo posto. Egli però non mi conosce affatto bene, se crede che io resti a guardare inerte, senza tirare fino all’ultima freccia del mio arco, per vedere uno dei miei figli impossessarsi del trono delle Due Terre.»
Akheperkara, nel frattempo, cavalcando ad andatura sostenuta verso casa, pensava a quanto aveva sentito poco prima dalla voce di Mutnofret: -«E’ strano ma nelle sue parole c’era tanta invidia e tanta sete di potere, l’ho intuito dalle espressioni del suo volto.
Conosco quella donna da molteplici anni, ancor prima che divenisse mia moglie secondaria. L’ho sempre considerata ed apprezzata come una persona dolce, semplice e di modeste aspirazioni ed oggi, per la prima volta, mi è apparsa sotto una nuova luce. Quella sua gentilezza e sottomissione mal celavano i suoi ambiziosi pensieri che, probabilmente, mirano ad escludere la principessa reale da ogni probabile ascesa al trono. Eppure è proprio la piccola Hatshepsut ad avere l’innato istinto del faraone.»
In quello stesso momento, assorto nei suoi pensieri, scese da cavallo avendo ormai varcato le mura della sua corte. Affidò il destriero ad una guardia ed entrò nelle sale.
La regina Ahmes era lì ad aspettarlo e, in evidente stato di ansia, gli si rivolse:
«Mio eletto sposo, già da molto è passata l’ora del desinare e noi siamo qui turbati per la tua improvvisa assenza.
Non pretendo una giustificazione da te ma non mi sembra corretto da parte tua allontanarti da casa di buon ora senza avvisare qualcuno di un probabile ritardo. Non hai pensato che la tua famiglia potesse preoccuparsi non sapendo dove fossi?»
«Hai ragione Ahmes, rispose il re, sono partito questa mattina mentre tutti voi dormivate ancora, il vostro riposo era così sereno che mi dava pena destarvi.
Ero certo di poter ritornare molto prima, invece il mio incontro con l’ambiziosa Mutnofret si è prolungato più di quanto avessi previsto.»
«Cosa aveva mai da dirti, replicò Ahmes, la tua seconda moglie di tanto importante, da tenerti finora lontano dalla tua magione?
Non credere, soggiunse, che io nutra dell’antipatia nei confronti dei suoi tre figli che, dopotutto, sono miei nipoti. Ciò che mi ha addolorato del tuo comportamento è che, per la prima volta in tanti anni, non mi hai resa partecipe delle tue ambasce. Ora ti chiedo solo di comprendere questo mio sfogo, concluse, dovuto solo all’amore e alla profonda stima che nutro per te da sempre.»
«Mia amata regina, non dire altro ti supplico, sono qui pronto a raccontarti ogni particolare di questo incontro che, seppur spiacevole, mi è stato di grande insegnamento. Senza volerlo quella donna mi ha mostrato una parte del suo essere che fino ad oggi ignoravo.
Sono convinto che questa rivelazione, un giorno non lontano potrà esserci di grande aiuto. Ora lascia che illustri come sono andate le cose:» Akheperkara raccontò nei minimi dettagli il dialogo avuto con la sua seconda moglie, cercando di non tralasciare neppure una parola, e quando ebbe finito Ahmes, annuendo, disse: «Ecco cosa intendevi dire con l’espressione “l’ambiziosa Mutnofret”.»
In quell’ultima decade del quarto mese di Peret l’intero paese era indaffarato nel prepararsi all’avvento, ormai prossimo, della stagione di Shemu. Gli agricoltori avrebbero dovuto sospendere i lavori nei campi e i Sacerdoti si preparavano per celebrare le numerose feste religiose tipiche di quella torrida stagione.
Hatshepsut diveniva sempre più bella nella sua rigogliosa crescita, in questo ultimo periodo, ella, aveva espresso a sua padre un desiderio di cui Akheperkara, in principio rimase stupefatto ma che, in realtà lo riempì d’orgoglio: -«Padre, voi stesso mi avete designata ad occupare, dopo di voi, il vostro meraviglioso trono e come futuro faraone, oltre all’istruzione scolastica, ho bisogno di apprendere quelle che sono le tattiche belliche e a prendere dimestichezza con le armi. Il nostro esercito dispone di Ufficiali di grande valore che da sempre servono la corona a cui sono fedeli e che, grazie a loro, sotto il vostro comando, questo Paese si è espanso, divenendo il più potente della terra.
Vi chiedo, dunque, di affidarmi alla loro esperienza affinché un giorno io possa difendere questo nostro regno e con l’aiuto degli dei, proseguire la vostra opera, continuando ad ampliarne i confini.»
«Figlia mia dilettissima, la tua maturità mi stupisce e mi rende fiero di te giorno dopo giorno. Come potrei negarti quanto mi chiedi?, hai dunque, veramente, la ferma volontà di intraprendere questo impervio viaggio durante il quale dovrai conoscere difficoltà, ostilità e sofferenze?, sei dunque certa di voler lottare per realizzare questo obiettivo?» «Si lo sono!» -rispose.- «Sia come tu vuoi, domani ti condurrò dai tuoi tre fratellastri lì potrai conoscere il mio capo rematore Ahmes figlio di Abana, egli è uno dei miei più valorosi ufficiali che ti inizierà alla pratica delle armi e alle tattiche militari. Insieme a lui ci sarà anche il tuo maestro Pen-Nekhbeth, questi due uomini mi hanno seguito in numerose spedizioni militari nei paesi nemici dove si sono sempre coperti di gloria.
I loro insegnamenti sono quanto di meglio io possa darti concluse il faraone.» La piccola principessa, senza rispondere, corse verso di lui con le piccole braccia spalancate e una volta raggiunto lo abbracciò all’altezza della vita, poi alzò lo sguardo per guardarlo in viso e lui, per la prima volta, vide quei grandi occhi neri lucidi di pianto e di commozione. Come per magia quelle lacrime si asciugarono e lei aprendo le piccole labbra in un fulgido sorriso disse:
«Grazie padre, non vi deluderò.»
Come promesso, il giorno dopo, Akheperkara insieme alla piccola Hatshepsut e a Sat Ra si diressero verso la casa di Mutnofret. Conobbe così i suoi fratellastri più grandi, Uazmes e Imenmes, dei quali sembrò non avere il minimo interesse, mentre nei confronti di Mutnofret fu subito evidente una certa ostilità. Fu invece il capo rematore Ahmes che catturò immediatamente la sua attenzione ed il suo interesse.
L’anziano ufficiale si chinò davanti ai sovrani ma lo sguardo della piccola lo aveva quasi ipnotizzato e riassunta la posizione eretta esclamò:
«Sua Maestà reca con se il più raro fiore di Uaset, la bellezza della piccola principessa viene spesso descritta da chi l’ha conosciuta ma, vi assicuro, mio faraone, che la realtà supera ogni possibile immaginazione.» Ahmes, come se avesse intuito il motivo di quella visita inaspettata prese la bimba per mano e la pregò di sedere accanto a lui e, sebbene nessuno l’avesse chiesto, l’ufficiale cominciò a narrarle di avventurose spedizioni, di grandi vittorie e di mitici condottieri del passato e, quanto più lui si dilungava nei racconti, più lei si entusiasmava, avvinta da quelle storie che evocavano le gesta gloriose dei soldati egizi contro le popolazioni del lontano nord. Era orgogliosa di discendere da quella stirpe di uomini dotati di tanto valore e coraggio; ascoltava con tanto interesse che nemmeno si accorgeva di quanto accadeva intorno, domandando spiegazioni ogni volta che qualche particolare non le fosse completamente chiaro.
L’incontro con l’anziano Ahmes segnò una tappa importante nella vita di Hatshepsut che volle ripetere quell’esperienza e, molte altre volte, vi si recò accompagnata dalla fedele nutrice.
Il giovane Pen-Nekhbeth che li seguiva, avvalendosi della sua esperienza, illustrava le varie tattiche belliche adottate nelle tante spedizioni e nelle diverse circostanze. Alla fine di ogni incontro, il momento più eccitante: il tiro con l’arco.
Mutnofret non era certo entusiasta di queste visite ma, cercava di mascherare il suo disappunto con delle false attenzioni e cortesie alle quali Hatshepsut, ben conscia della sua falsità, rispondeva educatamente mantenendo però le dovute distanze.
Durante uno di quegli incontri in casa di Mutnofret il fratellastro minore, Thutmose II fece la sua prima apparizione in presenza della principessa. Il bambino faceva di tutto pur di attrarre su di se l’attenzione di tutti: urla, schiamazzi, capricci e piagnistei. Un bambino viziato, privo della benché minima educazione e pieno di presunzione, nonostante la scarsa intelligenza, pensava Hatshepsut.
Quel primo impatto, fu tanto sgradevole che, senza nemmeno salutare, Hatshepsut chiese a Sat Ra di essere ricondotta a palazzo decisa a non ritornare più in quella casa.
Ormai oltre a Mutnofret, il suo sesto senso, avvertiva una nuova, piccola, insidia: Thutmose II.
I suoi incontri didattici con Ahmes e Pen-Nekhbeth sarebbero proseguiti ma in un luogo meno ostile!
Nei giorni seguenti, le lezioni di scrittura di lettura e di tattiche belliche della principessa, continuarono nella casa paterna col giovane Pen- Nekhbeth, mentre per suo espresso desiderio, il capo rematore Ahmes, due volte alla settimana si recava da lei per erudirla sulla storia dei grandi faraoni e condottieri del passato ed ogni notizia, nella sua mente, veniva assimilata in maniera indelebile.
Malgrado fossero ancora troppo pesanti, per la sua età, maneggiava già le armi con una certa padronanza e con il grande arco del maestro, riusciva a centrare una noce di cocco da una distanza di quindici cubiti. Mutnofret, intanto, non aveva affatto abbandonato l’idea di fare di uno dei suoi figli il futuro Monarca e, non perdeva l’occasione, ogni volta che poteva, tramite Pen-Nekhbeth o Ahmes, di mandare messaggi al faraone per informarlo sulla salute dei figli ma, principalmente, sulle evidenti attitudini di Imenmes al comando ed alla guerra. Akheperkara, ormai cosciente delle ambite mire della donna, le rispondeva con frasi evasive.
Finché un giorno, in occasione di una delle rare visite a Mutnofret, Akheperkara le fece una promessa solenne con la quale si sarebbero chiuse, una volta per tutte, le insistenze della donna.
«Nostro figlio Imenmes, domani, riceverà dalle mie mani il titolo di generale d’armata, ed al compimento del suo quindicesimo anno sarà nominato Generalissimo di suo padre. Come vedi, una carica riconosciuta solo ai figli dei re, disse il faraone.»
«Mio sovrano, rispose la donna, quale sorte hai riservato a Uazmes e a Thutmose?»
«Non ti pare prematuro parlare delle sorti di due bambini ancora tanto piccoli? La tua impazienza mi sorprende. In quanto a Uazmes, non vedo in lui alcun interesse specifico, sembra quasi indifferente a tutto ciò che lo circonda. Quando saranno più grandi cercheremo di capire quali sono i loro interessi e le loro aspirazioni, per ora lasciamo che crescano entrambi, hanno tanto tempo davanti a loro.»
Akheperkara, cominciò ad aver seriamente timore delle insistenze di quella donna, la sua ambizione era tale da potersi aspettare da lei qualsiasi rivalsa.
Giunto a palazzo, egli, mise al corrente la sua Sposa Reale delle preoccupazioni che aveva nei riguardi di Mutnofret. Ahmes, alla fine del racconto, rifletté lungamente, poi disse: «Mio sposo, se quella donna un giorno arrivasse a rappresentare un pericolo per la serenità e per l’incolumità di Hatshepsut, è necessario che noi la preserviamo da ogni possibile insidia. Mandale tre delle mie ancelle più fidate con il pretesto di un dono per l’ultimo figlio nato. Tefnet, Atys e la giovane Nefer saranno per noi delle incorruttibili sentinelle e ci terranno informati di ogni mossa o minaccia che Mutnofret potrebbe tramare ai danni nostri e della principessa reale.»
«Moglie insostituibile, saggia e giusta di voce, ancora una volta mi hai dimostrato la tua comprensione ed ancora una volta sei riuscita a trovare una soluzione diplomatica che possa tutelare noi e la nostra posizione. Oggi stesso partiranno le tre ancelle che tu stessa hai scelto.
Loro saranno le nostre dee protettrici che veglieranno sul nostro sonno.» Quello stesso giorno le tre ancelle, scortate da cinque soldati del re, partirono alla volta della casa di Mutnofret, uno dei soldati recava un messaggio per lei con il quale il re giustificava questo inaspettato dono. Giunti a destinazione, la padrona di casa li accolse con una espressione di stupore, mentre il soldato le porgeva il rotolo di papiro contenente il messaggio del re. Leggendo mentalmente la donna cambiò l’espressione del volto che, da stupore si mutò in diffidenza.
Come mai, pensava, questo improvviso interessamento del re per i suoi figli? Tre ancelle in regalo senza che lei ne avesse chiesta neppure una. Sapeva di non poter offendere il faraone con un rifiuto ma, da quel momento, avrebbe fatto molta attenzione ai suoi atteggiamenti ed alle sue parole in presenza di quelle sconosciute. Aveva intuito che le tre donne che aveva di fronte si trovavano li, nella sua casa, solo per spiare le sue mosse.
La stagione di Aket aveva, come ogni anno, ingrossato le acque del Nilo con le sue piene e i campi erano completamente inondati.
Tutto il Paese era affaccendato nei preparativi della grande festa di Opet. Nondimeno Akheperkara che, come faraone, doveva compiere le rituali offerte al dio Amon nel tempio di Karnak per poi guidare la processione fluviale della barca Userhat fino a Luxor.
Anche Hatshepsut era eccitata per questo avvenimento e, con la fantasia, immaginava quando lei stessa, una volta divenuta faraone, avrebbe seguito l’Userhat in processione.
Il tempio di Luxor, detto l’harem del sud, il grande tempio del dio Amon a Karnak, questi luoghi sacri, imponenti e colossali opere architettoniche. Questi luoghi non erano sconosciuti per la piccola principessa che, accompagnata da Sat Ra, durante lunghe ed istruttive passeggiate aveva già avuto modo di ammirare.
Specialmente il tempio di Mentuhotep II costituiva, per lei, qualcosa di estremamente affascinante.
Un giorno ammirandone la bellezza Hatshepsut disse a Sat Ra:
«Vedi questo tempio? Un giorno ne farò costruire uno più grande e maestoso, adorno di un meraviglioso giardino e di grandi vasche; vi saranno centinaia di colonne , diverse terrazze disposte l’una sull’altra e svariate cappelle ognuna delle quali sarà dedicata a un dio.
Tutto questo verrà edificato per mio volere dai più valenti architetti di tutta Kemet. Questo e molto altro io farò quando l’intero paese, dipenderà da me!»
La fedele nutrice, guardando la principessa, annuiva senza accorgersi che un velo di tristezza trapelava dai suoi occhi. La piccola principessa non poté fare a meno di notarlo e le chiese:
«Cosa ti turba mia fedele compagna?, quali grigi pensieri, quali cattivi presagi offuscano la serenità del tuo cuore?»
«Mia dolce principessa, -rispose la nutrice- vi ho vista quando Ra vi aveva appena aperto gli occhi, vi ho seguita e nutrita come il tenero bocciolo di un fiore delicato e inerme, vi ho amata e vi amo ancor di più ogni giorno che gli dei ci donano.
Ricordo quando le vostre piccole labbra non riuscivano ad emettere che pochi, incomprensibili, suoni. Poi le prime parole, le prime, ingenue frasi. Oggi vi ascolto esprimervi con linguaggio sicuro ed elegante. Dal vostro parlare si vede chiaramente il vostro carattere forte, la vostra tenacia e la vostra determinazione nel perseguire questo grande sogno di governare il Paese ma quanto dovrà costarvi tutto questo? quanti nemici dovrete crearvi? quanti pericoli dovrete correre per raggiungere questo obiettivo?»
«Tutti quelli che saranno necessari. -rispose Hatshepsut-»
Neferubity per caso, aveva ascoltato l’intero dialogo della sorella maggiore con Sat Ra e rivolgendosi ad Hatshepsut le disse:
«Come vorrei assomigliarti, mia bellissima sorella, come vorrei avere la tua forza interiore e come vorrei aver chiaro nella mente il mio futuro così com’è chiaro a te ma, anche se non riuscirò mai ad assomigliarti, sarò sempre fiera di essere sorella di colei che, un giorno, dimostrerà di essere una delle più grandi donne che la terra di Kemet abbia mai avuto.»
«Nobile sorella, non devi desiderare di assomigliarmi, nessuna donna è uguale all’altra ed ognuna possiede una forza unica e inconfondibile che si manifesta in svariati modi.
La tua forza è quella della dolcezza, dell’amore della giustizia e della comprensione umana.
Sii fiera, principalmente di questo e sappi che sarai sempre al mio fianco, perché io ho bisogno di questa tua grande, sublime forza, quando i primi ostacoli appariranno sul nostro cammino.»
«Non temere, io sarò con te - rispose Neferubity.-»

CAPITOLO II

Una mancata congiura

Quel giorno Hatshepsut compiva dieci anni e il faraone, come di consueto, aveva organizzato una grande festa in suo onore ma, questa volta si trattava non solo del compleanno della principessa ma, anche di presentarla in società come colei che avrebbe fatto le sue veci durante la sua assenza. Infatti, di li a poco, egli sarebbe partito per l’ennesima spedizione militare nei paesi del nord, alla quale avrebbero partecipato anche il capo rematore Ahmes ed il giovane Pen-Nekhbeth. Hatshepsut e la sorellina minore, sarebbero rimaste in compagnia della madre, della nutrice e di un nutrito drappello di ottimi soldati che avrebbero presidiato il palazzo. Inoltre, un manipolo di cinque ufficiali scelti avrebbero scortato la famiglia reale durante gli spostamenti. Difatti, Akheperkara, aveva lasciato ad Hatshepsut il compito di sostituirlo in alcune funzioni politiche e religiose per le quali, varie volte, si sarebbero resi necessari dei brevi viaggi all’interno della valle del Nilo.
Per ordine del faraone, il nobile Pahery, avrebbe dovuto lasciare momentaneamente la tutela del piccolo Uazmes per iniziare la principessa reale a tale, eminente, ruolo ed in funzione di questo, le quattro donne avrebbero trascorso un breve periodo nella casa dello stesso Pahery, i cui possedimenti si estendevano da Nekheb (El Kab) fino alla regione di Abedu (Abido).
Superfluo dire che la giovane principessa si sentiva inorgoglita dell’incarico affidatogli dal padre era, quindi pronta a dare il meglio di se stessa per dimostrare a tutti le sue straordinarie capacità ed al faraone di meritare tutta la sua fiducia.
La festa ebbe inizio: tutte le fiaccole e i tripodi del palazzo furono accesi, i personaggi più importanti e le più nobili famiglie di Kemet furono invitate, i suonatori, con arpe e sistri cominciarono a intonare le più dolci melodie e le arie più festose; un sontuoso banchetto fu servito ai nobili invitati, composto da innumerevoli prelibatezze accompagnate da vino dolce e birra. Hatshepsut e Neferubity erano raggianti, una così bella festa non capitava ogni giorno.
La gioia e l’allegria aleggiava per tutto il palazzo e le note della musica sembravano salire, leggere e soavi, fino al cielo. Nel bel mezzo dei festeggiamenti però, qualcuno approfittando della confusione, si introdusse furtivamente nella dimora reale.
Sei uomini trasportavano a braccia due casse, ognuna delle quali conteneva cinquanta bottiglie di vino, stavano cercando di raggiungere celatamente le cucine.
Senza far rumore, imboccarono un breve corridoio poco illuminato, uno di loro però, non si avvide di due scalini e, inciampandovi, lasciò la presa facendo cadere fragorosamente la cassa mandando in frantumi il suo contenuto.
Il gran fracasso attirò una delle sentinelle del re che, si trovava in quei pressi, e che, data la confusione, non riusciva a rendersi ben conto da dove fosse arrivato quel rumore.
Finalmente arrivò al corridoio ma, quando la sua fiaccola lo illuminò, trovò solo un cumulo di bottiglie rotte, una cassa fracassata ed un’altra piena di bottiglie di vino ancora intatte.
Il soldato informò subito il capo della servitù che, stupefatto dallo strano incidente, diede disposizioni affinché tutto fosse ripulito e rimesso in ordine.
Intanto l’odore del miele, contenuto nel vino, aveva attratto un cane che gironzolava nel cortile e che, fiutato il liquido odoroso versato sul pavimento, prese a leccarlo avidamente. Pochi, dolorosi latrati e l’animale cadde al suolo privo di vita.
I domestici accorsi per ripulire nel corridoio, assistettero, ignari a tutta la scena, rendendosi subito conto che quel vino, apparentemente inoffensivo, in realtà, era stato adulterato con un potente veleno. Il cane morto ne era la prova ineluttabile.
La gravità del fatto necessitava che il faraone venisse subito informato. Facendosi strada a fatica tra i numerosi invitati, il capo dei domestici riuscì a raggiungere Akheperkara e, appartatosi con lui, lo mise al corrente dell’episodio poco prima accaduto.
Senza esitare, il faraone, diede l’ordine perentorio di distruggere quelle cinquanta bottiglie, dopodiché ordinò che le porte del palazzo venissero chiuse immediatamente ma con molta discrezione, per evitare di creare scompiglio tra gli intervenuti.
Dopo qualche attimo di riflessione il faraone si diresse verso il centro della grande sala dove i festeggiamenti volgevano, ormai, al termine e attirata l’attenzione degli astanti comunicò:
«Illustri ospiti, vi sono veramente riconoscente per la vostra presenza qui nella mia casa. La principessa, mia figlia, vi è grata per tutte le cose preziose che le avete, generosamente, donato.
Questa festa, resa così bella dalla vostra magnifica presenza, sta per chiudersi ed io ho chiuso simbolicamente le porte di questo palazzo con il semplice scopo di poter ringraziare personalmente ognuno di voi al momento del commiato.»
In questo modo, pensò Akheperkara, se qualcuno degli attentatori si fosse, in qualche modo, mimetizzato tra gli invitati, sarebbe stato facilmente individuato. Ma chi aveva potuto organizzare una simile congiura e a che scopo? Un sospetto improvvisamente lo assalì. «Dei dell’universo... Mutnofret! Possibile che sia arrivata a tanto? I suoi bersagli in questo attentato non potevano certo essere Hatshepsut o Neferubity, troppo giovani per bere vino. Mirava principalmente a me ed alla regina, naturalmente molte altre persone, presenti alla festa, sarebbero morte se il suo piano avesse avuto esito positivo e se anche avessi avuto la fortuna di salvarmi, sarebbe stata la fine del mio regno.
Un’intrusione al palazzo del faraone è qualcosa di ingiustificabile! Cosa avrebbe pensato di me il popolo? Come può, un uomo che non riesce a garantire la sicurezza nella sua casa, garantire quella dell’intero Paese?»
Tutte queste considerazioni, fortunatamente per il faraone, rimanevano tali. Gli dei questa volta si erano schierati dalla sua parte, la grave notizia non sarebbe mai trapelata. Gli intervenuti ai festeggiamenti furono congedati ad uno ad uno da Akheperkara fiancheggiato da quattro soldati ed alla fine uno sconosciuto, mal vestito e dall’aspetto trasandato fu trattenuto e messo agli arresti. L’uomo fu tenuto prigioniero per quattro giorni privo di cibo e senza bere un sorso d’acqua ma, nonostante ciò non si decideva ancora a rivelare il nome di colui che era stato l’artefice del malefico piano.
Il giorno successivo il faraone sarebbe dovuto partire per la terra di Kush ma, non poteva lasciare la sua famiglia senza aver prima fatto luce sul tragico episodio.
Il prigioniero, intanto si ostinava a tacere, finché Akheperkara, esasperato diede l’ultimatum al prigioniero:
«Per colpa di quanto è accaduto ho ritardato la mia partenza per Kush, dando così ulteriore vantaggio al nemico. Domani partirò imprescindibilmente dalla tua confessione, poiché se la tua ostinazione ti serrerà le labbra fino ad all’ora sesta di domani, tu partirai con me e il mio esercito e quando saremo di fronte ai ribelli Kushiti, verrai liberato in mezzo a quei terribili guerrieri. Sarai giustiziato senza che io mi macchi del sangue di un traditore.»
«Mutnofret, Mutnofret! Rispose l’uomo, lei mi ha dato l’incarico di portare a palazzo le cento bottiglie, così come agli altri cinque poveracci che però sono riusciti a scappare ma lungi da noi pensare che il vino fosse avvelenato. Quella nobile dama ci aveva raccomandato di non farci vedere, poiché quel regalo doveva apparire come per incanto. Lei ci ha indicato i passaggi da percorrere per non farci notare, lei ci ha organizzati per arrivare qui all’ora propizia per confonderci con la servitù, lei stessa ci ha indicato il buio corridoio che porta alle cucine omettendo, però, l’esistenza di quei due scalini che per fortuna hanno evitato il peggio a vostra Maestà ma che per me, forse, significheranno la morte. Ormai non posso fare altro che implorare la vostra clemenza, abbiate pietà di un uomo che voleva guadagnare due sacchi di grano per far mangiare i suoi figli. Questo è quanto avremmo ricevuto in dono come ricompensa, oltre ai pochi granelli d’argento che Mutnofret affidò alle mani di Kharys, un sacerdote del tempio di Amon che a lavoro eseguito, avrebbe dovuto spartire tra noi sei. Io, come vedete, ho subito solo la vostra giusta ira senza, peraltro, aver ricevuto nulla in cambio. Questo è tutto quello che so, la mia vita, ora, è nelle vostre mani.»
«Voglio credere alla tua storia ora però, dovrai rivelarmi i nomi degli altri cinque uomini che, una volta catturati, saranno inseriti insieme a te, sotto stretta sorveglianza, nella comunità dei costruttori che lavorano per innalzare le mie vestigia. In quanto a Mutnofret, verrà interrogata e mandata in esilio a Yebu da dove non farà più ritorno.»
Detto questo si ritirò nelle sue stanze, aveva bisogno di riposare, un lungo, duro periodo l’attendeva lontano da casa.
Quella notte, invece, non riusciva a dormire, un altro punto oscuro di quella brutta storia lo assillava: perché le tre ancelle, coloro che avrebbero dovuto controllare ogni mossa di Mutnofret, non avevano dato l’allarme di quanto stava per accadere? Mutnofret era riuscita a corromperle? oppure quella donna diabolica era riuscita ad eludere la loro sorveglianza?
Il mattino successivo il faraone radunò il suo esercito, pronto per partire alla volta del paese di Kush. Aveva già rimandato la partenza per troppi giorni, non poteva indugiare oltre, aveva lasciato a sua moglie Ahmes le ultime disposizioni sulle sorti da riservare sia a Mutnofret che a coloro che l’avevano aiutata nel realizzare il suo piano.
Il primo ad essere arrestato dalle guardie del re fu il sacerdote Kharys che, condotto al palazzo, fu portato al cospetto della principessa.
«Ti rendi conto della gravità del tuo gesto? disse Hatshepsut, come può un uomo della tua posizione sociale attentare alla vita di chi ti ha elevato ad un tale rango? quali allettanti promesse hai ricevuto da quella donna irriverente per farti cadere così in basso? parla! ed io ti risparmierò la vita.»
«E’ così mia principessa, Mutnofret mi aveva promesso di insignirmi del titolo di capo dei sacerdoti del dio Amon e una volta che Thutmo-se II, suo ultimo figlio, sarebbe come lei afferma salito al trono, avrei assunto la carica di Responsabile della Casa del Faraone e insieme ad altri prestigiosi titoli avrei avuto in dono oro a sacchi, grandi terre coltivate e un Nomo (regione) su cui avrei governato.
Ora che vi ho detto tutto manterrete la promessa di rendermi salva la vita? Concluse Kharys.»
«Le promesse dell’erede al trono sono imprescindibili, quantunque la gravità del tuo atto giustificherebbe un mio ripensamento. La tua vita sarà risparmiata, sarai degradato a ruolo di costruttore seguendo la sorte dei sei sventurati di cui ti sei servito. Il danaro che avresti dovuto spartire tra loro verrà confiscato insieme a tutti i tuoi averi. Così sia fatto! ordinò Hatshepsut.»
Nello stesso tempo le tre ancelle di fiducia della Regina Madre furono ricondotte alla reggia dove Ahmes in persona le interrogò.
«Come giustificate la vostra negligenza? Vi conosco da troppo tempo per pensare a un vostro tradimento. Esigo, però, una ragione plausibile che possa discolparvi da una simile mancanza.»
«Mia amata regina, rispose Tefnet, io, Atys e la giovane Nefer non vi avremmo tradito neppure in cambio di mille sacchi d’oro. L’astuzia di quella donna ci ha ingannato, ella ben conosce le formule dei veleni e delle droghe. La sera precedente a quella della vostra festa, come al solito ci è stata servita la cena ma, dopo neanche un ora dall’averla consumata, un sonno profondo ci assalì. Solo al nostro risveglio apprendemmo quanto era successo. Quel vino, bevuto durante la cena, era drogato e ci aveva messo fuori combattimento. Credo che Mutnofret, -proseguì Tefnet- abbia intuito in qualche modo il motivo della nostra presenza nella sua dimora. E’ tutto ciò che possiamo dirvi, concluse.»
«Il tuo parlare è sincero, rispose la regina, vi conosco come donne giuste di voce e sono cosciente della perfidia di Mutnofret, per ordine del re ella sarà esiliata a vita nell’isola di Yebu, sorvegliata giorno e notte.
Voi tre resterete nella sua casa dove vivono i suoi tre figli e mi terrete informata su tutto ciò che accade.
Questa volta però siate più guardinghe, quella donna potrebbe avere dei seguaci pronti a tramare contro di noi. Ora andate e ricordate di non toccare mai il cibo per prime, la fortuna potrebbe abbandonarvi e, al posto della droga potreste trovarci veleno.»
Hatshepsut con sua madre erano impegnate in gran parte dagli obblighi regali e dalla gestione del Paese: le varie feste annuali e i cerimoniali in onore degli dei erano tutti momenti della vita della Valle dove la figura del sovrano non sarebbe potuta mancare.

Il romantico Senenmut

Fu proprio in quel periodo che la Regina Madre prese al suo servizio la famiglia di Ramose, un uomo di modesta fortuna originario della città di Hermonti, l’Eliopoli del sud. Questi aveva sposato Hatnefer di estrazione più agiata, dal frivolo soprannome di Titutiu, dai due era nato un figlio: Senenmut, un ragazzo di grande intelligenza che la principessa Hatshepsut aveva avuto già modo di conoscere durante il primo anno di studio, anche lui, infatti, si avvalse delle lezioni di Ahmes Pen-Nekhbeth.
Ritrovarsi al cospetto della principessa fu per Senenmut una esaltante sorpresa, anche Hatshepsut fu contenta di rivedere il suo compagno di studi. Lo ricordava come un bel bambino con lo sguardo intelligente e profondo. Ora era diventato un ragazzo dai capelli neri, dal fisico prestante e dal portamento fiero come quello di un condottiero.
Senenmut osservava la principessa con uno sguardo trasognato, rapito, chiunque si sarebbe reso conto che quel ragazzo era estasiato dalla visione di quella piccola, grande donna. Con l’emozione nella voce fu Senenmut a parlare per primo:
«Mia dolce principessa, vi ricordavo che ancora portavate il ricciolo dei piccoli e già allora le vostre parole e la vostra postura erano quelli di un monarca, ora avete l’aspetto di una donna e le responsabilità di un faraone. Non vedo più quel ricciolo laterale che poco esaltava i vostri lineamenti delicati, al suo posto ammiro questa cascata di capelli neri, stupenda cornice alla vostra pelle candida. I vostri occhi grandi e profondi, anche se scuri come la notte, risplendono di una luce divina.
Il vostro portamento altero è simile a quello di una dea, davanti a voi io mi prostro come l’ultimo dei servi.»
«Fedele amico mio, rispose la principessa, sono felice di rivederti e anch’io ti trovo cambiato, sia nell’aspetto che nei modi. Ho appreso da mia madre che resterete qui a palazzo per diverso tempo e questo mi rallegra molto. Le più giovani di questa casa siamo io e la mia sorellina minore, sarà molto bello avere un coetaneo qui in casa, in questo modo potremo discorrere insieme e scambiarci le nostre esperienze ed i nostri progetti. Spero di incontrarti spesso, -concluse-.»
Hatshepsut riusciva a controllare molto bene le sue emozioni ed i suoi sentimenti, in realtà quell’incontro le aveva procurato una grande emozione, ella si sentiva molto attratta da quel ragazzo dai modi così aristocratici: il suo parlare, la luce emanata dai suoi occhi, le sue frasi poetiche, tutto l'aveva affascinata del giovane Senenmut che continuava a guardarla osservandola in ogni espressione, ogni piccolo movimento delle ciglia, delle labbra, delle bellissime mani dalle dita affusolate. Il leggero vento del crepuscolo, le accarezzava i lunghi capelli che le ondeggiavano verso nord e il giovane in quell’istante avrebbe dato chissà cosa per una piccola, tenera carezza, ormai prigioniero di una irrefrenabile passione.
I due ragazzi, pur vivendo nella stessa dimora e pur desiderandolo, non riuscivano ad incontrarsi tanto spesso. I molti impegni e gli studi di lei riducevano moltissimo il suo tempo libero che, quasi sempre era incompatibile con quello di lui, così passavano intere settimane senza che i due potessero incontrarsi. Ma ogni volta che riuscivano a stare insieme, discorrevano lungamente del futuro e dei tanti progetti da realizzare. Senenmut dimostrava un grande interesse per l’architettura, tanto che un giorno la principessa rivolgendosi alla madre le disse:
«Madre, ho scoperto che Senenmut ha una particolare predisposizione per le arti e per l’architettura, cosa ne pensate se lo mandassimo al laboratorio del nobile Ineni per approfondire la materia? Lui è molto intelligente e sono certa che riuscirà ad apprendere con molta facilità.»
«Mia bellissima figlia, se non sbaglio, dimostri un certo interesse per quel ragazzo. Spero che ciò si limiti ad una semplice amicizia, in primo luogo per la vostra età ancor troppo tenera, senza tener conto che una tua unione con lui non ti gioverebbe minimamente.
Egli non possiede sangue nobile, se davvero desideri diventare il futuro monarca, il tuo sposo non potrà essere altri che un nobile, spero che tu capisca.»
«State tranquilla, madre mia, il solo legame tra me e Senenmut è quello di due ottimi amici. I miei progetti per lui sono quelli di farne il mio architetto personale, sarà lui che erigerà i monumenti che io vorrò edi-ficare, le vestigia che in un futuro molto lontano testimonieranno la mia maestà.»
«Giacché è così, domani stesso Senenmut prenderà la sua prima lezione in casa del nobile Ineni, sono certa che i suoi insegnamenti ne faranno un grande architetto, -rispose Ahmes-.»
Per la prima volta Hatshepsut aveva mentito a sua madre, i suoi sentimenti per il giovane non erano quelli di una semplice amicizia. Purtroppo però, questi, dovevano rimanere celati; semmai un giorno si fossero uniti, il loro amore sarebbe dovuto restare per sempre segreto.
Senenmut fu chiamato al cospetto della regina che illustrò al ragazzo il progetto proposto dalla principessa, lui accettò con entusiasmo e dopo aver ringraziato Ahmes, chiamò subito Ramose:
«Padre, Padre… la regina vuole che io prenda lezioni dal gran maestro Ineni, vi prego accompagnatemi da lui. Sarò un grande architetto.» «Figlio mio, questo è davvero un dono degli dei, prendi il tuo calamo, le tue tavolette e fa si che la regina possa essere orgogliosa di te!» In fretta, il ragazzo raccolse i suoi strumenti di studio. Avrebbe dimostrato a tutti di essere all’altezza del compito, perché la ricompensa sarebbe stata grande e meravigliosa: Non il raggiungimento di una posizione sociale invidiabile ma, il privilegio di restare per sempre vicino alla sua amata Hatshepsut.
Insieme al padre, uscì dalla reggia diretti al palazzo di Ineni per la prima, entusiasmante, lezione.
I mesi passavano e Senenmut faceva passi da gigante ma, i suoi incontri con la principessa diventavano sempre più rari, questo però non affievoliva la loro brama di vedersi, il loro desiderio di stare vicini che, anzi, diventava sempre più forte e incontenibile.
In uno di questi pochi, sporadici incontri, Senenmut dovette informare la principessa di un programma di Ineni che li avrebbe tenuti lontani per diversi mesi:
«Mia dolce principessa, il maestro Ineni ha deciso di condurmi con lui in un viaggio nelle province del Paese, per mostrarmi templi e monumenti edificati dai vari faraoni del passato, per apprenderne le tecniche e gli stili architettonici. Tutto ciò ci terrà lontani per molto tempo ma, voi sarete sempre nei miei pensieri. Se potete, mandatemi di tanto in tanto vostre notizie. Un messo di corte, sarà al nostro seguito, egli sarà mandato una volta al mese a palazzo per dare nostre notizie alla regina ed ai miei genitori, approfittando di lui potreste farmi sapere di voi. Non riuscirei a resistere, fino al mio ritorno, senza una parola della mia principessa adorata.»
Malgrado i due ragazzi conoscessero fin troppo bene il sentimento che li legava, non si erano mai sfiorati seppure minimamente.
Hatshepsut, ormai al cospetto di lui, non riusciva più a fingersi distaccata e, con il cuore colmo di tristezza rispose:
«Non dubitare mio giovane, tenero amico, non passerà un solo mese senza che tu riceva un mio scritto, però ti prego di mantenere il massimo riserbo su questo nostro scriverci, purtroppo è la mia posizione che lo impone, mi capisci non è vero?»
«Vi capisco sublime sovrana, -rispose- capisco anche che non sarà facile starvi accanto ma, nulla potrà mai allontanarvi da me, se voi lo vorrete.»
«Vedrai, riusciremo a superare tutti gli ostacoli e saranno tanti, ma nulla e nessuno potrà mai dividerci perché anch’io lo voglio.
Ora va e fa tesoro dei buoni insegnamenti del nobile Ineni, anche da questo dipende il nostro futuro. Torna presto!»
Senenmut non poté nascondere la sua commozione e portando una mano al viso si asciugò le lacrime. Lei con gli occhi lucidi gli porse la mano, lui la strinse portandola alle labbra e quando lei la ritrasse, si trovarono avvinti nel primo, tenero abbraccio.

La rivelazione di Tefnet

Senenmut era ormai partito per le province in compagnia di Ineni e la principessa pensava a quanto tempo sarebbe dovuto trascorrere prima di poterlo rivedere.
Mentre era assorta in questi pensieri una visita inaspettata giunse a palazzo: Tefnet, la più anziana delle tre ancelle mandate in casa di Mutnofret come informatrici.
La donna si fece avanti e fermandosi davanti alla regina Ahmes, si inchinò devotamente e disse: «Amata sovrana, sono portatrice di una notizia incredibile, una storia che ha dell’assurdo ma vera com’è vero che vi sono di fronte. Mia sublime maestà –proseguì- Thutmose, Thutmose II figlio di Mutnofret, ebbene quel bambino che oggi avrebbe dovuto avere nove anni e due mesi, in realtà non ne ha ancora compiuti nove. Egli non nacque da Akheperkara come sua madre voleva far credere. Ricorderete anche voi che il faraone nove anni e sei mesi or sono si trovava lontano dalla patria alla testa del suo esercito.
Quella donna aveva architettato un piano quasi perfetto: Prima che il faraone partisse per la spedizione nel paese di Kush ella, usando tutte le sue armi di seduzione, circuì il faraone e poco dopo gli fece credere di attendere il suo terzo figlio ma, la donna era già incinta da quasi due mesi. Con l’aiuto di un suo seguace, fatto passare per il suo Sinu, sarebbe stato facile far credere a tutti che il bimbo fosse nato prematuramente. Aveva previsto che Akheperkara sarebbe tornato in patria dopo la nascita del piccolo o che addirittura non facesse più ritorno, in qualunque caso nessuno avrebbe potuto appurare la data esatta in cui il piccolo era veramente nato. Aveva anche previsto la possibilità che il re tornasse prima del parto. In tal caso si sarebbe detto che il bimbo era nato anzitempo.»
La regina era rimasta allibita dal racconto della fedele ancella ed appena riuscì a riprendersi dallo stupore la invitò a sedersi accanto a lei, poi si portò la mano alla fronte assumendo l’atteggiamento di chi ha bisogno di riflettere e chiese:
«Come sei riuscita a conoscere, questa inverosimile faccenda con tanta precisione di dettagli?»
«La storia non termina qui, mia regina: qualche giorno dopo quella infame congiura, precisamente lo stesso giorno in cui mi mandaste a chiamare insieme a Nefer ed Atys, accadde che al nostro rientro in casa di Mutnofret, passai involontariamente davanti all’uscio della camera del piccolo Thutmose, sentii chiaramente la voce del Sinu (che certamente non si era avveduto del nostro ritorno), pronunciare queste parole: “Il vostro vero padre è stato scoperto dal faraone ed accusato della congiura a palazzo insieme a vostra madre, per punizione egli è stato mandato nella comunità dei costruttori, tutti i suoi averi sono stati confiscati e vostra madre esiliata sull’isola di Yebu.
Bisogna stare molto attenti, dovrete rimanere qui senza parlare con nessuno, almeno fino a quando non troverò il modo di poter incontrare uno dei vostri genitori per trovare una soluzione”.
A questo punto, sentii i passi dell’uomo avvicinarsi alla porta, smisi di origliare e mi allontanai velocemente.
Era evidente che il padre naturale di Thutmose era Kharys che, quindi, era anche l’amante segreto di quella donna indegna. Ormai ero decisa a far luce sull’intera faccenda quindi, mi misi di vedetta aspettando il momento in cui quel falso Sinu si fosse allontanato da casa. Di notte, io e le mie compagne dormivamo a turno, certe che una volta o l’altra l’avremmo visto uscire.
Passarono molte notti insonni, ma nulla accadeva finché durante una di queste, Nefer che era di guardia, ci svegliò bruscamente.
Il Sinu, infatti, approfittando del favore delle tenebre si stava dirigendo alle stalle senza produrre il minimo rumore. Noi, intanto, raggiungemmo di corsa la terrazza del piano superiore per poterlo spiare meglio dall’alto. Egli prese un cavallo e lo guidò lentamente fuori dal palazzo senza montarlo e, quando fu abbastanza lontano da non essere udito, vi balzò in groppa sparendo nel buio. Finalmente potevamo frugare nella stanza di Mutnofret alla ricerca di qualcosa che potesse condurci al bandolo della matassa.
Gli dei ci aiutarono e, dopo alcune ore di vane ricerche trovammo ciò che cercavamo: Decine di papiri avvolti ben stretti e, nascosti in un vaso per l’incenso, vennero alla luce. Molti di questi erano semplicemente scritti amorosi ma molti altri rivelavano il segreto della nascita di Thutmose e i particolari del loro piano.
Tutti con la firma di un unico individuo, “Kharys”.»
«Non riesco a credere alle mie orecchie -balbettò Ahmes- esterrefatta, Akheperkara la credeva ambiziosa e pericolosa ma non sa quanta malvagità possa esservi in quella donna mostruosa.»
«Quel che è ancor peggio, -continuò Tefnet- è la perseveranza di quella donna, suppongo che aspettasse un evento speciale, come una grande festa a palazzo, solo allora avrebbe potuto attuare la seconda parte del piano e l’occasione propizia è arrivata dopo più di otto anni. Capite con quale freddezza sia riuscita ad attendere pur di arrivare ai suoi loschi scopi? Il veleno contenuto nelle famigerate bottiglie di vino avrebbe ucciso il faraone e voi, se ciò non fosse avvenuto, certamente sarebbero morti molti personaggi importanti presenti alla festa, a quel punto il faraone sarebbe stato incolpato della strage perdendo così ogni credibilità e la fedeltà del popolo.
Mutnofret allora, avrebbe potuto facilmente proporre Imenmes o il piccolo Thutmose come legittimo erede al trono, costringendo la principessa reale a sposare uno dei due. Purtroppo per lei, qualcosa non ha funzionato, qualcosa era sfuggito ai suoi calcoli e tutto si risolse con la morte di quel povero animale.
Cosa pensate di fare, oh mia regina, ora che conoscete l’intera storia?»
«Non so che risponderti, Tefnet, questa scoperta mi ha sconvolto, in questo momento non riesco a prendere nessuna decisione e per di più il faraone è lontano. Credo che la cosa migliore da fare, per ora, sia mettere le mie figlie al corrente di tutto. Sono convinta che con il loro aiuto riusciremo a decidere l’immediato da farsi. Voi nel frattempo ritornate in quella casa come se non sapeste nulla, e se quell’uomo avesse l’ardire di chiedervi dove foste state, direte che la regina vi aveva mandate a chiamare, e non aggiungerete altro.
Entro domani troveremo il modo di sistemare le cose e voi tre farete, finalmente, ritorno a palazzo.»
«Faremo come voi dite, Maestà ma vi prego fateci tornare presto.»
«Siatene pur certe, siete troppo preziose per me. -Concluse Ahmes-.»
Non appena le tre ancelle furono andate via, la regina chiamò le sue figlie per metterle a conoscenza di quanto aveva appreso poco prima. Le due principessine ascoltarono tutto il racconto senza mai interrompere e quando Ahmes finì Hatshepsut disse:
«Dovremo occuparci di rimettere in ordine diverse cose; cominciamo per gradi: quale ulteriore punizione possiamo infliggere a lei e al suo amante? dove finiranno i suoi tre figli?»
«E cosa ne faremo del falso Sinu? -soggiunse Neferubity-.»
«Credo che questa sia l’ultima cosa della quale preoccuparci. -affermò Hatshepsut- Durante il racconto di nostra madre, -continuò- ella ha detto che quell’impostore si allontanò da casa furtivamente e a notte fonda. Ebbene sono certa che quell’uomo è ormai lontano e deciso a non ritornare indietro.»
«Come fai ad esserne tanto sicura? Domandò Neferubity.»
«Quale interesse avrebbe a rimanere in quella casa? Mutnofret e Kharys non possono più far niente per lui, inoltre sa della loro relazione e conosce il segreto di Thutmose II. Credo che il sol pensiero di essere scoperto lo abbia terrorizzato e spinto a fuggire il più lontano possibile.»
«Ci converrà attendere il ritorno di vostro padre, disse Ahmes.
Quei due hanno già avuto la loro punizione, per punirli in modo ancor più esemplare dovremmo dar loro la morte ed io non mi sento capace di prendere una simile decisione.»
«Avete ragione madre, rispose Hatshepsut, anche se la morte è proprio quel che loro stavano per dare a noi, neanch’io ho il cuore di macchiarmi di un delitto. Lasciamo che tutto resti così, almeno momentaneamente; dopotutto la loro condizione attuale non gli permette di nuocere.
Per quanto riguarda Imenmes, Uazmes e Thutmose, avrei un’idea per poterli controllare più da vicino: Dopo la “bella festa della valle”, per volontà del faraone, partiremo per raggiungere i grandi possedimenti del nobile Pahery dove ci fermeremo per qualche tempo, propongo che i tre fratelli vengano a stabilirsi lì per tutto il tempo che resteremo noi, chiederemo a Pahery di sistemarli in una delle sue case sulle sponde del fiume e di farli sorvegliare dalle sue guardie. Non vedo altra soluzione, sebbene la loro vicinanza mi ripugni, -con-cluse-.»
La regina Ahmes e Neferubity furono d’accordo con Hatshepsut che aveva preso la decisione più saggia, pertanto si doveva pensare a prepararsi alla festa che sarebbe durata dieci giorni durante i quali il dio Amon con la sua barca sacra si sarebbe allontanato dal tempio di Karnak per visitare i templi delle divinità funerarie e dei faraoni defunti, che si trovavano nella parte occidentale di Uaset, ai limiti del deserto.
Insieme ad Amon avrebbero seguito la processione anche le divinità Mut e Khonsu (gli altri due dei della triade tebana). Dopo le divinità sarebbe seguita Hatshepsut facente le veci del faraone, i dignitari di corte, i sacerdoti ed il popolo fino al più umile di loro. Attraverso un canale tutte le imbarcazioni potevano raggiungere il limite del deserto. Sarebbe stata Hatshepsut a visitare i templi delle divinità poiché il dio Amon per visitare i templi si sarebbe identificato con il faraone stesso, per cui durante tutto il rituale Hatshepsut e Amon sarebbero divenuti una unica entità.
La festa era iniziata da sei giorni e proseguiva con la dovuta solennità, la principessa veniva venerata da tutti come un dio vivente. In questa occasione Hatshepsut aveva conosciuto templi a lei ancora sconosciuti ed ella era rimasta estasiata da tanta bellezza e maestosità. Più che mai si ridestò in lei il desiderio di un tempio tutto suo. Un giorno, pensò, questa processione dovrà far tappa anche davanti al Djeser Djeseru così si chiamerà il mio tempio. Mentre lo immaginava, nella sua mente, appariva il volto dell’architetto che lo avrebbe costruito per lei, il suo amato Senenmut che era lontano.
Il lungo cerimoniale della festa era ormai giunto all’ultima fase: ciascuno avrebbe raggiunto le tombe dei propri defunti per poterli salutare poiché durante la festa della valle il mondo dei vivi si univa, per opera degli dei, con il mondo dell’aldilà.
Il corteo stava per riprendere la via del ritorno ma, quando arrivarono ai limiti del deserto, il Nobile Pahery con molta discrezione si avvicinò alla Regina Ahmes e sottovoce le disse qualcosa che la fece impallidire. Il corteo continuò il suo pellegrinaggio per due giorni ancora e si concluse con il ritorno delle divinità tebane ai loro templi.
Alle mura della città ognuno fece ritorno alla propria dimora ed il nobile Pahery, anticipatosi di qualche minuto, era già alle porte del palazzo in attesa della famiglia reale.
Poco dopo Ahmes e le due figlie giunsero davanti alla loro casa scortate dalle guardie del faraone. Ahmes invitò l’amico ad entrare in casa, la servitù fu informata che l’ospite avrebbe trascorso la notte a palazzo e, mentre nelle cucine si approntava la cena, altri inservienti preparavano la camera degli ospiti per l’illustre Pahery.
Durante la cena Ahmes, impaziente, chiese al suo ospite:
«Mio caro amico, non tenetemi sulle spine, parlate vi prego. Durante la cerimonia parlavate di un uomo trovato dalle vostre guardie, morto in pieno deserto, poi dicevate qualcosa a proposito dei gioielli di Mutnofret ma, la confusione del corteo rituale non mi ha permesso di capire più di tanto. Dal vostro tono però, ho capito che si tratta di qualcosa di molto grave.»
«Proprio così mia Maestà. Avevo inviato nel deserto due delle mie guardie per recuperare alcuni sacchi d’incenso fresco che i Sementiu mi avevano promesso, questi dopo aver recuperato il carico si erano diretti sulla strada del ritorno, proprio in quel momento notarono un cavallo nero che vagava disorientato tra le dune. I due incuriositi si erano avvicinati all’animale che si lasciò catturare docilmente. Quando ebbero le sue briglie tra le mani si accorsero dai finimenti che si trattava di uno dei cavalli delle scuderie di qualche nobile. Non ebbero neanche il tempo di domandarsi come fosse arrivato da solo fin lì, la risposta era poco più avanti. Una sagoma inerte giaceva distesa sulla bianca sabbia del deserto.
Con cautela ma, senza esitare si avvicinarono lentamente a ciò che pian piano assumeva le sembianze di un uomo con il viso immerso nella polvere e le braccia piegate sotto il corpo. Intorno a lui si distinguevano ancora le tracce, sue e quelle del cavallo, la sua morte non doveva risalire a più di un’ora prima.
Senza perdersi d’animo i miei uomini lo sollevarono di peso e lo assicurarono al cavallo che, probabilmente, lui stesso aveva rubato.
Nessuno dei due miei uomini aveva mai visto il volto di quell’uomo che, sotto il lungo mantello nascondeva una borsa piena di monili d’oro degni di una principessa.
Seguendo le tracce del cavallo ancora visibili, che lo sconosciuto aveva lasciato poco prima, le due guardie scorsero in lontananza una colonna di fumo levarsi in direzione delle prime terre coltivate ma, quando furono poco distanti dal rogo, trovarono solo le macerie fumanti di una casa di contadini.
Quindi il corpo fu portato al mio palazzo -continuò Pahery- e le mie guardie non trovandomi vennero a cercarmi alla festa della valle, ormai giunta verso la conclusione.
In poche ore, accompagnato da loro, raggiunsi i miei possedimenti per esaminare il corpo e, guardandolo in viso mi accorsi di averlo già visto ma non ricordavo dove.
Esaminai il suo corpo palmo a palmo per capire la natura del suo decesso ma non aveva alcuna ferita, tranne una piccola puntura, simile a quella di uno spillo, sull’indice della mano destra.
Quando aprii la borsa dei gioielli mi accorsi che uno di questi era macchiato di sangue, un anello con un minuscolo, affilatissimo aculeo incastonato al centro di cinque piccole pietre di lapislazzuli.
Lo presi con ogni cautela e lo portai sotto la luce di una torcia, un oggetto stupendo –pensai- mossi inavvertitamente qualcosa e, come per incanto l’anello si aprì, al suo interno un piccolo serbatoio ricolmo di un liquido biancastro e lattiginoso in tutto simile al veleno del cobra.
In quell’istante ricordai di colpo il suo viso: il Sinu di Mutnofret, infatti anche i gioielli erano suoi. Ricordavo perfettamente un’armilla (bracciale) con due effigi del dio Horus con al centro il disco di Ra, ed era lì assie-me a tutti gli altri.
Questa è tutta la storia mia Regina, domani, se me lo consentirete, darò sepoltura al corpo che ancora giace nelle mie cantine -concluse Pahery-.»
«Una casa di poveri contadini arsa dalle fiamme –intervenne Neferubity- deve esserci un nesso, le impronte lasciate dall’uomo rivelano un suo passaggio in quel luogo. Oserei pensare che quella gente sia stata sorpresa dal fuoco durante il sonno e che non sia riuscita a sottrarsi alle fiamme.»
«E’ andata certamente così! –disse Hatshepsut- e, c’è di più, il responsabile dell’incendio è senza dubbio il ladro dei gioielli! Era l’unico ad avere un movente che lo inducesse a sbarazzarsi di quella gente: conoscevano la sua vera identità ed il segreto di Mutnofret. Di certo non erano al corrente che tutta la farsa era stata scoperta e neanche il falso Sinu lo sapeva, lui però, sapeva che l’attentato era fallito e che coloro che lo avevano assoldato erano: una in esilio e l’altro alle cave di pietra, non poteva quindi rischiare di essere scoperto.
Aveva già premeditato e studiato un piano per potersi sbarazzare di quei contadini il cui unico torto era quello di sapere troppo. Architettò quindi una fuga notturna prevedendo una breve sosta ai margini del deserto dove era la casa di quegli sventurati. La prima cosa da fare però, era impadronirsi dei gioielli di Mutnofret, così approfittando di un momento favorevole, probabilmente quando mancarono anche le nostre tre fedeli ancelle, si introdusse nella camera della padrona e ne trafugò i monili.»
«La tua ricostruzione dei fatti mi sembra attendibile –osservò Ahmes- anche se basata su semplici supposizioni ma, come spieghi che la sua morte sia avvenuta solo dopo aver dato fuoco alla casa?»
«Suppongo sia stata una fatalità. – continuò Hatshepsut- Quando egli rubò i preziosi, fece tutto molto in fretta riempendo la borsa senza neppure rendersi conto dell’entità del bottino quindi, la nascose in attesa del momento opportuno per dileguarsi. La notte stessa si mise in azione e, rubato un cavallo si diede alla fuga. Una volta giunto nei pressi della casa delle vittime designate, lasciò il cavallo da qualche parte e proseguì a piedi, quindi si assicurò che tutti dormissero poi cercò di sigillare porte e finestre dall’esterno in modo da evitare che qualcuno potesse uscirne vivo e, appiccato il fuoco raggiunse di corsa il suo cavallo ripartendo al galoppo diretto chissà dove. Solo quando fu abbastanza lontano dall’incendio decise di fare una sosta per riposarsi e per dare un’occhiata ai gioielli rubati, anche per rendersi conto del loro valore poiché aveva certamente intenzione di venderli.
Vedendo l’anello mortale fu attratto dalla sua bellezza e, nel toccarlo fece probabilmente scattare il congegno di espulsione della piccola punta avvelenata ferendosi la mano. Credo che a quel punto ebbe solo il tempo di rimettere gli oggetti nella borsa e forse, non riuscì neanche a risalire a cavallo perché il veleno aveva già fatto il suo effetto.
«So di questi strani anelli perché me ne parlò il maestro Ineni spiegandomene il funzionamento. Sembra che egli ne abbia visto qualcuno durante i suoi viaggi in oriente – concluse-.»
Sat Ra che, fino a quel momento era rimasta in silenzio ad ascoltare, esordì: «Lasciate che esprima un mio pensiero mie nobili Maestà.
L’unica cosa che possa comprovare le nostre teorie, per quel poco che può servire, sarebbe l’esame del corpo di quel lestofante. C’è bisogno di una prova che possa dissipare i nostri dubbi e su di lui, forse, potrebbe esserci ancora qualche piccolo indizio. Con il vostro permesso Maestà, vorrei prendere io quest’incarico.»
«Sia come tu desideri mia buona Sat Ra ma, con te ci sarò anch’io.
Domani all’alba noi due insieme al nobile Pahery ci trasferiremo per qualche tempo nella sua casa, secondo il volere del faraone mio padre, con noi partiranno anche Ramose e Titutiu. Voi madre mia –proseguì Hatshepsut- resterete qui a palazzo con la mia adorata sorella, manderete a chiamare le nostre ancelle e i tre figli di Mutnofret, quindi ci raggiungerete.»
Ahmes non tentò neppure di dissuadere la principessa dalle sue decisioni, conoscendola, sapeva che nulla poteva farla ritornare sui suoi passi, e rivolgendosi all’ospite disse:
«Come vedi mio nobile amico la nostra principessa ha stabilito ogni cosa, non ci resta che obbedirle. Ora però sarà bene prepararci per la notte è stata una giornata faticosa per tutti.»
Il nobile Pahery prima di congedarsi dalle sue ospiti chiamò una delle sue guardie a cui aveva affidato i gioielli di Mutnofret e presa la borsa la consegnò alla sovrana. «Ecco mia regina, questi sono i monili sot-tratti a Mutnofret, li affido alle vostre mani, la vostra saggezza saprà cosa farne.»
Hatshepsut si avvicinò, aprì la borsa e la capovolse, decine di oggetti d’oro caddero tintinnando sul tavolo sotto lo sguardo stupito di tutti. Li prese uno per uno e li ripose nella vecchia borsa, solo uno ne restò fuori: uno splendido anello d’oro con cinque lapislazzuli. Lo raccolse dal lato inferiore e con una leggera pressione fece ritrarre l’aculeo letale. «L’anello della morte – disse- non so cosa ne farete degli altri, madre, ma questo è mio. Un giorno forse, potrebbe essermi d’aiuto.»

CAPITOLO III

Amenemhat il messaggero

Quando finalmente giunsero in prossimità di Nekheb, -il nobile Pahery annunciò- «Da questo momento, mia principessa, viaggeremo sulle mie proprietà, in poche ore raggiungeremo la mia casa.
Spero che il viaggio non vi abbia stancato troppo.»
Hatshepsut e Sat Ra si guardarono in viso meravigliate quell’uomo doveva essere davvero molto ricco –pensò Hatshepsut- sapeva che i suoi possedimenti erano molto ampi ma, non immaginava che lo fossero fino a tal punto. Dopo circa quattro ore di marcia, ecco comparire in lontananza un sontuoso palazzo, degno di un principe. «Ecco la mia casa –disse Pahery- spero che la mia ospitalità possa essere all’altezza delle vostre maestà e di coloro che vi accompagnano. Sono veramente felice della vostra presenza nella mia dimora, d’ora in poi di qualsiasi cosa aveste bisogno, vi basterà solo un cenno e tutti noi saremo pronti ad esaudire ogni vostro desiderio.»
«Ti ringrazio, nobile Pahery –rispose Hatshepsut- non avevo dubbi sulla tua ospitalità ma, prima di ogni altra cosa desidero controllare il corpo di quell’uomo anche poiché non puoi tenerlo lì ancora per molto tempo. Domani stesso potrai ordinare ai tuoi uomini di restituire il corpo alle sabbie a cui lo sottraesti. Egli era un ladro e un traditore e come tale non merita alcuna sepoltura!»
Dopo essersi sistemate nelle camere a loro riservate, la principessa chiese al suo ospite di essere condotta alle cantine. Pahery faceva strada con la luce di una torcia accendendo man mano le altre che erano infisse alla parete della lunga scalinata.
Giù nel seminterrato l’aria era greve, l’acre odore della morte aleggiava in tutto il locale, al centro di questo, adagiato su di una stuoia, giaceva supino il corpo dell’uomo coperto dal suo mantello. La principessa e la fedele Sat Ra si avvicinarono e scoperto il cadavere lo esaminarono lungamente ma senza scoprire nulla di rilevante. Sul suo volto era ancora impressa l’espressione di un dolore lancinante ed i suoi occhi erano spalancati dal terrore. «Guardate la smorfia del suo volto –osservò Hatshepsut- sembra quasi che nel suo ultimo istante di vita egli abbia veduto qualcosa di terrificante… ma guardate, guardate i suoi occhi, ecco la prova, il piccolo particolare che ci era sfuggito finora. Quegli orribili occhi spalancati ci hanno impedito di notarlo prima, costui ha le ciglia completamente bruciate ed anche una parte dei capelli. E’ questa la prova che cercavamo!»
La mattina seguente il fedele Pahery fece avvolgere il corpo in una stuoia ed ordinò alle sue guardie di abbandonarlo alle sabbie del deserto, il sole e gli avvoltoi avrebbero consumato i suoi resti mortali, cosicché neanche il suo ba (l’anima) sarebbe potuto risorgere nella vita ultraterrena.
Dopo le ultime, sconvolgenti, vicende vi fu un periodo di serenità.
La regina Ahmes, come previsto raggiunse il palazzo di Pahery, insieme a lei la piccola Neferubity, le tre ancelle ed i tre figli di Mutnofret i quali furono sistemati, per espresso desiderio della famiglia reale, nella parte nord del grande palazzo. In questa maniera i loro contatti con gli ospiti regali si sarebbero ridotti al minimo indispensabile.
La principessa aspettava con ansia notizie di Senenmut, ormai era già passato più di un mese dalla sua partenza ma ancora nessun messaggio le era arrivato.
Tra le due piccole principesse al di là del legame familiare, si era venuto a creare un vero e proprio rapporto di amicizia e di grande fiducia. Hatshepsut ormai confidava ogni cosa alla sorella minore persino i suoi segreti più intimi.
Frattanto il figlio minore di Mutnofret, anche se dall’alto della terrazza dell’ala nord, sembrava spiare continuamente la piccola principessa quando lei passeggiava nel grande giardino. Hatshepsut alle prime volte non vi diede gran peso poi, notando la perseveranza del ragazzo, cominciò ad infastidirsi di tale atteggiamento. Anche Neferubity si accorse di quello strano comportamento che Thutmose aveva nei confronti della sorella maggiore, a cui un giorno chiese:
«Cosa avrà mai da guardare con tanta sfacciataggine quel ragazzo insignificante? non si sarà, per caso, invaghito di te?»
«Spero proprio di no mia dolce sorella, lo spero per lui, –rispose Hatshepsut- non nutro sentimenti di odio nei suoi confronti, perché in fondo non ha colpe, ma solo indifferenza poiché in lui vedo unicamente i suoi modi effeminati, la sua scarsa educazione, la sua boria ingiustificata e soprattutto la sua limitatezza di intelletto. Quale attrazione potrebbe esercitare su di me un simile individuo anche se la mia mente ed il mio cuore non fossero già rivolti in tutt’altra direzione?» «Nessuna –confermò Neferubity- la tua bellezza e la tua intelligenza non potrebbero mai finire al fianco di un essere tanto mediocre. Ma Senenmut –continuò sussurrandole all’orecchio- non ti ha ancora scritto? come mai tanto ritardo?»
«Lo ignoro – rispose- e non ti nascondo la mia preoccupazione, d’altro canto però, è in compagnia di Ineni e ciò mi rassicura, la sua esperienza e la sua conoscenza di quei luoghi sono proverbiali. Sono certa che non metterebbe mai a repentaglio le loro vite avventurandosi in territori ostili.»
«Lo credo anch’io –rispose Neferubity- ma, ritornando al discorso dello scambio di messaggi, come farai a riceverli ed evitare che nostra madre possa leggerli?»
«Vedi sorella mia, quando Senenmut partì organizzammo tutto nei minimi particolari con accordi ben precisi: lui avrebbe dovuto inviarci due messaggi ogni mese, uno per i suoi genitori e l’altro, diretto segretamente a me. Per distinguere i due rotoli stabilimmo che il primo sarebbe stato legato con un nastro di lino tinto di verde e consegnato direttamente nelle mani di uno dei suoi genitori o di nostra madre, mentre l’altro con un nastro rosso, riservatamente a me, ma solo per la prima volta, poiché come d’accordo con il messaggero, i successivi scritti sarebbero stati deposti direttamente da lui in un luogo segreto che io stessa avrei dovuto indicargli una volta che lo avessi stabilito; in questo modo avremmo evitato la malaugurata possibilità di uno scambio di messaggi.»
«Mi sembra perfetto come sistema di comunicazione –osservò Neferubity- qualcosa però mi sfugge: Il messaggero, avrà ricevuto un tuo ordine di mantenere in totale segreto l’esistenza del secondo papiro, dico “tuo ordine” perché Senenmut non ne possiede l’autorità ma, siete certi di potergli accordare tanta fiducia e di poter contare con tutta tranquillità sul suo silenzio? Ti dico ciò non per demoralizzarti ma per l’affetto che ci lega. Negli ultimi tempi, persone nelle quali avevamo riposto tutta la nostra fiducia ci hanno ricompensati con l’inganno, col tradimento e con la malvagità. Non vorrei che una banale leggerezza possa ripercuotersi sulla tua felicità.»
«La tua apprensione mi conferma ancora una volta il tuo amore per me piccola cara, ma non tormentarti inutilmente. Non è forse vero che conosci tutti i miei segreti? e che dalle tue labbra non uscirà mai una sola parola? E’ vero, gli ultimi episodi che la nostra famiglia ha vissuto ci hanno rese più sospettose e più prudenti nei confronti del prossimo ma, non si può non fidarsi di colui nelle cui vene scorre il tuo stesso sangue! Amenemhat, il messaggero, è degno di fiducia, nelle sue vene scorre il sangue di Senenmut, egli è suo fratello!»
L’attesa della principessa dovette prolungarsi ancora per poco.
Il mattino di due giorni dopo Amenemhat si presentò alle porte della casa di Pahery. Fortunatamente le prime a vederlo furono le due principesse, Hatshepsut gli corse subito incontro pronta a ricevere il papiro dal nastro rosso e non appena lo ebbe indicò al giovane messaggero il punto esatto dove avrebbe dovuto nascondere il prossimo scritto di Senenmut poi corse verso le cantine e nella penombra dell’unica torcia accesa aprì il rotolo e cominciò a leggere:
“Mia amata, sono solo poche settimane che sono lontano e la nostalgia che ho di voi rende le ore e i giorni interminabili. A volte, con invidia, penso al vento che spudoratamente vi accarezza il viso, alla terra che si privilegia di accogliere i vostri passi armoniosi, all’aria che osa confondersi col vostro respiro, al silenzio che può udire la musica delle vostre parole ed al buio della notte che delicatamente vi sfiora le ciglia per farvi addormentare.
Poi all’improvviso ricordo che sono qui per noi e per il nostro futuro, ed ecco che una sconosciuta linfa vitale mi pervade, il vostro nome mi echeggia nella mente e sono pronto ad affrontare un nuovo giorno e a lavorare per il nostro meraviglioso sogno”.
Con gli occhi umidi di commozione, la principessa riavvolse il foglio e lo avvicinò alla fiamma ma, quando questa cominciò a lambirlo ella lo ritrasse spegnendolo. Non riusciva a bruciarlo, non ne aveva il coraggio, in quel foglio vi era racchiuso tutto il suo amore, tutta la sua anima. Notò un foro tra i mattoni del muro, la sua profondità era sufficiente per contenerlo. Dopo averlo privato del nastro rosso, nascose il papiro in quel provvidenziale nascondiglio poi, cercò in giro qualcosa che potesse coprire la bocca dell’orifizio. Una pietra sembrava essere proprio la parte mancante del muro, la prese e la inserì nel pertugio, le parti combaciavano perfettamente. Nello stesso momento Ahmes era impegnata con Ramose e sua moglie nella lettura di quanto Senenmut aveva scritto ai genitori, una lettura resa ancora più lunga dalle continue interruzioni e dalle tante domande di Neferubity. Hatshepsut, così ebbe tutto il tempo di uscire inosservata dalle cantine e di raggiungere gli altri senza destare sospetti.
«Abbiamo notizie del tuo architetto personale –disse scherzosamente Ahmes– ­pare che tu sia stata lungimirante, quel ragazzo sta facendo dei progressi davvero notevoli, il maestro Ineni è molto soddisfatto delle sue capacità, lui stesso afferma che in poco tempo sarà in grado di sviluppare da solo i suoi primi progetti architettonici.»
Erano trascorsi più di otto mesi dal giorno in cui Amenemhat arrivò per la prima volta in casa di Pahery, ed il nascondiglio dove Hatshepsut ripose il primo messaggio ricevuto da Senenmut, ora ne conteneva solo tre, tanti erano quelli ricevuti fino a quel momento.
Lei era comunque felice, ogni giorno che passava era un giorno in meno che la separava da lui. Ella però, era ignara della nera nube, che avrebbe turbato, da un attimo all’altro, la sua serenità.
Ahmes quel giorno si trovava in giardino in compagnia di Ramose e di sua moglie. I tre discorrevano amichevolmente dei loro figli ma l’argomento principale dei loro discorsi era Senenmut, i suoi progressi e la gratitudine dei suoi genitori nei confronti della regina per aver pensato al futuro del loro figliolo dandogli la grande opportunità di studiare con un maestro come il grande Ineni.
Ahmes stava per rispondere quando inaspettatamente apparve il giovane, irriverente Thutmose che troncando il discorso della regina prese prepotentemente la parola:
«Parlo anche a nome dei miei fratelli –tuonò- ci avete relegati nella parte più isolata del palazzo evitando ogni contatto con noi, al pari degli appestati. Ci avete sottratti alla nostra casa conducendoci qui per controllare le nostre mosse ed avete annientato ogni nostra volontà arrogandovene il diritto perché siete la Sposa Reale. Ma noi non tollereremo oltre questi soprusi, i miei fratelli sono figli del faraone e vanno quindi rispettati, in quanto a me, dovreste essermi grata per il servigio che sto per rendervi: Avete tenuto sotto stretta sorveglianza noi perché figli di Mutnofret, senza rendervi conto dei sotterfugi delle vostre due figlie.
Dalla terrazza nord ho spiato con grande pazienza tutti i loro movimenti ho aspettato con perseveranza ogni visita del messaggero di Ineni, poiché già dalla sua prima venuta in questa casa notai degli strani atteggiamenti tra lui, la principessa Hatshepsut e sua sorella. Oggi io conosco il loro segreto, in base a questo vi dico che il giovane Senenmut ha osato alzare i suoi occhi impuri sulla principessa e che tra i due vi è una tenera intesa che dura ormai da più di un anno. A vostra insaputa, si scambiano dei messaggi con l’ausilio e la complicità di Amenemhat e, se non credete alle mie parole, verificate voi stessa. Io so con quale stratagemma si scambiano gli scritti: il messaggero reca sempre due papiri, uno di questi è per Hatshepsut, ed è legato con un nastro rosso per poterlo distinguere dall’altro. Egli lo nasconde in un luogo prestabilito al di fuori delle mura di questo palazzo, ai piedi della grande palma in una buca scavata nel terreno. Io stesso ho visto la principessa recuperare il papiro segreto e depositarvi l’altro diretto a Senenmut. Ella poi correva alle cantine forse per poter leggere in tutta tranquillità. Tutto sarebbe rimasto in segreto se il mio intervento non li avesse smascherati; ora sta a voi, Maestà, offrire la meritata ricompensa a chi ne ha ben d’onde ed infliggere la giusta punizione a chi l’ha meritata.»
«Come hai osato abbandonare i tuoi alloggi e presentarti a me? –rispose Ahmes furente– e con quale tono ardisci parlare alla tua regina? Il figlio dell’infamia, si crede in diritto di accusare spudoratamente le figlie reali del faraone! Hai forse dimenticato i tuoi veri natali, ignori forse le ragioni per cui tua madre fu esiliata. Sei così stupido ed impudente da non riuscire a capire con quanta magnanimità il faraone ti abbia risparmiato la vita, in cambio getti fango sulle sue figlie chiedendone la punizione e pretendendo perfino una ricompensa? Ti ho lasciato parlare senza interromperti per poter valutare quanto grande dovesse essere la punizione alle tue calunnie ed ora lo so! Guardie riconducetelo dai suoi fratelli –gridò Ahmes­- e tenetelo sotto stretta sorveglianza, nelle vene di costui scorre il sangue di Mutnofret, potrebbe essere pericoloso, anche se da lei ha ereditato la malvagità ma non la furbizia.»
Quantunque Ahmes si fosse infuriata con Il giovane Thutmose, doveva riconoscere che qualcosa di vero, nelle sue asserzioni calunniose doveva pur esserci. Il suo racconto era fin troppo dettagliato per essere unicamente il frutto della sua labile mente. Occorreva accertarsi di quanto, in tutto ciò, vi fosse di vero. La prossima visita di Amenemhat sarebbe stata determinante per far luce sulla intricata faccenda.
Ramose e sua moglie rimasero in silenzio fino a quel momento e quando si ripresero da quella situazione di disagio cercarono di spiegare alla regina che loro non sapevano assolutamente nulla dei due ragazzi e la supplicarono affinché non fosse troppo severa nel giudicarli nel caso in cui in quella storia vi fosse stato qualcosa di vero. Essi erano talmente giovani da confondere una semplice simpatia con un sentimento più profondo quale l’amore. Ahmes ancora tremante dalla rabbia si avvicinò alla fontana e dopo aver lungamente bevuto dal cavo delle mani rispose:
«Credo ciecamente nella vostra buona fede e se i nostri figli si fossero innamorati non vi darei tanto peso ma, ciò su cui non transigo è la sincerità delle mie figlie. Ancor prima che madre, ho sempre cercato di essere per loro come una buona amica. Specialmente Hatshepsut che è la più grande, ha sempre goduto di tutta la mia fiducia e comprensione, perché dunque, nascondermi una parte tanto importante della sua vita, avrei potuto consigliarla, aiutarla a capire meglio i suoi sentimenti, è questo il dovere di una madre non è così?
Inoltre, il comportamento assurdo di quel ragazzo presuntuoso mi ha letteralmente mandata su tutte le furie, non avrei dovuto perdere il controllo davanti a voi. Vi prego di scusarmi!»
«Non c’è nulla di cui scusarvi maestà –rispose Titutiu– comprendiamo bene il vostro stato d’animo ed anche noi siamo sconvolti dall’accaduto. Ora però, permetteteci di chiedervi come intendete comportarvi alla luce di questi ultimi eventi?»
«Non so proprio cosa dirvi –rispose Ahmes confusa– la prima cosa che certamente farò sarà parlare con le mie figlie, voglio conoscere la loro versione prima di prendere provvedimenti avventati.»
Hatshepsut intanto riposava ignara di ogni cosa, Neferubity invece destata dalle voci provenienti dal giardino, era riuscita a percepire solo l’ultima parte della discussione. Questa però le era bastata per intuire cosa potesse essere successo. Si avvicinò alla sorella, le afferrò un braccio e cominciò a scuoterglielo per indurla a svegliarsi.
«Hatshepsut! Hatshepsut svegliati!» Quando la principessa fu ben desta, la piccola Neferubity le spiegò per sommi capi l’accaduto, e quanto ciò avesse irritato la regina che, di lì a poco le avrebbe convocate al suo cospetto per conoscere la verità.
Pochi minuti dopo invece, fu la regina a raggiungere le due principesse e con voce pacata raccontò loro, fin nei minimi particolari, dell’accesa discussione avuta con Thutmose. Le due giovanette di primo impatto dovettero simulare un’espressione di stupore ma, quando la regina chiese la verità i loro sguardi si incrociarono ed i loro occhi si incupirono.
«Ora vi prego figlie mie, parlate –disse Ahmes quasi con un sussurro– vi lascio l’ultima parola, io sono qui pronta a credervi, ma siate giuste di voce oppure tacete!»
La piccola Neferubity stava per prendere la parola in difesa della sorella più grande ma, Hatshepsut non le permise di parlare interrompendola subito:
«Scusami sorella amata, ma non posso permettere che tu menta a nostra madre per colpa mia.
Anche in questa storia hai dimostrato di essere quell’adorabile, dolce, disinteressata piccola amica mia di sempre. Non meriti di essere punita solo perché hai mantenuto stretto nelle tue mani il segreto che io ti avevo affidato, o perché volevi difendere la mia felicità. Di tutto ciò io ti sono e ti sarò eternamente grata ma, oggi è giunta l’ora in cui devo parlare assumendomi le mie responsabilità. Quindi sorella mia perdonami e lascia che sia io a parlare.
Che gli dei me ne siano testimoni, madre mia –giurò Hatshepsut­– la mia voce sarà giusta! Ciò che vi ha detto il “figlio della serpe” è vero –proseguì rivolgendosi ad Ahmes– fin dalla prima volta che Senenmut entrò nella nostra casa, ci sentimmo fortemente attratti l’uno dall’altra. Cercavamo di incontrarci di nascosto solo per parlare di noi, del futuro e di ciò che esso ci avrebbe potuto riservare. Egli è un ragazzo dolcissimo e tanto buono, mi ha sempre trattato con grande rispetto, l’amore che alberga in lui è puro e disinteressato e le sue frasi colme di venerazione sono la dolce poesia della sua nobile anima. Voglio che leggiate quanto egli mi scrive, solo così forse, mi capirete.»
Detto questo chiese alla madre di attendere qualche minuto, si allontanò di corsa e dopo poco si ripresentò alla madre stringendo al petto alcuni rotoli di papiro.
«Ecco i suoi scritti madre, leggeteli.»
La buona regina, armatasi di pazienza cominciò a scorrere i fogli uno per uno, mentre leggeva la sua espressione diventava sempre più dolce e rabbonita. Le due principesse, intanto, la guardavano in silenzio.
«Figlia mia –disse la regina– anche stavolta sei riuscita ad averla vinta. Ho letto ciò che egli ti scrive e, mio malgrado devo ammettere che al tuo posto anch’io sarei rimasta affascinata da un simile corteggiamento. Questo ragazzo oltre a possedere un’innegabile intelligenza, sa usare le parole in modo davvero toccante ma, come già ti dissi in passato la tua posizione di principessa reale e la tua aspirazione al trono escludono un simile connubio. Io non ti imporrò di cancellare Senenmut dalla tua vita se è lui la persona con cui vuoi condividerla, questa storia però, non potrà mai esistere pubblicamente. Ora se vuoi anch’io farò parte di questo segreto ma, d’ora in poi sii più prudente. Curerò io la custodia di questi scritti e, quando vorrai rileggerli li troverai nella mia camera nello scrigno segreto che è ai piedi del simulacro della dea Maat.»
Il volto delle due principesse s’illuminò all’improvviso di una magica luce e in un istante si trovarono strette tra le braccia della regina che singhiozzando proseguì: «Non dovrai più nasconderti da me, non avrai più bisogno dei tuoi nascondigli e Amenemhat lascerà a me il tuo ultimo messaggio. Purtroppo, però vostro padre non dovrà conoscere il nostro segreto. Suppongo che oltre Senenmut e suo fratello siamo le uniche tre ad esserne al corrente.»
«Quattro –fece eco la voce di Sat Ra– perdonatemi mia regina ma anch’io lo sapevo e, visto che questo giorno lo ricorderemo come quello delle confessioni, mi unisco alle principesse nel chiedere la vostra indulgenza ed il vostro perdono. Lasciate però che io vi informi circa le intenzioni di Hatshepsut: Ella aveva deciso già da tempo di raccontarvi tutto al nostro ritorno a palazzo, purtroppo l’intervento di quel
ragazzino pettegolo ha fatto si che tutto precipitasse. Può darsi che tutto ciò, forse, faccia parte dell’incomprensibile disegno degli dei.»
«Non temere mia buona nutrice, so che non potevi comportarti diversamente –rispose Ahmes– conosco mia figlia meglio di quanto tu non creda ed ho imparato a mie spese che è molto difficile negarle qualcosa.» Detto questo la regina rimase per alcuni minuti come assorta nei suoi pensieri, poi riprese il discorso:
«Lasciate che io rifletta un attimo, abbiamo innanzitutto bisogno di una piccola bugia da raccontare a Titutiu e Ramose ed in secondo luogo di intensificare la sorveglianza a quell’odioso ragazzino prima che escogiti qualche altro sistema che possa seriamente danneggiarci. Attribuiremo il suo atteggiamento di oggi alla gelosia, dicendo che fu lui ad aver osato alzare lo sguardo su di Hatshepsut, nella speranza di potersi unire a lei, in questo modo, quale sposo della principessa reale, avrebbe potuto aspirare al trono di Kemet quindi a reggere le sorti del Paese. Questo ingenuo espediente ci servirà per avvalorare maggiormente la nostra “piccola bugia”. Chissà che ciò non sia anche vero –proseguì– quel che è certo è che sua madre gli ha somministrato grandi dosi di avidità di potere e di malvagità. –Seguì un attimo di pausa poi riprese.– Intanto il faraone è ancora lontano. Quando questi nostri ultimi giorni di permanenza in questa dimora saranno terminati, quei tre ragazzi torneranno alla loro casa e quando vostro padre, reduce dalle sue spedizioni, giungerà finalmente a palazzo, sarà lui a decidere delle loro sorti.»

Uazmes l’illuminato.

Amenemhat era arrivato quasi alle porte del grande palazzo del nobile Pahery.
Ormai il periodo di studio di Senenmut con Ineni stava per concludersi ed il messaggero era al suo quarto ed ultimo viaggio, portava con se i due rotoli di papiro scritti da suo fratello, uno dei quali con il nastro rosso ed era l’ultimo messaggio per Hatshepsut prima del suo ritorno. La giovane staffetta era ansiosa di arrivare per potersi rinfrescare e rifocillare dalla lunga marcia. La grande palma verdeggiante era già visibile davanti alle bianche mura del palazzo del dignitario di corte.
Amenemhat rallentò l’andatura e stava per smontare da cavallo quando Sat Ra gli apparve di fronte.
«Non hai bisogno di nascondere alcunché –disse la donna– il nostro segreto ora appartiene anche alla regina ma, non temere, ella ha già concesso il suo benevolo perdono a ognuno di noi che pur sapendo non rivelò e che ora più che mai dovrà tacere.»
Il giovane sorrise timidamente ed estratto il manoscritto dal sigillo rosso lo porse alla corpulenta nutrice che, per evitare il grande portale principale deviò verso l’ingresso secondario. Il giovane invece, risalito a cavallo raggiunse il giardino dal portale d’ingresso, lì trovò Ahmes ad attenderlo ed a lei consegnò il rotolo dal nastro verde.
«Vai pure a fare un bagno ristoratore –disse Ahmes– nel frattempo darò ordini affinché ti sia servito un succulento arrosto, ma ricorda sempre le parole di Sat Ra, il nostro segreto dovrà rimanere inviolato, da ciò potrebbe dipendere il futuro della corona!»
In quello stesso momento Sat Ra arrivava al cospetto della regina per consegnarle il messaggio dal nastro rosso ma, la regina accarezzandole il viso le disse con voce rassicurante:
«E’ ormai da tempo che non ricevo messaggi da un innamorato, e questo non è diretto a me! Ma per colei che lo attende quello che per noi due sembrerebbe un semplice foglio per lei è molto di più. Tu volevi devotamente consegnarlo nelle mie mani ma io ti dico che non è giusto neppure per una madre amorevole appropriarsi dell’intimità di sua figlia. Sai a chi è diretto questo papiro, va e portalo a colei che lo anela, io non lo leggerò se non sarà lei a volerlo! »
«Dolcissima maestà, avreste ancora, non uno ma, mille innamorati ai vostri piedi tanta è la vostra bellezza. Il vostro aspetto è ancora quello di una giovane fanciulla appena in fiore, le vostre grazie e fattezze po-trebbero paragonarsi a quelle di Iside, ma la vostra leggiadria non si limita qui, essa arriva fino alla vostra anima così da fondersi in una perfezione assoluta, l’anima, il corpo ed il volto in una simbiosi di suprema e rara beltà che, forse la vostra modestia vi impedisce di vedere. Questo papiro arriverà nelle mani della mia dolce principessa, come mi avete ordinato ma, sono sicura che lei vorrà leggerlo in presenza, della sua amata madre. Venite vi prego!»
«Madre mia -domandò Hatshepsut- vorrei chiedervi di leggermi, questo scritto, raccontatemi per favore cosa dice il mio fedele Senenmut, non vi sono più segreti tra noi ne mai ve ne saranno.»
La buona regina prese il rotolo dalle mani della figlia e sciolto il nastro iniziò a leggere:
Dolce principessa,
ormai i giorni che ci dividono stanno per concludersi, molto presto potremo finalmente rivederci. Non immaginate quanto mi sia mancata la vostra voce, il vostro viso… il vostro profumo.
Il mio pensiero vola sempre a voi qualunque cosa io faccia. Ricordate i nostri lunghi discorsi sul tempio che avrei costruito per voi? Ebbene con l’aiuto del maestro Ineni abbiamo elaborato un progetto architettonico che potrebbe sod-disfare le vostre aspettative, eccovene un disegno, al mio ritorno potremo commentarne i dettagli e perfezionarlo secondo i vostri desideri.
Sarà un’opera maestosa, degna di Voi, nessun altro monumento potrà reggere il confronto con “ La meraviglia delle meraviglie” e se me lo permetterete, poco distante dal vostro santuario edificherò una piccola tomba, la mia dimora per la vita di poi. In questo modo potrò esservi eternamente vicino quale vostro devoto guardiano.”
La regina stava per proseguire nella lettura quando dal giardino sottostante si udì la voce del nobile Pahery invocare il suo nome.
Affacciatasi al balcone vide l’uomo che, con ansia e con lo sguardo rivolto in alto attendeva di vederla apparire.
«Cosa accade, mio buon amico -chiese Ahmes- mi sembrate piuttosto agitato. »
«Vi prego maestà concedetemi qualche minuto ho bisogno di parlarvi.»
Ahmes invitò il suo ospite a salire e dopo averlo fatto sedere lo pregò di calmarsi.
«Parlate pure liberamente, c’è qualcosa che possiamo fare per voi?»
«No maestà –rispose– lasciate che vi spieghi. Come voi sapete io sono uno dei precettori del giovane Uazmes, egli mi è stato affidato per ordine del faraone. La salute del ragazzo è stata precaria fin dalla nascita, trascorre la maggior parte della sua vita disteso sul suo letto e molto spesso rifiuta anche il cibo, sembra vivere in uno stato comatoso dal quale pare che riesca a venir fuori solo poche volte, quelle stesse volte in cui riesce ad esprimersi con lucidità. L’atmosfera che regnava nella casa di Mutnofret non ha certo giovato alle sue condizioni, egli fu privato di ogni attenzione, sua madre era evidentemente troppo occupata nelle sue losche faccende e resa cieca dal suo egoismo tanto da concentrare ogni sua energia sugli altri due figli che essendo di buona costituzione avrebbero potuto aspirare ad una ascesa sociale della quale lei per prima avrebbe potuto godere i privilegi. Il seguito della storia, inutile dirlo, lo conosciamo tutti molto bene.
Eppure mia regina in Uazmes non v’è alcuna malvagità –proseguì- anzi a volte ho l’impressione che ogni suo pensiero sia rivolto al bene altrui. Dai primi giorni in cui quel ragazzo entrò in questa casa, notai subito un suo graduale miglioramento, egli infatti sembra aver acquisito nuove forze che gli permettono di vivere maggiormente nella realtà. Ciò che invece mi sconvolge sono le sue crisi che, negli ultimi tempi sono divenute meno frequenti ma molto più intense, in quei momenti egli si invola in strani viaggi dove le porte del più immediato futuro si aprono davanti ai suoi occhi permettendogli una visione nel tempo e nello spazio di avvenimenti non ancora sopraggiunti.
Pur non sapendo dare una spiegazione a questo strano fenomeno, egli ha la certezza che questi accadranno riuscendo talvolta a precisarne la data esatta. »
«Nobile Pahery, vuoi farmi credere forse che quel ragazzo riesce a vedere nel futuro? »
«E’ così divina maestà, ma c’è di più. La mattina di quattro giorni fa verso la nona ora egli era già desto, durante la notte era rimasto preda di una delle sue crisi questa volta però molto più intensa delle altre, come lui stesso afferma. Il suo mistico vagare lo aveva condotto alle cave di pietra dove gli apparve Kharys il traditore, egli lo vide eludere la sorveglianza e allontanarsi nella notte. A questo punto il suo racconto si interrompe, egli dice di essersi trovato bruscamente di fronte ad una visione orribile: Il corpo di Kharys privo di vita tenuto da una corda stretta alla gola penzolare nel vuoto di un profondo baratro, mentre nel silenzio della notte si udiva ancora l’eco del suo urlo straziante seguito dalle grida di allarme dei sorveglianti delle cave.
Potremmo pensare, mia regina, che tutto ciò sia frutto della mente malata di un giovane visionario e non dare tanta importanza, ad una storia che ha dell’inverosimile. Purtroppo, però, c’è qualcosa che deve in-durci a riflettere sulla possibilità che quel ragazzo possieda davvero questa particolare forma di veggenza.»
«Di cosa parli? –chiese Hatshepsut- cosa dovrebbe indurci a pensare che Uazmes sia un illuminato.»
«Due particolari molto importanti. – rispose Pahery- Ero accanto a lui la prima sera che venne qui nella mia casa, lo accompagnai nella sua stanza per aiutarlo a sistemarsi, quando pronunciò una frase a cui li per li non diedi molto peso ma che ora, invece, mi fa rabbrividire: “Togli l’odore della morte dalla tua casa, non vedi quella grigia presenza vagare nell’oscurità dei sotterranei?
In quel tempo il cadavere del Sinu di Mutnofret giaceva nelle mie cantine ed il ragazzo lo ignorava. Ma la conferma più evidente l’ho avuta meno di un’ora fa da uno dei sorveglianti delle cave di pietra.
Quell’uomo mi ha raccontato della fuga di uno dei tagliatori di pietra, un sacerdote che il faraone aveva condannato insieme ad altri cinque uomini, all’estrazione dei blocchi d’arenaria.
Ebbene costui era Kharys, trovato morto due giorni fa, impiccato ad una corda, egli stesso l’aveva fissata alla roccia e poi alla gola.
Quando le guardie giunsero sul luogo egli si era già lanciato nel vuoto. L’eco del grido di dolore ancora echeggiava nella valle insieme al rumore sordo del corpo che oscillando urtava la parete come in una macabra danza. Questo era tutto ciò che rimaneva di lui.»
«Corrisponde perfettamente alla visione di Uazmes. –osservò Hatshepsut– Cosicché anche il secondo traditore ha seguito le sorti dell’altro. Il primo vittima di un anello avvelenato, l’altro delle sue stesse mani. Ma com’è possibile che Uazmes veda così chiaramente gli avvenimenti prima ancora che questi accadano? E’ certamente un dono degli dei!»
«Un dono o una condanna! –rispose Pahery- vedete maestà, egli sa che la sua esistenza non sarà molto lunga ma, pur non sapendo quando dovrà affrontare il grande viaggio, egli vive il presente nella paura del domani. E come se non bastasse deve continuamente subire lo scherno del fratellastro più piccolo che osa burlarsi di lui, della sua malattia e della sua malformazione.
Con il vostro permesso –continuò- vorrei provvedere a sistemare il ragazzo in un’altra camera dove possa vivere più tranquillamente questi ultimi giorni nella mia casa.»
«Caro amico –intervenne la regina- intuisco che nutriate dell’affetto per quel ragazzo.»
«E’ vero maestà, ho avuto modo di stargli vicino nei peggiori momenti della sua giovane esistenza e credetemi, egli ha sofferto e soffre tuttora, anche per la mancanza di una vera famiglia che egli ha sempre desiderato.
Ho cercato di tendergli una mano nei momenti di grande sconforto, l’ho assistito come se fosse il mio vero figlio ed egli me ne è riconoscente ma, la sua grande tristezza è sentirsi rifiutato da voi e dalle vostre figlie per la sola colpa di esser nato da una donna come Mutnofret da cui, credetemi, egli non ha ereditato i sentimenti.»
Pahery era davvero affezionato al piccolo Uazmes che, in realtà, era completamente estraneo alla vita dissoluta della madre. Al contrario di Thutmose II che, per quanto fosse piccolo, sembrava averne già assimilato diversi aspetti negativi.
Hatshepsut ascoltava attentamente le parole del loro ospite che andando avanti nel parlare si era completamente allontanato da quello che era il concetto iniziale. Il suo lungo discorso sembrava girare intorno ad un argomento che l’uomo cercava di raggiungere senza trovarne il coraggio.
«Vi prego Pahery –intervenne educatamente la principessa- perdonatemi ma, il vostro tergiversare non vi aiuterà a molto, se avete qualcosa di cui parlarci, non temete, siamo pronte ad ascoltarvi e ad aiutarvi se necessario.»
«Avete colto nel segno maestà –rispose- c’è qualcosa di molto importante che devo dirvi, qualcosa che riguarda proprio voi ed il vostro futuro: E’ stato proprio Uazmes a pregarmi di mettervi in guardia da suo fratello minore mi ha parlato di una sua recente visione premonitrice in cui Thutmose II cercava di farvi del male ma non ha voluto dirmi di più. Tutto ciò che chiede a vostra maestà e di potervi parlare personalmente così da mettervi in guardia da ogni eventuale atto che quel ragazzo potrebbe tramare ai vostri danni.
Io credo che dobbiate ascoltarlo, gli occhi del mio pupillo riescono a guardare molto lontano poiché egli vede attraverso quelli degli dei.»
«Andate –rispose Hatshepsut- ringraziatelo e ditegli che appena possibile andrò da lui, voi frattanto provvedete ad alloggiarlo in un’altra camera.
Pahery uscì ringraziando e Ahmes solo allora si accorse di avere ancora tra le mani il messaggio di Senenmut di cui aveva letto solo poche frasi.
Lo riavvolse accuratamente e restituendolo ad Hatshepsut disse:
«Grazie figlia mia, mi hai fatto capire quanto sia grande il tuo affetto per me. Mi hai dato questo foglio ed hai voluto che fossi io a leggerlo ma queste frasi sono rivolte a te ed è giusto che sia tu a farlo, io non posso, significherebbe violare i tuoi sentimenti, cosa che io non voglio. Ora va figlia mia –continuò la regina- Neferubity ti chiama, raggiungila! È così bello vedere due sorelle così legate e così felici quando sono insieme, ciò è molto importante per noi, lo è ancora di più in questo particolare momento.
Gli dei stanno mettendo a dura prova l’unione della nostra famiglia, ora abbiamo bisogno di comprenderci e di amarci come non mai per rimanere unite, poiché questa sarà la nostra forza per fronteggiare le avversità.»

L’oracolo di Amon

Il lungo discorso di Pahery sulle straordinarie capacità di Uazmes stimolarono la curiosità della principessa che quella mattina decise di far visita al suo fratellastro. Più che le sue doti intuitive voleva constatare la sua onestà e la sua bontà d’animo tanto elogiata da Pahery.
Il piccolo illuminato era stato trasferito per sua espressa richiesta in una camera della servitù che si trovava nella parte sud del palazzo, nei pressi dei granai e delle cucine. Hatshepsut lo ricordava vagamente per averlo intravisto nella casa di Mutnofret in qualche rara volta che veniva portato in giardino.
La giovane principessa, accompagnata da Ramose era all’uscio della camera di Uazmes e prima di bussare ebbe un attimo di esitazione ma, solo un attimo dopo disse a Ramose di bussare alla porta e di annunciare il suo ingresso. Ad accoglierla fu Pahery che da buon precettore dava conforto al gracile Uazmes.
«Entrate mia principessa, non vi è gratitudine che possa eguagliarsi all’averci concesso la vostra presenza, grazie per aver dato ascolto alle mie parole, ecco Uazmes, ecco colui che attende da tanto tempo di potervi parlare.»
«Maestà, non avevo dubbi che da un giorno all’altro vi avrei vista entrare da quella porta, non perché una visione me lo abbia acclarato antetempo ma solo perché e, perdonate il mio osare, questo piccolo, debole, sconosciuto, informe e devoto fratello, vi conosce meglio di quanto voi immaginiate.»
Uazmes si presentò per la prima volta in piedi agli occhi di Hatshepsut: piccolo di statura, malfermo sulle esili gambe tremanti per il peso di un grosso fardello che qualche dio malvagio aveva voluto che egli portasse in eterno sulle sue piccole spalle; il volto scavato al di sotto degli zigomi e due grandi occhi azzurri nelle orbite profondamente segnate dal dolore. La pietà lasciò subito posto alla tenerezza, nel cuore di Hatshepsut che, capì subito... egli era un puro.
«Molte cose –disse Uazmes- potranno sembrarvi assurde di ciò che vi rivelerò ma accettatele per vere poiché la verità non tarda mai a dimostrarsi. Nobile Maatkare –continuò- voi siete la giusta, voi siete l’incarnazione del dio sulla terra!»
«Vaneggi! –rispose la principessa- questo non è il mio nome, perché lo hai pronunciato? a chi appartiene questo altisonante appellativo?»
«Giustizia e verità sono l’anima del sole, questo sarà il vostro nome, quel che vedo non mi mente mai perciò ascoltate le parole di questo piccolo deforme e giuratemi di non diffondere ciò che devo rivelarvi, non prima che la nostra amata terra sia completamente nelle vostre mani, quando il grande popolo di Kemet camminerà dietro la vostra ombra, quando sarete il sovrano delle due Terre, l’unico incontrastato faraone.»
La principessa si avvicinò al fratellastro qualcosa in quel ragazzo la affascinava, lo prese per mano lo invitò a sedergli accanto e disse:
«Amerei che tu mi parlassi con minor distacco, ho letto nei tuoi occhi che il tuo animo e propenso al bene ed anch’io mi fido di ciò che vedo, è vero che tua madre è una donna perfida e pericolosa ma è pur vero che anche tu sei figlio di Akheperkara e, nostro padre è un uomo dal gran cuore e di rara rettitudine, in te io vedo il suo sguardo.»
«Grazie mia principessa, -rispose- le tue parole mi riempiono di gioia e la tua vicinanza sublime allevia le pene della mia malattia. Non ti biasimo quando parli della perfidia di mia madre perché dici il vero, ella condusse una vita dedita al male, all’egoismo ed all’inganno, lei che in questo momento pensa alla fuga dall’esilio, lei che ancora non abbandona il male riuscirà solo a distruggere tutto ciò che la circonda compresa se stessa. In lei alberga lo spirito del dio Seth.»
«Ascolta fratello, oggi gli dei ci hanno riuniti, ho sempre creduto che anche tu fossi malvagio, e di questo ti chiedo perdono, sappi però che da questo momento puoi contare sul mio appoggio ma, ti prego ora rivela ogni cosa di quel nome “Maatkare”, perché è a quel nome che è legato il mio destino, non è vero?»
«Si! sorella, questo è il primo dei tuoi cinque nomi giubilari da faraone. Governerai per lungo tempo sulla nostra terra, sarai amata dal popolo e ti coprirai di gloria come i tuoi predecessori, darai a Kemet nuova forza e immenso splendore. Prima che tutto ciò avvenga proverai il grande dolore di chi perde le persone più care, troverai gli ostacoli che gli esosi porranno sul tuo cammino, ma riuscirai a superare tutte le vicissitudini con coraggio e determinazione ma sempre nel rispetto della giustizia.»
Uazmes a questo punto rimase in silenzio e chiuse gli occhi:
«Ciò che sto per dirti è tanto importante che potrebbe dare una svolta alle nostre vite ma potrebbe anche determinare la mia fine, nel caso in cui tu non riesca a credermi. Devo, comunque, correre il rischio poiché non posso esimermi dal compiere la missione che mi fu affidata dal tuo divino padre.»
Il gracile Uazmes cadde in ginocchio tremante davanti alla principessa che sempre più sbalordita esclamò:
«Alzati, tu tremi, libera il tuo animo da questo terribile segreto; temi che io non creda alle tue parole? Eppure io ti posso assicurare che ti crederò sebbene non sappia il perché, qualcosa mi fa capire che tu sia sincero. Ma ora dimmi cosa vuol dire la missione che ti affidò il mio divino padre, Akheperkara è mio padre ma anche il tuo, la tua affermazione è enigmatica quindi parla ti prego.»
Un lungo respiro e la rivelazione del piccolo illuminato:
«io fui concepito da Akheperkara, come tu sai, tu invece fosti concepita da qualcuno che aveva solo le sembianze del nostro faraone. Egli se ne servì per unirsi alla regina Ahmes di cui era innamorato costui è il dio Amon in persona e tu, per quanto assurdo possa sembrarti, sei la sua figlia divina. Ora fa di me ciò che vuoi, io sono pronto.»
«Io figlia di Amon?...io nata dal gran dio?...e Ahmes, mia madre, ella mi ha sempre taciuto di questa mia divina paternità, perché mai?»
«Quando Amon apparve nella sua stanza –rispose Uazmes- Ahmes dormiva profondamente, il dio aveva assunto le sembianze del faraone mentre l’aria si impregnava del suo profumo. Quell’essenza così penetrante destò la regina che aperti gli occhi vide il suo sposo sederle accanto. Un lungo sguardo languido fu il preludio della loro unione.
Improvvisamente la regina riconobbe Amon in colui che apparentemente sembrava essere Akheperkara e riconoscente di cotanto privilegio disse al dio: “Oh grande signore di Karnak, dio di immenso splendore. Hai voluto onorare la mia femminilità concedendomi i tuoi favori, la tua rugiada ha inondato le mie membra. La tua potenza infinita mi ha concesso di guardare il tuo volto mentre ti univi alla mia maestà e non v’è cosa più bella e nobile”. Amon sorridendole rispose:
“ Hatshepsut-Khenemet-Amon, La prima delle dame venerabili è colei che si unisce a me e tale sarà il nome di sua figlia che io posi nel suo grembo, io unisco per lei le due terre nei suoi nomi sul trono di Horus assicurandole la mia protezione in ogni giorno della sua vita”.
Detto questo Amon sparì ed Ahmes ricadde in quel suo sonno profondo. Al suo risveglio, del dio e del suo sublime profumo non v’era più alcuna traccia e la regina si convinse che fosse stato solo un sogno, ecco perché non fece mai parola a nessuno di questa sua divina unione. Fu il dio stesso a farle credere che tutto fosse accaduto in sogno poiché questo divino iméneo dovrà rimanere celato fino al giorno in cui Maatkare non salirà al trono. Neppure le persone di cui ti fidi più ciecamente dovranno sapere, poiché svelare questo grande segreto prima del tempo stabilito, significherebbe scatenare le ire del dio.»
«Stai pur tranquillo Uazmes –rispose la principessa- tranne noi due, ed il dio Amon nessuno saprà mai, fino al giorno convenuto. Ma ora lascia che mi occupi di te, non posso permettere che tu ritorni in quella casa dove vivono i tuoi fratelli. Chiederò a Pahery di tenerti qui ancora per qualche tempo, egli ti è molto affezionato e sarà ben felice di prendersi cura di te! Col tempo convincerò la regina e mio padre affinché tu possa stabilirti a palazzo con noi ora, però, devo lasciarti ma non temere tornerò presto.»
«Un’ultima raccomandazione: –replicò Uazmes- non preoccuparti di Imenmes, egli non oserà mai intralciare i tuoi passi. Ricevette dal faraone la carica di generale d’armata ed ora concentra ogni sua energia nello studio dell’arte militare al fine di diventare un grande condottiero ed essere degno della nomina di generalissimo del faraone della quale sarà insignito al suo quindicesimo anno d’età.
Sii invece molto guardinga nei confronti del piccolo Thutmose, egli è come il “falco nel nido,” scarso di intelletto ma, di grande perfidia, non si fermerà davanti a nulla pur di affermare le sue ambizioni, da lui puoi aspettarti ogni sorta di tranello. Guardatene bene, ripeto, a volte le persone più stupide ed insignificanti possono essere le più pericolose. Un giorno lui cambierà ma quel giorno è ancora tanto lontano.»
«Non tormentarti per me fratello, –rispose- mi ricorderò dei tuoi preziosi consigli.»


CAPITOLO IV

Ahmes, una madre generosa

L’attesa di Hatshepsut era ormai terminata solo pochi giorni la dividevano dal suo Senenmut che finalmente viaggiava sulla strada per la città di Uaset. In casa di Pahery la famiglia reale era già pronta per far ritorno a palazzo, Sat Ra, infatti era intenta a preparare gli ultimi bagagli prima della partenza. Hatshepsut era ansiosa di tornare a casa ma, non sarebbe andata via senza aver prima rivisto il piccolo Uazmes che invece restava in casa di Pahery, affidato alle sue cure. Lo raggiunse nella sua camera e lo rassicurò che al più presto avrebbe trovato il modo per convincere Ahmes a ospitarlo a palazzo e, congedatasi, raggiunse la regina che insieme agli altri la attendeva per mettersi in marcia.
Giunti a palazzo dopo, il lungo viaggio, qualcuno era lì ad attenderle.
La sposa del maestro Ineni, che seduta in giardino vide da lontano la famiglia reale fare il suo ingresso a palazzo, si alzò e sorridendo andò incontro alla regina per darle il suo benvenuto.
«Sono felice di rivedervi mie maestà –disse la nobildonna- la notizia del vostro arrivo ci è giunta veloce come il vento del deserto, ed io mi sono precipitata qui per accogliervi. E’ bello potervi rivedere dopo tanto tempo.»
«Anche per noi è stato bello trovarti qui ad attenderci –rispose Ahmes- grazie per questa tua premura.»
Nel frattempo anche Ramose e sua moglie varcarono la soglia del grande palazzo e al cospetto della moglie di Ineni la salutarono rispettosamente ma non poterono aggiungere altro poiché la donna presa dall’entusiasmo li interruppe:
«Scusatemi tutti, perdonate la mia euforia ma, sono così felice di poter essere io a darvi questa splendida notizia: Ineni e Senenmut sono qui! –esclamo gioiosamente- sono arrivati ieri sera a tarda ora, giusto in tempo per accogliere sua maestà che torna nella sua casa.»
A queste parole Hatshepsut non seppe nascondere la sua emozione, le sue gote, all’improvviso si tinsero di rosso, il suo cuore batteva forte ed un lieve tremore la pervase. La piccola Neferubity notando il suo imbarazzo si allontanò di corsa incitandola a seguirla così da trarla d’impaccio.
Quella stessa sera Ahmes organizzò un banchetto speciale a cui avrebbero partecipato anche Ineni, sua moglie, Pahery e per la prima volta Ramose, Titutiu e Senenmut.
I servitori di corte annunciarono l’apertura del banchetto con le prime, fumanti portate. I commensali ascoltavano con interesse il maestro Ineni che illustrava meticolosamente le varie fasi del viaggio appena terminato. Nei suoi appunti erano annotate le svariate qualità della flora trovata in quei paesi lontani e le particolari condizioni climatiche in cui queste vivevano. Poi il discorso si concentrò sui monumenti visitati insieme al giovane allievo e sui suoi eccezionali progressi.
«Senenmut ha grandi doti innate -affermò il maestro- ed i suoi apprendimenti sono talmente avanzati che in un anno al massimo egli potrà iniziare a lavorare da solo, magari al tempio della principessa Hatshepsut, del quale ha già disegnato il progetto.»
Il maestro Ineni era un uomo molto loquace e di buona compagnia. I suoi racconti continuarono a ritroso nel tempo ricordando le tante spedizioni militari a cui aveva preso parte al fianco di Akheperkara, esaltandone la saggezza e le impavide gesta. Senenmut, da acuto osservatore si avvide che sul volto della regina stava calando un velo di malinconia. Certo i racconti del maestro le avevano ricordato il suo sposo lontano esposto a mille pericoli. Il giovane allievo senza farsi notare fece cenno al maestro che, senza volerlo aveva turbato la regina.
«Sono un imperdonabile chiacchierone, –disse Ineni- il mio blaterare a volte fa di me uno stolto. Mia regina perdonate se le mie parole vi hanno involontariamente rattristata, non era mia intenzione guastare la gaia atmosfera di questo bellissimo banchetto.»
«Non è nulla caro amico – rispose Ahmes- è solo un po’ di nostalgia dovuta alla mancanza di una figura di grande importanza per la nostra famiglia, il mio amato sposo che per il bene del paese mette a repentaglio la sua vita e quella dei suoi fedeli soldati. Ma egli, come anche tu sai, -proseguì rivolgendosi a Ineni- è un condottiero di grande valore e saggezza, quindi sono certa che non correrà rischi inutili e che presto ci darà notizia della sua vittoria e del suo imminente ritorno. Quando il faraone partì –soggiunse- io e le mie figlie dovemmo farne le veci sia negli impegni sociali che in quelli religiosi. Poi si susseguirono una serie di spiacevoli eventi che probabilmente hanno impedito alla nostra mente di rilassarsi ma, ritornando nella nostra dimora, ho trovato tutti voi, amici cari, ciò mi ha dato grande gioia e di questa bella sorpresa vi siamo sinceramente grate. Ora però lasciate che io ricompensi adeguatamente questo giovane genio che ha ampiamente meritato la nostra fiducia in lui e nelle sue attitudini:
“Io Ahmes, Grande sposa Reale, Regina delle due terre, assegno in dono al giovane Senenmut, quale riconoscimento alla sua fedeltà alla corona dimostrata dal grande impegno assunto e dagli straordinari risultati ottenuti, la regione a Nord della prima cataratta, sulla riva sinistra del grande fiume, presso Gebel Silsila e della quale potrà disporre immediatamente con pieni poteri di proprietà”. Così sia fatto! -concluse.-»
Il viso di tutti i presenti si illuminò di gioia per il gesto munifico della regina, Ramose e Titutiu erano raggianti di felicità e fieri del loro giovane figlio, Senenmut in lacrime, avrebbe voluto manifestare la sua riconoscenza alla magnanimità della sua sovrana ma, per la commozione non riuscì che a balbettare.
Per Hatshepsut invece, fu come se avesse avuto in dono il mondo intero, la madre, aveva voluto premiare il giovane architetto ma quel regalo andava ben oltre: rappresentava il primo passo della carriera di Senenmut. Conoscendo i sentimenti che legavano i due giovani, Ahmes stava cercando di venirgli incontro accorciando le distanze sociali che li allontanavano. La regina era però ben cosciente che se anche Senenmut avesse avuto la più brillante delle ascese, il suo legame con Hatshepsut sarebbe dovuto restare comunque nell’ombra ma, se malauguratamente, un giorno sarebbe trapelato qualcosa, un rapporto di Hatshepsut con Senenmut gran dignitario di corte avrebbe destato meno scalpore di una storia con Senenmut il semplice cortigiano.
Finalmente Il giovane si riprese dall’emozione e a bassa voce si rivolse alla regina:
«Dirvi grazie oh mia sovrana non esprimerebbe la mia riconoscenza né tantomeno ciò che il mio cuore prova in questi momenti di assoluta felicità, non ho vergogna di mostrare queste mie lacrime poiché esse possono parlare per me e rendere palese a tutti voi la grande riconoscenza di Senenmut, un ragazzo di modeste origini che ebbe la fortuna di entrare in questa casa al cospetto della regina più giusta di tutti i tempi che è anche la donna più buona del mondo. Gli dei mi hanno benvoluto a tal punto che ella si prese cura di me affidando il mio futuro nelle mani del grande maestro dei maestri, Ineni l’architetto, il botanico, l’orafo ma, anche l’uomo paziente che mi ha seguito e mi ha indicato la strada da percorrere per migliorare me stesso.»
Mentre egli parlava non riusciva ad evitare di volgere il suo sguardo ad Hatshepsut i cui occhi quella sera avevano assunto uno splendore nuovo. Dopo un anno di lontananza sembrava ancora più bella… o forse lo era davvero. Lo sguardo di lei era fisso su di lui a cui infondeva sicurezza e vigore. Senenmut viveva quell’attimo con un’intensità mai provata prima e la giovane principessa gli trasmetteva inconsciamente una grande serenità. Nella sua mente una ridda di pensieri si rincorreva in un vortice di sentimenti. Si immaginava eternamente unito a colei che silenziosamente continuava a guardarlo.
Rimase a sognare a occhi dischiusi per qualche istante, poi si riaccostò alla realtà e con voce sicura proseguì:
«Trovarmi qui tra voi per me e per i miei genitori è un grande privilegio, né io né loro avremmo mai osato sperare tanto. Sarò fin da questo momento, per questa nobile famiglia reale, il suddito devoto, colui su cui contare in qualunque modo ed in ogni circostanza, le mie braccia ed il mio cuore vi apparterranno per tutto il tempo che gli dei decisero di concedermi nel mondo dei vivi. Questo è il mio giuramento di fedeltà alla famiglia del faraone Akheperkara e dei suoi successori finché avrò vita –promise solennemente-.»
I due ragazzi continuavano la loro storia d’amore in segretezza, nonostante la regina ne fosse ormai conscia, non potevano rischiare che qualcuno della servitù li vedesse. Sfruttando il pretesto del progetto del tempio, potevano comunque vedersi con più libertà e più frequentemente e solo quando erano sicuri di non essere osservati si abbandonavano in un furtivo abbraccio o in una fugace carezza.
La principessa intanto non aveva dimenticato della promessa fatta a Uazmes e, poco per volta stava cercando di far capire alla regina che il ragazzo era stato mal giudicato, che il suo animo era nobile e che il suo cuore era propenso al bene. Le raccontò poi delle sue precarie condizioni fisiche e che lì a palazzo avrebbe potuto ricevere delle cure più adeguate al suo stato.
Ahmes, però, non sembrava voler prendere una simile decisione senza il consenso del faraone ed ogni volta rispondeva che era il caso di pazientare ancora un po’, poiché il faraone non avrebbe tardato a ritornare in patria.
La previsione della regina purtroppo non si avverò, trascorsero ancora sei mesi ed in questo frattempo di Akheperkara non giunsero notizie; ad arrivare, invece, furono notizie di Uazmes.
Amenemhat, incaricato da Pahery arrivò al palazzo del faraone, annunciando alla regina che le condizioni già instabili del giovane illuminato si erano aggravate e che, il ragazzo chiedeva continuamente di poter vedere la principessa Hatshepsut.
«Vedete madre –intervenne la principessa- le mie insistenze erano fondate, quel ragazzo ha bisogno di noi. Mio padre sarebbe certamente d’accordo ad accoglierlo nella nostra casa, anche solo per un breve periodo. Date ascolto alla donna generosa che è in voi, vi prego, fate si che le sue sofferenze siano alleviate, vi assicuro che non avrete di che pentirvi.»
«E sia! Voglio darti ascolto ancora una volta, sarai tu stessa a decidere in quale stanza ospitarlo. Amenemhat, però, dovrà prima riposarsi dal viaggio e rivedere la sua famiglia. Quando sarà pronto a ripartire sarà accompagnato da alcune nostre guardie a cui darò l’ordine di condurre Uazmes dalla casa di Pahery qui a palazzo. Ora va figlia mia e avverti Senenmut e la sua famiglia che Amenemhat è qui e che desidera riabbracciarli.»
Tre giorni dopo il fedele messaggero ripartì alla volta di Nekheb accompagnato da tre guardie della regina il cui compito era di condurre il giovane Uazmes al palazzo. La principessa, intanto, aveva già provveduto a far preparare una camera del lato più fresco del palazzo, controllando personalmente che fosse stata allestita nel modo più confortevole e con ogni sorta di comodità.
Erano trascorsi ancora dieci giorni quando finalmente le tre guardie ritornarono a palazzo con il giovane ospite. La principessa si affrettò a fare gli onori di casa mentre alcuni servitori provvedevano a sistemare le ultime cose di Uazmes nel suo nuovo alloggio. Dopo essersi rifocillato il ragazzo si sdraiò sul letto stanco ma felice, i suoi occhi si chiusero e subito cadde in un sonno profondo.
Il mattino dopo ricevette la visita di Ahmes e delle sue due sorellastre.
«Sii il benvenuto in questa casa, –disse la regina– spero che tu abbia riposato bene e che questa camera sia stata di tuo gradimento.»
«Non avrei potuto chiedere di meglio nobile Ahmes, –rispose- la vostra ospitalità è sublime come il vostro aspetto. Vi esprimo tutta la mia riconoscenza per avermi accolto con tanta premura nella vostra reale dimora.»
«Non affaticarti –rispose Ahmes– dai tuoi occhi traspare un animo buono, sul tuo volto, segnato dalla sofferenza, non v’è empietà. I giusti di voce entreranno sempre liberamente nella casa del faraone ma, ora riposa ancora un po’, quando il desinare sarà approntato farò in modo che ti venga servito a letto.»
Ahmes e Neferubity salutarono il piccolo illuminato e si allontanarono mentre Hatshepsut volle trattenersi ancora un po’ con lui. Il ragazzo le era molto grato e con voce commossa le disse:
«Sembra quasi che tu mi abbia letto nella mente, speravo tanto che tu ti trattenessi ancora. Dovevo ringraziarti per aver mantenuto la tua promessa, e per il tuo aiuto senza il quale non sarei qui tra voi nella serenità di queste mura.
C’è però qualcosa di molto più importante che devi sapere, qualcosa che riguarda nostro padre: Egli marcia verso Uaset con il suo esercito. Molti dei suoi uomini persero la vita in una battaglia lunga e cruenta ma, egli torna ancora una volta vittorioso. Tra poco tempo le sue truppe faranno il loro ingresso in città, è questo che la mia mente ha visto, le sue vesti però, erano intrise di sangue e per quanto reale fosse tale visione, essa fu altrettanto fuggevole, tanto da non riuscire a capire se quel sangue fosse di Akheperkara o dei nemici uccisi dalla sua mano.»
«Vuoi dire che nostro padre potrebbe tornare ferito? –rispose la prin-cipessa–»
«Non posso esserne certo, l’unica certezza è che tornerà vivo, non temere quindi. –concluse Uazmes–»
Senenmut aveva notato l’interesse della sua amata per il fratellastro e che quasi ogni giorno gli faceva visita trattenendosi con lui per delle intere ore. Il ragazzo sapeva bene che nel cuore Hatshepsut non c’era posto se non per lui e che per Uazmes nutriva solo un affetto fraterno.
Ciononostante in Senenmut, sebbene cercasse di nasconderla, nacque un pizzico di gelosia.

Un volontario per l’esercito del faraone

Uno scalpitare di centinaia di cavalli nel silenzio della notte svegliò la città. Tutti si precipitarono impauriti fuori dalle loro case per rendersi conto di quanto stava accadendo. Le strade in breve si gremirono di gente tanto da sembrare il fiume in piena. Le grida di migliaia di uomini, donne e bambini che impauriti si erano riversati nelle vie divenne un frastuono assordante, un esercito di uomini e cavalli stavano entrando nelle mura di Uaset. Improvvisamente le grida divennero acclamazioni. Non un esercito di ribelli ma l’esercito del faraone aveva svegliato il paese in piena notte, Akheperkara ferito ma ancora una volta vincitore, ritornava in patria dopo una lunga e sanguinosa battaglia.
A palazzo erano tutti desti per il gran rumore ed intimoriti, non sapendo ancora quale minaccia incombesse. Ahmes inviò subito un gruppo di guardie in avanscoperta mentre tutti si erano riuniti nella grande sala d’ingresso in trepidante attesa di notizie, anche il giovane Uazmes aveva lasciato il suo giaciglio per raggiungere gli altri, incurante di mostrare a tutti la sua malformazione e con voce commossa ed allo stesso tempo rassicurante annunciò:
«Ascoltatemi per favore ed abbandonate i vostri timori, nessuna calamità avanza verso di noi. Gioite invece, poiché il faraone ritorna alla patria magione.»
Uazmes quasi non ebbe il tempo di ultimare la frase che il faraone, sorretto da due soldati, entrò nella grande sala. Le sue vesti erano sudicie e lacerate in più punti, il petto nudo era fasciato dai resti del suo mantello usato a mò di bende su cui erano impresse due grosse macchie rosse.
«Nobile signora di Kemet, –disse uno dei soldati con voce grave e affannosa– il faraone riporta due profonde ferite di guerra, noi stessi lo abbiamo medicato alla meglio e con quel poco che avevamo a disposizione, il suo fisico e forte come la sua tempra ma ora ha bisogno di riposo e di cure immediate. Le bende che gli avvolgono il torace sono ormai vecchie di sei giorni, le sue ferite devono essere pulite e medicate, egli ha perso molto sangue.»
«Presto! –gridò Ahmes, in preda alla disperazione– portatelo nelle sue stanze e qualcuno corra a chiamare il Sinu di corte, che venga subito!»
Frattanto, nelle strade, le acclamazioni non accennavano a diminuire, il popolo aspettava che il sovrano desse notizie sull’esito della battaglia e bisognava dar loro ciò che essi si aspettavano.
La principessa non si perse d’animo e salita sul carro d’oro del padre ordinò di essere condotta tra la folla urlante. Non fu facile passare attraverso quel tumultuoso torrente umano ma man mano che il carro vi si addentrava le urla si abbassavano diventando un brusio, il popolo era incuriosito e meravigliato. Non era Akheperkara a scendere tra le genti del Paese! Chi mai poteva salire liberamente sul carro reale? chi mai poteva onorarsi di un tale privilegio?
Ad un certo punto Hatshepsut ordinò ai portatori di fermarsi, si alzò in piedi e con voce chiara e decisa annunciò:
«Sono la principessa Hatshepsut, la figlia primogenita del faraone Akheperkara. Ascolta, popolo di Uaset! Risparmia la tua voce e lascia che io ti parli al posto di mio padre. Egli è ritornato in patria riportando delle profonde ferite da cui sgorgò molto sangue. Egli ora non può soddisfare la tua sete di sapere non può parlarti delle sue gesta né di quanto ha sofferto lontano dalla sua terra Il suo corpo è indebolito dalla fatica e dai sacrifici che una guerra comporta a chi la vive di persona. Egli però, ha portato con se molte mani nemiche e molti cavalli, egli è tornato vincitore, assicurando così prosperità e serenità alla sua terra ed al suo popolo. Per questo ti dico risparmia la tua voce, risparmiala e conservala fino al momento in cui lui stesso sarà in grado di parlarti dall'alto del suo trono.»
Il carro girando su se stesso si riportò in direzione del palazzo del re e mentre la folla si ritraeva per lasciar libero il passaggio alla principessa inchinandosi in segno di rispetto; ordinatamente le strade cominciarono a svuotarsi ed il vociare andò pian piano scemando lasciando dietro di se solo il silenzio della notte ancora fonda. Quando la principessa giunse a palazzo, quasi tutti erano tornati a dormire tranne Ahmes che era al capezzale del suo sposo insieme alla piccola Neferubity. Hatshepsut li raggiunse immediatamente per informarsi sulle condizioni del padre.
«Madre, -chiese- quali sono le condizioni del faraone?»
«Il Sinu ha pulito e medicato le sue ferite – rispose Ahmes- e fortunatamente non vi sono infezioni ne sono stati lesi organi vitali. Il taglio alla spalla è molto profondo ma, in un paio di settimane sarà rimarginato.
Ora egli ha bisogno di molto riposo, sarà meglio non disturbarlo. Domani, quando sarà desto, potremo dargli il benvenuto.
Figlia mia –proseguì la regina- so del tuo discorso al popolo e sono fiera della tua saggezza e della tua prontezza di spirito, mi rammarico solo di non esserti potuta stare accanto, io stessa non avrei potuto fare di meglio. Sono sempre più convinta che la nostra terra non potrà avere un sovrano migliore di te.»
Il giorno dopo il paese riprese svogliatamente il suo ritmo di vita. Al palazzo del faraone tranne la servitù dormivano ancora tutti, nonostante l’ora tarda.
Il primo a destarsi fu Senenmut che uscito in giardino disegnava su di una tavoletta i particolari del tempio di Hatshepsut. Poco più tardi anche la principessa scese all’aperto, il sole la colpì in viso ed ella chiuse gli occhi riaprendoli lentamente per abituarli alla luce del giorno, i suoi capelli erano ancora sciolti e quando si accorse della presenza di Senenmut lo vide nell’atto di fissarla con ammirazione.
«Buon giorno maestà –disse il giovane– è stata una notte movimentata per tutti, per me, invece, è stata la notte delle grandi rivelazioni.»
«Cosa intendi dire –rispose la principessa– quali grandi rivelazioni ti sono state fatte stanotte?»
«Devo confessarvi qualcosa –rispose– la gelosia stava per annebbiarmi la vista come in una tempesta di sabbia, non riuscivo quasi più a tollerare il vostro interesse per Uazmes seppure fosse solo fraterno.
Questa notte egli mi ha chiarito molte cose, ci siamo trattenuti insieme a discorrere nella sua camera fino all’alba ed ora il mio tormento è completamente svanito.
Quel ragazzo possiede un dono divino del quale non ero ancora convinto fino a ieri sera, quando all’improvviso annunciò l’arrivo di Akheperkara del quale non poteva in nessun modo essere a conoscenza. Lui stesso, una volta rimasti soli, mi parlò di questa mia vana gelosia. Egli conosce il sentimento che ci lega anche se nessuno mai gliene parlò, poi, mi fece un solenne giuramento che tutto ciò sarebbe rimasto in segreto per sempre e mi fece capire che era assurdo da parte mia tormentarmi poiché il nostro amore non potrà mai temere rivalità, anche se per esso, dovremo essere disposti a superare enormi ostacoli e grandi sofferenze. Infine mi parlò del dono che ebbi dalla nostra amata regina, rivelandomi che questo non è che il primo passo verso i grandi successi che gli dei mi riserveranno per il futuro.»
«Come osi dubitare dei miei sentimenti? –rispose Hatshepsut delusa– non ti rendi conto di quanto, questo amore mi renderà, in futuro, tutto più difficile?»
«No, non è del vostro amore che io dubito, di quello non ho mai avuto il minimo dubbio, è di me stesso che dubito, ho paura di perdervi, paura di non essere all’altezza di starvi accanto.»
In quel preciso istante Ramose comparve tra le lunghe foglie dei folti papiri del giardino. I due dovettero fingere di parlare d’altro e, visto che nelle mani di lui c’erano i progetti del tempio, accennarono a certi particolari da modificare ma, Ramose li interruppe:
«Perdonate principessa –disse– se oso interrompervi, vostro padre desidera vedervi.»
La principessa obbedendo al desiderio del faraone, si affrettò a raggiungerlo e quando fu al suo capezzale vi trovò anche la regina e la giovane sorella. Hatshepsut, commossa, si lasciò cadere delicatamente tra le braccia del faraone che in silenzio le accarezzò i lunghi capelli.
«Finalmente siete tornato padre mio, quanto tempo è passato ma, ora siete qui, che gli dei siano lodati.»
Il faraone con un fil di voce le disse quanto era orgoglioso di lei per la fierezza, il coraggio e la saggezza dimostrata durante la sua assenza:
«Figlia mia -disse Akheperkara- tua madre mi ha raccontato di cosa sei capace e di quanto grande sia la tua perseveranza e il tuo senso della giustizia. Stanotte al mio ritorno ne desti l’ennesima prova lanciandoti coraggiosamente con il mio carro tra la folla acclamante per informare il popolo delle mie ferite di guerra, quale nobile gesto, degno di un vero faraone.
Adesso vi prego ritornate pure alle vostre occupazioni. Io dormirò ancora un po’, ne sento il bisogno, la ferita alla spalla pur non sanguinando più, è tanto profonda, da procurarmi ancora molto dolore.»
Anche gli Ufficiali dell’esercito di Akheperkara erano finalmente ritornati alle loro case e ai loro affetti, tra questi il fedele capo dei rematori Ahmes ed il coraggioso Pen-Nekhbet, entrambi copertisi di gloria, quest’ultimo però, dopo pochi giorni trascorsi in compagnia della sua famiglia, dovette recarsi al palazzo di Pahery dove erano ancora ospitati, loro malgrado: Imenmes, di cui il valoroso ufficiale era stato il precettore e Thutmose II che diventava di giorno in giorno più arrogante e presuntuoso. I due ragazzi, per ordine del faraone, avrebbero fatto ritorno alla loro casa accompagnati, appunto, da Pen-Nekhbet.
I giorni trascorrevano e Akheperkara riacquistava poco a poco le sue forze, le ferite erano quasi del tutto rimarginate, in poco tempo avrebbe ripreso le sue ambasce di sovrano. Anche la cagionevole salute di Uazmes sembrava migliorare: il suo volto scarno riprendeva la sua rotondità; il suo colorito pallido riacquistava un tenue rossore e le sue forze gli permettevano di stare molto più a lungo in piedi. Hatshepsut si tratteneva spesso con lui ed anche la piccola Neferubity.
Egli era diventato amico di tutti a corte ma, il suo più affezionato sostenitore, strano a dirsi, divenne proprio Senenmut. Chi o che cosa aveva operato un tale miracolo nel piccolo illuminato? ciò fu forse dovuto alla vicinanza dei suoi nuovi amici? oppure fu tutto merito della principessa?
L’odore del mosto invadeva ogni angolo del paese, chiunque possedeva anche una piccola una vigna era intento nella premitura dell’uva. La stagione calda era arrivata e con essa il tredicesimo anno di Hatshepsut e il quindicesimo di Imenmes.
Il faraone completamente ristabilito doveva tener fede a una promessa fatta tempo prima, insignire ufficialmente il suo primogenito della carica di generalissimo, un riconoscimento che avrebbe messo il giovane al di sopra di ogni ufficiale del suo esercito.
Imenmes fu chiamato a presentarsi al cospetto di Akheperkara che, con una solenne cerimonia gli conferì l’alta carica ed il comando del suo esercito. Dal quel momento Imenmes avrebbe preso il comando di tutte le operazioni di controllo dei confini territoriali, che periodicamente venivano effettuate, operazioni che fino ad allora erano state capeggiate dallo stesso faraone e che avevano lo scopo di verificare che i paesi del nord rispettassero i confini e per scoraggiare ogni eventuale tentativo di sommossa.
Il giovane generale era commosso e sinceramente riconoscente nei confronti del padre che, aveva tramutato il suo sogno in realtà mantenendo una promessa fatta a sua madre, la stessa che aveva tradito ed attentato alla vita della famiglia reale.
Quando la cerimonia si concluse era l’ora quinta ed il sole era ancora alto nel cielo, il caldo era soffocante e Akheperkara andò a sedersi all’ombra di un sicomoro, la sua mente era assorta nei ricordi di guerra, nei tanti pericoli che aveva affrontato e superato ma, i suoi pensieri furono interrotti dalla voce del giovane Senenmut:
«Altezza –disse il ragazzo– potete concedermi qualche minuto del vostro prezioso tempo? Avrei bisogno di parlarvi.»
«Parla pure giovane architetto –rispose– colui che gode della stima della mia regina e delle mie due principesse, merita anche quella del faraone, sono pronto ad ascoltarti, parla dunque.»
«Maestà, questa mia richiesta vi potrà sembrare strana, ma è un desiderio che coltivo da tanto tempo, una antica passione.
Tutto ciò che vostra maestà ha fatto per me e per la mia famiglia avrebbe reso felice qualunque uomo e noi, per questo, vi saremo eternamente riconoscenti ma io non voglio accontentarmi di servirvi offrendovi soltanto il mio ingegno nella costruzione dei vostri monumenti. Vorrei onorarmi di offrirvi la forza del mio braccio nella difesa del nostro amato paese. Lasciate che io faccia parte del vostro esercito, lasciate che io combatta per voi nelle fila dei più umili dei vostri uomini. Nulla sarebbe più gratificante per me se un giorno i posteri potessero dire che colui che fu l’architetto di corte del grande Akheperkara fu anche un coraggioso soldato del suo esercito. Fate si che io possa cimentarmi, datemi questa ulteriore opportunità.»
Il faraone per quanto si sforzasse non riusciva a spiegarsi una simile richiesta da parte di un giovane talento artistico quale era Senenmut, egli, aveva già dimostrato ampiamente quanto valesse come architetto ed il maestro Ineni lo aveva confermato. Perché, dunque, tanta voglia di inserirsi anche in campo militare, con tutti i rischi che esso comporta? Akheperkara gli chiese se i suoi genitori erano al corrente della cosa ed il giovane lo confermò aggiungendo:
«Già da molto tempo avrei voluto chiedervelo ma solo oggi mi si è presentata l’occasione per farlo. Anche i miei genitori sanno di questa mia decisione ed anche se li rattrista molto, non sono riusciti a dissuadermi ed alla fine mi hanno dato la loro benedizione. L’ultima parola resta comunque la vostra, maestà.»
«Ebbene figliolo, come posso rifiutarmi davanti a tanto coraggio e determinazione, se questo può farti felice avrai il mio consenso e la mia benedizione ma, prima dovrai dimostrare le tue attitudini. In poco più di un mese, il mio ufficiale Ahmes figlio di Abana saprà dirmi se hai le caratteristiche necessarie per diventare un buon soldato e, se il suo giudizio sarà positivo, potrai entrare a far parte del mio esercito. Da domani, quindi, comincerai il tuo addestramento, ricorda però che la tua carriera militare comincerà proprio come tu mi hai chiesto, dall’ultimo gradino.»
Hatshepsut rimase senza parole quando suo padre le raccontò della strana richiesta fattagli da Senenmut, lui non le aveva mai neanche accennato al desiderio di voler intraprendere la carriera militare, i suoi interessi sembravano interamente assorbiti dall’arte e dai monumenti. Cosa si nascondeva dietro quella sua inspiegabile esigenza?
Da quando il faraone era tornato gli incontri dei due ragazzi divennero ancora meno frequenti. Fortunatamente però, i lavori del tempio della principessa, erano un buon pretesto per potersi vedere sotto un aspetto ufficiale, ma i momenti più teneri erano costretti a viverli solo quando avevano la certezza che nessuno si accorgesse di nulla. Nel profondo della notte, nei sotterranei che portavano alle cantine.
Quella notte i due giovani avevano concertato uno dei loro furtivi appuntamenti notturni ed Hatshepsut non aspettava altro. Questa era l’occasione buona per chiedergli finalmente, il perché di tanta insistenza nel voler entrare a far parte dell’esercito del padre. Senenmut però la prevenne e prima che lei potesse intavolare l’argomento le sussurrò:
«Mia adorata, devo farvi partecipe di una mia decisione che forse, in principio, potrà sembrarvi a dir poco bizzarra.»
Il giovane raccontò del colloquio avuto in giardino con il faraone in ogni dettaglio ed infine, come Akheperkara avesse deciso in merito alla sua domanda.
«Mio dolce Senenmut, -rispose- sono contenta di non aver fatto in tempo a chiedertelo poiché ero quasi tentata a credere che volessi nascondermelo ma, vedi io sapevo già tutto. Quel che non mi è chiaro è questa tua improvvisa attitudine alle armi, cosa della quale ero completamente all’oscuro. In realtà credo che aldilà di una tua presunta velleità bellica vi siano ben altre ragioni che ti inducono a prendere una decisione tanto grave e pericolosa.»
«E’ vero –rispose- esiste più di una ragione che mi spinge a compiere questo importante passo e riguarda noi due. A volte penso alla nostra vita insieme e mi convinco sempre più che la nostra felicità dipende unicamente dalla mia condizione futura, ed è proprio per questo che dovrò cercare di distinguermi non solo nel campo dell’arte e dell’architettura ma in qualsiasi ambito io possa dar prova del mio valore.
In questo modo posso sperare di abbassare il più possibile le barriere sociali che ci dividono. Inoltre, come voi sapete, devo molto alla regina Ahmes per cui mettere il mio braccio al suo servizio, sarebbe da parte mia una dimostrazione della mia grande riconoscenza. Il figlio di Abana –proseguì- al quale Akheperkara mi affidò è già molto soddisfatto dei risultati del mio addestramento, credo che in poche settimane sarò già un soldato del re.»
«Stamani ne ho parlato con Uazmes –disse Hatshepsut- ed anche lui è assolutamente certo che la tua nuova carriera sarà costellata di successi e di gloria. Che gli dei ti siano vicini fin da ora e che ti proteggano affinché niente e nessuno possa mai farti del male.»
I lavori del tempio di Hatshepsut erano già iniziati da più di un anno e Senenmut era sempre impegnatissimo dovendo adempiere ai doveri militari e nello stesso tempo dirigere i lavori del tempio a Deir El Bahari nella parte occidentale di Uaset ma, nonostante tutto riusciva a dare il meglio di se stesso sia nell’uno che nell’altro campo. I sovrani erano ammirati dal temperamento e dalla grande forza di volontà di quel ragazzo che voleva emergere ad ogni costo.

Un’audace evasione

Dopo venti giorni dall’ultima inondazione del grande fiume, molta gente di Uaset aveva lasciato il Paese per recarsi a Iunet Tantere (Dendera), al tempio della dea Hator, per partecipare alla festa dell’ebbrezza e la città era come caduta in uno strano, silenzioso torpore.
Era l’ora ottava e al palazzo di Akheperkara si stavano approntando succulente vivande per un banchetto in onore del generale Imenmes che, dopo due giorni sarebbe partito al comando della sua sesta spedizione perlustrativa. Il giovane aveva già dimostrato nelle precedenti spedizioni di essere un ottimo stratega, aveva imparato le tattiche e i punti deboli del nemico riuscendo ad utilizzarli a proprio vantaggio, mantenendo su di loro la più totale supremazia. Ora però, Imenmes, si sarebbe spinto per la prima volta fino ai confini con il territorio Hyksos, i pericolosi guerrieri che più volte avevano tentato l’invasione della terra del Nilo, insieme a lui il soldato Senenmut alla sua prima esperienza sul campo.
La principessa pensava a questa partenza con una spina nel cuore, il timore che potesse perdere il suo amato la tormentava. Appartate nella loro camera le due principesse erano silenziosamente l’una di fronte all’altra, Neferubity sapeva quanto Hatshepsut stava soffrendo, le prese le mani tra le sue e l’abbracciò teneramente, poi con voce flebile ma rassicurante disse:
«Non aver paura mia dolce sorella, lui ritornerà da te sano e salvo, il suo unico desiderio è quello di viverti accanto non quello di morire in battaglia. Ed ora asciuga quelle lacrime –soggiunse- gli altri si staranno già chiedendo dove siamo finite, non vorrai certo farti vedere con quegli occhi lucidi e arrossati dal pianto? Non sarebbe dignitoso.»
Il banchetto si svolse all’insegna della formalità, l’atmosfera non era certo delle più allegre anche se ciascuno dei commensali cercava di camuffare le proprie preoccupazioni.
Alla vigilia della partenza, i due giovani innamorati si diedero l’ennesimo appuntamento notturno. Senza pronunciare una sola parola rimasero stretti in un interminabile abbraccio, erano entrambe in lacrime. Lui le prese il viso tra le mani poi le accarezzò i capelli. Lei alzò lo sguardo per guardarlo negli occhi in cui si rifletteva la fiamma della torcia che li illuminava e che, ondeggiando ad ogni minimo soffio, sembrava volerli beffare, e giocando con le ombre dei loro volti impreziosiva quelle lacrime tanto da farle sembrare delle piccole, purissime gemme risplendenti. Ella accostò le sue labbra a quelle di lui avvicinandole sempre di più fino a farle unire. Fu il loro primo, dolcissimo bacio, forse l’ultimo.
Un’intera stagione era passata da quell’ultima notte. Solo quattro mesi ma per la principessa sembrava un’eternità e questa volta non c’era neanche la possibilità di confortarsi scrivendosi, il che rendeva il distacco ancor più doloroso, non c’era altro da fare se non attendere.
Mancavano soli pochi giorni al compimento del quindicesimo anno di Hatshepsut ella però non volle alcun festeggiamento. Già da molto tempo avrebbe voluto festeggiare il compleanno insieme alla sorellina minore che, solo sei giorni dopo, ne avrebbe compiuti dodici. I festeggiamenti furono quindi rimandati di sei giorni, secondo il desiderio delle due principesse. Fu una delle più grandi e sfarzose feste che il faraone avesse mai organizzato: Furono chiamati i migliori suonatori e le danzatrici più belle di Kemet. Nelle cucine si prepararono le pietanze più squisite: dai prodotti della terra alle carni più pregiate servite insieme ai migliori vini dolci delle vigne di Akheperkara. Nella grande sala le due principesse osservavano dall’alto le movenze sinuose delle danzatrici e le evoluzioni dei giocolieri sedute sul grande trono del loro padre.
Per un attimo Hatshepsut dimenticò le sue preoccupazioni, dimenticò perfino il suo amore lontano. Tutto sparì dalla sua vista, nella sua mente la grande sala era completamente vuota, le sue orecchie non udivano alcun suono, alcun rumore. All’improvviso vide una gran folla invadere l’immensa sala del trono, centinaia di persone che acclamavano il suo nome inneggiando al nuovo faraone.… Maatkare! Maatkare, il dio tra gli uomini, il nostro re! In quell’istante sentì che qualcuno le stringeva la mano con forza. Fu come ridestarsi brutalmente da un sogno: la confusione della festa, le musiche, le danzatrici e Neferubity che stringendole le mani cercava in qualche maniera di ricondurla alla realtà.
«Sorella ti prego –disse Neferubity- dimmi cosa ti accade, mi stai facendo paura.»
«Non è nulla. –rispose- Tante volte ho sentito parlare di “sogni ad occhi dischiusi” ma, non sapevo che potesse realmente accadere, oggi è successo a me.»
«E quel nome –chiese Neferubity- Maatkare, chi è? Ti ho sentito pronunciarlo.»
«Non chiedermelo e non ripeterlo mai più finché non saprai tutto anche tu e il momento non è ancora giunto.» –concluse Hatshepsut-.
La principessa stava rileggendo i vecchi messaggi che Senenmut le scriveva nel periodo in cui era ospite a Nekheb, in questo modo aveva l’impressione che le sue ansie si alleggerissero. Era tanto assorta nella lettura che a un certo punto le sembrò di sentire il rumore degli zoccoli del cavallo di Amenemhat, il loro messaggero.
La stagione di Peret quell’anno fu particolarmente torrida, e la famiglia reale si era riunita nell’ampio giardino per trovare un po’ di refrigerio all’ombra dei lussureggianti alberi mentre le ancelle facevano delicatamente ondeggiare i grandi ventagli di piume. Era l’ora terza e la servitù stava ancora adoperandosi per rassettare la sala dove il giorno prima si erano tenuti i festeggiamenti in onore delle due principesse reali. All’improvviso il sole parve adombrarsi come per il passaggio di una nube, il cielo, invece, era terso come non mai, i raggi infuocati si ritirarono pian piano; voci allarmate cominciarono a levarsi da ogni angolo del paese invaso dallo sgomento fino a diventare grida di panico. In pochi attimi fu tutto un marasma. Gli ultimi timidi raggi furono come inghiottiti dalle tenebre e fu il buio più profondo.
Qualche giorno dopo la calma ritornò tra le genti di Kemet seppur nei loro animi sussisteva ancor vivo il ricordo di quella sconvolgente esperienza.
La voce del faraone fece eco nella grande sala del trono ed attirò subito l’innata curiosità della piccola Neferubity che sbirciando di nascosto vide il padre che parlava animatamente con uno sconosciuto:
«Mio Signore –disse l’uomo- sono una delle guardie a cui fu affidata la custodia di Mutnofret, l’esiliata dell’isola di Yebu.»
«Ti riconosco –disse Akheperkara- sei Pairi, il fratello maggiore di Senenmut, il capo dei sorveglianti di quella donna infame, come mai sei venuto fin qui? come capo dei sorveglianti dovresti essere sull’isola, non è forse questo il tuo dovere?»
«Si Maestà, questo sarebbe il mio dovere ma, vi imploro di perdonare la nostra ingiustificabile inettitudine. Purtroppo, nonostante il nostro zelo, e gli dei mi sono testimoni, non abbiamo più nulla da sorvegliare, né io né i miei uomini.»
«Di cosa parli soldato, intendi forse dire che ella è morta?» –chiese il faraone con voce grave.-
«Questo non so dirvelo, mio nobile Signore, ella è sparita, semplicemente, inspiegabilmente sparita, non posso dirvi che sia morta poiché se così fosse sarebbero sparite anche le sue spoglie mortali. Ci siamo resi conto della sua scomparsa quattro giorni or sono, quando all’ora seconda, la sentinella di ronda trovò il suo giaciglio vuoto.
Al posto del suo corpo vi era solo un cumulo di paglia ammucchiata ed al posto della testa la sua acconciatura. Da quel momento fino ad oggi abbiamo setacciato l’isola come farina di grano, guardando in ogni angolo più recondito, in ogni anfratto più inaccessibile e nascosto, senza tralasciare neppure un solo palmo di terra ma di lei, non una traccia, non un’impronta, neppure il più piccolo indizio. Tra i miei uomini corre voce che le forze del male l’abbiano rapita durante il sonno.»
«Non credo a queste superstizioni –rispose il sovrano- è vero che quella donna ha in se qualcosa di diabolico ma, in questa storia gli spiriti del male non hanno alcun nesso. Com’è possibile che sia riuscita, ad dileguarsi…forse…» Seguirono alcuni attimi di silenzio, poi Akheperkara si portò la mano destra alla fronte assumendo l’atteggiamento di colui che sta riflettendo, infine guardò Pairi negli occhi ed appoggiandogli le mani sulle spalle disse:
«Siete certi che la sparizione sia avvenuta di notte? cerca di ricordare, qualcuno l’ha vista durante il giorno prima?»
«Ora che mi ci fate pensare –rispose- il giorno prima, fui proprio io a portarle da mangiare, era passata da poco l’ora seconda, lei era lì che aspettava, doveva avere molto appetito perché dopo circa un quarto d’ora aveva già consumato il suo pasto. Da quel momento ella rimase nella sua stanza senza mai uscirne. Verso l’ora quarta di quello stesso giorno, la mano degli dei oscurò la luce del giorno causando disordine e panico in tutta l’isola. Di quegli attimi però ho solo un ricordo confuso. La calma si ristabilì solo dopo molte ore, fu allora che uno dei miei uomini, come al solito, andò da lei a portarle la cena, ella dormiva profondamente coperta dal lenzuolo, l’uomo cercò di svegliarla chiamandola ad alta voce ma lei non si mosse minimamente. Egli quindi, lasciò tutto sul tavolo e venne via. Non era la prima volta che all’ora di cena dormisse ancora.
Quando poi ci accorgemmo della sua fuga, o qualsiasi altra cosa fosse, il suo cibo era ancora lì nei vassoi, non aveva toccato nulla.»
«Proprio così –disse il faraone- quel giorno assistemmo ad un evento eccezionale: la fulgida luce del sole per pochi minuti si oscurò tanto da sembrare notte fonda. Tutti si riversarono in strada come impazziti, un simile momento di caos era la circostanza ideale per mettere in atto una fuga premeditata.»
«E’ ciò che credo anch’io –rispose Pairi- ma in tutta questa storia vi sono due punti ai quali non riesco a dare una spiegazione. Se quella donna è riuscita davvero ad abbandonare l’isola, come può averlo fatto senza che nessuno la vedesse? Inoltre, mi sembra improbabile che ella fosse a conoscenza del giorno e dell’ora esatti in cui si sarebbe verificato un tale, straordinario fenomeno.»
«E’ un bel dilemma! Non sarà facile risolverlo. –disse Akheperkara- Ora però vai dai tuoi genitori, saranno felici di riabbracciarti, domani ripartirai per Yebu ed ordinerai ai tuoi uomini di rientrare, ormai su quell’isola non hanno più nulla da fare – concluse-.»
Neferubity che aveva ascoltato l’intero discorso, non perse tempo, corse da Hatshepsut e la informò di quella misteriosa scomparsa.
«Esiste un solo modo per abbandonare quell’isola senza essere visti –affermò Hatshepsut sicura di se. – Il canale del Nilometro! Esso parte dall’edificio ed arriva direttamente al grande fiume. In questa stagione arida il canale è allagato solo per metà c’è quindi sufficiente spazio per poterlo attraversare a piedi comodamente. Sarà lungo circa ottocento o novecento cubiti ed una volta superato, il lungo tunnel sfocia in un punto del Nilo dove non vi sono terre abitate ne coltivate ma solo delle terre desolate e rocciose disseminate di grotte naturali. Tutto ciò non è certo un’impresa delle più facili ma, quando non si ha più nulla da perdere tutto appare più semplice. Quel che non riesco a capire –soggiunse- è se veramente Mutnofret abbia approfittato di quello strano fenomeno e come sia riuscita a prevederlo con tanta esattezza o se invece sia stata solo una fortunata coincidenza. Una sola persona è in grado di dare una risposta a questo enigma.»
Senza aggiungere altro Hatshepsut prese la sorella per mano, in fretta scesero per la gradinata ed attraversata la grande sala imboccarono la porta del giardino dirette verso i granai. Quando arrivarono nella sua stanza, Uazmes era in piedi, con lo sguardo diretto verso di loro. Il viso del giovane, vedendo le due sorelle, assunse un’espressione di gioia e con voce cordiale salutò calorosamente:
«Buongiorno mie nobili principesse, sono veramente lieto di vedervi, è già da qualche giorno che mi avete privato della vostra amabile presenza, forse i vostri tanti doveri non vi hanno concesso neanche un piccolo ritaglio di tempo da potermi dedicare? Quel che più conta, però, è che non mi abbiate abbandonato.»
«Non ti abbandoneremo mai.»–risposero quasi in coro.-
«Sono contenta di vederti in buona salute –continuò Hatshepsut- il tuo viso è rilassato e colorito di rosa, il tuo stato migliora ogni giorno di più e di questo ne siamo tutti felici.»
I tre ragazzi conversarono a lungo di cose più o meno futili ma, quando il discorso cadde su quello strano oscuramento del sole, Uazmes divenne improvvisamente pensieroso. Egli ricordava di una visione avuta molti anni prima, quando viveva ancora con sua madre:
«Ricordo quella visione con incredibile precisione e limpidezza, le tenebre che inghiottivano il disco solare, il popolo impaurito riversarsi nelle strade, le loro urla, ma ciò che più mi sconvolse furono le parole pronunciate da una voce sconosciuta che durante la visione continuava a ripetermi quando tutto questo sarebbe accaduto: “Il quindicesimo anno dell’erede al trono, il ventiduesimo giorno del primo mese della stagione di Shemu, all’ora quarta.” Così ripeteva instancabilmente quella voce lontana, la cui eco sembra rimbombarmi ancora nella mente. In queste ultime settimane, questo lontano ricordo, è riaffiorato molto spesso nella mia mente. Ho aspettato con trepidazione che arrivasse il giorno preannunciato, forse speravo di averlo sognato soltanto ma, cinque giorni fa quella sconcertante visione si è materializzata esattamente come la previdi allora, facendomi rivivere nella realtà quella scena allucinante.»
«Mio buon Uazmes –disse Hatshepsut- hai mai parlato con qualcuno di questa tua visione a parte noi due? »
«Non ricordo di averne mai parlato a nessun altro tranne che a voi due ed a mia madre. –rispose- Lei era vicino a me quando fui vittima di quella allucinazione, durante la quale le mie labbra, inconsapevolmente, ripeterono ciò che la “voce” aveva predetto, lo seppi da mia madre quando ripresi conoscenza. A lei raccontai tutto ciò che la mia mente aveva veduto, così come ho fatto con voi. La tua domanda, però, ha un suo preciso scopo sorella, quale? »
Le sue principesse gli raccontarono della presunta fuga di Mutnofret e di come secondo loro potrebbero essersi svolti i fatti:
«Come vedi - disse Neferubiti- ella potrebbe aver studiato il suo piano di fuga avvalendosi del fatto che sapeva precisamente il giorno e l’ora in cui il fenomeno si sarebbe manifestato per trarre vantaggio dalla confusione e dall’oscurità che il fenomeno avrebbe prodotto.»
«Non posso negare che ciò sia possibile, -rispose- anche se, ne io ne lei avremmo mai potuto avere la certezza che tutto ciò potesse verificarsi nella realtà. Comunque sia non tormentatevi al pensiero che ella possa nuovamente tramare contro di voi, ormai è sola e forse non sa neanche di esserlo.»
«Sembra quasi che tu sappia più di quel che dici, –intervenne Hatshepsut- conosci forse le sue intenzioni o dove andrà a rifugiarsi? »
«Vedi mia principessa –rispose- se oggi mia madre venisse catturata, l’esilio come punizione non basterebbe più, solo la morte potrebbe essere un adeguato castigo.
Io ti giuro –soggiunse- che non so cosa ha in mente e non so dove intende nascondersi ma, se anche lo sapessi non potrei mai svelarlo. Ella è mia madre! L’infida, la malvagia, colei che non ha scrupoli, la meretrice, la traditrice… la mia unica madre.
Quel che so, invece, è che la sua esecrabile esistenza sta per compiersi, l’ultimo atto della sua storia è ormai prossimo. Ora se potete perdonate la mia sincerità e le mie parole oppure ripudiatemi per sempre».
La tristezza cadde sul viso di Hatshepsut che, dopo aver respirato profondamente si avvicinò a lui, gli tese la mano e disse:
«Mio sfortunato Uazmes, non saranno queste tue giustificate parole ad allontanarci, è un nobile comportamento difendere la propria madre al di là della sua bontà o della sua perfidia.
Non tutti gli esseri umani riescono a distinguere il confine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, proprio per questo c’è chi sceglie di percorrere la strada dell’amore e della giustizia e chi invece dedica la propria vita al servizio delle forze del maligno. La regina Ahmes, mia madre, scelse la prima strada, quella del bene ma, se avesse scelto quella dell’odio, anch’io come te, l’avrei ugualmente amata.
Non abbiamo nulla di cui perdonarti –concluse- poiché anche tu percorri la strada degli uomini giusti».







CAPITOLO V

Il frutto del tradimento

Ahmes non riusciva a trovar pace, il suo cuore era colmo d’angoscia. Non era più capace di guardare negli occhi il suo amato sposo senza vergognarsi di non avergli ancora svelato la vera paternità di Thutmose II, del quale il faraone credeva ancora di essere genitore. Molte cose, infatti, furono taciute ad Akheperkara dal suo ritorno da Kush: il suicidio di Karys; la contorta storia della complicità del falso Sinu con Mutnofret ed i gioielli da lui trafugati; il vile assassinio di una famiglia di contadini e l’anello avvelenato da cui ebbe la morte.
Il re, non poteva restare ancora per molto all’oscuro di questi eventi, sebbene penosi; ma anche Akheperkara, non aveva il coraggio di palesare alla regina, un’idea che da qualche tempo continuava a balenargli nella mente. Una soluzione ai suoi problemi di successione? oppure un proposito pazzesco? ...dare sua figlia Hatshepsut in sposa al fratellastro Thutmose e rendere lui il monarca di Kemet. D’altronde anche lui, che ora governava le due Terre, prima di essere Thutmose I e poi Akheperkara, era semplicemente un giovane ufficiale, figlio di una cortigiana. Fu l’unione con Ahmes a fare di lui un faraone essendo il regno, privo di un successore diretto. Ci unimmo per amore –pensò- ma, il nostro amore sarebbe stato annientato se il padre della mia sposa avesse avuto quel figlio maschio che non ebbe mai, forse fu proprio in questo che gli dei vollero manifestarmi la loro benevolenza e la potenza della loro mano, rendendomi il loro primo sacerdote, donandomi il potere ed affiancandomi a colei che amavo.
Hatshepsut, invece, non amava affatto l’arrogante Thutmose II, anzi lo detestava. Il faraone ne era cosciente e da uomo vissuto aveva notato le attenzioni di sua figlia, ormai giovane donna, per Senenmut l’architetto, il soldato, colui nel quale il faraone rivedeva se stesso all’età di diciotto anni.
Intanto la regina, sapeva che era giunto il momento di raccontare tutto all’ignaro faraone, non si poteva più rimandare. Ma ogni volta che se ne presentava l’occasione, finiva sempre per tergiversare. Pensò quindi di farsi consigliare, come di consueto, dalle sue figlie e dalla vecchia nutrice. Si decise che la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di riunire l’intera famiglia in modo da poterne parlare insieme.
Neferubity raggiunse il padre nella grande sala e lo pregò di raggiungere le camere superiori dove gli altri membri della famiglia lo aspettavano dovendo parlargli di alcuni delicati argomenti.
Quando furono tutti riuniti, Ahmes prese la parola ed iniziò il racconto. Durante la spiegazione di quegli incresciosi episodi, il re non riusciva a fare il minimo commento. Le espressioni del volto erano l’unica cosa tangibile che egli riuscisse ad esternare, nella sua mente si affollavano mille pensieri in un vortice caotico, confuso ed incontrollabile. Prima di chiudere il discorso la regina volle giustificarsi con il faraone per il lungo ed apparentemente ingiustificato silenzio:
«Sapevo –disse- che queste inaccettabili realtà ti avrebbero fatto soffrire ed è per questo che non riuscivo a trovare il coraggio per parlartene ma, la nostra unione si è sempre retta sulle basi della sincerità e della lealtà reciproche. Il timore di darti dolore mi ha frenata fino al momento in cui ho capito che quel che conta è la verità, anche se questa, a volte, distruggendo le nostre convinzioni, può ferire più del filo di una lama..»
Akheperkara ebbe un attimo di deliquio, perse perfino l’equilibrio e non riuscendo a stare in piedi si accasciò affranto sul letto. Il terribile capogiro sembrava non avere fine, intorno a lui ogni cosa ruotava turbinosamente come se fosse al centro di un mulinello, poi le sue labbra si dischiusero in un lungo respiro, i suoi tendini si rilassarono e i suoi occhi si chiusero come per un improvviso sopore.
Quando riprese conoscenza erano tutti lì, palpitanti intorno a lui, la piccola Neferubity gli teneva la mano mentre Ahmes gli reggeva il capo per aiutarlo a bere.
«Che gli dei siano lodati, padre –sospirò Hatshepsut- ci avete fatto trepidare ma adesso è tutto passato, è stato solo un leggero malore.»
«Avervi accanto –disse il faraone con un fil di voce- è quanto di più bello un uomo possa desiderare, è in voi che trovo la forza per combattere le avversità, siete voi che con il vostro affetto mi date l’energia per reggere il peso delle responsabilità che ho verso questa nostra amata terra ed è pensando a voi che in battaglia, quando le forze stanno per abbandonarmi e il gelido alito della morte sta per assalirmi che trovo il coraggio per continuare a combattere e la tenacia per vincere. Ora vi prego, abbassate quei tendaggi, la luce del sole è troppo vivida per i miei occhi ancora ottenebrati.»
Ahmes chiuse accuratamente le tende poi si avvicinò al suo sposo per assicurarsi che stesse bene. Egli ad occhi chiusi e con voce sommessa ma confortante asserì:
«Non datevi pena per me, è tutto passato, ho solo un gran bisogno di oscurità e di silenzio. Dormire mi aiuterà a riacquistare le forze, più tardi vi raggiungerò.»
In realtà però Akheperkara non riuscì a riposare, le parole di Ahmes si ripercuotevano nella sua mente, senza potersi rassegnare di essere stato l’ignara vittima di un simile oltraggio, di un tale, ignobile raggiro, di un complotto perpetuato nel tempo al fine di porre sul trono il frutto di un tradimento che non poteva rimanere impunito. Si rese conto di essere stato fin troppo indulgente nei confronti di quella donna che per lunghi anni era riuscita a recitare il ruolo della donna sottomessa ed affettuosa, della madre premurosa e della moglie comprensiva. Akheperkara, un uomo dall’animo caritatevole, dai modi gentili e dal cuore generoso, incapace di provare odio o rancore, per la prima volta nella sua vita pensava alla vendetta. Colei che aveva osato spudoratamente di servirsi di lui come l’ultimo degli stolidi, avrebbe ricevuto il giusto castigo, una punizione pari alla sua mostruosa perfidia.
Nei giorni che seguirono il faraone era visibilmente agitato, egli si era chiuso in un mutismo quasi totale. L’offesa subita aveva lacerato profondamente il suo orgoglio, una ferita dolorosa che solo la vendetta avrebbe potuto sanare. Ma dove cercare l’oggetto del suo tormento? dove si nascondeva Mutnofret?
Se mai ci fosse stata una risposta a quell’interrogativo, vi era un luogo solo dove poterla cercare.
Quando giunse la sera e la famiglia reale si ritrovò riunita intorno al desco, Akheperkara comunicò la sua intenzione di recarsi sull’isola di Yebu per cercare un indizio, una traccia, qualsiasi cosa, anche la più banale che potesse ricondurlo alla fuggitiva.
«Con l’aiuto degli dei la troverò. –disse-»
«Padre, -intervenne Hatshepsut con lo slancio di sempre- permettetemi di seguirvi, sono certa di potervi aiutare a sciogliere l’enigma di quella misteriosa scomparsa.»
La principessa espose al padre come ipoteticamente si fossero svolti i fatti ma, dal modo con cui ne parlava, più che una supposizione sembrava una certezza. Il faraone rimase incuriosito da quelle affermazioni ed attratto dal magnetismo delle parole di sua figlia.
«Partiremo insieme. –disse infine il re-»
Hatshepsut ancora una volta, avvalendosi del suo incredibile carisma e della sua grazia era riuscita ad ottenere dal padre ciò che desiderava, neanche il faraone riusciva ad eludere il fluido seduttivo del suo sguardo e dei suoi occhi profondi.
L’alba appena nascente colorava il celo di rosso ed ogni cosa in controluce diventava una sagoma scura, mentre il fiume si vestiva di una livrea scintillante. Il lento ed armonioso scorrere delle calde acque sfiorava dolcemente le sponde erbose dando vita a un melodioso fruscio, come un’unica solitaria canzone mentre tutto intorno taceva.
Il faraone contemplava quel miracolo che si compiva ciclicamente al sorgere del nuovo giorno e i suoi pensieri si rivolgevano agli dei quasi come una preghiera di ringraziamento:
«Oh divino Horus, le tue grandi ali si sono spalancate per me, traendomi al riparo dagli spiriti malvagi che impossessandosi della mia mente volevano indurmi a commettere un atto iniquo e sconsiderato.
Se la mia regina non mi avesse rivelato ogni cosa, avrei veramente dato a colui che usurpa il nome dei Thutmose, mia figlia in sposa e con lei il mio trono? di quale orribile sortilegio ero inconsapevolmente succube?»
La voce di Hatshepsut lo strappò ai suoi pensieri:
«Perdonatemi padre ma il sole tra poche ore s’innalzerà nel cielo, abbiamo poco tempo prima che i suoi raggi brucianti rendano disagevole il nostro cammino. E’ già tutto pronto, ho predisposto ogni cosa, non ci resta che partire!»
Sulla sponda destra del Nilo alcune imbarcazioni erano già pronte ad accogliere il faraone e i dodici soldati della scorta reale.
L’isola si ergeva di fronte a loro come una ninfea cullata dall’onda e quando approdarono sulla terra ferma il grande edificio del Nilometro si stagliava sull’orizzonte in tutta la sua possenza. Era proprio identico a come Hatshepsut lo aveva immaginato. Le descrizioni che Ineni varie volte le aveva fatto, erano così precise da non omettere neppure il più piccolo dettaglio di quella straordinaria, affascinante costruzio- ne. Mentre si avvicinavano, la principessa illustrava le varie parti dell’opera spiegandone le diverse funzioni.
Il faraone era stupefatto: Hatshepsut arrivava per la prima volta a Yebu eppure descriveva il Nilometro come se l'avesse progettato lei stessa. Si avviarono verso il portale d’ingresso ed una volta varcato si trovarono in una grande sala, al centro di questa un grande e profondo pozzo la cui enorme pertica centrale riportava i vari livelli espressi in cubiti, la metà di questa aveva assunto una colorazione verdastra dovuta ai lunghi periodi di immersione provocati dalle inondazioni del Nilo, ciò dimostrava che le piene del fiume non superavano quasi mai il livello di guardia spiegò Hatshepsut.
Di lato al pozzo una lunga scala a chiocciola che portava alla terrazza superiore e dalla quale si dominava l’intera vallata.
«Ecco padre –disse la principessa- è dal pozzo che Mutnofret fuggì! Come vedi il corridoio di collegamento col fiume è allagato solo di un paio di cubiti, lo si potrebbe attraversare addirittura a piedi.»
Senza aggiungere altro Hatshepsut iniziò a discendere la scala laterale del pozzo, il re dietro di lei reggeva una torcia, la fiamma era resa traballante da una corrente d’aria ascensionale proveniente dal cunicolo di sbocco. Man mano che scendevano i loro passi producevano un’ eco sempre più lunga.
Arrivarono ad una piattaforma, alla loro destra un lunghissimo cunicolo che sembrava non avere fine. Stettero in silenzio per alcuni attimi, mentre alcune gocce cadendo dalla volta producevano un ritmico e costante rumore che amplificato dalle pareti del pozzo, sembrava rimbalzare da un muro all’altro.
«Immonde creature.» –esclamò Hatshepsut- sobbalzando dallo spavento. Decine e decine di ratti, dopo aver invaso la piattaforma si erano dileguati arrampicandosi sulle scale e sui muri sconnessi.
«Vuoi ancora andare avanti?» –disse Akheperkara-
«Non sarà certo qualche dozzina di grigi roditori ad inibirmi, –affermò la principessa- se così fosse non avrei futuro.»
L’aria del corridoio era calda ed umida, il pavimento irregolare rendeva l’equilibrio instabile tanto da costringerli, a liberarsi dei loro calzari d’oro che scivolavano al contatto delle minuscole alghe cresciute sul fondale ed a sorreggersi di tanto in tanto alle viscide pareti. Avevano percorso all’incirca cento cubiti ed ancora non si vedeva minimamente l’uscita, nel frattempo, con l’ausilio della torcia, i due esploravano ogni palmo dell’angusto budello ma, della donna non v’era traccia.
Avevano percorso quasi quattrocento cubiti ed un piccolo punto luminoso cominciò ad intravedersi in lontananza, l’acqua che li sommergeva fin sopra le ginocchia rendeva faticoso ed impacciato il loro cammino. Si trovavano giusto al centro del corridoio e solo allora poterono rendersi conto di quanto fosse dura l’impresa. Vi erano solo due alternative: la più semplice era tornare indietro e ritrovarsi sulla terra ferma oppure andare avanti con la certezza di dover coprire a nuoto chissà quale distanza per poi ritrovarsi chissà dove.
«Perdonatemi, padre –disse Hatshepsut- prima di scendere dalle imbarcazioni, avremmo dovuto avvicinarci allo sbocco di questo canale per poter studiare la via più breve da prendere una volta usciti dal cunicolo. Non averlo fatto è un grave errore che potrebbe dimostrarsi fatale ed è tutta colpa mia –soggiunse- il mio temperamento impetuoso e la mia voglia di iniziare subito le ricerche mi hanno impedito di vedere il pericolo a cui andavamo incontro. Mutnofret invece, aveva certamente previsto ogni possibile difficoltà, nonostante tutto la mia idea è quella di andare avanti, gli dei ci aiuteranno!»
Il faraone seppur scoraggiato seguì la figlia. Anch’egli infatti aveva imparato che era più facile seguirla nell’impresa che non dissuaderla. Ormai solo un centinaio di cubiti li separavano dall’uscita, la luce del giorno si rifletteva sull’acqua come una lunga immobile lastra di vetro. Un leggero soffio d’aria fresca entrando dal pertugio inondava i loro volti sudati, ancora un piccolo sforzo ed avrebbero guadagnato l’uscita ma, quale sorpresa li attendeva?
Finalmente, a pochi passi dalla bocca del canale poterono rendersi conto che il fiume ad un migliaio di cubiti da quel punto, in direzione del corso delle acque, si restringeva, la sponda opposta era tanto vicina da poter essere raggiunta a nuoto in poco più di un’ora, sfruttando il favore della leggera corrente. Uscendo all’aperto si accorsero che il pavimento proseguiva ancora per cinque o sei cubiti, mentre sul lato destro dell’uscita, una roccia, per bizzarria della natura aveva formato una sorta di rampa. La principessa vi salì agilmente raccomandando al padre di non spegnere la torcia ed incitandolo a raggiungerla sulla provvidenziale piattaforma. In poco tempo riuscirono ad estirpare una cospicua quantità di arbusti e rami secchi, che sporgevano numerosi dalle pareti esterne, miseri resti di piante cresciute durante le piene del fiume. Li accumularono in un angolo appiccandovi il fuoco, infine vi gettarono sopra delle foglie fresche ed umide. In pochi secondi, una densa colonna di fumo nero cominciò a salire lentamente verso il cielo.
Quel segnale sarebbe stato certamente notato dalle guardie che senza esitare sarebbero accorsi in loro aiuto. Si concessero solo alcuni minuti di riposo, quindi si accinsero a compiere l’ultima parte di quella inaspettata avventura: il guado del fiume.

Il sandalo di cuoio

Stremati per lo sforzo compiuto ma felici per lo scampato pericolo raggiunsero la riva, facendosi strada tra gli alti giunchi di papiro arrivarono in una zona dove il sole ancora caldo poté asciugare le loro tuniche. Ormai ogni speranza di trovare le tracce di Mutnofret era quasi del tutto svanita. I pericoli corsi, l’immane, inutile fatica. Fu davvero un amaro boccone dover ammettere la loro sconfitta. Si distesero in terra per riprendere fiato, Hatshepsut come per gioco, immergeva le mani in quella sabbia calda e dorata, qualcosa però venne a contatto con le sue dita.
Una striscia morbida e sottile, cercò di estrarla ma era trattenuta dalla sabbia che in profondità era più umida, tirò con forza e si trovò l’oggetto tra le mani… un sandalo di cuoio.
«Divino Amon! –esclamò Akheperkara- è uno dei suoi sandali, lo riconosco. Ricordo perfettamente che quando fu condannata all’esilio calzava ancora i suoi sandali d’oro, io li confiscai insieme ai suoi averi, ed io stesso ne feci confezionare tre paia di cuoio, i soli che avrebbe avuto per il resto della sua vita tutti perfettamente identici e questo è uno di essi.»–concluse-
La ricompensa alle loro fatiche era arrivata quando tutto sembrava perduto, la fiducia in se stessi fu prontamente riacquistata.
«Come vedete siamo sulla giusta strada. –rispose Hatshepsut-
Credo che il primo sandalo lo perse durante la traversata a nuoto, l’altro che ormai le era solo d’impaccio fu sepolto qui dove noi lo abbiamo rinvenuto.»
Non restava che attendere l’arrivo delle guardie. Da quel punto le ricerche sarebbero proseguite a cavallo.
La loro attesa non fu lunga. Dopo poco più di un’ora alcune delle guardie del faraone giunsero al cospetto dei due sovrani, cinque uomini e sette cavalli, uno degli uomini era il devoto Pairi che, rivolgendosi ad Akheperkara disse:
«Vostra maestà dovrà sospendere le sue ricerche fino a domattina, le prime ombre della sera stanno già calando, vi consiglio di ristorarvi con del buon arrosto che i miei uomini stanno già approntando, anche le tende per la notte sono state issate, un’ora di marcia e saremo al campo, capisco che per la principessa sarà un’esperienza nuova –proseguì- ma abbiamo fatto del nostro meglio per rendere tutto quanto più comodo possibile.»
Le ricerche ripresero di buon mattino, era l’ora sesta. Sei uomini comandati da Akheperkara partirono in direzione sud e gli altri sei al comando di Hatshepsut in direzione nord. Si sarebbero mossi secondo uno schema ben preciso: entrambe i gruppi si sarebbero sparsi assumendo una formazione a ventaglio così da coprire più ampiamente possibile il territorio circostante e chiunque avesse trovato qualcosa lo avrebbe comunicato agli altri del gruppo con una colonna di fumo. Prima del tramonto, qualunque fosse stato l’esito, le ricerche sarebbero state interrotte, e la marcia deviata verso il punto di partenza per far ritorno al campo prima di notte.
I due gruppi stavano rastrellando ogni angolo facendo attenzione a non tralasciare neppure un palmo di terra, ma sebbene fossero già passate alcune ore, della donna ancora non v’era traccia.
Il faraone aveva abbandonato ogni speranza di riuscita, erano partiti da più di sei ore e le ricerche si erano rivelate vane. La principessa, dall’altro fronte, quantunque non fosse riuscita ad ottenere alcun risultato concreto, non aveva ancora perso tutte le speranze. Pairi che era al suo fianco, scrutò per un attimo il cielo, quindi si avvicinò ad Hatshepsut.
«Divina maestà, - le disse- è da circa sette ore che marciamo, ormai la cosa più saggia da fare è ritornare al campo, se vostra maestà è d’accordo. Abbiamo ancora cinque o sei ore di luce e la via del ritorno è molto lunga.»
La principessa non rispose, il suo sguardo era fisso su qualcosa: che aveva attirato la sua attenzione: una piccola formazione rocciosa a ridosso della sponda del fiume la cui sommità emergeva dal folto della vegetazione.
«Seguimi con la tua torcia presto! –ordinò Hatshepsut- qualcosa mi dice che il nostro peregrinare non sia stato del tutto infruttuoso.»
Uno stretto e scosceso sentiero permise loro di scendere agevolmente a cavallo ed a circa venti cubiti più in basso si trovarono ai piedi di una roccia quasi completamente mimetizzata da un intricato groviglio di rami secchi e foglie che sembravano messi lì apposta per nascondere qualcosa. In poco tempo i due riuscirono a mettere a nudo la roccia, rivelando un ampio squarcio che aveva tutta l’aria di essere l’ingresso di una grotta sotterranea. Hatshepsut, con molta cautela si accinse ad esplorarla, davanti a lei Pairi illuminava il loro cammino. La grotta era più grande di quanto ci si potesse aspettare e proseguiva in discesa.
«Immagino che questo luogo durante il periodo dell’ inondazione venga interamente sommerso –osservò Pairi-.»
Le pareti infatti, erano corrose dalle acque del Nilo ed il terreno sotto i loro passi era asciutto ma sabbioso come il letto del fiume. Il breve tratto discendente dell’antro si apriva in una grande camera circolare ed in un angolo di questa la prova che qualcuno, di recente, l’aveva abitata: un mucchio di cenere e di rami semi carbonizzati, i resti di un fuoco, e tutt’intorno diverse impronte di piccoli piedi.
«E’ lei! –esclamò Hatshepsut trionfante-.» Non ebbe neanche il tempo di finire la frase che un’altra stupefacente scoperta apparve ai loro occhi: altre inconfondibili impronte, quelle degli zoccoli di un cavallo.
Le risorse di quella perfida donna erano davvero impensabili. Come era riuscita a procurarselo?
Il chiarore della luna piena illuminava la strada dei due cavalieri che per l’entusiasmo della la scoperta fatta, non si erano resi conto dello scorrere del tempo, perdendo così alcune preziose ore di luce.
Era già passata l’ora ottava ed il campo distava almeno due ore di cammino. Quando finalmente giunsero al campo era già notte, il faraone era lì che li aspettava trepidante insieme a tutti gli altri. Il buon Akheperkara avrebbe voluto prorompere in un solenne ammonimento verso Hatshepsut che senza riflettere aveva agito d’istinto ignorando le raccomandazioni di suo padre.
Cosciente della sua avventatezza ed intuendo le intenzioni del faraone, la principessa senza perdere un attimo di tempo gli raccontò della grotta sotterranea e della scoperta fatta, lasciandolo senza parole.
«Dovrei almeno redarguirti per quanto mi hai fatto stare in pena ma, come sempre, sei riuscita a placarmi. Vieni qui figlia mia, lascia che ti abbracci e promettimi che un’altra volta darai ascolto alla voce della prudenza prima di farti trascinare dalla tua impulsività.»
Durante la cena si discusse a lungo sul da farsi del giorno successivo ma principalmente sulla direzione da prendere.
«I fattori da valutare sono molteplici. –disse Akheperkara- Suppongo che io sia colui che meglio conosce Mutnofret, le sue abitudini, e le sue amicizie. Considerando che ella ha trascorso tutta la sua vita tra Uaset, Nekheb e le zone circostanti, escluderei che si possa essere diretta ancora più a sud di Yebu, credo piuttosto che sia diretta verso nord est, magari ai margini del deserto orientale, conosceva molta gente tra la popolazione contadina di quei luoghi, tra i quali quella famiglia di sventurati che perirono tra le fiamme.»
«Sono d’accordo con voi -osservò la principessa- inoltre, lei non sa di tutto ciò che successe dopo il suo esilio, nulla di più probabile che voglia raggiungere proprio qualcuno di coloro che un tempo le furono amici, forse è addirittura in cerca del suo manutengolo, colui che conosceva il nascondiglio dei suoi gioielli e che lei stessa, senza averne l’intenzione, ha assassinato.»
«I suoi gioielli… –disse Akheperkara poggiandosi la mano destra sul capo- i suoi gioielli… –ripeté- il loro valore avrebbe reso ricco e potente anche l’ultimo dei sudditi del mio regno, lei li sta cercando disperatamente, essi sono l’ultimo barlume di speranza nel buio del suo futuro; é così ne sono certo! –concluse-»
La notte al campo trascorreva tranquilla, solo l’ululato del coyote rompeva di tanto in tanto il silenzio, ma il sonno del faraone era turbato da orribili sogni: Il trono di Kemet alla mercé di un inetto, Hatshepsut la sua sposa infelice e lui stesso impazzito dal dolore. Un sussulto e fu desto poi riaddormentatosi, il ripetersi della stessa insistente visione, e poi ancora. L’alba arrivò trovandolo ancora desto ma stanco e disorientato. Fuori gli uomini smontavano le altre tende pronti a mettersi in viaggio verso nord, verso la loro casa.
Le tre imbarcazioni erano già pronte a salpare per risalire il Nilo, gli uomini si sarebbero alternati nelle perlustrazioni via terra a gruppi di quattro, gli altri invece, avrebbero proseguito a bordo delle piccole navi che avrebbero sostato in punti prestabiliti per poter dare agio agli uomini ed ai cavalli di turno al cambio col turno successivo, inclusa la principessa Hatshepsut per suo espresso desiderio.
La navigazione procedeva sulle acque appena increspate dal leggero vento del sud, i rematori vogavano con ritmo lungo per far sì che le navi non si anticipassero troppo rispetto ai quattro esploratori che pro-seguivano via terra. La principessa, seduta a prua del “Grande Horus”, (la nave del faraone) parlava con Pairi che ormai era entrato nelle sue grazie:
«Dimmi, devoto amico mio, tu che fosti il capo dei sorveglianti di Mutnofret, cerca di ricordare chi oltre te ed i tuoi uomini ebbe mai occasione di avvicinarsi a quella donna? È importante scoprire chi può averle procurato il cavallo di cui ella si serve.»
«Le uniche persone che avrebbero potuto avvicinarla erano gli uomini delle carovaniere che di tanto in tanto arrivavano sull’isola per rifornirci di spezie –rispose- ma nessuno di loro, in mia presenza, le ha mai rivolto la parola.»
«Ciò non prova che lei non sia riuscita a farlo a tua insaputa, –osser-vò Hatshepsut- non dimenticare che quella donna oltre alla malvagità possiede una notevole astuzia.»
«Questo è vero –ammise Pairi- ma, se anche fosse riuscita a parlare con qualcuno di quegli uomini, nessuno di loro le avrebbe procurato il cavallo senza ricevere nulla in cambio, conosco quelle persone e so bene quanto siano corrotte e venali.»
«Già - rispose la principessa- lo so anch’io, ed è proprio questo il punto oscuro della questione, come avrà fatto a pagarsi quel cavallo? La risposta a questo interrogativo, forse, potrà fornircela mio padre, ho idea che non tutti i suoi gioielli le furono confiscati quando fu arrestata, sarà riuscita in qualche modo a nascondere qualche piccolo oggetto, forse un anello. Solo il faraone conosceva i suoi oggetti, una volta giunti a palazzo potrà esaminarli e facendo appello alla memoria controllare se manca qualcosa. Se così fosse, avremmo la soluzione dell’enigma –concluse-.»
Due giorni erano già, infruttuosamente, trascorsi, superata Ombos si proseguiva in direzione di Nekheb, dove si sarebbero fermati per rivedere il nobile amico Pahery e rifornirsi di viveri per poter affrontare l’ultima parte del viaggio di ritorno. Hatshepsut notava qualcosa di insolito in Akheperkara, in certi mo-menti sul viso del padre le sembrava di vedere lo sguardo assente di Uazmes quando questi era in preda ad una delle sue visioni, ciò la preoccupava ma non ne parlò a nessuno.
Dall’espressione di Pahery si capiva chiaramente quanto le fosse gradita quella inaspettata visita. Egli aveva riconosciuto da lontano la nave del faraone e si era precipitato alla darsena per dare il benvenuto ai suoi regali ospiti.
«Rivedervi mi riempie il cuore di gioia, mie divine maestà –disse Pahery- spero di avervi nella mia casa almeno per qualche giorno.»
«Sei gentile come sempre, –rispose Hatshepsut- accettiamo il tuo invito con immenso piacere ma possiamo fermarci solo uno, due giorni al massimo, stiamo conducendo una spedizione esplorativa sulle tracce di Mutnofret evasa quindici giorni fa dall’isola di Yebu.»
Per sommi capi la principessa illustrò all’ignaro Pahery quanto era recentemente accaduto e quanto lei stessa avesse scoperto durante le ricerche.
«Mio buon amico –disse Hatshepsut- devo chiederti un grosso favore, guidarci sul luogo dove vivevano quei contadini la cui casa fu data alle fiamme.»
«Non dubitate –rispose- vi ci condurrò io stesso.»

L’ultimo atto di Mutnofret

Una generosa scorta di viveri, omaggio di Pahery, fu caricata sulle navi, i cavalli ben foraggiati e riposati erano pronti a ripartire. Pahery ed alcune delle sue guardie salirono a bordo del Grande Horus unendosi alla spedizione della coppia reale.
Anche Pahery aveva notato qualcosa di strano nelle espressioni e negli atteggiamenti del faraone, sembrava essersi ammalato di una strana malinconica abulia, che di tanto in tanto lo assaliva. Queste crisi erano di brevissima durata, ma molto intense. Il fedele amico avrebbe voluto parlarne alla principessa ma, non riusciva a trovare la forma adatta per affrontare il discorso senza rischiare di urtarne la suscettibilità. D’altronde non poteva restare inerte, il faraone aveva fatto tanto per lui. Possibile che sua figlia non si sia accorta di nulla? Akheperkara aveva bisogno di aiuto e la coscienza di Pahery gli impediva di tacere:
«Mia principessa, non so se riuscirò a dirvi quel che sente il mio cuore senza che le mie parole vi offendano ma i sentimenti che mi legano a voi ed alla vostra famiglia mi impongono di preoccuparmi della salute del grande Akheperkara che mi sembra compromessa dal subdolo demone dell’apatia. Dobbiamo fare qualcosa, io sono pronto, disponete pure di me.»
«Mio caro amico, -rispose- questo è l’assillo che da molti giorni non mi da pace, anche io come te ho visto quella folle luce che qualche volta appare sul volto di mio padre, e solo gli dei possono essere testimoni di quanto ciò mi addolori. Tutto cominciò quando seppe da mia madre che Thutmose II non era suo figlio, un improvviso malore gli annebbiò la vista ed i suoi occhi rifiutarono la luce del sole per diverse ore. In seguito vi fu un miglioramento che oggi si dimostra quanto mai effimero. Il suo peggioramento avvenne quando la luce divenne tenebra, nello stesso momento in cui Mutnofret stava attuando la sua fuga. Ti ringrazio, comunque, per la tua devozione e ti prometto che ogni cosa sarà fatta affinché lui possa guarire.»
L’ultima parte del viaggio non diede i risultati sperati, nulla infatti emerse di colei che probabilmente proseguiva nella sua fuga verso un misterioso approdo. Non una sola traccia fu trovata, mentre di quella povera casa di contadini non rimaneva altro se non un cumulo di mattoni di fango e paglia semi coperti dal tempo e dalla polvere del deserto. Il terreno circostante, una volta reso fertile dalla mano dell’uomo, ora era inaridito. Laddove gli alberi che con il sacrificio e la pazienza di lunghi anni, un giorno dettero i loro frutti, oggi cedevano il posto a lunghe file di tetri scheletri lignei che, come scarni soldati imploranti, innalzavano i loro rami al cielo, privi di vita.
«Ecco la ricompensa di chi per errore imboccò il sentiero che conduce al male, ecco le messi raccolte da questi contadini, irresponsabili vittime dell’inganno. Come possono gli dei proteggere ancora colei che fu la causa di queste morti innocenti? –disse Hatshepsut al cospetto di tanta desolazione-.»
Un pensiero blasfemo ed impronunziabile, quasi una bestemmia: “A che serve essere figlia di un dio se non posso evitare queste drammatiche ingiustizie?”
La giovane principessa scese dal suo cavallo aiutata da Pairi.
«Accompagnami –gli disse- solo qui possiamo ancora trovare qualcosa che ci conduca alla fuggiasca.»
Il giovane Pairi felice di poter obbedire, seguiva silenzioso e rapito quella giovane donna sempre più affascinato dalle sue fattezze e dal suo temperamento. Nel suo cuore nutriva un terribile segreto: La sua principessa reale, colei per cui palpitava il cuore di suo fratello Senenmut, a cui egli era fortemente legato ed al quale mai avrebbe osato dar pena, colei la cui fiducia non andava giammai tradita, ella l'aveva ammaliato e lui, senza accorgersene se ne era segretamente innamorato; il suo però, era un sentimento senza futuro, destinato a giacere in eterno nel fondo della sua anima.
Le speranze di Hatshepsut furono disattese, per quanto si fossero prodigati in una minuziosa ricerca, nulla di rilevante fu trovato. Eppure Mutnofret era certamente passata per quel luogo –pensò la principessa- possibile che questa volta non avesse commesso il più piccolo errore? Non restava che proseguire la marcia verso Uaset, tenendo però gli occhi ben aperti e avendo cura di evitare che una eventuale, improbabile traccia potesse passare inosservata.
Il nobile Pahery ed i suoi uomini salutarono sua Maestà il faraone e sua figlia tornando sui loro passi si diressero verso Nekheb. La loro presenza ormai non era più di alcun aiuto.
Era già pomeriggio inoltrato quando arrivarono a Uaset, il loro ingresso a palazzo fu accolto con gioia da tutti. Neferubity era raggiante per il ritorno di Hatshepsut, la sorella maggiore ma anche la sua unica grande amica. La regina Ahmes aveva gli occhi lucidi per la commozione, anche Uazmes era lì emozionato ma felice, anche lui aveva atteso con ansia il loro ritorno.
Nei giorni che seguirono Akheperkara fu visitato dai migliori Sinu di tutta Kemet ma nessuno di loro dava troppa importanza alla sua malattia che peraltro da qualche tempo sembrava migliorare.
«Ben alzato padre, come vi sentite oggi? –chiese Hatshepsut-»
«Bene mia cara, -rispose- vi siete allarmati senza motivo, ero solo molto stanco, ormai non sono più giovane come una volta, anche per questo ho affidato le mie truppe al comando di Imenmes e tra non molto dovrò cedere anche il mio scettro.»
«Permettetemi di contraddirvi padre, siete ancora un uomo forte, tra pochi mesi ci sarà il vostro primo giubileo reale, la grande corsa rituale vi attende, gli dei vi daranno nuova forza vitale per consentirvi di regnare su Kemet ancona per molti anni. Ora però devo chiedervi di fare qualcosa che possa confermare una mia teoria sulla fuga di Mutnofret.»
La principessa gli spiegò la sua idea, secondo cui ella poteva aver nascosto qualcuno dei suoi gioielli e che poi avrebbe usato per pagare colui che le aveva procurato il cavallo. Insieme si recarono al cospetto della regina, colei che custodiva i monili dell’esiliata.
Ecco che riapparve quella vecchia sacca di pelle portatrice di infamie e tradimenti. Era rimasta chiusa per quasi sei anni.
«Ecco padre, -disse Hatshepsut- questi sono i suoi gioielli, guardateli attentamente ed attraverso i ricordi ditemi se ne manca qualcuno e se le mie previsioni si dimostreranno esatte, al fine dovranno mancarne due, uno di questi è certamente un anello.»
Gli oggetti furono disposti in fila sul tavolo ben in evidenza, Akheperkara iniziò ad esaminarli scrupolosamente, mentre sul suo viso appariva pian piano un’espressione di rabbia, quella era solo una piccola parte dell’enorme fortuna che lui aveva donato a quella donna e lei nello stesso momento lo ricambiava tradendolo meschinamente. Le mani del faraone prendevano quegli oggetti tra l’indice e il pollice uno per uno e dopo averli osservati da vicino li riponeva delicatamente, come se il loro contatto gli procurasse un senso di ribrezzo. Quando arrivò all’ultimo della lunga fila, che ancora teneva in mano, guardò ancora una volta tutti gli altri e sentenziò:
«Ne mancano due e sono entrambi degli anelli, il primo è un pericoloso anello dalla punta mortale, l’altro è identico ma innocuo, sono due oggetti di grande valore, ma il primo nelle mani sbagliate può procurare una morte istantanea.»
«Ebbene padre –rispose la principessa- il primo anello l’ho io, lo presi col consenso della regina, l’altro è nelle mani dell’uomo che la ha aiutata nella fuga, probabilmente un carovaniere con cui era d’accordo da tempo. Tutto ciò però non conduce a nulla, -proseguì Hatshepsut- conferma solo come abbia potuto pagare qualcuno. Un particolare molto importante, un nuovo indizio lo avete fornito proprio voi esaminando questi oggetti. Avete parlato di due anelli perfettamente identici tranne che per l’aculeo avvelenato. Quella donna è riuscita a trarre vantaggio da un errore commesso in precedenza: –spiegò- Ella credette di aver sottratto l’anello letale. Quando le vostre guardie andarono a prelevarla, la fretta di quell’inaspettato arresto non le permise di controllarlo, si accorse di questo errore solo quando non poteva far nulla, ormai tra le sue mani c’era solo un gioiello di grande valore, non l’arma subdola della quale potersi servire per chissà quali scopi. In seguito ragionando con calma capì che il suo gesto non era stato del tutto inutile, era in possesso di qualcosa che le avrebbe permesso di pagare e corrompere. Bisognava capire solo chi, alla corruzione, era avvezzo, ciò avrebbe richiesto del tempo ed ella ne aveva.»
Le deduzioni della giovane Hatshepsut potevano anche essere fondate ma in quel momento non avrebbero prodotto alcun risultato, tranne purtroppo un’inaspettata crisi del già provato Akheperkara.
«La malattia del nostro faraone non è di natura fisica, –disse Uazmes- il suo è un male della mente, sconosciuto e subdolo, nessuno dei nostri Sinu potrà far nulla per lui, dobbiamo rassegnarci al volere degli dei senza nutrire vane speranze di guarigione. È duro anche per me affrontare questa dolorosa realtà, tutto ciò che possiamo fare per lui è tacergli ogni avvenimento nefasto, renderlo quindi estraneo a tutto quel che di spiacevole potrebbe accadere intorno a lui e nel Paese.»
Hatshepsut e Neferubity si scambiarono uno sguardo stupito, come si poteva escludere Akheperkara dalle sorti di Kemet se era proprio lui a doverle decidere?
«Non mi sembra che un simile atteggiamento possa giovargli –disse Neferubity- egli è un uomo di potere, ha combattuto per il suo Paese agendo sempre con saggezza e giustizia, forse talvolta con troppa clemenza, non credi che metterlo da parte come tu dici possa aggravare le sue facoltà ormai già compromesse?»
Uazmes ammise che la situazione richiedeva tatto, coerenza e competenza degli affari di stato di cui il regno abbisognava per non finire verso una inevitabile catastrofe ma, tra i numerosi dignitari di corte vi erano uomini di grande valore che avrebbero potuto consigliare ed aiutare la famiglia reale nella reggenza del potere.
«Credo che una simile decisione vada presa con molta cautela, –disse Hatshepsut- in ogni caso spetta alla regina l’ultima parola.»
All’improvviso, senza alcun motivo il volto di Uazmes cambiò espressione: Gli occhi divennero allucinati, le sue mani cercavano un appiglio al quale sorreggersi, tutto il suo corpo era in preda al tremore. Le due principesse, allarmate lo aiutarono a sdraiarsi sul letto, poi Neferubity corse a chiedere aiuto. Nel frattempo Hatshepsut che era rimasta al suo capezzale, capì che egli stava vivendo una delle sue visioni. Ad un certo punto smise di tremare ed i suoi occhi dapprima sbarrati si chiusero, dalle sue labbra cominciarono ad uscire dei suoni incomprensibili, quasi dei lamenti, poi più niente. Restò immobile ed in silenzio per alcuni istanti, Hatshepsut preoccupata stava già pensando al peggio quando trafelati arrivarono Ahmes, Ramose e Titutiu.
Un urlo straziante uscì dalla gola del giovane poi una frase “Madre… Che gli dei vi perdonino!“ E poi ancora “Come potrete mai presentarvi davanti al tribunale di Osiride, la vostra esistenza consacrata al male vi ha reso colpevole delle morti di molti innocenti ed ora che la vostra vita volge all’ultimo atto, quale disonorevole, assurda fine state scegliendo? Perché volete costringere un giusto a compiere un atto tanto ignobile? Lui non vi permetterà di compiere la vostra ultima ignominia. La sua mano vi fermerà prima che la vostra possa vilmente colpire! ” Il suo respiro cominciò a farsi regolare, il suo viso si stava distendendo e pian piano, le sue membra si rilassarono, poi spossato si addormentò, mentre tutti guardavano allibiti. Quale tragica visione aveva avuto? forse quella della morte di sua madre assassinata da qualcuno?
Dopo quell’ultima esperienza, Uazmes aveva riacquistato le sue forze fisiche ma era caduto nel più totale mutismo. Cercava di sfuggire a tutti ma, ciò che era più evidente è che voleva dimenticare quel che aveva veduto. A chiunque gli domandasse della visione o del significato di quanto egli stesso aveva detto in delirio, lui rispondeva di non rammentarsi di nulla, che questa volta era stato tutto più confuso e che anch’egli lo era.
Col passare dei giorni Akheperkara era migliorato nelle sue condizioni fisiche ed anche Uazmes, questi sembrava addirittura irrequieto. Egli però continuava a chiudersi in se stesso passando intere giornate con lo sguardo fisso rivolto all’orizzonte come se aspettasse qualcosa o qualcuno, vittima di uno stato d’ansia che non gli dava pace.
Il giorno del grande giubileo reale, la festa più importante per ogni faraone si celebrava quando il faraone compiva il trentesimo anno di reggenza. Akheperkara pur non avendoli compiuti decise ugualmente di compiere questo importante rituale, adducendo il suo trentennale all’oracolo del dio Thot, di cui egli era figlio, che ne annunciò l’ascesa al trono oltre quindici anni prima che ciò avvenisse. Il re era convinto che gli dei con la loro potenza avrebbero potuto donargli nuova forza e nuova linfa vitale, ponendo definitivamente fine al suo male. I grandi dignitari di corte, i Nomarchi ed i sacerdoti avevano un gran da fare nei preparativi della cerimonia. Numerose offerte propiziatorie furono fatte agli dei dell’aria e dell’acqua, essi in cambio avrebbero concesso la loro protezione al faraone, ai suoi sudditi ed alla sua terra.
A corte tutti erano pronti per raggiungere il grande tempio ed assistere alla cerimonia Heb Sed. Fu proprio allora che Uazmes ruppe il suo lungo silenzio, anche lui aveva diritto a partecipare al giubileo del padre, Hatshepsut ed Ahmes cercarono di dissuaderlo. L’ultima crisi da lui avuta lo aveva molto provato, sarebbe stato più saggio restare a palazzo a riposare. Il giovane però si dimostrò irremovibile. La buona regina quindi acconsentì capendo, infine che ogni insistenza da parte sua sarebbe stata vana.
Il lungo corteo reale uscendo dalle mura di Uaset si mosse alla volta di Karnak, la cerimonia si svolgeva in tutte le sue fasi con scrupolosa precisione, i sacerdoti pronunciavano passo dopo passo ogni formula del rituale, ogni frase, ogni parola aveva una vitale importanza per la riuscita dell’intera cerimonia, anche il più piccolo errore avrebbe potuto comprometterne il buon l’esito.
Akheperkara aveva iniziato la sua corsa, era l’ultimo rituale che dimostrava l’avvenuto rinnovamento delle sue forze. Migliaia di uomini e donne acclamavano al sovrano rinato e agli dei che lo avevano permesso ma, tra il clamore della folla, una strana figura si aggirava con circospezione. La famiglia reale osservava commossa la conclusione della cerimonia. Uazmes dietro di loro seguiva con lo sguardo quella figura dalle bianche vesti che a viso coperto guizzava agilmente tra la folla in cerca di qualcosa. Finalmente si fermò e volse lo sguardo verso la regina, Uazmes guardò nei suoi occhi: due stupendi occhi verdi, sembravano quelli di un serpente, uno sguardo pieno di odio e di rancore. Un attimo dopo era sparita, Uazmes irrequieto cercava di vederla muoversi tra la folla ma invano.
Akheperkara stava percorrendo gli ultimi cubiti della sua corsa.
La misteriosa figura, si materializzò come per incanto alle spalle di Hatshepsut, la sua mano brandiva minacciosa un lungo, aguzzo coltello, pronta a sferrare il colpo mortale Uazmes con inaspettata destrezza compì un salto afferrando con forza la mano armata che non raggiunse la principessa soltanto per un soffio , entrambi caddero al suolo rotolando avvinti. Uazmes si alzò ansimante, la sua tunica era intrisa di sangue, si chinò sul corpo esanime sul cui petto si ergeva l’impugnatura dell’arma. Gli dei avevano protetto Hatshepsut servendosi del braccio di Uazmes. L’attenzione di tutti si concentrò sul giovane illuminato, il suo viso era bagnato di lacrime, le sue mani del sangue dello sconosciuto.
«Non sarò io a scoprirvi il volto –disse Uazmes prostrandosi davanti a quel corpo e parlandogli come se fosse vivo- cancellerò questo giorno dalla mia mente e vi ricorderò come una donna mite ed affettuosa, come voi non siete mai stata. Perdonatemi, perdonate il mio gesto ed apprezzatelo per avervi sottratto dall’ultimo delitto che stavate per compiere e per aver evitato altro fango al vostro nome già troppo infangato dalle vostre azioni malvagie, dai vostri tradimenti, dalla vostra cupidigia. Voi che invece avreste potuto lasciare un ricordo di bontà e giustizia per coloro che vi hanno amato. Chiedo perdono ad Amon e chiedo perdono a voi per avervi sottratto alla vita, proprio a voi che un giorno me la donaste, proprio a voi che foste mia madre.» Si alzò lentamente e si allontanò a capo chino, sembrava un essere senza vita, un fantasma che si trascinava via lento, come chi porta con se un grande peso, un grande dolore, la lacerante sofferenza di chi da uomo retto si vide costretto a commettere, per una nobile causa, un ignobile gesto. Pairi si avvicinò al corpo e ne scoprì il volto… la perfida, bellissima Mutnofret, i suoi occhi erano chiusi come in un dolce sonno, ed il suo viso per la prima volta disteso, sembrava quasi che avesse desiderato morire così, tra le braccia di suo figlio, quel figlio storpio, quel figlio che aveva sempre ignorato, forse l’unico che nonostante tutto l’aveva amata, certamente l’unico che ora ne piangeva la morte.
In un attimo nella mente di Hatshepsut tutto fu chiaro, le parole di Uazmes durante il delirio assumevano il loro fatale significato. La sua mente, ancora una volta, aveva vissuto una tragedia futura.
Sapeva quel che sarebbe accaduto e non aveva esitato a fermare quella mano, pur sapendo quant’era grande il prezzo da pagare. La vita della madre in cambio della vita di Hatshepsut, quel gesto sarebbe stato inciso sulle mura dei templi, un atto degno di enormi onori e ricompense, una nobile azione ma, cosa c’era di nobile o di orribile da ricordare per Uazmes in tutto ciò?














































CAPITOLO VI

L’insondabile decisione di una mente folle

L’alternarsi del giorno e della notte, l’avvicendarsi delle stagioni, l’inesorabile scorrere del fiume ed il passare del tempo, proseguivano per volere degli dei, con il ritmo di sempre a dispetto di quanto accadeva ai comuni mortali che con i loro affanni, con le loro ambasce, con i loro piccoli o grandi fardelli, proseguivano nel cammino della vita, seguendo ognuno il proprio sentiero.
Alla corte di Akheperkara si viveva in un’atmosfera mesta dovuta principalmente al dramma da poco vissuto. L’atroce vicenda aveva scosso tutti ma chi ne subì maggiormente i postumi furono proprio Uazmes ed Akheperkara. Il giovane illuminato, da quel fatidico giorno , veniva venerato da tutta Uaset, la grandiosità del suo gesto lo aveva quasi divinizzato, i sudditi provenivano da ogni parte del paese per vedere quell’uomo dalle facoltà divine, colui i cui occhi vedevano al di là del presente. Uazmes non si sentiva affatto fiero, ne gioiva della moltitudine di pellegrini che ogni giorno affluivano intorno alle mura del palazzo del re invocando l’oracolo del messaggero di Amon “Uazmes l’illuminato.” Tutto ciò indusse Ahmes ad istituire delle pattuglie di guardia a difesa del palazzo per evitare eventuali disordini da parte di qualche gruppo di malintenzionati che la confusione della folla dei pellegrini poteva incoraggiare.
Uazmes, comunque, aveva dimostrato la sua vera inconfutabile natura, quella di uomo giusto, egli aveva Maat nel cuore e lo aveva dimostrato, di lui si poteva dire solo che era “il giusto tra gli uomini giusti”, colui che si frappose tra la morte e la principessa Hatshepsut, colui che si schierò dalla parte del bene nei confronti del male, l’incarnazione di Horus, il dio falco vittorioso nel titanico scontro sul malefico e temuto dio Seth. Il faraone, reduce dal giubileo ebbe solo alcuni sprazzi di lucidità ma, la sua mente ricadde subito in quello strano stato di confusione, che stava degenerando in una progressiva follia.
In quel caotico momento Akheperkara diede un ordine che lasciò tutti senza parole: «Fate in modo che mio figlio Thutmose II, giunga subito al mio cospetto –ordinò- devo dirgli qualcosa di estremamente serio e della massima urgenza.»
Il faraone doveva essere in uno stato di totale confusione –pensò la regina- egli sapeva benissimo che Thutmose II non era suo figlio, come poteva aver cancellato dalla sua mente un particolare tanto importante? e cosa doveva dirgli di tanto urgente?
Nessuno a corte aveva piacere di incontrare quel ragazzo arrogante ma, gli ordini del faraone non si potevano discutere, malgrado tutto bisognava obbedire.
Il fedele Pairi partì il giorno dopo con l’incarico di condurre il giovane a palazzo, allo stesso tempo la regina e le due principesse commentavano la grave condizione in cui versava il faraone e la conseguente precaria situazione del regno che, in mancanza di una immediata soluzione, rischiava seriamente di sfuggir loro di mano.
La notizia dell’imminente arrivo a palazzo del figlio della colpa, arrivò anche alle orecchie di Uazmes che, a quanto parve, gradiva quella presenza anche meno degli altri. Forse il giovane illuminato conosceva il motivo per cui il faraone lo aveva convocato con tanta urgenza? Quando Hatshepsut si presentò a lui, Uazmes la salutò con il calore di sempre, per di più aveva premura di parlarle:
«Mia dolce sorella, –sussurrò- corre voce che tra qualche tempo il giovane Thutmose arriverà qui a palazzo per conferire con nostro padre. Purtroppo se la sua permanenza qui dovesse prolungarsi, mi vedrei costretto a lasciare questa casa, non riuscirei a vivere a contatto con lui, ora meno che mai.
Nostra madre è morta per una tragica fatalità ma conoscendo la perfidia di Thutmose, so che potrebbe accusarmi di averla assassinata ed io non so come reagirei ad una simile infamante accusa.»
«Ti comprendo, –rispose Hatshepsut- anch’io rabbrividisco al pensiero di dover condividere la nostra casa con lui anche se per poco tempo. Spero solo che il faraone non lo trattenga qui più di quanto sia necessario.»
«Lo spero anch’io –rispose Uazmes- quel ragazzo possiede un animo malvagio, ovunque lui posi lo sguardo arriva la maledizione degli dei egli sarebbe una vera calamità per tutti noi, so di cosa può essere capace e ne ho timore. Che Amon ci sia vicino! –concluse-.»
La giovane principessa non ricordava di aver mai vissuto un periodo della sua vita tanto incerto e preoccupante: Il padre vittima di quello strano male, l’arrivo di Thutmose, Senenmut lontano, del quale non aveva neppure la più piccola notizia, per di più, la regina non riuscendo a rassegnarsi della malattia del suo sposo diventava di giorno in giorno più ipocondriaca.
L’arrivo del figlio della colpa non si fece attendere a lungo, qualche giorno più tardi infatti, seguito da Pairi fece il suo trionfale ingresso a palazzo:
«Sono Thutmose II –annunciò- il faraone ha chiesto di vedermi, che qualcuno mi conduca da lui.»
Ramose e Titutiu corsero dalla regina per avvertirla ma non ebbero il tempo di raggiungerla che Akheperkara era già lì nella grande sala del trono, al cospetto del giovane Thutmose.
«Sono lieto di constatare la prontezza con cui hai risposto all’appello del faraone, -gli disse- questo dimostra che hai del rispetto nei miei confronti. Vieni qui, siedi accanto a me e ascolta attentamente quel che ho da dirti.
Ormai le mie forze non mi permettono più di sedere sul trono di Kemet, non sono più l’uomo forte di una volta. Ho già affidato il mio esercito alle mani di tuo fratello Imenmes, ora devo cedere il mio trono a colui che mi succederà. Come ben sai la Regina Madre non mi dette figli maschi ed ora tu sei l’unico a cui posso dare lo scettro del potere. Prima che ciò sia fatto però, dovrai farmi un solenne giuramento: Tu governerai saggiamente ed all’insegna della giustizia, come ho fatto io fino ad ora, amerai questa terra ed il suo popolo ed anteporrai le loro necessità a qualsiasi cosa, regnerai per la pace senza provocare inutili guerre se queste non saranno necessarie per ampliare i confini del regno. Ed infine amerai e rispetterai con tutto te stesso la sposa che ti ho designato, la principessa Hatshepsut e questo è ciò che più mi sta a cuore.»
«Le vostre parole mi inorgogliscono –rispose Thutmose- e nello stesso tempo mi riempiono di gioia. Vi giuro davanti agli dei fin da ora che il vostro volere sarà rispettato, il trono di Kemet avrà in me un sovrano degno di voi ed amerò la principessa più di ogni altra cosa al mondo poiché in segreto la amavo già da dalla prima volta che incontrai il suo sguardo.»
Detto questo si inchinò davanti al faraone prostrandosi ai suoi piedi, un gesto di devozione che poco gli si confaceva. Chiunque si sarebbe accorto dell’espressione di avidità apparsa sul viso di Thutmose nell’apprendere di essere stato il prescelto e con quanta ipocrisia aveva espresso il suo giuramento al faraone la cui malattia lo rendeva inconsapevole della follia che stava commettendo.
Il buon Pairi che era rimasto ad aspettare sotto il portale d’ingresso, aveva percepito involontariamente ogni parola del discorso tra il faraone ed il giovane. Per lui, fu come ricevere una pugnalata alle spalle, ne rimase profondamente sconvolto. Come poteva il faraone, un uomo dalla proverbiale saggezza, aver perpetrato ai danni della figlia un’ingiustizia tanto grave? cosa ne sarebbe stato della terra di Kemet e del suo regno una volta che questi sarebbero caduti nelle avide mani di Thutmose? Cosa sarebbe accaduto alla sua amata principessa costretta a divenire la sposa di un tiranno?
I pensieri si affollavano confusamente nella sua mente ma, riuscì a riprenderne il controllo: «bisognava avvertire la principessa di quanto stava per accaderle –pensò Pairi- e bisognava farlo subito.»
Senza minimamente indugiare, la guardia percorse correndo il grande giardino alla spasmodica ricerca di Hatshepsut.
«Ascoltatemi principessa, –disse Pairi col cuore in gola- devo comunicarvi una notizia della massima gravità, preparatevi ad ascoltare qualcosa che potrebbe sconvolgervi e con voi l’intero paese.»
«Calmati ora e parla, ti prego. –rispose la giovane principessa-»
Con voce tremante Pairi le raccontò ogni cosa. La reazione di lei fu del tutto inaspettata, il suo viso rimase stranamente impassibile, sembrava addirittura che la terribile notizia non le avesse procurato alcuna emozione oppure il suo spirito era talmente forte da riuscire a controllare anche una rabbia che per chiunque altro sarebbe stata incontenibile. Non disse una sola parola ma si vedeva chiaramente che la sua mente stava lavorando alacremente. Dopo alcuni interminabili istanti, la sua voce ruppe il silenzio:
«Grazie mio devoto amico, grazie per la tua fedeltà e per la tua solerzia. Purtroppo la malattia di mio padre è degenerata a tal punto da chiudergli completamente gli occhi e la mente. Avevo immaginato quale potesse essere il motivo legato alla venuta di quel gradito ospite ma ho sperato di sbagliarmi fino ad ora, tu invece mi hai confermato che non mi sbagliavo. Tutte le promesse, tutti gli elogi e tutti i miei sforzi per dimostrare il mio valore… tutto invano, tutto negletto, dovrò accettare l’ imposizione di un folle, costretta ad obbedire perché quel folle è il sovrano di Kemet. Ecco avverarsi le profezie della mia fedele nutrice, ecco il primo ostacolo alla mia felicità forse il più grande. Avrò certo bisogno di far appello a tutte le mie forze ma non permetterò a nessuno di interporsi tra me e il mio futuro, sarò io a vincere questa prova, costi quel che costi!»
«Io sarò con voi! -giurò Pairi-»
La conferma ufficiale della decisione di Akheperkara non tardò a giungere anche al di fuori delle mura di corte, in poco tempo tutto il paese seppe che allo scadere del trentesimo giorno del quarto mese della stagione di Aket, Hatshepsut sarebbe diventata la Grande sposa Reale di Thutmose II, il quale lo stesso giorno sarebbe salito al trono come faraone dell’Alta e Bassa Kemet.
Per Uazmes tutto ciò significava solo una cosa: abbandonare, seppur dolorosamente, sia il palazzo che la principessa alla quale egli si era sinceramente affezionato:
«Mia cara sorella, –gli disse- come vedi quel che più temevo sta per avverarsi, ciò determina la fine della mia permanenza tra voi. La mia devozione per Amon mi spinge a chiederti di intercedere presso il faraone, nostro padre, affinché io possa servire il dio nella sua divina dimora. Intendo diventare suo sacerdote al grande tempio di Karnak. Fa si che questo mio desiderio venga esaudito prima che Thutmose prenda definitivamente in pugno il potere poiché a quel punto non sarebbe più possibile. Accetta questa mia decisione e comprendimi, non sto abbandonando te a cui tengo più di quanto tu non immagini ma cerco di sottrarmi alla presenza di qualcuno che potrebbe nuocermi e che certamente cercherà di nuocere te.»
«Farò tutto ciò che è in mio potere, -rispose- il tuo desiderio sarà esaudito se è questo che desideri, hai la mia parola. Non dimenticare che anche io nutro per te un grande amore fraterno, come potrei non amarti per la vita, se fosti tu a salvarmela?»
In un momento come quello anche la regina doveva assumere una posizione difensiva. Il desiderio che Uazmes aveva di entrare a far parte del clero aprì la mente di Ahmes, egli non sarebbe stato un semplice sacerdote di Amon poiché questi venivano sostituiti ogni quattro mesi, a lui, quale figlio del faraone gli sarebbe spettato il titolo di Gran Sacerdote; ora bisognava pensare alla nomina di uno schieramento politico e religioso formato da personaggi fidati che avrebbero sostenuto Hatshepsut nonostante l’avvento del nuovo faraone. Una lista di rekhyt, uomini di legge, fu stilata, e tra gli altri Nomarchi il nobile Ineni avrebbe assunto una carica di grande responsabilità e prestigio, quella di Visir. Anche il giovane Pairi avrebbe avuto una posizione determinante nel tempio di Karnak, egli possedeva la cultura necessaria per potersi elevare al ruolo di Sacerdote lettore e suo fratello Senenmut intendente personale della principessa, futura Sposa Reale. Ma come avrebbe reagito lo stesso Senenmut nell’apprendere che la sua amata andava in sposa all’odiato Thutmose?
L’erede al trono era ritornato comunque nella sua dimora, in attesa del giorno dell’incoronazione che sarebbe stata celebrata unitamente al matrimonio con la principessa reale. Akheperkara, ormai privo di senno ricevette dalle mani della regina, la lista delle nuove nomine che in presenza dello scriba di corte fu accettata e confermata con l’apposizione del sigillo reale. Qualche giorno più tardi tutti coloro a cui erano destinate le nuove cariche, sarebbero convenuti davanti alla famiglia reale per la cerimonia delle consegne, in presenza della nobiltà e degli uomini più illustri del Paese, solo Senenmut ed il neo Visir Ineni avrebbero ricevuto la nomina al ritorno dalla spedizione militare guidata da Imenmes. Questa mossa nella partita contro Thutmose era la prima a favore di Hatshepsut.
Il fatidico giorno delle nomine giunse e puntualmente giunsero anche coloro che dovevano beneficiarne, decine di nobili attendevano il faraone per ricevere il nuovo incarico. Ma gli dei avevano in serbo un inaspettato avvenimento per Hatshepsut, qualcosa che le avrebbe ridato la felicità ma che l’avrebbe obbligata a confrontarsi con un ulteriore problema. Le guardie del faraone annunciarono l’ingresso delle truppe entro le mura di Uaset. In poco tempo il generale Imenmes avrebbe raggiunto il palazzo di Akheperkara per comunicare gli esiti della spedizione appena conclusa. Hatshepsut avrebbe finalmente riabbracciato colui che amava.
Il giovane Senenmut entrò nella sala nel culmine della cerimonia, insieme a lui Ineni ed Imenmes. Quando tutte le cariche furono assegnate ufficialmente venne anche il turno degli ignari Ineni e Senenmut giunti in tempo per essere insigniti. Il generale Imenmes a quel punto chiese l’attenzione di tutti:
«Nobili di Uaset, ascoltate le parole del Generale Imenmes, capo dell’esercito del faraone Akheperkara. Io ed i miei uomini siamo reduci da una spedizione militare conclusasi con l’immancabile successo di sempre ma che stava per vedermi vittima di alcuni ribelli che nottetempo cercarono di pugnalarmi durante il sonno. Sarei certamente perito sotto i loro colpi se un soldato valoroso non fosse intervenuto con audacia e presenza di spirito sventando così il vile attentato. Quest’uomo, un semplice soldato, sprezzante del pericolo e spinto dal la sua fedeltà alla corona compì questo mirabile gesto di altruismo.
Io il principe Imenmes generalissimo di sua maestà, per il potere conferitomi dal faraone, elevo al grado di ufficiale il soldato Senenmut figlio di Ramose e propongo che gli venga concesso l’oro dei valorosi, con l’assenso degli dei del popolo e del re.»
L’impavido Senenmut accolse tra il compiacimento di tutti questo secondo inatteso riconoscimento ai suoi meriti, la giusta ricompensa agli sforzi compiuti in missione ed al lungo distacco dall’amata principessa.
I suoi occhi esprimevano una grande fierezza ed il suo cuore era colmo di felicità. Egli ignorava che una felicità tanto grande era purtroppo destinata ad essere altrettanto breve. Una notizia terribile stava per raggiungerlo, veloce e dolorosa come la punta sibilante di una freccia nemica.
La notte stessa i due innamorati si trovarono insieme come ai vecchi tempi nell’oscurità dei sotterranei. Gli occhi di Senenmut brillavano di gioia, quelli di lei erano umidi di pianto, sul suo volto le si leggeva una profonda tristezza ed una grande angoscia.
«Mio dolce amore –le disse- perché quelle lacrime? Sembra quasi che tu non sia felice di rivedermi. Forse durante la mia assenza i tuoi sentimenti verso di me sono mutati?»
«Ti prego abbracciami –rispose- e rendi questo momento interminabile come il tempo in cui fosti lontano. Ciò che ti dirò sarà orribile ma ora fa che io goda in silenzio la gioia della tua vicinanza.»
Il tempo passò velocemente senza che se ne avvedessero ma un debole raggio di luce apparve in lontananza nel lungo corridoio, quasi ad annunciare l’alba ormai prossima.
Non fu facile per Hatshepsut dirgli ogni cosa, in quell’istante avrebbe preferito tacergli tutto per non turbare la tenerezza di quei momenti stupendi e rimandare quel tragico racconto a chissà quando, egli però era ansioso di sapere, e la notizia divenuta ormai di dominio pubblico.Se non fosse stata lei a parlare qualcun altro lo avrebbe certamente fatto. Anche se con la morte nel cuore, bisognava affrontare il discorso, era l’unica cosa saggia da fare sebbene fosse molto dolorosa.

L’irriducibile Hatshepsut

Forse, la felicità provata quella notte riuscì a prevalere in Senenmut sulla dolorosa realtà dell’imminente unione della sua amata principessa con l’odiato Thutmose, grazie al solenne giuramento di lei:
«Mio unico indivisibile amore, sai bene che non posso ribellarmi alla volontà del faraone e conosci il mio disprezzo per Thutmose. Anche se dovrò piegarmi ed unirmi a lui, in realtà egli non mi avrà mai. In me troverà solo la sua più acerrima ed agguerrita nemica, non sa di cosa sarò capace per far valere i miei diritti e per riscattare la mia libertà. Pur figurando come sua sposa, io sarò eternamente tua, se ancora mi vorrai –giurò-»
«La mia vita è legata a te, –rispose Senenmut- esisto perché tu esisti. Come potrei non volerti se sei tu la mia linfa vitale? Affronteremo e supereremo insieme questa nuova prova che gli dei hanno posto sul nostro cammino. Finché la forza del nostro amore ci terrà uniti non ci saranno ostacoli capaci di separarci.»
Intanto il tempo passava e quel giorno infausto diveniva sempre più prossimo. I preparativi per la cerimonia venivano svogliatamente espletati dalla servitù che, ormai, da tempo affezionata alla principessa era in pena per la sua sorte e nello stesso tempo temeva per quella del paese. Senenmut era tornato ad occuparsi della direzione dei lavori al tempio. Uazmes, lasciato il palazzo si era stabilito al tempio di Amon del quale era divenuto il maggior responsabile. Anche Pairi, in qualità di Sacerdote si stabilì al tempio, tra lui e Uazmes, ben presto si stabilì un rapporto di grande fiducia e di sincera amicizia.
Kemet, sembrava vivere quei giorni nella speranza che qualcosa potesse invertire l’ordine degli avvenimenti ma, nulla di nuovo accadde. Mancavano soli sei giorni al trentesimo del quarto mese della stagione di Aket ed Akheperkara andava peggiorando di ora in ora, la sua mente ormai l’aveva abbandonato del tutto e nel suo vaneggiare ripeteva di aver agito saggiamente, convinto che l’erede designato fosse davvero suo figlio. Neferubity era amareggiata almeno quanto sua sorella maggiore, alla quale cercava di dare il suo appoggio morale e, come sempre, il suo incondizionato affetto.
A poca distanza dal palazzo del re sorgeva una grande casa fatta erigere dallo stesso Akheperkara nei suoi primi anni di regno.
Questa sarebbe dovuta diventare la dimora del suo successore e della sua sposa reale. La casa del suo erede al trono, quel figlio maschio che Ahmes non riuscì mai a donargli, quella stessa casa che a giorni avrebbe dovuto accogliere il nuovo sovrano Thutmose II ed Hatshepsut, sua sposa. Come avrebbe potuto vivere la futura regina al fianco di un uomo che disprezzava, avrebbe davvero lasciato la casa che l’aveva vista nascere? avrebbe davvero abbandonato coloro che più amava, l’avrebbe mai fatto -chiese Neferubity?-
«Non lo farò mai –rispose- questa unione, per me sarà solo un atto di obbedienza verso nostro padre che, in fondo non ha colpa se la sventura si abbatté su di lui tanto da fargli perdere il senno ma, non apparterrò mai a colui al quale andrò in sposa per sua imposizione , né condividerò la sua dimora. Non temere –soggiunse- nessuno riuscirà a sottomettermi al suo volere, tantomeno “il frutto del tradimento”, colui che crede di avermi ormai in pugno, egli non sa da quale suprema entità io sia stata generata, il divino che con la sua potenza dirige i miei passi, l’onnipotente del quale sono la prima delle nobili dame, colui che con le sue grandi ali diviene l’imperituro scudo di cui io mi avvalgo.»
«Vaneggi anche tu sorella mia, di cosa parli? –chiese Neferubity allarmata dalle parole di Hatshepsut- la malattia di nostro padre ha forse contagiato anche te?»
«No piccola mia –rispose- sono savia come non mai, le parole che giudichi dissennate hanno un senso e tra non molto lo avranno anche per te, quel giorno non è lontano.»
Nella sala dell’incoronazione del tempio tutto era pronto per la cerimonia. Il nuovo faraone era già lì in attesa che Akheperkara arrivasse e con lui la sua bellissima figlia, colei che sarebbe divenuta la sua Sposa Reale. Il giovane Thutmose pur non essendone innamorato, ne era attratto, non solo dalle sue fattezze esteriori, ciò che maggiormente lo affascinava di quella giovane donna era il temperamento, la combattività e la grande determinazione in qualsiasi cosa ella facesse.
Il sentimento prevalente di Thutmose per Hatshepsut era odio e sete di vendetta, sentimento che nutriva anche per la regina Ahmes. Egli le riteneva le maggiori responsabili della morte del padre e di quella di sua madre. Se la pazzia non avesse rapito la mente del faraone cosa ne sarebbe stato di lui? Un bastardo nato da due traditori della corona che con l’inganno si erano arricchiti alle sue spalle. Sarebbe finito certamente in esilio, come sua madre nella migliore delle ipotesi, se non addirittura giustiziato, e se anche la clemenza del re fosse stata tanto grande da rendergli sia la libertà che la vita, in che modo avrebbe vissuto, visto che ogni avere di sua madre fu confiscato. Da mendicante? da costruttore di tombe? o forse da ladro e saccheggiatore delle tombe degli antenati? Tutto ciò non accadde, egli stava per diventare il sovrano delle due terre, il dio vivente, colui ai cui piedi l’intera Kemet si sarebbe prostrata, enormi ricchezze sarebbero divenute sue, la stessa Hatshepsut sarebbe stata di sua proprietà eppure per lui non era abbastanza. Nella sua mente contorta si delineava tutto ciò che avrebbe fatto avvalendosi dello uno scettro usurpato che già sentiva stretto nel suo pugno.
Akheperkara sorretto da due guardie fece il suo ingresso nella sala che subito si riempì del ronzio di voci dei curiosi presenti alla cerimonia. Tutti commentavano lo stato di incoscienza del faraone e come avesse potuto decidere le sorti del regno in una così grave condizione mentale.
Akheperkara raggiunto il punto centrale della sala fece cenno di iniziare la cerimonia di unione. Thutmose si avvicinò ad Hatshepsut che riluttante dovette subire il dolore e l’umiliazione di obbedire ad un legame che non avrebbe mai rispettato se non per quella forma iniziatica. Quando le mani degli sposi si unirono la fiamma ardente sul tripode di Amon si spense all’improvviso, Thutmose tremò.
La cerimonia andò avanti fino alla consegna dello scettro di Akheperkara al nuovo reggente ma per quanto i sacerdoti facessero offerte al dio, sembrava che egli non accettasse una simile unione, la fiamma fu riaccesa dai sacerdoti impauriti dall’ammonizione divina ed il rito continuò fino alla conclusione. Akheperkara si apprestò all’ultima fase della cerimonia le sue parole confermavano Thutmose sul trono:
«Questo è il tuo scettro, costei tua sposa, questa è la terra su cui governerai con saggezza, questo è il flagello con cui farai giustizia su coloro che trasgrediranno alle leggi dei nostri padri e dei nostri dei.»
Akheperkara consegnò i simboli regali nelle mani del suo successore e in quello stesso istante la fiamma si spense per la seconda volta. Uazmes rabbrividì, il dio Amon aveva reso tangibile il suo dissenso per ben due volte. La fiamma restò spenta, nessuno ebbe il coraggio di riaccenderla. Il vecchio faraone si tolse la corona per porla sul capo del nuovo reggente, che come tale avrebbe preso i cinque nomi della titolatura regale, primo dei quali sarebbe stato Akheperenra.
«Questa e la corona dell’alta e bassa Kemet –recitò Akheperkara- questo è il simbolo dell’unione dei due regni che d’ora in poi dovranno obbedire al tuo comando e riconoscerti quale unico e supremo sovrano e venerarti come l’incarnazione del dio sulla terra.»
L’eco delle ultime parole di Akheperkara si rincorreva ancora tra le mura del tempio quando una luce folgorante, sottile e veloce come una lancia apparve all’improvviso simile ad un fulmine scaturito dal nulla. La fiamma si riaccese alzandosi fino al soffitto, solo pochi secondi e questa sparì lasciando al suo posto una lunga colonna di fumo nero dall’odore acre. Il tripode ebbe un sobbalzo ed il fumo si dissolse. Una massa informe prese a muoversi nel tripode ormai spento fino a prendere le sembianze di due minacciosi cobra che ergendosi dritti sul sinuoso corpo iniziarono a combattersi l’un l’altro. Un rapido scambio di morsi mortali e i due rettili rimasero immobili mentre i loro corpi si mutavano in pietra, poi la pietra cominciò luccicare diventando pian piano sempre più trasparente. I due cobra di cristallo vibrarono per pochi istanti e con un secco e crepitante rumore iniziarono a frantumarsi in migliaia di minuscoli pezzi, finché non restò che una manciata di sabbia incandescente.
Thutmose era stato incoronato contro la volontà di Amon, e tutti nella sala rimasero atterriti da quella minacciosa manifestazione, un silenzio mortale regnò per alcuni, interminabili attimi sul tempio, forse su tutta la terra, solo la voce di Akheperkara osò romperlo, solo la voce di un folle avrebbe potuto sfidare la palese ira del dio e completare il rituale dell’incoronazione in favore di Thutmose Akheperenra che paralizzato dal terrore non riusciva a pronunciare una sola parola.
Tutti cominciarono ad uscire dal tempio temendo che una terribile sciagura potesse abbattersi su ognuno di loro, solo Hatshepsut sembrava aver conservato il suo sangue freddo, dal suo volto non traspariva alcun timore. Nei suoi occhi all’improvviso brillò una strana luce, si trovava alle spalle di Thutmose Akheperenra che non riuscendo ad alzarsi era ancora inginocchiato davanti ad Akheperkara, fu allora che la principessa notò uno strano segno dietro il suo orecchio sinistro: tre piccoli cerchi pieni simili a tre gocce di sangue del quale avevano anche il colore, forse un segno che aveva fin dalla nascita ma che nessuno aveva mai notato forse perché coperto dai capelli. Un trascurabile capriccio della natura o un ulteriore segno degli dei con un suo preciso ma misterioso significato?
Il corteo nuziale avrebbe dovuto lasciare il tempio per accompagnare la coppia reale alla loro nuova dimora ma prima che tutti lasciassero la sala dell’incoronazione Uazmes annunciò l’oracolo di Amon:
«Fermatevi! –tuonò- il dio Amon ha manifestato la sua collera, egli non ha dato il suo benvolere a questa unione, il suo spirito ha visto qualcosa di impuro, qualcosa che dovrà essere mondato con sacre cerimonie purificatrici mediante offerte e sacrifici, affinché la sua collera possa essere placata. Fino ad allora questa coppia non potrà vivere condividendo la stessa casa. Non fino a quando il dio non avrà dato il suo divino assenso, questa è la sua volontà –concluse-.»
Davanti ad Amon una fiamma calda e luminosa riapparve, il volto della sua statua venne illuminato da quella tenue luce ed in un attimo il tempio fu invaso da una leggera coltre di fumo inondando l’intero tempio di un intenso profumo di incenso fresco. Il supremo Amon aveva dato il segno di conferma alle parole del suo Gran Sacerdote Uazmes ma era anche un’ammonizione affinché il suo volere venisse rispettato. Nella stessa misura in cui Hatshepsut dovette obbedire alla volontà di suo padre sposando Akheperenra, al di là di ogni sua aspettativa e contro la sua volontà, il nuovo faraone dovette accettare la volontà del dio Amon permettendo che la sua sposa vivesse lontano dalla sua dimora reale. Questo però, era un boccone amaro che il nuovo re non riusciva ad ingoiare.
La giovane regina intanto era tornata nella sua casa paterna circondata dai suoi affetti più cari tra cui suo padre la cui malattia in continua progressione aveva raggiunto uno stato così avanzato da ridurlo alla perenne incoscienza. Nonostante le continue cure e la costante assistenza degli uomini di medicina, sembrava che per Akheperkara stesse giungendo il momento della sua ultima partenza.
Nelle Valle dei Re, la tomba ipogea di Akheperkara era ormai terminata. Gli artisti stavano dando gli ultimi ritocchi necessari al completamento delle incisioni e delle pitture parietali all’interno della camera del sarcofago dove il suo corredo funerario era già stato sistemato: tutto ciò che gli sarebbe servito nell’altra vita, così come in quella terrena: oggetti d’oro e d’argento, i simulacri delle divinità di Uaset, ogni tipo del più raffinato e pregiato vasellame e 360 statuine con le sue sembianze che avrebbero lavorato al suo posto nei campi dell’aldilà. Nulla gli doveva mancare e nulla fu tralasciato ne omesso.
Tutti coloro che lavoravano alla tomba ne avevano libero accesso ma venivano sorvegliati giorno e notte dalle guardie per evitare che questi potessero trafugarne i tesori, come era già accaduto per altre tombe della Valle. C’era quindi bisogno che il capo delle guardie fosse una persona della massima integrità, onestà e fiducia. Anche in questo caso Hatshepsut volle dare questo incarico a qualcuno di cui si poteva fidare ciecamente, qualcuno che conosceva il segreto del suo cuore e che ne era stato il fedele messaggero, quell’uomo era Amenemhat, fratello di Senenmut.
A Gebel Silsila presso le grandi cave di arenaria si lavorava alacremente per estrarre i blocchi da costruzione destinati al tempio di Hatshepsut, l’occhio vigile dell’architetto Senenmut controllava che tutto fosse fatto con meticolosa precisione. Egli si era concentrato sul lavoro in modo ossessionante, nel suo cuore albergava una grande sofferenza forse questo era l’unico modo per distrarre la sua mente da un pensiero che lo tormentava continuamente, quello che un giorno o l’altro la sua adorata avrebbe dovuto cedere al volere del nuovo faraone e unirsi a lui. Senenmut sapeva bene quanto fosse forte il carattere di Hatshepsut, ella aveva sempre tenuto fede ad ogni decisione e ad ogni promessa fatta, e ciò lo confortava ma il potere era ormai nelle mani di Akheperenra e bisognava agire con intelligenza e tatto se si voleva evitare questa assurda, infame unione.
Nella casa della vita del tempio di Amon, Uazmes era intento a scrivere inni agli dei, Pairi entrò silenziosamente recava sul viso una espressione gioiosa ed avvicinandosi al gran sacerdote gli si rivolse rispettosamente:
«Nobile Uazmes, gradirete sapere che qualcuno ha voluto allietarci con la sua presenza, è la nostra amata regina che si è recata qui in compagnia di sua sorella, la dolce principessa Neferubity, entrambe desiderano vedervi.»
«È ormai da qualche giorno che il mio pensiero giunge a loro –rispose Uazmes- speravo tanto di rivederle presto e sono felice che siano qui… ti prego conducile da me.»
Pochi istanti dopo le due dame si ritrovarono davanti al fratello che commosso le accolse tra le braccia.
«Finalmente –disse Hatshepsut- il desiderio di rivederti era grande ma come tu sai la mia vita in questi ultimi giorni è più travagliata che mai. Mi sento confusa ed amareggiata, e in queste condizioni non riesco a trovare una via d’uscita. Ma parlami di te, della tua nuova vita da sacerdote, della tua salute. Quando mi chiedesti di volerti accostare al sacerdozio, io ti affiancai il buon Pairi che qualche tempo prima mi espresse lo stesso tuo desiderio. Sapevo che ti sarebbe stato di buona compagnia e che, se ve ne fosse stato bisogno, sarebbe stato in grado di prendersi cura di te. Egli è una persona buona e disponibile, spero che non ti abbia deluso.»
«Ciò che dici risponde alla verità, –rispose Uazmes- Pairi e molto buono ed è per me un grande amico. Qui viviamo nella serenità dello spirito e godiamo del silenzio e della parola di Amon ma molto spesso durante il desinare parliamo dei nostri ricordi e qualche e volta ci confidiamo qualche piccolo o grande segreto. La tua fiducia in lui è ben riposta, egli farebbe qualsiasi cosa per vederti felice. Quando ti disse di volersi iniziare alla vita del tempio, egli fece una scelta dettata dalla saggezza, solo così poteva allontanarsi dalla donna che amava senza soffrirne troppo e forse un giorno, con l’aiuto degli dei, riuscirà a farne dono al cielo trasformando quel grande amore in un sacrificio supremo.
Quanto a me posso assicurarti che non c’è più alcun male ad affliggermi, anche le mie visioni sembrano essersi allontanate sebbene molto spesso, non so come, riesco a prevedere avvenimenti futuri. Altre volte invece la mia mente raggiunge coloro che mi sono più cari, tanto da entrare nei loro pensieri, nelle loro sensazioni, nelle loro pene, ecco perché conosco il tuo tormento.
Quando durante l’incoronazione di Akheperenra si verificarono quegli strani fenomeni, che ancora oggi non riesco a spiegarmi, ne approfittai interpretandoli arbitrariamente come un rifiuto di Amon alla tua unione. Ero cosciente di quanto rischiavo con una simile azione ma, era l’unico aiuto che potessi darti in quel momento. Per le nostre leggi il tuo matrimonio non sarebbe valido poiché tra voi due non c’è ancora la rituale convivenza, inoltre nelle vene di Akheperenra non scorre sangue reale, non essendo egli figlio del faraone. Queste sono le uniche due frecce del nostro arco, ma chi crederebbe a questa storia se fu proprio il faraone a designarlo pubblicamente come suo figlio legittimo? Per di più, antecedentemente, nostro padre promise ad Akheperenra di concedergli la tua mano e come tu sai un simile accordo fra i due ha un notevole peso, e non depone a tuo favore.»
«Ti sono riconoscente per il tuo provvidenziale intervento che mi ha permesso di ritornare alla mia casa paterna senza dover lottare per evitare di convivere con quell’uomo. Condivido pienamente le tue considerazioni, la mia attuale posizione è nettamente di inferiorità rispetto ad Akheperenra il quale ora può avvalersi anche del potere conferitogli da nostro padre. Eppure deve esserci una via d’uscita, un punto debole, un espediente. –concluse Hatshepsut-.»
«Bisogna studiare con calma e ponderare bene le prossime mosse se vogliamo riuscire nel nostro intento, sono certa che gli dei ci verranno incontro. –osservò Neferubity-»

Il marchio di sangue

Alle parole della sorella, Hatshepsut ricordò immediatamente un particolare notato durante la famigerata incoronazione:
«Ricordo che alla fine della cerimonia mi trovavo alle spalle di Akheperenra, il quale era ancora inginocchiato davanti al faraone, mi accorsi allora di uno strano segno che aveva dietro l’orecchio sinistro: tre piccoli cerchi pieni del colore del sangue disposti in maniera tale da sembrare un fiore con tre soli petali.»
A queste parole Uazmes si alzò in piedi ed avvicinatosi alle due sorelle e scostandosi il copricapo Nemes scoprì l’orecchio sinistro dietro il quale si celavano tre piccoli punti rossi simili ad uno strano fiore purpureo con soltanto tre petali. «E’ forse questo il simbolo che vedesti?.»
«Divino Amon! –rispose- Come è possibile? Lo stesso identico segno, lo stesso preciso colore. Qual è il suo significato? Ti prego, non tacere, dimmelo!»
«Ti dirò ciò di cui sono a conoscenza, –rispose- ma non vedo come possa giovarti. Ebbene nostra madre adottò questa usanza fin dal suo primo figlio, ricordo ancora il dolore provato quando con un affilatissimo strumento mi furono fatte centinaia di piccolissime, fittissime punture, una tortura che durò alcune ore credo, ma non posso esserne certo, ero troppo piccolo, due o tre anni al massimo. Quando il disegno fu completato inserirono nelle minuscole ferite una sorta di pigmento rosso. Ho portato questo marchio nella speranza che col passare del tempo potesse cancellarsi ma come vedi è ancora lì indelebilmente impresso dietro l’orecchio, perfettamente identico a quello che vedesti dietro l’orecchio di Akheperenra e se un giorno ti capitasse l’occasione, potresti vederne un altro uguale dietro quello di mio fratello maggiore, il generale Imenmes. Questo è il marchio che hanno tutti i figli di Mutnofret, ma nessuno di noi sa a cosa servisse.»
Hatshepsut rimase disorientata dalle parole di Uazmes, la mente della giovane regina, come sempre cercava di dare una spiegazione logica a questa nuova bizzarria di Mutnofret che, anche dopo la sua scomparsa, continuava a stupire con i suoi comportamenti enigmatici. Perché mai quella donna si preoccupava di apporre sul corpo dei suoi figli quello strano simbolo? Un’idea le balenò improvvisamente: Un segno indelebile che potesse provare la legittima maternità dei suoi tre figli.
Ma immediatamente si rese conto che questa ipotesi non poteva essere attendibile, un elemento fondamentale mancava per far si che il concetto non fosse solo qualcosa di empirico.
Ahmes accolse le figlie che tornavano dal tempio con un’espressione di profonda tristezza, da quegli occhi stanchi si leggeva la sua rassegnazione, non disse nulla ma le sue giovani figlie capirono.
Ormai la vita terrena del faraone Akheperkara stava per giungere alla sua inevitabile conclusione. Quell’uomo che fu esempio di saggezza e di giustizia, che aveva cercato di vivere secondo i dettami delle leggi di Osiride, colui che seppe dispensare amore al suo popolo, clemenza per i suoi nemici e carità per gli sventurati, ora si accingeva a raggiungere il giudizio finale. Un uomo che ebbe il coraggio di riconoscere i propri errori e che seppe porvi rimedio, quello stesso uomo che ora giaceva supino e immobile sul suo letto regale con lo sguardo perso nel nulla. I muscoli delle sue membra ancora turgidi, il suo petto ancora gonfio di potenza ed i tratti del volto ancora plasmati di virile bellezza erano ormai solo materia inanimata, sebbene il suo cuore palpitasse ancora. Tutti coloro che gli furono fedeli e che lo amarono, ricevettero la mesta notizia ed ora erano lì al suo capezzale: da Ineni, al nobile Pahery, da Ahmes Pen Nekhbet, ad Ahmes figlio di Abana e poi Imenmes, Senenmut con tutta la sua famiglia e non per ultimo Uazmes che affranto dal dolore guardava l’espressione indifferente del cinico fratellastro mentre si pavoneggiava, nelle sue vesti regali, del potere indegnamente detenuto. Il silenzio avvolgeva l’intera sala, rotto soltanto da qualche isolato bisbìglio della servitù che si prodigava per mettere i visitatori a loro agio. D’un tratto la voce del nuovo monarca si levò alta:
«Dimmi Gran Sacerdote, tu che per voce di Amon ne decretasti la collera, tu che del dio sei l’oracolo, dimmi quando giungerà il giorno in cui la mia sposa avrà il permesso di occupare il posto che gli spetta nella sua nuova dimora per assolvere ai suoi doveri di Sposa Reale al mio fianco?»
«La tua domanda è rivolta semplicemente ad un uomo, -rispose Uazmes- un umile servitore del tempio che non può soddisfarti. La risposta non spetta a me, solo Amon può darti la risposta e non credo che egli possa farlo qui in questo preciso istante come tu pretendi. Non è questo il luogo giusto e, perdonami se oso dire che non è certamente il giusto momento. Recati al tempio, maestà, solo lì potrai avere la risposta che cerchi, e quando porrai la tua domanda, sarà cosa ben saggia moderare il tono della tua voce, così facendo eviterai di offendere le sue orecchie, la stessa cosa sa che avresti dovuto fare ora, per non offendere il dolore di coloro che vegliano nella casa di un uomo morente. »
«Farò come tu dici –rispose- ed ignorerò il modo irriverente con il quale hai osato parlare al tuo sovrano. Ringrazia gli dei di essere mio fratello, se al tuo posto vi fosse stato un altro uomo egli avrebbe ricevuto una esemplare punizione. Non dimenticare che io sono Akheperenra, Re dell’Alta e Bassa Kemet, il tuo faraone.»
«Non lo dimenticherò e se ho sbagliato te ne chiedo umilmente perdono. Ciò che tu hai dimenticato invece, è che colui che ora giace in agonia è la stessa persona che ti diede il potere di cui ora ti fregi e che merita tanto rispetto quanto tu stesso ne pretendi. Per quanto riguarda noi due, sai bene che non è mai esistito alcun legame fraterno e seppure vi fosse stato, esso sarebbe decaduto nel momento in cui nostra madre smise di vivere. Puoi quindi considerarmi alla stregua di qualunque altro uomo e punirmi secondo la tua volontà, io non mi opporrò.»
Il giovane faraone si fece rosso in viso per la rabbia. Il colpo infertogli dal sacerdote fu molto doloroso egli però riuscì a non infierire, d’altra parte anche il più vile degli uomini resta inerme quando la verità gli si pone davanti. Alla durezza delle parole di Uazmes non vi fu alcuna risposta, Akheperenra si limitò a raggiungere velocemente l’uscita del palazzo sparendo nel buio e lasciando che il silenzio tornasse a regnare tra quelle alte, dignitose mura.
Un grido lancinante proruppe improvvisamente dalla stanza di Akheperkara, seguì immediatamente un pauroso silenzio. Ahmes che era vicina al suo sposo uscì in lacrime dalla sua stanza.
I presenti dopo i primi attimi di smarrimento rivolsero lo sguardo alla regina che affranta dal dolore cercava confusamente un appiglio per potersi sorreggere ma le forze vennero a mancarle e si accasciò lentamente mentre dalla sua gola sfuggiva un soffocato, debole lamento di disperazione. Hatshepsut a Neferubity corsero a perdifiato su quella breve ma interminabile scala, precipitandosi con il cuore colmo di ansia nella camera del loro padre. In un baleno gli furono accanto, si avvicinarono al suo viso e lo abbracciarono teneramente come per chiedergli un bacio, come quando erano ancora due teneri virgulti.
Il suo corpo rimase immobile ed i suoi occhi non si dischiusero, il suo volto si tingeva pian piano del gelido pallore della morte. Era troppo tardi, troppo tardi anche per ricevere il suo ultimo respiro ormai già esalato.
I preparativi del viaggio per l’aldilà del faraone defunto sarebbero stati lunghi e laboriosi: il corpo di Akheperkara fu portato sulla sponda occidentale del Nilo, nella Tenda della Purificazione, nel punto esatto in cui il sole tramontava. Qui il corpo avrebbe ricevuto il primo dei lavaggi rituali. Il corpo non doveva rimanere preda della corruzione, se non fosse stato perfettamente conservato il suo ba (l’anima) non vi si sarebbe potuto ricongiungere. Dalla Tenda della Purificazione il corpo fu portato nella casa degli imbalsamatori che aspettavano le spoglie mortali del faraone indossando una maschera del dio Anubi, dalle sembianze di sciacallo, egli era preposto alla mummificazione e ad accompagnare i morti nel regno dell’aldilà. Uazmes, essendo il Gran Sacerdote di Amon, accompagnava la salma del padre, a lui spettava di recitare i testi sacri del rituale. Il corpo fu adagiato sul tavolo, uno scriba tracciò un segno sull’addome sul quale l’imbalsamatore con una lama di selce, praticò l’incisione. Gli organi vitali furono asportati e lavati nel vino di palma e una volta asciugati furono riposti nei quattro vasi canopi. Solo il cuore non fu asportato poiché in esso erano contenute tutte le emozioni i sentimenti ed i pensieri del faraone. Anche il corpo fu lavato col vino di palma poi fu rasato completamente ed immerso nel Natron dove sarebbe rimasto per settanta giorni. Infine fu cosparso di resine ed oli profumati quindi avvolto in sottili bende di purissimo lino tra le quali furono inseriti diversi gioielli, placche d’oro e amuleti protettivi. Finalmente il corpo venne disteso in un primo sarcofago poi in un secondo poi nel terzo. Era quindi pronto per raggiungere la sua ultima dimora terrena. Il corteo funebre accompagnò Akheperkara fino all’ingresso della sua tomba, seguito dal pianto delle prefiche, qui Uazmes davanti al sarcofago posto con il viso rivolto a sud, diede inizio al rituale dell’apertura della bocca. Il sacerdote prese i suoi strumenti d’oro e con il dyeba e il nechereti diede un lieve tocco alla bocca e agli occhi del sarcofago ridando così nuova vita al padre defunto con una invocazione al dio Osiris, primo giudice del tribunale dei morti:
“Oh divino Osiris, tu che presiedi al tribunale dell’aldilà. Osserva quest’uomo, le sue membra sono forti e perfette come quando camminava sulla terra di Kemet. Egli ha vissuto dietro l’ombra di Maat, non ha calunniato, non ha detto il falso, non ha torturato i suoi nemici per questo è giustificato presso Amon. Fa si, oh divino che egli si nutra come sulla terra, che il suo cuore sia a suo agio nella necropoli e che raggiunga la dimora in pace, Fa che egli raggiunga il suo ka in tutta tranquillità, che tutti gli dei lo accolgano benevolmente e che tutti coloro che lo hanno preceduto nel viaggio lo aiutino a compiere il suo”.
Ed infine l’invocazione al cuore del defunto affinché diventasse più leggero della piuma che ne era il contrappeso sulla bilancia di Osiris:
“Oh cuore, oh cuore di tua madre, oh cuore delle tue diverse età, non ti ergere contro di lui come testimone, non ti opporre a lui in presenza dei giudici divini, fa si che il piatto non si inclini a suo sfavore, davanti al guardiano della bilancia perché tu sei il ka che è nel suo corpo, il dio Khnum sorveglia le sue membra intatte per non lasciarle preda della corruzione. Oh cuore rendi il suo nome odoroso d’incenso e renditi più leggero della piuma presso il dio”.
Il rituale si concluse con l’offerta di cibi e libagioni, dopodiché la mummia reale fu portata all’interno della tomba e posta al centro della camera funeraria assieme agli oggetti che gli furono più cari durante la sua vita terrena. L’ingresso del sepolcro, infine, venne definitivamente chiuso con l’apposizione del sigillo reale che sarebbe dovuto restare inviolato per l’eternità.
Il corteo funebre riprese lentamente la via del ritorno, Kemet aveva perso un sovrano tanto amato dal suo popolo e che la storia non avrebbe mai dimenticato.

CAPITOLO VII

Il compromesso

La morte di akheperkara era ancora vivida nell’animo dei suoi cari, erano trascorsi solo quattro mesi dalla sua morte e la mancanza del monarca cominciava già a produrre i suoi effetti. Il popolo era disorientato ed alla mercé di se stesso, benché la corona appartenesse ad Akheperenra, i sudditi rivolgevano la loro stima ad Hatshepsut ed alla madre Ahmes le quali però avevano perso gran parte del loro potere decisionale. Esisteva però un nutrito gruppo di incrollabili sostenitori del vecchio regime, una moltitudine di persone di ogni estrazione sociale tra cui moltissimi personaggi di alto lignaggio. Il paese si trovava quindi diviso in due opposte fazioni: la prima era quella delle ultime generazioni del popolo, simpatizzanti del giovane monarca, la seconda quella di coloro che furono i fedelissimi di Akheperkara che ora si erano coalizzati in un accanito gruppo di sostenitori di Hatshepsut. A questi ultimi si affiancava il potente clero di Amon, tutto ciò metteva i due sposi avversari in una posizione di parità. La partita tra Hatshepsut e Akheperenra era appena iniziata ed ancora tutta da giocare.
Senenmut e la sua regina erano più che mai innamorati e questa triste circostanza li aveva avvicinati ancor di più.
«Fino a quando riuscirai ad evitare di vivergli accanto? –chiese Senenmut- Non potrai sottrarti in eterno agli obblighi coniugali, prima o poi dovrai cedere.»
«Cercherò di sfruttare l’aiuto di Uazmes e finché la storia della collera di Amon sarà credibile io vivrò qui, lontana da lui. Nel frattempo spero che accada qualcosa che possa stravolgere gli eventi e se ciò non accadesse sto già pensando all’eventuale estrema soluzione.»
Il generale Imenmes quella mattina si presentò al palazzo del suo defunto padre, in visita di lutto ad Ahmes ed alle sue figlie.
«Salve nobile sposa del grande Akheperkara, Imenmes reca il suo mesto pensiero per colui che ci lasciò e si unisce al dolore che ci accomuna tutti, salve anche a voi sorelle -proseguì- sono lieto di vedervi, anche se gli dei a volte ci inducono su sentieri diversi, loro stessi fan si che questi, a un certo punto, convergano unendosi ed io credo che per noi questo momento sia giunto. Ora più che mai i figli di Akheperkara devono stringersi intorno al suo ricordo per perpetuarne la grandezza d’animo e di cuore. Il nostro amore per questa terra ci impone di proseguire l’opera di nostro padre. Purtroppo, colui che oggi siede sul trono di Kemet rappresenta un pericolo per tutti noi. Quel trono, spettava a voi mia nobile Hatshepsut e molti uomini di Uaset, sebbene siate una donna, vi acclamano. Costoro sono pronti ad obbedirvi e a sostenervi, io sono con loro… il primo di tutti loro!
Thutmose Akheperenra, l’usurpatore, non regnerà a lungo su Kemet, colui che non ha dignità, colui che è privo di scrupoli non può dare un futuro a questa terra. Lo scettro che è nelle sue mani apporterà solo sventura e decadenza. La sua perfidia tramuta in veleno ogni cosa che tocca. Ricordo la mia adolescenza nella casa materna. Egli già dalla prima infanzia ci fu ostile, ed è per questo che io e Uazmes abbiamo sempre cercato di evitare la sua vicinanza, ben sapendo di cosa fosse capace pur di vederci soffrire. Si faceva forte dell’appoggio di nostra madre, della quale fu sempre il prediletto. Il suo maggior divertimento era quello di tramare contro i suoi fratelli maggiori per il semplice, insano gusto di farci punire. Io come fratello maggiore riuscivo a malapena ad osteggiare la sua cattiveria innata. Una volta, armatosi di un coltello, arrivò addirittura a minacciarmi, mi esasperò a tal punto che la mia ira non riuscì a trattenersi, lo disarmai con l’intenzione di dargli una volta per tutte la lezione che meritava ma, non vi riuscii, le sue urla d’aiuto attirarono nostra madre che accorse subito in suo soccorso e dopo averlo liberato dalla mia presa vide l’arma, la raccolse dal pavimento e osservandola da vicino vi riconobbe il mio coltello da caccia. Fui accusato ingiustamente di aver aggredito il piccolo Thutmose. Implorante, cercavo di spiegarle le mie ragioni, ma non volle credermi. Fui punito con cinquanta nerbate, la mia schiena ne porta ancora oggi le cicatrici.» Così dicendo Imenmes, si avvicinò alle tre donne, poi si scoprì la schiena mostrando loro i profondi segni lasciati delle frustate.
Hatshepsut avvicinandosi al giovane generale gli pose una mano sulle poderose spalle in segno di compiacimento:
«La tua fedeltà dimostra la nobiltà del tuo cuore. In principio credevo che fossi semplicemente un soldato che guida il suo esercito in cerca di gloria per il solo gusto di appagare il proprio io e di affermare se stesso, ora so che non è così. Capii che eri un uomo giusto già da qualche tempo, fin dal giorno in cui tornasti dall’ultima spedizione militare, quando davanti ai più importanti uomini di Uaset volesti conferire al soldato Senenmut l’oro dei valorosi. Questo gesto mi fece capire la tua vera essenza, in quel momento mi ricordasti nostro padre, il quale al ritorno dalle sue battaglie sapeva sempre ricompensare coloro che erano meritevoli. Anche tu come lui sapesti dimostrare la tua riconoscenza a colui che con un gesto coraggioso ti salvò la vita.
Il racconto della tua infanzia, poi, ha dissipato ogni mio dubbio ed è proprio di questi insulsi dubbi che io ti chiedo sinceramente scusa. La nostra diffidenza è frutto dei tradimenti e delle congiure che la nostra famiglia ha subito ingiustamente fin ora. Tutto ciò, purtroppo, ci induce, nostro malgrado, a vedere del male anche dove male non c’è.»
«Non avete bisogno di scusarvi, comprendo come possiate sentirvi dopo tutto ciò che è accaduto fino ad oggi nella vostra vita. Chiunque al vostro posto agirebbe con la massima cautela nei confronti di tutti.
Ma non temete, sebbene nato da Mutnofret, cerco di condurre la mia esistenza secondo le leggi divine, quelle della giustizia e dell’onestà quelle stesse leggi che nostro padre ci insegnò, ecco perché mi schiero dalla vostra parte, disponete pure di me, il mio braccio e la mia mente sono al vostro servizio.»
«Non dubitare, mio fedele Imenmes, quando sarà giunto il tempo non esiterò a chiedere il tuo aiuto. Ma ora va a rinfrescarti, sarai stanco della lunga marcia, resterai nostro ospite.»
Imenmes accompagnato dalla giovane Neferubity stava per raggiungere la camera destinata agli ospiti di riguardo, quando Hatshepsut ricordando le parole di Uazmes fermò i loro passi:
«Ti prego mio generale, perdona questa mia curiosità, allontana dal viso il lembo sinistro del tuo nemes e lascia che io guardi dietro il tuo orecchio.»
Imenmes si avvicinò e, quando fu a un solo passo da Hatshepsut, tolse il copricapo e voltandosi di spalle mostrò il suo orecchio sinistro:
«Questo è il marchio di sangue, -spiegò- tutti i figli di Mutnofret lo hanno, dal primo all’ultimo. Ci fu fatto quando eravamo molto piccoli, era questo che volevate vedere non è vero?»
«Si! –rispose- Incidere quel marchio con degli strumenti da punta sulla viva carne di un bimbo deve essere cosa molto dolorosa, allora perché sottoporre i propri figli ad una simile tortura? Non di certo per una semplice vanità. Sono certa che quel segno abbia un significato, un fine ben preciso.»
Il generale rimise il suo Nemes e disse:
«Ignoro il motivo di questo eccentrico comportamento, quel che so e che anche mia madre ne aveva uno, di forma e colore identici e nel medesimo punto. Il suo però gli era stato impresso dalla natura, ella infatti nacque con quello che lei stessa definiva un segno di distinzione, il “fiore rosso degli esseri superiori”.»
«Grazie –disse Hatshepsut- e perdona la mia curiosità che, forse, ha ridestato nella tua mente un doloroso ricordo.»
Imenmes si inchinò rispettosamente e congedatosi si diresse verso il suo alloggio, Ahmes ed Hatshepsut lo osservavano mentre si allontanava, nello sguardo di quell’uomo si leggeva il tormento di chi aveva amato una madre che non seppe dargli affetto, il cui ricordo gli procurava solo sofferenza.
«Anche lui come Uazmes ha vissuto un’infanzia travagliata –disse Ahmes- ed anche in lui il gene di Akheperkara ha prevalso su quello di sua madre. Imenmes è un uomo degno di stima, i suoi occhi sanno distinguere la terra che produce messi rigogliose da quella arida ed infruttuosa, egli è un giusto di voce.»
«E’ vero –rispose Hatshepsut- il suo parlare è quello degli uomini nobili, nei suoi modi non v’è presunzione, sa spogliarsi delle vesti di Grande Ufficiale per vestirsi d’umiltà. La storia del marchio di sangue deve avergli ricordato dei terribili momenti, le sue mani tremavano mentre ne parlava.»
«Dunque, a quanto pare, Mutnofret nacque con quello strano segno –disse Ahmes- che poi volle far riprodurre anche sulla pelle dei propri figli, ma che senso ha tutto questo?»
«Forse, madre mia, si potrebbe definire un marchio di possesso. Sappiamo quanto fosse grande l’ambizione di quella donna e che la sua massima aspirazione fosse porre sul trono uno dei suoi figli e non per fregiarsi del maestoso titolo di Regina Madre ma per il potere e la ricchezza che ne sarebbe scaturita. E’ chiaro che per lei, ognuno dei suoi figli, rappresentava una vera miniera d’oro. Ora supponiamo che ella fosse ancora in vita e che uno qualsiasi dei suoi figli fosse salito al trono, ella avrebbe avuto bisogno di qualcosa che potesse confermare la sua maternità in modo inequivocabile, il marchio. Tutto ciò per timore che un’eventuale rivalsa da parte nostra avesse potuto contestargli di essere la vera madre del faraone, sottraendole così quella ricchezza che tanto bramava.»
«Questa potrebbe essere una spiegazione logica, –intervenne Naferubity- ciò che invece mi sembra illogico è che tutti i suoi figli abbiano ricevuto il marchio, quando uno solo poteva salire al trono.»
«Questo è molto semplice da spiegare. –rispose Hatshepsut- Il primo a ricevere il marchio fu Imenmes ma, poco più di un anno dopo, nasceva Uazmes e con lui il problema: chi dei due avrebbe regnato? La soluzione fu quanto mai ovvia, contrassegnare anche lui. Con il tempo, però, si accorse che nessuno dei due poteva ne voleva assecondare i suoi piani: Uazmes con la sua malformità e con le sue crisi; Imenmes che invece guardava solo alla carriera militare rifiutando con tenacia le imposizioni di sua madre. Non restava altro da fare se non un altro figlio, nella speranza che fosse un maschio. Ed ecco che entra in ballo il suo amante segreto dal quale venne alla luce l’attuale Akheperenra, marchiato anche lui, naturalmente.»
«Se i fatti si svolsero veramente come tu dici, bisogna dire che quella donna aveva previsto tutto. –disse Ahmes- Tutto tranne la follia di Akheperkara che avrebbe reso inutile ogni suo piano e tutte le sue bieche fatiche.»
Hatshepsut contemplava silenziosamente il calare del sole dalla finestra delle apparizioni. La città di Uaset, come tutta la terra di Kemet a quell’ora si avvolgeva di un’atmosfera incantata: il cielo vermiglio sembrava soffocare il disco solare e la terra arroventata apriva pian piano la sua morsa soffocante. Ogni cosa appariva animata da un flessuoso ondeggiare, come quando si guarda al di la della brace di un fuoco appena spento. In quel momento il pensiero della giovane regina era rapito dalla bellezza di quella generosa terra e dalle gesta dei valorosi che con il loro sacrificio l’avevano resa un grande e ricco impero. Tante madri avevano pianto i loro figli caduti in battaglia, tante mogli aspettarono invano il ritorno del loro sposo. Quante generazioni attesero il giorno in cui il loro paese fosse divenuto il luogo migliore per vivere? e quanti re, combattendo lo resero tale? come si poteva ignorare tutto quello che fu costruito nei millenni dai grandi monarchi per riporlo in un attimo nelle mani di un piccolo meschino egocentrico?
Una guardia del nuovo faraone fece il suo ingresso al palazzo di Ahmes; recava un papiro per la regina Hatshepsut, lo consegnò nelle sue mani e si piegò in un inchino dicendo:
«Chiedo il permesso di andare mia maestà, il nobile faraone attende una vostra risposta ma, desidera che voi riflettiate a lungo prima di prendere una decisione. Tornerò tra tre giorni per la risposta.»
Hatshepsut chiamò subito sua madre e la giovane sorella:
«Il faraone –disse- mi ha mandato un messaggero recante questo importante scritto. Desidera avere una risposta ma, vuole che io rifletta a lungo sull’argomento. Voglio che anche voi assistiate alla lettura, poiché i vostri consigli mi sono sempre stati preziosi.
“Mia nobilissima regina, la nostra inesistente unione si dilunga ormai da tempo e ciò non giova alla mia posizione ed alla mia figura di regnante, di conseguenza anche il paese a lungo andare potrebbe risentirne.
E’ proprio per il bene del regno che proprio oggi ho nominato il nuovo Nomarca della città, egli è un uomo di nobile estrazione che conosco fin dall’adolescenza e riscuote di tutta la mia fiducia ed ammirazione.
Sennefer mi aiuterà e mi insegnerà a governare saggiamente, cosa che avrei dovuto apprendere in tenera età come vostro padre fece con voi, ma io non fui educato per governare, certamente voi sareste stata un ottimo faraone, senz’altro migliore di me. Gli dei, però, a volte sono beffardi. Ricordate gli strani eventi della cerimonia d’incoronazione? rammentate l’oracolo di Amon, il quale decretò la nostra immediata separazione? Ebbene, gli dei si beffano di noi e dei nostri progetti, dei nostri sogni, dei nostri desideri ed aspirazioni. Oggi al mio posto, se non foste una donna, una bellissima donna, potreste esserci voi ma, ancora una volta la volontà divina ha stravolto gli eventi cingendo il mio capo della vostra corona. So che avete molti sostenitori specialmente tra i religiosi del grande tempio, so che addirittura i miei fratelli vi sono devoti ma tutto questo ha poca importanza, se dovrà esserci una contesa tra noi io sono pronto a combattere, pur sapendo che le vostre armi sono più lunghe e ben più taglienti delle mie.
So bene che non avrei mai potuto esprimere tutto questo con il suono della mia sgradevole voce, poiché so che non me ne avreste dato l’opportunità, è quindi dal mio calamo che apprenderete la mia proposta:
Rinuncio fin d’ora a pretendere la vostra presenza al mio fianco, rendendovi la libertà di vivere nella vostra casa paterna, senza però oltraggiare il mio nome manifestando pubblicamente un amore che dura da anni in gran segreto. Questo però non mi preoccupa tanto poiché un simile atteggiamento non gioverebbe neanche a voi, giacché i vostri seguaci potrebbero rimanere delusi scoprendo che la loro amata regina non è quel raro esempio di rettitudine morale. In quanto a me, non ho alcun interesse a rendere pubblica la vostra storia. Anche voi, pur conoscendo il segreto della mia nascita, lo avete saggiamente taciuto, come vedete siamo ad armi pari, e non farne uso conviene a entrambi. Ciò che voglio da voi, invece, è ben altra cosa e rientra nei miei diritti di vostro legittimo sposo, un compromesso al quale dovrete piegarvi, semplice ed equo: a voi la libertà dalla mia presenza, a me un figlio. Una sola notte d’amore, ecco ciò che voglio!”
«Costui è folle –esclamò Neferubity- come può credere che tu possa accettare una simile proposta?»
Hatshepsut non rispose, fu invece Ahmes a commentare:
«Egli è velenoso come una serpe e ciò non ci giunge nuovo ma c’è qualcosa che ignoravamo, non è poi tanto stupido come abbiamo sempre pensato. La furbizia unita alla perfidia può diventare uno strumento pericolosamente efficace nelle sue mani. Fa d’uopo adoperare la massima prudenza ed oculatezza nelle nostre mosse future.»
La giovane Hatshepsut restò ancora qualche istante a riflettere con lo sguardo fisso su quel foglio che aveva ancora tra le mani, poi alzando il capo osservò:
«E’ vero madre, forse lo abbiamo sottovalutato oppure si avvale dei consigli e dell’esperienza di qualcun altro, magari un confidente che gli suggerisce come agire.»
«Sennefer! –esclamò Neferubity- Il suo uomo di fiducia è senz’altro anche il suo consigliere. Lui stesso in quel messaggio ne decanta le doti.»
«Proprio così sorella, credo che abbiamo colto nel segno. Farò condurre quell’uomo qui a palazzo, lui e la sua sposa, un invito di cortesia per poter conoscere colui che ha meritato una così grande stima da parte del faraone. Con questo pretesto potremo accertarci dell’esattezza dei nostri sospetti e, se fosse veramente lui ad ispirare il faraone, avremmo anche modo, con qualche astuta domanda, di valutarne la temibilità.»
«Va bene, figlia mia –disse Ahmes- mi sembra un’ottima idea ma hai forse dimenticato quale assurdo, paradossale compromesso ti sia stato proposto?»
«No madre mia, non l’ho dimenticato anzi posso dirti che allo scadere dei tre giorni quel nobile sovrano avrà la sua risposta. Ho in mente uno stratagemma e se il suo esito sarà positivo, otterremo ben tre risultati contemporaneamente. Liberarmi definitivamente di quell’uomo, rendere giustizia alla memoria di mio padre e proteggere il paese dalla stirpe di Akheperenra. Ora dobbiamo prepararci ad accogliere il Nomarca di Uaset, poi vi spiegherò il mio piano.»
Senza aggiungere altro, Hatshepsut chiamò Ramose, a lui affidò il compito di cercare Sennefer e di invitarlo a palazzo insieme alla sua nobile sposa.
Quando Sennefer e sua moglie Senay arrivarono al palazzo di Ahmes, Hatshepsut era pronta ad accoglierli, scese lentamente la grande scala che dava nell’ampio atrio. I due si inchinarono alla maestà della regina che diede agli ospiti il suo cordiale benvenuto.
Sennefer era un uomo alto e robusto, dai lineamenti virili e dal portamento aristocratico, sul suo viso scintillavano due occhi marroni vispi ed indagatori, attenti a tutto ciò che lo circondava, sembrava non stessero mai fermi. Senay era una donna di indiscutibile bellezza ma i suoi occhi grandi e verdi come le acque del Nilo avevano una luce strana, il suo volto aveva qualcosa di familiare. Hatshepsut ebbe l’impressione di aver già visto quella donna ma non riusciva a ricordarne il luogo, forse si trattava di una semplice somiglianza. All’improvviso un brivido pervase la giovane regina che per un attimo rivisse un terribile momento del passato. Se non l’avesse vista morire con i suoi occhi avrebbe potuto affermare che al fianco di Sennefer c’era Mutnofret, quella donna le somigliava in modo impressionante, i suoi lineamenti, i suoi occhi, i suoi modi, persino la sua voce.
«Perdonatemi Sennefer, se fisso la vostra nobile sposa ma la sua bellezza e davvero cosa non comune, persino una donna ne può restare incantata. Siete un uomo molto fortunato ad averla accanto.»
«Vi ringrazio del complimento maestà. Avete ragione, Senay è una donna molto bella, anche se la sua bellezza svanisce al vostro confronto, ma ella possiede mille altre qualità che farebbero felice ogni uomo.»
«Mi rallegro per voi –rispose Hatshepsut- non è facile trovare nella stessa donna bellezza e virtù. Ma vi prego, unitevi a noi, abbiamo fatto preparare un banchetto speciale in vostro onore ed inoltre avrete l’occasione di conoscere gli altri nobili di corte, illustri personaggi e uomini di governo che, come voi, amministreranno il Paese.»
Il Nomarca non poté rifiutarsi all’invito della regina ma era chiaro che fu preso alla sprovvista. Il banchetto proseguì allegramente. Sennefer e sua moglie erano al centro dell’attenzione di tutti i presenti che cercavano di coinvolgerli in discorsi dai più svariati argomenti ma questa era solo una tattica con la quale Hatshepsut ed i suoi seguaci cercavano di capire la loro vera indole e questo Sennefer lo capì.
Il banchetto, era quasi giunto al termine, a quel punto Hatshepsut si avvicinò a Senay e disse:
«Mia nobile amica, permettetemi di guardare da vicino questo stupendo orecchino, mi ha colpito dal primo momento che vi ho vista, è veramente un pregevole oggetto.»
Così dicendo si avvicinò ancora di più ed avvicinò la sua mano al gioiello che pendeva dall’orecchio sinistro della giovane Senay, delicatamente lasciò che l’oggetto le si posasse sulla mano e con un leggero movimento ritrasse minimamente la mano facendo in modo che l’orecchio si discostasse dai capelli quel tanto che bastava per mettere a nudo la parte superiore del collo. Osservò per qualche istante poi lasciò che il monile scivolasse dolcemente dalla sua mano.
«Nobile Ineni –disse Hatshepsut- voi avrete potuto certamente apprezzare la fattura di questo magnifico orecchino. Il nobile Ineni –proseguì- oltre ad essere un grande architetto è anche un maestro d’arti orafe e produce degli oggetti di rara bellezza, vorrei che lui mi realizzasse un orecchino simile al vostro se ciò non vi infastidisce.»
«Come potrebbe infastidirmi, –rispose Senay- piuttosto sarà un grande onore per me, che la nostra Regina indossi un gioiello uguale al mio, qualunque donna del Paese ne sarebbe lusingata.»
Ormai il buio era già calato ed ognuno degli invitati dopo aver preso commiato lasciarono il palazzo delle ospiti reali. Le tre donne erano rimaste finalmente sole. La giovane regina ed i suoi fedelissimi amici avevano recitato con maestria la loro parte nel farsesco banchetto ma, nonostante tutto Sennefer si era insospettito. Ciò che invece nessuno sospettava è che Hatshepsut con tutti i suoi apprezzamenti aveva usato l’orecchino di Senay come pretesto per scoprirle il collo. Il sospetto di Hatshepsut, per quanto assurdo si dimostrò fondato: Senay era figlia di Mutnofret, il marchio di sangue dietro il suo orecchio sinistro ne era l’inconfutabile prova.

La resa dei conti

«Ora sappiamo a chi appartiene la mente che guida le azioni di Akheperenra –disse Hatshepsut- ma la cosa più straordinaria è stato scoprire che Mutnofret avesse una quarta figlia ignota a tutti. Dal suo aspetto direi che si tratta della sua primogenita. Ma chi sarà suo padre? Come avrà fatto a mantenerla nell’ombra finora? E perché?
Ahmes e Neferubity rimasero di sasso quando, allo scadere dei tre giorni, Hatshepsut lesse loro la risposta che avrebbe mandato al faraone Akheperenra:
“Da quando ho ricevuto il vostro messaggio, ho riflettuto a lungo su quella che in un primo momento mi è sembrata una proposta quantomeno assurda ed offensiva che al momento mi sconvolse. Una volta riacquistata la calma ho ripensato a tutta questa storia che forse, potrebbe avere dei vantaggi anche per me. Ho deciso quindi di accettare questo compromesso non senza porvi alcune inderogabili condizioni: l’incontro avverrà qui nella mia dimora paterna, nel giorno e all’ora che io stessa stabilirò, voi mi raggiungerete nella mia camera dove mi troverete pronta a unirmi a voi. L’ambiente non sarà illuminato e non dovrete in alcun modo rivolgermi la parola, in questo modo potrò immaginare che al vostro posto vi sia qualcun altro, questo mi aiuterà a soggiacere. Vedrete nostro figlio solo dopo un mese dalla sua nascita, verrà condotto nel vostro palazzo poiché è lì che egli crescerà. Se e quando vorrò vederlo sarò io a raggiungerlo nella vostra casa. L’ultima importantissima condizione: a prescindere dal sesso del nascituro dovrete considerarmi comunque libera da ogni legame con voi. Aspetto una vostra risposta.”
«Mia dolce sorella –esclamò stupita Neferubity- spero che quel messaggio nasconda un piano ben preciso, non mi sarei mai aspettata da parte tua una decisione simile. Conosco fin troppo bene la tua determinazione, per credere che tu abbia capitolato. Cosa hai in mente parla ti prego!»
«Non sono uscita di senno, –rispose- rassicuratevi, sappiate solo che in quel fatidico momento, qualcun’altra prenderà il mio posto nel mio talamo, ella si unirà al faraone e gli darà il figlio a cui lui tanto anela. Dove Mutnofret fallì, io riuscirò.»
In quello stesso istante Senenmut arrivò a palazzo, come quasi ogni sera dalla morte di Akheperkara.
Il giovane uomo si sedette nei pressi della grande vasca godendo del fresco della sera e dei profumi del giardino, intanto attendeva l’arrivo della sua amata, al fine ella arrivò.
Dopo un tenero abbraccio Hatshepsut lo informò sugli ultimi avvenimenti e gli spiegò il suo piano:
«Ora ho bisogno dell’aiuto di tutti coloro che mi sono fedeli –disse- il primo è tuo fratello Amenemhat, egli cercherà una donna tra le mercenarie dell’amore, qualcuna che abbia più o meno il mio aspetto, costei prenderà il mio posto unendosi ad Akheperenra. Se tutto si svolgerà come previsto, quella donna, avrà in dono una casa lontano dalla città e molto oro e argento, lei stessa stabilirà la misura necessaria per comprare il suo silenzio.»
«Un astuto espediente, –osservò Senenmut- ma molto pericoloso.»
«E’ vero –rispose- ma, non avevo altra scelta. Dobbiamo rassegnarci, il nostro futuro sarà costellato di ostacoli, gli dei lo hanno scritto, sta a noi raccogliere tutte le forze per superarli e questo e solo il principio.
Ma ora vieni –soggiunse- la nostra prima notte d’amore ci attende, sarai tu a darmi un figlio.»
Amenemhat fu inviato nella parte povera della città. In quei luoghi, per le vie più isolate spesso si incontravano le meretrici ma, molte di queste erano semplicemente delle donne segnate da un triste destino: orfane, vedove di guerra, adultere scacciate dal loro sposo. In tutte loro, però, un unica condizione comune: l’indigenza.
Vedere un uomo come Amenemhat nei bassifondi della città non era cosa di tutti i giorni, il suo portamento, le sue vesti raffinate, lo facevano apparire agli occhi di quelle donne come un boccone prelibato, l’uomo ricco in cerca di facili avventure. La voce si sparse rapidamente tra quelle sventurate che, cominciarono a girargli intorno invitandolo a seguirle con voci suadenti e frasi che promettevano le più svariate emozioni. Lui intanto le osservava una per una nella speranza di trovare qualcuna che, anche vagamente, potesse assomigliare alla sua bellissima regina. All’improvviso dalla porta aperta di una misera casa apparve la figura di una giovane donna vestita di pochi, laceri teli di lino: due occhi neri e vispi, lunghi capelli neri sciolti sulle candide spalle, ricadenti sul piccolo turgido seno non un solo anello alle dita affusolate ma, dal portamento fiero e sprezzante.
«Sei tu la donna che cercavo, -disse Amenemhat avvicinandosi alla giovane- non sono qui per ciò che tu pensi, -continuò- non per me almeno. Se accetti la mia offerta potrai diventare una donna ricca e rispettata, avrai una casa dignitosa e delle ancelle ma dovrai lasciare la città.»
«Entra nobile ufficiale, –rispose- cosa dovrei fare per meritare tutte queste buone cose?»
«Non essere impaziente, c’è qualcosa di molto grave che devi sapere prima che io parli: puoi accettare o rifiutare, ma devi farlo ora poiché quando ti avrò spiegato ogni cosa potrai solo accettare o morire, in questa faccenda sono in gioco personaggi troppo importanti per permettere che qualcosa possa trapelare. Valuta bene e rifletti su quanto ti ho detto, io ritornerò qui fra tre ore, ti basteranno per prendere una decisione?»
«Non ho bisogno di pensare tanto a lungo, –affermò la donna- se è vero che la mia ricompensa sarà ricca come tu hai detto, posso assicurarti che non v’è cosa che non sarei disposta a fare. Tu mi stai offrendo di porre fine a questa mia squallida esistenza offrendomi una nuova vita lontano da queste strade cupe dove il sole non giunge mai. Guarda le donne che sono li fuori ognuna di loro con il suo dramma, costrette a vendere il proprio corpo per dar da vivere ai propri figli o per non finire schiave di un padrone. Nessuna di loro aspetterebbe tre ore per darti una risposta; cosa devo fare, parla dunque.»
Amenemhat le spiegò il piano della regina con dovizia di particolari, soffermandosi più a lungo sui momenti più delicati del suo svolgimento, poi insieme aspettarono il calare delle tenebre per raggiungere il palazzo di Hatshepsut dove dopo aver fatto un bagno profumato sarebbe stata affidata alle cure delle ancelle regali che l’avrebbero pettinata e vestita di stoffe pregiate. Il suo collo e le sue dita sarebbero state adornate con raffinati gioielli. La stessa Hatshepsut la avrebbe istruita sugli ultimi dettagli della farsa. La notte dopo sarebbe stata quella decisiva.
Gli dei furono favorevoli, quella notte la luna era alla sua prima fase e le vie di Uaset erano completamente avvolte dall’oscurità.
Amenemhat e la giovane Isis riuscirono ad attraversare la città senza che nessuno li vedesse. Finalmente i due arrivarono a palazzo e scesi da cavallo si presentarono al cospetto di Hatshepsut. Isis aveva ancora il capo coperto dal mantello di Amenemhat, del suo volto si intravedevano solo i suoi occhi neri. Hatshepsut si rese conto che la giovane donna era terribilmente a disagio e con voce rasserenante le disse:
«Scopri il tuo volto, non aver timore, fa che io possa ammirare la tua bellezza. Non vergognarti delle tue vesti, tra poco vestirai al pari di una regina e profumerai come una dea. Se reciterai bene la tua parte diverrai una delle donne più ricche e rispettate di Nekheb e vivrai sotto la mia protezione.»
La donna finalmente tolse il lungo mantello mostrando così le sue splendide fattezze:
«Ecco maestà, questa è la vostra umile Isis. Non oso neppur pensare di assomigliarvi, sarebbe come confrontare l’oro con la sabbia. Il vostro ufficiale vede in me una beltà che neppure io stessa credo di possedere.»
«Non sottovalutarti eccedendo in modestia, il fedele Amenemhat ha visto giusto. Sotto quelle consunte vesti si cela una donna dalla raffinata bellezza, le mie ancelle si occuperanno della tua cura, tra poco, guardandoti allo specchio, vedrai un’altra donna!»
Nefer e Atys presero per mano la sconosciuta e la condussero verso la camera riservata agli ospiti.
Quando le ancelle ebbero finito Isis era irriconoscibile, chi avrebbe mai potuto affermare che quella nobile dama, solo qualche ora prima languiva nei bassifondi della città?
Il mattino dopo il buon Amenemhat rimontato a cavallo si diresse verso il palazzo di Akheperenra per consegnargli un messaggio della regina, recante la data del loro appuntamento d’amore… “questa stessa notte all’ora dodicesima in punto”.
Quel giorno per Hatshepsut e la sua famiglia, trascorse tra mille cose da organizzare tra le quali la partenza di Sat Ra che avrebbe seguito Isis a Nekheb insieme a tre ancelle. Era già l’ora undicesima, Isis era visibilmente ansiosa ma, aveva imparato bene il suo ruolo. Ormai non mancava che l’ultima parte del piano, la più delicata.
Le porte del palazzo furono aperte, mancavano pochi minuti alla dodicesima ora, puntuale la figura del faraone apparse nell’atrio. Poche torce illuminavano a malapena il lungo scalone in cima al quale troneggiava la sagoma della regina che, con un cenno della mano e senza proferire parola lo invitò a seguirla. Quando il faraone entrò la camera era quasi in totale oscurità. I fregi d’oro del baldacchino luccicavano fiocamente alla luce della luna filtrata dalle lievi tende di lino su cui campeggiavano le insegne reali. Il debole vento della notte gonfiava dolcemente quegli esili teli creando una danza fantastica di ombre che si riflettevano sulle pareti come ibis in volo. La donna era lì in piedi accanto al letto, ancora con le vesti indosso, mentre il suo corpo emanava affascinanti profumi. Il giovane faraone non indugiò oltre ed avvicinatosi le accarezzò le morbide spalle, le loro vesti caddero una per volta ai loro piedi, poi i loro corpi scivolarono avvinti sul morbido talamo. Hatshepsut ed Ahmes erano nella camera accanto, una terazza rendeva comunicanti le due camere dagli ampi balconi, le due donne vivevano quegli interminabili attimi in attesa che Isis desse il segnale convenuto. Dopo circa un’ora, finalmente, Isis aprì le tende ed uscì, si avvicinò ad un vaso di fiori e ne colse uno. Lo scambio fu fulmineo, Hatshepsut che era già pronta, entrò nella camera dove il faraone era ancora disteso a fissare il soffitto.
«Avete avuto la vostra notte d’amore –disse la regina- avrete anche il figlio che desideravate, ora rispettate i patti, è ora che andiate.»
Akheperenra si alzò svogliatamente poi si avviò verso l’uscita e arrivato alla porta si voltò e disse:
«Questa notte siete riuscita a farmi dimenticare l’odio che ci separa, ho conosciuto la vostra dolcezza, essa è pari alla vostra durezza. Non so per voi ma sappiate che per me è stato meraviglioso. Se un giorno vorrete vivere al mio fianco io ne sarò felice.»
«Sarebbe molto meglio che voi dimentichiate quel che è accaduto questa notte, –rispose Hatshepsut- se dolcezza vi è stata non era a voi che essa era rivolta. L’assenza di luce ha fatto volare la mia fantasia al di la di queste mura, forse accanto a qualcuno che non potrà mai esser mio. Per tutto quanto il resto, ho solo tenuto fede ai nostri accordi, ora tocca a voi.»
Con lo sguardo abbassato, il giovane uscì. La bella regina aveva inferto una profonda ferita nel suo amor proprio, i suoi passi rimbombarono sul lungo scalone. Poco dopo il nitrire del suo cavallo echeggiò nella notte e il rumore dei suoi zoccoli divenne sempre più lontano fino a sparire nel silenzio. L’ultimo atto della farsa si era concluso.
Erano trascorsi ormai due mesi da quella notte. Tutto procedeva per il meglio per Hatshepsut che era riuscita finalmente a liberarsi dal legame con il nuovo faraone. La giovane regina era come rifiorita, pervasa da una nuova linfa vitale che le restituiva la gioia di vivere. Sul suo volto brillava una luce nuova, nel suo sguardo un’infinita dolcezza. Nel suo grembo portava il figlio dell’amore e questo la riempiva di felicità. Senenmut più innamorato che mai, lavorava instancabilmente alla costruzione del tempio ed allo studio di nuove forme architettoniche. Le vestigia della sua regina, quel maestoso monumento, era il simbolo della loro unione. Lì vicino, infatti, Senenmut stava edificando la sua piccola tomba: un capolavoro in miniatura dall’enigmatico soffitto. Nulla poteva separare i due amanti, neppure la morte, anche nell’aldilà sarebbero stati vicini.

Doppio gioco

Isis, intanto, viveva felice a Nekheb la sua nuova condizione di ricca cortigiana, nessuno conosceva il suo passato, quel passato che lei stessa cercava di dimenticare giorno dopo giorno. Di lei si seppe solo che veniva da Zebu (Edfu) e che il suo sposo era un ufficiale dell’esercito del re, sempre impegnato nelle guarnigioni militari perciò costretto a vivere per lunghi periodi lontano da casa. La giovane era diventata una delle più accanite sostenitrici di Hatshepsut, colei che l’aveva strappata alla strada per renderla una donna libera e rispettabile, per lei avrebbe nutrito un’imperitura gratitudine. Per la popolazione però, l’atmosfera non era altrettanto idilliaca, essi cominciavano a dare i primi segni di malcontento dovuti ad una esosa riforma dei tributi divulgata dal nuovo monarca, in occasione dell’immediato censimento biennale.
Il censimento serviva per stabilire i beni di ogni singolo soggetto; Il popolo stesso era chiamato a dichiarare onestamente i propri averi, da qui si poteva calcolare equamente l’imposta a seconda della posizione economica di ognuno dei sudditi che variava da cinque a sette misure di grano. I proprietari di piccoli terreni improduttivi, il clero ed i Nomarchi erano invece esentati da ogni tassazione. Questa giusta legge, già da decine di dinastie aveva regolato l’economia del paese, una legge basata sul rispetto dei cittadini che adempivano a quel dovere non sentendosi oppressi da un onere troppo gravoso. Il faraone in quei giorni, invece, aveva emanato un editto con il quale esigeva un rialzo dei suoi diritti sui raccolti di ben quattro misure di grano in più. I più poveri che sino ad allora avevano goduto dell’esclusione dai tributi, avrebbero dovuto pagare con il loro lavoro nei campi del re.
“Non essere avaro delle tue ricchezze, perché queste ti sono arrivate come dono di Dio... Se dunque coltivi i campi e questi sono fertili, non riempire solo la tua bocca, ma pensa anche al tuo vicino, perché l'abbondanza ti è stata donata da Dio". "Da pane all'affamato, da acqua all'assetato, da vesti a colui che ne è privo, fa attraversare il fiume a chi non possiede una barca, seppellisci colui che non ha figli”. Così avevano regnato tutti i predecessori di Akheperenra che governando secondo queste buone e sagge regole, furono amati e venerati dal popolo. Queste semplici regole di vita avevano contribuito a fare di Kemet un grande impero. Ma l’egocentrico faraone, avido di ricchezze, preferiva ignorarle, fomentato da Sennefer al quale aveva concesso tutta la sua fiducia. Akheperenra, però, ignorava quali fossero le reali mire del suo astuto Nomarca.
La popolazione, intanto, nonostante le esose richieste del sovrano riuscì a reprimere il suo disappunto, non vi furono infatti ribellioni ne tumulti di sorta. Quella brava gente, da sempre amante della distensione, preferì incassare il colpo.
Il Visir Ineni fece annunciare il suo arrivo a palazzo, la regina doveva essere informata su alcuni gravi episodi che si stavano verificando nei pressi delle sepolture dei faraoni defunti.
«Lunga vita a voi mia regina.»
«Salve Nobile Ineni, –rispose Hatshepsut- sono felice di rivedervi. La vostra espressione, però, mi fa intuire che siate messaggero di brutte notizie.»
«E’ così, mia sovrana, purtroppo il regno del giovane Akheperenra sta dando i suoi primi, amari frutti. Da qualche giorno correvano strane voci di fantastiche storie circa l’esistenza di uno spirito vagante tra le tombe dei nostri re. Alcuni sorveglianti mi riferirono di aver visto una nera figura aggirarsi nei pressi della tomba di vostro padre, uno spirito dalle mostruose sembianze che illuminava l’ingresso del sepolcro con una torcia. Questi all’improvviso spariva per ricomparire la notte successiva alla stessa ora. La cosa mi insospettì e prima di allarmarvi decisi di constatare personalmente quanto stesse accadendo. Senza indugio mi recai nel luogo delle apparizioni insieme a due delle guardie che avevano assistito al fenomeno. Ci nascondemmo in una capanna di operai ed aspettammo pazientemente il calare dell’oscurità. Trascorsero diverse ore ma nulla accadeva. Era già notte fonda quando decisi di rinunciare all’impresa. Fu proprio in quel momento che una tenue luce apparì all’improvviso in lontananza, sembrò come scaturita dal nulla, poi cominciò a muoversi prima a destra poi a sinistra, restò ferma per qualche istante e poi ancora verso destra poi a sinistra. Diedi ordine agli uomini di seguirmi e mi diressi velocemente verso la misteriosa luce, mentre per la terza volta compiva la sua strana evoluzione ma, quando fummo a circa duecento cubiti, la luce, di colpo, sparì lasciandoci nel buio più completo. Accendemmo due torce e proseguimmo la nostra corsa. Arrivammo nel punto esatto dove la luce era apparsa. Ci guardammo intorno ma non v’era traccia di alcuno. Poi illuminammo più da vicino l’ingresso del sepolcro e con grande sgomento ci rendemmo conto che esso era stato profanato, l’accesso forzato ci induceva a pensare ad un saccheggio ma non osai entrarvi senza il vostro permesso. Vi lasciai alcuni uomini di guardia affinché non rimanesse incustodito.»
«Bisognerà verificare se il vostro sospetto è fondato. –osservò Hatshepsut – Questa notizia mi addolora. Se la tomba di mio padre è stata saccheggiata come credo, ciò significa che il popolo ha smarrito il rispetto per noi regnanti. Coloro che un giorno ci veneravano come dei, oggi cominciano ad odiarci ed io non posso biasimarli poiché so bene a chi attribuire la colpa di tutto questo. La prima cosa da fare sarà entrare nel sepolcro e verificare l’avvenuto saccheggio. Non sarà piacevole rivedere i resti mortali di mio padre ma tranne mia madre e mia sorella, solo io conosco alla perfezione il corredo funebre del faraone. Domani all’alba mi recherò nella valle insieme a Senenmut ed a voi, ispezioneremo l’ipogeo e con la vostra competenza troveremo una soluzione a queste ruberie prima che divengano una piaga.»
«Domani all’alba sarò qui, partiremo insieme –rispose Ineni-»
Fu Senenmut il primo ad entrare, nell’eterna dimora di Akheperkara, la sua mano sinistra reggeva una torcia, la destra brandiva un pugnale. La grossa lastra di pietra che ne chiudeva il passaggio era stata rimossa. Dopo un attimo di smarrimento anche Hatshepsut varcò lo stretto passaggio seguita da Ineni e da due guardie. All’interno tracce di piedi nudi dimostravano che almeno quattro uomini vi erano entrati. Imboccarono il primo corridoio discendente, tanto stretto da obbligarli a camminare l’uno dietro l’altro. Nella prima camera Senenmut accese le quattro torce incastonate alle due pareti laterali, mentre al centro della camera troneggiavano i simulacri della triade di Uaset, Amon, Mut e Khonsu, dietro di loro una piccola porta conduceva al secondo corridoio anch’esso angusto quanto il primo, anch’esso in discesa ma munito di una lunga, scivolosa scalinata.
La seconda camera, piccola e bassa era completamente vuota, le pitture murali raffiguravano il faraone accompagnato dal dio Anubis affinché non si smarrisse durante il viaggio per la vita eterna. Un altro cunicolo in discesa sul cui ingresso campeggiava il serpente alato, simbolo dell’unificazione dell’Alta e Bassa Kemet. Senenmut non riuscì ad imboccarlo, Ineni lo trattenne gridando:
«Ti prego fermati! Questo passaggio ti condurrebbe ad una morte orribile. Ho progettato io questa tomba e ne conosco i tranelli, spetta a me passare per primo e quando arriveremo laggiù non muovetevi finché non vi avrò dato istruzioni.»
Ineni iniziò a percorrere lentamente il terzo corridoio che continuava a scendere sempre più profondamente nelle viscere della terra, dietro di lui tutti gli altri che timorosi e incuriositi ne imitavano le mosse. Nell’aria aleggiava ancora un forte odore di resine e natron, ciò faceva intuire che il corpo del faraone non poteva essere molto lontano. Quando giunse all’ultimo scalino, Ineni scese e si fermò al centro della terza camera anch’essa vuota. Le sue braccia si aprirono per impedire agli altri di proseguire oltre.
«Ecco –disse- un passo in più e sarebbe stata la fine di tutti noi. Vedete la porta alle mie spalle? Ebbene per varcarla bisogna passare su questo strato di sabbia, essa nasconde una parte di pavimento cedevole basterebbe anche il peso di un bambino per farlo crollare, al di sotto vi è un pozzo di centocinquanta cubiti di profondità, le sue pareti sono talmente lisce e viscide che neanche un ragno riuscirebbe a risalirlo.
Ora tocca a te mio forte e giovane discepolo, bisogna fare un salto di oltre sei cubiti, se avessi avuto qualche anno in meno avrei potuto farcela anch’io. Prendi la rincorsa e cerca di arrivare nell’altra camera ma prima devi cingere la tua vita con questa corda, i miei uomini ti reggeranno nel malaugurato caso che il tuo salto non sia sufficientemente lungo. La camera seguente è quella in cui giace il nostro re, quando sarai dentro ti dirò cosa fare.»
Senenmut prese la fune e la fece girare intorno alla vita assicurandola con un doppio nodo, quindi retrocesse fino al primo gradino, e preso lo slancio saltò agilmente raggiungendo per un soffio la camera funeraria completamente buia.
«Coraggio Senenmut, –riprese Ineni- il peggio è ormai passato, ora devi attivare il congegno che riempirà il pozzo di sabbia, in modo tale da consentire anche il nostro passaggio. Ma innanzitutto devi far luce, cerca a destra del sarcofago, sulla parete troverai una torcia. Appena vi sarà luce dirigiti verso la statua di Sekhmet e tira verso di te il suo scettro ouas, in pochi minuti il pozzo sarà colmo.»
La luce della torcia si accese e Senenmut, stupito si accorse di trovarsi in una camera semispoglia: il sarcofago al suo centro era forse l’unica cosa che non era stata toccata; gli oggetti più preziosi del corredo funerario erano spariti, la statua di Anubis era un altero ed inerme simbolo di protezione per quella eterna dimora ormai già profanata da mani impure, quella di Sekhmet non nascondeva più alcun segreto, il suo scettro era già stato tratto, il pozzo era già colmo di sabbia.
Uscendo dalla camera, Senenmut passò sul pavimento tra le orribili grida di tutti che in un attimo divennero silenzio.
«La botola, -esclamò Hatshepsut- il congegno della botola non ha funzionato, come mai?»
«Purtroppo –spiegò Senenmut- questi congegni a sabbia sono concepiti per funzionare una sola volta e questo è stato già sbloccato, una parte del tesoro del faraone è stata trafugata. Entrate anche voi senza timore non c’è più alcun pericolo.»
«Chi altri oltre voi conosceva il funzionamento del trabocchetto segreto? –chiese la regina-»
«I componenti della squadra di operai che vi lavorarono, –rispose Ineni- una decina di uomini in tutto.»
«Non c’è quindi alcun dubbio che gli autori di questo spregevole gesto siano proprio loro.»
«Credo che quegli uomini siano solo gli autori materiali di tutto questo. Vedete mia regina, non è cosa facile vendere oggetti simili, il rischio di essere scoperti è molto elevato, quei pezzi recano il sigillo reale, chiunque li riconoscerebbe. Colui che ha progettato tutto ciò avrà certamente la possibilità di far uscire i gioielli dalle mura della città, forse verso oriente, in ogni caso si tratta di qualcuno verso il quale nessuno oserebbe dirigere i propri sospetti, magari un Nomarca, un uomo di elevata posizione sociale. Purtroppo molti anni or sono si verificarono alcuni casi in tutto simili a questo e al vertice di tutta la storia vi era un uomo di alto lignaggio che, quando fu smascherato preferì il suicidio piuttosto che subire la meritata punizione. Egli aveva assoldato un pugno di operai che avevano lavorato alla costruzione delle tombe dei nostri antichi re. Il loro compenso era un decimo del valore dei tesori rubati che lui stesso vendeva in oriente tramite alcuni carovanieri privi di scrupoli.»
Un nome sfuggì dalle labbra di Senenmut:
«Sennefer! –gridò- Chi altri se non lui? Un uomo di alto lignaggio, il confidente del faraone Akheperenra del quale sappiamo ben poco tranne che la sua sposa è la figlia segreta di Mutnofret, la quale ama coprirsi di gioielli di gran valore.»
«Anch’io ho pensato allo stesso uomo, –rispose Hatshepsut- ciò spiegherebbe anche la loro ostentata ricchezza. Ma nelle nostre mani non vi sono che congetture, con quali prove oseremmo accusarlo? »
Ineni che conosceva il sepolcro meglio di chiunque altro, era anche l’unico uomo in grado di rendere inoffensiva ogni trappola della tomba, essendone lui stesso l’artefice. Una volta entrati nella camera funeraria, la luce delle torce illuminò lo splendido sarcofago del faraone Akheperkara, rimasto inspiegabilmente intatto, dietro le spoglie reali la parete era stata sfondata, mettendo così a nudo un altro piccolo passaggio. Ineni si avvicinò con cautela alla piccola porta, raccomandando che nessuno lo seguisse e dopo aver fatto luce vi entrò, spinse qualcosa su una delle pareti interne poi si diresse verso destra sparendo dalla visuale dei compagni. Pochi minuti dopo riapparve, sul suo volto una strana espressione di raccapriccio.
«Cosa accade? –chiese Hatshepsut- Vi vedo sconvolto.»
«Questo muro nascondeva una camera segreta –rispose- qui sono nascosti gli oggetti più preziosi del faraone, i ladri, evidentemente avevano intuito l’esistenza di questo nascondiglio ma non si aspettavano di dover fare i conti con un altro trabocchetto mortale.»
Il breve corridoio che conduceva alla camera del tesoro era protetto da un altro congegno.
«Prima di percorrere il corridoio volevo sbloccare l’ingranaggio della trappola mortale ma quando ho spinto il mattone sulla parete mi sono accorto che era già stato sbloccato. Ora c’erano due possibili spiegazioni: Coloro che erano entrati conoscevano anche questo congegno oppure ne erano stati travolti. La trappola consiste in una enorme, pesantissima lastra di pietra su cui vi sono incastrate dodici lame lunghe due cubiti, passando sull’ultimo tratto del corridoio la lastra si libera dai quattro ganci che la tengono ancorata su di una rampa laterale coperta da un fragile muro che ne nasconde l’esistenza. La seconda ipotesi si è rivelata quella esatta. Sarà meglio che voi altezza non vediate quella raccapricciante scena.»
Tre uomini giacevano trafitti dalle terribili lame, i loro corpi erano avvizziti per il troppo sangue perso, l’odore di morte che emanavano faceva intuire che la loro fine doveva risalire a diversi giorni prima.
La trappola era riuscita a salvare il tesoro del faraone.
«Ci attende molto lavoro, –disse Hatshepsut- avrò bisogno del vostro aiuto, mio nobile Ineni. Il corpo di mio padre, insieme ai suoi tesori dovrà essere trasferito segretamente in un luogo più sicuro, qui resterà solo un sarcofago vuoto. Tutto andrà fatto di notte e da uomini di completa fiducia ed affidabilità. Ora sarà necessario che questa tomba sia vigilata ininterrottamente da diversi uomini fino al momento in cui le spoglie reali non saranno trasportate altrove. I corpi di quei tre verranno lasciati qui privi di sepoltura, i loro scheletri resteranno di guardia a quello stesso sepolcro che avrebbero voluto saccheggiare, le trappole saranno ripristinate e quando tutto sarà fatto richiuderete il passaggio come se nulla fosse mai accaduto. Contemporaneamente io stessa con l’aiuto di Senenmut cercherò le prove per poter incriminare il responsabile di questa infame profanazione, Sennefer ha i giorni contati.»
La giovane regina già da tempo aveva iniziato i lavori di scavo per la sua dimora eterna, tanto profonda che sembrava arrivare al centro della terra. Nascosta agli occhi degli uomini e difesa da innumerevoli tranelli che ne avrebbero garantito l’inviolabilità nei secoli. Il feretro di suo padre fu trasportato nottetempo con tutto il suo tesoro nel nuovo rifugio, in una camera segreta scavata nella roccia apposta per lui.
Non vi fu occhio umano a spiare questo ultimo viaggio del faraone, la vecchia tomba di Akheperkara fu richiusa, al suo interno un sarcofago vuoto, tre corpi in decomposizione e null’altro. L’identità dei tre profanatori fu appurata e Hatshepsut di lì a poco avrebbe avuto nelle sue mani le prove concrete per condannare Sennefer, l’uomo che era entrato nelle grazie del faraone e che si avvaleva di tale appoggio con l’unico scopo di arricchirsi alle sue spalle organizzando furti sacrileghi e loschi traffici. Un regnante talmente stolto da lasciarsi plagiare senza accorgersi di quanto gli accadeva intorno.
Akheperenra fu informato di ogni cosa, ovviamente nulla gli fu riferito sui sospetti che la regina nutriva su Sennefer. Fu proprio per espressa richiesta di Hatshepsut che furono rinforzate le squadre di sorveglianza alle tombe, in modo tale da ostacolare il verificarsi di nuove profanazioni, quindi, furono irrobustite quelle ai confini dei paesi stranieri per evitare lo smercio degli oggetti trafugati nelle tombe.
La giovane principessa, in quel tempo, aveva raggiunto il quarto mese di gravidanza, la rotondità del suo ventre gli conferiva una particolare dolcezza. Senenmut, nonostante la segretezza della sua paternità era all’apice della gioia. Il suo bambino cresceva nel grembo di colei che amava. L’ennesimo suggello di quel tenero, sconfinato amore.

CAPITOLO VIII

La maledizione del Gran Sacerdote

Una moltitudine di uccelli in quel periodo dell’anno invadevano la valle del Nilo , Akheperenra in piedi sulla leggera imbarcazione di giunchi si destreggiava con il suo bastone da getto nella caccia alle anatre, le quaglie formavano nel cielo grosse nuvole nere contro il sole del mattino. Cento trappole di sottilissima rete venivano lanciate dagli uomini della squadra sui piccoli volatili che a migliaia cadevano nel tranello per divenire il bottino di caccia del giovane faraone.
«Diecimila uccelli per il dio Amon –disse Akheperenra- questo sarà il mio dono a lui che pur proteggendo i miei predecessori continua ad essermi ostile. Ingrandirò il suo tempio, farò erigere enormi obelischi e monumenti, il suo culto diverrà il primo in tutta la terra di Kemet e, sarà opera mia. Nessuno, neanche il dio creatore potrà negare la mia grandiosità. Io Akheperenra legittimo erede, non di Akheperkara ma, figlio del dio Amon il creatore di tutto, colui che innalzò magnifiche opere in onore di suo padre per rendersi leggiadro ai suoi occhi divini. Questo sarà inciso sulle mura del grande tempio, e con il mio nome quello di mio figlio, il figlio del dio vivente.»
Sebbene non avesse il potere del faraone, Hatshepsut esercitava un forte ascendente sul popolo, cosicché le fila dei sostenitori della giovane regina andavano sempre più allargandosi a dispetto di quelle di Akheperenra che si assottigliavano ogni giorno di più. In realtà neanche il faraone riusciva, suo malgrado a sottrarsi al grande carisma dell’impetuosa regina che di tanto in tanto gli inviava i suoi preziosi consigli che lo aiutavano nella gestione del governo e del popolo, questi, però, discordavano quasi sempre con le idee di Sennefer. Il monarca conscio della sua netta inferiorità nei confronti di Hatshepsut seguiva le sue indicazioni alla lettera anche se questo comportamento provocava il disappunto di Sennefer.
Fu proprio grazie ai saggi suggerimenti di Hatshepsut che Akheperenra riuscì a mantenersi ancora sul trono e ad evitare il colpo di stato ormai incombente.
La battuta di caccia del faraone fu bruscamente interrotta dall’arrivo di un ufficiale dell’esercito.
«Dalla tua espressione arguisco che non sei messaggero di buone nuove –disse Akheperenra- spero per te che quanto hai da dirmi sia importante almeno quanto la mia giornata di caccia che tu hai osato sciupare con la tua venuta. Parla dunque!»
«Perdonatemi Maestà –disse il soldato mentre riprendeva fiato- ma è qualcosa di molto grave che ho da dirvi: alcuni ribelli del paese di Kush hanno superato i confini assalendo alcune nostre fortezze e facendo razzie di bestiame.»
«E mio fratello? –tuonò furente il faraone- non è forse lui il vostro generale? come può restare inerte e permettere ad un pugno di predoni di violare i confini e di rubare il nostro bestiame? E’ un comportamento indegno per un uomo d’armi come lui, sarà severamente punito –concluse-.»
«Permettetemi di contraddirvi mio sovrano –rispose timoroso il soldato- ma il generale Imenmes è scomparso da alcuni giorni, nessuno sa dove sia o se sia stato rapito dai ribelli. Abbiamo cercato ovunque, considerando anche la dannata ipotesi che fosse rimasto vittima di qualche imboscata ma neanche il suo corpo è stato ritrovato. L’esercito ora è disorientato privo del suo generale non sa cosa fare, è d’uopo che voi stesso ne prendiate il comando, i soldati attendono i vostri ordini divina Maestà.»
«Mio fratello sparito? com’è possibile? La vita militare era tutto per lui. Ho bisogno di vederci chiaro, non appena arriveremo a palazzo farò chiamare Sennefer per organizzare una squadra e far luce sulla scomparsa di Imenmes, nello stesso tempo farò emanare un proclama per il popolo, con cui mi impegno personalmente a riconoscere una lauta ricompensa a chiunque possa darmi notizie del generale scomparso nel frattempo daremo una dura lezione ai ribelli che osarono far razzia nelle nostre terre, io stesso prenderò il comando dell’esercito. Che tutti gli uomini si preparino, partiremo domani all’alba.»
Qualche ora più tardi un messaggero del faraone raggiungeva le porte del palazzo della regina.
«Cerco l’ufficiale Senenmut, –disse l’uomo- ho notizie per lui da parte di sua maestà Akheperenra.»
La fedele Tefnet disse all’uomo di attendere e corse via ad avvertire Hatshepsut, Senenmut era con lei.
«Perdonate la mia intrusione maestà, –esclamò Tefnet imbarazzata- un uomo mandato dal faraone cerca del principe Senenmut, deve trattarsi certamente di qualcosa di molto importante.»
Senenmut seguì l’ancella ed insieme raggiunsero il giardino dove l’uomo attendeva impazientemente.
«Avete chiesto di me? –disse- sono io Senenmut, l’architetto personale della regina. So che mi cercate per ordine del faraone, parlate pure, vi ascolto.»
«E’ presto detto, nobile Senenmut –rispose- stamani il nostro faraone ha appreso la terribile notizia della sparizione del generale Imenmes e quindi che l’esercito di Kemet è ora privo del suo capo.
I ribelli Kushiti proprio in questi ultimi giorni stanno tentando di insorgere con delle vili azioni provocatorie che Akheperenra ha deciso di punire. Sarà egli stesso a guidare il suo esercito contro i ribelli ma vuole al suo fianco tutti i suoi migliori ufficiali e voi avendo dimostrato grande coraggio e valore, siete stato scelto dal faraone quale suo attendente. Preparate quindi il vostro braccio e il vostro cuore, domani all’alba il faraone partirà con il suo esercito e voi con lui.»
«Gli ordini del sovrano non vanno discussi, –rispose Senenmut- va e riferisci ad Akheperenra che Senenmut è pronto a seguirlo. Ringrazialo da parte mia per avermi concesso tale l’onore e, per avermi dato tanta la fiducia.»
Hatshepsut rimase turbata dalla notizia della strana sparizione di Imenmes ma la partenza di Senenmut come intendente di Akheperenra, oltre a turbarla le procurava una terribile angoscia. Perché mai la scelta del faraone era caduta proprio sul suo amato? Si trattava forse di una presa di coscienza del sovrano che, avvedendosi della sua incompetenza sul campo di battaglia voleva davvero avvalersi della provata competenza dei più valorosi soldati? oppure la sua mente malvagia stava architettando un tranello ai loro danni?
«Non avrei mai pensato che un uomo tanto pavido decidesse improvvisamente di mettere a repentaglio la propria vita in battaglia. –osservò Senenmut- D’altra parte, come faraone, non avrebbe potuto sottrarsene, ne delegare qualcun altro al suo posto. Un simile comportamento avrebbe peggiorato maggiormente la sua vacillante posizione nei confronti del paese. Ciò che è più strano e che proprio io sia stato prescelto come suo aiutante in campo.
Gli dei sono davvero beffardi –soggiunse- dovrò aiutare e difendere colui che è il mio antagonista e per il quale non nutro che un profondo disprezzo.»
«Sii guardingo, amor mio. –raccomandò la regina- Ricorda che ora siamo in due ad attendere il tuo ritorno. Che gli dei ti siano accanto e ti proteggano dai nemici ma soprattutto dalla perfidia di quell’uomo, poiché proprio in lui potrebbe nascondersi l’insidia maggiore.»
In mancanza di Akheperenra, la regina poteva esprimere in maniera diretta le sue incontestabili attitudini di capo del governo, riuscendo in pochi mesi a riportare il paese nel clima disteso che regnava prima dell’avvento del nuovo faraone. Le ribellioni interne, infatti, sembravano quasi del tutto cessate. Le uniche turbolenze scaturivano da quei pochi sostenitori del nuovo faraone, per la maggior parte si trattava di personaggi che per un motivo o per l’altro avevano ricevuto dei benefici dal giovane monarca. Un gruppo sparuto su cui capeggiava l’inaffidabile Sennefer. Ella era consapevole che se al suo ritorno, il faraone avesse perseverato nella sua linea di condotta, l’armonia faticosamente raggiunta sarebbe cessata. Allora, il colpo di stato, già tante volte schivato sarebbe stato inevitabile. Hatshepsut, comunque si sentiva egualmente gratificata, la sua mente aveva già troppi problemi a su cui riflettere: Senenmut lontano da lei affiancato da un uomo pericoloso; il suo parto ormai fin troppo vicino; trovare le prove per schiacciare l’infido Sennefer e svelare il mistero della sua aristocratica sposa ma, l’angoscia più profonda era per la giovane Neferubity.
L’amata sorella da molti giorni era sprofondata in una grande tristezza, sembrava aver perso la sua proverbiale gioia di vivere, la sua vivacità. Era come se soffrisse in silenzio e di tanto in tanto le forze la abbandonavano, in quei momenti le membra non riuscivano a reggere il peso del suo esile corpo. “Non preoccupatevi per me, –diceva- sto bene, è solo un po di spossatezza, passerà presto!”
Ma Hatshepsut non le credeva, conosceva troppo bene quell’adorabile fanciulla che sebbene conscia della sua malattia, cercava in ogni modo di celarla pur di non farla gravare sugli altri della famiglia. Il suo nobile animo ancora una volta metteva se stessa sull’ultimo gradino della scala delle priorità. Contro la sua volontà, furono chiamati i migliori esperti di medicina ma ogni Sinu che l’aveva visitata arrivava ad una diversa conclusione con una diversa cura. Hatshepsut e la regina Ahmes, disperate vollero giocare la loro ultima pedina: il sommo sacerdote di Amon, il buon Uazmes.
«Mio devoto Pairi, sono felice di rivederti. –disse Hatshepsut abbracciando il sacerdote in uno spontaneo slancio forse dovuto alla somiglianza del sacerdote con il fratello Senenmut, da lei tanto amato-»
«La luce entra nel tempio ancora una volta, insieme a voi, regina, lunga vita a voi nobilissima Ahmes, ed a voi sublime principessa Neferubity, –rispose il sacerdote mentre il suo volto si apriva in una espressione di infinita dolcezza- lasciate che vi annunci al sommo sacerdote, sarà felice di sapervi qui.»
«Mi è giunto da lontano il suono soave della tua voce, mia regina. –disse Uazmes apparendo improvvisamente alle loro spalle- E’ ormai da molto tempo che mi è negata la gioia della vostra ineguagliabile presenza, nobili maestà; ma mi è giunta voce di alcuni spiacevoli episodi accaduti alla Valle dei Re e di quanto vi siete prodigate per il bene del paese. Alla luce di questi ben nobili motivi, capisco quanto poco tempo avevate per ricordarvi del vostro affezionato fratello. Ma ora che vi ho qui di fronte a me, sento il mio animo alleggerirsi e il mio cuore gioire. Vi prego seguitemi nel mio alloggio, avrete molte cose da raccontarmi, specialmente tu giovane regina, tu che a breve sarai madre.»
Le tre dame spiegarono al gran sacerdote gli avvenimenti che avevano caratterizzato la loro vita nel lungo periodo in cui non si erano più incontrati, compreso l’espediente dello scambio di persona nella famigerata notte d’amore e, del figlio di Hatshepsut che avrebbe avuto da Senenmut. Poi Ahmes e la giovane Neferubity si allontanarono per recare offerte al gran dio del tempio, Uazmes allora si rivolse ad Hatshepsut con voce paterna:
«Avete agito pericolosamente ma, neppur io avrei potuto suggerirvi altra soluzione. Ancora una volta, come vedi, l’oracolo di Amon si è manifestato in tutta la sua cruda realtà, ricorda le sue parole: “Il suo cammino sarà erto e costellato da miriadi di prove, non vi sarà tregua alle lotte che dovrà affrontare ne vi sarà pace per il suo animo. Molti nemici cadranno ed altri ancora ne sorgeranno al suo orizzonte.
Poi, la prima delle dame venerabili armerà la sua mano contro i miei nemici, difendendo suo padre fino ad uscirne vittoriosa. E’ questo il cammino di colei che io designai al trono di Kemet per la moltitudine di anni che io insieme agli altri dei le destinammo. Ma ad ogni sacrificio, ad ogni ostacolo superato, al raggiungimento di ogni meta, ella sarà gratificata dai grandi doni che ho in serbo per lei”. Così si espresse l’oracolo, le giuste ricompense arriveranno ma l’ora non è ancora giunta, altri ostacoli ti attendono lungo il cammino.»
«Ne sono pienamente cosciente fratello mio, –rispose Hatshepsut- e quel che m’attende non mi incute paura, ciò per cui io temo è lo stato di salute della nostra amata sorella, ella soffre terribilmente ma non lascia sfuggire nemmeno un lamento per non essere di peso. Di tutti i Sinu che l’anno osservata nessuno è riuscito a trarre una conclusione. L’unica speranza rimasta sei tu, i tuoi occhi vedono oltre i confini che dividono la luce dalle tenebre, la tua mente illuminata da Amon può scrutare nel suo futuro. Ti supplico, aiutala se puoi, darei qualsiasi cosa pur di vederla guarita!»
«Va, sorella mia e mandala qui da sola ma, non attribuirmi dei poteri divini che non possiedo. Non nutrire vane speranze ma unisciti a me affidandoti all’entità suprema, io farò tutto ciò che mi sarà possibile, non dubitare.»
La giovane regina corse a chiamare l’esile Neferubity, mentre la madre, affranta continuava a pregare con tutta se stessa. Hatshepsut non volle distogliere sua madre dalle sue le accorate preghiere e uscendo dalla cappella vide il premuroso Pairi che tra le mani recava uno stupendo vassoio, su di esso una grande brocca e due calici d’oro.
«Venite, mia regina, –disse- bevete con me un calice di questo dolcissimo vino, vi farà bene.»
«Grazie amico mio, -rispose- colmalo fino all’orlo, sento di averne proprio bisogno.»
Pairi riempì i due calici porgendone uno alla giovane donna, il suo sguardo fissava amorevolmente gli occhi tristi di lei e senza accorgersene le sfiorò la mano ed anche se avrebbe voluto stringergliela, la ritrasse immediatamente. Hatshepsut notò l’imbarazzo dell’uomo e con voce straripante di commozione gli chiese:
«Mio buon amico, quando io ti proposi di entrare a far parte del clero, tu non opponesti alcuna difficoltà, anzi sembrò quasi che ne fossi entusiasta, ma oggi a distanza di tanto tempo mi assale il terribile dubbio che tu abbia accettato solo per compiacermi. Eppure nonostante i tuoi modi gentili, la tua istruzione ed il tuo piacevolissimo aspetto, hai sempre condotto una vita solitaria. Possibile che tu non abbia mai provato attrazione per alcuna fanciulla? o che il tuo cuore non abbia mai palpitato per una passione?»
«Mia nobilissima regina, -sospirò Pairi- un giorno vi dissi che la mia vita qui al tempio trascorre tra la pace e il silenzio e che in Uazmes ho trovato un altro fratello. Qui, tra queste mura, i miei sensi vivono in pace ed il mio cuore evita le pene che l’amore, a volte, può infliggere. Questo mio cuore conobbe la sublime sensazione il giorno in cui i miei occhi videro tutte le beltà del mondo racchiuse in una sola fanciulla ma quegli occhi non potevano osare di guardarla, ella era troppo lontana da me ed il suo cuore troppo vicino a un altro uomo, un uomo a cui anch’io ero legato per sempre.»
Forse Pairi avrebbe continuato il suo racconto e forse avrebbe svelato il suo terribile segreto ma si fermò. Dalle labbra della giovane regina uscivano i primi soffocati lamenti dovuti ai lancinanti dolori che preludevano all’imminente parto. L’uomo, dopo qualche attimo di panico, intuì cosa stesse accadendo, istintivamente corse a chiamare la regina Ahmes, mentre le doglie di Hatshepsut divenivano di attimo in attimo sempre più dolorose.
«Correte mia regina, presto, vostra figlia ha i dolori del parto, fate in fretta vi prego.»
Pairi prese in braccio la giovane donna per condurla nella sua camera. Tutto era ormai nelle mani della regina madre che in quel fatale frangente non poteva avvalersi dell’aiuto di nessun altra donna. Anche stavolta il disegno degli dei aveva sconvolto le aspettative dell’uomo anticipando di un mese la venuta al mondo del nascituro.
«Perché una giovane regina deve dare alla luce il suo primo figlio in condizioni così disagiate? –pensò Ahmes, dando subito un’incerta risposta a se stessa- Forse è proprio qui, nella sua casa, che Amon desidera far nascere questa nuova vita.»
Il giovane Pairi aspettava al di fuori della sua camera, emozionato come se da un momento all’altro dovesse nascere il proprio figlio, ma scacciò subito questo pensiero dalla sua mente, in realtà, di lì a poco avrebbe avuto il suo primo nipote, rendendosi conto che poteva comunque gioirne. In quegli attimi interminabili la sua mente cominciò a volare come le ali di un Ibis ed a guardare dall’alto ciò che era stata la sua vita fino ad allora, un po’ come gli accadeva in certe notti di gran calura, quando neanche l’oscurità riesce ad affievolire la terra arroventata dal sole. In un attimo capì che anche lui era parte di una storia fatta di sotterfugi, di emozioni represse, di verità nascoste e di leggi crudeli, radicate profondamente nel passato più remoto che non tenevano conto del valore e dei sentimenti di ogni singolo individuo.
Senenmut, suo fratello, sarebbe stato padre, egli stesso, fratello del padre, Hatshepsut la madre di colui che in quel preciso istante le procurava quelle strazianti contrazioni. Quel bambino che si dibatteva con tanta forza per venire alla luce avrebbe subito la sorte peggiore di ognuno di loro. Per gli occhi del mondo, chi stava nascendo? Forse nessuno, bisognava attendere che qualcun’altra desse al mondo suo figlio, una donna di nome Isis.
Di colpo i gemiti di Hatshepsut cessarono, il tempio cadde in un silenzio innaturale. Tutto, come per incanto, divenne immobile, non una sola lieve folata di vento, non un solo uccello in volo nel cielo crepuscolare, perfino le foglie degli alberi e le fiamme degli altari sembravano inerti come immortalate in una pittura murale. Pairi sentì un brivido pervadere tutto il suo corpo e per un attimo ebbe paura. Un vento possente e improvviso trasportò la sabbia rossa dai deserti fino ai suoi sandali; i grandi uccelli riapparsi nel cielo formarono enormi sagome nere dalle forme fantastiche, quasi spettrali; le fiamme dei tripodi ripresero la loro danza flessuosa davanti ai simulacri degli dei, dando vita a gigantesche ombre che sembravano rincorrersi lungo le alte pareti e nascondersi di volta in volta dietro le possenti colonne.
Un alto vagito ruppe la calma che regnava ancora tra quelle sacre mura, poi fu ancora silenzio, pochi attimi ed il pianto del bimbo risuonò alto e prorompente, schernito dall’eco delle grandi sale, che da emulo irriverente ripeteva il suo suono mutandolo in una triste e ossessiva cantilena. Neferubity in quello stesso momento esalava il suo ultimo respiro tra le braccia del sommo sacerdote. Il grido di disperazione di Uazmes si levò impetuoso e straziante, ma gli dei non permisero che orecchio umano potesse sentirlo. Una frase blasfema, irripetibile, inudibile gli sfuggì.
«Perché l’avete sottratta alla vita, perché avete strappato alla terra questo giovane, delicato fiore. La sua pelle bianca rispecchiava il candore della sua anima innocente, i suoi occhi azzurri guardavano oltre le meschinità ed oltre la malizia. Per quanto tempo l’ho tacitamente amata, senza mai sperare in qualcosa di più che non fosse la semplice gioia di poterla guardare e di ammirare l’eleganza dei suoi modi gentili, udire la sua voce sincera e melodiosa come il suono di cento arpe. Ma come poteva uno storpio sperare di suscitare in lei un sentimento che non fosse quello della pietà, lei che era perfetta più di ogni altra cosa che voi dei, abbiate mai creato? Venni qui in questo tempio per servirvi, grande Amon, e per far si che ella, ormai fanciulla in fiore, potesse trovare il giovane uomo che l’avesse resa felice. Io, da lontano, avrei sofferto di meno, convinto che il suo destino ormai fosse lontano da me. Tutto quel che mi sarebbe bastato era saperla viva e felice, invece l’ avete presa togliendomela per sempre, come avete potuto! »
A pochi passi da lui, Ahmes, uscì con gli occhi lucidi di gioiose lacrime dalla camera di Pairi, Hatshepsut stava bene, aveva dato alla luce una stupenda bimba, bella come Ra, questo sarebbe stato il suo nome.
Pairi, ripresa la calma sospirò con sollievo:
«Amon, ti ringrazio.»
Davanti a loro, Uazmes apparse come uno spirito dal viso bianco come la sabbia, le lacrime non avevano ancora smesso di sgorgare dai suoi occhi, occhi che sembravano pietrificati e senza più alcuna luce.
Una frase strozzata dal dolore e cadde in ginocchio avvinto a colei che fu l’oggetto della sua segreta passione:
«Ecco la fonte che alimentava la fiamma della mia esistenza, ella è ormai spenta, ora la mia non ha più ragione di esistere!»
Si accasciarono al suolo e mentre il gelido abbraccio della morte li avvolgeva, lui ebbe ancora il fiato per emanare un terribile anatema:
«Che tu sia maledetto figlio del male!»

Isis, la “ giusta di voce”

Gli ultimi terribili eventi tinsero di grigio quel periodo che sarebbe dovuto essere colmo di gioia. Hatshepsut e sua madre, rimaste ormai sole, non riuscivano a rassegnarsi di aver perso Neferubity, un dolore reso ancora più profondo dalla tragica scomparsa del buon Uazmes.
Il suo sentimento fu tanto grande da spingerlo a seguire l’oggetto del suo amore perfino nell’estremo viaggio.
L’immane sciagura, per le due donne, fu un colpo tanto duro che neanche la nascita della bellissima Neferura riusciva ad attutire, le sue grida gioiose riuscivano a stento a strapparle un amaro sorriso.
Hatshepsut, per la prima volta, si sentì davvero stanca e inerme di fronte a tante vicissitudini, eppure doveva farsi forza, la piccola vita che aveva tra le braccia lo imponeva. Quelle piccole mani tese le chiedevano cure ed affetto. Nello stesso istante a Nekheb un’altra piccola vita si era appena dischiusa, una splendida bimba rosea e paffuta di nome Hatshepsut Meritra (colei che è amata da Ra), la madre Isis aveva voluto dare a sua figlia lo stesso nome della donna che le aveva dato una nuova vita facendole rivedere la luce del sole.
I giorni passavano e col tempo ogni ferita si rimargina, ma per Hatshepsut quella della perdita dei due fratelli era ancora sanguinante. Neferura cresceva a vista d’occhio, suo padre era ancora lontano con le truppe faraoniche e la giovane regina cercava di non pensarci ma, cosa sarebbe stato di lei se avesse perso anche Senenmut? Ella era così assorta nei suoi pensieri che non si avvide neanche di sua madre che era entrata per annunciarle una visita inaspettata:
«Isis è qui per te, –disse Ahmes- reca tra le braccia sua figlia, una bimba nata da poco meno di un mese.»
«Lunga vita a sua maestà. –disse la donna inchinandosi- So della terribile sciagura che si è abbattuta sulla vostra famiglia e, sono venuta da voi per dimostrarvi il mio affetto, sperando che condividere il vostro dolore possa alleggerire le pene di questi terribili momenti.
Ecco mia figlia –proseguì- ella porta il vostro nome quale segno della mia eterna riconoscenza. Ciò che avete fatto per me mi rende per sempre la vostra umile serva, ma vi prego, non giudicatemi ingrata o incontentabile, ho ancora una preghiera da farvi.»
«Ti ringrazio per la tua venuta –rispose Hatshepsut- e per aver voluto dare il mio nome a questa bellissima creatura. Sono contenta di vederti in ottima salute. Io invece, come tu stessa hai detto, sto vivendo i peggiori momenti della mia esistenza ma, purtroppo, non si può vivere aggrappati ai ricordi di coloro che ci hanno lasciato. Ma ora dimmi pure, cosa posso fare per te?»
«Mia regina, -rispose- i nostri accordi prevedevano che quando il figlio che avrei dato alla luce avesse compiuto tre mesi, io avrei dovuto separarmene, egli sarebbe vissuto nella casa paterna allevato da una nutrice ed io non lo avrei più rivisto. Ebbene maestà ciò che io vi chiedo è il regalo più grande che voi possiate farmi. Questa piccola bimba, da poco entrata nella mia vita è ormai quanto di più caro abbia al mondo. Cosa vi può chiedere una madre cosciente che tra non molto dovrà abbandonare la sua creatura? Voi stessa avete una bimba dalla quale dovrete separarvi e conoscete il dolore che si prova quando si perde una persona amata. Concedetemi, oh mia regina di viverle accanto, io non svelerò mai il nostro segreto. Sarò conosciuta da tutti come la nutrice della piccola Meritra, neppure lei stessa saprà che io sono la sua vera madre.»
«Il dolore che si prova nel perdere coloro che ami e molto grande –rispose- ed è proprio per questo che vorrei concederti quanto mi chiedi ma pur fidandomi di te come posso fidarmi del tuo istinto materno? Esso un giorno potrebbe avere il sopravvento sulla tua fedeltà ed indurti a tradirmi. Come puoi garantirmi che ciò non accada?»
«Se riflettete solo per un attimo –disse Isis- vi renderete conto che sono legata al nostro segreto quanto e più di voi stessa. Insieme abbiamo dato vita ad un raggiro la cui vittima era il faraone in persona. Se un giorno avessi la dabbenaggine di rivelare la mia vera identità e che sua figlia nacque da me e non da voi, come lui crede, quale speranza avrei di sfuggire all’ira del faraone?»
«E’ proprio vero, sarebbe la tua condanna a morte –rispose-.
Sia dunque come tu vuoi, farò in modo che tu possa essere accettata come tutrice della piccola Meritra. Ora, però anch’io devo chiederti un favore: vorrei che tu e tua figlia rimarreste mie ospiti fino al ritorno del faraone, avervi con noi, in questa dimora darà sollievo dal nostro grande dolore. Puoi esaudire questo mio desiderio?»
«Come potrei rifiutare il grande onore che mi concedete? -disse Isis- Io, una donna ormai perduta vivere nella casa della regina, colei che le cambiò l’esistenza e che oggi mi ha concesso di non separarmi da mia figlia. Sono onorata di accettare –soggiunse inginocchiandosi davanti alla regina- e se potrò far qualcosa per voi, non esitate, sono pronta ad eseguire ogni vostro ordine.»
«Non sei la mia schiava non ho quindi ordini per te, alzati e seguimi, ti condurrò nella tua stanza. Domani, accompagnata da qualcuna delle mie guardie tornerai alla tua casa di Nekheb per prendere le tue cose. Tu e tua figlia rimarrete mie ospiti, quindi al ritorno del faraone vi trasferirete al suo palazzo, spero solo che la sua ospitalità sia migliore della sua persona, se così non fosse, avvertimi senza indugio, da oggi sei tutelata dalla mia protezione.»
Insieme si diressero verso l’alloggio di Isis, mentre quest’ultima non riusciva a trattenersi dal ringraziare Hatshepsut prostrandosi ai suoi piedi e gli dei per averla posta sul suo cammino.
Neferura e Meritra stavano crescendo insieme come due vere sorelle e la giovane Isis viveva con la sua nuova famiglia come in un sogno meraviglioso. Erano ormai trascorsi quattro mesi e la vicinanza di Ahmes e di Hatshepsut, avevano dato vita in Isis un radicale cambiamento, i suoi atteggiamenti, le sue movenze, il suo parlare erano diventati quelli di una vera gentildonna di corte, una stupenda metamorfosi, un vero e proprio miracolo. Nessuno mai avrebbe potuto scambiarla per una donna raccolta dalla strada.
Nei cuori di Ahmes e di sua figlia, intanto, il dolore aveva lasciato il posto alla rassegnazione, convinte che l’altra vita avrebbe riservato ai due giovani la felicità che quella terrena aveva loro negato.
Quanto tempo ancora sarebbe durata quella calma prima del prossimo nubifragio?
La notizia del rientro in patria delle truppe di Kemet arrivò a palazzo velocemente. L’esercito era stato avvistato nel deserto orientale in prossimità di Gebtyu (Copto), in breve tempo avrebbero raggiunto le mura di Uaset, la spedizione si era conclusa senza gravi perdite per Kemet e senza scontri troppo cruenti. Gli Hyksos avevano imparato la lezione, il loro dominio sulle terre del Delta era solo un lontano ricordo del passato. L’esercito di Uaset ormai già famoso per i suoi valorosi soldati era giunto in tempo per evitare l’insorgere di nuove invasioni, il faraone con il suo attendente tornavano indenni e vittoriosi, dietro di loro migliaia di uomini marciavano verso casa, lungo le rive del Nilo ansiosi di riabbracciare i loro figli e le loro spose.
L’animo della giovane regina si vide combattuto da due sentimenti in lotta tra loro, ma dei quali nessuno riusciva a prevalere sull’altro: da un lato la felicità di rivedere il suo amato Senenmut sano e salvo; dall’altro il dolore di dover nascondere la nascita di Neferura e di conseguenza separarsene per nasconderla in qualche luogo sicuro e protetto. Tutto ormai doveva decidersi con rapidità ed oculatezza.
«E’ giunto il momento di dividerci. –disse Hatshepsut con un velo di tristezza nella voce- Dovrai prepararti ad affrontare una nuova vita ancora una volta. Mia buona Isis, sei una donna di grande intelligenza e di buon cuore, questo fa di te una giusta di voce, ma non lasciare che il tuo passato indebolisca le tue capacità, ora tu sei una donna diversa, seppellisci ciò che fosti e vivi a testa alta come Isis, la nobile dama venuta da Nekheb. Io ti sarò vicina!»
«Lascio questa casa con grande tristezza, –rispose Isis- mi mancherete ma vi prometto che non appena potrò verrò qui a trascorrere qualche ora con voi. Mia regina, –soggiunse- ho pensato a lungo alla piccola Neferura, e ad al luogo dove poterla far crescere al sicuro da ogni insidia. La mia casa di Nekheb sarebbe il posto ideale, potreste affidarla alle cure delle mie ancelle e della vostra anziana nutrice. In quella regione nessuno sa nulla di me e se qualcuno dovesse incuriosirsi si potrebbe far circolare la voce che la bimba è orfana di una mia immaginaria sorella, morta subito dopo averla partorita, in questo modo, di tanto in tanto, potreste anche andarla a trovare. Cosa ne pensate?»
«E’ proprio la soluzione che cercavo, grazie mia buona amica affermò la regina- seguirò alla lettera il tuo prezioso consiglio e, grazie ancora perché senza volerlo mi hai dimostrato il tuo scarso attaccamento alle cose terrene, mettendo la tua casa a mia disposizione.»
«Quella casa fu un vostro dono come, tutto ciò che oggi sono e possiedo. Senza di voi sarei ancora a languire nei luoghi bui di questa città. Come potrei sottrarmi dal mio dovere senza riconoscervi almeno un piccolo aiuto, il mio cuore me lo impone, ed è giusto che sia così!»
Hatshepsut, ormai certa della sincerità di quella giovane donna, la prese tra le braccia fraternamente, forse, in quella fanciulla rivedeva la sua amata sorella. Non aveva alcuna prova per crederlo ma sapeva inconsciamente che Isis le sarebbe stata fedele per tutta la vita.
Il faraone era ormai vicino. Al suo ingresso trionfale, non mancavano che poche ore.
«Abbiamo bisogno di riposare –disse Hatshepsut- l’esercito di Uaset è vicino; domani il Paese dovrà accogliere il sovrano e per noi sarà un giorno faticoso. La nostra recita non è ancora terminata!»
L’interminabile colonna di soldati iniziò a serpeggiare per le strade di Uaset quando l’astro lunare non era ancora sparito dal cielo. La città silente sembrava non voler condividere la gloria del faraone. Il suo ritorno si preannunciava tutt’altro che trionfale.
«Il popolo non mi ama, –disse Akheperenra rivolgendosi a Senenmut che gli stava accanto- in altri tempi, un re che tornava dalla battaglia veniva acclamato e festeggiato da tutto il paese, io invece trovo la città deserta, non è un buon segno, possibile che io sia tanto odiato?»
«Il popolo non vi odia maestà, –rispose Senenmut- forse, non ha ancora fiducia in voi ed una popolazione sfiduciata diventa difficile da governare.»
«Allora cosa dovrei fare per guadagnarmi la loro fiducia –rispose-.»
«L’unico consiglio che posso darvi e che voi cominciate a vedere le cose dal loro punto di vista. Non è facile, lo so, ma se riuscirete ad immedesimarvi, anche solo per un istante in un uomo comune, cercando di capire i loro problemi, forse riuscirete anche ad intuire il motivo di tanto malcontento. A quel punto tutto ciò che resterà da fare sarà porvi rimedio. Solo così vi garantirete un regno lungo e sereno.»
Ormai in prossimità della sua dimora, Akheperenra si congedò dal suo esercito: «Che ognuno di voi vada a riposare e chi possiede una famiglia, è libero di raggiungerla, questo vale anche per te Senenmut.»
Così dicendo si avviò lentamente verso le porte del palazzo assorto in chissà quali pensieri.
In meno di un’ora Senenmut era già tra le braccia di suo padre, l’unico che a quell’ora era già desto, mentre tutti gli altri dormivano ancora. Ma il sonno di Hatshepsut era talmente leggero ed i suoi nervi talmente tesi che un minimo rumore l’avrebbe destata. In un attimo, infatti era già in piedi, la voce di Senenmut era giunta dolcemente alle sue orecchie, solo il tempo di pettinare i suoi lunghissimi capelli e si precipitò sulle scale.
Giù nella grande sala anche Titutiu era accorsa a ricevere il figlio, e dopo di lei Ahmes, in punta di piedi, con tra le braccia la piccola Neferura. Dal quel faccino sereno scintillavano due occhietti irrequieti, ed attenti ad ogni cosa che la circondava ma, come per un innato istinto, quasi come incantato, il suo sguardo di fermò in quello di Senenmut.
L’uomo rimase disorientato per qualche attimo poi, dai suoi occhi sgorgarono le prime incontenibili lacrime, la voce del sangue non poteva mentire. Si avvicinò trepidante a quella tenera, rosea, creatura dal piccolo corpo avvolto da candido, morbidissimo lino e la strinse a se.
«Mia figlia. –disse- Oh dei del cielo, vi ringrazio di questo dono, ella è sana e forte ed è bella come sua madre.»
Erano tante le cose che i due amanti avevano da dirsi e d il loro discorrere si dilungò per lungo tempo, fino al racconto dei recenti lutti.
Senenmut apprese con amarezza, quelle tristi vicende, mentre senza che nessuno se ne rendesse conto, il sole stava già irradiando i primi raggi nel cielo. La voce di Isis, appena risvegliata li fece sobbalzare:
«Perdonate, mia regina, è quasi giorno, bisogna far presto!»
“E’ incredibile il cambiamento di questa donna –pensò Senenmut guardando la bella Isis- persino il suo modo di parlare ha assunto un tono diverso, sembra quasi una principessa”.
«Dai un bacio a nostra figlia –disse Hatshepsut- tra poco dovremo separarcene, dobbiamo fare tutto molto in fretta.»
Nefer, con il cuore in gola, irruppe nella grande sala e ansimando per la corsa gridò:
«Il faraone, mia regina, l’ho visto arrivare da lontano, si dirige verso di noi, in pochi minuti sarà quì.»
Senza perdere un solo istante Senenmut con la piccola Neferura andò a nascondersi nelle cantine ed Isis affidando Meritra alle braccia della regina Ahmes, corse con Hatshepsut nella sua camera seguite dalle ancelle.
Il faraone fu ricevuto da Ramose e Titutiu ancora intontiti da quella veloce sparizione degli altri.
«Salute a te Ramose ed a te Titutiu. –esclamò Akheperenra- Spero che la vostra regina sia già desta. Ditele che solo pochi minuti fa ho appreso da una delle mie guardie della triste perdita della principessa Neferubity e che sono qui per manifestarle il mio dolore.»
Ramose salì il lungo scalone e raggiunse le camere. Poco dopo Hatshepsut apparve al cospetto del monarca:
«Lunga vita e voi Akheperenra, -disse Hatshepsut- io e mia madre vi ringraziamo della vostra inaspettata visita e della vostra partecipazione al dolore della mia famiglia. Anche noi ci uniamo al vostro dolore per la scomparsa dell’amato Uazmes, la nostra famiglia gli fu molto legata.»
Il faraone stava per rispondere quando un vagito attirò bruscamente la sua attenzione. Istintivamente volse lo sguardo nella direzione da cui era scaturito il pianto del neonato ma, nello stesso momento apparve Ahmes sulle scale con Meritra tra le braccia.
«Un bambino, –disse il re- che strano, -soggiunse- avrei potuto giurare che il suo pianto veniva da tutt’altra direzione. Forse saranno gli effetti della stanchezza. Siamo giunti a Uaset prima dell’alba e non ho ancora avuto il tempo per riposare dopo il lungo viaggio.
Ma vi prego ditemi, di chi è questo bimbo?»
«Una bambina, - rispose Ahmes- ella si chiama Hatshepsut Meritra ed è vostra figlia.»
«Mia figlia? –chiese- lasciate che la guardi da vicino, è bellissima, come colei che l’ha data alla luce.»
Akheperenra prese la bimba amorevolmente tra le braccia e rivolgendosi ad Hatshepsut chiese se il suo proposito rimaneva fermo sul patto iniziale o se per caso volesse seguirlo nella sua dimora.
«Credo che ormai il mio carattere vi sia ben noto –rispose- quindi saprete che tengo fede ad ogni mia promessa o patto. Non crediate, però che non abbia pensato ad ogni cosa per far si che questa deliziosa bambina cresca nel migliore dei modi, ecco la nobile Isis.»
Radiosa di gioventù e bellezza, la donna uscì elegantemente dai tendaggi scendendo dalla grande scala con la leggiadria di un lieve soffio di vento. Il suo profumo inebriante invase la sala, le sue vesti ricamate d’oro scintillavano come il sole sulle acque e davano al suo volto un etereo candore. Il faraone la seguiva con lo sguardo come trasognato. Isis si avvicinò a lui prostrandosi in un ampio inchino.
«Questa giovane, nobildonna –spiegò Hatshepsut- è degna di fiducia ed è la persona da me scelta come tutrice della piccola Meritra. Ella l’accudirà come se fosse sua figlia, avrà per lei ogni cura, già da oggi vi seguirà nella vostra dimora e di tanto in tanto, con il vostro consenso, verrà a farmi visita insieme alla piccola. Vi assicuro che in lei vi è una madre affettuosa, quanto di meglio si potesse sperare per la piccola principessa. Isis è originaria di Iunit, (Esna) è la vedova di un ufficiale morto in battaglia durante una campagna di vostro fratello il generale Imenmes ed è una mia ottima amica. Spero che tutto ciò possa convincervi di questa mia scelta.»
«Mi fido della vostra parola, -rispose Akheperenra- ed il suo aspetto non lascia dubbi di sorta, di tutto ciò non posso che ringraziarvi. –Poi si rivolse a Isis: Avanti nobile Isis prendi ciò che ti occorre e seguimi, da oggi vivrai con me a palazzo, mentre la servitù appronterà la tua camera, i miei uomini verranno qui a prendere le tue cose.»
Detto ciò il re salutò la regina e sua madre e dopo aver ringraziato ancora una volta si diresse con la giovane verso l’uscita. Quell’uomo sembrava all’apice della felicità. Un amore improvviso?

La straordinaria metamorfosi di Akheperenra

La vita di Hatshepsut, come ogni cosa, nella terra di Kemet, sembrava seguire le acque del sacro fiume, con le sue tumultuose inondazioni seguite dalla fertilità che da questa conseguivano. Così per la nostra regina, a periodi di grande amarezza seguivano momenti tranquilli a volte esaltanti.
Neferura con la sua vivacità era ormai la gioia di Sat-Ra. L’anziana nutrice viveva la crescita della bimba ricordando quando Hatshepsut bambina fu affidata alle sue cure e Neferura con i suoi giochi e le sue espressioni sembrava esserne l’incarnazione.
Al palazzo del sovrano, Isis per i primi tempi, dovette subire l’arroganza congenita del suo ignaro compagno di letto ma pian piano qualcosa in lui stava cambiando.
Akheperenra si innamorò di Isis sin dal primo attimo in cui ne restò completamente rapito e nei primi giorni di convivenza le rivolgeva ogni attenzione venerandola come una divinità. Egli, però non rivelando i suoi sentimenti gioiva della sua presenza ma quando si accorse di non dover più temere di perderla, il suo intimo predominante riemerse prevalendo su tutte le sue attenzioni.
Anche Isis ricambiava quel sentimento ma nei lunghi giorni passati con Hatshepsut ebbe modo di ascoltare da lei la storia di quell’uomo dalla nascita all’incoronazione. Il suo passato e le sue malvagità non lo mettevano certo sotto una buona luce e le prepotenze che stavano affiorando dal suo carattere ne davano, a ragion veduta, la prova. Lei era comunque convinta che in ogni essere umano, fosse nascosto nel più profondo dei meandri dell’animo, un fuoco sopito di bontà in attesa di essere acceso e, in quel caso, lei doveva esserne la scintilla.
“Se solo sapessi da dove proviene questa mia vita non oseresti nemmeno pensare di avermi accanto, –pensava Isis- ho penato a lungo nello squallore di una esistenza priva di un fine se non quello di sopravvivere. Arrivai al punto di volermene liberare per sempre ma la mia religiosità me lo impedì, forse, me ne mancò il coraggio o forse gli dei non vollero. Una dea mi apparve dopo aver visto un dio sconosciuto, io non me ne accorsi e fui portata in volo verso gli orizzonti del sole. Come per miracolo mi trovai ricoperta d’oro e d’elettro e sognai d’essere rinata. Oggi non ricordo più da quale ventre fui partorita, sono la prediletta della mia dea …. Che ella viva in eterno! e sono qui nella casa del faraone, colui che mi donò la gioia immensa di un figlio”.
Isis però non avrebbe mai accettato di vivere da concubina del faraone, l’amore che nutriva per lui e la sua onestà non l’avrebbero permesso. Finché un giorno, finalmente, il re le parlò; le sue parole erano quelle che Isis aspettava ormai da tempo.
«Mia dolce Isis, la tua presenza nella mia vita ha dato luogo a lunghi giorni pieni di una felicità che il mio cuore non aveva mai conosciuto.
Senza parlare i tuoi occhi mi facevano comprendere tutti i miei errori riuscendo con la tua comprensione a migliorare il mio essere egoista ed arrogante che negli altri non produceva altro che odio e riluttanza. Tu sola, guidata dai tuoi sentimenti, hai saputo guardare dentro di me al di là di questo odioso guscio e capire che nel più profondo e inaccessibile luogo del mio cuore, forse potevi trovare quel minimo di bontà che cercavi per giustificare a te stessa l’amore provato per me.
Io nella mia gretta mente pensavo di avere acquisito su di te ogni diritto, tu sempre in silenzio mi facevi capire che i diritti che io mi arrogavo erano solo tue amorevoli concessioni, aspettando che io riuscissi a capire da solo. Ciò che voglio chiederti è averti per sempre con me. Non come nutrice di mia figlia, non come una concubina di cui servirsi meschinamente ma come una sposa, la mia vera unica sposa e come madre di mia figlia che tu hai dimostrato di amare con tutta te stessa anche se non fu il tuo ventre a deporla al mondo. Ora decidi e qualunque sia la tua risposta, sappi che non cambierà quella casta unione che abbiamo condiviso fino ad ora. Gli dei hanno voluto che le nostre vite s’incontrassero, ma colei che può unirle eternamente sei solo tu.»
«Grande sovrano, -rispose- vi ho veduto cambiare di giorno in giorno come da crisalide a farfalla ma quante volte siete caduto nel buio baratro degli uomini che vedono solo se stessi ignorando coloro che gli sono vicini. E' anche vero che i vostri occhi hanno cercato e ritrovato subito la luce smarrita ma come posso essere certa che una volta divenuta vostra sposa non diverrò un oggetto qualunque di cui vi sentireste il padrone assoluto? Non sapete quanto ho aspettato questa vostra decisione e solo gli dei sanno quanto ne sia felice ma credetemi, ne ho timore!.»
«Non posso biasimarti –rispose- la mia vita è disseminata di errori e di ingiustizie, persino il trono su cui siedo è frutto di un inspiegabile sortilegio o di una magia malvagia ma il mio amore è sincero e cercherò con tutte le mie forze di mutare definitivamente la mia condotta di vita. Dammi l’opportunità di dimostrartelo, unisci la tua vita alla mia e ne avrai la prova.»
«Sia come voi volete, divina maestà il mio cuore non può respingervi, egli stesso mi dice che le vostre parole sono sincere.»
I due caddero in lacrime per la gioia di quel tenero momento, così il faraone si avvicinò alla dolce fanciulla abbracciandola appassionatamente.
Nei giorni che seguirono Hatshepsut, diede inizio alle ricerche per far luce sul segreto di Senay e sulle profanazioni di tombe avvenute in precedenza, di cui Sennefer rimaneva il principale sospettato.
Contemporaneamente era decisa a svelare il mistero della scomparsa di Imenmes . Non aveva ancora alcuna prova ma qualcosa le faceva pensare che ognuno dei tre casi che a prima vista potevano sembrare isolati tra loro, avessero un filo conduttore comune che una volta trovato li avrebbe collegati in un unico, recondito, scopo.
Senenmut e suo fratello Amenemhat iniziarono a setacciare il paese con discrezione in modo da non destare il minimo sospetto. Con l’esperienza militare Senenmut stabilì un itinerario minuzioso che avrebbe previsto ispezioni sistematiche dalle zone dei furti sacrileghi fino alle varie oasi dove normalmente avvenivano gli scambi commerciali con i carovanieri del deserto e dove le merci regolari venivano importate dai paesi stranieri. Ancora una volta Senenmut doveva affrontare il mare di sabbia ed intraprendere l’ennesima spedizione ma questa volta non aveva alcun capo ne lo era di alcuno, semplicemente era deciso ad andare sino in fondo ed Amenemhat con lui, uniti dal comune amore per il proprio paese, dalla riconoscenza per Akheperkara e per l’affetto semplice e sincero che li aveva visti crescere insieme. Non ultima una promessa suggellata dai due fratelli quando Senenmut alla tenera età di nove anni salvò la vita di suo fratello che attaccato da un cobra riuscì a colpirlo prima che il terribile rettile potesse affondare i suoi denti micidiali nelle sue carni:
«Niente e nessuno mai potrà dividerci fratello mio, ovunque la tua vita ti condurrà io sarò con te, qualunque aiuto vorrai da me , lo otterrai, e quando vorrai che la mia mano ti dia aiuto, in qualsiasi momento io la tenderò.»
Un gruppo di persone era lì a mercanteggiare quando Senenmut arrivò all’oasi. Dalla foga con cui si discuteva doveva trattarsi di merci pregiate ed alcuni acquirenti avevano l’aspetto di persone di una certa posizione sociale, forse inviati di qualche principe di qualcuno dei piccoli paesi del Delta. I due si intromisero astutamente nelle trattative fingendosi due ricchi mercanti venuti dalla Palestina in cerca di merci preziose da introdurre nel loro paese.
La fortuna non tardò ad arrivare, i due fratelli, infatti, osservavano attentamente ogni oggetto che veniva mostrato: vasellame di ogni foggia e materiale pettini, rasoi di rame, pelli di leopardo, sistri flauti e tessuti ricamati con fili d’oro e d’elettro. Finalmente vennero alla luce i primi gioielli: collane del valore bracciali ed anelli in quantità vennero fatti cadere in un grande vassoio di creta, mentre gli astanti, increduli toccavano gli oggetti quasi a rendersi conto che tutto quell’oro non fosse soltanto un miraggio. Mai tanta ricchezza si era vista se non nei palazzi dei re!
Finalmente qualcosa attirò l’attenzione di Senenmut, un bracciale d’oro sul quale erano incisi i cartigli del grande Amenofi I, il glorioso condottiero predecessore di Thutmose I.
«Cosa chiedi per quel bracciale? –chiese Senenmut-»
«Se siete davvero così ricchi come dite perché mai non vedo la vostra merce di scambio? –rispose il mercante- inoltre non credo di avervi mai visti e l’esperienza mi ha insegnato a non fidarmi di coloro che non conosco specialmente quando mentono. Dite di venire dalla Palestina ma il vostro aspetto non è quello di ricchi mercanti, piuttosto sembrereste ufficiali dell’esercito provenienti dalla capitale. Andatevene finché siete in tempo, non ho nulla da vendervi, e ringraziate gli dei che sono un uomo pacifico altrimenti avrei potuto smascherarvi davanti a tutti gli altri mercanti e loro non sono certo altrettanto pacifici.»
Così dicendo l’uomo radunò le sue cose ed interrotta ogni trattativa salì in groppa al suo cammello e si allontanò velocemente.
I due non poterono far niente se non ritornare sui loro passi. Colui che li aveva scoperti aveva detto il vero, se avessero tentato un inseguimento avrebbero scoperto le loro identità ritrovandosi a dover fronteggiare una trentina di possenti uomini del deserto sicuramente armati fino ai denti. Battere in ritirata era certamente l’atteggiamento più saggio da assumere. Le loro ricerche non erano, comunque, state vane. Il volto del mercante era rimasto impresso nelle loro menti.
Tornati a Uaset riferirono l’esito delle loro scoperte alla regina, spettava a lei decidere il da farsi!
«Le poche prove raccolte non ci pongono certo in condizione di poter agire liberamente ignorando il faraone, –disse Hatshepsut commentando l’accaduto- corre l’obbligo di farlo partecipe dei nostri propositi e dei nostri progressi, agiremo tramite la mia fedele Isis che oggi è divenuta la sua seconda moglie, dovrebbe essere qui a momenti.»
Infatti le due donne continuavano a frequentarsi assiduamente ed il loro legame affettivo andava sempre più consolidandosi grazie soprattutto alla sincerità di Isis verso la regina ed allo sconfinato affetto che le due donne nutrivano l’una per l’altra.
«Un bracciale con i nomi di Amenofi, – esclamò Isis- ed i vostri sospetti cadono, giustamente su Sennefer. –proseguì- Non posso biasimarvi, anche io ho delle riserve verso l’atteggiamento di quell’uomo che continua a riempire la mente del faraone con idee malsane il cui fine è tartassare il popolo.
Io amo Akheperenra e sto cercando di far riemergere dal suo animo i buoni sentimenti sopiti in ogni essere umano ed egli da qualche tempo sembra essere rinato a nuova vita, vi giuro mia regina vedendolo non sareste in grado di riconoscerlo. Quell’essere malvagio che lo possedeva e predominava su di lui sta lasciando il posto all’uomo mite e comprensivo che non ha mai avuto modo di rendersi manifesto ai nostri sguardi ed alla nostra memoria.
Sennefer è furioso per questo suo cambiamento, ciò dimostra le sue te intenzioni poco oneste ma, sono certa, che quando gli esporrò quanto sta accadendo potremo agire in forza con le guardie del faraone e far giustizia sui profanatori ed i loro mandatari.»
«L’uomo che tu dici di amare, –rispose Hatshepsut- è stato la causa dei momenti più difficili della mia vita e tu ne hai la cognizione, ora tu dici che egli è cambiato ed io che ti conosco ho l’obbligo di crederti. Il tuo animo è chiaro come la luce del mattino ed il nostro legame è forte come la volontà degli dei. Adesso va da lui, amica mia ed agisci in nome della giustizia poiché in questo giorno essa è nelle tue mani.»
La fiducia riposta in Isis non deluse le aspettative della giovane regina. Akheperenra fu informato dettagliatamente su tutta quanta la storia dei furti alle tombe fino alla scoperta di Senenmut.
«Perché mai, –disse infuriato il faraone- solo ora vengo a conoscenza di questi sacrilegi. Senza la mia approvazione Senenmut ha affrontato il deserto rischiando la vita inutilmente, mentre se io ne fossi stato informato avrei potuto affidargli tutti gli uomini che gli abbisognavano per catturare quei predoni.»
«Sii paziente mio signore, -rispose Isis- essi non conoscono ancora l’uomo nuovo che è sorto in te, non puoi pretendere di avere la loro fiducia prima di aver dimostrato la tua metamorfosi.»
«E’ vero mia adorata, –rispose- devo ancora imparare ad attendere i frutti della semina ed io ho appena seminato. Tu ancora una volta mi hai fatto riflettere sul mio atteggiamento arrogante. Sono felice e fiero di avere al mio fianco una donna di tale bellezza e di così elevata saggezza. Eppure nonostante il nostro amore non vuoi ancora rivelarmi le tue origini, non sarà forse perché nel profondo anche tu non ti fidi completamente?»
«Non è così, mio sublime sovrano, e la mia risposta è ancora quella di sempre... Non è ancora giunto il momento.»
Akheperenra le sorrise, vivere insieme a lei era stato come rinascere. Le immagini truci del passato svanivano gradualmente dai suoi offuscati ricordi ed il suo cuore pietrificato dall’egoismo si apriva di giorno in giorno verso un mondo rivolto all’armonia tra ogni cosa e tra ogni uomo. Di tutto questo maestoso cambiamento della sua esistenza, un unico artefice… Isis, una dama senza passato.
Senenmut, chiamato nella sala del trono, temeva uno scontro con il faraone. Più che temere il faraone aveva timore di una sua reazione alla proverbiale arroganza del giovane monarca. Ma ciò che accadde lo lasciò stupito.
Il re si presentò a lui senza ornamenti regali, non indossava sandali d’oro ma semplici calzari di cuoio, le sue vesti erano di candido lino bianco privi di ogni ricamo d’oro, anche il suo incedere era divenuto più umile e la sua voce, la sua voce era cambiata. Per la prima volta Senenmut sentì la voce di un vero uomo, di un vero faraone, questi era di fronte a lui ed era lo stesso uomo che aveva tanto disprezzato.
Akheperenra, semplicemente imponente nella sua apparizione sembrava l’incarnazione di Thutmose I sebbene non ne fosse veramente il successore.
«Lunga vita al faraone, –disse Senenmut- inchinandosi-»
«Lunga vita a te Senenmut- rispose- apprezzo molto questi tuoi modi sempre così compiti ma ti prego bandisci le formalità e ascolta ciò che ho da dirti: Isis mi ha raccontato delle ruberie messe a segno dai sacrileghi nelle tombe dei nostri re, della vostra disavventura tra i mercanti del deserto, e dei sospetti che la regina Hatshepsut avrebbe nei confronti di Sennefer, un uomo che credevo meritasse la mia più incondizionata fiducia. Ebbene, io vi rimprovero non per i dubbi che muovete verso il mio sindaco ma per avermi tenuto in disparte e per aver agito e senza che io potessi far nulla per darvi l’adeguato sostegno ed aiutarvi a far luce e giustizia sul misfatto.»
Senenmut avrebbe voluto dare una spiegazione plausibile per giustificare un comportamento così irriverente ma i modi gentili del sovrano lo inibirono completamente, Akheperenra era davvero irriconoscibile, quale dio aveva operato un tale miracolo? Finalmente si riprese dallo stupore e con voce sgomenta disse:
«Perdonateci maestà, il nostro comportamento non merita una giustifica, forse la premura di trovare coloro che si macchiarono di tali bassezze ci rese ciechi ed irresponsabili spingendoci ad agire sconsideratamente.
Di ciò la regina non ha colpe solo io sono il responsabile di questa azione, se qualcuno dovrà subire una punizione questi son solo io.»
«Non vi sono punizioni da infliggere, ne colpe da espiare per nessuno di voi. Ammiro il tuo coraggio nel farti avanti per proteggere la regina Hatshepsut. Ti conosco come un uomo coraggioso e so quanto ami colei che sarebbe dovuta essere la mia sposa ma che era già tua da tempo.
Dalle il tuo affetto e falla felice, io oggi ho conosciuto questa felicità e non posso negarla a voi. Siate felici, dunque, ma proteggete questo amore da occhi indiscreti e da quelli del popolo, poiché gli indiscreti potrebbero danneggiarlo.
In quanto al popolo, non aspetta altro che un semplice appiglio per insorgere contro di me. Una simile rivelazione darebbe loro il diritto di deridermi e di contestarmi.»
Più disorientato che mai Senenmut rimase muto davanti a quell’uomo sconosciuto, tanto odiato eppure così umano da così poco tempo. Un bambino malefico dallo scarso intelletto era divenuto un uomo saggio dal cuore e dalla mente aperti, le cui parole non celavano più alcun inganno.
Senenmut stava per chinare il capo, come per confermare le parole di Akheperenra, quasi ad ammetterne il tradimento ma il re si avvicinò a lui sorridente e gli cinse le spalle con un braccio imponendogli di guardarlo in volto:
«Avrai cento uomini al tuo seguito e l’ordine del faraone di imprigionare chiunque sia in possesso di oggetti trafugati ma questo non basta, anche cento uomini possono fallire se lanciati allo sbaraglio, bisognerà studiare un piano per poter prendere di sorpresa quei loschi mercanti ed agire di conseguenza.»
Insieme ad Akheperenra Senenmut concepì un efficace tattica per sorprendere i trafficanti senza destare sospetti e la mattina dopo il piccolo esercito partì verso il deserto orientale.





















CAPITOLO IX

La confessione di Senay

La spedizione di Senenmut raggiunse il suo scopo con successo, quasi tutti i trafficanti furono arrestati e, dopo averli lungamente interrogati si appurò, finalmente, che i sospetti su Sennefer erano fondati. Gli uomini del deserto ammisero, infine, di appartenere ad alcune bande di trafugatori di tombe e che quell’uomo ne era a capo.
Il bottino dei saccheggi veniva valutato dallo stesso Sennefer, (dissero) che tratteneva per se gli oggetti più preziosi ricompensando gli autori materiali dei misfatti con gli oggetti di minor valore.
Chiamato al cospetto del faraone, il suo uomo di fiducia negò spudoratamente ogni cosa minacciando Senenmut per averlo calunniato così ignobilmente. Akheperenra allora decise di agire personalmente:
«Se veramente sei estraneo a questi gravissimi avvenimenti sarai reintegrato nelle tue funzioni di Stato, –disse il faraone- e coloro che hanno mentito saranno giustiziati. Se invece si comproverà la tua colpevolezza sarai punito in modo esemplare. Sarò io stesso a perquisire la tua casa. Quindi rivolto a Senenmut disse: tu e tuo fratello, verrete con me.» Poi si rivolse alle sue guardie:
«Voi nel frattempo incatenate sia Sennefer che la sua sposa, resteranno in catene finché luce non sarà fatta!»
Quando Akheperenra arrivò nella sontuosa dimora di Sennefer rimase stupefatto, era la prima volta che ne visitava l’interno ed il suo aspetto esteriore , seppure imponente, come si conveniva ad un Nomarca del faraone, non era dissimile a quelle degli altri funzionari del paese; stupefacente era invece la quantità di servitori e di ancelle che badavano alla conduzione della casa. I giardini scrupolosamente curati ospitavano ghepardi e pantere ammansiti, tenuti dai loro guardiani con lunghe corde di fili di cuoio intrecciato. I grandi uccelli multicolori lo allietavano con i loro canti volando tra una foglia e l’altra delle palme rigogliose, degli imponenti sicomori e dei grandi banani ricadenti di frutti gialli e maturi. Una grande sala delle feste profumava di ottimo incenso fresco e di mirra. Sennefer godeva certamente di una posizione privilegiata rispetto ad un comune cortigiano, ma come poteva un uomo simile disporre di tanta ricchezza? Senenmut autorizzato dal faraone scrutò attentamente ogni angolo di quella casa ma oltre alle ricchezze palesemente ostentate, nulla sembrava emergere per confermare i loro sospetti. I servitori osservavano i movimenti dei tre intrusi con malcelato timore. Tutto il palazzo fu messo a soqquadro ma senza alcun risultato. Ormai l’unica camera ancora da perquisire era quella di Senay, la bella sposa di Sennefer.
«Divino Amon, –esclamò Senemut come vittima di un’allucinazione-».
quella collana . Sul piccolo tavolo dove Senay curava la sua bellezza, tra pettini, creme profumate specchi ed essenze, scintillava una collana: tanti piccoli cerchi d’oro uniti l’uno all’altro da una sottile catena. L’oro del valore, un riconoscimento di guerra appartenuto al gran generale Imenmes, il fratello scomparso del faraone.
Senenmut avendola vista quando fu conferita al suo generale la riconobbe subito.
«Era di vostro fratello Imenmes, divina Maestà, –disse Senenmut tristemente- conosco questo oggetto, ricordo quando il faraone Akheperkara la mise al suo collo dopo la vittoria ottenuta con sua prima azione bellica, la rividi poi sul suo petto quando insieme pugnammo contro i ribelli di Kush.»
«Una decorazione militare appartenuta a Imenmes, qui in casa di Sennefer, per di più tra le cose di Senay.
Che significato può avere tutto ciò?
«Non lo so, divina maestà –rispose Senenmut- ma è giunta l’ora che conosciate il legame di sangue che vi unisce a Senay. Non avrei potuto farlo prima poiché conoscere questo segreto quando Sennefer era ancora nelle vostre grazie avrebbe potuto solo nuocere a tutti noi, voi compreso, solo Sennefer ne avrebbe tratto giovamento. Per nostra fortuna nessuno sa quanto sto per dirvi.»
«Ti prego Senenmut non prolungare oltre la mia ansia, fa che io sappia, qual è il segreto legame che mi unisce a quella donna?»
«Grande Akheperenra, il segno color porpora che è dietro il vostro orecchio fu notato da Hatshepsut nel grande tempio quando l’oracolo di Amon mostrò il suo disappunto alla vostra unione con lei. Lo stesso marchio lo possedevano tutti i figli di vostra madre Mutnofret…»
«Questo è vero –rispose- ma ciò esula dal nostro discorso, perché vuoi rivangare sul mio doloroso passato?»
«Ebbene maestà, Senay possiede lo stesso segno, poiché anche lei nacque da vostra madre.»
Akheperenra prese la collana, quindi disse ai due uomini di seguirlo a palazzo. Giunsero davanti alla coppia ancora in catene ed il re aprì il suo pugno mostrando la collana di Imenmes:
«Chi di voi due sa dirmi perché quest’oggetto appartenuto a mio fratello si trovava invece nella vostra lussuosa dimora? e tu Sennefer, confessi di essere il responsabile dei saccheggi alle tombe? »
A queste domande non vi fu risposta, il faraone le formulò ancora una volta ed un’altra ancora ma i due rimasero chiusi nel loro mutismo. Freddamente il faraone fece liberare l’uomo dalle catene e lo consegnò alle guardie:
«Conducete costui alle torture, solo così potrà rendere agile la sua lingua.»
I primi colpi di bastone colpirono le dita del malcapitato, le sue urla di dolore offendevano le orecchie degli dei ma non confessò.
«Basta! Vi prego sospendete le torture –gridò Senay- vi dirò ogni cosa ma vi scongiuro lasciatelo.»
Sennefer ormai svenuto dal dolore fu trascinato al cospetto della sua sposa mentre lei iniziò le sue confessioni:
«E’ tutto vero, maestà, era Sennefer che organizzava i furti nelle tombe, servendosi degli operai del “luogo della verità e della vita” essi conoscendole meglio di chiunque altro riuscivano a penetrarvi facilmente. Poi una parte del bottino veniva data loro per ricompensa ma, gli oggetti più pregiati rimanevano a lui, molti di questi sono già oltre confine barattati con terre fertili e schiavi. Tutto ciò sarebbe andato avanti ancora per molto se il vostro generale Imenmes non lo avesse sorpreso mentre veniva spartito il ricavato di un saccheggio. Egli però era solo contro Sennefer più altri sette o otto uomini. Durante la lotta qualcuno estrasse un coltello ed egli fu colpito a morte. Il corpo fu nascosto non so dove e di lui non restò altro che quella collana che io volli per me.»
Sennefer intanto riprendeva conoscenza e pallido dal terrore cercava di impedire che Senay potesse andare oltre nelle sue rivelazioni ma il re voleva andare fino in fondo. Senay avrebbe dovuto svelare tutto il suo passato. Akheperenra Si avvicinò a lei e scoprì il segno che li accomunava:
«Riconosci questo marchio? –disse-.»
«Non è possibile –gridò la donna- perché volete prendervi gioco di me, come sapete di quel segno, esso è un mio segreto che credevo inviolato, vi prego maestà, ditemi che significato ha tutto questo?»
«Tu vuoi sapere da me cosa significa tutto ciò? io posso risponderti con una sola, semplice domanda: quando nascesti? E chi fu la donna che ti concepì? Fa in modo che il tuo racconto sia sincero e non tralasciare nessun particolare, sappi che da ciò che tu dirai dipende la vita del tuo sposo. Parla e che Maat ti sia accanto.»
«Mi domandate da chi nacqui, –rispose- ma io non posso rispondervi poiché io stessa lo ignoro. Non so quando nacqui, almeno non conosco il giorno preciso in cui i miei occhi si aprirono alla vita, anche se vivo da ventotto anni. Non ho mai conosciuto mia madre e la famiglia che mi adottò era una coppia di agricoltori che fino ai diciotto anni mi trattò come figlia ed io credetti di vivere con i miei genitori fino al giorno in cui ascoltai per caso una loro lite. Sentii parlare di me come di una figlia adottiva. Una nobildonna di rango elevato mi aveva affidato a loro ricompensandoli lautamente ma di quella donna, essi non pronunciarono il nome. Irruppi tra loro mentre il fervore delle loro parole era più acceso che mai, ma non appena mi scorsero si placarono, anzi tacquero. Passarono solo pochi giorni nei quali chiedevo incessantemente chi fosse mia madre e chi mio padre ricevendo come unica risposta che erano loro la mia vera famiglia. Un giorno poi, un uomo si presentò davanti a me, disse che gli ero stata promessa e che lui sarebbe stato il mio sposo. Così andai via dalla casa dei miei genitori adottivi e cominciai la mia nuova vita accanto a lui, in una casa lussuosa e piena di agi. Sebbene non mi mancasse nulla, il mio cuore aveva nostalgia di rivedere la famiglia che per anni mi aveva cresciuta con amore e devozione ma Sennefer non me lo permise mai, riusciva sempre a trovare una scusa per evitare che potessi rivederli. Finché un giorno la triste notizia della loro scomparsa giunse fino a me; la loro casa era andata distrutta in un rogo notturno ed essi furono arsi dalle fiamme durante il sonno. Quel triste pensiero mi accompagnava di giorno in giorno facendomi vivere in un continuo dolore. Sennefer per distrarmi mi riempiva di regali, oggetti preziosi e vesti principesche, era molto buono ed affettuoso con me ed io gli ero riconoscente egli però sebbene fosse un uomo ricco, negli ultimi tempi sfoggiava grandezze mai possedute prima e, tra le altre cose, raddoppiò la servitù ed accolse in casa tre sue concubine. Cominciai ad avere dei sospetti e gli chiesi da dove scaturisse tanta ricchezza. Scambi con l’oriente diceva. Gli credetti fino al giorno in cui alcuni mercanti vennero a cercarlo fin nella nostra casa, si appartarono tutti in un angolo del giardino per parlare di questioni d’affari ma pian piano la discussione s’infiammò e le voci divennero minacciose. Fu allora che irruppe Imenmes che probabilmente aveva pedinato gli uomini del deserto. Iniziò quella lotta impari terminata con la tragedia che già conoscete. In quanto al simbolo che porto sul mio corpo, so solo di possederlo fin dalla più tenera età, non so se mi fu fatto o se fu opera della natura, il suo significato per me è un mistero.
Ecco maestà, ora sapete tutto ciò che io so, non vi chiedo clemenza, so di essere colpevole per aver taciuto finora ma non potevo accusare quell’uomo che mi dimostrò per anni il suo affetto ed il suo amore, sebbene non lo amassi non ne ebbi il coraggio.»
«La tua storia è toccante e mi sembra sincera ma rispondi alla mia ultima domanda: cosa sai di una donna di nome Mutnofret?»
«Non molto maestà, udii delle voci su di lei e sul suo esilio quando vivevo ancora con i miei genitori adottivi. In quel tempo regnava il faraone vostro padre. Ricordo che in casa si parlava della nobile Mutnofret come se i miei la conoscessero. So che ella era vostra madre, madre del generale Imenmes e del grande sacerdote Uazmes –concluse-»
«Ed è tutto quello che sai di lei? –chiese il faraone-»
«Si, mio divino, tutto!»
«E’ questa, dunque, la volontà degli dei? –riprese Akheperenra- è quindi mio, il compito di rivelarti le tue origini? Ascolta dunque, le mie parole, Senay ed apprendi da me il segreto della tua nascita:
Imenmes, mio fratello era il primo dei quattro figli di Mutnofret, la nostra compianta madre, Uazmes il secondo ed io il terzo figlio, il più piccolo di tre fratelli, un marchio ci accomunava, un simbolo che ci fu inciso sulla pelle appena svezzati. Nessuno di noi tre però sapeva dell’esistenza di una femmina, la primogenita di Mutnofret, il tuo marchio non può mentire, nelle tue vene scorre il mio stesso sangue, anche tu vittima delle ambizioni di nostra madre ma, una figlia femmina non sarebbe mai potuta salire al trono, ecco perché nascose la tua esistenza.»
Senay non riuscì a sostenere tante emozioni in una sola volta. Ebbe solo il tempo di portare una mano alla fronte mentre si accasciava al pavimento svenuta.
Ormai tutto era chiaro, Sennefer era colui che organizzava i saccheggi nelle tombe e che era al vertice delle bande di profanatori. Meritava quindi la morte ma prima avrebbe dovuto fare i nomi di tutti coloro che avevano agito materialmente.
Quando Senay rinvenne si trovò distesa sul letto in una camera del palazzo di Akheperenra, Isis era vicino a lei.
«Cosa ne sarà di me e del mio sposo nobile Isis? –chiese Senay-»
«Non oso dirvi quale sorte attende Sennefer. Per voi il faraone ha riservato una punizione meno cruenta: diventerete la mia ancella e vivrete qui.»
Proprio in quel momento, il faraone entrò interrompendo il discorso delle due donne. Senay si gettò ai suoi piedi implorando il monarca di salvare la vita del miserabile Sennefer. Il pianto della donna era straziante. Sebbene non lo amasse era disposta a sacrificare la sua vita in cambio:
«Fate di me ciò che volete –disse Senay- ma risparmiatelo, so che non merita alcuna clemenza ma è tutto ciò che posso fare per lui, la mia vita ormai non ha alcun valore, sono stata ripudiata da mia madre. Per colpa mia coloro che si presero cura di me sono morti ed i loro corpi arsi dal fuoco non potranno rivivere. Due miei fratelli sono morti uno dei quali davanti ai miei occhi senza che io abbia mosso un solo dito.
Mi rimanete solo voi Maestà accogliete la mia preghiera vi prego.»
«Non posso punirti al suo posto –rispose- tuttavia voglio essere magnanimo con lui. Per aver fatto i nomi dei suoi complici, egli non morirà. Sarà spogliato di ogni suo avere e messo in catene passerà il resto della sua vita in mezzo al fango ed alla paglia, come coloro che fabbricano mattoni per le case dei nobili. E’ la sua giusta punizione, non chiedermi ulteriore indulgenza, sarò irremovibile!»
Anche Hatshepsut ebbe ogni ragguaglio sugli ultimi episodi riguardo al radicale cambiamento di Akheperenra e dell’evolversi dei fatti connessi al processo di Sennefer. Molti uomini furono giustiziati alla luce delle confessioni fatte, anche se non tutti i complici furono trovati ma ormai l’esempio era stato dato e la sorveglianza resa ancora più stretta ed impenetrabile, gli antichi re ed i loro corpi potevano finalmente giacere sereni nelle loro eterne dimore. Mai più membra impure avrebbero osato varcarne la soglia.
La piccola Neferura cresceva a vista d’occhio e sebbene esile aveva un viso bellissimo e godeva di buona salute. Anche Hatshepsut Meritra cresceva bene ed Isis l’amava più di ogni altra cosa al mondo, forse proprio per questo grande amore aspettava un secondo figlio, il primo con Isis, per il faraone?
Senay lasciava che il tempo curasse lentamente la sua anima ferita, aiutata dalla dolce, umanissima Isis e dalle attenzioni amorevoli di un potente fratello scaturito dal nulla.
Sennefer messo in ginocchio malediceva Senay ed il faraone che gli aveva fatto grazia della vita. Una morte rapida gli avrebbe evitato quella lunga, dolorosa, disonorevole esistenza, al pari dell’ultimo dei lestofanti. Lui che era riuscito ad emergere dalla massa salendo ai più alti vertici della piramide sociale. Le lunghe giornate sotto il sole bruciante e le fredde notti si susseguivano con la loro implacabile durezza e specialmente di notte la sua sofferenza e la stanchezza diventavano insopportabili, gli incubi gli negavano il sonno, il volto dolce di Senay gli appariva come la dea della coscienza per rimproverargli tutto ciò che di losco per avidità aveva fatto. Solo la morte, ormai poteva liberarlo da quell’atroce supplizio. Stremato dalla fatica, insonne, abbattuto dai rimorsi e terrorizzato dagli incubi… quanti giorni ancora avrebbe resistito?
Una lama, un veleno, una qualsiasi arma, ecco ciò che bramava, ma dove trovarla?
Il tempo passava al ritmo delle piene del Nilo e le sue acque si erano appena ritirate dall’ultima inondazione. Isis era al suo nono mese e quella notte le doglie la destarono improvvisamente.
Sennefer intanto, quella stessa, notte fu svegliato dall’ennesimo incubo. Ormai era divenuto irriconoscibile tanto era scarno, i suoi occhi allucinati dietro le profonde e livide orbite erano quelli di un folle ossessionato dalla voglia di morire.
Era lì sul suo letto di paglia ancora in preda al terrore, poi sollevò con grande fatica le gambe una delle quali era cinta da una grossa catena.
All’improvviso qualcosa entrò attraverso il varco della sua misera capanna. La luce fioca della luna non riusciva a definire i contorni della piccola macchia scura che si muoveva sgraziata sul pavimento sabbioso, Sennefer si avvicinò al piccolo, inaspettato visitatore e quando fu a un passo da lui, egli lo riconobbe.
«Le mie sofferenze sono ormai finite –pensò mentre il suo respiro si faceva affannoso per l’emozione-.»
Si chinò e lo raccolse delicatamente, quasi timoroso di fargli del male ma non ebbe il tempo di rialzarsi, il grosso scorpione con la sua puntura aveva già iniettato il terribile veleno.

Il piccolo principe

La notte stessa della tragica fine di Sennefer, Isis con l’aiuto di Senay e di altre nobili donne di corte, diede alla luce uno stupendo bambino vivace e di ottimo appetito, a cui fu dato il nome di Gehutimes. Inutile dire che al palazzo di Akheperenra si viveva in una strana atmosfera. La coppia reale avrebbe voluto manifestare a tutta Kemet la grande gioia per la nascita del nuovo principe. Un tale evento avrebbe dovuto dar luogo a grandi festeggiamenti ma Senay si sentiva colpevole della morte di Sennefer ed il re rispettando il suo dolore preferì dare ai sudditi solo un annuncio ufficiale della nascita del suo primo figlio maschio:
«Il futuro della nostra terra non è più incerto, –disse il faraone dall’alto della finestra delle apparizioni- Grande popolo di questa grande capitale, il vostro faraone vi annuncia la nascita di colui che gli succederà sul trono di Kemet, egli è bello e forte ed è nato per volere degli dei, ed è a loro che io lo consacro. Egli al compimento del suo sesto anno di età entrerà nel tempio del nostro dio per essere educato dai grandi sacerdoti. Loro sapranno farne un uomo giusto, ma egli imparerà anche a difendere la sua terra dai più gloriosi ufficiali della corona. Essi ne faranno il più grande condottiero di tutti i tempi. Infine dovrà imparare a governare da saggio ed in questo una sola persona può dargli il giusto insegnamento, la nostra grande regina. Se imparerà da lei potrà diventare un grande sovrano.»
Hatshepsut aveva ascoltato le parole di Akheperenra e il suo discorso la colpì profondamente, anche il vecchio Ineni che era accanto a lei rimase stupito:
«Bisogna riconoscere che quell’uomo ha maturato un’enorme crescita interiore –disse il buon maestro- sembra impossibile che lui e l’arrogante giovinastro di qualche tempo fa siano la stessa persona.»
«Ne convengo pienamente –rispose Hatshepsut- ma avete notato con quale premura egli ha pianificato il futuro del piccolo principe? Sembra quasi che abbia timore di non poterlo seguire troppo a lungo. Nella sua voce c’era gioia e fierezza nel mostrare suo figlio ma il suo cuore tradiva molta amarezza. Ho avuto la netta impressione che per un attimo egli si sia dovuto accostare alla balausta per sorreggersi. Cosa ne pensate? –chiese infine ad Ineni.»
«Non osavo dirlo, -rispose- anch’io ho avuto il vostro stesso sentore. Akheperenra è sofferente, le sue membra non hanno più molta forza. Ho visto le sue ginocchia piegarsi sotto il peso del corpo, forse egli sa che il suo ultimo viaggio non è poi tanto lontano ed a prescindere da quello che era, mi dà pena vederlo soffrire.»
«Mio buon Ineni –rispose la regina- è talmente solido il legame che ci unisce che le vostre parole hanno espresso il mio pensiero. Anch’io ho avuto la vostra stessa intuizione ed il mio sentimento verso di lui non è più di disprezzo per un piccolo uomo malvagio ma di comprensione. Egli riuscendo a redimersi ha saputo cancellare l’abietto ricordo di quel che era, persino il popolo ora lo apprezza. Se potrò fare qualcosa per alleviare il suo dolore io lo farò. Se potrò tendergli una mano, la mia è già protesa in suo aiuto.»
Alla corte del faraone si respirava aria di grande festa, all’indomani il piccolo Gehutimes avrebbe compiuto il suo quinto anno di età.
Akheperenra aveva imparato a convivere con la sua malattia, riuscendo, comunque, a condurre una vita quasi normale, tranne in quei momenti sporadici quando il dolore alle gambe era tanto forte da costringerlo a letto per diversi giorni. Molti Sinu lo avevano visitato, i migliori di tutta Kemet, anche Hatshepsut aveva chiamato gli uomini di medicina di sua fiducia affinché visitassero il faraone ma, ogni loro rimedio si dimostrò inefficace e inoltre nessuno di loro riuscì a stabilire l’origine del male.
La fine della stagione di Akhet era prossima e quell’anno si prevedevano ottimi raccolti. Il popolo gioiva in previsione della buona annata e si preparava a festeggiare il piccolo erede al trono.
Senenmut ed Hatshepsut non perdevano mai l’occasione per recarsi a Nekheb dalla piccola Neferura che aveva già compiuto sei anni e che vedendo i suoi genitori continuava a chiedere perché non vivessero accanto a lei.
Il banchetto iniziò tra musiche e balli, l’odore degli arrosti fumanti saliva dai grandi vassoi portati a spalla dai servitori nubiani assieme a tutti i buoni frutti della fertile terra del Nilo. Vino addolcito col miele e birra venivano serviti per dissetare i personaggi più importanti del Paese intervenuti per festeggiare il piccolo principe che, con la tipica acconciatura recante il ricciolo laterale degli adolescenti, era rimasto timidamente in disparte a giocare con la sorella maggiore. Anche Hatshepsut e Senenmut erano presenti ma, rispettosamente distanti. Isis e Senay ai due lati del sovrano.
Tutto si svolse in composta allegria ed alla fine Akheperenra ringraziò tutti coloro che avevano risposto al suo invito. La grande sala si svuotò man mano, fu allora che il faraone fece cenno ad Hatshepsut di non allontanarsi ancora. Quando rimasero soli, il monarca che era rimasto seduto per tutto il tempo, si rivolse alla regina:
«Grazie della vostra presenza, –disse il faraone- ciò significa che la repulsione che provavate per me sta progressivamente dissolvendosi. Questo è per me motivo di grande gioia, in tal modo potrò parlarvi con maggior libertà considerando che quel che sto per dirvi è di grande importanza per me e per quello che oggi posso osar definire il nostro amato Paese.
Quando accolsi Isis in questa dimora, con lei entrò quella felicità che la mia esistenza non aveva mai conosciuto, la sua purezza le impedì di unirsi a me e nonostante le mie insistenza ella non cedette mai, fino al giorno in cui divenne la mia sposa. Quella stessa notte giacere insieme a lei mi procurò una sensazione sconvolgente: le sue movenze, i suoi capelli, il suo profumo, ogni cosa di quella prima notte d’amore io l’avevo già vissuta. Non avevo dubbi ma non sapevo spiegarmi come. Non avevo mai conosciuto prima quella fanciulla eppure l’avevo già amata. La risposta arrivò dopo lunghe riflessioni: il suo straordinario affetto per Meritra, la vostra intercessione affinché io l’accettassi come nutrice ed infine le strane condizioni che mi dettaste la notte del nostro primo incontro che mai avvenne. Fu allora che io giacqui per la prima volta con la mia dolce Isis convinto che quella donna foste voi.
Non è un rimprovero per avermi raggirato poiché di tutto ciò vi sono grato, se non aveste architettato un simile stratagemma io non avrei conosciuto l’amore. Inoltre meritavo un simile trattamento e conoscendo la vostra coerenza dovevo capire che non avreste mai tradito colui che alberga nel vostro cuore. Ora molte cose sono cambiate, io stesso sono cambiato ed anche questo mio mutare seppure involontariamente è opera vostra. Il piccolo Gehutimes non dovrà mai cadere nei miei errori, io lo affido ad Isis sua madre legittima sicuro che saprà farlo crescere con amore e vorrei affidarlo a voi come sua tutrice perché diventi un grande uomo al servizio del popolo e del Paese.»
«Non avete bisogno di me per un tale compito –rispose- poiché grazie al miracolo avvenuto in vostra maestà sarà egli stesso a condurre suo figlio sulla strada della giustizia e dell’onestà, la stessa strada del vostro nuovo cammino.»
«La mia strada si ferma qui –affermò tristemente Akheperenra- ormai da molti giorni le mie membra non si muovono più. Il dolore è svanito ma i miei tendini si sono tramutati in pietra.
Il povero Uazmes mi ha perdonato e talvolta appare nelle mie stanze proprio lui mi ha annunciato che molto presto lo raggiungerò nei bei campi dell’Amenti, vi prego, quindi, esaudite la preghiera di un moribondo, egli ve ne sarà grato anche nell’altra vita.»
«Voi vivrete –disse Hatshepsut con tono rassicurante- ma vi prometto che se mai dovesse accadervi qualcosa il piccolo principe avrà tutta la mia protezione ed ogni mio sapere. Questo è il mio giuramento!»
Il faraone ormai infermo dimostrava una incredibile serenità di spirito ed in quei giorni il suo pensiero predominante era la costruzione di una cappella dedicata al culto del giovane fratello illuminato.
Uazmes sarebbe stato divinizzato, questo fu il giuramento che Akheperenra fece a se stesso, forse per espiare le antiche colpe verso colui che dall’altra vita gli aveva dato il suo perdono.
I lavori procedettero tanto alacremente che in soli sei mesi la cappella fu terminata. Il faraone volle presiedere personalmente alla solenne cerimonia per la divinizzazione di Uazmes. Fu trasportato a Karnak dove i sacerdoti svolsero rituali e offerte. Al termine l’incenso purificatore fu bruciato davanti al simulacro di Amon. Il re aveva adempito al suo dovere, sul suo volto si leggeva la soddisfazione e la pace di chi assolve al dovere di un giuramento.
L’atto meritorio di Akheperenra era però destinato ad essere l’ultimo della sua vita, il suo capo cominciò ad abbassarsi verso le ginocchia ed il suo corpo si rilassò lentamente perdendo così la rigidezza della lunga malattia. La morte lo raggiunse proprio nel tempio, tra lo sgomento di tutti. Hatshepsut gli si avvicinò come per dargli l’estremo saluto: le sue palpebre erano chiuse e sul volto regnava un’espressione serena. Hatshepsut presiedette personalmente alle solenni celebrazioni ed al corteo funebre, seguita da Isis e da Senay. Il sacerdote officiante concluse con il rito dell’apertura della bocca e la chiusura del sepolcro reale.
Così andava via anche il terzo figlio di Mutnofret, una donna per cui la perfidia era l’unica eredità da tramandare ma che nessun erede volle riscuotere.

Maatkare

Kemet, un impero divenuto di dimensioni colossali si trovava all’improvviso come ai tempi dei gloriosi faraoni del passato.
Un trono vuoto poteva essere insidioso ancor più del morso di un serpente. Le notizie viaggiavano tra le dune veloci quanto le acque del Nilo in piena. Hatshepsut si sentiva in dovere di assumere il ruolo che per discendenza reale e per volere divino era già suo da tempo immemorabile.
Gehutimes compiva sei anni proprio in quel tempo ed onorando le volontà di suo padre fu accompagnato nel tempio di Karnak dove avrebbe trascorso un periodo di ritiro spirituale.
Neferura ebbe finalmente una risposta ai suoi ingenui perché, fu ricondotta a palazzo finalmente ricongiunta agli amati genitori.
Hatshepsut iniziò a governare sulla sua terra ed ogni uomo di Kemet si affidava fiducioso al suo volere sebbene lei non fosse il tanto atteso faraone.
Bisognava prendere rapidamente una decisione, ormai era giunto il tempo di dare a Kemet il suo nuovo re.
Hatshepsut doveva prendere le insegne del potere supremo quanto prima, ma volle comunque interrogare l’oracolo di suo padre Amon.
Seguita da Senenmut e da sua madre Ahmes raggiunsero il tempio a Karnak. I sacerdoti si preparavano a questo eccezionale avvenimento.
Una ad una come le stelle del cielo, le torce vennero accese ed in poco tempo il loro chiarore illuminò a giorno la sala ipostila. L’incenso cominciò a bruciare e il suo crepitio sembrava intonare inni surreali al grande dio. La barca sacra venne issata a spalla dai sacerdoti e finalmente Amon uscì dal sacrario. La barca compì il primo giro del colonnato e poi si fermò al centro di esso. Il Gran Profeta del tempio Hapuseneb formulò la sua domanda al dio di cui lui stesso era l’oracolo vivente:
“Oh Grande Amon, tu Signore della luce e della vita, tu che dai ordine all’armonia di tutto l’universo, tu che navighi tra le acque tranquille del regno divino. A te cui nulla può essere taciuto e che conosci ogni cosa degli uomini e degli dei. A te chiediamo: guarda costei che ti è di fronte, ella ti fu cara tra le braccia del suo padre terreno e ti è cara perché tu la scegliesti come figlia. Dacci un segno della tua volontà e noi lo eseguiremo come per secoli e secoli hanno fatto i nostri antenati. Il tuo umile servo ascolta… parla o Dio, colui che ti implora saprà tradurre i tuoi cenni affinché tutti possano capire ed obbedire al tuo oracolo”.
Amon si mosse ancora una volta e lentamente compì un largo giro del colonnato poi un terzo, di colpo si fermò poi la barca sacra fu sospinta da una forza misteriosa e incontrollabile, sembrò quasi che volesse sfuggire dalla presa dei sacerdoti che quasi non riuscivano a starle dietro. In una folle corsa si compì il quarto giro quindi la prua si orientò verso Hatshepsut e la corsa riprese verso la regina che per un attimo ebbe timore di essere travolta ma, davanti a lei si fermò. Solo allora si accorse che alla sua destra era apparso come per incanto il giovane Gehutimes. Hapuseneb allora cominciò ad interrogare il simulacro del Dio:
«Potente Amon, dai un segno se ciò che sto per dire corrisponde al tuo volere: E’ ad Hatshepsut che tu conferisci lo scettro delle Due Terre?»
La barca stava per muoversi in avanti ma invece ruotò e con la prua indicò il piccolo principe, quindi si ritrasse di tre passi e girando su se stessa tornò indietro verso la sua cappella.
Hapuseneb, confuso, non sapeva che dire. La barca aveva indicato Gehutimes ma il Gran Sacerdote non poteva assumersi la responsabilità di un oracolo sfavorevole nei confronti della regina, per di più quel giovinetto non era ancora in grado di governare un regno.
«Amon non ha voluto esprimersi –dichiarò Hapuseneb- le strane cose accadute sotto i nostri occhi mi fanno capire che egli è in collera, molte offerte e molti sacrifici si dovranno compiere affinché egli si plachi –concluse-.»
Poi sottovoce si rivolse ad Hatshepsut:
«Vi prego mia regina non vi allontanate ho qualcosa da dirvi.»
Quando tutti gli altri andarono via, Hapuseneb la condusse nella sua camera e circospetto le sussurrò:
«Maestà, non credo affatto a ciò che ho veduto, ho la netta sensazione che qualcuno sia contro di voi ed è la stessa persona che ha architettato la messa in scena che abbiamo appena vissuto.
Spero di sbagliarmi ma se così non fosse significherebbe che i vostri nemici non sono ancora finiti, ma chi avrebbe potuto trarre auspicio da tutta questa storia?»
«Nessuno che io sappia, -rispose- non credo di aver ancora dei nemici eppure qualcuno ha cercato di prendersi gioco di noi. Ebbene, chiunque sia stato rimarrà profondamente deluso. »
«Cosa intendete dire, maestà? »
«Lo saprete molto presto –rispose-».
Il giorno dopo Hatshepsut ordinò il trasporto da Assuan a Karnak di due obelischi che aveva fatto costruire segretamente dopo la morte di suo padre, quindi dette tanto oro da coprirne interamente le cuspidi e su di uno di questi fece incidere una lode a se stessa:
“E voi che dopo lunghi anni, vedrete questi monumenti che parleranno di ciò che io ho fatto, direte: non sappiamo come lei abbia potuto costruire un monumento tutto d’oro, come se questa fosse un’opera comune. Per dorarlo ho dato oro a sacchi come se fosse grano. E quando la mia Maestà ne ha fatto sapere la quantità, essa era superiore a quella che i due paesi avessero mai visto…E quando leggerete tutto questo, non dite che era pura vanità, ma dite quanto ciò mi era simile e quanto fui degna di mio padre”.
Il trasporto dei due colossali monoliti, costruiti in un unico blocco fu quanto mai trionfale. Centinaia di uomini furono impegnati a spingere due slitte di legno di sicomoro lunghe più di cento cubiti.
Ma altrettanto plateale fu l’innalzamento, i due obelischi furono posati tra il quarto ed il quinto pilone del tempio di Karnak e quando furono solidamente interrati, le loro cime colpite dal sole riflettevano i loro raggi sulla rilucente lamina d’oro innalzandoli come folgori accecanti fino all’infinito del cielo.
Il popolo attonito assisteva a questo evento unico ed incomprensibile, la regina aveva innalzato i suoi obelischi a Karnak pur sapendo che solo i faraoni potevano farlo. Tutti cominciarono a chiedersi cosa intendesse fare.
L’arrivo dell’inondazione era ormai imminente ed in quei giorni ricorreva il Sema Tauy (la riunificazione delle due terre) e molte feste religiose sarebbero state celebrate in onore del dio Amon.
Hatshepsut chiamò il Primo Profeta Hapuseneb dandogli l’ordine che durante le processioni rituali egli diffondesse una serie di oracoli proferiti dal dio. La processione ebbe inizio e la barca di Amon iniziò il suo pellegrinaggio facendo il tradizionale percorso ma qualcosa di inconsueto accadde. La barca sacra condotta dai sacerdoti si fermò davanti alla doppia porta del palazzo reale, Hatshepsut ne uscì ed inginocchiatasi davanti alla statua del dio gli domandò cosa dovesse fare per lui promettendo gli che l’avrebbe realizzato secondo i suoi desideri. Ella seguì quindi il corteo, prima tra tutti dietro il simulacro divino. Amon la pose davanti a se nel grande castello di Maat. Poi fu messa al cospetto della dea Hator, colei che l’aveva allattata e che le aveva conferito bellissime fattezze. Horus e Thot l’accompagnarono alla sala delle colonne del tempio per la celebrazione dei riti e dopo la purificazione ricevette finalmente l’investitura suprema dell’ureus dalla dea cobra Uret Hakau (la grande di magia), che disse:
“Io mi ergo sulla tua fronte, sulla quale cresco e mi unisco. Io orno la tua fronte come già ornai quella di tuo padre …”
“Io pongo il timore che essa incute su tutte le terre…”
“Io stabilisco la sua potenza, io estendo il mio dominio per lei attraverso tutta la terra…
“Ella sarà il punto fermo di approdo di ogni uomo, per lei io spunto le stelle indistruttibili e per lei conto quelle instancabili. Da oggi io sarò nel suo protocollo.”
Quindi Amon la pose di spalle davanti a se per consegnarle le nove corone: il Nemes; la corona Khepresh; la corona Ibes; la corona Net; poi quella Khabet seguita dalla Miset e dal copricapo Atef ed ancora la corona Henu dalle alte piume ed infine la corona di Ra. Mancavano ancora le due corone dell’alta e della bassa Kemet. Salì sul trono e il dio Seth le consegnò la corona bianca dell’alta Kemet, mentre il dio falco Horus le affidò quella rossa simbolo della bassa Kemet. La dea della scrittura Seshat, insieme al dio Thot, lo scriba degli dei, scrissero il suo nome sulle foglie dell’albero sacro Ished, che cresceva nel giardino degli dei, era questo cerimoniale che le avrebbe assicurato un regno eterno. Prese poi, attraverso il Grande Profeta di Amon, i cinque nomi giubilari della titolatura reale che le mancavano per esercitare il suo potere di faraone. Egli li pronunciò ad alta voce uno ad uno:
“Useret khau (la potente di kas)” –il nome di Horus dei viventi.
“Uazet renput (la verdeggiante di anni)” –il nome dell’amata delle due terre.
“Neteret khau (colei le cui apparizioni sono divine)” –il nome di Horus d’oro.
(Kenemet-Imen-Hatshepsut). “La prima delle dame venerabili”
Poi si fermò per un attimo come per prendere fiato e con voce potente disse:
«Ecco dunque il vostro nuovo sovrano, il suo nome significa “giustizia e verità sono l’anima del sole” Maatkare, re dell’Alta e Bassa Kemet, che viva eternamente». Le acclamazioni del popolo si alzarono in un crescendo di voci festose. Il giorno fatidico annunciato tanti anni prima da Uazmes era finalmente giunto, l’oracolo si era avverato. Maatkare inviò immediatamente un messaggero in tutte le province del regno affinché ogni Visir fosse informato della sua ascesa al trono, cosicché in poco tempo anche ai confini avrebbero saputo che il trono di Kemet era stato degnamente occupato.
Nei giorni che seguirono, il faraone accompagnata da Senenmut si recò in tutti quei luoghi dove le invasioni nemiche avevano lasciato il loro segno distruttore, per constatare di persona i numerosi danni ai monumenti, quindi affidò all’esperienza del suo architetto l’avvio dei restauri. Poi scese tra i sudditi per rendersi conto delle condizioni in cui essi versavano. Molti di loro erano contadini ed alcuni possedevano terre tanto piccole che nelle annate di buon raccolto, a stento riuscivano a sfamare i loro figli, mentre in quelle cattive rischiavano addirittura di morire di fame. Tutto ciò doveva cambiare. Decine di agrimensori furono inviati nelle zone coltivate per rilevare quali fossero i campi più piccoli e quelli meno fruttuosi, poiché coloro che ne erano i proprietari sarebbero stati esentati dal pagamento delle tasse e nel caso di annate di grave siccità le tasse sarebbero gravate solo sui grandi e ricchi possidenti.
Il Popolo accolse con entusiasmo queste nuove riforme ed esaltava il nuovo faraone parlando di lei come se governasse da sempre. Nei loro discorsi si poteva ascoltare di “colui che ci governa, colui che è nel giusto”. Tanto era il loro affetto e la loro stima per Maatkare da parlarne rispettosamente al maschile, quasi dimenticandone la femminilità.
Trascorsero mesi e mesi di vita felice nella terra di Kemet che era diventata il luogo più bello per la vita terrena, ogni cosa funzionava secondo l’ordine e l’armonia, ognuno era soddisfatto del proprio lavoro e della propria esistenza, non si verificarono più profanazioni di tombe, non vi furono più divisioni politiche tra il popolo poiché tutti vivevano sotto un unico binomio, quello di Maatkare e di Thutmose Menkheperra. Maatkare infatti, giusta di nome e di fatto non volle escludere dal potere il piccolo principe a cui il regno spettava per diritto di successione ma egli al suo fianco avrebbe condiviso nominalmente le due corone imparando da lei passo dopo passo a governare secondo le regole divine di giustizia ed onestà, mentre la sovrana avrebbe tenuto fede alla promessa fatta al defunto Akheperenra. Ma era a lei che il popolo inneggiava, a lei che esso obbediva ciecamente , lei che aveva conquistato pienamente la loro fiducia.
Anche la vita con Senenmut ebbe finalmente uno sprazzo di luce, le ferite del passato si erano rimarginate anche se avevano lasciato vistose, incancellabili cicatrici.
Da molto tempo Maatkare aveva in mente un progetto che avrebbe potuto migliorare l’economia del Paese, una spedizione commerciale nella terra dell’incenso, il favoloso Paese di Punt, da cui arrivavano le spezie più profumate e dove crescevano alberi straordinari e bellissimi animali appartenenti a razze sconosciute, uccelli dal magnifico piumaggio e pesci dai vivaci colori.
Stabilire dei contatti con i sovrani di quella terra significava poter avere rapporti commerciali diretti in modo tale da eliminare l’intermediazione dei Sementiu e delle carovaniere, ma per Maatkare significava soprattutto poter adornare il suo tempio con gli stupendi alberi tropicali visti nel bellissimo giardino del nobile Ineni. Senza indugiare oltre bisognava dare inizio ai lunghi preparativi.
Fu durante le campagne di Thutmose I, a cui aveva partecipato anche il maestro Ineni che quest’ultimo approfittando di trovarsi sulla riva occidentale del Nilo, compiva delle esplorazioni per studiare la flora e la fauna locale. Egli era l’unico a conoscere il punto esatto della “terra delle piante che piangono essenze”. Esse si trovavano verso gli orizzonti del sole, al di là del Grande Verde (il Nilo durante il periodo dell’Api). Ineni l’aveva già attraversato altre volte e sapeva in che punto lo si doveva abbandonare per immettersi in un corso d’acqua minore che portava a Punt. Il percorso più pratico, era quindi, spingersi al di là della quarta cataratta fino alla confluenza del Nilo e proseguire a sud fino alla quinta. Maatkare, quindi mandò in avanscoperta una pattuglia di uomini che dovevano avventurarsi oltre i limiti raggiunti dal padre, verso la regione degli incensi, in modo da raccogliere le informazioni necessarie alla realizzazione dell’impresa. La regina ordinò di costruire cinque navi, le più grandi ed equipaggiate che mai avessero solcato le acque del Nilo. Queste, sarebbero state caricate di prodotti della terra di Uaset per partire alla volta della mitica terra di Punt.
La costruzione delle navi richiese molto tempo, l’occhio vigile del faraone vegliava sulla progressione dei lavori di costruzione, Senenmut ed Ineni invece, controllavano sistematicamente ogni elemento delle imbarcazioni affinchè tutto risultasse tecnicamente perfetto.
Dopo lunghi mesi di lavoro le cinque grandi navi erano finalmente pronte per solcare le acque, fino ad allora nulla si era mai visto di così imponente veleggiare sul fiume in piena. I tempi erano maturi, Amon fu interpellato affinché desse il suo assenso e proteggesse coloro che si accingevano a compiere la pericolosa navigazione.
La spedizione partì trovando il favore dei venti, i rematori vogavano al ritmo dei tamburi e le navi fendevano le acque come dardi nell’aria.
Maatkare sedeva sotto la pensilina di prua guardando i luoghi della sua terra passare velocemente davanti ai suoi occhi, mentre il ritmico scintillio dei remi sotto il sole vermiglio della sera produceva un suono frusciante simile al vento che passa tra le spighe di orzo come una dolce, sonnolenta cantilena. Il faraone si faceva cullare dal gentile rollio assorta nei suoi pensieri, i suoi occhi si chiusero lentamente poi stanca si addormentò. Al suo risveglio Senenmut l’aveva ricoperta con il suo mantello per ripararla dalla brezza notturna ed ora le stava teneramente accanto.
«E’ già notte. –disse Maatkare stringendo la mano del suo principe- Sono caduta in un sonno così dolce e profondo da non accorgermi del tempo che passava, ed i miei sogni erano dorati, tranquilli come non mai. Abbiamo vissuto mille controversie, abbiamo superato oltraggi, minacce, tradimenti e congiure ma siamo ancora insieme ad affrontare il futuro, un futuro ancora incerto».
«Non guardo al futuro, mia adorata, -rispose Senenmut- vivere al tuo fianco mi ha insegnato a godere dei pochi e fuggevoli attimi di felicità o anche, più semplicemente, di pura tranquillità ma ogni mia pena svanisce guardandoti in viso sapendo che esisti, che tu esisti per me. Come potrei immaginare un mondo diverso? Un mondo oscuro privo della luce dei tuoi sguardi, senza Neferura, l’immagine tua speculare a cui hai donato ogni bellezza del corpo ed ogni saggezza dell’anima, quella fanciulla meravigliosa che mi ricorda la prima volta in cui ti rividi e guardandoti non osavo sperare che di starti accanto se non come umile esecutore di ogni tuo desiderio.»
«E’ proprio vero, -rispose- io neppure saprei vivere senza la dolcezza del tuo amore, ma è pur vero che le nostre tribolazioni non sono ancora finite. Viviamo quindi ciò che ci riserva il presente con tutta l’intensità del nostro cuore poiché non sappiamo ciò che avverrà domani.»
Il viaggio procedeva ormai da giorni e giorni, la navigazione era stata fino ad allora lunga ma piacevole. L’aria calda del giorno era mitigata da un vento leggero e costante che riusciva a stento ad increspare le acque in piena ma sufficiente a gonfiare l’unica vela così da rendere meno faticoso il lavoro dei rematori.
Finalmente le navi, dopo essersi immesse in un corso d’acqua minore, avvistarono in lontananza la terra dell’incenso, ancora poche ore e l’avrebbero raggiunta.
Una volta giunti, la prima delle navi, carica di vettovaglie, approdò sulla riva di quella straordinaria terra, le cui acque pullulavano di pesci multicolori dalle forme fantastiche. Maatkare osservava dal battello gli abitanti di Punt che vivevano in mezzo alla rigogliosa flora tropicale. Lì tutto sembrava essersi fermato al lontano tempo del grande faraone Cheope: i vestiti, le acconciature intrecciate dei capelli, le barbe appuntite degli uomini e persino le capanne, di forma rotonda, sorrette da palafitte e dotate di piccole scale per raggiungerne l’entrata.
I marinai della piccola flotta di Uaset portarono a terra innumerevoli doni per i loro ignari ospiti, tutte le buone cose della corte: asce, daghe e collane di perle. Nehesy, il capo della spedizione, seguito da una piccola scorta militare, salutò il re, Perehu e la moglie Ety. I sovrani accolsero con grande curiosità i visitatori del lontano nord ma dimostrarono subito il loro carattere gioviale con una calorosa accoglienza.
“Perché siete venuti qui? perché siete venuti in questo paese sconosciuto da tutti? avete percorso le strade celesti o avete remato sulle profonde acque del mare degli dei? avete camminato sulle orme di Ra? e il re di Kemet, non ha egli modo di farci vivere donandoci il suo soffio”?
Proprio in quell’istante Maatkare abbandonata la nave si presentò al cospetto della coppia reale di Punt, Senenmut era al suo fianco e dopo aver reso omaggio si presentò ai due che ignorando chi fosse quella nobile signora chiesero:
«Nobile principe di Uaset dov’è il nuovo faraone dell’alta e Bassa Kemet, egli è forse rimasto tra le mura del suo palazzo non potendosi allontanare dalle sue gravose ambasce?»
«Vi sbagliate, potente Perehu –rispose Senenmut- ella è qui davanti a voi, la maestà del faraone Maatkare è qui al mio fianco, ella mi diede l’onore ed il privilegio di fare di me il suo intendente personale.»
I due di Punt si inginocchiarono davanti al faraone visibilmente a disagio mentre qualcuno stupito mormorava sottovoce: “Maatkare è dunque una donna!”
Il re diede ordine che fossero allestite delle tende per l’equipaggio e mentre Maatkare faceva distribuire i doni i cucinieri del re di Punt approntavano un banchetto speciale per gli ospiti a base di piccoli pesci in salamoia preparati dai sapienti della “Casa della vita”.
I servitori ebbero l’ordine di far preparare due comode camere per il faraone e per il principe Senenmut. I cuochi intanto stavano già preparando fettine di filetto di bue e cosciotti di gazzella ricoperti di spezie, conserve di zucchine e salse a base di olio, olive e formaggi da servire agli ospiti insieme a cipolline bianche, uova di muggine compresse ed essiccate. Nelle grandi pentole poi bollivano le fave e i ceci hor bik “becco di falco”, le lenticchie con le cipolle bianche, infine pane fragrante arricchito dall’aroma del cumino e del sesamo. Un’infinità di dolci al miele, alle mandorle e al pistacchio, e i frutti di cui il paese abbondava, datteri, fichi e uva. Nel terreno vennero scavate numerose buche dove vennero poste al fresco brocche di miele birra e vino delle vigne del re, e per un’occasione tanto importante, lunghe bottiglie di vino zuccherato del paese di Khor.
Si banchettò allegramente fino a notte tarda e la coppia reale di Punt raccontò al faraone come la sua fama e le sue imprese fossero giunte fino alla loro terra.
«Concedeteci il vostro perdono oh immensa sovrana –disse Ety scusandosi- ma, come vedete, sappiamo bene quante lodevoli cose avete realizzato per il Paese ma ciò che nessuno di noi sapeva è che il faraone è una splendida e nobilissima donna. Perdonate quindi il nostro giustificato stupore ed accettate le nostre scuse.»
«Non datevi pena –rispose- non ho nulla di cui perdonarvi, devo invece rallegrarmi del fatto che sappiate ciò che ho fatto, questo significa che il popolo ha ben capito le mie buone intenzioni, e si è dimostrato saggio valutando il faraone per le sue azioni senza farsi condizionare dal pregiudizio che egli è una donna.»
Il giorno dopo i visitatori, accompagnati da alcuni uomini di fiducia del re, andarono a scegliere gli alberi dell’incenso che sarebbero stati donati dalla terra di Punt per poi essere trapiantati nel tempio di Amon a Karnak.
La piacevole visita di Maatkare si protrasse esortata dai loro ospiti reali che si dimostravano sinceramente felici di averla nella loro terra.
Il faraone e Senenmut furono condotti al grande mercato dell’Africa orientale, dove la confusione e le grida dei venditori creavano una atmosfera nuova ed allegra agli occhi dei due visitatori. Poi vollero raggiungere le stupende rive del mar rosso per poter ammirare le sue acque cristalline ed i pesci tropicali dai colori sgargianti, mentre venivano catturati dai pescatori locali. Tutto sembrava un sogno bellissimo, in una terra dove ogni cosa era pura e spontanea. Maatkare sembrava essere ritornata bambina, Senenmut la guardava incantato mentre lei correva a piedi nudi sulla riva appena lambita dalle onde.
Ma, anche questo sogno doveva concludersi lasciando posto alla realtà. Erano trascorsi già diversi giorni dal loro arrivo e gli uomini dell’equipaggio, sebbene trattati con ogni riguardo, desideravano tornare alle loro famiglie. Maatkare lo capì, anche lei aveva lasciato la piccola Neferura nelle sapienti mani della vecchia Sat-Ra e della sua non più giovane madre, anche il regno di Kemet appena conquistato reclamava la sua presenza.
La spedizione era ormai conclusa con grande successo ed in perfetto accordo. I marinai (circa 150) si approssimarono a caricare tutto ciò che era stato oggetto delle trattative commerciali: oro, avorio, resina di mirra, alberi della mirra, cosmetici per gli occhi, pelli di leopardo, legno di ebano, scimmie, cani ed animali feroci tra cui una magnifica pantera tenuta al guinzaglio, una giraffa, ghepardi e alcuni grandi uccelli, omaggio della coppia reale di Punt per Maatkare. Più di uno scambio di merce, si trattò quasi di un tributo dovuto alla regina di Kemet, o forse di un riconoscimento perché lei aveva fatto erigere sulle coste di quel paese, una grande statua della dea Hator ritratta insieme al dio Amon. Il culto di Hator infatti, era molto sentito e praticato in quel luogo, essendo Hator la dea protettrice di quelle terre.
Gli uomini dell’equipaggio si stavano preparando per affrontare il viaggio di ritorno, fu un lavoro molto duro caricare gli alberi, ma tutto fu fatto con estrema precisione.
“Accompagniamo gli alberi dell’incenso del paese del dio verso il tempio di Amon perché è quello il loro posto.
Maatkare li farà crescere davanti al suo lago, ai due lati del suo tempio”.
Il faraone abbracciò gli amici di Punt salutandoli con la promessa che questo sarebbe stato il primo di una lunga serie di incontri e di una grande e duratura amicizia. I marinai issarono le vele, e iniziarono le manovre per la partenza. Le navi partirono facendo rotta verso nord per ritrovare le acque del Nilo. Il viaggio riprese lentamente la via del ritorno: “Gli uomini di sua Maestà, avevano raggiunto il paese dell’incenso, portando con se gli alberi così come Amon aveva ordinato caricandoli sui loro battelli per soddisfare il desiderio del Dio con alberi d’incenso freschi.
I battelli portavano tutto ciò che c’era di bello e di vero in quel paese straniero, doni per il faraone per i suoi uomini e per gli dei. Ogni occhio a Uaset ne fu testimone.

CAPITOLO X

L’ultimo traditore

Si naviga in pace e nella gioia, i soldati del signore delle Due Terre hanno raggiunto Karnak. I grandi di quel paese straniero sono al loro seguito con i loro doni. Maatkare porta quel che non è mai stato donato a nessun antico re, come le meraviglie del paese di Punt, grazie al potere dell’immenso dio, Amon Ra, signore dei troni dei Due Paesi.
Il ritorno a Uaset fu quantomeno trionfale. Le vele furono ammainate e gli alberi abbassati; i remi sollevati.
Gli uomini che dalle imbarcazioni portanti a prua i simboli magici (Ankh e Horus), acclamavano la regina a gran voce e con le braccia rivolte al cielo.
Grandi festeggiamenti furono organizzati a Deir El Bahari e a Karnak. Gli alberi di Punt, le cui radici erano state preventivamente avvolte con delle stuoie, per poter affrontare il viaggio di ritorno, furono piantati, per ordine del faraone Maatkare, nella parte bassa del suo tempio.
“Dalla terra divina furono presi gli alberi da trapiantare a Kemet nel giardino della figlia del re degli dei .
Essi furono trasportati con tutta la loro mirra affinché se ne potesse estrarre il balsamo per le carni divine di Amon.
Tutto ciò fu fatto in obbedienza a quanto mio padre Amon mi ordinò, così come mi ha ordinato di fondare un altro paese di Punt nella sua casa divina, piantando gli alberi dell’incenso che erano nel Tonutir (terra divina) ai lati del suo palazzo, nel suo giardino.
Con una solenne cerimonia religiosa, tenuta nel tempio del dio Amon si procedette alla pesatura dell’oro e degli altri metalli preziosi sotto l’occhio vigile del faraone in persona, per verificare l’esattezza delle pesate.
Al termine di questa operazione ella fece dono di tutte le ricchezze ricevute dalla coppia reale di Punt, ai sacerdoti del tempio, quindi grandi fumate di incenso fresco inondarono il tempio in tutta la sua grandezza, il dio Amon fu venerato e ringraziato per aver suggerito a Maatkare di intraprendere la spedizione a Punt, la terra dell’incenso, quell’incenso di cui il dio era tanto avido.
Il popolo in festa adora il signore degli dei e celebra Maatkare mentre l’adora perché è una vera meraviglia. Ella non ha eguale fra tutte le forme divine che esistevano prima che il mondo esistesse.
Ella vive come Ra eternamente”.
I festeggiamenti nel grande tempio raggiunsero il culmine quando un miracolo immortalò Maatkare divinizzandola: l’incenso fu donato al Dio, ella si avvicinò a quella essenza profumata e come per assumere il profumo di suo padre Amon lo cosparse per tutto il suo corpo, tanto che il profumo che lei emanava, era come il soffio di Dio”. Il suo odore si mescolava a quello del paese di Punt. Il suo corpo meraviglioso ed armonioso era coperto solo di oro, di elettro e scintillava come le stelle sulla volta celeste. Tutti la videro in quell’istante di mistica ebbrezza, neppure suo padre Amon dall’alto del suo superbo trono riuscì a tacere al cospetto di tanta divina grazia. Egli si rivolse a lei per bocca dei suoi sacerdoti: “Sii la benvenuta, mia cara figlia favorita, tu che hai avuto in dono la terra dell’incenso e che a me doni i suoi frutti. Tu che hai innalzato bellissimi monumenti in mio onore e che purificandolo, fai del trono del grande cielo degli dei, il luogo del mio soggiorno, in segno d’amore. Tu che più bella di Iside ti prostri al mio cospetto, tu dea non donna avrai la tua dimora tra i miei pari.
Ti ho dato, come dono, la vita e la pace; ogni stabilità, ogni salute e ogni felicità ti vengono da me. Ti ho dato tutti i paesi, affinché il tuo cuore ne goda, perché io te li destinavo da lungo tempo e gli eoni li contempleranno finché saranno passate le miriadi di anni che io ho stabilito, in cui si parlerà delle tue opere; ma oggi ti ho dato l’immortalità divina”.
La voce risuonò per lunghi attimi mentre i sudditi, attoniti, caddero in ginocchio al cospetto di una dea.
Aprendo gli occhi Maatkare si trovò distesa sul suo giaciglio di Corte tra le amorevoli braccia di sua madre Ahmes.
«Voi, madre?…a mia casa?… come sono arrivata qui? –chiese-.»
«Dio mio! –esclamò Ahmes – tu non ricordi nulla, cosa ti accade figlia mia? parla, ti prego, dimmi, dove si sono fermati i ricordi nella tua mente?»
«Sono confusa, –disse- …l’arrivo delle navi…lo sbarco poi una festosa confusione, la cerimonia in onore di Amon e qualcuno che mi offriva del vino al miele. L’odore forte dell’incenso e poi più nulla.»
In quel momento Senenmut tornava a palazzo dopo una lunga corsa al galoppo alla ricerca del Sinu.
«Eccomi divina Ahmes, -disse Senenmut ansimante- il grande medico del faraone è qui con me, lasciate che egli la visiti.»
Dopo un lungo ed accurato esame il Sinu chiese cosa fosse accaduto e dopo aver ascoltato il racconto di Ahmes ordinò del latte di capra da somministrare immediatamente al faraone quindi, dopo che ella lo ebbe bevuto fino all’ultima goccia dedusse:
«Sono sicuro che quel vino doveva essere adulterato, qualcuno ha tentato di avvelenarvi, maestà. Il vostro fisico sano e forte è riuscito a contrastare il veleno reso più blando dalla presenza di quel miele che forse vi ha salvato la vita. Al di là di tutte le mie conoscenze posso dire che oggi gli dei hanno voluto miracolarvi, solo così si può spiegare come siate potuta scampare alla morte. Ora riposate, la fase cruciale è ormai passata.»
Il giorno successivo dopo aver dormito profondamente per quattordici ore, Maatkare si ridestò con il capo dolente ma il pericolo era scampato. Scese lentamente nella grande sala dove una gradita sorpresa l’attendeva: la bella Isis con sua figlia Meritra.
«Salve mia sovrana, ho appena saputo di quanto vi è accaduto e non ho saputo trattenere l’impulso di venire qui da voi. Vostra madre mi ha detto che siete salva per miracolo e di questo ne sono felice ma, ditemi, come vi sentite ora?»
«La testa mi duole, mia buona amica, mi sento come se fossi reduce da una notte di incontrollate libagioni ma come vedi sono ancora nel regno dei vivi. Tua figlia –soggiunse- diviene di giorno in giorno, più bella e sempre più simile a sua madre. Sono contenta di rivedervi –concluse il faraone-».
Le due donne conversarono da buone compagne per ore intere, ed il pranzo era quasi pronto per essere servito. Maatkare insistette affinchè la fedele Isis partecipasse al suo desco, anzi disse:
«mi spiace che Senay non sia venuta con te, avrei gradito molto anche la sua compagnia» .
«Avete toccato una nota dolente. –rispose Isis rattristata- Da qualche tempo quella donna si comporta in uno strano modo. Si allontana da casa per lunghe ore dicendo di recarsi alle cappelle degli dei ma in realtà dubito che sia vero, talvolta ho cercato di capire il perché del suo essere sempre di pessimo umore ma ella é diventata irascibile e non tollera che qualcuno le chieda della sua vita. Dice di sentirsi un essere inferiore, non possedendo una casa e non potendo avere una sua vita privata. Credo addirittura che si sia unita a qualcuno e che lo frequenti di nascosto. Non più tardi di una settimana or sono mi propose di ritornare nella mia casa di Nekheb, quella che voi mi donaste in modo da poter essere lei l’unica padrona del palazzo del suo defunto fratello e la sua richiesta è così frequente ed insistente che mi sono quasi decisa a cedere.
Ora vi prego, maestà datemi un vostro illuminato consiglio, Senay da qualche tempo mi fa paura! –concluse-».
«Non farlo, –rispose- non cedere a questa sua pretesa, sono certa che queste sue insistenze nel volerti allontanare da Uaset celino qualcosa in più dei semplici motivi ai quali si appella. Mia buona Isis –soggiunse- le tue parole hanno aperto uno spiraglio nella mia mente, chissà che questa storia non sia collegata in qualche modo a quanto mi è appena accaduto. La dolce Senay quindi sarebbe legata ad un uomo, eppure è la vedova di Sennefer solo da pochissimo tempo…a meno che questa sua segreta amicizia non risalga al tempo in cui il suo sposo era ancora vivo, ricco e rispettato, in tal caso il suo fare sottomesso ed accomodante, il suo carattere ostentatamente rivolto al bene e la sua presunta fedeltà e morigeratezza, altro non sono che spudorate menzogne ».
«Non lasciate che trascorra altro tempo, maestà –disse Isis- fate in modo che verità e giustizia di cui siete l’esempio vivente, divengano ragione sul tradimento e la menzogna, ne vale della vostra inestimabile vita ». «Non temere, amica mia, la dea Maat di cui porto il nome agisce sempre secondo l’armonia dell’universo, il dio Horus di cui sono il vivente, mi protegge con il suo lungimirante occhio e Amon, il più grande degli dei è mio padre e guida i miei passi. Se l’ultima figlia di Mutnofret è la causa di quest’ultimo attentato molto presto verrà scoperto. Tu, intanto tienimi al corrente di ogni suo respiro, e stai molto attenta, ricorda che il gene di Mutnofret potrebbe essere in lei. Ella possedeva ogni conoscenza dei veleni e dell’alchimia. Anche la tua vita potrebbe essere seriamente in pericolo».
«Non dubitate maestà, non la perderò d’occhio un solo istante!»
Maatkare si era completamente ristabilita ed aveva ripreso ogni sua attività. Decise che quel giorno si sarebbe recata a Deir El Bahari per controllare l’avanzamento dei lavori del suo tempio quasi terminato.
Anche gli alberi del paese di Punt erano stati piantati ai due lati della prima rampa, formando due splendidi giardini resi ancora più belli dalle grandi vasche. Due grosse piante di persea furono invece piantate proprio all'ingresso del muro di cinta. Ora mancavano solo le decorazioni ed i dipinti murali dei portici e delle cappelle.
Gli artisti seguivano Maatkare annotando le scene da riprodurre ed i testi da incidere. Tutte le sue imprese sarebbero state descritte sulle mura del suo santuario. Un portico sarebbe stato dedicato alla sua nascita divina, uno alla spedizione di Punt. Le cappelle sarebbero state dedicate alla dea Hator ed al dio Anubis, una a se stessa. Infine le scene di caccia, l’innalzamento ed il trasporto dei due obelischi simbolo della sua sovranità. Un viale di sfingi con il suo volto poste al lati del lungo viale avrebbero accolto poi i visitatori per le migliaia di anni cui il tempio era destinato a restare immutato nel tempo.
Mentre i migliori artisti si mettevano al lavoro, l’occhio esperto di Senenmut, capo degli architetti, controllava minuziosamente che tutto il lavoro venisse espletato secondo gli ordini del faraone fin nei minimi dettagli. Nello stesso tempo suo fratello Amenemhat, per ordine del faraone, si era appostato nei pressi del palazzo di Isis per poter sorvegliare, senza essere visto, ogni movimento della vedova di Sennefer.
Trascorsero giorni e giorni di assidua e snervante sorveglianza ma la bella Senay sembrava aver intuito di essere al centro dei sospetti del faraone. Infatti il fedele ufficiale, nonostante tutto non riuscì a scoprire nulla di sconveniente nei suoi confronti, se non delle ingenue passeggiate o visite spirituali alle cappelle di culto.
Senenmut in quei giorni ricevette dal faraone un nuovo, altisonante titolo: “Gran Maggiordomo della casa del re”, questa onorificenza lo metteva in una condizione di grande potere e lo autorizzava ufficialmente a frequentare e vivere alla corte di sua maestà. Questo titolo però non gli consentiva di occuparsi di sua figlia Neferura ne di presentarsi in pubblico con lei. Di lì a poco egli fu nominato tutore della figlia del faraone, in questo modo anche questa barriera burocratica fu brillantemente superata.
Ora poteva occuparsi anche dell’educazione di sua figlia o accompagnarla durante le sue passeggiate.
In breve tempo Senenmut divenne un personaggio di grande spicco ed il suo potere salì a tal punto che se avesse fatto parte anche della classe religiosa, si sarebbe potuto considerare come il più potente di Kemet, dopo il faraone.
Gli appostamenti di Amenemhat furono momentaneamente sospesi.
Per un mese intero l’ufficiale si era prodigato nella speranza di poter consolidare le prove dei sospetti del faraone ma il comportamento di Senay era ineccepibile. Neppure Isis era riuscita a scoprire nulla, era evidente che Senay sapeva di essere sorvegliata e quindi aveva preso le sue precauzioni. Bisognava attendere ma senza mai abbassare la guardia.
In quel periodo il piccolo principe iniziò la scuola militare dando prova di un innato talento per le strategie di guerra e di una inaspettata dimestichezza all’uso delle armi. Maatkare iniziò a simpatizzare con il giovane Thutmose III Menkheperra, il quale guardava con ammirazione la potente zia e non si lasciava sfuggire un incontro con lei, tempestandola di domande così come fa un bambino con l’oggetto della sua idolatria, eppure per molti, ella era solo l’usurpatrice di quel trono che sarebbe spettato a lui.
Neferubity cresceva a vista d’occhio e cominciava a capire cosa significasse essere figlia del re di Kemet ma molte cose non le erano ancora perfettamente chiare: perché sua madre non l’aveva ancora presentata ufficialmente al popolo come sua figlia? Perché sua sorella Meritra viveva in un’altra dimora? perché il faraone non era suo padre ma sua madre? La bimba era molto intelligente e curiosa ma ogni sua curiosità si spense quando sua madre le disse che qualche mese dopo sarebbe arrivato a palazzo un nuovo bimbo ad allietare le loro giornate. Maatkare infatti si era resa conto di essere ancora una volta in dolce attesa, probabilmente già da due mesi. Un evento lieto ma che, ancora una volta, la sua posizione, le imponeva di tacere. Nei mesi seguenti sarebbe dovuta rimanere lontana dalle pubbliche apparizioni? oppure poteva tranquillamente ostentare la sua gravidanza? Lei era Maatkare, il sovrano di Kemet e come uomo poteva essere legato a più consorti ma lei era anche e soprattutto una donna e come tale non le era permessa la poligamia, ecco un ostacolo difficilmente superabile. La questione andava presa con coraggio e senza indugi. Neferubity doveva fare il suo ingresso in società, ecco la prima cosa da fare. Una volta accettata questa realtà tutto sarebbe stato più facile. Senza indugiare oltre Maatkare iniziò ad introdurre sua figlia nella vita sociale del paese. Per un mese intero le apparizioni del faraone furono sempre accompagnate dal suo fedele Senenmut e da quella esile, eterea fanciulla.
Sebbene fosse un grande regno le voci cominciarono ad arrivare da un lato all’altro delle due Terre, il nome di Neferubity, figlia di Maatkare era sulle labbra di ogni suddito ed ognuno di loro si chiedeva chi veramente fosse l’erede al trono: Thutmose III o Neferubity? Nessuno però osava chiedersi chi fosse il padre della piccola principessa. Il grande carisma della donna faraone era talmente soggiogante che il popolo aveva accettato questa sua figlia come un dono divino, forse anch’essa concepita da Amon, il suo divino padre ma, forse non erano proprio tutti a crederci.
Lo scopo di Maatkare, pertanto era stato raggiunto, la vita di Neferubity poteva ormai essere resa pubblica, solo la sua paternità doveva continuare ad essere taciuta e non solo questa.
La gestazione di Maatkare era già al quarto mese ed il suo ventre non lasciava alcun dubbio sulla sua condizione. Ella decise che di non apparire più in pubblico finché il nascituro non fosse venuto al mondo. Neferubity era stata accettata dai sudditi senza remore ma, era più saggio non eccedere per non compromettere la sua immagine e la sua integrità.
In quei cinque mesi durante i quali sarebbe rimasta tra le mura del suo palazzo, i capi del governo di Kemet avrebbero fatto le sue veci e Senenmut sarebbe stato il portavoce di ogni sua decisione.
Lunghi giorni tranquilli caratterizzarono quel periodo in cui il popolo era occupato prevalentemente nei campi, durante le due stagioni in cui le acque basse del fiume permettevano l’agricoltura ed il popolo di Kemet quasi non si accorse dell’esilio volontario del suo faraone.
Senenmut svolse il suo compito con estrema precisione e con grande diplomazia. Maatkare era ammalata e non poteva conferire con i suoi Nomarchi, precisava Senenmut quando si trovava al cospetto dei Sindaci delle province per comunicare qualche decisione del re e lui stesso aveva il compito di far eseguire ogni ordine dato da Sua Maestà.
Assaporare tanto potere aveva accresciuto in Senenmut il suo naturale orgoglio ma tutto ciò provocò il malcontento del giovane principe Menkheperra che in silenzio guardava quest'uomo, per lui sconosciuto, pavoneggiarsi tra le alte sfere del potere senza possederne il diritto. Il piccolo faraone era irritato.
Aveva accettato la presa di potere di sua zia ma non tollerava l’intromissione di un estraneo, per di più, Maatkare, da molti mesi si rifiutava di vederlo. Perché mai si giustificava dicendo di aver contratto una malattia contagiosa che avrebbe potuto trasmettergli? Il giovane Menkheperra aveva intuito il legame che univa sua zia con l’invadente Senenmut e probabilmente ne era geloso.
In grande segretezza e con il solo aiuto di sua madre e della ormai anziana nutrice Sat-Ra, Maatkare diede alla luce un bimbo dal viso tondo e dalla pelle bruna come quella di suo padre, anche gli occhi ed i capelli erano scurissimi, le labbra carnose ed il naso sottile dalle narici accentuate lo facevano assomigliare ad uno di quei bimbi appartenenti a quella particolare razza mista Kushita tipica del Delta, nella Bassa Kemet.
Tutto era andato nel migliore dei modi, il bimbo era sano, il parto non fu doloroso e Maatkare stava bene, eppure non si sentiva tranquilla, qualcosa la turbava:
«Ho paura, -disse il faraone rivolgendosi alle sue levatrici- ricordate cosa accadde quando nacque Neferura? Ebbene ho la stessa sensazione di allora, come se qualcosa di spiacevole stesse per accaderci, forse è solo una stupida superstizione ma non mi sento tranquilla».
Il suo sesto senso non la ingannava, proprio in quell’istante Amenemhat fece annunciare il suo arrivo a Corte. Fu suo fratello Senenmut a riceverlo e vedendo il pallore del suo viso disse:
«Siedi fratello mio, calma la tua ansia e bevi una coppa di vino dolce, ti farà bene. Il faraone non può riceverti ma parla pure con me come se al mio posto ci fosse lei».
«Mio nobile fratello, è molto grave ciò che sto per dirti ma, ti prego lascia che io riprenda fiato ancora per un attimo. Come tu ben sai –proseguì- ricevetti l’incarico di sorvegliare la nobile Senay, ed i miei primi appostamenti non dettero il minimo risultato, fu la stessa Maatkare che mi ordinò, a quel punto, di sospendere ogni azione in quel senso. Io intanto pur obbedendo agli ordini del sovrano fin dai primi giorni, dopo i quali ella si assentò dalle sue apparizioni, non seppi restare inerte, lasciando inconcluso il compito che mi era stato affidato, il mio orgoglio non me lo avrebbe permesso e sfidando le probabili ire del faraone organizzai dei nuovi appostamenti agendo in modo puramente arbitrario. Ogni giorno mi ponevo in osservazione per due ore, posticipandomi di un quarto d’ora il giorno successivo, in questo modo, pensavo, qualcosa doveva venire alla luce. Fu più difficile di quanto avessi previsto. Per giorni e giorni, nascosto, attesi con la speranza di vederla uscire ma la mia pazienza non fu ricompensata dal minimo successo. Così decisi di adottare la stessa tattica durante le ore notturne ma anche questo tentativo sembrava destinato a fallire. Anche ieri mi recai al mio punto di osservazione ma ero talmente scoraggiato che dopo poco decisi di abbandonare l’impresa. Mentre mi allontanavo nell’oscurità, qualcosa catturò la mia attenzione: un’ombra furtiva si allontanava velocemente. Poteva trovarsi a circa 120 cubiti davanti a me e nonostante l’oscurità riuscii a distinguere una figura femminile. Continuai a seguirla senza farmi notare e rimanendo molto distante. Dopo un’ora di cammino la donna si fermò davanti ad una casa molto modesta ed isolata; costei bussò alla porta, questa fu aperta ed ella entrò. Mi avvicinai con cautela per poter sbirciare più da vicino.
All’interno c’erano Senay ed un uomo che non avevo mai visto prima, li vedevo parlare animatamente ma non riuscivo a capire cosa stessero dicendo. Mi avvicinai ancora di più fino ad una distanza che potesse permettermi di ascoltare le loro parole. Quell’uomo parlava di Mutnofret come di sua sorella. Le sue parole erano piene di odio per Maatkare, poiché la riteneva responsabile di tutte le vicissitudini vissute da sua sorella e persino della sua morte e di quella dei suoi figli. Egli aveva sete di vendetta e voleva l’aiuto di Senay per assassinare l’odiata Maatkare. Ad un certo punto disse che se il primo tentativo era fallito il secondo avrebbe fatto giustizia. Sentivo Senay che cercava di dissuaderlo che il nostro faraone era estranea alla morte di Mutnofret e dei suoi figli e che lei non l’avrebbe aiutato a compiere una simile azione. Lui si infuriò ed urlando la coprì di offese, lei cercò di prendere la porta e fuggire ma egli la raggiunse e la colpì al capo facendole perdere conoscenza. Istintivamente mi lanciai con tutto il mio peso contro la porta per correre in soccorso della sventurata, incurante dell’uomo. Quando le fui vicino fui colpito a mia volta. Mi sentivo intontito e privo di forze ma ero ancora cosciente. L’uomo stava cercando di trascinare con se il corpo di Senay ma io mi aggrappai a lei nel disperato tentativo di salvarla. Poi all’improvviso i miei occhi si chiusero. Quando li riaprii era già giorno, mi trovavo in quella casa e ero da solo, di Senay e del suo perfido zio non c’era più traccia.»
«Il vino avvelenato che Maatkare bevve è quindi opera di questo uomo. –osservò Senenmut- Cosa possiamo fare per soccorrere Senay e per acciuffare il traditore? –soggiunse-.»
«L’unica cosa da fare è ritornare in quella casa per cercare un indizio che ci possa ricondurre a lui. –rispose Amenemhat-.»
«Lo credo anch’io. –disse Senenmut- Partiremo subito, portando con noi alcune guardie.»
Quando giunsero sul luogo, la porta era ancora aperta, ogni cosa era rimasta esattamente nella stessa posizione in cui era la notte prima. Gli uomini cominciarono a rovistare in ogni angolo della misera casa.
Nel frattempo Senay sfuggita chissà come al suo aguzzino era riuscita a raggiungere il palazzo del faraone, vi entrò di corsa senza badare neanche alle guardie che la rincorsero finché non la raggiunsero.
«Sono Senay, –disse affannosamente alle guardie- vi prego conducetemi dal faraone.»
Maatkare intanto era in compagnia della giovane Isis, la quale le stava raccontando della sparizione di Senay il cui arrivo a corte veniva annunciato in quello stesso istante, lasciando le due donne stupefatte.
La figlia di Mutnofret, spiegò al faraone che un uomo sconosciuto l’aveva avvicinata durante una delle sue visite di preghiera alle cappelle, egli le aveva rivelato di essere il fratello di sua madre ed aveva chiesto il suo aiuto. Disse che la sua povertà lo costringeva a vivere da mendicante, non aveva amici e temeva per la propria vita nel caso in cui si fosse scoperto il suo legame di sangue con Mutnofret.
«Andai a fargli visita alcune volte in una vecchia casa abbandonata portandogli delle provviste affinché non soffrisse la fame. Gli avevo anche promesso di intercedere presso di voi e che con il vostro aiuto gli avremmo certamente teso una mano ma non appena intese il vostro nome la sua espressione cambiò improvvisamente.
Mi pregò di aspettare ancora prima di parlarvi di lui perché di lì a poco le sue sorti sarebbero cambiate. Gli chiesi in che modo ma non mi riuscì di ottenere una risposta. Finché un giorno, finalmente rivelò le sue vere intenzioni e la sua sete di vendetta verso di voi, a cui addossa la colpa della morte di Mutnofret e della sua precaria condizione di vita a cui oggi è costretto. Gli spiegai che uccidere il faraone significava comunque morire ed egli mi rispose che ormai era già morto, per se stesso e per gli uomini. Non gli restava, dunque, che questa inutile ma gratificante vendetta. Cercai ancora di condurlo alla ragione, parlandogli della vostra magnanimità e del vostro grande senso di giustizia, lo esortai a riflettere sul quel gesto poiché la causa di tutto era da attribuire non a Maatkare ma alla malvagità di mia madre ma non volle sentir ragioni. Ormai aveva deciso e voleva che io gli diventassi complice, minacciò che se non lo avessi fatto non si sarebbe limitato ad uccidervi ma avrebbe ucciso anche me e tutti coloro che usurpavano il palazzo del faraone Akheperenra . Mi rifiutai categoricamente e vidi il suo volto diventare rosso di rabbia ma riuscì a reprimersi. Un secondo dopo vidi i suoi occhi brillare, mi disse che era fuori di se e di non pensare a ciò che aveva appena detto egli non avrebbe fatto nulla contro di voi… io in fondo avevo ragione –disse-.
Continuai a portargli del cibo rubandolo dalle cucine e dai granai di Isis. Uscivo di notte da un passaggio sotterraneo in modo da non essere vista, mi vergognavo di quell’azione così bassa ma quell’uomo mi faceva compassione sebbene lo temessi. Cercai anche di convincere Isis ad abbandonare quel palazzo e di andare a vivere per qualche tempo a Nekheb, avevo paura che da un momento all’altro egli avrebbe messo in atto la sua terribile vendetta.
L’ultima notte mentre tutti dormivano, passai attraverso i sotterranei del palazzo di Isis con il mio fardello di vettovaglie. Il passaggio termina con una piccola uscita a circa cento cubiti dal palazzo, quindi mi inoltrai nel buio.
Conoscendo la strada a memoria e con l’ausilio della luce lunare, dopo circa un’ora, finalmente arrivai alla capanna. Lui mi aprì la porta barcollando ed io capii subito che aveva bevuto. Ricominciò a parlare di morte e di vendetta offendendomi per il mio rifiuto. Non volendo sopportarlo oltre, corsi verso la porta per fuggire ma fui raggiunta da un colpo alla testa, riuscii a vedere l’uomo che tentò di soccorrermi era Amenemhat, poi persi conoscenza. Quando rinvenni ero legata ed imbavagliata. Mi trovavo in una grotta illuminata da un fuoco che ardeva al centro della camera, di fronte a me, dall’altra parte del fuoco c’era Nebpehti l’uomo che diceva di essere mio zio. Finsi di essere ancora priva di sensi ma lo osservavo ad occhi semichiusi nella speranza che arrivasse il momento propizio per fuggire. Nebpehti continuò a bere finché completamente ebbro si addormentò. Allora mi avvicinai al fuoco fino a far si che la brace arrivasse ai legacci delle mani che in pochi minuti bruciarono mi scottai le mani ed i polsi ma riuscii a non urlare dal dolore, in poco tempo anche le caviglie furono libere dalle corde, quindi silenziosamente uscii dalla caverna il cui ingresso era completamente mimetizzato da rami e foglie. Mi resi conto del punto in cui mi trovavo e non era molto lontano dalla capanna di Nebpehti. Gli dei mi hanno aiutata, ecco perché mi trovo qui. –concluse-»
Nello stesso istante Senenmut ed Amenemhat trovavano l’ingresso della grotta da dove poco prima Senay era riuscita a fuggire. All’interno della grotta i resti di un fuoco ancora fumante, in un angolo una figura umana dal volto contratto in un’espressione di terrore. Nebpehti era morto senza riuscire a realizzare i suoi piani di vendetta, i suoi occhi avevano visto qualcosa di terrificante, quella stessa cosa che l’aveva ucciso. Stretto nel pugno aveva ancora un anello, la copia identica ed inoffensiva di quello che aveva ucciso il falso Sinu e che ora era in possesso di Maatkare. Un altro mistero era finalmente svelato: Nebpehti era l’uomo che aveva procurato il cavallo servito a Mutnofret per la sua fuga dall’esilio. L’anello che l’uomo aveva ancora nel pugno ne era la prova.
Così finiva l’ultimo traditore, colui che fece rivivere anche se per poco tempo l’amaro ricordo di Mutnofret, quel ricordo che tutti, avrebbero voluto cancellare dalla propria memoria.

Un esercito per il Faraone

Lunghi anni di calma seguirono, caratterizzando il regno di Maatkare ormai consolidato da ben quindici anni sulla terra di Kemet ma tanti nuovi avvenimenti ne segnarono l’esistenza.
La divina madre Ahmes aveva lasciato un vuoto incolmabile nella vita del faraone, così come la perdita dell’affettuosa ed anziana nutrice Sat – Ra e dell’insostituibile maestro ed amico Ineni.
Il piccolo principe non più ragazzino veniva introdotto passo a passo nella vita sociale e politica del Paese ma soprattutto egli era già in grado di comandare un grande esercito con la competenza e la sicurezza che contraddistinguono i grandi condottieri. Le due principesse Meritra e Neferura vivevano felicemente la loro prima adolescenza. Mentre Meritra godeva del benessere e dell’agiatezza quale figlia del defunto faraone Akheperenra. Neferura compariva già al fianco del faraone sua madre durante le cerimonie e gli impegni di Stato. Anche la vita di Senenmut subì delle svolte decisive: i suoi genitori erano partiti per il loro viaggio verso i verdi campi di Osiride, mentre la sfavillante carriera del grande architetto di corte raggiungeva a grandi passi il suo apice. Non v’era uomo in tutto il regno che non riconoscesse in lui la persona più in vista di tutta Uaset, colui che era secondo solo a Maatkare.
Sebbene tutto sembrasse procedere nel migliore dei modi, qualcosa stava accadendo nella zona media della terra di Kemet. Alcuni piccoli regni cercavano di far sentire la loro flebile voce, creando scompiglio e disordini quasi come ai tempi del vecchio faraone Akheperkara.
Maatkare non poteva lasciare impunita una simile intromissione da parte dei popoli sottomessi anzi bisognava agire con la massima tempestività al fine di evitare che la coalizione potesse espandersi a tal punto da costituire un reale pericolo ai danni dell’intero Paese.
La decisione di Maatkare fu presa fulmineamente: la spedizione non sarebbe stata capeggiata da Thutmose III che sicuramente era il più idoneo per farlo ma lei stessa, quale monarca di Kemet avrebbe assunto il comando del suo esercito. Maatkare, sebbene fosse cosciente della sua inesperienza sui campi di battaglia non poteva esimersi dall’esporsi in prima persona di fronte al pericolo. I grandi sovrani uomini non si sarebbero tirati indietro in simili circostanze e lei non era certo da meno, per di più al suo fianco avrebbe avuto il giovane principe coreggente. Questo il binomio che avrebbe terrorizzato e fatto scempio del nemico.
Ella, quindi, convocò le alte sfere militari ed ordinò:
«Radunate i migliori soldati dell’esercito di Kemet, i migliori arcieri ed i più valorosi soldati addestrati nella lotta corpo a corpo. Mi bastano solo tremila uomini, un piccolo esercito per dimostrare al nemico che anche in una condizione di inferiorità numerica siamo in grado di sconfiggere coloro che osano ribellarsi alla nostra supremazia di cui mai nessuno dovrà dubitare. La punizione che verrà loro inflitta ne sarà il terribile monito.»
L’esercito fu organizzato in men che non si dica. Due giorni più tardi tremila uomini ordinatamente disposti fuori dalle mura di Uaset acclamavano impazienti l’arrivo dei condottieri reali onde mettersi in marcia e dare inizio alla spedizione punitiva.
L’arrivo di Maatkare fece sussultare le fila e la bellezza del faraone non era minimamente sminuita dall’apparire in vesti maschili anzi, nonostante la sua non più verde età sembrava addirittura più bella: il corto gonnellino del re, l’acconciatura dei capelli a tre ordini di ricci ed il braccio armato della mazza da guerra, elevato e proteso in avanti.
La fitta colonna iniziò così la sua lunga marcia verso la vittoria, in soli sette giorni la distanza che separava l’esercito di Kemet dal luogo in cui si erano insediati i nemici, fu quasi completamente colmata ed alla fine raggiunto nel cuore della notte.
Il nemico si vide assalito da una guerriglia talmente silenziosa da riuscire a sorprenderli inaspettatamente.
Il faraone infatti, dopo aver fermato l’avanzata del suo esercito ad una buona distanza dal luogo dello scontro, convocò il Consiglio di Guerra ed insieme al principe ereditario decise di dividere l’esercito in due fazioni. I primi 1500 soldati avrebbero dovuto lasciare i cavalli per proseguire a piedi in modo tale da insinuarsi senza far rumore nelle fila nemiche, sfruttando così il vantaggio dell’effetto sorpresa. Nel frattempo, a brevissima distanza di tempo sarebbe partita la seconda fazione che in groppa ai loro cavalli potevano piombare su un nemico già sconcertato e disorientato dall’attacco a sorpresa.
Il semplice piano funzionò alla perfezione, la coordinazione dei due gruppi armati fu calcolata al millesimo, il faraone Maatkare ed il giovane principe combattevano armi in pugno come un solo uomo, i soldati dell’esercito di Kemet, entusiasti e motivati dall’esempio dei capi si batterono con slancio e con una tale forza da dimezzare in poco tempo il numero dei nemici.
Non fu possibile contare i corpi dei ribelli abbattuti ma le mani tagliate furono migliaia. Non si era mai visto un esercito combattere con tanto impeto e tanta sete di gloria.
Gli ultimi sopravvissuti nemici cedettero all’avanzata travolgente dell’esercito di Maatkare che alla fine non riportò grandi perdite. La resa del nemico decretò la vittoria di Kemet e la fine della battaglia.
Quando l’esercito con il suo bottino di guerra varcò le mura della capitale non vi fu un solo suddito che non acclamasse al faraone Maatkare ed al suo generale Thutmose III. Tutto l’oro sottratto ai nemici fu donato ai templi del dio Amon a cui fu dedicata questa schiacciante vittoria che per dieci giorni fu festeggiata da tutta la terra di Kemet.
Musiche e canti, balli, banchetti e libagioni diedero vita a quei giorni fausti in onore di Amon e di coloro che come altri in passato avevano scacciato gli invasori dalla loro terra.
Durante i festeggiamenti Maatkare volle dare prova della sua rettitudine ed onestà nei confronti di Thutmose III Menkheperra e del popolo di Uaset e per dare loro la lieta novella dell’unione di sua figlia Neferura con il giovane principe Thutmose Menkheperra.
Una volta raggiunta la finestra delle apparizioni parlò ai suoi sudditi accorsi lì per ascoltare le sue parole:
“Amatissimo e fedele popolo di questa antica e verdeggiante terra.
Le parole che udrete oggi dalla mia voce sono le stesse che da tanto tempo avevo in cuore di pronunciare per alleggerire il mio animo da un fardello di cui voglio liberarmi per sempre.
Se oggi avete acclamato il nome di Maatkare come colei che vinse il nemico erese il nostro Paese libero dalla minaccia dell’invasore, sappiate che questa gloriosa spedizione non ci avrebbe visto vincitori se al mio fianco non ci fosse stato il giovane principe Thutmose che con il suo coraggio e la sua destrezza seppe guidare me e l’esercito nella giusta direzione. E’ quindi anche al suo nome che dovete acclamare poiché questa vittoria senza di lui non avrebbe mai visto la luce e perché sarà a lui che un giorno non lontano spetterà la corona delle due terre. Lui sederà sul trono dei grandi faraoni e governerà grandiosamente su Kemet tutta, dal Delta alle cataratte più lontane ed ancora oltre perché la sua potenza porterà i confini del Paese aldilà del mio regno.
Fin d’ora io gli affido questo grande esercito di cui diede prova essere degno condottiero ed abilissimo stratega. Io lo pongo quindi nelle sue mani ed a lui ne affido le sorti. Così come per suo espresso desiderio gli affido quelle di mia figlia Neferura che come sua Sposa Reale lo seguirà amorevolmente e da compagna devota ne spartirà l’esistenza finché gli dei vorranno.
Ciò detto, tutti voi capirete che Maatkare non ha mai pensato di usurpare il trono di Kemet che fu già suo per diritto quando suo padre Akheperkara glie lo trasmise, ma che allo stesso tempo ed in egual misura, quel trono, appartiene al giovane principe per eredità ricevuta da suo padre Akheperenra.
Sappiate quindi che i miei poteri saranno trasferiti a lui di volta in volta finché avendoli acquisiti tutti sarà lui il solo unico sovrano. Mentre io una volta lasciato a lui il potere avrò raggiunto lo scopo della mia vita: governare secondo giustizia e verità e con l’esempio, insegnare a farlo. Cosicché anche una promessa solenne fatta molti anni or sono sarà finalmente mantenuta.
A quel punto il faraone Maatkare potrà uscire definitivamente dalla scena regale e dedicare gli ultimi sprazzi di energia per servire ed adorare il suo divino padre nel giardino della sua grande casa.”
Un bisbiglio mesto si levò dalla folla come un lamentoso tremolante coro di migliaia di uomini sconfortati dal triste, inaspettato annuncio del tanto amato faraone. Molti di loro si chiedevano se mai quella terra avrebbe avuto un altro re capace di governare con la stesso senso di giustizia e con la stessa onestà. Un faraone che come Maatkare avrebbe annullato i propri interessi per dare la priorità a quelli del suo popolo. La figura del faraone sparì improvvisamente mentre una frase saliva sempre più potente verso il cielo: “Maatkare, verità e giustizia sono l’anima del sole!”

La fine di una dea

Ancora una volta gli dei vollero provare quella donna tanto forte da essere paragonata ad una dea ma questa volta Maatkare si sentì cadere le braccia al cospetto di tanto accanimento da parte delle entità malvagie e delle loro instancabili persecuzioni.
La giovane vita di Neferura, quella fanciulla ancora in fiore, si era spezzata all’improvviso lasciando dietro di se i fiumi di lacrime che sgorgarono lungamente dagli occhi di sua madre e da quelli del suo giovane sposo.
Ormai gli unici affetti di Maatkare erano il suo piccolo figlio segreto Maiherpera e l’amato Senenmut.
Il tempo trascorse inesorabile e molte inondazioni gonfiarono le acque del grande fiume, Thutmose III Menkheperra, rimasto vedovo di Neferura si unì a sua sorella Hatshepsut Meritra. Isis, sua madre era ritornata nella sua vecchia casa di Nekheb dove viveva con la buona Senay. Di tanto in tanto le due donne ritornavano a Uaset per rivedere i due giovani sposi e la tanto amata Maatkare che ormai aveva lasciato quasi completamente la reggenza nelle mani del principe Menkheperra.
Il piccolo Maiherpera era cresciuto al palazzo di Maatkare che facendolo passare come suo figlio adottivo aveva provveduto alla sua educazione affidandolo alla scuola di corte. A lui aveva poi associato il titolo di porta flabellum, il titolo dei principi reali. Il ragazzo fin dai primi anni di vita si rivelò fisicamente debole ma negli ultimi tempi cominciò ad avvertire degli strani malori che gli toglievano ogni forza.
Maatkare riunì al suo cospetto i più grandi Sinu della capitale temendo per la vita del suo figlio segreto la cui salute peggiorava di giorno in giorno. Nonostante le cure, nessun risultato sembrava però ottenersi.
Senenmut, intanto, era cambiato, il suo atteggiamento era di noncuranza per tutto ciò che lo circondava, persino la precaria salute di suo figlio sembrava non interessargli. La sua mente era accentrata unicamente sugli impegni di Stato e sui lavori di completamento del tempio di Deir El Bahari, dove i pittori e gli scalpellini lavoravano alacremente agli ultimi ritocchi delle statue, dei bassorilievi e dei dipinti murali.
Ancora pochi giorni e la “Meraviglia delle Meraviglie” sarebbe stata ultimata.
Quanta maestosità, quanta incomparabile bellezza racchiusa in una opera eseguita magistralmente da centinaia dei più abili costruttori ed abbellita da decine dei più valenti artisti.
Ognuno di loro veniva seguito dal maestro Senenmut che con il suo grande talento era riuscito a creare quell’opera meravigliosa che lo rendeva fiero e lo riempiva d’orgoglio.
Il tempio, finalmente terminato fin nei più piccoli dettagli, troneggiava nella valle addossato ad una parete della catena dei monti libici.
In esso Maatkare volle evocare i momenti salienti del suo lungo regno:
il portico della sua nascita divina, quello della spedizione nella terra dell’incenso, il portico della caccia. Le cappelle dedicate ad Anubis, al la dea Hator, al dio sole Ra, a suo padre Thutmose I ed a lei stessa.
All’ingresso due enormi alberi di persea adornavano le mura di cinta ed ai lati della prima rampa laghi sacri e piante da frutta, papiri ed alberi dell’incenso. Una doppia fila di sfingi con il volto di Maatkare formavano il dromos, quel viale che ogni pellegrino avrebbe attraversato, cosicché lei stessa li avrebbe accolti nel suo santuario.
Il popolo ebbe la notizia della chiusura dei lavori e quindi una infinita moltitudine di persone si riversò fragorosamente nella valle per poter ammirare il sublime tra i sublimi, il tempio la cui vista superava in bellezza qualsiasi altra cosa al mondo. Senenmut ne era estasiato a tal punto da trascorrere intere giornate a contemplare la sua opera colossale. Il suo compiacimento però, stava rasentando la paranoia. Sembrava quasi che quel monumento fosse dedicato a lui e forse in parte lo era davvero.
Un terribile segreto si celava tra quelle sacre mura, un segreto che doveva rimanere tale per sempre ma che lo fu solo per poco.
La sfrenata ambizione dell’architetto di corte infatti era divenuta ossessionante, un pensiero costante che di giorno in giorno gli divorava la ragione ed il buon senso in un crescendo che non aveva più un limite, quasi follia. Il bisogno incontrollabile di lasciare ai posteri qualcosa di se tra le mura del tempio aveva avuto il sopravvento. Sebbene Senenmut avesse raggiunto una posizione sociale di tutto riguardo, la sua effigie non poteva essere raffigurata sulle pareti del santuario di Maatkare, farlo sarebbe stato sacrilegio. Eppure egli trovò lo stratagemma per soddisfare la sua smodata ambizione. Si era convinto che mai nessuno sarebbe riuscito a scoprirlo, era quindi certo che avrebbe evitato la punizione riservata a chi compiva atti sacrileghi.
Assoldati alcuni artisti, Senenmut li aveva autorizzati a lavorare di notte quando tutti gli altri operai avevano già lasciato il loro posto di lavoro. Essi avevano realizzato delle scene dipinte sulle pareti retrostanti ai battenti delle porte delle cappelle della dea Hator e del faraone Thutmose I. Qui il grande architetto era raffigurato nel compimento del culto di Akheperkara e della dea, nessuno avrebbe mai potuto notarle perché nei templi di culto le porte dovevano ritualmente essere aperte o chiuse dall’esterno e poiché queste durante i rituali dovevano restare aperte senza eccezione per nessun celebrante, anche se questo fosse stato il faraone in persona. Le immagini di Senenmut, quindi, sarebbero rimaste occultate alla vista di chiunque dai battenti che in posizione aperta li coprivano completamente. Gli dei però non furono dalla sua parte e qualcuno si accorse dell’esistenza di quelle immagini. La notizia raggiunse il clero e una volta che i sacerdoti ebbero constatato la gravità dell’accaduto si presentarono al cospetto di Maatkare per informarla dell’increscioso episodio. Anche Senenmut fu convocato e messo a confronto con i religiosi:
«Come avete osato principe Senenmut, -disse il Gran Sacerdote del culto di Hator- farvi raffigurare in scene religiose nel tempio del nostro faraone come se foste un re o un erede al trono? sapete che un simile atto è considerato sacrilegio?»
«Lo so bene oh Gran Sacerdote, –rispose Senenmut- ma questo mio atto non può essere considerato un vile sacrilegio poiché è solo l’omaggio di colui che ideò e costruì quel tempio, alla grandiosità della divina Hator ed alla memoria del grande faraone Akheperkara. Ciò deve quindi intendersi come la dimostrazione tangibile della grande venerazione dell’umile Senenmut. Inoltre lo stesso faraone Maatkare era a conoscenza di questo progetto e proprio lei mi autorizzò a realizzare quei dipinti.»
Maatkare lo guardò sbalordita e le sue labbra rimasero mute per alcuni lunghissimi attimi durante i quali la sua mente rivisse ognuno dei momenti più belli di quella storia d’amore così intensa, sofferta e imperitura.
Possibile, –pensò- che quell’uomo a cui lei donò tutto il suo affetto, era cambiato a tal punto da tradirla? fu forse lei stessa l’artefice di quell’assurda metamorfosi? lei che aveva elevato ai più alti vertici un uomo di umili origini facendo nascere in lui una sete di potere che gli aveva chiuso gli occhi ed il cuore trasformandolo in quel cinico arrivista che ora le stava di fronte? Maatkare lo guardò negli occhi, quegli stessi occhi che un giorno furono l’espressione di ogni infinita dolcezza. Poi ad alta voce disse:
«Perché addossi a me la responsabilità di un’azione inconsulta il cui solo scopo era quello di dare appagamento alla tua sete di affermazione? come puoi pensare che io arrivi a mentire per scagionarti se dopo gli innumerevoli anni durante i quali ti diedi ogni mia fiducia, oggi tu mi tradisci?»
Le parole di Maatkare facevano ancora eco quando un’ancella con il viso stravolto si avvicinò a lei ed affannosamente disse:
«Divina maestà, correte presto! Maiherpera sta molto male.»
Il faraone non perse neanche un attimo per correre in aiuto del giovane lasciando gli astanti senza aggiungere una sola parola. Ella sperò con tutte le sue forze che Senenmut la seguisse, che almeno una ragione imperiosa come la vita di suo figlio potesse scuoterlo dalla sua indifferenza ma la speranza di Maatkare fu vana, Senenmut non la seguì. Approfittando dello sbigottimento dei sacerdoti, egli improvvisamente si diede alla fuga nel tentativo di sottrarsi alla punizione e raggiunti i sotterranei del palazzo di cui conosceva anche il più piccolo nascondiglio, sparì.
Quando Maatkare raggiunse il giovane Maiherpera il suo triste destino si era già compiuto. Egli giaceva sul suo letto ad occhi aperti ma il suo ultimo respiro era ormai già esalato. La madre rimase lì accanto a lui accarezzandogli il viso ancora imberbe. Mentre dai suoi occhi sgorgavano copiose lacrime, dalle sue labbra sortì una frase empia di amarezza e di rimpianto:
“Ho speso la vita intera perseguendo un amore impossibile, lo esaltai per avvicinarlo a me ed invece lo persi.
A cosa serve possedere ogni cosa se perdi le uniche che ami di più?
Come può l’uomo governare il mondo se ciò che gli sta accanto gli sfugge dalle mani?”
Si asciugò le lacrime e riprese un freddo contegno. Chiamò le guardie chiese del giovane Menkheperra e quando questi si presentò al suo cospetto ella disse:
«Mio giovane principe, è finalmente giunta l’ora che io riponga nelle tue mani lo scettro del potere. Tu manterrai grande l’impero che ti affido anzi, sono certa, che saprai ampliare i suoi confini fino a renderlo il più ricco e potente. Sento già il fragore delle tue gesta gloriose echeggiare per le valli e i deserti delle due terre. Il tuo nome seminerà il terrore tra i nemici ma sarà venerato dalla tua gente.
Al comando del tuo esercito conquisterai ogni terra, nessuno mai potrà arrestare la tua avanzata. Ricchi bottini di guerra daranno, grazie a te, benessere e prosperità agli uomini di Kemet ed ai templi di Amon ed il tuo nome sarà ricordato per le migliaia di anni cui il mondo e destinato ad esistere.
Eccoti dunque la doppia corona che da tanto attendi. I miei compiti sono assolti, il mio cammino si ferma qui.»
«Il tuo parlare sebbene tortuoso, mi giunge chiaro come la luce di Ra -rispose Menkheperra- tuttavia spero di non averne colto il vero significato. Sono felice della fiducia che mi dimostri affidandomi il trono di Kemet ma le tue parole mi addolorano poiché io non voglio che tu mi abbandoni, ho ancora bisogno di averti al mio fianco. Da te ho attinto ogni mio sapere, avvalendomi della tua saggezza e dei tuoi preziosi consigli potrò affrontare le situazioni più difficili. Non puoi abbandonarmi proprio ora!»
«Mio giovane re, –rispose Maatkare- non hai più bisogno di me, ormai sei in grado di agire da solo, sei saggio ed onesto e le tue parole non mentono mai, queste doti fanno di te il migliore dei faraoni. Lascia dunque che io vada, il mio trono è durato fin troppo a lungo, per me è giunta l'ora di raggiungere e servire il padre mio. Quando la tomba di Maiherpera sarà chiusa per sempre anch’io mi allontanerò da questa terra.»
Menkheperra stava per risponderle, forse per tentare ancora una volta di dissuaderla ma lei con un gesto della mano gli fece cenno di tacere e con gli occhi gonfi di lacrime lo prese tra le braccia poi silenziosamente si allontanò.
Il lungo e lento rituale funerario ebbe inizio, Maatkare ne seguiva le fasi assicurandosi che ogni cosa si svolgesse secondo cerimoniali antichi come il mondo. Lei stessa si preoccupò di preparare tutto ciò che sarebbe stato il corredo funebre del suo giovane figlio.
Gli imbalsamatori giunsero quindi alla fase più lunga dell’imbalsamazione: l’immersione del corpo nel natron. A questo punto non rimaneva che attendere il trascorrere dei quaranta giorni dopodiché si poteva passare alla fase finale.
Maatkare sembrava invecchiare giorno dopo giorno. I ricordi del passato le balenavano nella mente togliendole poco a poco ogni sua forza ed ogni volontà. Quanti ostacoli aveva superato per amore di un uomo e quanti sotterfugi per un semplice sguardo o per una carezza: i messaggi segreti dai nastri colorati, gli appuntamenti notturni nelle cantine della reggia… e il ricordo più amaro, il primo tenerissimo bacio, quello che le procurava ancora i brividi.
Lunghissime bende di candido lino avvolsero lentamente il corpo del ragazzo, tra queste furono inseriti lo scarabeo del cuore ed altri amuleti che lo avrebbero protetto durante il suo ultimo viaggio.
Il rituale dell’apertura della bocca concluse la cerimonia, quindi il sarcofago fu introdotto nella camera funeraria della tomba a cui fu posto il sigillo che l’avrebbe chiusa per sempre.
Maatkare aspettava lì vicino. Il corteo funebre si sciolse ed ognuno si incamminò per tornare in città, solo lei rimase e quando gli altri furono così lontani da sparire alla sua vista guardò l’anello che aveva al dito: un bellissimo anello d’oro sormontato da cinque lapislazzuli.
Lo guardò ancora un poco, poi le sue labbra si schiusero in un sorriso un po’ amaro.
Chiuse il pugno e portò l’anello alla gola. Un lieve rumore, un secco scatto metallico fece eco nel silenzio mortale della valle ormai deserta, poi un gemito e nulla più.
Il corpo esanime di colei che fu paragonata ad una dea giaceva immobile sulla sabbia come un mucchio di poveri stracci battuti dal vento e frustati dalla polvere.
L’anello della morte che lei aveva conservato per lunghi anni, aveva magicamente reso di nuovo letale il suo antico veleno per avverare una vecchia profezia:
…l’anello della morte… non so cosa ne farete degli altri, madre, ma questo è mio. Un giorno forse, potrebbe essermi d’aiuto…
Un grido terrificante risuonò così alto da far tremare le montagne. L’uomo scese da cavallo e cadde in ginocchio davanti a lei, le prese il candido volto tra le mani accorgendosi che ella gli sorrideva. Le sciolse i lunghi capelli e nella sua mente la rivide giovane e bella come nei suoi più verdi anni. Un brivido lo pervase in tutto il suo corpo.
Piangendo avvicinò le sue labbra a quelle di lei.
Fu l’ultimo gelido bacio.
«Dio, che cosa ho fatto. –disse-»
Le prese le mani e le strinse al petto con tutte le sue forze.
Un piccolo rivolo di sangue tinse di porpora le cinque pietre dell’anello.
Un ultimo, soffocato lamento e fu per sempre silenzio.

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