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SCHIZZANDO NEL VENTO

Mercoledì 01 Dicembre 2010 13:00 Spaventapasseri
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SCHIZZANDO NEL VENTO

1
Si la do
(Alla ricerca della musa ben disposta)



SETTEMBRE DI SPERANZA

Il liceo mi aveva sempre affascinato.
Me lo immaginavo come un bel posto che straripava di fanciulle-muse-ispiratrici piene di curve e di emozioni da regalarti senza pretendere nulla in cambio.
A stento ero riuscito a superare le scuole medie con un po’ di intuito e pochissima attenzione durante tutte le spiegazioni e adesso me ne stavo zitto zitto con la faccia del bambino che sa già cosa vuole dalla vita (anche se non ne avevo proprio idea, di che cosa volessi) e con i miei famosi puntini di barba già cresciuta proprio l’estate prima.
Osservavo incuriosito tutte le ragazze presenti cercando di registrare i volti delle tipe che venivano chiamate per osservare le prime reazioni del mio cuore all’impatto con i loro graziosi sorrisi e con i loro piccoli e snelli corpi imprigionati in completini e gonnelline estive che rimpiangevano la libertà delle ultime vacanze da bambine di già finite.
Tirai su i miei jeans un paio di volte e mi pentii di non essermi mai degnato di usare una cintura anche se portavo jeans che erano due taglie più della mia ed io ero magrissimo e ci stavo dentro come una sottiletta in un lenzuolo.
Ascoltai ancora attentamente il Preside che non smetteva di chiamare ragazzini e accarezzare i loro capelli come fosse un lontano zio che salutava i suoi nipoti, poi mi stufai già della situazione e presi ad osservare gli alberi che ci stavano intorno nel cortile dove eravamo, immobili e solenni quasi stessero assistendo ad un borioso cerimoniale. Mi ero già rotto le palle di quel posto e della gente che lo frequentava, forse non avevo avuto una bella idea a decidere per un liceo scientifico. Ma non stavo lavorando bene: il mio compito nel mondo era quello di sentire, non osservare, non partecipare ma solo immergermi nel flusso caotico neutrale di cui è composta la realtà e scivolare al suo interno attraverso le mie sensazioni, niente di più e niente di meno, niente sforzi mentali, niente di niente. Questo non era un liceo, questo non era il cortile di un liceo, quello di fronte ai miei occhi non era il Preside di un liceo e quelli dinanzi ai miei occhi non erano studenti al primo anno di liceo. Questa dinanzi a me, tutta insieme, era la realtà ed io ne facevo parte, niente digressioni o quanto altro, tutto molto più semplice del previsto.
Tornai ad occuparmi della realtà, senza ulteriori astrazioni.
Le ragazzine che erano già state chiamate dal Preside e che avrebbero formato la classe che mi avrebbe accolto, erano perlopiù facce da studiose serie e motivate da una grande passione per materie che per me erano incomprensibili quali la fisica, la matematica e le scienze. Mi lasciai girare nella mente per qualche secondo quella sensazione, mentre guardavo allungarsi la fila dei miei futuri compagni di classe, poi decisi di dedicare lo sguardo alle punte delle mie scarpe che dal basso mi guardavano e mi chiedevano di andare via da quel posto, che in fondo non era proprio come me l’aspettavo.
Rialzai lo sguardo solo quando il mio nome venne pronunciato dalle labbra del Preside che non risparmiò lo stesso trattamento ai capelli neppure a me che un bambino non lo sembravo già più dalla scorsa estate.
“Gabriele Barra” esclamò quasi sorpreso “Sappiamo del tuo particolare talento per il calcio, può risultarci utile per la squadra scolastica. Ma non devi trascurare lo studio però, un vero uomo non è completo se non sa dedicarsi ai suoi hobby senza togliere nulla al suo lavoro”
Annuii semplicemente col capo guardandolo direttamente negli occhi, ero stato nella squadra degli allievi del paese per un po’, ma a dire il vero non ero mai stato un patito del gioco di squadra organizzato. Agli stadi avevo sempre preferito i campi sterrati che magicamente comparivano dietro una collina, magari in pendenza con pali di legno scheggiato o immaginarie porte segnalate soltanto da due pietre poste ad una ipotetica distanza regolamentare, alle divise delle squadre di calcio preferivo i torsi nudi ed i pantaloncini mezzo strappati dall’asfalto o dalle pietre. Quello era calcio ed il resto chiacchiere senza storia.
Il Preside mi lasciò andare verso gli altri, mi inserii nella fila senza dire una parola, mi guardai affianco scrutando di profilo i volti degli altri ragazzini. Mi chiesi se avrei mai fatto amicizia con qualcuno di loro, mi chiesi se sarei riuscito a fondermi nello spirito di classe, io che i gruppi li avevo sempre malvisti e che ero sempre stato malvisto dai gruppi. A giudicare dai nasi che vedevo sporgersi da quella angolazione, non ci sarebbe stato molto di interessante a cui partecipare da lì ai prossimi cinque anni. Sbadigliai, pensai di grattarmi una chiappa. Mi grattai una chiappa.

Quando raggiungemmo finalmente la nostra aula, mi scelsi un posto in prima fila, isolato sotto la finestra, così avrei potuto guardare fuori ogni tanto e tanto per ambientarmi presto, cominciai a guardarci da quel momento.
Puntai i miei occhi sull’antenna parabolica di una abitazione quadrata che sembrava una di quelle messicane che si vedono nei film e che aveva i muri ingialliti dalla polvere. Un tempo doveva essere stata una bella villetta solitaria nel bel mezzo di un campo abbandonato. Mi ricordò la casa di mia nonna, quella che riuniva tutta la mia famiglia sparsa per l’Italia nelle torride estati degli anni ottanta, quando, ancora bambino, con linee di muco che mi spuntavano dalla narici e la maglietta intima bagnata di spruzzi d’acqua, me ne stavo seduto in mezzo ai miei cugini e iniziavo a battere forte sulla mia chitarra gridando più che cantare canzoni che non avevano nessun significato, fatte di frasi senza nessi logici tra di loro.
La mia chitarra.
Adesso se ne stava abbandonata in una casetta di campagna che avevamo trasformato in un magazzino. Non eravamo mai andati particolarmente d’accordo, io e lei, anche se il mio sogno da bambino era stato quello di diventare un chitarrista prima ancora che di diventare un calciatore.
Certamente l’avevo delusa, se la nostra fosse stata una storia d’amore, allora potevo dire di averla tradita con una pianola Yamaha più moderna e meno dura da far commuovere. Non mi piaceva suonare la pianola a dire il vero, non ce l’avevo mai avuta la fissa per i tasti io, avevo sempre preferito le corde, poi un giorno il mio professore di musica delle medie, osservandomi le mani, mi aveva messo in testa che erano due mani da pianista ed io, come se ci volesse lui a dirlo, mi ero preso la cotta per questa rivelazione ed avevo lavorato per tutta un’estate per comprarmi una pianola e qualche libro di musica che potesse insegnarmi ad usarla, così, giusto per non limitarmi a leggere il libretto delle istruzioni. Ed allora avevo abbandonato la mia bella chitarra acustica regalatami da mio nonno quando avevo ancora sei anni, neanche avessi il potenziale di un futuro Elvis, mi ci ero fissato così tanto che mia madre tuttora mi ricordava che spesso la nominavo nel sonno, a quell’età e così un giorno di un estate che ricordavo ancora vividamente, mio nonno me l’aveva portata, recuperata da chissà quale suo amico.
Ormai avevo le basi, il successo garantito e la mia storia poteva anche cominciare, ma tranne che farmi dolere i polpastrelli per cinque o sei anni, non ne avevo mai tratto nulla di buono. Proprio non mi si ficcava nella testa, non avevo metodo né questa grande volontà di applicarmici. Era un gioco e non superò mai quella proto forma di esistenza.
Ogni tanto l’avevo ripresa tra le braccia e l’avevo accarezzata come sempre, ma lei era stata fredda con me, aveva sputato fuori suoni duri e le sue corde si erano irrigidite in una maniera bestiale, così avevo deciso di metterla fra la roba che ormai non serve più e ce la avevo lasciata lì senza neanche più guardarla.
Un amore quando finisce, finisce.
Adesso come adesso, mi ero dedicato del tutto alla Yamaha, sperando che qualcosa potesse ispirarmi a comporre un po’ di musica decente. In tutto vantavo dodici grandi successi che avevo scritto e tenuto per me, con un testo stupido e note molto distaccate fra loro.
“Bene, vi chiamerò ad uno ad uno e cercherò di memorizzare i vostri nomi, mi parlerete di voi, così ci presenteremo un po’, va bene?” captarono le mie orecchie.
Una specie di professore era arrivato da poco in classe ed io, come al solito preso dalle mie stronzate, mi ero perso la prima occasione di partecipare alle presentazioni. Era un tipo dai capelli a spazzola, grigio scuro alle punte e più bianchi verso la radice, portava un paio d’occhiali da vista con lenti alternative da sole (evidentemente graduate) applicate sopra la montatura grazie ad una minuscola cerniera. Era il professore di educazione fisica o tale mi pareva da quanto avevo capito dalla tuta e dalle scarpe da ginnastica che indossava.
Un coro di vocine timide rispose sibilando come la somma di tanti versi di rettili in situazione di pericolo.
“Allora... mmm... Altamura Sabrina... chi è Altamura Sabina?”
Proprio nella seconda fila, due banchi a destra dietro di me, una ragazzina dai capelli lunghi e castani, con la faccia pulita e gli occhi da studentessa decisa e brava a tutte le materie, si mise in piedi poggiando i palmi delle mani sul banco.
“Sono io” rispose con una voce stridula che sembrava il cigolare di una porta male oliata.
“Bene, Sabrina, quale scuola media hai frequentato e quale è stato il tuo voto di licenza... Ah, parlaci anche un po’ della tua situazione familiare, naturalmente”
La piccola non mosse neanche per un attimo gli occhi da dove li aveva messi e cioè da sopra al viso del professore.
“Ho frequentato la Scuola Media Statale ‘Ugo Foscolo’ nella sezione di bilinguismo. Il mio voto complessivo è stato Ottimo in tutte le discipline, compreso educazione motoria e musicale. Mio padre si occupa di medicina ed è chirurgo presso l’ospedale del nostro paese, mia madre insegna latino nel Liceo classico ‘Carlo Troya’ che è ubicato in Andria, sono figlia unica” Sabrina attese comunicazioni.
“Molto bene, Sabrina, puoi riaccomodarti” il professore incrociò le mani sul registro, osservò ancora per pochi secondi la ragazza, poi puntò l’indice nuovamente sulla lista e passò avanti.
“Barra Gabriele...”
Iniziai a tastarmi l’orecchino a cerchio che avevo all’orecchio, mi capitava spesso di farlo, quando ero colto alla sprovvista.
Tranquillo, tranquillo, che tanto non te ne frega di fare brutte figure, in fondo a quanto si è visto fuori, qui non c’è nessuna tipa che potrebbe ispirarti, no?
“Ho passato i tre anni più brutti della mia vita nella scuola Bovio (non ricordo il nome di Bovio, mi scusi), non so se ho studiato francese o inglese, perché non ho mai studiato molto, ma fa lo stesso. Il mio voto complessivo è stato sufficiente in tutte le materie, compreso ginnastica e musica. Mio padre si occupa di muri ed è il muratore più in gamba della nostra città, mia madre insegna... a cucinare a mia sorella e gestisce l’educazione di mio fratello di tre anni. Come vede non sono figlio unico”
Ripresi posto incastrando la mia testa nelle spalle come fanno le tartarughe, fermo nell’imbarazzante silenzio degli sguardi addosso, finché a stemperare la tensione ci fu una schietta risata del professore e, dopo un soffocato ridere che girava di bocca in bocca per tutta la classe, anche i miei nuovi compagni risero apertamente. Rise perfino la ragazza che mi aveva preceduto nella presentazione.
Tentai di fare l’indifferente, non amavo molto salire su un palco o tenere la scena, ma quando mi capitava di farlo, cercavo di vincere la timidezza, di parlare senza esitazione, di non passare per deficiente, almeno. E dalla vergogna della prima cazzata fatta, presi a decifrare le scritte che erano incise nel mio banco sentendo lentamente le guance imporporarsi.
Ce ne era qualcuna divertente come un botta-e-risposta di due ragazze che, a quel che sembrava, si erano innamorate della stessa persona e si insultavano a vicenda chiedendosi l’un l’altra di lasciar perdere il tipo. Evidentemente il mio banco doveva essere appartenuto a un latin lover.

Altri nove fra ragazzi e ragazze si presentarono parlando di genitori avvocati, professori, medici alcuni per di più Assessori, per non parlare di tutti gli ottimo e distinto che avevano proferito labbra di bambini che erano già decisi di proseguire e bene, nella strada intrapresa, cosa che io non avevo mai tenuto in considerazione neanche per scherzo.
Avevo sempre pensato più che altro che nella vita c’è chi nasce a Milano o Roma o Bari e gli tocca fare certe cose e non è lui che le ha scelte, io invece ero nato qui e mi toccava andare a scuola e non ero io che l’avevo scelto, vivevo il tutto abbastanza passivamente proprio per questo, non ero stato io a scegliermelo, ma mi toccava farlo e basta.
La porta della nostra aula si spalancò quando una ventina di persone, e cioè due terzi della classe, dovevano ancora presentarsi ed un ragazzo dai capelli di un biondo scuro venne spinto all’interno violentemente.
Il professore si voltò con calma, osservò il ragazzo e le sue labbra si mossero ad un leggero sorriso.
“Corona?! Primo superiore anche quest’anno?”
Il ragazzo sorrise e si avvicinò alla cattedra, poi strinse la mano del professore senza smettere di sorridere e gettò da un lato alla base del muro sotto la lavagna, la sua cartella piena di murales e di disegni che parevano tatuaggi.
“Se voi non vi siete ancora stancati di tenermi!” allargo le braccia “Purtroppo mio padre sta fissato che devo studiare”
“Vatti a sedere che a presentare te ci penso io, visto che la C…” disse il professore, abbassando il mento per osservare il registro, il ragazzo rimase al suo fianco “l’abbiamo già superata. Lui si chiama Luigi Corona, è la terza… terza?”
“Terza” rispose Corona.
“…volta che frequenta questa classe o eri in qualche altra sezione gli anni scorsi?”
“No, sempre la C” disse ancora sistemandosi un ciuffo di capelli dietro un orecchio.
“Che altro dire? Ha collezionato almeno dieci sospensioni l’anno scorso ed una cinquantina di note disciplinari”
“E questi qui non sanno niente!” aggiunse Corona rivolto a noi, stampandosi in viso uno di quei sorrisi da criminale che avevo riconosciuto in mille volti apparsi sui giornali dopo una rapina o un omicidio o una maxi operazione antidroga portata a termine dalla polizia il giorno prima.
“Abbiamo bisogno di un banco ed una sedia per ospitarti, Luigi, va’ a chiamare un bidello” fece il professore, così il tipo scomparve dalla porta e se ne tornò senza l’aiuto di nessun bidello con un banco ed una sedia tutti suoi. Doveva aver liberamente optato per la sottrazione da qualche aula vicina.
Gli occhi del ragazzo scrutarono tutta l’aula alla ricerca di un po’ di spazio libero e poi si fermarono su di me. Il mio era l’unico posto singolo di tutte le file. Così trasportò il banco fino a me e lo lasciò cadere a terra mentre il professore riprendeva a sparare nomi di persone che avevo già sentito una volta, fuori.
Corona alzò di peso la sedia che aveva poggiato sul banco per portarli entrambi e poi la rimise giù sedendosi in maniera composta.
Due minuti dopo se ne stava già stravaccato con un piede nel ripiano sotto il banco e dondolandosi sulla piccola seggiola che cigolava pericolosamente.
Stetti a guardarlo per un po’.
Era un tipo abbastanza alto, piuttosto muscoloso, con un codino dai riflessi chiari e un paio di basette triangolari che gli coprivano mezza faccia. Un gigantesco tatuaggio nero e rosa che raffigurava quello che pareva il volto di un diavolo che sbuffava, spuntava dalla manica corta della sua maglia e finiva proprio sul bicipite ben allenato.
Non si voltò nemmeno per uno sguardo, verso di me, non era minimamente interessato al suo nuovo compagno di banco, ma d’altronde anch’io me ne ero sbattuto degli altri e mi ero scelto un posto da solo.

Alla fine della prima ora il tipo era riuscito a cambiare un centinaio di posizioni diverse, c’era da apprezzare però il fatto che se ne era stato zitto per tutto quel tempo preoccupandosi solo di studiarsi le unghie delle mani prima di farle fuori.
Il suo zaino era rimasto piantano dove l’aveva lasciato e cioè sotto la lavagna finché non squillò la campanella.
Mi alzai appena il professore era fuggito via dalla sua prima ora di lavoro effettiva dopo un’estate di riposo. Mi stiracchiai un po’, compostamente, sentivo le mie chiappe rigide e quadrate come il fondo della sedia.
Un paio di ragazzi (uno dai capelli rossi ed uno abbastanza robusto) che dovevano conoscersi da prima di essere entrati nella nuova classe, si avviarono verso la porta e dopo essersi affacciati, presero a chiacchierare su quello che vedevano fuori nel corridoio.
Una ragazza che il professore aveva chiamato Del Monte nel suo appello, stava osservandosi la collanina che portava al collo; ogni tanto si ravviava i capelli con entrambe le mani.
Non sapevo proprio cosa fare e cosa dire e soprattutto con chi poter parlare in quel momento, così seguendo l’esempio dei due ragazzi che dovevano conoscersi, varcai anch’io la porta e mi levai dalla possibile situazione imbarazzante di dovermi trovare a parlare con qualcuno che non conoscevo assolutamente.
Qualche bel culetto ondeggiava a destra e sinistra nel corridoio spostandosi da una classe all’altra, ragazzi più grandi di noi, invece, si divertivano a correre avanti e indietro sgommando platealmente davanti ad ogni porta.
Tornai nella classe proprio nel momento in cui un signore che poteva avere tra i cinquanta ed i sessant’anni, basso e con un cappello alla Dick Tracey a quadratini grigi, iniziò a gridare qualcosa al nostro indirizzo, appena imboccato il corridoio. Sorreggeva una cartellina marrone scuro e doveva essere un altro dei nostri professori.
Capii che non era così dopo aver ripreso il mio posto sotto la finestra; infatti il signore si presentò come un professore di italiano e latino e dichiarò di essere un supplente per quell’ora.
Comunque non era in classe neanche da cinque minuti, che già ci stava parlando di Dante Alighieri e Petrarca e Platone e di quanto questi tre tipi fossero amanti delle ‘umanae litterae’, di quanto fosse stato importante per Dante ricevere il dono della fede e cose così che percepivo a malapena, distratto dai miei pensieri che mi stavano conducendo in una landa deserta fuori da ogni città.
Adesso la mia mente permetteva alla mia pianola di materializzarsi in quella landa ed io mi avvicinavo ad essa ed iniziavo a toccare lievemente i suoi tasti, facevo partire una base ok e prendevo a suonarci da sopra un motivetto niente male, tutto soft. La polvere si lasciava catturare dal vento e si alzava debolmente dal terreno, poi saliva, saliva insieme al vento, sempre più su, più in alto, e più saliva, più il volume della musica aumentava e più le note si facevano reali e, quasi pesanti, le mie dita cadevano sulla tastiera e sapevano già come spostarsi tra tasti neri e tasti bianchi.
E le parole mi uscivano da sole dalle labbra e finalmente nasceva un testo garbato in una lingua che non capivo ma che immaginavo fosse l’idioma di una qualche tribù dell’America precolombiana.
Questa era certamente una precognizione che dovevo aver avuto, del mio più certo futuro, ma perché tutto questo avvenisse, ci voleva un’ispirazione di quelle estasianti e una ragazza che avesse la stoffa della musa.
E dove la trovavo io, una così?
La scuola media mi aveva offerto una sola ragazza che potesse essere la giusta fonte artistica, ma avevo scritto per lei solamente una canzone che era la più riuscita fra le dodici da me composte, ma che non aveva assolutamente nulla di musicale come le altre d’altronde che sembravano piuttosto suoni contorti sotto quattro parole messe lì in stato di ebbrezza pesante. Le mie altre undici canzoni le avevo scritte per undici ragazze diverse con cui avevo provato ad ispirarmi, ma che non avevano fatto altro che farmi rendere conto che come musicista non valevo proprio nulla.
Forse avrei dovuto mollare, dopotutto che cosa mi faceva credere, a soli quattordici anni, di essere in grado di comporre una canzone? Voglio dire, che cosa mi faceva tendere proprio verso la musica invece che verso una qualsiasi altra forma d’arte se non solo il fatto che avessi avuto a che fare con il mio primo strumento musicale a soli sei anni?
Io, a dire il vero, ce l’avevo sempre avuta la fissa di riuscire a plasmare dal nulla una canzone che non facesse schifo e che si potesse suonare ogni tanto, in presenza di estranei che non fossero spinti per questo a riderti in faccia, la sentivo come una cosa naturale, la mia non era una ricerca e basta, era quello che avrei dovuto fare e non l’avevo scelto io. Assolutamente. Come il fatto di nascere lì e di dover andare a scuola. Esatto uguale.
O magari la canzone avrei potuto anche tenerla per me, senza farla ascoltare mai a nessuno, ma che almeno mi desse un tantino di gusto a cantarla per intero sbattendo le dita sulla mia tastiera, così, per sentirmi un po’ me stesso più di quanto mi sentissi me stesso mentre me ne stavo sul cesso di casa mia a lasciare andare via parti solide che una volta avevano albergato nel mio corpo.
Insomma, io ci avevo qualcosa dentro e volevo che uscisse prima o poi, volevo liberarmene e sbloccarmi finalmente, per non tenermelo dentro, quel qualcosa, perché non avessi avuto più bisogno di scavare sotto mucchi di emozioni per ritrovarlo e perché fosse stato sempre a mia disposizione nella mia canzone. Magari nelle mie canzoni.
E invece quel qualcosa non mi era mai uscito del tutto e molte volte ero convinto che non sarebbe uscito affatto.
Questo mi faceva paura per davvero, così stavo cercando da un po’ di tempo una ragazza che mi aiutasse a sputare fuori tutto quanto, che mi ispirasse quanto mi bastava, che mi offrisse non dico un sorriso, non dico una parola, non dico nemmeno uno sguardo, ma quel poco di ispirazione che mi era utile per fare ciò che dovevo, poi avrei finalmente trovato la mia pace, ne ero sicuro. O parte della mia pace.
Ma forse era veramente arrivato il momento di smettere di pensare a tutte quelle stronzate, così ricominciai a seguire la lezione dal punto in cui Petrarca aveva detto a Boccaccio di non bruciare il Decamerone e questo dimostrava il loro intenso amore per la letteratura.
Nel giro di un’ora dovevano aver già fatto l’intero programma d’italiano di terzo o quarto superiore. Qualche giorno di tempo e saremmo stati tutti già diplomati.

Alla fine della mattinata e dopo tre o quattro presentazioni ufficiali con i professori, pensai che tutto sommato la classe non era proprio piatta come mi era parsa inizialmente, in tutto c’erano tre ripetenti: Corona, Ieva e Morra, diciassette ragazze fra cui mi restarono impresse Del Monte che avevo già stabilito di far rientrare nelle ‘carine’ (anche perché probabilmente era l’unica), una ragazza robusta dalla vocina sottile sottile seduta nella seconda fila dietro di me e vicino ad Altamura che era magrissima e poco attraente e un’altra ragazza dalla faccetta semplice semplice che se ne stava seduta proprio dietro di me ed a cui avevo mandato sì e no due sguardi in tutto e di sfuggita.
Poi c’era una dai capelli ricci, lunghi e piuttosto chiari che era magra pure lei e aveva l’aria da intellettuale con un neo proprio sopra le labbra e si chiamava Antonella Cavallo; questa qui era seduta vicino a Marialucia Del Monte dal lato opposto alla mia fila, sulla destra.
Le altre ragazze erano più o meno le fotocopie delle tre ragazze della fila dietro la mia, quella di Sabrina Altamura: facce serie e laboriose dall’aria di chi vuole impegnarsi nello studio ed è tutta dedita ad esso, senza concedersi minimamente ad altri interessi.
Per quanto riguarda i ragazzi, c’era qualche genietto da ottimo scientifico piccolo piccolo, c’era uno che si chiamava Tarantino e piccolo piccolo non era proprio, era quello uscito insieme al rosso (che si chiamava Coviello) alla fine della prima ora e pure se aveva anche lui l’aria da genio, era alto e massiccio. L’altro colosso della classe era un tipo che parlava con un fortissimo accento pugliese e, a quanto avevano fatto capire i suoi compagni di scuola media, era bravissimo in matematica. Il suo nome era Antonluca Marcantonio.
Gli unici due ragazzi che mi stavano simpatici, oltre ai tre ripetenti, erano stati da sufficiente alle medie: il primo era uno basso, smilzo e curvo come i genietti e di nome faceva Pastore, il secondo non rientrava nella categoria dei massicci soltanto perché era un vero e proprio gigante. Si chiamava Fortunato, ma non avevo capito se quello era il nome, il cognome o tutt’e due.
Avevo già imparato i nomi di quei tipi e la sensazione di aver fatto proprio una scelta di merda si faceva ancora più opprimente ora che mi ero reso conto di essere capitato in una classe fornita quasi unicamente delle due categorie di ragazzi che avevo sempre odiato: i criminali ed i figli di papà.
Il resoconto della giornata, tratto direttamente dal Diario Appunti Viaggio nell’Esistenza di Gabriele Barra, fu:
- Nessuna tipa in questa classe, manco a pagarla oro;
- Sono capitato in una classe di merda stando all’organico in generale;
- E per di più seduto vicino ad uno che mi darà un caaaaaasino di fastidio;
- Non capisco nulla delle materie scientifiche e questo è un Liceo Scientifico;
- Forse c’è qualcuno che mi sta simpatico.
Note complessive cinque.
Note negative: quattro. E mezzo (se contiamo che il forse dell’ultimo punto è per metà negativo)
Note positive: mezza (se contiamo che il forse dell’ultimo punto è per metà positivo)

2
La triste storia dei vomitini a chiazze
(Devo sempre espormi ai rischi come un fesso, io)



OTTOBRE DEL PRIMO CASINO

Sapevo che non avrei capito neanche una cifra, quando avrebbero iniziato a spiegare matematica seriamente, ma nonostante tutto, tenacemente, mi ero messo a studiare e ripetere le stesse cose ogni pomeriggio cercando di farmele entrare di forza nella testa, mentre l’interferenza della sigla di Belle e Sebastien che mio fratello cantava a ripetizione riecheggiava nelle pareti vuote all’interno del cranio rimescolando simboli, numeri e formule.
Eppure lo stesso, alla prima interrogazione, verso metà ottobre, la professoressa Martielli mi aveva colto nella ferma e assurda convinzione di aver capito quella materia per la prima volta nella mia vita. Mi si disegnò sotto la vista una figura di merda celestiale perché d’improvviso tutte le formule che avevo tentato di imparare per tre settimane ininterrottamente, lasciando perdere del tutto persino la mia idea di scriverla, una canzone almeno, mi risultarono inutili quando cifre di espressioni chilometriche mi si pararono davanti agli occhi, increduli che le avesse scritte la mia mano, come traccia dell’esercizio da svolgere.
Abbassai la testa, le dissi che tutto quello che sapevo era che se in pericolo tu sei, Belle salva la tua vita.

Dopo l’interrogazione (praticamente aveva parlato solo la professoressa, invano, provando a farmi uscire qualcosa di bocca) tornai al mio posto in prima fila vicino a Luigi Corona.
Mi ero accorto in quel periodo che Corona non era proprio il criminale che credevo, ma peggio. Si era già preso due note per aver toccato un paio di ragazze ed una quasi sospensione per aver quasi alzato le mani sul professore di storia dell’arte che aveva un nome del cazzo, sì, però...
“Barra, ho parlato col tuo professore di matematica delle medie, è un mio caro amico” iniziò la professoressa “Mi ha detto che la matematica non la digerivi molto bene, perché hai scelto un liceo scientifico?” si piantò le nocche delle dita intrecciate sotto il mento. Non risposi neanche a quella domanda.
Il fatto è che io ce l’avevo messa davvero tutta a cercare di capire il significato delle sue spiegazioni e realmente non avevo smesso di studiare neanche quando la mia testa minacciava di andare a farsi fottere, dolente sul libro di algebra, forse se non ci si fossero messi di mezzo quei cazzo di cartoni animati…
Scossi la testa piano, serrando le labbra, tentai di dire qualcosa almeno stavolta, ma alla fine mi tenni il mio silenzio da demente che durò un’ora/due secondi, finché la professoressa, alzando le spalle, non chiamò qualcun altro a spiegarle le formule che lei stessa ci aveva insegnato.
Quel qualcuno fu una ragazza di nome Michela Traversa. Avevo il forte sospetto che fosse completamente deficiente dagli indizi che incessantemente disseminava nell’etere intervenendo con affermazioni e domande assurde in tutte le ore della giornata. Formulai che mi riservavo di indagare più approfonditamente sulla cosa.
Eppure la sua mano iniziò a scorrere velocemente sulla lavagna, lasciandoci numeri e lettere che non avrei mai immaginato, che non avrei mai compreso.
In cinque minuti tutte le tracce sulla lavagna erano belle e svolte, con una ortografia da amanuense ed un ordine di cui non sarebbe stato capace neppure un calcolatore. Non avrei mai visto la mia mano riuscire a scrivere le stesse cose.
Continuai ad osservarla mentre rispondeva a tutte le domande così come la professoressa gliele chiedeva, accalorato fino alla fronte, tanto che sentivo qualche linea di febbre salirmi su.
Mi sbottonai la camicia nera che indossavo sino al bottone più basso, poi me la sfilai di dosso e la poggiai sullo schienale della sedia in modo automatico, senza preoccuparmi di sistemarla.
A maniche corte la situazione non era migliorata un granché.
Mi infilai una penna tra le labbra e cercai di dimostrarmi almeno attento all’interrogazione, perché sembrassi sinceramente intenzionato ad incamerare anche la più piccola nozione matematica stillata da polvere di gesso e proferir di labbra.
La mia finta attenzione venne premiata, per fortuna.
“Allora, facciamo così, Barra: per questa volta considero la tua interrogazione come una verifica senza voto, ma la prossima volta che verrai alla lavagna non potrai permetterti lo stesso lusso. Ti consiglio di farti aiutare da qualcuno, se non riesci a studiare da solo, la matematica va capita fino in fondo, non è come le altre materie perché il libro da solo non può insegnarti ciò che non comprendi in classe. E poi scusa, potevi chiedermi di rispiegare la lezione, noi professori siamo pagati per questo”
Avrei voluto baciarla, ma promisi solamente, balbettando ed arrossendo, che avrei cercato di recuperare tutto ciò che non mi era chiaro lasciandomi aiutare da qualcuno, anche se sarebbe stata la prima volta nella mia vita, perché me l’ero sempre cavata da solo.
La prima ora passò così, con la prima dimostrazione di incapacità dell’anno.
Non ero stato interrogato da nessun professore e contando che tutte le materie riuscivo a comprenderle abbastanza velocemente, ero stato chiamato proprio dall’unica professoressa che non avrebbe dovuto farlo.
La seconda ora era di ginnastica, saltellare a destra e sinistra come un deficiente e flettere il mio busto toccando con le punte delle dita fino a terra non cancellò lo sconforto per quello che sarebbe stato il mio futuro in matematica, ma quando, dopo un quarto d’ora di esercizi, il professor Aniello ci gettò un pallone in mezzo al campo, mi accorsi che era arrivato il momento di sgomberare la mente da ogni pensiero.
Il calcio è il deterrente per qualsiasi genere di preoccupazione, sarà perché il senso è correre, superare un ostacolo, raggiungere il fondo, sarà per quella meta chiara che hai ben esposta davanti agli occhi, sarà per il fatto che quando giochi non sei Gabriele Barra, non sei uno studente, non sei un pidocchioso di quattordici anni che vuole solo farsi i cazzi suoi, sei uno che gioca e sei il modo in cui giochi e basta. E quando perdi, se perdi, non esiste nessun tipo di problema, non è successo niente, non devi preoccuparti di nessuna conseguenza, non devi farti complessi.
Dimenticai di essere Gabriele Barra e la mia squadra perse con la conferma di quelle che erano le mie asserzioni: non mi sarebbe successo niente di grave per questo.

Al rientro il corridoio pullulava di fanciulle in attesa che cominciasse la prossima ora di lezione.
Ne osservai un po’, riprendendo la mia ricerca, sapevo che in mezzo al mondo esisteva una donna che faceva al caso di ogni uomo, a dire il vero sapevo che ce ne fossero sette ma io avrei messo nel fondo cassa del resto della popolazione maschile le mie altre sei, pur di trovare quella che avrebbe saputo trasformarsi in musica. Riuscii a scovarne un paio da tenere in considerazione nel caso fosse tornato l’impellente bisogno di scrivere qualcosa. Magari ne avrei lasciate cinque, nel fondo cassa, no?
La prima era una ragazzina con un caschetto biondo che doveva avere la mia età, aveva un viso piuttosto semplice e lineamenti morbidi, però sembrava promettere molto come aspirante portatrice di belle emozioni.
La seconda ragazza aveva lunghi capelli ondulati e castani e un paio di occhi dal taglio orientale. Mi osservò passare senza smettere di chiacchierare con la compagna con cui se ne stava. Le ricambiai lo sguardo scoprendola arrossire e voltare la testa precipitosamente.
Raggiunsi il bagno per lavarmi la faccia, ma lo scorrere dell’acqua fresca sulla pelle era così piacevole che portai l’intera testa sotto il getto della fontana.
Restai così per qualche secondo. ‘Ragazza bionda!’ pensai ‘e ragazza con gli occhi orientali, quando l’acqua avrà trascinato via con sé l’immane stanchezza e questa tristezza spasmodica, via definitivamente, io vi cercherò e voi sarete le muse del nuovo approdo della musica melodica contemporanea!’
Poi smisi di sparare cazzate e me ne tornai in classe.
Mi lanciai sullo schienale della sediolina per scimmie sotto il banco e buttai la testa all’indietro chiudendo gli occhi e respirando profondamente.
L’unica cosa a cui riuscivo a pensare era una bella doccia sotto cui ficcarmi aprendo al massimo l’acqua ghiacciata, restando immobile per ore ed ore, sentendo i giorni fuori passare e persino le settimane e poi le intere ere ed io sotto la cascata permanente mi sarei cristallizzato, la mia pelle sarebbe stata levigata fino a sembrare di pietra, di marmo, rassomigliandomi al David di…
...Sarah Moretti, in piedi dietro il suo banco dietro la mia sedia, che sorrideva mostrando una fila di denti bianchi dietro due labbra rosa e sottili. Vista al contrario, col mento al posto della fronte e con i capelli che sembravano barba, aveva subito una mutazione interessante.
“Cosa c’è?” le chiesi. Avevo riaperto gli occhi in quell’istante sentendo il suo dito bussare sulla mia fronte.
“Stai bagnando tutti i miei libri, idiota!”
Alzai di scatto la testa e mi voltai. Credevo realmente che stesse sorridendo, ma una volta che il mondo aveva riacquistato la sua giusta angolazione, le pupille, dal suo sguardo accigliato, mi squadrarono perdendo tutta la dolcezza che avevano avuto quando lei se ne stava a testa in giù.
“Scusa, non me ne ero accorto...” cercai di farmi perdonare, ma quella sbatté violentemente la sua sedia contro il banco e fermò le mani sui fianchi.
“Io... io non lo so! Cosa dovrei dire adesso a mia madre, io... me lo spieghi?” ed indicò il casino di pagine bagnate che avevo combinato.
La mia mente macinò un paio di pensieri affrettati che mi portarono a voltarmi verso il mio banco.
Quando osservai i miei libri, tutti di seconda mano e scarabocchiati come fossero stati schede per bambini d’asilo, scartai la possibilità di fare a cambio con i suoi (nuovi e tenuti nel tipico ordine delle ragazze per bene finché non ero arrivato io, naturalmente).
L’imbarazzo di trovarmi a dover fornire una giustificazione di fronte ad una persona che non conoscevo (e per di più una ragazza), mi fece schizzare così velocemente il sangue in faccia attraverso le vene, che in pochi secondi sentii i miei occhi desiderare di lacrimare per avere almeno un po’ di fresco umido.
“Mi dispiace davvero, io... ecco...” mi premetti il palmo della mano sulla tempia che mi pulsava al ritmo di musica tribale, osservai le vene sulle mie braccia gonfiarsi smisuratamente e venir fuori come scolpite in rilievo sul marmo, ripensai al David, me lo cancellai dalla testa in un fotogramma, non riuscivo più a reagire in alcun modo, in fondo non potevo rimproverarle niente.
“Potevi pure tenerteli sotto il banco, i tuoi libri del cazzo, no?” intervenne Corona in quel preciso istante.
Corona era un Dio della comunicazione diplomatica.
“Tu fatti i fatti tuoi, io li posso tenere dove voglio, i libri, hai capito? Finché restano nel mio spazio e si dà il caso che…” la ragazza si stava dilungando, forse non sapeva che il Dio della comunicazione diplomatica non avrebbe esitato a sfoderare presto le sue migliori qualità oratorie e mentre piccoli fiori di saggezza prendevano forma dalle labbra di Corona: “Ah sì? E allora vedi di ficcar...” gli strinsi una mano sul volto coprendogli la bocca.
“E’ colpa mia” dissi con lo sguardo su Luigi e poi mi voltai verso Moretti, improvvisamente sapevo cosa potevo dire “te li pago, i libri, così facciamo finta che non sia successo nulla” cercai anche di sorridere.
“No, senti... scusa” sbatté le palpebre, lei “volevo solo... dirti di stare più attento... la prossima volta”
Il professore di inglese entrò nella nostra aula seguito da mezza classe che stava fuori ad aspettare il suo arrivo. Poggiò la sua cartellina sulla cattedra e si diresse verso la porta per chiuderla. Poi sganciò uno dei bottoni della sua giacca e si mise comodo sulla sedia.
Corona si mise seduto nella sua classica posizione: un piede sotto il banco e dondolando sulla sua sedia che cigolava fra la sofferenza ed il rimpianto di culi più composti.
Il professore lo guardò un paio di volte, con lo sguardo minaccioso che assumeva ogni qualvolta puntasse gli occhi su di lui, infine, rassegnato, iniziò finalmente la lezione introducendo un nuovo argomento che avevo imparato un mucchio di tempo prima, alle scuole medie e prima ancora alle elementari, forse.
Non ero mai stato un genio in inglese, i miei voti oscillavano dal cinque al sei in prima e seconda media. Poi un giorno di maggio era sceso quaggiù un mio cugino tedesco e l’avevo tenuto con me per due settimane. Lui non parlava italiano, io non parlavo tedesco, ma entrambi conoscevamo quel po’ di inglese che ci permetteva di comunicare. A meno che non volessimo dirci soltanto cazzate, dovemmo ingegnarci abbastanza per poter avere una qualche discussione decente e grazie a questo il mio inglese migliorò di parecchio ed i miei voti rimasero comunque gli stessi.
Così, nonostante la tenacia di tutti gli insegnanti nell’essere sempre ingenerosi al momento di valutarmi, adesso almeno avrei potuto permettermi di non seguire le lezioni di inglese senza che ci fosse differenza nel mio rendimento.
Come al solito in quell’ora succedeva quasi di tutto tra i banchi della nostra classe e bastava porgere le orecchie per ascoltare dall’ultima fila bestemmie ed insulti riferiti in coro al professore e alle sue sorelle e non di meno anche ai compagni. In assolo, invece, c’era Cristiani col suo vizio di urlare stronzate in chissà quale idioma indigeno Neozelandese.
Con la coda dell’occhio mi accorsi di Corona che finalmente smetteva di dondolarsi sulla sedia.
Poggiò la fronte sullo spigolo del banco, piegandosi come se stesse male, poi fece un po’ indietro la sedia e tornò a poggiare la fronte sullo spigolo.
Lo guardai un po’ più attentamente e mi accorsi che gocce di saliva grosse quanto noccioline colavano dalle sue labbra fino al pavimento.
Dopo una decina di minuti aveva combinato un casino a terra: pezzettini di crackers che ogni tanto masticava e Pepsi schiumante che aveva sotto il banco.
Deglutii una dozzina di volte, trattenendo il vomito, cercando di ignorarlo e di interessarmi alla lezione e mi riuscì molto bene, almeno finché quello non prese a ridere sotto i baffi avendo notato il mio comportamento nei suoi confronti e nei confronti delle porcherie che stava combinando.
Voltò lentamente la testa verso di me senza alzarla dal banco. Aveva la faccia tutta rossa e una grossa linea violacea che gli trapassava la fronte per essere stato troppo tempo con la testa sul taglio del banco.
Rise con un angolo della bocca ed allora non potetti fare a meno di voltarmi nuovamente verso di lui e guardarlo negli occhi.
Una goccia di saliva si allungò dalle sue labbra e finì a terra macchiandogli il labbro inferiore fino al mento, tutto questo senza che smettesse di sorridere.
Mossi gli occhi verso il basso, schivai un conato tirando un soffio d’aria pazzesco e poi rialzai lo sguardo in direzione del lobotomizzato. Tornai ad osservare il professore.
Mi accorsi che Corona continuava a fissarmi come se fossi stato una bella ragazza e visto che non mi toglieva gli occhi di dosso, le mie gote si imporporarono nuovamente e sentii una vampata di calore salirmi fin dallo stomaco.
“E’ forte sputare a terra durante la lezione” sussurrò. Perché non provi anche tu?” lo sapevo, stavo giusto pensando che avesse qualcosa da dirmi.
“...il paradigma è lo schema principale da cui si ricavano tutti i...”
“Dàì, sputa pure tu” cominciò ad attaccarsi alle palle.
Che gusto c’è a sputare in terra durante le lezioni?
“...tempi composti dei verbi. Di solito l’inglese...”
“E’ dài, aiutami a fare i vomitini a chiazze sparse?”
“Sì, come la pelle del giaguaro!” che coglione, Corona. Signori, seguire una lezione può essere molto poco interessante, ma persino dormire è più gratificante che sputare. Invece fare i vomitini a chiazze è la cosa più demenziale che io abbia mai visto fare in una classe, dopo mangiarsi le caccole del naso, è chiaro. E per quanto a molti possa sembrare una leggenda, i miei occhi hanno visto le porte di Tannauser e via di seguito.
“...segue la regola del suffisso ‘ed’ per passato e participio...”
“Eddài, collabora un po’ con il mio senso artistico” il profeta dell’arte biodegradabile “Che cazzo hai paura di sputare a terra?”
Stava diventando insopportabile, senza contare che da quando aveva cominciato a sussurrare, il professore di inglese continuava a guardarmi come se io gli dessi corda.
“Vedi, devi fare così…” e sputava quel poco di saliva che gli era rimasta, poi beveva, se ne caricava un altro po’ e riprendeva “Hai paura di sputare!” sentenziò.
“Non ho paura…” cercai di giustificarmi mentre il professore tornava a guardarmi aggrottando la fronte per cercare di capire.
“Haipaurapaurapaurapaurapaura!” cantilenò prima che l’insegnante prendesse a gridare al nostro indirizzo e quindi zittì.
Ma durò solo finché quello non volse il capo dall’altra parte.
“Maseipropriouncoglionazzocagasottorottoinculochenonvuolesputare, eh?” tirò fuori tutto d’un fiato, avrei tanto voluto capire che cazzo gli girava nel cervello, se fosse o meno la Pepsi a fargli quell’effetto.
“Non ho paura, è che non ne vedo…” stavo cercando di spiegare quando un ruggito mi investi. Non propriamente un ruggito, era il mio nome urlato sulle vette più acute delle possibilità umane.
“Ora ti ho visto, ti ho visto che sei tu, pensavo che fosse Corona, invece sei tu che parli, sei tu che non la smetti” sì accanì l’insegnante puntandomi un dito contro come potesse con quello mitragliarmi.
“Non sono io che…” un secondo ruggito mi travolse mentre provavo a chiarire.
“E parli ancora e parli ancora?” e non dovevo parlare? “E allora adesso vediamo se parli ancora se ti metto un due, vediamo se parli ancora” prese registro e penna e lo aprì con una forza tale da quasi strapparlo.
Restai allibito, in piedi senza neanche essermi accorto di alzarmi. Farfugliai due parole, ma capii che non ne valeva la pena. Mi rimisi a sedere.
“Vicino a quello ti sei messo? Vicino a quello per fare casino? E io ti metto due!” un’esecuzione sommaria, in pratica.
“Non sono io che mi sono…” si alzò automaticamente il tono della mia voce, per scavalcare il suo. Anche stavolta il mio nome fu urlato con un vigore tale che mi parve di veder comporsi nell’aria le chiare lettere di Barra in netto Arial Bold.
“Adesso allora ti metto anche una nota disciplinare così vediamo se mi fai perdere ancora tempo…” ma che cazzo gli avevo fatto io, a questo? Non si poteva contrattare per niente, ogni mio tentativo di fare chiarezza mi portava una maggiorazione della pena.
Per la prima volta nella vita cominciai ad intendere che cosa significasse per davvero ira funesta: quel deficiente di Corona adesso non parlava più, mi ero preso un due per colpa sua e già era un bel casino. Il professore, da parte sua, non mitigava per niente, peggiorava la situazione, mi aveva messo un due perché avevo interrotto la lezione ed io che credevo che le valutazioni si dessero sulla conoscenza della disciplina, oltre a questo adesso stilava la sua nota… scrivendoci cosa?
Osservai la finestra aperta davanti ai miei occhi, il fatuo riflesso del mio viso rabbuiato, mi voltai verso il professore che, con la penna sotto il mento, cercava le parole, verso Corona che rideva, verso la classe ammutolita come si stesse decidendo il mio destino ultimo e l’ira funesta raggiunse la sua vetta.
Sputai contro il vetro con una forza tale da smuovere la finestra come un soffio di vento l’avesse accarezzata. Chiusi immediatamente gli occhi senza pensare a niente.
Poi, a dire il vero, una cosa la pensai e chiaramente anche: ‘Noooooooo’.
Avevo fatto una vera e propria cagata, non c’è che dire.




3
L'età dell'oro
(U fess ca si)



OTTOBRE DEL NULLA IN ESPANSIONE

Una caldissima mattinata di metà ottobre.
I raggi della ruota si inseguivano senza mai raggiungersi, pezzi di fango indurito schizzavano dappertutto, per la pressione della gomma sull’asfalto, fulmini di un verde acceso si delineavano sullo sfondo nero del telaio.
Il mio viso nell’aria calda si immergeva come si potesse tagliare con un grissino, i miei polpacci spingevano i piedi sui pedali fangosi e la salita si fece impervia, adesso che la imboccavo.
Ma la mia era una mountain bike, adatta proprio a questo genere di cose, a queste salite improvvise, scalai di marcia, spinsi per un altro mezzo giro ed i pedali divennero improvvisamente più leggeri, molto più leggeri, troppo più leggeri: stavo procedendo al contrario o questa era una strada mobile?
Misi lo sguardo sulla catena, fuori dalle corone, fermai la bici cercando di non cadere, ne discesi, la piantai sul cavalletto anche se continuava ad andarsene in discesa. Trovai il giusto equilibrio perché restasse ferma, mi chinai a capire come avrei dovuto ripararla, poi la rimisi a posto, pedalai con una mano alzando la parte posteriore della bici e la catena riprese il suo giro. Le marce della mia bici non erano automatiche, ma manuali, nel senso che dovevi manualmente spostare la catena di corona in corona per cambiarle.
Ripresi posto sulla sella, mi rimisi in viaggio, lentamente per prendere il ritmo, poi sempre più veloce.
Mio padre mi stava aspettando.
Casa in campagna. Casa? Baracca! In un piccolo vitigno di mio nonno, il mio lavoro di quella giornata sarebbe stato dargli una mano a sistemare il casino di zappe e strumenti agricoli all’interno della baracca.
Per ogni giorno della mia vacanza imposta, mio padre mi aveva trovato un fastidioso compito che rinforzasse in me la convinzione che avrei fatto bene ad impegnarmi nello studio ed a non farmi sospendere mai più.
Mi avevano sospeso per quindici giorni. Per uno sputo. Se avessero contato i vomitini di Corona, credo che avrebbe avuto un bel po’ di anni ancora da scontare, fra le mura scolastiche.
Ed io che cerco sempre il lato positivo delle cose e di questa l’avevo scoperto nella libertà di potermi dedicare al mio studio di alternanza tra bianco e nero dei tasti di una pianola, ebbi a ricredermi presto quando scoprii che anche mio padre aveva colto un lato positivo della mia sospensione: mi avrebbe impiegato nello svolgere o nell’aiutarlo a svolgere tutto quello che si era trascinato dietro dall’inizio dell’anno e che, nonostante a volte anche abbastanza urgente, aveva finto di non aver mai il tempo di fare.
Negli otto giorni precedenti alla domenica della baracca avevamo già imbiancato tutte le pareti di casa, ridipinto porte e ringhiere, sistemato gli scaffali cigolanti di ogni ripostiglio e lavato un paio di volte la sua auto. L’auto l’avevo lavata io da solo, a dire il vero.
Adesso trovarmi un impegno si faceva sempre più difficile e così, prima che gli venisse l’idea di impiegarmi la mattina per accudire i miei nonni a casa loro (con mia nonna costretta a letto in quel periodo, tra l’altro), tirò fuori la storia della baracca per rovinarmi l’ennesima giornata.
Gli dissi che l’avrei raggiunto con la mia bici che aveva bisogno di essere sistemata e lavata e per questo quella domenica mattina cercavo di lasciarmi alle spalle la maledetta salita necessaria per proseguire il mio percorso fino in campagna.
Per attaccarmi alla mia tastiera non avevo avuto neppure un secondo di tempo, la sfioravo soltanto ogni volta che ci passavo accanto senza che i suoi tasti producessero alcun suono perché era spenta. Però mi navigava nella testa per tutto il tempo, cercavo di capire come potesse funzionare per davvero, che cosa mi mancasse per diventare un compositore, da dove avrei potuto trarre l’ispirazione per tirarne fuori una musica celestiale. E poi mi assalivano domande assurde del genere che: se avessi composto un pezzo troppo elaborato avrei avuto poi le capacità mentali necessarie per ricordarlo? Pensandoci, per me a cui il linguaggio della musica risultava aspro esatto uguale a quello della matematica, questo sarebbe stato un vero e proprio problema.
Ma tanto un pezzo elaborato non l’avevo ancora scritto, ispirazione zero, la mia musa ancora dormiente e nascosta, niente da dover ricordare e problema risolto.

La casa era appena fuori città, dove i condomini scomparivano per fare spazio al cielo ed al vento, nella campagna aperta. Imboccai per un tratto una Statale, poi voltai in una strada secondaria e da lontano i quattro metri per quattro della baracca emersero dalla folta vegetazione, accanto alla 33 rossa di mio padre parcheggiata di culo.
Arrivai fin dove si poteva con la bici, oltre c’erano i campi con la terra smossa e morbida, non sarei riuscito a pedalare su quel terreno.
Scesi e raccolsi da terra la mountain bike, me la issai su di una spalla e mi diressi verso l’ingresso della casa che quasi cadeva a pezzi, con il muro mezzo distrutto dalla pioggia e con la porta di legno marcio che non chiedeva altro che di essere sostituita.
Mi fermai davanti alla porta osservando all’interno mio padre armeggiare con una serie di arnesi, chinato sul massello che costituiva il pavimento.
“Pa’!” gli feci. Si voltò indietro, osservandomi.
“Uagliò, teu la mat-n t’adà jalzé cchiu sub-t!” questo era il suo solito saluto mattutino. Guardai l’orologio e cazzo eppure erano soltanto le nove e mezza: mezzora per arrivare, mezzora per prepararmi, considerato che era domenica non mi sembrava che fosse eccessivamente tardi.
Mi grattai il naso senza dire niente, avrei voluto chiedergli da dove iniziare, ma l’avrei fatto incazzare ancora di più. Certo che se me ne stavo zitto e fermo si sarebbe incazzato lo stesso.
“Che cosa c’è da fare?” provai a chiedere.
“Aspì, ca ddu ste nu cas-n d la Madonn” tirò indietro una cassa di ferro per gli attrezzi da lavoro. Aveva detto di aspettare che c’era un casino della Madonna.
Mi avvicinai alla cassetta, me la trascinai fuori. Mio padre aveva il vizio di agire per telepatia quando dovevi aiutarlo a fare qualsiasi genere di lavoro. Lui non ti diceva quello che dovevi fare, tu dovevi saperlo e basta, collegandoti alla sua mente. E dovevi saperlo anche abbastanza in fretta, se non volevi farlo spazientire.
Chiamò in causa un paio di Cristi e Madonne, erano i suoi interlocutori preferiti e gli si rivolgeva in qualunque momento della giornata, per varie categorie di conforto spirituale.
Cercai di collegarmi velocemente al flusso dei suoi pensieri, cercai di capire quale logica stesse usando nel togliere di mezzo gli oggetti, quale ordine seguisse, ma mi limitai più che altro a portare la roba che lui tirava fuori il più lontano possibile dalla sua orbita, poi in un momento in cui sembrava stesse sistemando l’interno di un cartone senza tirarci fuori nulla, me ne uscii a respirare lontano dalla polvere che stava alzando.
Uno stormo di uccelli che erano rimasti al ‘nord’ visto che l’estate aveva prolungato i suoi giorni caldi inoltrandosi fin nel mese di ottobre, si levò in alto dal verde di un albero che con la sua ombra raggiungeva la punta delle mie scarpe. Osservai il loro volo seguendoli finché non divennero così piccoli che a stento i miei occhi li avrebbero differenziati da uno sciame di api. Mi venne da pensare alla primavera e ragionai che se il tempo fosse trascorso al contrario l’autunno sarebbe stato primavera e la primavera autunno.
“Ouh!” mio padre mi stava chiamando, nel suo modo di comunicare ouh era il nome di chiunque gli capitasse a tiro.
“Che è?” gli chiesi.
“Ma inzomm, m’adà dé na men o t’adà sté a ‘ngandé l mosk?” mi agitò una mano contro. Significava: sei qui per aiutarmi o per incantare le mosche?
“Se tu mi dicessi cosa posso fare…” mi giustificai rivolgendo i palmi delle mani al soffitto, entrando nella baracca.
“E ce vvu fej? Azzick a s-stmej chur mob-l ddej” indico un pensile con una mano “Ngul a cchi t’è bb-v ce cazz d burdell ca sté” aggiunse poi.
Aprii lo sportello del mobile che avrei dovuto sistemare. Tutta una serie di attrezzi da lavoro erano buttati a montagna uno sopra l’altro, tirai tutto fuori lentamente e cercai di selezionare le varie categorie di oggetti: cesoie, forbici più corte, una piccola falce, tutti gli strumenti da taglio, insomma, da una parte; guanti, cappelli, stivali, un impermeabile ed altri indumenti da un’altra parte, piegando al meglio ogni cosa e continuai così per tutto il resto. C’erano tubi, candele della vecchia moto di mio nonno che chissà che fine aveva fatto, filo di ferro e tutta un’altra serie di oggetti. Rimisi ogni cosa nel posto che consideravo il migliore.
Una volta finito con il mobile aiutai ancora mio padre ad organizzare gli spazi all’interno della baracca ed il resto della mattinata lo passai ad osservare lui mentre cercava di sistemare la porta di legno della baracca che se n’era scaduta ed a sorreggergliela.
Verso l’ora di pranzo la porta fu riparata e mio padre non faceva che passeggiarle di fronte guardandola e sorridendo.
“A vist ca l’ham s-st-met? Madò ce cazz d call!” invocò l’ennesima Madonna per il caldo, portandosi una mano dietro la nuca e cercando di alzarsi i capelli sudaticci, nella sua camicia a righe azzurre che formavano larghi riquadri bianchi, incrociandosi perpendicolarmente, e dalle maniche arrotolate sugli avambracci. Il suo bracciale d’oro luccicava nel sole alto di mezza giornata.
Mio padre si voltò verso di me.
“Allor…” si diede tempo per pensare inspirando “Ce ja u fatt d la b-c-clett?” mi chiese quale fosse il problema della mia bici.
“Lascia stare, ora me la vedo io a sistemarla” gli comunicai.
“Embé nan adà v-nô a mangé?” mi chiedeva se avrei saltato il pranzo.
“No… mo fammi sistemare prima la bici, poi vengo” decisi.
“E nan t la put s-stmé a cches?” voleva che la sistemassi a casa, ma io preferivo restarmene da solo per un po’, immerso nella quiete della mondo rurale.
“Adesso mi metto con calma e l’aggiusto, poi torno”
“Mbé, fe che cazz vu, jo m’ n’ vac” diceva che si sarebbe finalmente tolto dalle palle. Si avviò verso l’auto, l’aprì, poi si voltò ancora verso me.
“Uagliò, v-t se t mitt a studié nu picc jind’a sti jiurn” respirai con il naso per evitare di sbuffare, continuava a ripetermi che avrei fatto meglio a sfruttare quei giorni per studiare, ma non smetteva di riempirmi le giornate con tutta quella assurda serie di cose inutili da fare.
“Sì, pa’, poi mi metto a studiare”
“Se, u fess ca si, ngul a chi t’è stramurt ‘nderr! E ce stè a p-gghié c fess?” disse che apprezzava molto la mia dedizione, prima di infilarsi nell’auto parlando direttamente con Maria Santissima circa i costumi sessuali nell’Israele degli anni vicini allo zero. Poi finalmente andò via.
Mi grattai la nuca, osservai la bici, cercai di capire da dove avrei dovuto cominciare, cercai di organizzare le idee e nello stesso momento in cui prendevo a realizzare qualcosa, la porta della baracca cominciò ad inclinarsi, finendomi addosso. Non riuscii a tenerla in piedi e così finì proprio davanti all'ingresso. Ero stato per più di un'ora, a tenerla ferma in piedi mentre mio padre operava.
La raccolsi da terra, pensai cosa avrei dovuto farne, poi la lanciai da una parte e mi dedicai nuovamente all'organizzazione del lavoro.
Da qualche parte doveva esserci un tubo rosso per l'acqua, mi pareva di averlo visto tirare fuori da mio padre.
Entrai nella baracca, mi piantai le mani sui fianchi, guardandomi attorno.
Un lato del tubo rosso spuntava da sotto una montagna di buste piene di buchi e legato ad uno spago di ferro tutto arrugginito. Anche per quanto riguarda la riorganizzazione del materiale, mio padre aveva fatto un lavoro eccellente, a quanto pareva.
Quando ebbi sfossato il tubo da sotto l’ultima busta che ancora rotolava sul pavimento, lo raccolsi con una mano facendo attenzione a non prenderlo dalla parte del filo di ferro. Poi me lo portai fuori perché con tutta la polvere che avevo alzato, davvero l’aria era diventata un concentrato di particelle di terra con una bassissima-microscopica percentuale di ossigeno. Continuai a tossire ancora finché l’aria di fuori non mi riempì di nuovo i polmoni dando il cambio alla terra e alla polvere.
Rimasi in piedi e poi seduto sulla porta a cercare di liberare il tubo di plastica flessibile dal ferro arrugginito che lo avvolgeva dipingendo di marrone i bordi delle piccole linee incavate nella gomma e ci riuscii soltanto un quarto d’ora dopo.
Mi presi qualche secondo di riposo, poi cercai di arrotolare il sifone alla meno peggio e me lo caricai su una spalla.
Il lavandino pieno di foglie in decomposizione e di piccoli insetti che nuotavano nella melma che lo riempiva, era messo sul lato destro esterno della casa. Mi ci avvicinai rimettendomi ad ogni passo il tubo sulla spalla, appena muovevo un piede, un estremo se ne scendeva giù per la mia schiena. Alla fine ci rinunciai e decisi di trascinarmelo e basta.
Raccolsi da terra il lato ribelle del sifone e ci ficcai due dita dentro. Poi iniziai ad allargarlo senza alcuna pietà e, quando finalmente la plastica aveva preso la forma delle mie dita, con un colpo deciso, ci ficcai il rubinetto dentro. Lo spinsi più su perché non avesse la felice idea di staccarsi di lì e poi tornai dall’altro lato della casa.
Mi caricai la mountain bike in spalla e la lasciai cadere vicino al lavandino, poi la rimisi ferma in piedi sul cavalletto e me la guardai bene bene, per vedere da dove avrei dovuto cominciare. Decisi di iniziare dall’alto, ragionando sull’influenza della forza di gravità.
Aprii il rubinetto incrostato, mi chinai per prendere il tubo, ma un getto d'acqua improvviso si liberò facendolo ondeggiare così forte da non riuscire a fermarlo. Iniziai a correre verso la bici, il tubo volteggiò ancora nell’aria aprendosi a metà per la pressione del getto d’acqua, la bici, investita dall'ondata, rovinò a terra con il cavalletto mezzo storto, io scivolai nella pozzanghera spuntata all'improvviso e finii dritto sotto la bici, sbattendo la testa al manubrio voltato verso di me.
Mi toccai la fronte pensando così tante parolacce da fare invidia a mio padre, poi mi portai in piedi e, fra le dita che tenevo sugli occhi, vidi il tubo volare letteralmente nell’aria come un serpente incantato. Con un tuffo riuscii a catturarlo, stretto tra le mani. Mi lanciai immediatamente sul rubinetto e lo chiusi il più velocemente possibile bestemmiando mentalmente per la forza che la rotella opponeva alla mia mano.
Con lo sguardo valutai l'entità del danno constatando il vomito che mi ero combinato addosso e la bici non stava assolutamente meglio. Un sorriso di stizza mi si formò sulle labbra, poi divenne una risata isterica, finché mi ritrovai a ridere sguaiatamente, immerso nella campagna completamente deserta tra i cinguettii degli uccelli ed il forte profumo di terra ed erba bagnate: avrei dovuto semplicemente richiudere l'acqua subito, ma un tale colpo di genio non sarebbe stato da me.
Rimisi in piedi la bici, con calma, gocce marroni raggiungevano il terreno cadendo dal telaio e dai raggi delle ruote.
Tornai al lavandino non prima di aver raccolto il tubo in mano, per più della metà della sua lunghezza era ormai inutilizzabile dal momento che l'acqua l'aveva squarciato, così lo piegai verso la parte buona, togliendomi d’intralcio la metà distrutta.
Girai nuovamente la rotella verso destra, delicatamente, delicatamente, finché il giusto getto d’acqua non comparve timidamente fuori dal buco, mi avvicinai alla bicicletta puntando sul manubrio e osservai una cascata di lurida acqua marrone rigettarsi a terra. Buon inizio, ok, ok, si poteva andare avanti senza problemi adesso.

Quando ebbi finito, arrotolai il tubo al mio braccio dopo averlo staccato di forza dal rubinetto: ce l’avevo messo così bene che non voleva più togliersi di lì, poi lo riportai in casa e lo gettai su di uno scaffale tutto arrugginito e pieno di buste che non sapevo neanche cosa contenessero.
Spostai la bici dall’altra parte della baracca perché il sole ci picchiasse su e la facesse asciugare il più in fretta possibile, intanto pensai di impiegare il tempo cercando la carta vetrata che doveva essere nella cassetta degli strumenti di mio padre.
Tornai in casa fischiettando, grattandomi il fango semiasciutto dalle dita, puntai verso il pensile a cui avevo dato ordine nella mattinata, mi sembrava di aver sistemato una busta con della carta vetrata. Ne aprii un paio per scoprire se la carta c’era o no. C’era.
Iniziai a voltarla da tutte le parti per testare la sua qualità e la quantità soprattutto, visto che avrei dovuto passarla sull’intera bicicletta. Decretai che poteva bastare anche per sverniciare un camion, poi richiusi il mobile e mi girai per raggiungere ancora la bici.
Granelli di polvere mi volteggiavano innanzi, rimanendo sospesi nel fiume di luce che penetrava dalla porta sfondata. Mi voltai dall’altra parte annusando lo spazio all’interno della stanza, il mio sguardo fu catturato dai pioli della scala di legno che portava sulla torretta. La chiamavamo così, era un'altra stanza di due metri per due posta sopra la baracca, da questa si accedeva ad una minuscola terrazzina.
Mi resi conto di non aver visto la mia chitarra, nella baracca. Non avendo posto a casa nostra, mio padre l'aveva portata qui, tempo prima, ma in effetti non era da nessuna parte. Seguendo questo pensiero, mi piantai la carta vetrata in una tasca, raggiunsi la scala, salii e mi ritrovai sulla torretta.
Mi ripulii le mani sulle ginocchia dei jeans, osservai l'ambiente attorno: quattro mura su cui se ne stava accatastata un sacco di roba ed una finestrella minuscola.
Distrattamente aprii la finestrella e, nella penombra, un sacco nero per l'immondizia apparve, pieno di polvere, ad un angolo della stanza. Una fitta rete di ragnatele partiva dal nero lucido e si espandeva sul muro grezzo alle sue spalle.
Misi due passi nel buio quasi completo, passai una mano sulle ragnatele che restarono impigliate alle dita. Me ne liberai, tastai l'oggetto all'interno della busta e confermai che doveva essere proprio la mia chitarra, mi guardai attorno, mi resi conto che nessuno poteva vedermi, così ci schiacciai contro una guancia, abbracciando la cassa armonica. Aprii la busta e mi accorsi di aver abbracciato una vecchia stufa elettrica dietro la quale se ne stava un piccolo attaccapanni, mi sentii stupido, mi voltai e scoprii un'altra busta nera.
Questa volta prima di abbracciarla mi accertai che dentro ci fosse la chitarra.
Ok, adesso potevo realmente salutarla.

Il caldo si fece opprimente, così mi sfilai disordinatamente la maglia che indossavo e la gettai da una parte, lasciando che la mia collanina d’oro si adagiasse fuori dal collo della maglia intima bianca, mentre mi accovacciavo sull'uscio della porta. Portai una guancia sulla cassa armonica, prendendo ad accarezzare la prima corda. Rievocai alla mente la scala delle note e roteai la chiavetta per tenderla, feci lo stesso con tutte le altre chiavi, riaccordando la chitarra.
Quando passai le unghie sul ponte, l'effetto d'insieme mi sembrò corretto.
Mi grattai la testa, cercai un accordo con la sinistra, provai ad arpeggiare, chiudendo per un attimo gli occhi. Restai in ascolto, come se il mondo intorno con la sua sola essenza potesse infondermi una qualche ispirazione, ma il mondo non aveva niente da dire o forse io non ero mai stato un grande ascoltatore.
Riaprii gli occhi, battendo con la mano sulla cassa, inspirai, osservandomi attorno e per un solo secondo, dal nulla, apparve qualcosa, come un piccolo, sottile dolore, proprio nel momento in cui ero più distratto, dileguandosi immediatamente prima ancora di prendere forma. Era tornato al nulla.
L'estate che si trascinava ancora, moribonda, il leggero frusciare degli alberi, la vivida tonalità del cielo e la cornice naturale dinanzi al mio sguardo, tutto catturava la mia attenzione, distogliendomi dalla mia ispirazione, come occultandola, negandomi che fosse esistita.
Estate, hai visto la mia ispirazione?
E tu, vivido cielo?
Leggero frusciare degli alberi, tu l'avrai senz'altro scorta?
Oppure tu, cornice naturale che dispieghi le tue membra, sotto il mio sguardo supplichevole?
Nessuno, pure avrei giurato che era stata così chiara a chiunque.
Ma io l'avevo vista, non poteva essere nient'altro, non era riuscita ad ingannarmi, questa volta. Decisi che per confermare la sicurezza di averla vista, l'avrei rincorsa, seguita nel nulla da dove proveniva e dove adesso era tornata a dimorare.
Lentamente richiusi i miei occhi e scrutai nella dimensione interiore, nella mia stessa mente. Un turbine di pensieri si affacciò al mio sguardo, i visi che avevano costellato l'ultima parte della mia esistenza, le sensazioni seguite alla mia separazione dalla scuola a neanche un mese dal suo inizio, la volontà ferma, ma sempre rinviata di dedicare a me stesso quel po’ di tempo che fosse necessario per capire non dico chi, ma almeno che cosa fossi, che forma avessi, su per giù.
Per darmi delle coordinate, la mia mente ricomponeva dentro se stessa quella che chiamiamo realtà e me ne lanciava messaggi visivi così da farmi sentire la mia presenza nel mondo, in quel preciso istante. Questo non mi sarebbe bastato e così, facendomi spazio tra i ricordi, mi affacciai ad un piano più profondo della coscienza. Improvvisamente scomparirono ad una ad una tutte le facce che avevo dovuto sopportare in tutto il periodo che mi aveva separato dalla mia chitarra, andavano via i volti del professore di inglese, del Preside, di Corona, di Pastore, di Fortunato, di Tarantino, di Ieva, di Morra, di Del Monte, di... di Moretti... no, quello aveva voluto un po’ più di tempo per andarsene, mi erano rimasti impressi per qualche secondo i suoi lineamenti al contrario che sembravano sorridere e invece plasmavano un'espressione d'odio, che piano... adesso sfumava anche quell'ultimo viso e c’eravamo di nuovo io e la mia solitudine, io e la mia coscienza, uno di fronte all'altro.
Due occhi emersero allora dal buio, due occhi di una luce livida, fermi dinanzi al baratro dell'incoscienza, proprio ad un passo dalle porte della percezione.
Li osservai, la mia coscienza mi stava osservando, mi intimava di indietreggiare, di non proseguire oltre nella mia ricerca. Tesi di più i miei sensi interiori, di più il mio terzo orecchio, di più il terzo occhio, li spinsi avanti, il mio sguardo fu a pochi centimetri, pochi millimetri dallo sguardo di luce, lo attraversò e dopo il bagliore prodotto dalla sua vicinanza, vidi attraverso me stesso il silenzio che orbitava attorno ad un asse inesistente.
Come fossi in immersione, restai estasiato dalle profondità raggiunte, dalla visione nitida della massa nebbiosa in perpetua mutazione che risiedeva nei miei abissi e che ogni tanto era risalita fuori dalle barriere della coscienza.
Ma fu l'orgasmo di un miliardesimo di secondo: il mio sguardo si allontanò progressivamente dal nulla ad una velocità allucinante, riemerse lo sguardo di luce evanescente, i volti di tutti i miei compagni di classe, labbra, occhi, candore di denti, orecchie, ciuffi di capelli e particolari di oggetti appartenenti ad ognuno di essi.
Tossii come rivoltando me stesso di nuovo verso l'esterno, i miei occhi furono accecati dal bagliore del giorno, la mia fronte oltremodo sudata, le vene rigonfie sulle mani ed il petto ansimante. Mi passai una mano sul viso, sentivo un indolenzimento alla base del cranio, proprio sopra la nuca, mi misi in piedi, andai a sistemare la chitarra da qualche parte, dentro la baracca.
Io avevo visto qualcosa emergere dal nulla. Era una stella, era una fata vibrante fra i rami, era un richiamo e l'avevo seguito. Ma la coscienza mi aveva risucchiato via, trascinandomi fuori dalla mia visione e riportandomi alla realtà del presente. Ma, anche se era durato soltanto per pochi secondi, la parte di mente che ero riuscito a controllare aveva memorizzato ogni deviazione del mio viaggio ed ora io, ne ero sicuro, avrei saputo ripercorrere in discesa la strada che mi avrebbe ricondotto al principio di ogni ispirazione.

Smontavo la bici pezzo per pezzo, giorno per giorno, staccando i bulloni, scartavetrando fino a scottarmi le dita e poi, nel pomeriggio, rimettevo tutto a posto e me ne tornavo a casa su di essa che ogni volta aveva una sezione grigio ferro in più.
Adesso mi mancavano solo la forcella ed il manubrio e quelle erano le due parti più difficili da scartavetrare perché bisognava smontare freni, marce, rifrangenti, ruota di avanti e tutte le belle cose.
Schizzavo nel vento in quella mattina, pedalavo sempre più in fretta, sentendo i muscoli delle gambe che lentamente cedevano quando i miei occhi avvistarono la grande scritta colorata della ferramenta.
Premetti immediatamente entrambi i freni anche se ci volle un po’ prima che la mia bici rispondesse al comando: erano molto lenti e mi ripromisi di metterli a posto dopo averla riverniciata.
Scesi dalla sella e poggiai la bici sul cavalletto (che avevo raddrizzato dalla volta del tubo di plastica), prima di infilarmi nella ferramenta.

Poggiai la lattina a terra e il secchio di vernice sul telaio della bici, provando a salirci: avrei dovuto mantenerlo con un braccio e guidare ad una mano.
Adesso bisognava sistemare la lattina.
Ci pensai un attimo, poi mi infilai la maglia che indossavo nei jeans, ficcandocela per bene e mi portai la lattina al petto, per farla passare dal collo della maglia e tenerla al suo interno. Fu piacevole il contatto dell’alluminio freddo con il mio petto riscaldato dall’ultimo sole pallido di ottobre.
Mi misi in cammino scomodamente e, poco alla volta, mi diressi verso la casa, fermandomi di tanto in tanto a rimettermi la maglia nei jeans o a sistemare meglio il secchio sulla staffa del telaio sverniciato.
Una volta arrivato, mi fiondai alla ricerca di una scatola di cartone in cui mio padre teneva gli attrezzi per la pittura, essendo stato, in passato, anche imbianchino. Lo trovai, le cose che mi servivano di ciò che avevo sotto gli occhi erano un vecchio pennello indurito dal tempo ed un secchio di catalizzatore che avrebbe aiutato la vernice ad asciugarsi più in fretta. Un altro secchio vuoto mi sarebbe servito per dosare i liquidi.
Portai fuori la roba e la posai a terra vicino alla bici, dove avevo già appoggiato la vernice ed il diluente.
Per prima cosa smontai la forcella ed il manubrio, poi liberai i due pezzi dai freni e da tutto il resto ed infine mi misi comodo alla base di un tronco di fico al confine col terreno di mio nonno ed iniziai a passare la carta vetrata sulla forcella.
Mi dotai di una pazienza infinita, procedevo millimetro dopo millimetro, restando in silenzio e cercando di distogliere la mente o di avanzare in modo ragionato nel flusso dei miei pensieri.
Non dovevo avere fretta nella ricerca di una musa ispiratrice. Adesso avevo il liceo, avevo le evoluzioni improbabili del caos neutrale che sarebbe stato il futuro, quello imminente e quello più esteso, avevo il mio tempo ed avevo soltanto quattordici anni. A quattordici anni la maggiorparte della gente è lontana almeno di cinque o sei anni dal capire cosa vorrebbe farsene della propria esistenza, dieci, quindici anni dal riuscire a mettere i primi passi senza l'aiuto di nessuno e chissà quanto tempo dalla possibile realizzazione del suo vero sogno.
Su, giù, roteando col polso seguivo le curve della forcella e raccoglievo nel palmo le staffe che la legavano alla ruota anteriore. Ci misi più o meno tre ore per terminare la forcella. Dopo essermela rigirata tra le mani, valutando il mio operato, passai al manubrio.
Io avevo già scritto dodici pezzi con la pianola, avevo un talento innato e se mi ci mettevo, avrei saputo ricostruire qualunque canzone riproducibile con i suoi tasti, mi dissi che dovevo semplicemente smettere di pensarci, non avere fretta, lasciar fluire il karma, dovevo orientalizzarmi, partecipare al flusso degli eventi senza irrompere in una scena di quotidianità con la mia frenesia di artista col blocco dell'ispirazione e ricordare infine che non avrei dovuto cercare l'arte, ma l'arte mi avrebbe cercato e al momento opportuno, se così doveva essere, mi avrebbe scelto.
Mi avrebbe scelto? Il problema era questo. E se, passando precocemente per le mie spiagge, adesso avesse da percorrere l'intero globo in cerca di altri cuori con cui comunicare prima di tornare al mio? Che cos'avrei fatto io, in tutto questo tempo?
Avrei fatto ciò che avevo sempre fatto e che, a quanto pareva, mi riusciva meglio di ogni altra cosa: aspettare con le mani sotto il mento senza fare assolutamente nulla.
Oh, no, io non avrei saputo aspettare. Avrei cercato in ogni modo di sciogliere il dubbio, avrei chiesto all'esistenza se mi avrebbe considerato un artista per gli anni a venire o se avrei fatto meglio a spaccare in mille pezzi la mia pianola subito, a pestarla sotto i piedi e correre il più lontano possibile da quell'insano sogno.
E in ogni caso non avrei accettato il suo responso, come non lo avevo fatto con i dodici pezzi di merda che componevano la mia discografia. Io sarei stato un cantante o io non sarei stato nient'altro. Io avrei avuto una musa o io non avrei mai più guardato nessuna ragazza, incrociando le braccia e scacciando via chiunque avesse voluto avvicinarmi.

Un'ora dopo anche il manubrio era tornato vergine, grattando sul ferro avevo fatto pulizia anche nel mio animo, non so quale fosse il risultato che avevo raggiunto, ma a giudicare dal manubrio, non doveva essere poi così male.
Lasciai a terra la forcella ed il manubrio e, con le mani sporche di polvere nera e verde, guardai l’orologio prima di decidermi ad iniziare a passare la vernice: non avrei fatto in tempo a verniciare tutta la bici e ad aspettare che il colore si asciugasse, anche col catalizzatore ci sarebbero volute almeno tre ore, stando a quello che mi aveva detto il proprietario della ferramenta. Pensai al da farsi, mi scocciò l'idea di dover attendere un giorno ancora per vedere riverniciata la mia bici. Guardai nuovamente l'orologio e intuii che anche quel giorno avrei saltato il pranzo.
Andai dentro a trovare qualche pezza nel caso mi sporcassi e poi tornai fuori: adesso avevo tutto ciò che mi occorreva davanti a me, mi sarebbe bastato arrotolarmi le maniche della maglia per avere le braccia libere, visto che avevo scordato di portarmi qualcosa che potesse funzionare da camice da lavoro; per quanto riguardava i jeans, non mi importava che si sporcassero perché erano talmente pieni di strappi che ormai rimaneva ben poco da poter sporcare ancora.
Aprii il barattolo della vernice strappando di forza il bordino di plastica che lo sigillava, l’odore della vernice mi colpì in pieno viso infondendomi una tenera ebbrezza.
Versai un terzo della vernice nel secchio vuoto che avevo trovato dentro, poi dosai il catalizzatore ed infine mischiai il tutto con il durissimo pennello con cui avrei dovuto lavorare. Quando tutta la vernice divenne omogenea, ne estrassi il pennello e cercai di ripulirlo e soprattutto di ammorbidirlo bagnandolo nel diluente ed anche se non ottenni grandi risultati, alla fine decisi che le setole erano tornate abbastanza flosce da poter iniziare.
Il primo colpo di pennello lo diedi al telaio, osservando la vernice prendere il posto del colore naturale del ferro, coprendo a strisce la staffa e andando avanti e indietro sotto il comando della mia mano, mi venne istintivo pensare a Karate Kid che riverniciava il cancello della casa del suo maestro.
Continuai per tutto il telaio, rifinendo meglio gli angoli, coprendo le parti grigie che erano rimaste, stando attento a non bagnare troppo né troppo poco il pennello, per non far apparire gocce o far sembrare il colore troppo asciutto e devo dire che l’opera mi riuscì molto bene, anche perché era la prima volta che rifacevo la mia bici, ma non era la prima volta che spennellavo dei pezzi di ferro.
Andai avanti così per tutta la bici, macchiandomi le mani e le braccia di vernice, nonostante tutta la mia attenzione e preoccupazione di passarmi su ogni minima macchia la pezza imbevuta di diluente, ma alla fine mi accorsi di aver fatto un lavoro davvero a posto: sotto i miei occhi luccicava, nel pallido sole di ottobre, un tappeto d'oro distribuito in diverse forme.
Ricostruii mentalmente la bici, me la figurai schizzare per le strade nell'aria ubriacante del mattino, non era proprio il colore ideale, ma fra tutti i ragazzi del mondo, probabilmente, solo io avrei avuto un'intera bici, da capo a piedi, tutta d'oro metallizzato.




4
Assemblea di classe
(Forse non è tutto perso, la speranza mi sorride dai suoi quattordici anni)



OTTOBRE DELL’INIZIO DI TUTTO

L’astuccio volò per tutta l’aula per un bel quarto d’ora, mentre Pastore, il suo proprietario, lo inseguiva tentando di riafferrarlo contraendo il viso in una smorfia quasi di disperazione: nell’astuccio c’era una calcolatrice scientifica, tre pennini ed un compasso Fabercaster e altra roba di un certo valore.
Adesso percorreva volteggiando l’intera stanza in diagonale e stava per cadere a pochi passi da me, proprio sullo spigolo di un banco. Non mi mossi, osservando il ragazzino mezzo sudato che spalancava gli occhi e la bocca dal terrore correndomi incontro.
All’ultimo momento mossi la sinistra sulla traiettoria dell’astuccio, afferrandone un angolo con due dita.
“Mi vuoi lanciare ‘sto cazzo di borsellino?” mi fece Corona dall’altra parte dell’aula, eravamo in due a lanciarcelo, così, per divertirci un poco dato che era mezz’ora che aspettavamo che cominciasse quella maledetta assemblea.
“Aspetta, oh, non vedi che l’ho appena preso?” Pastore era proprio di fronte a me, già alzava in aria le sue braccia tentando di riprendersi ciò che era suo, ma non ci sarebbe riuscito: era alto quasi la mia metà. Lo dribblai per un po’ fingendo di lanciare un paio di volte l’astuccio, poi osservai i suoi piedi: erano nella giusta posizione.
Schiacciai con il mio sinistro la sua scarpa destra, poi con una spintarella lo vidi sbilanciarsi roteando all’indietro le braccia e mandando fuori dalle labbra un “oh” così stupito che in quel momento quasi mi dispiacque di averlo fatto, ma ormai era tardi perché potessi riacciuffarlo per la maglia. Cadde rovinosamente di chiappe a terra.
“Allora, la vogliamo cominciare o no, quest’assemblea?” erano finalmente tornati i due che erano stati scelti come presidente e segretario delle votazioni. Immediatamente tutti presero posto in maniera ordinata, ognuno seduto compostamente al suo banco, i due che si occupavano dello spoglio si misero dietro la cattedra e il presidente, anzi, la presidentessa visto che era una ragazza, si sedette di fronte al resto della classe mentre il segretario stava in piedi vicino alla lavagna.
Gli unici che stavano ancora fuori posto come due rimbambiti, eravamo io e Corona, per non contare Pastore che stava a terra con una scarpa ancora sotto il mio piede.
“Barra!” la voce della presidentessa, acuta, rivolta a me “Lascia immediatamente andare Pastore e siediti, questo vale anche per te” indicò poi Corona.
La ignorai e lanciai l’astuccio verso il mio compagno che lo prese in due tempi, mentre Cosimo Pastore se ne stava sotto di me con la testa voltata verso Corona ed ebbe un sussulto quando al primo colpo quello se lo fece scivolare dalla mano, un respiro di sollievo quando riuscì a riprenderlo.
Plateale piroetta di Corona, contrazione del viso quasi stesse compiendo un lodevole gesto atletico rilanciando l’astuccio, codino che gli ballava dietro le spalle, piccolo applauso da parte mia e tuffo a destra per riprendere l’oggetto lanciato.
Mi piegai sulle ginocchia facendo un inchino e mi rialzai in fretta per tirarlo nuovamente quando, inaspettato, uno schiaffo mi raggiunse su una guancia.
Mi smarrii per un attimo e mi vidi sottratto l’affare dalle mani mentre cercavo ancora di capire cosa stesse succedendo, la mia mente tentò di elaborare in fretta la cosa, ma riuscii a collegare tutto soltanto quando, voltando la testa, vidi la presidentessa che restituiva a Pastore il suo astuccio a righe nere su uno sfondo bianco e con la cerniera rossa.
“Sei proprio un deficiente” mi apostrofò poi, quando il piccoletto si mise seduto al suo posto riponendo il borsellino nello zaino “Hai già la barba in faccia, ma ti comporti come un bambino di cinque anni con quell’altro menomato mentale del tuo amico”
Divenni immediatamente rosso senza sapere cosa rispondere ad una ragazzina di quattordici anni o giù di lì che mi rimproverava di essermi comportato come un fesso, anche se quello che più mi provocava vergogna era il fatto che avesse perfettamente ragione.
“Io volevo solo scherzare un po’!” cercai di giustificarmi mantenendomi la guancia che la ragazza mi aveva colpito.
“Bel tipo di scherzi, questi che fanno divertire solo te e il tuo amico” e vabbé, la figura di merda era già impacchettata, non avrei potuto far più niente per evitarla ormai, anzi, non volevo fare niente per evitarla, perché a pensarci, potevo ancora recuperare, è solo che non avevo voglia di rispondere a quella lì che non conoscevo nemmeno e che avevo visto sì e no per un mese seduta nel banco dietro il mio, con cui avevo avuto a che fare una sola volta, mi pare, quando le avevo bagnato tutti i libri al ritorno dell’ora di educazione fisica, sì, quella volta che… il giorno in cui ero stato sospeso, insomma.
Non ricordavo neanche come si chiamasse.
“Sarah!” urlò il segretario, Mesaroli, uno dagli occhi azzurri che sembrava il tipico protagonista dei film per ragazzi americani “Vieni, dài, iniziamo questa assemblea che sennò poi cosa diciamo al Preside?”
Mi morsi un labbro osservandola con la rabbia che prendeva a salirmi per il fatto di dover lasciare incompleta la nostra lezione di comportamento con tutte le cazzate annesse.
Lei sculettò fino alla cattedra dentro un paio di fousons fucsia con ai lati della cosce due strisce bianche, poi si voltò mentre mi sedevo al mio posto.
Corona se ne tornò al banco fischiettando indifferente, sapeva che nessuno gli avrebbe detto nulla, non gli dicevano mai nulla perché era più grande, perché era un bastardo e perché sapeva sempre e comunque come mettere a posto chiunque, mentre io stavo ancora acquisendo le sue arti magiche di condizionamento psicologico. Stavo già immaginando il modo con cui mi avrebbe educato una volta sedutosi accanto a me: “Sei un coglione perché non sai neanche rispondere ad una stupida che vuole fare la maestrina e che non ha capito proprio un cazzo della vita” e cose così, invece, anche lui rosso in viso, osservò la lavagna, si mise un dito in bocca, si voltò verso di me e iniziò a ridere sotto i baffi come se avesse compreso di aver fatto anche lui la figura dello scemo.
Risi con lui e poi iniziammo ad ascoltare la presidentessa dai fousons fucsia.
“Allora, sapete che ci servono due membri del gruppo che ci rappresentino all’interno del consiglio di classe e che gestiscano le nostre assemblee ed i rapporti con i professori, con il Preside e con gli alunni delle altre classi. Bene, oggi voteremo questi due rappresentanti, vi saranno distribuite delle schede su cui esprimere il vostro voto e poi ci sarà lo spoglio che designerà i due rappresentanti. Io mi occuperò di questa che è considerata la prima assemblea di classe, il segretario stilerà invece una relazione su quello che è avvenuto durante l’assemblea, Sabrina Altamura si occuperà dello spoglio ed Antonella Cavallaro scriverà alla lavagna i nomi dei candidati con i relativi voti. Tutto chiaro?” come no?! avevo capito tutto fino a che non si era cominciato a parlare di membri, praticamente non ci avevo capito niente.
“Ma prima di tutto bisogna che i candidati si presentino alla cattedra e ci espongano in breve il loro programma” disse infine, tanto per complicare ulteriormente la faccenda.
Comunque sembrava che in parecchi avessero capito quello che la presidentessa avesse detto, visto che in cinque si alzarono e si diressero verso la cattedra.
Ripropongo nei minimi particolari ‘l’esposizione del programma’ di ognuno dei candidati:

- Orion Di Giglio:
(Forse leggermente storto quella mattina)
“Io... voglio diventare rappresentante di istituto...” e tutti lo correggemmo la prima volta “Di classe!”. “...eh! mi sono imbrogliato. Beh, stavo a dire che voglio diventare rappresentante di istituto perché...” e tutti lo correggemmo la seconda volta “Di classe!”. “Beh, vabbé, voglio diventare rappresentante perché... io vi prometto che... cioè... che io siccome lo so come si fa perché mio padre lavora nella scuola e allora io so fare il rappresentante di istituto” Forse non sembrava, ma il discorso era concluso, gli risparmiammo persino l’ultima correzione perché davvero rimanemmo sbalorditi dalle profonde motivazioni che lo avevano spinto alla candidatura.

- Antonluca Marcantonio:
(Così veloce da capirci solo la parola sciopero più volte ripetuta)
“Io, ragà... cioè se voi volete fare sempre sciopero, votate ammé che io già non mi va di fare niente neanche ammé e voglio fare sempre sciopero perché lo sciopero è un nostro diritto? e allora facciamo sempre sciopero”
Questo era abbastanza affascinante, come programma.

- Cosimo Pastore:
(Il nostro eroe)
“Allora, in questa classe siamo molti, particolarmente tanti ed è difficile da gestire, però io penso che per me non è difficile perché basta che voi mi dite che cosa devo fare e io sono uno calmo e lo posso fare perché così non stiamo sempre a fare lite con i professori”
Applaudii per un quarto d’ora a questo discorso, nonostante la presidentessa mi lanciasse occhiate da cavarmi il cervello dal naso e dopo un po’ si unirono a me cinque o sei ragazzi dell’ultima fila.

- Marialucia Del Monte:
(La nostra eroina)
“Io non lo so come si fa la rappresentante oh, né, ragà... però penso che è un’esperienza che bisogna provare oh, né, ragà... perché mi sembra una bella idea oh, né, ragà... che uno di noi ci rappresenti davanti ai professori e oh, né, ragà... mi piacerebbe farlo” e con quest’ultima frase soffusamente compromettente, tanto che tutti quanti strabuzzammo gli occhi, pensando a cosa le sarebbe piaciuto fare, Marialucia lasciò il posto all’ultimo candidato.

- Morra Eugenio:
(Rosso come una mela rossa, non stava fermo un attimo, tanto che mi fece saltare i nervi a vederlo parlare)
“Allò ragà cioè... no, che, cioè, io, no, che, cioè... sostatbocciato, no, che, cioè, io, l’hofattopurl’altravolta, no, che, cioè, cioè, cè (è un cioè sincopato) cè (pure questo) elosofare, cioè, cé”
Ok. Cominciai a pensare che magari avrei votato lui.

Dopo un’altra mezza dimostrazione della capacità oratorie di Sarah Moretti (ecco come si chiamava la tipa dai fousons fucsia), un ragazzo di cui non ricordavo il nome iniziò a distribuire questi bigliettini qua, no? su cui praticamente dovevamo scrivere il nome del candidato che avremmo voluto votare.
Furono scritti alla lavagna i nomi dei cinque candidati e poi iniziammo a votare, ognuno per proprio conto, o quasi.
“Tu per chi voti?” chiesi a Corona, incerto nell’esprimere la mia preferenza. Avrei votato Pastore alla cieca, ma tutti sembrava stessero spremendosi le meningi come se la cosa fosse seria per davvero. Mi venne il dubbio.
“Non saprei” disse grattandosi la tempia e mordendo la penna che gli era stata naturalmente prestata dato che lui non portava mai nulla a scuola.
Lo guardai, mi guardò, guardammo i personaggi in piedi alla lavagna mentre anche loro votavano come noi comuni mortali, finché i nostri occhi non si fermarono sul viso piccolo piccolo dell’omino che avevamo preso in giro fino a pochi minuti prima. Tornammo a guardarci in viso, annuimmo e finalmente votammo. Pastore era il personaggio giusto, per far valere i nostri diritti.
Alzai la testa dopo aver espresso il mio voto e vidi i ragazzi dell’ultima fila che si consultavano per decidere chi votare, allora intervenni attirando l’attenzione di uno di loro, Giuseppe Mangino mi pareva si chiamasse.
“Non sappiamo chi votare” sussurrò per non farsi beccare dalla presidentessa.
Feci segno verso Pastore con la testa e quello mi fece intendere di aver capito strizzandomi l’occhio. Lo vidi proporre il nome agli altri sette e contai sette consensi.
Voltai nuovamente la testa verso la lavagna, compiaciuto della pubblicità che avevo fatto al nostro candidato e mi trovai di fronte un addome piatto di ragazza, in mezzo a due fianchi dalle curve rotonde che convergevano all’interno, proprio fra le gambe di...
“Quando ti ho detto che sei un deficiente, mi sbagliavo. Devi essere almeno trenta volte tanto. Ma insomma, che devo fare io per farti capire che questa è un’assemblea di classe e che un’assemblea di classe è una cosa seria e che non puoi stare a fare quello che ti pare e dare fastidio? E come devo dirti che il voto è una cosa personale e non puoi dire agli altri chi votare? Spiegamelo tu, come devo fare con te?” sgamato un’altra volta dalla presidentessa.
“Va bene” mi alzai in piedi per vedere come era il suo viso visto per la prima volta da vicino.
Beh, insomma, un po’ bruttina, però aveva due labbra, Cristo “Le prometto di non importunare più nessuno degli elettori, signora presidentessa, interiorizzerò il mio voto occultandolo a chiunque altro ed eviterò di farne propaganda o anche solo di enfatizzare una occhiata in particolare” ok.
Non credo dovesse ritenermi particolarmente dotato di capacità comunicative, stando almeno all’espressione sbigottita che la mia frase pronunciata tutta d’un fiato aveva prodotto sul suo viso. Progressivamente la sua smorfia passò dall’incredulità alla vera e propria stizza per l’incapacità a sentenziare una replica alla mia affermazione. Quando rifeci indietro la sedia per riprendere posto mi resi conto che mi stava ancora osservando. Incrociai le mani sotto il mento, la guardai ancora e le sue labbra, in contrasto con le sopracciglia ancora calate sugli occhi che avevano le tonalità calde di un guscio di nocciola, erano mosse ad un sorriso.
Mi stava sorridendo. Inaspettatamente.
E a pensarci bene non era bruttina, no, il fatto è che non l’avevo mai vista sorridere, sinceramente, non è che volevo ritrattare solo perché sembrava un po’ meno ostile adesso, però, cioè era... posso dire carina? sì, beh, carina, ma giusto un po’ e... soltanto adesso, mentre mi sorrideva, soltanto adesso, lo giuro, dopo sarebbe tornata bruttina, ok?
“Lo spero” aggiunse semplicemente tornando dietro la cattedra.

Quando tutti avevamo espresso il nostro voto, ci fu spiegato come piegare i bigliettini ‘in modo che il nome sia occultato dalla seconda metà del foglio’, (bastava dire di piegarli in due) poi quello che li aveva distribuiti rifece il giro della classe per raccoglierli, li portò alla cattedra e li ripose in una scatola di cartone
Sabrina Altamura, designata ‘spogliatrice’ dei voti si apprestava ad aprire la scatola e ad estrarre il primo bigliettino su cui era impresso il voto che avrebbe aperto la gara tra i cinque candidati.
La sua faccia sembrava soddisfatta, intesi già che su quella scheda non doveva esserci il nome del nostro uomo.
“Marialucia Del Monte!” spuntò fuori dalle sue labbra, seguito da un’ovazione femminile da ‘viva le donne al potere, Lady Diana, Elisabetta prima’ e cazzate così.
Primo voto fottuto, e gli altri?
Dovemmo aspettare che Del Monte avesse raggiunto già il quinto voto e che gli altri avessero almeno due voti ciascuno, prima di vedere il nome che volevamo conquistare una crocetta sulla lavagna.
Si continuò così fino agli ultimi dieci voti. Del Monte già volava alto, Morra aveva tre voti, Di Giglio quattro, Marcantonio due ed il nostro virtuale rappresentante solo quell’unico voto che pensavo fosse il mio, perso tra tanti Del Monte. Quel deficiente non doveva essersi votato neppure da solo. Bella prova di autostima.
Ma gli ultimi dieci voti ci riscattarono pienamente, nove di questi erano per Pastore e, volendo proporre una piccola descrizione del casino che facevamo ogni volta che Altamura pescava un bigliettino col nome che volevamo ascoltare, basti dire che: allegati alle urla corali che inneggiavano al nostro eroe, ci furono lanci di quaderni a destra e manca, lanci di penne, sputi sui muri, fischi da schiattare le orecchie con tutta la roba che avevano dentro, parabole di libri che finivano per schiantarsi sulla lavagna, cestino lanciato all’aria e pioggia di immondizia sulle teste pure e candide delle nostre ragazze, sedia distrutta contro la cattedra e scissa nelle sue due componenti primordiali (ferro/legno), schiaffi su qualche nuca rossa già schiaffeggiata da cinque o sei prima di me, un banco che sfiorò il soffitto lanciato da Corona, il rischio che quel banco finisse sulla testa di una che ci stava seduta davanti a quel banco che invece finì a terra su uno dei suoi spigoli che si gonfiò come un ginocchio fracassato, attaccapanni distrutto.
Totale: Pastore fu eletto rappresentante a pari merito con Del Monte, gli altri dieci voti che avanzavano erano quasi ben distribuiti tra gli altri tre tipi, la presidentessa stanca di urlarmi dietro si rassegnò lasciandosi andare sulla sedia dietro la cattedra, accalorata tanto che le si imporporarono le guance, con i capelli scompigliati che sembravano un covone rotolante da mezzogiorno con due soggetti con cappelli da cowboy che si sfidano a duello.
Quando la campanella squillò per rispedirci a casa, mi avvicinai a lei cercando una riappacificazione, mentre Pastore veniva lanciato in aria e ringraziato con una serie di schiaffi dietro la nuca, era davvero la sua giornata, mi dispiaceva avergli rotto le palle con la storia dell’astuccio, promisi di non farlo più.
“Ehi bella, che ti prende? E’ festa, su, mettiti un bel vestitino elegante questa sera, che ti porto a mangiare qualcosa. Ti va?”
“Come no?” rispose ravviandosi i capelli e chiudendo gli occhi, stanca e scocciata.
“Dài, non fare così, lo so io qual è il tuo problema” sembravo uno psicologo da strada, ma davvero l’avevo centrato il problema.
“E quale sarebbe, vediamo?” mi chiese più per mandarmi a cagare il più in fretta possibile che per il fatto che mi stesse prendendo sul serio ed io le dissi:
“Tu prendi le cose troppo seriamente” puntandole un dito sul naso che sembrava illuminato da un led rosso.
Osservò il mio dito storcendo gli occhi e non le diedi il tempo di rispondere, perché sapevo che non mi avrebbe risposto come una a cui stai dicendo una verità che riconosce come possibile.
“Ridi” le proposi senza successo.
“Non mi va di ridere, non c’è nessun motivo per ridere”
“Ma io so che tu adesso mi guardi in faccia e ridi” perseverai, senza pretendere niente di più di un semplice sorriso che sembrava comunque tanto difficile ottenere.
“Ti ho già detto che...” e spostò gli occhi dal mio dito al mio volto, mi feci cogliere con un’espressione seria, di quelle da convinto sostenitore delle proprie tesi , solo così l’avrei fatta...
“...non voglio ridere, ok?” davvero dura, eh?
“Ti chiedo di farlo una volta sola. Lentamente muoviamo le labbra insieme, e ci ridiamo in faccia, io a te e tu a me, così siamo pari, no?” provai ancora, ma già sapevo a quale tecnica avrei dovuto ricorrere, quella che si usa come ultima speranza, con le ragazze.
“Smettila! Adesso mi stai veramente scocciando”
“Mi piaci” eccola qui, la ‘tecnica’, tanto che dopo un po’ di perplessità, un abbozzo di sorriso si stampò sulle sue labbra “Sì, beh, voglio dire, per come sei, ecco...” bisogna fare il timido però, sennò niente risata finale “così... così diversa da me, che non so fare due più due e tu che invece, beh, sei brava in tutte le materie, da quanto ho potuto vedere”
“Ma se sei mancato negli unici quindici giorni in cui hanno interrogato!” rispose come volevo che rispondesse.
“Ah sì? E’... è vero” dissi spostando lo sguardo in alto, fingendomi imbarazzato.
Tornai a guardarla in viso ed assaporai la scena in cui le sue labbra si distendevano pacatamente. Dài, un po’ di più, sembra quasi un sorriso, forza che ce la fai, non farti pregare che non mi va di inginocchiarmi davanti a questa marea di deficienti, un po’ di più, dài, dài che ci siamo, quel centimetro in più... ok, ok questo è un sorriso, lo prendo per buono, va bene così, ma adesso bisogna strafare.
“Pensandoci bene è come se la scuola media per me non fosse ancora finita, forse hai ragione a dirmi che sono un bambino” e questa era una vera e propria risata, anche se molto simile ad un singhiozzo.


5
Sopra un giaciglio di rose
(Anche la bellezza dell’inverno sa generare amore)



NOVEMBRE DELLA CERTEZZA

Alcune nobili menti avevano deciso che, al mio rientro dalla sospensione, avrei recuperato le interrogazioni che non avevo potuto dare nel frattempo e più semplice sarebbe stato invece affidarmi un quattro politico per ogni materia. Non c’era proprio modo di evitare questo genere di figure di merda, eccezionalmente significative quando si trattava di interrogazioni di matematica e fisica.
Per quanto non fosse una soluzione congeniale per essere valutato, dovetti sottostare senza alcun preavviso ad una serie assurda di interrogazioni a mitragliatrice. A volte in una giornata ne avevo fatte due, io che il pomeriggio prima non ero riuscito a prepararne mezza.
Questo d’italiano aveva invece maturato la decisione di valutarmi in un’interrogazione più equa, limitando la portata del programma da preparare e dandomi qualche giorno in più rispetto agli altri.
Quella mattina me ne stavo con il libro di letteratura italiana sulle gambe a ripetere quello che già sapevo di Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale. Quello che già sapevo dalla scuola elementare, dalla scuola media e dall’ultima ripetizione del giorno prima, mentre il professore percorreva con un dito e con lo sguardo l’elenco degli alunni presenti per affiancarmi un secondo interrogato. Quando il nome che pronunciò fu quello di Sarah Moretti, mi guardai attorno per capire se avessi sentito bene: possibile che fosse una delle ultime a dover essere ancora interrogata? Da quel che avevo capito ascoltandola parlare dietro di me, si era offerta volontaria a quasi tutte le materie.
La osservai mettersi comoda davanti ai miei occhi col suo libro stretto al seno ed i capelli raccolti dietro le spalle mentre muovevo le labbra in fretta per ripetere a velocità allucinante tutti i concetti che avrei cercato di esprimere, a tempo debito. Cazzo quanto erano poche le cose che ricordavo! Eppure mi era sembrato di possedere nel palmo della mano vita, morte e miracoli di Montale.
Qualcosa fuori dalla finestra colse il mio sguardo, un passero posatosi in quel momento sul ramo di un albero, mosse il suo capo, sembrò osservarmi, oltre il vetro. La luminosa intensità del sole faceva brillare tutti i più vivi colori dell’autunno e si rifletteva sul piumaggio dell’uccello. Il mondo poteva essere un posto chiaro, a volte, poteva essere un posto luminoso e dai colori accesi.
Poi l’uccello si spostò, venne più vicino, sopra un cespuglio di rose, si soffermò su un rametto che prese a dondolare. Rivolse ancora a me il suo sguardo, mentre la testa ciondolava, stava guardando me e non c’era nessun dubbio.
Improvvisamente tutti i pensieri abbandonarono la mia mente e quando il passero se ne volò via e la scena che avevo osservato perse d’interesse, tutto fu più chiaro dentro di me, tutto s’intinse della fredda luce che proveniva dal fuori, schiarendosi.
Avevo di fronte a me Sarah Moretti, il suo viso chiaro adesso che riportavo su di lei i miei occhi, era diverso, più definiti i suoi lineamenti e più nitidi i colori che indossava, come se l’illuminazione ricevuta dal freddo quadro osservato fuori dalla finestra avesse infuso nel mio sguardo nuove capacità percettive.
Fu in quel momento, quella mattina di novembre, che per la prima volta la vidi bella e restai confuso come se lo stessi scoprendo proprio allora, come se, più che averlo realizzato col passare dei giorni, l’avessi intuito tutto d’un colpo, quasi per caso.
Cambiai posizione senza smettere di osservarla, mentre il professore formulava le prime domande, mentre lei elaborava le prime risposte. Mi chiesi come avevo fatto a non accorgermi della sua bellezza fino a quel momento, da che cosa ero stato così tanto preso se non ero riuscito a fermarmi un istante nella contemplazione di quel viso che (continuavo a rimanerne esterrefatto) non si poteva che definire bello.
Parlava con garbo, le sue labbra rincorrevano le parole velocemente, iniziai a percepire il suo profumo nell’aria, profumo di qualcosa di buono, profumo di qualcosa di estivo, anzi, di qualcosa di fresco nel caldo torrido dell’estate, gesticolava con le mani, le dita sottili e brune, la pelle liscia, per aiutarsi ad esprimere concetti e idee, si sistemava meglio sulla sedia, si fermava per tossire un attimo e poi ripartiva, più spedita, rinforzando le sue teorie, sembrava quasi presa dal suo commento, sembrava emozionata e il fatto di vederla emozionata, non so per quale assurda ragione al mondo, emozionò anche me. Potevo sentirlo perfettamente, spostai una mano al petto, corrugai la fronte, riportando lo sguardo fuori dalla finestra, cercando di cogliere ancora la cornice precisa dell’immagine che mi aveva cambiato, per scoprire, per studiare cosa mi fosse successo e per quali ragioni fosse accaduto.
“Ma, ascolta, Barra, questa è stata considerata la poesia più bella e famosa di Eugenio Montale, perché, secondo te?... ... Barra... ... Barra!”
Barra non c’era più, scomparso, immerso nella tenera crema di parole montata da Sarah e adesso nel suo viso tranquillo, rilassato, nello sguardo da cui filtrava la preoccupazione di aver potuto commettere qualche possibile errore, Barra cercò di divincolarsi per riprendere l’interrogazione, Barra scosse la testa senza staccare gli occhi dal volto di Sarah e Barra iniziò a parlare con gli occhi pieni del volto di Sarah, senza emergere completamente da quello stato di non piena lucidità.
“Comprende in sé il significato di tutta la poetica dell’autore, perché esprime il senso che Montale ha attribuito all’esistenza ed al suo inutile cercare di scavalcare un muro. Montale aveva visto qualcosa, ma quel qualcosa era oltre il muro e se anche avesse tentato di scavalcarlo, avrebbe trovato il dolore ad aspettarlo in cima” io avevo visto qualcosa e tra me e lei non c’era nessun muro, o meglio sì, c’era stato un vetro, ma adesso qual qualcosa aveva invaso il corpo della ragazza dinanzi ai miei occhi.
Io avevo avuto un’ispirazione, fuori dalla finestra. Il mio sguardo l’aveva seguita entrare all’interno dell’aula come fosse un flusso d’aria, il flusso era stato assorbito dal volto di Sarah Moretti. L’ispirazione adesso era dentro di lei, in lei risiedeva, era uscita dal nulla del mio inconscio ed io l’avevo catturata, ma non ero riuscito a portarla alla coscienza, lei mi era sfuggita, si era rintanata in Sarah ed io avrei dovuto aspettare che facesse di nuovo capolino, prima di farla mia.
“Quindi Montale è un pessimista?” Sarah, dopo aver tentennato, si propose per fornire una risposta.
Non le toglievo gli occhi di dosso, attendevo che l’ispirazione riemergesse dal folto dei suoi capelli, dal candore delle sue guance, o fuori dalle stesse labbra, confusa tra le parole, non mi sarebbe scappata un’altra volta, sapevo precisamente dov’era, racchiusa nella bellezza di quel giovane volto che sembrava stesse parlando a me, quando diceva:
“Montale ha una visione della vita pessimista, ma secondo me, a rendere il muro così difficile da scavalcare, non è il muro stesso. Cioè, non è insito nel muro, cioè insita, la difficoltà di superarlo, ma proprio nella visione pessimista di Montale”
La bellezza, l’ispirazione, non erano state nella scena che avevo visto. La mia visione le aveva attribuite al passero, al volto di Sarah, ero io che le avevo infuse lì dove i miei occhi avevano guardato. L’ispirazione era stata nei miei occhi, da loro era emersa, aveva tentato di rimanere impressa nella foto fuori dalla finestra, ma non v’era riuscita. Aveva cercato un altro soggetto ed aveva trovato un nido proprio dentro la ragazza.
Mi grattai una tempia, mi chiesi ‘E quindi?’ ma nessuna voce mi spiegò quale sarebbe stato il da farsi.

La Yamaha era immobile sul piedistallo, i suoi tasti bianchi e neri mi chiamavano gridando come non mai, dicevano “Non fare lo stupido, dài, lo sai che hai bisogno di noi, allora fallo adesso, lascia perdere quello stupido libro di matematica e mettiti a lavorare su di noi, posa le tue candide mani sulla nostra plastica ed estorcici le più belle note con cui puoi plasmare quell’ispirazione, metti il cuore proprio qui, accanto a noi e vediamo cosa succederà”
Così lanciai da una parte il libro di matematica e mi fiondai sullo sgabello tenendo le ginocchia sotto il piano ed allargando le braccia con le mani sospese sui tasti.
Aspettai un po’, prima di cominciare, cercai di rievocare la situazione che mi aveva ispirato, ricordai Sarah Moretti, ricordai quanto fosse stato dolce il tono della sua voce, i movimenti delle sue mani, l’emozione che le leggevo negli occhi durante l’interrogazione e senza neppure accorgermene, stavo già suonando.

SOPRA UN GIACIGLIO DI ROSE

Stretta nell’abbraccio caldo di un maglione,
sorridi, dal tuo angolo di mondo e ti appartieni.
Ed io non so che dire, farei solo confusione
se ti dicessi quello che ho sentito, lascia stare.

Non era nei miei piani, forse non lo crederai
di certo non sospetti ancora niente tra di noi
cercavo la mia musa in questo mare di persone
e adesso che ci sei forse è già meglio rinunciare.

Tu certo non lo sai cos’è l’amore,
sei solo di te stessa, per favore
fa finta che non sia successo niente a questo cuore
dimentica, dimentica, i miei sguardi e le parole,
cancella questa traccia, questo giovane dolore,
rilascia al nulla, presto! la mia ispirazione

Adesso il mondo è zitto e ferme son le cose
colpevoli di avere dato un senso nel parlare
alle mie orecchie, al cuore, fredde eran le rose
ti stenderei tra quelle ad osservarti riposare.

Tu non parlare neanche, ma continua a soffermarti
su quello che credevi certo fino a stamattina
non prendermi sul serio se non smetto di guardarti
un po’ di tempo aggiusterà le cose, ragazzina.


Tu certo non lo sai cos’è l’amore,
sei solo di te stessa, per favore
fa finta che non sia successo niente a questo cuore
dimentica, dimentica, i miei sguardi e le parole,
cancella questa traccia, questo giovane dolore,
rilascia al nulla, presto! la mia ispirazione.
Ritornerò a curarla solo,
come ho fatto in tutte
le mie ore.

Una canzone.
No, soltanto un testo su quattro note di merda.
Però bello.
Sì, magari qualche frase, qualche nota, adesso non è che potevo stare a chiedere chissaccheccosa al mio talento, era già tanto che, dopo tanto tempo, questo amorfo tentativo di comporre fosse arrivato a fine. Ed in più avrei potuto modificarla, sistemarla meglio, insomma, l’avevo scritta in dieci minuti. Magari un quarto d’ora. O forse un intero pomeriggio?
Ci pensai, nel frattempo mi sdraiai sul letto, chiusi i miei occhi.
L’immagine di Sarah si stagliò nel buio della mia mente. Lei non c’entrava niente con il mio amore, l’avevo soltanto vista bella, quella mattina, ma era stata la mia ispirazione a donarle bellezza, erano stati i miei occhi a volere che fosse così, erano la prima cosa che avevano visto dopo l’idillio fuori dalla finestra.
Però chi l’avrebbe pensato mai? Mi venne da ridere a pensare che faccia avrebbe fatto, se avesse saputo che, senza che provassimo niente l’uno per l’altro, le avevo dedicato una canzone. Immaginai le sue labbra spalancarsi in una O di meraviglia ed i suoi occhi ingigantirsi per la sorpresa.
“Oh mio dio” avrebbe detto “possono succedere queste cose?”
Nel frattempo che ci riflettevo su, il materasso mi parve più morbido. Sorrisi, per come mi sentivo, quella non era più la mia stanza e quello non era il mio letto, io avevo imbrigliato la mia ispirazione ed ora rilassavo le mie membra in vetta ad una serenità suprema, disteso
sopra un giaciglio di rose.



6
Saranno state queste stelle oscene
(Io sono morto ma non c’è nulla di cui preoccuparsi)



DICEMBRE DEI PRIMI SOGNI

Pedala, pedala, non smettere di pedalare, devi fare presto per favore.
Va bene, pedalo, pedalo e non mi fermo.
Le luci della città mi sembravano riflettori che mi inseguivano alla velocità di sessanta chilometri orari mentre andavo avanti a slalom tra la gente, con la mia bici d’oro tutta striata di acqua e fanghiglia.
Faceva un freddo bestia, come d’altronde doveva essere all’inizio di dicembre quando maglie dolcevita, giacconi, sciarpe e guanti di lana erano ormai stati sfossati dagli armadi.
Ancora due o tre slalom e sarei stato all’incrocio giusto.
La gente era fuori alle undici di sera con quel freddo assurdo, le macchine con i vetri bagnati ancora dall’ultima pioggia del pomeriggio, le insegne addobbate manco fosse Natale... ah già, c’eravamo quasi.
Allo Scorpion davano un film di quelli pallosi che giustamente in tutto il resto dell’Italia era uscito più o meno tre mesi prima e qui arrivava quando oramai gli attori erano già diventati icone di altri film successivi. Aspettare che un film arrivasse allo Scorpion era snervante, ti passava la voglia, ma tanto non ci andavo mai al cinema e tra parentesi non avrei avuto neanche i soldi per mezzo biglietto di seconda mano.
Schizzavo sulla strada bagnata come uno sciatore professionista che non deve preoccuparsi di sbagliare le curve perché tanto non finirà mai di faccia nella neve, in realtà non ero bravo come uno sciatore professionista, però dovevo necessariamente schizzare perché c’era mia nonna che stava male e non c’era nessuno che potesse darle retta, visto che i miei erano fuori paese a fare chissà cosa e non erano ancora tornati e mio nonno mi aveva chiamato un paio di minuti prima a casa e mi aveva detto di fare presto e sembrava che volesse piangere al telefono e ci mancava poco che avrei pianto anch’io che non sapevo neanche che cosa fosse capitato, a mia nonna.
Comunque quello era l’incrocio giusto, l’ho detto, bastava svoltare e poi sarebbe stata tutta discesa e non ci avrei neppure provato, a frenare, sarei arrivato dritto schiantato nella casa dei miei nonni spaccando la mia bici e fottendomi qualche arto, ma non avrei rallentato perché l’importante era fare presto e basta e vedevo già l’inizio della curva che si avvicinava ad una velocità animale, proprio lì, poco prima dell’insegna dello Smeraldo salaricevimentiviaCorsica e tutte le altre belle cose.
Un po’ di acqua saltata in aria quando inforcai la curva mi schizzò sul viso, sentii la ruota slittare leggermente, ma poi traslò di nuovo nella giusta traiettoria girando peggio di un ventilatore al massimo della potenza. Ridiedi potenza ai polpacci, accelerai ulteriormente la corsa col vento che mi spalancava le palpebre, avrei saltato gli incroci come un falco, operando un teletrasporto se fosse stato possibile, non mi sarei fermato per niente al mondo…
...una sgommata di quelle mai viste, quelle da filmare e vederle in Tv e poi rivederle e rivederle chiedendosi come fosse possibile, quale fosse il punto preciso in cui il miracolo dell’impatto evitato si fosse avverato, ma quando invocai il secondo miracolo, quello che disintegrasse il taglio del marciapiedi che scivolava a velocità folle sotto la mia ruota, mi resi conto di chiedere troppo.
Schiacciai il freno anteriore con tutte le mie forze, la ruota slittò verso destra togliendomi la bici dalla presa delle mani, il mio corpo prese quota e saettò dritto davanti, in un volo di una decina di metri, prima che il mio avambraccio atterrasse sul lucido del marciapiedi, scivolando ancora oltre e portando il mio busto a torcersi, fino ad accartocciarmi con le spalle contro il gradino di un portone. Quando, tratto un sospiro enorme, riaprii gli occhi, cercai di realizzare senza panico quello che mi era accaduto: ‘Io sono morto’ mi dissi ‘ma non c’è nulla di cui preoccuparsi’.
Mi rimisi in piedi lentamente, i jeans luridi e strappati sul ginocchio, il giubbotto completamente bagnato con l’avambraccio consumato. Tranne il ginocchio grattugiato, non mi sembrava che avessi qualcosa di rotto, anche se alla schiena pure avevo preso una bella botta.
Che paura, oh! ma guarda se questa rimbambita doveva tagliarmi la strada senza alcuna cura, avevo rischiato di spappolarmi contro il portone per non investirla, le avevo salvato la vita mettendo a rischio la mia, adesso come minimo se aveva buon senso me la doveva dare.
“Ma che cazzo...” le dissi avanzando verso di lei, nonostante la figura di merda e la gente tutto intorno che mi chiedeva se stessi bene “ce la guardi la strada ogni tanto, prima di attraversarla?” buttai lì cambiando direzione di colpo, quando un brivido mi aveva attraversato riportandomi alla mente che avevo avuto una bici, soltanto pochi attimi prima.
La raggiunsi, la ruota anteriore ancora girava. La ispezionai con le mani sui fianchi, si stava creando la calca tutto attorno, il lato che potevo guardare era a posto, ci girai attorno, la voltai dall’altro lato e vaffanculo, lo sapevo! Mi tirai un pugno su una coscia: la parte destra della forcella d’avanti e della staffa di dietro si erano quasi completamente sverniciate, le ruote sembravano sane, provai i freni senza rialzarla, mi inginocchiai a valutare la catena, le corone…
Mi tastai la schiena, rilasciando la bici in quella posizione da ci-è-mancato-poco-rialzami-per-favore, mi voltai ancora verso la ragazza, senza alzarmi.
“E tu allora? E’ quello il modo di fare una curva... mi hai fatto prendere un colpo, demente!” aveva pure il coraggio di replicare, questa povera deficiente.
“Vaffanculo, troia!” vomitai di getto.
Controllai per un attimo ancora la bici, cazzo, a parte i graffi non s’era fatta niente! l’agguantai per il telaio, rimettendomi in piedi e la lanciai da una parte, violentemente. Mi voltai stizzito verso la ragazza, caricai una serie di parolacce da far spaventare un regista porno, stavo per vomitarne la prima ondata, puntai un dito in direzione e sgonfiai pari pari il petto nel preciso istante in cui il suo viso fu abbastanza vicino da essere riconoscibile, le mie gambe cominciarono a tremare per la paura repressa, i muscoli del mio volto persero tutta la loro tensione come fosse acqua che scivola da un vetro.
Mi passai una mano sulla testa, chiudendo un attimo gli occhi.
“Oh, no, non puoi essere stata tu a farmi questo” ammisi, sconsolato, indicando la bici, nella sua nuova espressione da figlio-di-puttana-che-cazzo-te-la-prendi-con-me-adesso. Le avevo detto pure vaffanculo troia “Scusa, io… non ti avevo riconosciuta” quasi abbassai la testa, mi veniva da piangere per lo sconforto.
“Neanche io pensavo fossi tu. Che ci fai a quest’ora in bici?” ok, almeno non si era incazzata.
“Vado a fare un servizio urgente... Ti... ti sei fatta male?” cazzo di domanda.
“Barra, non ci siamo neanche sfiorati” ecco, appunto “Tu invece” quasi urlò e i suoi occhi mutarono espressione di colpo, forse ricordando il volo che avevo fatto, si piantò le dita di tutt’e due le mani sulla bocca “hai fatto un volo pazzesco, fammi vedere!”
Mi squadrò dalla testa ai piedi, avvicinandosi e soffermandosi sul ginocchio sanguinante.
“Ti fa male?” avvicinò un dito per valutare la ferita.
“No!” cazzo, quanto bruciava adesso che me ne rendevo conto, ritrassi la gamba.
“Devi mettere un po’ di ghiaccio” disse un tipo chiuso in un cappotto. Mi voltai verso di lui.
“Hai sbattuto la testa? Hai sbattuto la schiena, sì, ti ho visto, hai sbattuto la schiena, lasciati guardare” cercò di alzarmi la maglia in fretta.
“Sto bene” mi voltai per non lasciarmi toccare, ma tornò alla carica.
“Ti sei fatto male la schiena, ti ho visto, hai sbattuto contro quel gradino” indicò il gradino, agitata come se la cosa stesse ancora accadendo o come se fosse stata più grave, adesso che aveva scoperto che ero stato io a subire quella brutta caduta. Riuscì a dribblarmi, alzando la mia maglia “C’è un livido enorme qui, è impossibile che non ti faccia male” vederla preoccupata per me mi metteva in un dolce imbarazzo, ma le sue dita fredde sulla mia schiena furono troppo.
“Devi mettere un po’ di ghiaccio” mi voltai ancora verso il tipo chiuso nel cappotto.
“Ti ho detto che non mi fa male niente, sto bene” sorrisi, per rassicurarla. Anche lei però.
“E… il braccio, hai il giubbotto consumato” aveva notato perfettamente tutto, se non fosse che spogliarmi a centro strada in pieno dicembre era da masochisti, le avrei fatto ispezionare qualunque parte del mio corpo “Guarda, c’è un livido anche qui” disse, quasi stupita.
“Devi mettere un po’…”
“Ho capito, ma dove lo trovo un po’ di ghiaccio a centro strada?” il tipo chiuso nel cappotto girò i tacchi, ormai era rimasto l’unico a preoccuparsi di noi.
E quello che successe dopo, me lo ricordo ancora come se fosse successo pochi minuti fa.
Lei che tenta di sopprimere una risatina, ma non ci riesce, mentre inconsciamente mi ha accarezzato il braccio, adesso me lo tiene per il polso. Com’è bella quando sorride, vorrei vederla sempre così, un giorno forse glielo dirò.
“Quando ridi mi piaci, lo sai?” non così presto, stupido, speriamo non abbia frainteso.
“Grazie. Non sapevo fossi capace di dire qualcosa di dolce, ogni tanto” vabbé, non ha frainteso.
“Beh, sai com’è, avresti dovuto aspettartelo da me, sopratutto se poi...” meglio non continuare.
“Se poi?” ho detto meglio non continuare, sei sorda forse?
“Se... niente se, io non ho detto nessun se, dev’essere stato qualcuno che passava di qui” mi concede un altro piccolo sorriso, quasi quasi lascio perdere mia nonna e tutto il resto e l’accompagno a casa e poi le chiedo se mi fa vedere la sua collezione di monete antiche.
“Posso accompagnarti a casa e salire a vedere la tua collezione di monete antiche?” adesso mi manda a fare in culo.
“Ma io non ce l’ho una collezione di monete antiche” impossibile.
“Io sì, ce l’ho una collezione di monete antiche” bugiardo “vuoi venire a vederle a casa tua?”
“Senti, adesso non capisco più niente” continua a sorridere mentre parla, mi viene voglia di baciarla.
Mi avvicino velocemente, le poso una mano sulla guancia per tirarci via i capelli e le do un bacio sulla stessa guancia così veloce che quasi non sento il contatto della mie labbra contro la sua pelle.
La osservo un attimo, non se l’aspettava, logico, divento mezzo rosso, lei tutta rossa, inizio ad allontanarmi camminando all’indietro, la saluto con la mano, poi mi volto e risalgo sulla mia bici. Prima mi andarmene la osservo mentre gira la strada, pensierosa.
Forse per quel bacio?
Ma no, eppoi non mi piace neanche, Sarah Moretti.

La bici si impennò leggermente in avanti, quando schiacciai entrambi i freni per finire la mia corsa all’impazzata proprio sotto i tre gradini della casa dei miei nonni.
Cavalletto difettoso di merda, lasciai perdere la bici a terra e mi infilai in casa quasi spaccando la porta, se ci fosse stato qualcuno dietro, si sarebbe preso una bella botta.
Fumo dappertutto nella stanza, puzza di legno bruciato e odore tipico di una casa da anziani molto anziani e soprattutto ostinatamente soli, luce da l’importante-è-che-c’è, mia nonna sdraiata, pallida, quasi in coma sul suo lettone posto ad un angolo della grande stanza che poi era tutta la casa, mio nonno accanto al letto seduto su una sedia di legno, le teneva la mano. Sembrava essere al capezzale di sua moglie morente e sembrava esserci vicino anche lui, alla morte, a giudicare dalle palpebre calanti.
Rimossi immediatamente quell’immagine, per non farmi prendere dal panico, dovevo stare tranquillo, tranquillo, tranquillo, tranquillo, tranquillo...
“Che cazzo è successo?” mi sfondai quasi il cranio con una manata tra i capelli, osservando il fumo e iniziando a realizzare qualcosa, inconsciamente.
“Mi fa male la testa, mi fa male la testa, mi fa male la testa” vabbé, doveva essersi incantata, meglio chiedere al nonno.
“Com’è successo, così all’improvviso?” chiesi guardandolo dritto negli occhi.
“Gabrié, sono tornato alle nove dal bar e l’ho trovata che un altro poco e sveniva, gli ho chiesto ‘che c’è?’ e mi ha detto che gli faceva male la testa e mo ho chiamato a casa tua che non sapevo proprio cosa dovevo fare che non si regge neanche in piedi, che ti devo dire?” mi sapeva tanto che neanche lui ci stesse col cervello perché iniziò ad inclinarsi verso destra, lentamente, ma che cos’era, un’epidemia?
Tossii, guardai mia nonna, guardai il fumo che continuava ad uscire dalla maledetta stufa a legna, ma non la spegnevano mai?
“Da quant’è che la tenete accesa ’sta stufa qua?”
“Neh, da quando me ne sono andato” grazie per la precisione. “E quand’è che te ne sei andato?” chiesi ancora.
“Che potevano essere le cinque” rispose.
Mi venne un lampo di genio.
“Ommadonna, ma che cazzo s’è otturata la canna fumaria? Oddìo oddìo oddìo...” continuavo a dire mentre correvo a spalancare le porte della casa, poi mi avvicinai alla stufa, la aprii, ci guardai dentro e c’era un casino di legna che stava ancora bruciando.
Nella fretta di sistemare la faccenda, mi tirai su le maniche, ficcai la mano dentro la stufa e acchiappai un pezzo di legno bello grosso, poi lo lanciai fuori dalla porta e continuai così, tra una bestemmia e un urlo per il dolore, chissenefregava, per poco non ci restavano secchi, i due. Osservai le mie braccia annerite dalla fuliggine fino al gomito continuare quasi da sole a ficcarsi nella stufa e mi sembrava di non potermi fermare neanche se la carne delle mani mi si fosse sciolta, perché non avevo niente nella mente, solo quella stufa e quanto fumo aveva fatto, così mi ritrovai a bestemmiare ancora cinque minuti dopo aver gettato fuori l’ultimo pezzo di legno, girando come un ossesso per la casa e tenendomi le mani strette tra loro.
Non sapevo qual era quella che bruciava di più.
Mi lasciai andare su una sedia, mezzo nero di carbone e con le mani ancora fumanti, adesso che ero un po’ più lucido, mi resi conto che sarebbe bastato riempire un secchio d’acqua e lanciarlo nella stufa. Ma a volte sono proprio deficiente.

Le accarezzai la fronte e le diedi un bacio sulla guancia, anche se aveva già gli occhi chiusi e probabilmente non se ne era nemmeno accorta.
Io a mia nonna le volevo bene per davvero. Sarà perché era la madre di mia madre e dovevo volerle bene per forza, sarà perché mi faceva tanta tenerezza pensare che mezzo secolo e qualche decennio prima o giù di lì, aveva avuto più o meno la mia età e forse era anche carina e avrebbe potuto ispirarmi un po’ di musica, o sarà perché ricordavo ancora quando, da piccolo, mi teneva in braccio tutta la giornata e non smetteva di baciarmi perché ero l’unico nipote che abitava nel suo stesso paese, dato che tutti i miei zii stavano a Milano, a Napoli, a Firenze, uno persino a Monaco, in Germania.
Mi diede una tranquillità incredibile vederla finalmente riposare dopo un’altra mezz’ora di lamenti per il mal di testa e per il freddo che penetrava dalla porta aperta per permettere a tutto il fumo di uscire.
Telefonai a casa per vedere se mia madre fosse tornata “Ma’, c’è la nonna che si sente male e... no, niente di grave, però per questa notte io sto qui e... come? Sì, le fa male la testa... devi... no, devi solo dirmi dove stanno le medicine e che medicine... ah, sì, le gocce... ma dove... ehi, aspetta, quante devo dargliene... ti ho detto che non è niente di grave, volevo solo dirti che per questa notte sto qui... sì, nel cassetto del comodino... no, niente di grave ma quante gliene devo dare?... ho capito sì... Cristo! ti ho detto niente di grave, ti vuoi calmare o devo incazzarmi anch’io?... vabbé, sto calmo ciao, ci si vede domani, sì non preoccuparti più, buona notte”
Non ci credevo ancora che tutto si fosse risolto in un niente, la nonna smise d’improvviso di lamentarsi, l’aria era tornata respirabile e fresca, vabbé, facciamo fredda che forse è più corretto e il nonno si era cambiato e si era infilato sotto le coperte.
Per quella notte niente stufa, però almeno eravamo vivi, no?
Le baciai un’altra volta la guancia prima di spegnere la luce e mettermi a sedere al centro della stanza, al buio, per avere tutto sotto controllo.
Adesso mi sentivo veramente bene, avevo richiuso le porte della casa, avevo sistemato il fatto senza coinvolgere nessuno e, anche se le mani mi facevano ancora male ed anche se mi bruciava il ginocchio e cominciava a dolermi la schiena e persino l’avambraccio, non potevo dire di non essere ugualmente in uno stato di pace interiore da Nirvana. Il mio dolore aveva salvato la vita o quantomeno aveva evitato sofferenza a tre persone. Due molto importanti per me, l’altra…
Sarah.
Ci ripensai un attimo. Forse era per il fatto che l’avevo vista che adesso mi sentivo bene. Doveva essere per quella piccola certezza che se mi avesse visto mentre velocemente rischiavo di farmi un male atroce per liberare la casa dal fumo, sprezzante del dolore della legna bollente e poi quando serenamente baciavo le guance di mia nonna, avrebbe certamente cambiato idea su di me. E doveva essere anche perché sapevo che non avrebbe mai cambiato idea su di me, perché tanto non avrei mai avuto l’opportunità di dimostrarle che non ero soltanto uno stupido ignorante che voleva divertirsi il più possibile alle spalle dei più deboli. Lei non l’avrebbe mai saputo ma io lo sapevo, lei non mi avrebbe mai conosciuto e avrebbe creduto quello che voleva, di me.
Naaa.... facevo proprio dei pensieri da fesso quando ero solo, al buio.
Il fatto è che mi era passato per la testa come un lampo, che forse lei potesse ispirarmi ancora, che avrei potuto anche provare a comporre di nuovo qualcosa senza pretendere chissacché, soltanto pensando alle sue labbra quando avevano sorriso e poi riso e... e... a cosa volevo pensare se sì e no avevamo parlato due o tre volte?
Troppo distanti, troppo diversi, lei così amante dell’ordine e del rispetto delle regole, io così strafottente di tutto quanto tranne che della mia pianola, del mio pseudo-talento in fatto di musica. Non avevo mai preso niente sul serio, come pretendevo di essere preso sul serio proprio da lei, allora?
Sì, ma qui non si trattava di essere preso sul serio da nessuno, qui si trattava di comporre ed era l’unica cosa che mi importasse: a prendermi sul serio avrei dovuto pensarci io e basta, quindi che me ne fregava, ci avrei provato lo stesso a scrivere qualcosa senza pretese, no?

Rientrai in casa silenziosamente, cercando di fare il minor rumore possibile, convinto che bastasse tenermi la chitarra addosso come fosse un indumento, mi tirai dentro la bicicletta, calcolando gli spazi.
Richiusi la porta e, con i passi contati, mi avvicinai alla scala che portava sul terrazzo. Mi ci arrampicai e salii poggiandomi sul minor numero di pioli che scricchiolavano come fossero vivi e sofferenti. Mi tirai su quando ero arrivato all’ultimo, poi mi tirai via anche la chitarra e mi ritrovai di fronte alla porta del terrazzo.
La spalancai, contai centomila stelle di una notte decembrina e passai attraverso l’uscio prima di richiudermi la porta alle spalle.
Da qui vedevo la casa che avevo appena lasciato, quella appena fuori città dove tenevo la mia chitarra e dove avevo riverniciato la bici. Ci ero andato a quell’ora assurda della notte per prendere la chitarra, rischiando di essere sparato dal guardiano notturno, se mi avesse visto. Dalla casa di mia nonna c’era poca strada da fare per raggiungerla e, anche se avrei preferito avere lì la mia pianola, mi sarei dovuto accontentare di fallire l’ennesimo tentativo di domare la mia chitarra.
L’unica sedia che i miei nonni tenevano lassù, divenne la mia quando divaricai le gambe per trovare la posizione più comoda che mi permettesse di tenermi in braccio la cassa armonica.
Nel sedermi, sfiorai due corde con le dita e ne partì un suono echeggiante nel freddo della notte. Pensai che ero proprio un coglione, a starmene su una terrazza esposta al venticello già invernale di una notte di dicembre, quando a dieci chilometri più a nord aveva nevicato per tutto il tempo che lì aveva piovuto.
Io, per di più, con la mia chitarra, ci avevo litigato già da un po’, perché ci avevo provato tante di quelle volte a comporre qualcosa che solo ripensandoci, avevo speso forse più tempo a suonare, anzi, a tentare di suonare, che a dormire la notte.
Io con la mia chitarra ci avevo litigato perché non ero mai stato un tipo fatto per lei, come se fosse troppo, come dire? distante, per me, esattamente come... come Sarah ecco!
Sembrava piuttosto lontana migliaia di chilometri dall’essere uno strumento umano o terrestre. Sembrava essere lo strumento degli angeli caduto dal cielo proprio nella mia vita, fra le mie braccia, trovata da mio nonno come fosse un pezzo di meteora e affidata alle mani di questo povero bambino umano che non sarebbe stato assolutamente in grado di suonarla. Mai.
E quella notte invece, sul finire dell’autunno del mio quindicesimo anno di vita, mi era tornata tra le braccia per cause di forza maggiore e già sapevo a cosa sarei andato incontro, ma lo stesso decisi che potevo darmi una nuova opportunità perché mi aveva preso qualcosa per davvero, proprio al centro del petto, quasi una sensazione nuova di quelle che non avevo mai provato nella vita, di quelle che vengono una volta sola e mi dissi che una notte come quella, con quello che sentivo, non doveva andare sprecata.
Chiusi gli occhi al primo vento di ispirazione e mi lasciai trasportare, cominciando ad inseguirla, in tiepide acque di quelle dolci dolci che sembrano cullarti e farti dimenticare tutto quello che ti sta attorno. Mi strinsi più forte alla mia chitarra, brillò nei miei occhi più vivida la mia scintillante illuminazione, immergendosi nella galassia di sensazioni di una fredda notte stellata che arrivava da lontano, come animata da note di un altro pianeta che non potevano non essere amate con l’anima nuda, anche se uno poi è diverso da quando aveva dodici anni ed era più piccolo e perciò era giusto che fosse un mezzo fesso innamorato, anche se poi in fondo me ne sarei vergognato a raccontarlo in giro, che quella notte era per me l’equivalente delle notti immense del Battello Ebbro di Rimbaud, una di quelle notti in cui dormire sarebbe stato come essere morti da sempre.
Forme che si ingrandivano e rimpicciolivano ad una velocità supersonica apparvero alla mente, senza scatti, così, fluide e continue, ma comunque indefinibili, comunque semplicemente percettibili nel buio della mia visione, comunque intangibili e lontane come quella musica che da lontano mi stava ispirando.
Sorrisi senza aprire gli occhi, sorrisi di quelle strane forme e della mia mente che non riusciva a bloccarle in un’immagine fissa, che non riusciva a catturarle nella loro giusta grandezza ed ogni volta mancava il momento opportuno lasciando che tornassero ad ingrandirsi e ad assottigliarsi magrissime, con un ritmo diverso ognuna dall’altra, finché divenne impossibile bloccarle e rimasi lì ad osservarle, come un bambino incantato dai fuori d’artificio, dondolando nelle mie sensazioni e senza innervosirmi del fatto che nessuna fosse definita, ma gustandomi l’incertezza delle mie forme e delle mie emozioni, prendendola come un fase di transizione della stessa ispirazione che, volteggiando, si stava ancora realizzando.
Lentamente tornarono a svanire tutte le ombre nella mia mente, tornarono a depositarsi nel mio inconscio, come se avessero capito che quella non era la loro volta, che ci sarebbe stato tempo da dedicare ad ognuna di esse, ma che ora potevo occuparmi di una sola, quella che abbandonarono solitaria nel buio, a cambiare dimensione sempre meno velocemente e definendosi sempre più, mi parvero due labbra all’inizio, due labbra di ragazza, ma quando finalmente l’immagine mi fu di fronte, immobile e delineata, scoprii che non erano solo due labbra, ma era un intero sorriso, il sorriso che volevo vedere, cornice di denti bianchi e di una morbida lingua, sotto le due labbra increspate e contrastanti, per il loro colore, col buio della gola.
Le dita si mossero piano sulle corde della mia chitarra, mi facevano ancora male i polpastrelli, ma non contava più quello, perché finalmente la musica lontana che avevo ascoltato, sgattaiolò fuori dalle stesse corde riempiendomi di quelle labbra e di tutte le sensazioni che mi avevano provocato.
Stavo già scrivendo quella che era la mia prima canzone vera su chitarra e la stavo scrivendo per la ragazza che col suo sorriso e con i suoi fousons fucsia che erano perfettamente in tinta con le sue labbra, era stata capace di trovarmi, nel guscio in cui me ne stavo racchiuso e cominciai a sospettare che forse sarebbe stata la ragazza che cercavo da quando avevo iniziato a suonare anche se (lo giuro) non me ne ero reso conto fino a quel momento.


SARANNO STATE QUESTE STELLE OSCENE

Strofa 1
Lasciamo stare, dàì, stanotte
è un’altra cosa e poi domani forse
avrò dimenticato i miei pensieri
e farai parte di un assurdo ieri.

Strofa 2
E’ che non lo so cosa mi ha preso,
innamorarmi di un sorriso, posso?
Saranno state queste stelle oscene
per quanto sono belle da quassù.

Ritornello
Cosa vuol dire allora se da un po’
sorridi senza alcun motivo, a volte?
Mi fa sentire stupido, (ci credi?)
però, anche un po’ forse... mi piace
se dici che anche tu ogni tanto poi
ami fermarti un attimo a pensarci [x2]

Strofa 3
Non sto cercando di rivelarti qualcosa, no,
non cerco di svelarlo a me neppure.
Fosse per me, starei, stanne sicura,
lontano come credo che tu voglia,
ma sorridi...

Strofa 4
...diciamo quel che mi concedo è: forse
m’inebetisce il tuo sorriso e credi
che un gioco non sia fatto per far male
per me quel gioco ha un senso, adesso che
se è un gioco io non voglio più giocare.

Ritornello
Cosa vuol dire allora se da un po’
sorridi senza alcun motivo, a volte?
Mi fa sentire stupido, (ci credi?)
però, anche un po’ forse... mi piace
se dici che anche tu ogni tanto poi
ami fermarti un attimo a pensarci [x2]

... silenzio... una mano battuta sulla cassa della chitarra...
...ancora silenzio... il mio sorriso nel buio come fosse consapevolezza.
Una canzone.
Questa sì, senza più dubbi.
Mi accarezzai la testa, improvvisamente mi resi conto del freddo che premeva tutto intorno, ero stato tutto il tempo da solo di fronte alla notte, vicino al cielo come mi sembrava di non essere stato mai.
Mi alzai, abbracciando la chitarra, raggiunsi la porta, mi voltai ad osservare la sedia al centro della terrazza e mi sembrava di vedermi ancora, seduto a vivere la più bella notte della mia vita.
Soltanto adesso che l’avevo varcata da soglia a soglia, decretai “è giusto e sacro che io vada a dormire”


7
Sarah dovunque
(Ormai sta diventando una fissa)



DICEMBRE DELLA COTTA COMPLETA

Canotta bianca sulle spalle mezze scoperte, mi ritrovo buttato nel mio letto ad una piazza e mezzo che sarebbe un divano che diventa letto su cui dormo e che sta nel soggiorno perché non ci ho mai avuto una stanza personale, io.
Una luce pallida colpisce il mio lenzuolo entrando dalle feritoie della tapparella, sento un leggero brivido di freddo che mi percorre la schiena, mi rimetto sotto le coperte, giù, giù, finché non è di nuovo tutto buio e posso rannicchiarmi evitando di pensare ancora per un po’, aspettando, prima di connettere finalmente qualcosa e rapito dalla dolce confusione del dormiveglia.
Dolce?
Se ci penso bene, questa è la prima volta, da quando ero bambino, che mi ritrovo tranquillo nel mio letto, che non mi sono risvegliato in una pozzanghera di panico sapendo di dover affrontare una nuova giornata e dover tornare a scuola e dover rivedere le solite facce che conosco-non conosco, dover donare i soliti sorrisi gratuiti ad ogni minima sciocchezza, dover affrontare nuove situazioni compromettenti e nuovi argomenti noiosi.
Stamattina invece è diverso, stamattina ho un pensiero tutto d’oro che, benché la giornata non sia delle migliori, almeno a giudicare dalla luce che ha investito la mia stanza sul mondo, mi dà quella dolce sensazione estiva di sole e campi verdi che ho sognato un casino di notti, ma che ho sempre dimenticato al risveglio.
Lancio all’aria le mie coperte e mi precipito giù dal letto, signore e signori, il mio pensiero tutto d’oro ha un nome e si chiama Sarah Moretti, una ragazza preziosa, cari miei, mi sta facendo tornare bambino e quindi crescere alla velocità della luce.
Di là. Un bicchiere di latte ci vuole al mattino, no?
E allora versiamocelo giù per la gola, chissà se Sarah beve latte al risveglio, certo con la faccia pulita che ha, sembra che ne beva molto, anzi, secondo me lei ci bagna anche i biscotti, nel latte, lei ha una colazione completa, tipo quelle degli americani abbondanti di marmellata all’albicocca o alla ciliegia, uova, fette biscottate, spremute di arancia e magari una bella mela verde per completare il tutto. Sì, dev’essere senz’altro così, altrimenti non sarebbe così dolce.
Ma che cazzo sto pensando?
No, no, no, il patto diciamo che non era proprio stato formulato in questi termini, il patto era: musa-ispirazione-canzoni passaggi molto elementari, niente film, niente romanticherie e niente del genere, non mi sono mai innamorato fino ad ora e non comincerò proprio con una stupida...
...ma che stupida, però!
Vabbé, sarà anche una bella stupida, sì, può darsi, ma rimane il fatto che lei non m’interessa, no, davvero, è così, voglio dire... io non ho amici e non ne ho mai avuti, non ho ragazze e non ne ho mai avute, non ho persone care e cose così e non mi interessa avere nessun rapporto con la gente che mi sta attorno, quella che ha relazioni dirette o indirette con me, quella che ha rapporti che non conosco e che mi riguardano, ma che non mi interessano. Io quando sono nato, sono nato da solo e da solo voglio restarmene, perché non esiste nessuna cosa che possa interessarmi, davvero, voglio solo suonare la mia chitarra ogni tanto e continuare a dormire in un divano-letto da una piazza e mezzo, il resto non mi importa. Che volete farci? Sono fatto così.
Però una ragazza mi serviva, per ispirarmi, per questo non posso disprezzare Sarah, ma non voglio neanche innamorarmene, allora perché ci sto pensando ancora mentre mia madre mi sta chiamando da una mezzora ed io non rispondo perché sono tutto preso dai miei pensieri di come sarebbe bello stare insieme a lei, provare a mettersi con una per una volta, assaggiare quelle piccole sensazioni che possono essere anche semplicemente passeggiare mano nella mano o stare zitti al telefono senza sapere cosa dirsi e credendo di aver già detto tutto quello che si poteva dire con il timore di dire cose toppo grandi-troppo piccole e poi potersene pentire presto? Però poi mi chiedo perché io sia affascinato da queste piccole cose come un alieno che arriva sulla Terra ed è meravigliato pure dalle più piccole stronzate.
Io voglio starmene da fuori a quelle che sono le relazioni di tutta la gente, voglio semplicemente osservare la vita dei piccoli umani e starmene per conto mio a cantare, nel mio paradiso privato, quello che io chiamo l’olimpo degli artisti che poi sarebbe il mondo delle emozioni, solo che ogni tanto devo scendere nel mondo reale e ficcarmi in mezzo agli altri, devo fare anche questo per ispirarmi un po’. Ma non posso certamente innamorarmi di una ragazza, no, non andrei da nessuna parte così, mi si pongono dinanzi orizzonti ben più ampi, certo.
Però oh, non riesco a togliermi ‘sto maledetto pensiero dalla testa, altro che tutto d’oro, sta iniziando a diventare un boccone duro da mandare giù, il fatto è che... non lo so, lei mi sembra... voglio dire che non è facile non innamorarsene, perché mi dà queste sensazioni nostalgiche di vecchi campi aperti sotto un cielo azzurro eppoi ha questi occhi da bambina e questi movimenti appena appena infantili che me la fanno immaginare piccola vivace a prendere a calci un pallone come un maschio tutta sporca in viso eppoi me la fanno immaginare seduta ad una sediolina con un ginocchio sbucciato a piangere mentre sua madre le medica la ferita, me la fanno immaginare un po’ più grande con le sue prime emozioni da adolescente innamorata solo di un viso di ragazzetto... ecco cos’è che odio di lei... e che amo... mi fa venire certi pensieri da coglione, banali e deficienti da tipo per bene, io non voglio essere un tipo per bene, voglio essere uno che non si capisce cos’è, voglio eliminare ad uno ad uno tutti i miei pensieri dalla testa per percorrere la mia strada senza preoccupazioni, per questo odio il fatto che io pensi a lei, eppure ci penso. Dio, sta diventando un’ossessione e non deve esserlo, altrimenti mi fotto l’ispirazione e addio a tutto il tempo che ho aspettato per trovare una ragazza così.
Eppoi comunque, ammesso e non concesso che io mi stia innamorando di lei, rimane il fatto che non ho nessuna possibilità con una ragazza così. Voglio dire che forse, sì, sarebbe anche bello, a pensarci, però è solo un’illusione che non vale la pena di inseguire, ce ne sono tante come lei, nella vita, basta solo riconoscerle...
“Che vuoi, ma’?” chiedo risvegliandomi dal lungo momento di apnea mentale da innamorato che si sta lentamente giocando il cervello.
“Vuoi abbassare quella televisione, sono le sei e mezza del mattino”
Chi ha acceso la televisione? E che ci sta a fare così alta? E perché sta sul canale dei cartoni animati quando mio fratello non è nei paraggi?
... dio! sto diventando scemo tutto d’un botto, dio, ma come è mai possibile, voglio dire, eppure ero un ragazzo normale con problemi personali normalissimi fino a qualche giorno fa, eppure… no, dovrei farmi curare per davvero perché questa forma di distrazione può portarmi per davvero dei grossi, grossi guai di integrazione con il mondo reale. Quello sotto i miei occhi, per esempio: come ho fatto a non accorgermi a-s-s-o-l-u-t-a-m-en-t-e che quella del cartone è pari pari fotocopiata a Sarah Moretti?





8
A quelli che suonano
(Era una poesia d’amore, cosa puoi capirne?)



DICEMBRE DA SCHIFO

Un ventidue dicembre come tutti gli altri, di quelli pseudo-morali, pseudo-sentiti veramente, pseudo-cisonotantibambiniche
muoionodifame, visto che eravamo quasi al grande giorno.
Per il nostro Liceo, oltre ad essere questo, quel giorno sarebbe stato un ventidue dicembre musicale con una cover band che rifaceva i classici dei Doors, dei Guns e gruppi storici, almeno per quello che si diceva in giro.
Stavano montando gli strumenti nel corridoio dove avevano sede le nostre assemblee di istituto, visto che non avevamo una specie di aula magna o cose così, ma se è per questo, il nostro Liceo non aveva neanche una palestra.
C’era un tipo che conoscevo di vista e che stava provando un po’ di colpi su una batteria, un altro regolava il microfono perché non fosse troppo alto e superasse la musica, perché non fosse troppo basso e venisse soffocato dalla musica.
La scuola era piena di attrezzatura tecnologica da un casino di soldi, chitarre elettriche da spaccarti le orecchie, una pianola che era almeno tre volte la mia Yamaha, piena di pulsanti verde acqua e arancione e di rotelle e di levette piccole piccole, amplificatori, casse Bose e altro materiale simile.
Uno striscione appeso sotto il soffitto diceva: “Music is my life” che per una cover band di merda che non avrebbe mai prodotto niente di proprio, questo slogan da lobotomizzati calzava proprio a pennello.
Quella dei gruppi che pretendevano di definirsi artistici soltanto perché erano in grado di riprodurre alla meno peggio i pezzi dei gruppi più famosi, era la faccia della medaglia che odiavo della musica. Batteristi improvvisati, chitarristi e bassisti che imbracciavano uno strumento soltanto perché li faceva apparire più belli alle ragazze, mi davano il voltastomaco. Non erano altro che replicanti, non avrebbero mai tirato fuori dalle loro corde un pezzo scritto di proprio pugno, non avevano passione per la musica, ma soltanto erano attratti dal ruolo che avrebbero interpretato dinanzi ai deficienti loro coetanei che li avrebbero ammirati per quanto sapevano emulare le grandi star. Con le loro chitarre fighe dai suoni distorti e amplificatori da un sacco di soldi, potevano togliersi qualsiasi sfizio volessero, ma non avevano nulla a che fare con la musica. Avevano dalla loro però il fatto di non essere dei frustrati, ottenevano il massimo che potevano dal saper strimpellare qualcosa, ottenevano visibilità, sarebbero semplicemente rimasti visibili a vita, ma quello non gliel’avrebbe mai tolto nessuno.
C’erano quelli come me invece che la loro passione se la dovevano tenere per sé, perché non sarebbero andati molto avanti, a dire “Music is my life” suonando semplicemente una chitarra classica, c’erano quelli come me dei quali neppure si sapeva che sapessero suonare uno strumento, che non seguivano la moda del momento e cercavano di mettersi con tutta l’anima ad imbrigliare la propria indole per cavalcarla in territori sconosciuti.
Nel mio paese, all’epoca, esistevano due generi musicali che avevano fatto ideologia e che si erano spacciati per vera e propria cultura fra i giovani: il metal ed il rap.
Il metallaro ed il rapper li riconoscevi ad occhio nudo, già dal modo di vestire, dal modo di atteggiarsi. Se eri a conoscenza delle caratteristiche principali dei due generi, potevi addirittura sondare la mente della gente normale ed intuire, preventivamente, se qualcuno che conoscevi stava per diventare un rapper o un metallaro o se inconsciamente aveva un indole metal o rap repressa.
Potevi scorgere il cambiamento, il susseguirsi delle fasi di trasformazione: il metallaro cominciava ad indossare indumenti sempre più scuri, tendenti al nero lucido, preferibilmente di pelle; il rapper ogni giorno indossava jeans sempre più larghi e scaduti, maglie che erano il doppio della sua taglia, a volte un cappello con visiera gli si appiccicava in fronte e cominciava a sovrastarlo in ogni passo della sua esistenza, mentre il metallaro prendeva a coltivare un pizzetto e tendeva sempre più a dimenticare di tagliarsi i capelli. Alla fine la trasformazione era completa e la persona che avevi conosciuto fino ad allora non esisteva più, prendeva a parlare in un modo completamente diverso, con un gergo specifico e si dilungava su prolissi discorsi che riguardavano i gruppi ed i pezzi, mentre il rapper passava la maggiorparte del suo tempo a rimandare a ruota ed a memoria le frasi dei suoi più celebri beniamini. Potevi trovargliene tranci scritti dovunque, ma soprattutto sullo zaino.
I ragazzi che montavano gli strumenti a scuola quel giorno erano sulla strada del metal, a giudicare da come erano vestiti, ma si vedeva che non erano proprio convinti, stando anche ai gruppi che avevano scelto per riproporli a scuola.

Fuori il mondo era congelato-immobile dai tre gradi del ventidue dicembre meno natalizio che avessi mai vissuto, non c’era neve, non c’erano luci appese ai balconi, non c’erano alberi di Natale nei giardini delle villette; per uno come me andava bene così, io amavo l’estate e non ero propriamente un cattolico.
Tornai in classe dopo il mio giro di perlustrazione da matricola curiosa di quelle che per i veterani non sono più novità.
C’era Corona che si stava incazzando con Fortunato, Marialucia Del Monte che si teneva stretta stretta ad Antonella Cavallo ripetendo che faceva un freddo, Pastore che girava per tutta la classe cercando di riportare l’ordine.
Stavano tutti aspettando che l’assemblea cominciasse finalmente, era logico essere curiosi di vedere suonare della musica all’interno di una scuola, era logico chiedersi se avremmo potuto cantare e saltare come ai concerti, era logico persino pretendere di fumare nella scuola senza dover allontanarsi nel cortile. Girava un’aria da “per oggi la scuola è solo nostra e nessuno deve vietarci nulla”.
Ma come al solito, io non la sentivo mia, non mi sentivo al posto giusto, come un intruso, lontano da tutti gli altri che, a gruppetti, chiacchieravano di quello che avrebbero fatto durante quelle vacanze e c’era chi andava a sciare e chi invece andava a trovare i suoi parenti che stavano da qualche parte lontano di qui ed a me non me ne fregava niente di questi discorsi e avrei voluto essere il più lontano possibile da quel periodo dell’anno che era veramente brutto e che neanche il pensiero dei pezzi che avevo scritto per Sarah Moretti poteva salvare.
Lei se ne stava seduta sola soletta all’angolo della classe, sfogliando un quaderno dalla copertina azzurra e gialla. Mi avvicinai e glielo trassi via dalle mani.
“Cosa leggi?” chiesi quando già avevo di fronte la pagina che poco prima era stata sotto i suoi occhi.
“Dài qua, stupido!” mise le mani sul quaderno cercando di riprenderlo, riuscii a leggere solo poche righe di quello che era scritto, qualcosa tipo... non saprei, erano dei versi, come, come fosse stata una poesia, una specie di canzone, no?
“Ehi aspetta, voglio solo...” non finii neanche di parlare che diede uno strattone al quaderno tirandomi in avanti sul banco.
Non so perché, ma ero veramente curioso di leggere quello che era scritto su quel quaderno, così, d’istinto tirai ancora dalla mia parte e finalmente levò le mani da lì sopra.

Quando...

Quando ti vedo i miei occhi si illuminano, oh mia stella
il mio cuore batte solo per te,
vorrei starti accanto per tutta l’eternità.
Luce dei miei occhi, acqua nel deserto,
dimmi che starai con me per l’eternità anche tu.

Non avevo lo stomaco per andare avanti, così gettai il quaderno sul banco ed iniziai a ridere senza riuscire a controllarmi, senza poter governare i miei movimenti, il suono che sfuggiva dalle mie labbra.
Lei si fece rossa di colpo, in un mezzo secondo fece sparire il quaderno dalla circolazione, mentre qualcuno che non aveva un cazzo da fare come tutti, ritenne opportuno avvicinarsi a noi.
“Era una poesia d’amore, che cosa puoi capirne?” abbozzò un sorriso, ma si vedeva che era fortemente in imbarazzo.
“E l’hai scritta tu?” le chiesi, senza riuscire a smettere completamente di ridere.
“Può darsi…” cominciò a guardarsi attorno, si era avvicinato persino Corona, la cosa stava degenerando.
“Che cosa succede qui?” irruppe come fosse una guardia carceraria addetta al mantenimento dell’ordine, mi prese la testa sotto un braccio, iniziò a malmenarmi per scherzo “Che cosa devo fargli?” chiese a lei.
“Perdono!” alzai le mani in segno di resa, immediatamente. Quando Corona ci si metteva, anche per scherzo era capace di farti veramente male “Ho avuto l’ardire di scrutare tra le pagine segrete della nobildonna dinanzi agli occhi di vossignoria!” cercai un elaborato linguaggio poetico, ma Sarah Moretti non la prese bene.
“Come cazzo parla?” Luigi non aveva le facoltà suffiente per poter intuire l’intento sarcastico di quel che avevo detto, nel frattempo non smetteva di tenermi piegato nella presa del suo braccio. Cominciai a ridere a crepapelle senza riuscire a trattenermi, tanto che mi vennero le lacrime agli occhi, mentre supplicavo Corona di lasciarmi, che non ce la facevo più.
Il fatto era che, boh, non lo so, certe volte uno crede di essere un grande artista e invece poi… invece poi è uno come tutti gli altri e quello che forse (anzi certamente) mi faceva più ridere era il fatto che anch’io mi ero sentito un grande artista qualche volta e probabilmente anch’io ero uno come tutti gli altri. Per questo ridevo, perché in quel momento non me ne fregava niente di esserlo o meno, un artista, perché quello che mi piaceva fare era solo suonare, bella musica o musica da far vomitare, non m’importava, era giusto soltanto suonare.
Probabilmente, a quelle quattro cazzate che aveva scritto sul suo quaderno dalla copertina gialla e azzurra, lei era particolarmente legata e poteva anche essere che inconsciamente si rendesse conto che fossero di una banalità sconcertante, ma forse si era lasciata il beneficio del dubbio che potessero esprimere qualcosa, magari proprio quello che lei aveva sentito mentre le aveva scritte.
Scoprirle, da parte mia, era stato un po’ come guardare sotto la sua gonna, lei si era ritrovata nuda, disarmata, non aveva potuto fare altro che coprirsi.
Quando Corona fu attratto dal solitario Pastore che si era deciso a fermarsi dal tentativo di mantenere l’ordine e corse da lui a riempirlo di schiaffi in testa, mi stirai le braccia ed il collo.
“Posso... posso leggere qualcos’altro di quello che hai scritto?” chiesi a lei con curiosità, ma senza riuscire a smettere di ridere.
La sua espressione divenne in parte adirata e risentita, in parte impotente nei miei confronti. Piantai dinanzi a me le mie mani e decisi di spiegarle che volevo veramente leggere quello che aveva scritto, non per prenderla in giro, ma per curiosità e stavo quasi per scusarmi per essere stato poco delicato con lei.
“Sei... sei proprio un bambino!” fu la sua unica affermazione, prima che il palmo della sua mano colpisse per la seconda volta nella mia vita, la mia guancia sinistra. Rimasi fermo stupito con entrambe le mani aperte nel tentativo interrotto di spiegarmi e la bocca già pronta a parlare, lo sguardo fisso sulla sedia da cui lei era appena scappata via.
Le ero sembrato il solito indelicato, logico. Dovevo capire subito che l’avrei offesa in quella maniera e fingere di apprezzarla, la sua poesia, invece di riderci su, magari dovevo anche chiederle qualcosa su di essa, su come le fosse venuto in mente di scriverla, era così che funzionavano quegli esseri semplici chiamati ragazze, magari avrei dovuto persino dirle che io invece scrivevo canzoni... sì, magari persino sposarla e finirla lì.
Andai a cercarla fuori.
“Ehi senti, io...” se ne stava appoggiata ad una delle finestre del corridoio con una cerchia di amiche intorno.
Imbarazzo, sangue che schizzava sotto la mia pelle per imporporarmi il viso, rimorso istantaneo, cazzo, a volte sono proprio un coglione, tutte le volte che non sono un semplice deficiente.
“Perché stai piangendo?” le chiese distrattamente Coviello, il ragazzo dai capelli rossi, passando per il corridoio.
“Non sto piangendo!” si voltò verso di lui e in parte era vero, visto che i suoi occhi erano solo venati di sangue.
Capii che oramai era andata: espugnare il cerchio delle amiche, quando si chiudono a riccio nella stramaledetta solidarietà femminile, è praticamente un suicidio.
Mi dissi che questa musa non faceva più al caso mio, mi dissi che era una instabile, capace di farmi lievitare fino al più alto strato umano e di lanciarmi sotto cumuli di immondizia facendomi sentire tremendamente male. Questa non era una gran cosa, una musa, voglio dire, non dovrebbe comportarsi così, dopotutto mi aveva già schiaffeggiato due volte senza preavviso, davanti a tutta la classe, ero stato l’unico a subire questo tipo di trattamento strettamente riservato.
O forse, a pensarci bene, io non ero in grado di amarla, io non ero profondamente in grado di amare in generale.
Amare? E in quale passo delle leggi umane era scritto che quando uno scrive due canzoni per una ragazza, vuol dire che ne è innamorato?
Ed allora perché, adesso che tutti erano rientrati in classe, mi ero lentamente avvicinato alla finestra, sentendomi svuotato di tutto, in un colpo solo nel momento esatto in cui lei mi era passata di fianco con ostentata indifferenza ed avevo piantato il mio mento su un pugno, pensando che, come ricordo di lei per i quindici giorni delle vacanze natalizie avrei avuto uno schiaffo invece che qualche frase, qualche gesto con cui avrei preferito navigare nella mia stupida illusione che lei potesse, in qualche modo, volermi bene?

La nostra classe venne chiamata verso le nove e mezza.
Salimmo il più garbatamente che potemmo: Corona che litigava di nuovo con Fortunato per le scale, che minacciava di buttarlo giù e di fare un buco bello grosso a giudicare la sua stazza, Tarantino, l’altro gigante, che parlava ad alta voce con Morra di musica, di Vasco Rossi, Litfiba, Prozac + e qualcosa di straniero che non conoscevo, quelli dell’ultima fila che riempivano di schiaffi la nuca di Cristiani e se la ridevano quando quello si vendicava su uno solo di loro, Pastore che cercava di ammonirci beccandosi solo qualche “va a cagare” incurante della sua alta carica di rappresentante di classe.
Tutte le sedie nel grande corridoio del primo piano, quello più grosso della scuola. Tutte le sedie vuote, disordinate, gente che andava avanti e indietro a spostarle, a sistemarle, a prenderne altre, ad ordinarle in file da dieci ciascuna.
Per quanto tempo quella platea se ne sarebbe stata così composta ed ordinata come quelle persone che stavano sistemando tutto dovevano evidentemente aver pensato che se ne stesse?
Prendemmo posto dietro cercando di nasconderci per fare il più casino possibile senza essere sgamati da nessuno, aspettammo che le altre classi ci raggiungessero e poi iniziammo ad affibbiare anche a quell’assemblea di istituto il nostro classico bordello da osteria fatto di grida, versi, parolacce e giù di lì, distinti naturalmente da tutto il resto della scuola che se ne stava più o meno composta.
L’ondata musicale ci investì con una With or without degli U2 e pensai che non si potesse cominciare meglio, visto che appena l’adrenalina iniziò a pompare, Corona cominciò ad approntare il suo spettacolo, trascinando chiunque sulla propria sedia e invitando a creare un coro stonato di quelli mai visti.
Ci vollero due o tre canzoni perché qualcuno iniziasse ad imitare la nostra classe e precisamente fu quando la cover band attaccò con Losing my religion dei R.E.M. Suonavano per davvero come il cazzo, ma per quella che era la platea davanti alla quale si esibivano, andavano più che bene.
Andarono avanti con New year’s day e Sunday bloody Sunday degli U2, Shining happy people dei R.E.M. e dunque passarono a qualcosa di più moderno come Zombie dei Cranberries e Live forever degli Oasis.
Alla fine si decisero a tirare fuori i cavalli di battaglia: si fecero mezzora di Doors e mezzora di Guns & Roses e per tutto il tempo la nostra classe aveva generato un casino inarrivabile ed io me n’ero stato con il mento piantato nelle mani ed i gomiti puntati sulle cosce ad ascoltare il fluire della musica senza togliermi dalla mente l’idea che io non ero in grado di esistere. Non come si dovrebbe, io non avevo capito i sottili meccanismi della vita, non ne ero al corrente, non mi ero aggiornato, ero rimasto un bambino, esattamente come Sarah mi aveva definito. Non ero cresciuto mai, tutto qui.
Quando cercai di stirarmi e mi guardai attorno, mi resi conto che ero rimasto l’unico ancora seduto alla sua sedia, l’unico a non cantare, l’unico a non partecipare in nessun modo alla festa che si stava svolgendo. A me le feste mi erano sempre state sui nervi, ma questa aveva avuto i suoi buoni motivi per andare male.
Ripresi la mia posizione guardando in avanti tra i corpi dei ragazzi che ballavano e piantai i miei occhi dritto sulla chitarra elettrica del gruppo. Cazzo, io una cosa così me la sognavo!
“A cosa stai pensando?” la voce, quasi un sussurro nel tumulto generale, mi colse completamente alla sprovvista, scossi la testa, mi voltai. Sarah Moretti, dopo aver ravviato i suoi capelli dietro un orecchio aveva accavallato le gambe e se ne stava a guardarmi.
“Io…? A quelli che suonano” le dissi.
“Ah!” si voltò ad osservarli anche lei, anche se io adesso non li guardavo più, rapito dalla sua bellezza.
Il vocalist della band presentò l’ultimo pezzo che avrebbero suonato. Era Knokin’ on the Heaven’s Door di Bob Dylan nella versione dei Guns.
Ripresi a guardare in avanti anch’io, ma la mia concentrazione era terminata, adesso c’era lei accanto a me, tutti i miei pensieri cominciarono a fare casino nella testa, a correre avanti ed indietro come dovendo allestire la scenografia di una commedia in pochissimo tempo. Calai le sopracciglia sugli occhi e mi guardai il petto quando il mio cuore cominciò a battere a velocità allucinante, mi chiesi cosa stesse accadendo, nel momento in cui il chitarrista della band sembrava aver accusato un malessere. Gli venne portato un bicchiere d’acqua e zucchero, ma, tastandosi continuamente la testa ornata di una bandana, disse che non ce la faceva a proseguire.
“E… e tu?” cercai di chiederle.
Il suo mento si spostò ancora nella mia direzione, mi osservò negli occhi, sulle labbra, poi, immediatamente dopo, ancora negli occhi.
“A quelli che suonano!” come se fosse scontato, come volesse farmi intendere che non era quello a cui stavo pensando neanch’io quando lei me lo aveva chiesto.
Non so dire perché, ma mi sentii felice come di qualcosa che non avevo neppure inteso, come se mi fosse bastata quella sua rivelazione perché finalmente il ricordo di lei che avrei conservato durante l’assenza da scuola per le festività natalizie fosse stato salvato.
Senza sorridere, senza sciogliermi, senza darmene una ragione, simulando indifferenza in un modo assolutamente non credibile, le dissi “Scusa un attimo” e mi alzai, passando sopra le sue gambe per raggiungere il corridoio.
Raccolsi da terra la chitarra elettrica poggiata sull’amplificatore, la imbracciai e senza avere il coraggio di guardare davanti a me l’intera scuola che già si preparava ad andare via, attaccai con i quattro accordi di Knockin’ nella versione che ricordavo di aver sentito io, un paio di volte: quella di Dylan.
Dopo due o tre giri, la batteria attaccò, sentii nelle casse il respiro del cantante che si era avvicinato al microfono, la voce si stese sulle note, il pezzo iniziò ed a condurlo c’ero io e non riuscivo a spiegarlo neppure a me stesso.
Questo finché non mi ritornò alla mente quello che era appena successo e che mi aveva portato a mettermi, quasi fossi un pazzo, in quella ridicola condizione. Chissà che cazzo ci facevo io, che non ero capace neanche di suonare davanti a mia sorella senza imbarazzarmi, dinanzi a tutta la scuola ed alla mia musa a suonare una chitarra elettrica che non avevo mai provato ed una canzone che non avevo mai suonato.
Non ci capii più niente, persi il ritmo, poi direttamente il giro di accordi, cominciai a non spiegarmi come ero riuscito a farli girare bene per le prime cinque o sei volte, mi dissi che dopotutto era un pezzo semplice, che potevo farcela, ma non ci furono cazzi.
Iniziai ad improvvisare qualche accordo per ritrovare i due da ripetere ogni volta e i due finali da alternare ad ogni strofa per cercare di rimediare al mio errore, ma le dita finirono per incepparsi, il cervello girava a vuoto, il sangue prese a schizzarmi in viso provocandomi brividi caldi. Cercai con gli occhi le mie dita sulle corde, ma non c’erano più, disperatamente imposi loro di tornarci, ma ormai avevo smesso di suonare e guardavo impotente tutti i volti che si contraevano per la rabbia e la noia, gli accendini che qualcuno aveva acceso e che adesso si spegnevano.
Abbandonai la chitarra al suo padrone e me ne andai con le mani nelle tasche, senza pensare più a niente facendomi girare nella mente soltanto la frase che quasi sorridendo, Sarah Moretti mi aveva detto, volendomi far intendere qualcosa che non capivo.
Si era avvicinata, mi aveva guardato negli occhi chiedendomi a cosa pensassi (perché?) e poi quando le avevo dato la mia risposta e riformulato la domanda, aveva sorriso, spostando lo sguardo in avanti.
‘A quelli che suonano’ aveva detto.
Ed io avevo suonato.

9
Ballata del ritorno
(Via da casa in un posto che non so dov’è)



DICEMBRE DELLA LONTANANZA

C’era quest’aria da ‘oh che bello! oggi è Natale, ma non è che ce ne freghi poi così tanto, a noi’.
Le case avevano i balconi agghindati e gli abeti erano pieni di palline colorate gialle verdi azzurre rosse e bianche e c’era pure la neve che a Natale è la cosa più bella, senza dubbio e c’erano persino i bambini che si tiravano le palle di neve e i pupazzi bianchi con la carota al posto del naso e gli occhi-due bottoni azzurri con la sciarpa al collo e persino i guanti per mani.
C’era pure la gente che camminava da un posto all’altro con pacchi regalo grandi, piccoli, invisibili e c’erano anche i neri che camminavano per le strade bagnate spalate la mattina presto, con le loro carrozzelle piene di accendini e di cassette a contrabbando e tutto il resto che doveva far loro un freddo cane, abituati al caldo della loro terra.
C’era tutto questo nel paese che i miei avevano scelto (partiti il pomeriggio del ventitre ed arrivati lì durante la notte, avevamo dormito ed avevamo visitato un po’ il posto, la mattina del ventiquattro) per passare il Natale da un’amica di mia madre che un tempo era stata nostra vicina di casa e che divenne prestissimo e rimase la migliore fra le amiche di mia madre.
C’era tutto questo, dicevo, però era troppo classico, patetico e persino banale, persino ipocrita, persino brutto e malinconico più che dolce come voleva sembrare, ma purtroppo me l’avevano assegnato e dovevo tenermelo, almeno per fare felice mia madre che era così contenta di essere uscita via dalla solita routine per una volta e di dover passare finalmente un Natale come voleva lei e cose così.
Scesi dalla branda che avevo preso per letto in quella settimana e spalancai lentamente la porta a soffietto dietro la quale ero stato rinchiuso per una mattinata intera, visto che la notte prima l’avevo passata a giocare a carte e fare auguri e a mangiare panettone e bere spumante e tanti auguri e tanti auguri e tanti auguri e non avevo capito ancora perché a Natale si facessero gli auguri e non era tanto logico secondo me ed era per menti malate, comunque vabbé, si può dire che era stata una notte divertente, almeno per gli ultimi cinque minuti, quando tutti gli amici e parenti della coppia che ci ospitava se ne erano andati a finire la festa chissaddove e chissà con chi.
Mi diressi verso la cucina con gli occhi gonfi dal sonno e le labbra screpolate dal freddo, le gambe indolenzite, lo stomaco pieno zeppo di roba da mangiare di solo cinque o sei ore prima.
Un sole accecante stuprò i miei occhi ancora vergini del sonno e quando le mie pupille decisero di trovare un buon accordo con la luce, scrutai mia madre e la sua amica che sedevano al tavolo e si prendevano un caffé fumante in due tazzone giganti, tenute strette con entrambe le mani. Chiesi per una tazza di latte e mi toccò anche riscaldarmelo da solo, cazzo di ospitalità del cazzo proprio.
Decisi di tornarmene nello stanzino assegnato a mandare giù il latte che faceva pure schifo e non fu per niente consolatorio per il fatto di essere giunto in un posto che non mi piaceva affatto, senza nemmeno lo spunto per qualche idea su come riscattare la penosa giornata precedente passata a guardare la Tv, dopo aver girato in lungo e in largo per quel paesino di merda.
Abbandonai la tazza a metà sul comodino e mi vestii con molta calma, meditando qualcosa di buono, con una sincera voglia di non finire mai, che la giornata fosse già interamente passata, appena messe le scarpe.
Una secca delusione mi catturò quando il più lentamente possibile arrivai ad allacciarmi le stringhe delle scarpe e dovetti uscire con le mani nei capelli preso dal panico in quella specie di ripostiglio finto-adatto per passarci le notti.
Bagno occupato da una voce femminile da figlia della padrona di casa che mi rispose gentilmente di attendere prego quando bussai; meglio, c’era più tempo da perdere, molto di più, così tanto che fra poco sarebbe stata sera, osservai le lancette del mio orologio che segnavano le undici (cazzo), questa era una congiura, per forza, per forza, non c’era altra spiegazione, sarebbe dovuto essere sera fra un po’, Giuda, sì, al massimo fra un quarto d’ora appena.
Mi voltai lentamente in cerca di un appiglio morale e beccai la faccia di un Cristo che mi osservava con gli occhi che si chiudevano e si riaprivano. Perfetto: se mi faceva l’occhiolino lui, non poteva che essere tutto a posto e non doveva esserci tanto da preoccuparsi, ma stava bene lui, oggi era il suo compleanno e tutto il mondo se n’era ricordato e la maxi-festa l’avevano preparata per lui, che voleva di più?
Qualche centimetro più a destra riscoprii la differenza tra me e Cristo nel mio volto riflesso in uno specchio nel corridoio dove ero, la mia faccia spaventata da far paura, proprio un circolo vizioso: più la guardavo spaventata e più mi prendeva il terrore e la mia espressione si incupiva.
Provai a sorridere, a fare la faccia seria, a fare il triste, il mito, il sicuro di sé, gli occhi dolci, la faccia di quello che non capisce, la faccia del latin lover, nemmeno una di queste mi riuscì perfettamente, c’era sempre quello sfondo di panico per il futuro imminente che non mi lasciava perdere proprio.
Alla fine mi fissai dritto negli occhi e mi avvicinai lentamente allo specchio “Questa è una bella giornata” pensai senza staccare i miei occhi dai miei occhi “questo è un bel posto, questa è bella gente, è un bel periodo dell’anno e... massì, sei bello pure tu, ok? Perciò adesso ascoltami, chiudi gli occhi e non pensare a nulla, a nulla, e quando li avrai riaperti questa sarà una bella giornata, una bella giornata, capito? sarà una bella giornata, chiudi gli occhi!!! Questa è una bella giornata, quando lo dico io, quando lo dico io, quando...”
“Ma... che cosa stai facendo? Ti guardi allo specchio con gli occhi chiusi” e a te che te ne frega? non l’hai mai visto uno più fesso di me? e allora non rompere.
“Cazzo!!!” è il momento di fare la faccia da genio incompreso, adesso “Hai appena interrotto la mia esercitazione di autoipnosi, potevi stare zitta e guardare e basta”
“Ma non si fa col pendolo l’autoipnosi?” che cosa vuoi capirne tu di autoipnosi che non sapevi neanche che esistesse finché non te l’ho detto io.
“Dove lo vado a prendere il pendolo io?” già, neanche fossi uno psicologo professionista.
“Ce n’è uno bello grosso nel soggiorno” spirito di merda, proprio.
“Se non te ne vai in questo istante, ti ipnotizzo” adesso l’ho intimorita di sicuro, guarda come si spaventa, guardala!
“Ma guarda questo che faccia convinta che ha, devi essere un po’ fuori, té” e sarai dentro tu, sarai, che sono due giorni che ci hai addosso ‘sta maglia dei Nirvana che sicuramente te la sarai tenuta su da almeno tre settimane. E magari non esci finché non è asciutta, come se fosse l’unica maglia che hai.
Bagno conquistato, porta del bagno richiusa alle spalle, sapone liquido neutro Ph 5.5, schizzo sulle mani, passaggio sotto l’acqua, il tutto lanciato in faccia e gira gira, sugli zigomi, sulle gote, in fronte, sul naso, sul collo, sul petto e ci laverei persino i piedi pur di perdere più tempo possibile, ma dopo una mezzora nel bagno, la porta inizia ad essere presa a calci da mio padre che non ha per niente il senso del non essere in casa propria e del non poter fare esattamente quello che vuole e preferisce fare figure di merda pur di rompermi.
Quando esco vuole strangolarmi, ma fuggo via e nella mia fuga riesco pure a beccare la custodia dei miei occhiali da vista che non metto quasi mai ed il mio portafogli che (strano) non è vuoto come al solito.

Fuori dalla porta, il mondo aveva colori diversi, aveva temperatura e odori diversi, aveva persino una diversa consistenza. Inforcai i miei occhiali e le linee sfumate che vedevo in lontananza diventarono improvvisamente definite e tutto ciò era meraviglioso perché adesso capivo tutto e non era come il giorno prima che senza occhiali non vedevo e non capivo un cazzo, adesso riuscivo persino a leggere le insegne dei negozi e quel cane che stava cagando proprio sul marciapiede di fronte con la sua padrona che gli andava dietro con ‘sta palettina marrone, che grande cazzata, ma era bello lo stesso perché potevo vederlo.
Eccezionale, questo paese è veramente eccezionale oggi, non c’è niente da fare e c’è questo sole caraibico legato al freddo siberiano e non ci si spiega come mai a Natale da queste parti ci sia questo sole ok, ma non ci importa più di tanto, ce l’abbiamo e teniamocelo e viviamocelo, tanto ci abbiamo pure la neve che non si è ancora sciolta e va bene così.
Certo che con gli occhiali è tutta un’altra cosa, o forse mi sbaglio, forse... sta a vedere che l’autoipnosi ha funzionato per davvero!
Mi infilai il portafogli nella tasca anteriore dei jeans e mi sistemai il giubbotto che avevo addosso e così presi la via per una passeggiata antologico-gigantesca per il paese e per le sue vie che non avevano ancora buttato via totalmente la loro ipocrisia, ma che erano un po’ più schiette quella mattina.
Alla fine del giro avevo percorso una ventina di chilometri e avevo rivisto una ventina di volte le stesse due farmacie, due supermercati, due tabacchini, due edicole, due chiese, duecento banche che sembrava la Svizzera. C’erano un po’ di ragazzi in giro, un po’ di ragazze, piuttosto brutte direi, un po’ di persone che passeggiavano e certamente conoscevano a memoria ogni centimetro della strada che percorrevano ma non si stancavano mai di ripercorrerla e ripercorrerla, un po’ di amiche sedute ai tavolini di un bar ed un po’ di bambini impacchettati in giubbotti, cappelli, sciarpe guanti e tutto quello che ci stava sotto.
Mi fermai alla ventunesima volta che rifeci il paese, decisi di spingermi più in periferia e così mi ficcai in una stradina secondaria e la percorsi con un tanto di curiosità lecitamente espressa osservando a destra e sinistra gli enormi palazzi che le facevano da muri, studiando le sue ombre, il suo unico bidone dell’immondizia. Alla fine della stradina mi ritrovai in un gigantesco viale che non pensavo il paese potesse contenere, su cui si affacciavano villette piccole, grandi, larghe e piatte, a due piani, con le ringhiere verde acqua, azzurre e gialle e rosse e sembrava proprio primavera e non c’era neve per niente perché era stata spalata presto e se ne stava tutta ammucchiata ai bordi del viale, sotto i marciapiedi.
Iniziai a percorrerlo come se non avessi mai visto un viale alberato ed in realtà uno così bello non l’avevo mai visto, per davvero, con tutti quei rampicanti non proprio verdi data la temperatura, ma tutti gli alberi, i cortili, le ringhiere, il sole, tutto era perfetto perché quello fosse il più bel viale alberato che avessi mai visto e chissà perché in quel preciso momento mi venne in mente Sarah Moretti e le sue belle cose da ragazzina in conflitto con se stessa, con il suo passato di bambina e col futuro da donna che l’aspettava, forse perché eravamo ancora a dicembre, ma lì mi sembrava veramente una mezza primavera e la stessa identica sensazione avevo di Sarah: forse ancora una bambina, ma per me già una donna a pieni meriti.
Ripensai in un attimo alle sue labbra e provai, chiudendo per un istante i miei occhi ad associarle al cielo azzurro vivo di quella mattina, il risultato fu così inebriante che quando un vento gelido mi sollevò i capelli colpendomi in viso, mi parve persino caldo e piacevole, avvolgendomi completamente e sfuggendo tra gli spazi vuoti del mio giubbino.
Riaprii gli occhi e lo osservai spingere alcune foglie, sorridendo mi chiesi anche perché fosse andato via così in fretta, ma poi tornai a pensare alle sue mani delicate, quelle che avevo notato il giorno dell’assemblea mentre stringevano timide il suo quaderno di poesie, quelle mani candide che chissà cosa avevano fatto fino ad allora, chissà quali dolci movimenti avevano compiuto al risveglio, chiuse a pugno mentre spingevano col dorso sulle palpebre ancora indolenzite dal sonno, o magari più semplicemente, più ingenuamente, come mi sembrava adatto per lei, impegnate a preparare un pacco regalo per qualche amica, magari avvinghiate ad un paio di forbici per arricciare il fiocco appena sopra il nodo.
Voltai la mia mano destra verso il dorso e me la misi di fronte, guardandola, le unghie lunghe ed anche un po’ luride, tagli su tagli, più piccoli, più grandi, anche due cicatrici, un po’ di peli sulle dita, scure come il resto della mia pelle, piene di vene che sembravano scolpite a rilievo sulla carne e di ossa spigolose, senza contare che avevo entrambi i mignoli spezzati da quando avevo poco più di sei anni e non mi ero mai fatto visitare da nessun medico perché lo ritenevo superfluo ed invece le ossa chissà come cazzo si erano riattaccate, visto che non riuscivo più a muoverli bene ed erano un po’ storti verso l’esterno.
Voltai la mano dall’altra parte e qui non era tanto meglio. Quelli più evidenti erano i calli sui polpastrelli che si stavano riformando da quando avevo ripreso a suonare la chitarra, erano delle cose bianche di pelle screpolata che facevano veramente senso e che all’inizio facevano un male bestia proprio. Poi c’erano i calli alla base della dita che erano un po’ più grandi ed erano anch’essi bianchi, ma contornati di un rosso quasi mestruale e livido. Infine c’era una cicatrice abbastanza evidente sul monte di Venere che sembrava quasi un buco e quella era una spina di rosa su cui ero caduto due o tre anni prima e che si era ficcata nella carne e la pelle ci era ricresciuta da sopra ed in controluce ogni tanto si vedeva ancora la spina ben custodita sottopelle e felice di esistere e di potermi rompere ancora dopo tutto quel tempo.
Nessun paragone assolutamente con le manine piccole e bianche di Sarah, con le sue unghie ben tagliate, con le sue dita sottili ed i palmi puliti e segnati lievemente dalle linee che le veggenti dicono di saper interpretare, la linea della vita, dell’amore, del lavoro e cazzate così.
Nessun paragone certo, però comunque lasciai ricadere la mia mano sul fianco e la girai col palmo verso l’esterno, ripresi a camminare per il viale e che ci crediate o no, da allora una delle due mani di Sarah strinse improvvisamente la mia, con le dita intrecciate e col suo palmo morbido sul mio duro, e così me ne andai con lei mano nella mano che lei ci fosse veramente o meno, e fu quel dubbio che la fece forse diventare la più lunga passeggiata della mia vita.
Bella davvero.

Pomeriggio palloso in casa di altri e già in casa mia non sapevo che cazzo fare quando non avevo voglia di suonare la pianola e la chitarra, figuriamoci qui che non c’era proprio niente da fare, tranne rompersi davanti alla Tv oppure farsi una bella dormita di quelle lunghissime sperando in un non-risveglio abbastanza glorioso date le circostanze.
Giravo come un ossesso per cercare davvero qualcosa che mi facesse perder tempo prima di impazzire del tutto in quella angosciosissima attesa di qualcosa che non si muoveva ad accadere, qualunque cosa fosse, qualunque emozione potesse darmi, di qualunque natura fosse.

Non ho voglia di leggere, nemmeno di dormire perché se mi addormento adesso, poi mi risveglio con un sonno peggiore di questo ed è tutta una catena che è meglio spezzarla dal principio anche se a volte è difficile, anche se sembra persino impossibile.
Riprendo a girare per le stanze cercando almeno un solo oggetto che possa attirare la mia curiosità e che mi faccia fermare ad osservarlo per una mezzora, ma in questa casa tutto è scontato, tutto è talmente logico da perdere assolutamente il suo fascino persino sulla mia fervida curiosità.
A volte, a volte mi sembrava di non poter essere appagato da niente proprio, a volte mi sembrava che tutto fosse inutile e che persino la vita stessa che siamo costretti a vivere fosse poco importante e nemmeno la mia chitarra quelle volte poteva farci qualcosa o metterci una pezza, forse adesso come adesso nemmeno Sarah Moretti avrebbe potuto fare qualcosa per aiutarmi a passare degnamente quel pomeriggio perché ormai ero entrato nel giro perverso della tristezza spasmodica, come mi piaceva chiamarla confidenzialmente, credo che neanche il possibile creatore dell’universo avrebbe potuto fornirmi la medicina necessaria per superare l’ostacolo e così dovevo tenermela e sperare che quella volta durasse poco, pochissimo e che magari fosse già passata, sì, proprio adesso mentre osservavo sforzando di incuriosirmi, i raffinati oggetti di argento e cristallo e chissà quale altro materiale elegante e nuziale che la padrona di casa teneva sparsi per la casa come soprammobili, ma non c’era niente che catturasse la mia attenzione.
Tutto puzzava di sala ricevimento e feste grandiose in cui lo sfarzo si spreca, abiti da sposa, tendaggi inverosimili, sedie lussuose e tovaglie ricamate e centrini e posate d’argento e auguri a tutta forza e lacrime e riso e matrimoni pallosissimi e cose così e tutto, tutto sapeva di roba da mangiare da ristorante, di crostini e primi piatti al risotto ed antipasti e mise in place con ventisette bicchieri a persona e trentacinque forchette e sette coltelli e tovaglioli piegati a forma di barchetta o cravatta che avrebbero dovuto sembrare simpatici ma non riuscivano a dare sensazioni diverse dalla nausea per le ore di lavoro e di preparativi che ci stavano dietro.
Scossi violentemente la testa e mi concentrai invece sulla porta della stanzetta di Vittoria (la figlia della padrona di casa) e lì immaginai invece qualcosa di vagamente interessante tipo una camera classica da adolescente piena di oggetti graziosi da ragazza e magari di qualcosa che potesse stuzzicare la mia curiosità.
A pensarci bene, in un pomeriggio come quello sarebbe stato anche lecito rischiare di essere sgamato a perquisire una stanza non tua e perciò mi sentii di avere tutto il diritto di ficcarmi làddentro e spiegare che mi stavo rompendo eccessivamente per le mie capacità e visto che non c’era un cane che si preoccupasse non dico di farmi divertire, ma almeno di avviarmi a ciò, avevo sentito il bisogno di fare di testa mia. Fu grazie a questo contorto ragionamento che mi portai verso la camera ancora più tranquillo.
Posai lentamente la mano sulla maniglia e la girai verso il basso bloccando d’improvviso la mia immaginazione e lasciando spazio a ciò che mi era di fronte adesso, appena dietro quella porta spalancata.
Forse... forse non era proprio come avrei voluto trovarla, quella stanza e soprattutto non poteva in alcun modo essere la stanza di una persona sana di mente perché non c’era niente e ribadisco niente per davvero che fosse un millimetro distante dal nome di Kurt Cobain e della sua band.
Il muro non era un muro, ma un album di poster (ne saranno stati almeno trecento) che ritraevano 1: Cobain in maglietta bianca con i capelli biondi e scompigliati che guardava nell’obiettivo della macchina che aveva scattato la foto; 2: Cobain in maglietta nera con i capelli biondi e scompigliati che guardava nell’obiettivo della macchina che aveva scattato la foto; 3: Cobain in camicia di jeans con i capelli biondi e scompigliati che guardava nell’obiettivo della macchina che aveva scattato la foto; 4: Cobain (forse è meglio spostare un po’ le parole per non essere ripetitivi ripetitivi ripetitivi ripetitivi...) che guardava nell’obiettivo in macchina gialla che scattava i capelli biondi e scompigliati con la foto in maglietta; 5: Cobain in macchina che guardava i capelli biondi che aveva scattato la foto della maglietta azzurro sfumato nell’obiettivo. Ok, stavo letteralmente impazzendo.
Rimango in apnea per una ventina di secondi, col fiato sospeso rischiando veramente di non trovare una foto che sia leggermente diversa dalle altre, finché la becco, è lei, lo so che è lei e non può sfuggirmi, in quella foto Cobain in maglietta bianca con i capelli (attenzione attenzione!!!) ROSA e scompigliati che guardava nell’obiettivo della macchina che aveva scattato la foto.
Misi un passo all’indietro e decisi di fuggire verso i mari del Sud ma rimansi bloccato sulla soglia da Vittoria.
“Ciao” le sorrisi.
“Che cosa ci fai nella mia camera senza il mio permesso?” mi chiese contrariata.
“Beh, sai com’è... non avevo mai visto Kurt Cobain in maglietta azzurro sfumato e allora mi sono detto, sicuramente starà meglio di quando ha la maglia bianca e così ho pensato che valeva la pena di rischiare per venire a vederlo” stavo già pensando che avrei dovuto immaginare quel che avrei trovato per davvero, è solo che uno ci vuole sbattere la testa contro le cose, prima di capire che non ce n’era bisogno.
“Non fare questa stupida ironia su di lui, tu non sarai mai neanche un pelo di KURT COBAIN” si riempì la bocca con queste parole.
“Non voglio essere neanche una sua cellula se è per questo” le risposi di colpo, quasi ferito nell’orgoglio.
“Kurt Cobain non è stato solo un grandissimo cantante, ma ha anche una vita alle spalle che è una leggenda, lui è nato...” e qui attaccò con una serie di informazioni tipo biografia dell’autore, farcita con qualche parolaccia e qualche aneddoto un po’ da far ribrezzo, staccai la spina quando arrivò all’età di sei anni.
Chissà, mi venne da pensare, se anche Sarah Moretti ce l’aveva un mito per cui si strappava i capelli come le ragazzine ai concerti dei Take That, chissà se ce l’aveva uno che la affascinava come nessuna altra persona sulla terra, chissà se sognava ascoltando le sue canzoni e si lasciava andare sotto le note dolci o violente che fossero e sotto il timbro rassicurante della sua voce, chissà se Sarah Moretti ce l’aveva una persona così nei suoi pensieri da ragazzina per bene.
“... poi ha conosciuto quella troia che gli ha rovinato la vita, se non fosse stato per lei, lo sai che lui adesso sarebbe ancora tra noi?”
Chissà dov’era lei in questo preciso momento, me la immaginavo proprio adesso con le cuffie alle orecchie a tutto volume ad ascoltare la stessa voce che le faceva percepire aria di leggenda con un solo mormorio, me la immaginavo in ginocchio sul suo letto, con le gambe sotto il sedere stretto nei jeans e con i piedi scalzi e con una maglietta di lana addosso mentre si premeva le cuffie sulle orecchie per capire meglio una parola straniera difficile da tradurre; adesso... adesso invece (Chiusi gli occhi e li riaprii in fretta) stava cambiando traccia e stava ascoltando la canzone più romantica del disco eppoi avrebbe finalmente sognato ed i sogni di una ragazza come lei dovevano essere di un valore inestimabile, chissà se avevo, se avrei mai fatto parte, anche di uno solo di quei sogni.
“...finché non è stato ammazzato o, come dicono i più, non si è suicidato...”
“Togliendoci l’ulteriore supplizio di incidere un altro solo disco. Ringraziamo il Padre Nostro per le pene che ci infligge e che poi Lui stesso riconosce che siano eccessive per la nostra portata”
“Eh no!” fece lei, prendendomi per una manica della maglietta e tirandomi verso l’interno della sua camera “Allora adesso vieni con me e ti ascolti le migliori canzoni dei Nirvana e poi vediamo se sei ancora dello stesso parere”
Aveva uno stereo nascosto in un angolo della stanza e da quello tirò fuori la custodia di un cd che aveva una copertina azzurra che raffigurava un bambino nudo immerso completamente nell’acqua che seguiva un mazzo di soldi infilato in un amo da pesca.
Il titolo del disco era Nevermind, cioè ‘non importa’. Era quello che le dissi quando affermò che avrei dovuto sentire con le mie orecchie che cosa fossero i Nirvana.
Con uno spintone Vittoria mi mise a sedere sul suo letto, poi senza lasciarmi il tempo di ribellarmi, infilò il cd e prenotò i nostri successivi cinque minuti nell’ascolto della terza canzone.
Se si fosse fermata a quel punto, forse le avrei detto ‘ok, va bene, il tuo amico ha fatto buona musica ed è stato veramente in gamba’ per una questione di quieto vivere, ma ciò non avvenne perché la ragazza era decisa e non si sarebbe accontentata di uno stupido compromesso.

Dopo le prime due ore di ascolto ininterrotto dei Nirvana, le mie orecchie avevano completamente perso tutta la sensibilità di cui disponevano prima, il cervello si era svuotato e continuavo a sentire un assordante casino da post-discoteca anche quando lo stereo fu spento e la ragazza iniziò a parlarmi, alzando gli occhi verso il soffitto, sorridendo. Poi indicò la custodia del cd, indicò lo stereo, indicò le foto che aveva appese ed io non seppi fare altro che lasciarmi andare completamente con la schiena sul materasso e mettermi le mani sulle tempie per cercare di fermare una maledetta vena che mi pulsava come fosse una batteria.
Vidi la tipa alzarsi e andare a frugare dietro il suo armadio, la vidi ravviarsi i capelli dietro le orecchie e raccogliere per il manico una fantastica chitarra elettrica nera, i miei occhi brillarono, come improvvisamente resuscitati. La vidi collegarla ad un alimentatore e poi portarsela sul letto su cui mi stavo rimettendo a sedere, poi disse qualcosa che sembrò stappare i miei timpani dalla sensibilità zero.
“...la so suonare con la chitarra” e attaccò con la riff di Come as you are, la canzone che avevamo ascoltato per prima e più volte di tutte.
Toccò le corde staccando di parecchio da una nota all’altra, troppo meccanica e legnosa, il suono vibrò parecchio e sembrò metallico e quasi atono, riconobbi la riff pompando con le sinapsi come mai prima d’allora, dopo una decina di secondi era ancora lì, a metà che cercava di trovare la nota successiva, finché dopo ancora un po’ spalancò le labbra e lasciò affiorare le vene sul suo collo, gridando mezza stonata “Come... as you are”
“Che ne pensi?”
“Che è una grande cagata!”
“Ancora più demente di prima, oh”
“Così si suona la chitarra?” le chiesi guardandola negli occhi.
“Ma parli proprio tu che la chitarra non sai nemmeno che strumento è, io almeno ci sto avendo un approccio”
“Se questo è un approccio! E comunque, bella… io la suono la chitarra”
“Tu, con quella faccia da pesce lesso che hai” questo mi aveva offeso e così decisi che l’avrei umiliata.
“Se me la rifai una sola volta ti faccio ascoltare la tua riff come non la saprebbe suonare neanche l’eroe che l’ha scritta” e questo credo che offese lei.
“E va bene, animale, ti voglio dare corda” e attaccò per la seconda volta, alla stessa maniera di prima, staccando i suoni e bloccando tutta la possibile armonia della canzone come solo pochi sanno fare, davvero, a volte la gente vuole imitare l’arte e non fa altro che storpiarla senza rendersene conto e storpiare la vita anche.
Quelli che nella vita vera copiano frasi romantiche dai film d’amore per dedicarle alla propria ragazza, quelli che prendono le frasi dalle canzoni per costruire una lettera che non sarebbero capaci di scrivere, quelli non fanno altro che accartocciare alla stessa maniera l’arte e la vita ed abbandonarle in un cestino da ufficio. Bisogna sapersi adattare, alla vita e all’arte, per questo non avevo mai suonato nessuna canzone di cantautori o gruppi famosi, non mi sarebbe servito a nulla. Almeno per questo mi ritenevo un mezzo artista, no?
Finì di nuovo con la sua voce gracchiante “Come... as you are” e stavolta avevo seguito le sue dita come un pedinatore professionista e lei era andata così lenta che avevo avuto tutto il tempo per ripassare ogni volta aggiungendo una nota in più appena suonata.
Mi feci passare la chitarra e decisi prima di provarla. Me la misi sulle gambe, provai l’accordo in sol e riuscii ad estorcerle un suono veramente fantastico, morbido, tenero, veramente diverso dal suono classico, diciamo che aveva un suono meno pulito e più distorto, ma in complesso, forse anche leggermente più dolce perché più fluido; continuai a passare le dita sopra tutte le corde provando anche qualche altro accordo, finché la ragazza non cercò di spezzare il mio primo contatto con quella chitarra.
“Seeee, mica si suona così Come as you are...”
Girai ancora un po’ sulla tastiera per trovare qualcosa d’altro come il Mi minore, poi chiusi gli occhi e quello fu il mio preavviso, premetti il polpastrello del medio sul tasto che lei aveva premuto per primo ed attaccai con la riff facendo muovere tutte le dita e non una alla volta come aveva fatto lei e schiacciando i tasti perfettamente al centro, tra una barra e l’altra, il risultato fu che proseguii con la riff iniziando a cantare, senza gridare né stonare come aveva fatto lei, non c’era niente di cui esaltarsi, dopo tutto, e proseguii fino al ritornello mugolando solamente quando non ricordavo una frase.
Alla fine le rimisi la chitarra sulle gambe e mi alzai per andarmene, ma lei mi fermò per un braccio e non smise neanche per un secondo di guardarmi dritto negli occhi con la bocca spalancata.
“Aspetta” mi disse immobile come le rocce di Dover “ tu... io... cioè... voglio dire” sfarfallò con le ciglia e si ravviò i capelli stando seduta mezza gobba e qui sembrò risvegliarsi “ho sempre sognato di incontrare Kurt Cobain, cioè è il mio sogno e adesso... insomma... sembrava che fosse... qui” disse indicando con le mani il pavimento, i suoi occhi sembrava stessero per piangere.
“Me la rifai un’altra volta?” chiese poi con gli occhi ancora più languidi e decisi di accontentarla.
“Ma solo un’altra volta però, non mi piace mostrare in giro quello che so fare”
“Ok” accettò lei.

Un centinaio di volte l’avrò rifatta quella maledetta riff e tutte le riff possibili di tutte le altre canzoni e di qualcuna anche qualche accordo e me ne fece anche imparare le parole e voleva persino che imitassi la voce di Cobain e mancava solo che mi chiedesse di tingermi i capelli di biondo e poi le avrei spaccato la chitarra dietro la schiena e sarei stato contento per il resto dei miei giorni.
Le insegnai pure a suonarla meglio la chitarra, cioè gliela misi in braccio e le dissi che doveva stare più attenta agli stacchi, che doveva usare tutte le dita per suonare e che doveva premere meglio al centro dei tasti ed infine doveva lasciar vibrare la corda e non spezzare il suo suono a metà, eppoi prendere il giusto tempo per ogni nota, non dare più spazio ad una rispetto ad un’altra che poteva anche offendersi, oh.
Quando la provò la terza volta andava già molto meglio di prima, un po’ di esercizio e senza il mio aiuto, se lo sarebbe portato lei nella sua stanza, Kurt Cobain.
Erano le otto quando dichiarò finalmente che non stava più nella pelle e non vedeva l’ora di incontrare i suoi amici per dire loro che aveva imparato a suonare finalmente quella benedetta riff ed anche altre e che aveva conosciuto uno che suonava proprio come il loro mito, mi pregò di uscire con lei ma le spiegai che non ci tenevo particolarmente a farmi tartassare di domande stupide quando poi non ci voleva niente a suonare quelle quattro stronzate.
Se ne andò saltellando gaia come un uccellino di primavera baciandomi la guancia e ringraziandomi prima di scomparire dietro la porta di ingresso, decisi di andare a mangiare e di ficcarmi immediatamente sotto le coperte, non avrei voluto ripetere l’angosciosa nottata precedente, avrei detto a tutti di essere molto stanco e li avrei salutati con tanto di auguri e divertitevi e non rompete i coglioni.
Mi tuffai in cucina deciso a mandare giù una bella cenetta e poi andare a letto, magari dopo aver ascoltato un po’ di musica buona dal walkman che mi ero portato dietro e che avevo comprato qualche anno prima raggranellando i soldi per mesi e mesi dalle paghette settimanali.
Mi feci preparare qualcosa direttamente per me dalla padrona di casa.
“Non vuoi aspettare che arrivino i nostri amici per mangiare con noi?” mi chiese tutta premurosa, la ringraziai e le dissi che non era necessario ché avevo un sonno cane e non mi sentivo neanche tanto bene.
Finii di mangiare giusto quando i famosi amici arrivarono ed iniziarono a fare un mucchio di casino abbracciando tutti ed affermando che faceva veramente freddo fuori e che qui invece c’era un bel calduccio e che non vedevano l’ora di iniziare a spendere i loro soldini investendoli in stupidi giochi di comitiva vedi mercante in fiera e cazzate così. Mi ritirai immediatamente nel mio stanzino salutando tutti, belli e brutti ed anche due ragazzine che potevano avere la mia stessa età e con cui avevo preso un po’ di confidenza la sera prima, visto che eravamo gli unici ragazzi della compagnia. Mi piaceva pensare che fossero tornare per me.
“Se devi dormire è meglio se chiudi la porta del corridoio” mi disse mia madre e fu lei stessa a chiudermela alle spalle quando mi infilai làddentro immaginando solo le mie coperte calde ed il mio pigiama marrone a pallini bianchi.
Misi la mano sulla maniglia della porta a soffietto quando mi catturò sul serio la penombra della cameretta Cobain che invadeva il corridoio penetrandolo dalla porta socchiusa. Mi soffermai un attimo a pensare all’armadio ed alla chitarra elettrica nera lucente che ci stava appoggiata sola soletta, senza nessuno che l’avrebbe accarezzata per quella notte.
Deviai la mia attenzione dalle coperte e dal pigiama al viso di Kurt Cobain che ritrovai pieno di chiaroscuri quando accesi la luce della camera, mi sembrava più sereno di prima adesso, mi sembrava più sensibile ed i suoi occhi mi parvero fessure in ogni foto che rilessi.
Le sue labbra parevano dire “Entra e accomodati, amico, parlami di te, visto che di me ti ha parlato qualcun altro, visto che in un pomeriggio solo hai conosciuto tutta la mia vita e la mia arte e la mia musica, se ti sono almeno un po’ simpatico, lascia che lo pensi anch’io di te e parlami”
Mi richiusi la porta alle spalle quando Kurt sembrò tornare muto e impassibile dalle sue foto, mi diressi verso l’armadio, poi afferrai la chitarra dal manico e la collegai al piccolo alimentatore ed all’amplificatore, come avevo visto fare alla ragazza poco tempo prima, infine mi accomodai sul letto sotto il suggerimento di Kurt e me la misi sulle cosce per passarci insieme un’intera notte, ma non con lei sola, perché c’era Sarah Moretti con me eppoi c’era anche quel viale alberato che avevo visto quella mattina e quella grande primavera che mi era apparsa fuori stagione, peccato per il freddo e le poche foglie sugli alberi. Tutto questo mi misi sulle cosce, non solo quella chitarra e le mie dita erano piene della musica dei Nirvana e la mia mente pure e quello che ne uscì fu tutto questo messo insieme, mescolato nei primi accordi piuttosto semplici e classici Do e Re maggiore, arpeggio leggero e la canzone si liberò da sola dalle mie labbra e, giuro su tutto ciò che ho mai avuto nella vita di importante, come io avevo cantato le sue canzoni, tutte le trecento foto di Kurt Cobain sembrarono prima ammutolirsi all’ascolto e poi accompagnarmi in un canto che si diffondeva per tutta la stanza e tutto questo divenne un magico concerto da non dimenticare mai. Anche se il testo della mia era troppo stupido (lo riconosco) per il mito che lui era stato ed era ancora. E fu in quel momento che capii che non sarei stato veramente mai un pelo di Cobain e questo mi rese ugualmente contento per lui e per me e per il mio amore e la mia pseudo-arte.


Ballata del ritorno

Strofa 1
Camminando per le vie di un paese sconosciuto
nelle strade della mente io ti ho vista
per quello che so amare
sei stata reale
e poi un giorno forse, sarai stata soltanto un rumore

Ritornello
Tu, quando invece tornerò, non fare, voglio dire,
finta, amore, finta di non capire
il tempo è solo una scusa
per dimostrare per assurdo che stiamo vivendo,
l’amore è solo un’ipotesi
per dimostrare per assurdo che la vita abbia un senso
e un giorno cancellerà me dalla tua e te dalla mia
fotografia

Strofa 2
Io che avrei bisogno solamente, lungo la strada
di fermarmi ogni tanto e in segreto osservarti
almeno parlare, restare
ferma immobile
come assorta anche solo a guardarti le unghie

Ritornello
Tu, quando invece tornerò, non fare, voglio dire,
finta, amore, finta di non capire
il tempo è solo una scusa
per dimostrare per assurdo che stiamo vivendo, amore mio,
l’amore è solo un’ipotesi
per dimostrare per assurdo che la vita abbia un senso
e un giorno cancellerà me dalla tua e te dalla mia
fotografia

Strofa 3
Le emozioni percorrono i chilometri, l’amore
saprà attraversare i decenni
saranno un porto le tue bianche mani,
da cui partire per ritornare
un’altra volta a te, forse domani.

Ritornello
Tu, quando invece tornerò, non fare, voglio dire,
finta, amore, finta di non capire
il tempo è solo una scusa
per dimostrare per assurdo che stiamo vivendo, amore mio,
l’amore è solo un’ ipotesi
per dimostrare per assurdo che la vita abbia un senso
e un giorno cancellerà me dalla tua e te dalla mia
fotografia
me dalla tua e te dalla mia


fotografia

Il mio amore era una battaglia contro il tempo, per strappare al tempo la promessa che avrebbe saputo aver memoria di noi, di quello che fummo, granelli di polvere nel vento che neanche il vento, alle volte, è stato capace di separare.


10
Genio maledetto
(Barra Gabriele, classe ottantuno, signore!)



GENNAIO E FEBBRAIO DEL MITO

Stavo mangiando un cornetto alla crema caldissimo, con nessun pensiero particolare nella mente, spensierato come un ragazzino di quindici anni da compiere fra non molto, innamorato di una ragazza, che si dirige nella sua classe alla fine della ricreazione. Ed era proprio ciò che effettivamente ero.
Non lo vidi arrivare e mi accorsi che era lui solo quando sentii la sua mano stringersi sul cornetto e crema calda inondarmi il viso, pensando già a come sarebbe stato appiccicoso il mio tentativo di togliermela via.
“Bastardo!” dissi sporgendomi in avanti per non sporcarmi i vestiti con la crema che era scesa giù per il mio viso e adesso ristagnava sul mio mento formando dense gocce che sembravano di muco, in una mano tenevo il cornetto, l’altra era semiaperta ed impotente.
Quelli dell’ultima fila erano tutti lì e ridevano piegandosi in due e descrivendomi come un lattante che aveva appena vomitato, non capivo che cazzo avevano da ridere, mi sentivo imbarazzato in una maniera animale e già prospettavo che fossi in dovere di lavare presto l’onta subita da Luigi Corona che adesso se ne stava un po’ distante da me per avere il tempo di fuggire nel caso io...
...con un salto fui vicino a lui, ma quello mi prevenne, si voltò ed iniziò a correre con le gambe che si alzavano verso l’esterno e con i lunghi capelli biondi che gli si stavano slegando dal codino in cui li teneva legati.
Lo inseguii per tutto il corridoio evitando un paio di professori tra le urla dei miei compagni di classe che incitavano ridendo ancora, saltai una ragazzina intera seduta per terra proprio sotto la finestra, feci volare il registro ad un altro che usciva proprio allora da una terza e mandai all’aria una seconda ragazzina che non vidi affatto.
A due metri dalla mia classe mi lanciai a tuffo come un giocatore di rugby e lo agganciai con le braccia attorno alla vita e lui, ridendo, cadde in avanti proteggendosi il volto con le mani. A terra riuscì a girarsi a pancia in su ed io gli stetti proprio sopra.
Rideva ancora.
Rideva e rideva e basta, coi capelli davanti agli occhi e con i suoi denti bianchi e con le orecchie piene di orecchini brillanti a cerchio. Rimasi fermo per un attimo a guardarlo e mi venne una rabbia che era la stessa che avevo provato il giorno che fui sospeso, quando c’era nell’aria quella atmosfera tesa come una corda nel tiro alla fune e lui se la rideva mentre venivo mandato a casa per due settimane.
Che grande faccia da coglione che aveva, Corona!
“Adesso te la mangi tutta, ‘sta crema qua” dissi e con le dita della mano destra mi ripulii alla meno peggio il viso eppoi gli spalmai quello schifo su tutta la faccia che assunse un’espressione ripugnante.
Lo guardai di nuovo ed ancora non aveva smesso di ridere, nessuno aveva ancora smesso di ridere e adesso ci erano attorno a cerchio, li guardai, c’erano anche Sarah Moretti e le altre ragazze tra loro; guardai di nuovo Corona che adesso si ravviava i capelli lasciando intravedere lo schizzo che gli avevo fatto in faccia che gli andava dal naso all’orecchio sinistro, rideva con gli occhi chiusi e mi parve un bambino che fugge, ridendo, l’ira dei genitori e così mi spense, anche io iniziai ad avviarmi prima sorridendo, poi con piccole esplosioni di risa e alla fine ridendo apertamente, mi chinai su di lui abbracciandolo e poggiando il mio mento sulla sua spalla.
“Hai proprio una faccia di cazzo” gli sussurrai ancora ridendo in un orecchio.
Due minuti dopo eravamo in piedi ai lati della cattedra, con la faccia ancora sporca di crema a spiegare al supplente che avrebbe sostituito storia in quell’ora, che stavamo solo scherzando e che non c’è niente di male a scherzare ogni tanto e che non poteva metterci quella nota che voleva perché in fondo non avevamo fatto male a nessuno e non eravamo stati indisciplinati ma semplicemente un po’... come dire... teste di cazzo innocue.
Non era d’accordo con noi e ci mandò a posto tutti quanti riempiendo la sezione delle note di quella giornata e noi lo stesso risultammo pienamente soddisfatti delle nostre risate, pur beccandoci una nota collettiva.
Sedemmo ai nostri posti tranquilli come se non fosse successo niente ed in verità per noi era proprio così, con tutte le note che avevamo già collezionato, una in più non avrebbe cambiato di molto il nostro stato di condotta.
Tra la fine delle vacanze natalizie e quel giorno di fine gennaio io personalmente avevo beccato sette note di cui l’ormai leggendaria: ‘Barra canta in classe alla fine delle lezioni e Corona fa il coro e finge di suonare la chitarra’ in collaborazione con Luigi che ne aveva già una bella scorta dall’inizio dell’anno. Cristiani si era preso la nota che più comprometteva la sanità mentale dei componenti della classe e più o meno diceva che ‘ha degli strani attacchi durante le lezioni in cui lancia urla forsennate all’indirizzo dei compagni e fa strani gesti’.
Quelli dell’ultima fila avevano invece solo note collettive ed erano pure loro una bella banda di menomati, ogni tanto si prendevano a pugni e litigavano ad alta voce per una cazzata qualsiasi, Fortunato metteva sempre pace con un testa contro testa fra i due di turno e loro si prendevano lo stesso la nota alzandosi a fare casino con il professore malcapitato.
Tutti i professori ci confidavano volta per volta che avrebbero tanto desiderato abbandonare la classe al suo destino e parecchie ore le perdemmo a fare casino mentre i professori ci guardavano semplicemente esausti della situazione e stanchi di fare il cattivo sangue tutte le volte che mettessero piede in classe.
L’idea quella volta fu (tanto per cambiare) di dare il più fastidio possibile al supplente e così mi alzai per andare a sfottere quelli dell’ultima fila e da lì, inginocchiandomi e nascondendomi dietro le spalle di alcuni di loro iniziai a gridare versi senza senso mentre a Cristiani si drizzarono le antenne e risate sparse per la classe venivano sommesse sul nascere.
“Ma che succede?” urlò il professore dalla sua cattedra alzando la testa dall’agenda su cui aveva gli occhi.
“Sono stato io,” mi alzai dall’ultima fila “‘sta faccia di fesso mi ha schiacciato il piede e mi sono fatto male, scusate” conclusi facendo segno verso Mangino.
“Torna a sederti al tuo posto” mi ammonì lui, guardandomi di traverso da sopra al paio d’occhiali grigi posti sulla punta del naso.
“Va bene” dissi avviandomi verso il mio banco con un sorrisetto sulle labbra.
“Come ti chiami, ragazzo?” mi chiese adesso lui.
“Barra Gabriele, classe ottantuno, signore!” facendomi spazio tra le sedie e riprendendomi il mio posto mentre quello continuò a fissarmi un po’.
“Il famoso Gabriele Barra, quello che è stato sospeso all’inizio dell’anno” affermò convinto con una piccola sfumatura di domanda.
“Sì, signore, me ne vergogno un po’ perché sostanzialmente sono timido” e diventai rosso mentre i miei compagni ridevano come se quel giorno ce l’avessi io la rotella che dava il via a tutte le risate.
“Da quello che hai fatto per meritarti la sospensione non si direbbe” affermò ancora.
“Perché?” chiesi “Si è venuto a sapere in giro?”
Ancora risate.
“Una cosa così grave viene a sapersi presto. Tu cosa ne dici?” animò con la mano la sua domanda ponendosi un dito sulle labbra.
“Dico” e qui mi staccai quel sorriso da idiota dalla bocca “che io non ho fatto niente, questo sputa, lui si incazza e poi mi sospende” ed agitai le mani in aria simulando due o tre tic.
“Hai sputato in testa al professore perché ti aveva rimproverato. Sputare contro una persona è l’offesa peggiore che uno possa avere intenzione di fare, lo sai? Sono i sociologi e gli psicologi a spiegarlo”
“Quello è stato dopo, professore. Dopo la sospensione ho sputato contro la finestra e mi hanno dato una settimana. Visto che c’ero, ho sputato in testa al professore e me ne sono aggiudicata un’altra”
“E ti sembra una cosa normale da fare?” me lo chiese quasi fosse un’affermazione.
“A me tante cose non mi sembrano normali. Ma non me ne lamento” spiegai.
“E sai che tutti i tuoi temi di italiano girano tra tutti i professori appena dopo i compiti in classe?” la rivelazione mi fece aggrottare le sopracciglia ed inclinare leggermente il capo da una parte.
“I miei temi… d’italiano?” chiesi.
“I tuoi temi di italiano, se tu sei Gabriele Barra, quello che è stato sospeso all’inizio dell’anno”
“Classe ottantuno, signore” ripetei con saluto militare annesso, stavolta.
“Fra i docenti si pensa che siano i migliori dell’istituto, davvero eccezionali. Da parte mia posso dirti che quello su quanto possa essere importante una frase non detta mi ha impressionato parecchio” mi guardò con ammirazione, cambiò posizione, mettendosi più comodo, sembrava che avesse trovato qualcuno a cui attaccarsi per passare il tempo.
“Beh…” che palle, parlare di questo genere di cazzate davanti a tutti. Ho sempre odiato che qualcuno mi mettesse al centro dell’attenzione in questo modo “a volte il professore li legge in classe”
“Tutte le volte…” rettificò Catalano alzando un sopracciglio con leggero disprezzo. Era sempre fottutamente competitivo con me, a quanto avevo notato.
“A me non sembrano così eccezionali…” Sarah Moretti fingeva di colorare il suo diario, distrattamente. Lei parlava per invidia del pene.
“Invece sono belli” annuì Del Monte, il che mi riempì d’orgoglio. E da lì iniziò una diatriba enorme che Coviello seppe interrompere con la voce soffusa che faceva ogni volta che dovesse parlare in pubblico.
“I temi di Gabriele sembrano delle vere pagine di un libro, non è vero che non sono eccezionalì” si muoveva a destra e a sinistra per dissimulare l’imbarazzo, il che invece lo evidenziava.
Tarantino annuiva, Pastore confermava, Nagliero che di solito si faceva i cazzi suoi ammise che “Quello sa scrivere e basta” ed a sdrammatizzare la situazione ci pensò Corona che mi abbracciò la vita smuovendomi fortemente a destra e sinistra annuncio che il suo amico sarebbe diventato uno scrittore con la stessa gioia che se avessimo vinto una cifra assurda al totocalcio.
“Quindi ho il piacere ed il dispiacere di conoscerti, Gabriele” riprese il professore pensandoci su e cambiando di nuovo posizione “ma il fatto che stiamo parlando mi servirà quantomeno a farti la domanda che faccio sempre agli alunni, fra quelli che mi è capitato di avere che si comportano come te e che hanno delle straordinarie doti nascoste: perché l’energia che sprecate per fare le vostre stupidaggini, non la utilizzate invece per costruire qualcosa di positivo?”
“Non lo so” continuavo a tastarmi l’orecchino in cerca di un appiglio.
“Uno che si comportava come te e che è stato un grandissimo poeta era Rimbaud. Ma Rimbaud ha scritto forse le pagine più belle della poesia francese dell’ottocento, lui era considerato un genio maledetto” un genio maledetto. Io di Rimbaud conoscevo soltanto il Battello Ebbro che stava sulla nostra antologia.
“Ma io non voglio diventare uno scrittore, mi basta essere un povero buffone di strada, a volte mi piace fare ridere, a volte… sputo sulle cose” nuove risa scoppiarono all’interno della classe.
“Professò, io gli ho insegnato a sputare” Corona voleva ritagliarsi la sua fetta, dal mio momento di gloria.
“Ma tu hai buone qualità, perché vuoi sprecarle facendo il buffone di strada?”
“Non sono sprecate. Posso andare al bagno?” indicai la porta.
“Sono sprecate se nel tuo tempo libero non le valorizzi esercitandoti e disciplinandole”
“Io cerco di disciplinarle, ma non voglio essere uno scrittore e sono incontinente, mi faccia andare in bagno”
“Ma non necessariamente uno che sa scrivere deve diventare uno scrittore. Potresti per esempio diventare un ottimo insegnante o magari se sei tanto bravo a parlare e scrivere come si evince dai tuoi temi, potresti essere un ottimo avvocato”
“Sono lavori che non mi interessano. Posso uscire, adesso?”
“Un lavoro prima o poi dovrai farlo, nella vita”
“Attore comico? La prego, non ce la faccio più, voglio andare in bagno”
“Perché non ci pensi seriamente al tuo futuro?”
“Perché il futuro importante è il presente secondo me, per esempio in questo istante dovrei andare al bagno”
“Invece bisogna costruirselo da adesso un ottimo futuro”
“Se lo dice lei” così mi alzai e mi diressi verso il basso della classe e lì mi girai di spalle al professore
Con una mano mi grattai la nuca, mentre con l’altra lentamente abbassai la cerniera dei miei jeans e sentii tutti gli sguardi della classe proprio addosso. Mi voltai verso Fortunato che era quello più vicino a me, forse aveva capito ciò che stavo per fare, perché mi fece segno di no con la testa, che era meglio lasciare perdere e non impuntarsi, gli sorrisi per dirgli che tanto ormai non me ne fregava più niente proprio e così, voltandomi nuovamente, scaricai tutti i liquidi che avevo nei reni ed in quel momento sentii il vero peso e valore del grande futuro che mi stavo costruendo.
“Aspetta che vengo anch’io, Gabrié” disse Corona che in tutto quel tempo era stato ad intagliarsi il banco di nuovi disegni.
Un grande silenzio proprio, e poi risate a raffica, dopo un attimo di titubanza, prima che la classe iniziasse ad evacuare nel senso che quasi tutti scapparono fuori, mentre alcuni vennero a pisciare accanto a me.
Tra quelli che andarono via ci fu anche il professore che forse intuì che con le teste di cazzo come me, non era proprio il caso di darsi tanta pena.
Dieci minuti dopo i bidelli si incazzarono come iene per quello che avevamo combinato, rifiutandosi di pulire. Promisi loro che avremmo dato una mano e mi giustificai dicendo che il professore non mi aveva lasciato uscire e io non ce l’avevo fatta più ed era la sacrosanta verità.
Nonostante tutto mi beccai la seconda sospensione per due settimane, ma questa volta Corona e Nagliero furono sospesi con me. E fu sospeso anche Catalano che, tra le altre cose, non voleva mancare di essere competitivo anche in una sfida a chi piscia più a lungo.
E con quell’altra cazzata fui separato ancora da Sarah Moretti che presto, visto che si era spesso fermata alle apparenze, mi ripromisi che avrebbe finalmente visto il Rimbaud che c’era in me.

Al ritorno dalla sospensione, la scuola rotolò avanti per altri due mesi in cui si cristallizzò il mito della nostra classe come più indisciplinata di tutta Italia.
Si creò una moda in quei mesi, la moda del simpatizzare con noi come fossimo gli studenti da imitare, tutti iniziarono a copiare il nostro modo di vestire ed il nostro modo di fare, senza che a noi ce ne importasse più di tanto, c’era chi copiava quelli dell’ultima fila (che venne denominata il Loggione) per il modo trasandato di vestire, chi copiava Corona per il modo di portare i capelli e le basette, chi prese a copiare Cristiani per le sue magliette fosforescenti e ci fu un vistoso incremento di lobi bucati da orecchini a cerchio, jeans larghi e sbiaditi e camicie mezze sbottonate a volte esatte uguali a quelle che portavo io. Sembrava che la scuola si fosse rispecchiata dentro noi e avesse trovato la sua stessa anima nella nostra e a noi questo cambiamento ci sfiorò solamente perché continuavamo a fare quello che dovevamo e volevamo come e quando ci pareva, solo e semplicemente c’era in più il fatto che gli studenti degli anni superiori iniziarono a rispettarci, iniziarono a credere che fossimo veramente dei figli di puttana. Ci attribuivano delle qualità ideologiche che in realtà non avevamo, ci credevano dei ribelli, ci credevano dissidenti, ma in realtà eravamo soltanto teste vuote sbattute contro la scorza del mondo. A scalfirsi era lei, mentre le nostre teste vuote non ne subivano conseguenze.
In quel periodo diventammo il referente preferito di tutti: i ragazzi ed i professori mi osannavano perché avevo matematicamente portato la squadra della scuola nelle provinciali con quattro gol di cui due decisivi in soli quaranta minuti giocati, il ché mi aveva garantito finalmente il posto in squadra da titolare, i comunisti, con la loro voglia di rivoluzione, si identificavano nelle nostre proteste contro i professori, i professori stessi crearono un rapporto confidenziale con noi per quella inconscia simpatia che si prova sempre per gli studenti più indisciplinati, i miei temi vennero pubblicati nel giornale della scuola, Catalano riuscì soltanto a pareggiare con le sue poesie, Tarantino e Marcantonio si alternavano nel disegnare vignette satiriche scritte da Coviello che, insieme a Fortunato, fu inserito nella squadra dell’atletica vincendo i cento metri e la staffetta a quattro mentre Fortunato vinse il lancio del peso il secondo, Pastore divenne presidente del cineforum e poi capo redattore del giornale stesso, Morra organizzò il concerto di Carnevale ed a Corona fu affidato il compito di disegnare un grande murales con l’intestazione della scuola sul muro di fronte del corridoio delle assemblee di istituto. Tutti ottenemmo riconoscimenti e chiunque in generale ci si affezionò perché in giro per i corridoi, nei bagni, nel cortile, montavamo improvvisamente spettacoli di una comicità unica e in quel grandioso periodo riuscimmo ad infondere vita nel logorante tempio della cultura che la scuola voleva rappresentare, riuscimmo a rendere ogni giornata divertente ed interessante per chi avesse un minimo di intelligenza e di apertura mentale.
Ci odiavano e ostacolavano solamente, fra tutte, tre categorie di persone: i professori della nostra classe, i nostri compagni figli di papà ed il preside. Di una di queste tre categorie purtroppo faceva parte Sarah Moretti e quello me la allontanò come nientaltro credo, non ci pensai immediatamente perché sembrava che non ci fosse contro nessuno in quei mesi, sembrava veramente che nulla sarebbe stato più impossibile per noi, i nostri nomi e le cose che facevamo, anche le cazzate più grosse, erano nella bocca di tutti, professori e alunni e ad un certo punto cominciammo ad essere coscienti di questo stato di grazia che ci aveva avvolti.
Ragazze più grandi ci guardavano affascinate dal grande mistero dell’essere considerati popolari senza avere il merito di essere belli o ricchi. Catalano si fidanzò con una del terzo anno, Corona era assediato dalle ragazzine del primo e del secondo, quelle delle classi in cui era stato gli anni precedenti si affacciarono spesso a salutarlo, come rimpiangendo di non averlo più con loro, Coviello ricevette un mazzo di fiori da una ammiratrice anonima, Tarantino veniva pedinato tutte le mattine da una che sembrava una ballerina spagnola, Pastore fu visto a baciarsi con una piccola piccola e brutta come lui.
Di tutte le cazzate che fioccavano ogni giorno, quello veramente storiche furono due: Cristiani che si calava da una finestra con una corda fatta di bretelle di zaino preparata da me e Corona e Coviello salito dal davanti sulla cappotta dell’auto di una professoressa che stava arrivando.
Tutto questo alla fine iniziò ad avere il suo peso sulle mie spalle ed essere sempre monitorato da chiunque e sapere che in ogni momento tutti si aspettavano da te qualcosa di grande, ad ogni passo che mettessi nel corridoio o ad ogni entrata che facevi nella scuola, non era poi la cosa migliore che potesse capitarmi, proprio a me che volevo mischiarmi nella folla e catturare la mia ispirazione estratta direttamente dalla fonte Sarah senza dare nell’occhio. Per esaltarmi scrivendo una canzone che avrei cantato solo a me stesso centinaia di volte.

Tutta la nostra popolarità ci si rivoltò contro alla fine del primo quadrimestre e ci fece aprire gli occhi di fronte alle tre grandi inimicizie che ci eravamo creati.
La prima la scoprimmo nell’assemblea di classe di febbraio, quando il più importante punto all’ordine del giorno fu il casino durante le ore di lezione e tutto il resto della classe ci puntò il dito contro e ci mandò alla pena capitale accusandoci nome per nome di disturbare le lezioni e di aver dato una pessima reputazione all’intera classe e non solo a noi stessi e poi anche delle note che avevamo collezionato mese per mese.
Per tutta quell’assemblea Sarah Moretti mi guardò come fossi un assassino, proprio a me che sembravo la vera scintilla del cambiamento di tutta la classe e proprio per il fatto che ero stato la vera scintilla della classe.
“Ma non ti dà fastidio il fatto che per colpa tua il preside ci abbia additato come la classe più deludente dell’intero istituto? Io a scuola ci vengo per studiare, non per vedere come voi fate gli stupidi e per essere discriminata da tutto il resto dell’istituto” affermò lei intervenendo nel corso dell’assemblea in occasione della quale mi ero unito ai miei compagni del Loggione sedendomi fra di loro con Corona e Cristiani come in una bella rimpatriata. Era alquanto alterata, forse perché l’avevo un po’ trascurata, in quel periodo.
Mi alzai.
“Non è colpa mia se questa è una classe di merda” risposi semplicemente scaricandomi la colpa come fosse polvere sulle mie mani e tornai a sedermi.
“Sì, è vero, rimbambita, povera scema, non capiscono un cazzo questi qua” la sommersero con il coro i ragazzi fra cui ero seduto. Erano proprio dei ragazzi d’oro quando ci si mettevano, eh.
“Vi ringrazio” dissi come se fossimo in un’importante assemblea parlamentare.
“Invece è colpa sua, è stato sospeso due volte, ha sputato in testa al professore d’inglese, non si sta un attimo fermo, è lui che provoca gli altri” Altamura si aggiunse alla contestazione di Sarah.
“E i rimbambiti siete voi che sapete solo aggredire” commentò Marisi, incrociando le sue grosse braccia sul petto.
“E io a mia madre che gli devo dire?” anche Di Bitonto che non aveva mai un cazzo da dire, volle esprimere la sua opinione.
“Quel… maiale ha fatto... i suoi… bisogni vicino al muro” Sarah Moretti indicò il fondo dell’aula “Ma vi rendete conto almeno della gravità di questo?”
Nessuno seppe rispondere adesso, ci fu solo la risata di Cristiani che accese tutte le altre nostre. Di Monte scuoteva la testa in segno di dissenso, Pastore era fermo immobile come un capo indiano, nella differenza di posizione che esprimevano i loro volti si identificava la frattura che aveva diviso l’intera classe.
“E se la ridono!” disse solo Sarah Moretti stringendosi la testa tra le mani, ormai del tutto scoraggiata “Mi sembrano dei dementi, questi qua” effettivamente lo eravamo.

La seconda inimicizia che ci eravamo creati la scoprimmo, anzi, più che altro avemmo ulteriore conferma della sua esistenza, quando il preside beccò Corona che stava scrivendo sul muro del bagno, ci aveva proprio una fissa per l’arte grafica, lui. Ce lo portò in classe per un orecchio mentre quello bestemmiava in sette lingue diverse di lasciarlo andare.
Ci guardò con una luce di stizza negli occhi quando stava per uscire, poi gli ordinò di stare zitto e, fermandosi per un attimo sulla porta, gli puntò un dito contro.
“Hai trovato i tuoi giusti compagni in questa classe, ma io so come sistemarvi a tutti e poi quest’anno te ne vai, se vieni bocciato ancora e giuro che neanche se inizierai a studiare da adesso giorno e notte lascerò che tu passi l’anno. E qualcun altro ti seguirà così vediamo di organizzarci per fare diventare innocua questa classe entro l’anno prossimo” lui non era di quelli che sapevano prenderla con ironia.

La terza inimicizia la scoprimmo come detto alla fine del primo quadrimestre, quando su ben dodici pagelle il voto segnato a nero che riguardava la condotta fu il sette. C’eravamo tirati dietro anche qualche innocente e fu finalmente confermato che eravamo la classe più indisciplinata d’Italia. Sulla mia il sette non c’era fortunatamente, la mia pagella aveva per voto della condotta un bel sei dalle curve tonde tonde; a far compagnia a quel sei solo soletto, venne quello di Corona.
Praticamente perfetto per un primo anno da primato, visto che l’unico sei sia per me sia per Corona fu quello. Per quanto riguarda la mia pagella, tutti i miei voti superavano abbondantemente il sette, dato che da un po’ avevo anche recuperato a matematica, mentre quella di Corona ce li aveva tutti al di sotto del sei, gli altri voti.
“Guarda qua, quest’anno sono salito pure in condotta” mi disse sorridendo della sua pagella e tirò fiori uno splendido coltello intarsiato con cui prese ad intagliare il banco.
“Bello, quel coltello” gli dissi.
“Ti piace?” voltò la testa verso di me “Se vuoi posso procurartene uno uguale”
“Lascia stare, va a finire che ci ammazzo qualcuno, schizzato come sono” mi piantai una mano sotto il mento, annoiato.

Quel giorno stesso di metà febbraio ci scambiarono di posto. A tutti senza pietà neanche per chi non aveva mai fatto niente e, per quanto fosse difficile, si cercò di fare in modo che non esistessero più due sette in condotta vicini di banco, per non parlare di me e Corona che saremmo stato posizionati uno ad un angolo e l’altro all’angolo opposto della classe.
Presenti alla destrutturazione e ristrutturazione della classe di quella mattina furono tutti i nostri genitori o almeno quelli che avevano potuto essere presenti. C’era mio padre che era tanto deluso che nelle ultime due settimane di sospensione non mi aveva praticamente cagato se non per mandarmi a fare in culo ogni qualvolta gli capitassi tra i piedi. E c’era la madre di Sarah Moretti che, con espressione arcigna ci aveva spiegato che chi aveva usato l’aula come urinatoio non aveva nulla di diverso da quei ragazzi che a quell’epoca avevano lanciato massi dal cavalcavia. Dunque ero anche un assassino.
Mentre il professore cercava il posto adatto a me e continuava a farmi spostare zaino e tutto prima a destra e poi a sinistra, mio padre non smetteva di consigliarlo in perfetto vernacolo facendo ridere chiunque e accattivandosi le simpatie dei miei compagni di baldorie, col risultato che mi piantai le mani in faccia della vergogna e ripagai quella che lui doveva aver provato e stare ancora provando per me.
Io, che di tutto il casino ero stato il fautore, con la storia di Rimbaud e del genio maledetto, tradii i miei amici che protestarono di non voler cambiare posto ammettendo che smetterla era la cosa migliore e facendoli tornare alla ragione. La leggenda era ormai terminata e poi veramente non ce la facevo più a sentirmi richiamare ad ogni stronzata che facessi, fosse anche solo pulirmi il naso e non ce la facevo più a subire lo sguardo indignato di mio padre del quale non sembrava più che fossi neppure lo sputo.
Così anche gli altri si decisero a farsi cambiare di posto, dopo che, di buona volontà, fui il primo a prendere posto, nell’aula vuota al nuovo banco che mi fu assegnato: tanto dopo tutti i giri che mi avevano fatto fare, mi avevano rimesso al posto di prima.
Tu vai lì, tu spostati qui, tu fuori dalla finestra, tu sopra la lavagna e un mescolamento totale da far paura, mi vidi i miei amici andare a finire negli angoli più bui della classe, nascosti dietro facce da mummie sgobbone che avrebbero scatenato una polemica di quelle asprerrime (se si potesse dire) appena avessero aperto bocca.
Il banco accanto al mio era rimasto ancora vuoto, mentre me ne stavo con la testa fra le mani ed una emicrania allucinante ad osservare il pavimento dove quattro mesi prima Corona aveva artisticamente elaborato i suoi vomitini a chiazze. Mi svuotai da ogni pensiero, cancellai tutte le voci attorno a me, pensai che non avevo scritto neanche una canzone in tutto quel tempo ed avevo solo cazzeggiato in compagnia di questi futuri nullafacenti, vidi la mia vita andare a rotoli e pensai che forse il mondo non mi sarebbe mai più piaciuto come mi era piaciuto in quei due mesi perché nell’unico periodo in cui ero stato felice, non avevo costruito nulla di buono ed avevo anche distrutto la mia più bella storia d’amore e ispirazione, nonché forse l’unica.
Poi, quando tutto si era ormai profondamente tinto di nero (si posssono immaginare la mia gambe che tremano leggermente ed il cuore che ha un sussulto, io che, nell’incertezza di aver capito bene, volto la testa da una parte, la osservo avvicinarsi, sbuffando, ma è come se finga, come se in realtà sia contenta, come se sperasse che quello che lei aveva voluto si avverasse per davvero, ma casualmente, così da non compromettersi) la presidentessa Sarah Moretti, quella dai fouson fucsia che quel giorno, tra l’altro, indossava per l’ora di educazione fisica ormai saltata, abbandonò lo zaino dietro lo schienale della sedia che era stata di Corona e adagiò i suoi morbidi glutei sul fondo della stessa. Quel giorno seppi per davvero che, se la fortuna baciava gli audaci, io dovevo esserlo stato all’ennesima potenza.

Molto tempo dopo, forse a metà del secondo quadrimestre, ce ne saremmo stati buttati nel cortile della scuola, Corona e Tarantino (ex-ultima fila o loggione) a fumare, Cristiani a togliersi la cacca dal naso, Coviello (ex-ultima fila o loggione) a cercare di convincere Mangino (ex-ultima fila o loggione) a fare l’imitazione del professore di inglese, Fortunato (ex-ultima fila o loggione) a prendere in braccio Pastore (ex-ultima fila o loggione almeno moralmente) e fargli fare le capriole, Nagliero (ex-ultima fila o loggione) a sfottere la mamma di Morra (ex-ultima fila o loggione) che tra parentesi era una bravissima e bellissima donna e Ieva (ex-ultima fila o loggione) a parlarci a tutti quanti delle sue avventure dell’anno precedente ed io sdraiato per terra a pensare a Sarah Moretti così vicina nel campo di pallavolo e così lontana per ciò che sarebbe successo.
Un tipo di quarto allora se ne sarebbe venuto per fumare anche lui una sigaretta ed avrebbe detto come fosse un segreto di stato:
“Io lo so che voi state solo cercando di far calmare le acque per poi riprendere a fare più casino di prima. Tutti lo sanno nella scuola e stanno aspettando di... per modo di dire... rivedervi all’azione”
Noi ci saremmo guardati tutti in faccia pensando ‘che cazzo vuole questo?’ e lo avremmo mandato affanculo con una tranquillità da indiano buddhista.
Ma ci saremmo resi conto comunque che quelli erano stati i mesi più grandi per noi, all’interno della scuola e forse i mesi più grandi della scuola stessa, eravamo stati capaci di riaccendere l’entusiasmo di tutto un istituto e smontargli di dosso quel vestito di tedio che indossava da sempre. E se ci avevano spenti piuttosto presto erano stati loro a volerlo e loro ci stavano andando da sotto, senza più nessuna guida all’interno del Liceo, senza più nessuno stimolo ed in fondo in fondo anche se sapevamo che non avremmo più fatto casino neanche col pensiero, ognuno di noi si aspettava dall’altro che, come aveva detto quel ragazzo di quarto, avesse la forza e la volontà di riaccendere la fiamma che ci aveva animati un tempo e naturalmente, anche se nessuno lo diceva, le più grandi aspettative gli altri le avevano su di me.
Ma il ‘genio maledetto’ come mi aveva definito in un giorno di gennaio quel professore, aveva perso l’interesse per qualunque genere di leggendarietà perché aveva altro a cui dedicarsi, e qualcosa a cui Rimbaud non avrebbe mai pensato, visto che informandomi, scoprii che era stato omosessuale.
Avevo da pensare a come intessere una storia d’amore con Sarah Moretti e per fare ciò avevo bisogno di ricostruirmi un’immagine che a lei non dico piacesse, ma quanto meno potesse andare bene.

11
Balia
(E se fossi troppo grande per amarti?)



FEBBRAIO DELL’INFANZIA RIAVUTA

Mi venne già il secondo giorno dopo che eravamo vicini.
Quel giorno avevo una barba da fare invidia ad un barbone.
Fu solo un attimo, le cadde la penna dal banco e lei si chinò per raccoglierla, i suoi capelli legati caddero da un lato, sulla sua spalla, e scoprirono la sua nuca.
Stavo ascoltando la lezione di storia dell’arte (una delle rarissime volte) e mi distrassi proprio in quell’attimo con nella mente ancora i bronzi di Riace e la loro posizione chiastica e mi immaginavo un grande coglione greco con la sua tunica bianca ed i suoi sandali come i Greci del cartone Pollon che stava scolpendo la versione originale ricopiata poi in bronzo. Me lo immaginavo che ad un certo punto si girava verso di me con un paio di occhiali da sole ed un paio di cuffie alle orecchie e diceva “Se non ti piace, che cazzo mi guardi a fare?”
Quando mi voltai verso di lei, il greco mi stava ancora facendo segno con il medio della destra alzato e fu il suo collo a chiamarmi, ne sono sicuro, perché i miei occhi si fissarono su di lui ed improvvisamente i bronzi di Riace ed il coglione greco si cancellarono dalla mente per far spazio a lei che non riusciva a prendere la penna e che poi l’agganciava con due dita e risaliva su.
In quel collo lessi l’istante esatto in cui la goccia di pioggia si dissolve su una foglia, la luce soffusa del crepuscolo che abbraccia un orizzonte, il cinguettio del passero nel silenzio del pomeriggio estivo. Rividi il coglione greco che adesso l’ammirava anche lui e gli dissi nella mia mente “Potevi scegliere lei come soggetto, deficiente” e lui annuiva incantato con lo scalpello in una mano ed il martello nell’altra e la bocca spalancata.
Ne dedussi che la storia era stata una colossale stronzata perché non dovevano esserci state ragazze come lei nell’antichità.
Si rialzò portando alle mie narici un profumo di miele e fragola e mango e quante cose buone ci sono sulla faccia della Terra tutte insieme ed ero convinto che quel profumo fosse nato dal suo semplice chinarsi così innocentemente per raccogliere una penna, piuttosto che da una bottiglietta testata in duecentomila laboratori sparsi per la Francia.
Mi guardò per un attimo incuriosita ed io me ne stavo ad osservarla ancora, con la testa inclinata da un lato e completamente in balia del suo profumo incantatore; scossi il capo ed arrossii improvvisamente.
Lei inarcò le sopracciglia come per chiedermi perché la guardassi, mi venne d’istinto risponderle.
“No, è che...” gesticolai vistosamente “stavo sentendo il tuo profumo...” dovevo avere la faccia romantica eppoi forse ero stato troppo dolce, bisognava rimediare “...credo di averlo già sentito da qualche parte, non so...” abbastanza evasivo ok, ma sarebbe stato meglio precisare che “... non pensare che io te l’abbia detto per... insomma” no, no, così mi sarei rovinato da solo, impacciato di merda “...e come... come si chiama?” mi salvai in calcio d’angolo e cercai di riprendere fiato per affrontare la prossima sessione.
“Coolwater!” mi rispose raffreddando improvvisamente lo sguardo e tornando ad osservare il professore.
Non smisi di guardarla, per quanto mi vergognassi come se fossi nudo in mezzo alla strada con un migliaio di persone a deridermi, quindi decisi di aggiungere al mio sguardo qualche altra parola, così, tanto per non sembrare più stonato del solito.
“Ha un buon sapore... cioè, voglio dire” scossi la testa “non è una cosa che si mangia” provai a ridere ma lei aveva lo sguardo fisso in avanti “volevo dire che ha un buon odore... cioè... profuma” rimasi addubbiato dalle mie stesse parole, avrei voluto darmi tanti pugni in faccia da solo. Certo che profuma, animale, è un profumo!
“Voglio dire” sorrisi “tutti i profumi profumano... però ci sono quelli che... insomma... hanno un profumo di mer... cioè che non è buono, invece questo è così...” il coglione greco faceva di no con la testa, le braccia lungo i fianchi.
“Vuoi smetterla?” mi interruppe a bassa voce “Per colpa tua non sto capendo nulla. Pensi solo alle bambinate, tu” era così sicura quando parlava con me che mi resi conto di essere effettivamente un bambino nei suoi confronti, perché io la sicurezza e la decisione ce l’avevo solo nel praticare cazzate. Il greco si compiacque del fatto che lei preferisse ascoltare la lezione che riguardava la sua opera d’arte.
“Ah già!” abbassai la testa tornando a voltarmi e poi mi abbassai tutto proprio, affondando il più possibile sotto il banco.
Vidi ancora il tizio greco che adesso rideva piegandosi in due con le braccia incrociate sullo stomaco come se non ce la facesse più. Puntò lo scalpello verso di me senza smettere di ridere.
“Sei proprio un bambino coglione, amico, non sai nemmeno parlare con una ragazza, eppure quella barba ti da un aspetto da grande. Fammi tornare al mio lavoro, va’” e tornò ad occuparsi delle statue ancora in fase di lavorazione con un’ultima botta di risa mentre già colpiva lo scalpello col martello.
Mi grattai la barba e ricordai di averla, forse era per quella che oggi era così scontrosa con me.
Mi venne in mente il secondo giorno, stavo dicendo, e se la ricordo ancora bene, faceva più o meno così, con il cambio leggermente stonato.


Balia

Strofa 1
Collo di latte,
alza ancora per favore i tuoi capelli
e lascia libera la nuca da inutili colletti
che io possa baciarla con labbra inconsistenti.

Ritornello 1
Sono solamente un bimbo con la barba
che ha bisogno del tuo collo su cui lasci scivolare
semplici granelli di cristallo
che vanno a rotolarti sulla pelle
...

Strofa 2
Vorrei essere te.
Vorrei essere la ragazzina dai capelli castani
che pare così sicura di tutto ciò che fa
e che, con due occhi che riflettono dolcezza,
mi parla senza alcuna esitazione.

Ritornello 2
E invece sono un bimbo con la barba solamente
che ha timore di sembrarti troppo grande
per bere il latte dal tuo collo che non avrebbe poi
motivo di essere bevuto.
Se fossi troppo grande per amarti.
...

Finale
No, che non lo sono, troppo grande,
non avrei bisogno del tuo latte, signorina,
non avrei bisogno dei tuoi capelli
che la cioccolata invidia per dolcezza
e non avrei bisogno delle guance
che come rosee pesche non cadono
dal tuo ramo, signorina, dal tuo ramo.
...

Ritorno alla strofa 1
Lascia libera, ti prego, la tua nuca
vabbé, sono troppo grande, l’ho capito
però lascia che la guardi un’altra volta
e che possa baciarla con labbra inconsistenti.

Senza che ancora ci fossimo parlati una volta sola, già avevo capito che quello che da un piccolo desiderio stava diventando lentamente il mio sogno, non si sarebbe mai realizzato neanche nella mia immaginazione e mai avrei pensato a come sarebbe stato stare con lei, perché avevo la sensazione che non mi avrebbe mai dato la possibilità neanche di fare questo.
Stracciai il testo della canzone che mi sembrava pure bellina alzandomi dal mio sgabello e mettendomi steso sul mio divano a pancia in giù, con i pugni sotto il mento per tenere la testa alzata, a guardare alla televisione un cartone animato di serie B.
Un bimbo con la barba solamente.


12
Rimpianto per il presente
(Primi contatti effettivi)



FEBBRAIO DEL CAMBIAMENTO

Erano ormai due settimane che eravamo seduti accanto e la storia da allora non era cambiata di molto.
Corona aveva smesso di fare casino dal suo sei in condotta e si limitava ad intagliare il suo banco con disegni degni di un’artista; a quanto pareva da un po’ si era messo pure a studiare quel poco che bastava perché non facesse scena muta ad ogni interrogazione.
Cristiani urlava solo di tanto in tanto ed aveva spiegato ai professori che non ce la faceva a non urlare mai, così gli era concesso due o tre volte all’ora di fare strada alle sue fantasie vocali e tutta la scuola sapeva di questo ed ogni volta che si sentiva un urlo che tagliava tutti i corridoi dell’edificio se ne conosceva la provenienza.
Quelli del loggione facevano solamente qualche battuta ogni tanto e la procedura era sempre quella: uno (di solito Mangino) faceva la battuta, un altro da un’altra parte dell’aula lo appoggiava (di solito Nagliero), il terzo (di solito Fortunato) riconosceva che erano due imbecilli, uno rideva schiattando sulla sediolina (di solito Tarantino) un altro si alzava e andava a tirargli i morsi sulla spalla (di solito Coviello) ed uno (di solito Ieva) da un altro punto ancora dell’aula, si girava indietro e schiaffeggiava un altro (di solito Morra) in quel momento di sottile libertà concessa.
Quella mattina cavalcavo ancora sull’onda del simpatico-non-volgare e me ne venni a scuola deciso a parlarle seriamente per la prima volta da quando eravamo seduti accanto.
Lei si era messa in faccia la sua solita maschera da ‘sono indifferente se non cominci tu’ ed io cominciai mentre il professore di italiano ci spiegava che il fulmine è un pezzo di ferro di dieci centimetri che rimbalza da un punto all’altro della casa quando entra dal camino.
Avevo notato, stavo per dimenticarlo, che adesso qualche volta mi ascoltava anche se le chiedevo qualcosa durante le spiegazioni, era ancora in via sperimentale, il nostro amore, no?
“Posso farti una domanda personale?” le chiesi all’improvviso osservandola girarsi verso di me aggrottando le sopracciglia e con piccole chiazze rosse sulle gote che andavano espandendosi.
“Dipende” rispose non più sicura come la ricordavo solo due settimane prima, forse col simpatico-non-volgare l’avevo finalmente suggestionata un tantino.
“Sei... sì, voglio dire... fidanzata, tu?” ecco, gliel’avevo detto ed adesso il dubbio che ci avevo me lo sarei tolto col monosillabo di risposta che mi avrebbe dato.
“Sì, sono fidanzata” immaginai che mi dicesse ed il mio cuore che si raggelava in un secondo, la mia pressione che si abbassava vertiginosamente, svenimento, conati di vomito, minzione e defecazione tutto contemporaneamente, brividi di freddo e linee di febbre grosse quanto pilastri di cemento portanti in un condominio.
“No, non sono fidanzata” e uccellini e campi in fiore e campane a festa e musica in piazza, bambini che giocano con le bici, sorrisi giganteschi a denti bianchi e Dio esiste ed è pure un pezzo di pane d’Altamura tanto è buono e tutto il resto così fantastico e celestiale e paradisiaco e luci tricolori verdi bianche e rosse e l’Italia aveva vinto i mondiali e tutto ciò mi dava un’energia tipo pila alcalina Duracel e mi sembravo il pupazzo della pubblicità che non si ferma più neanche con le cannonate.
“A te che te ne importa?” questo non lo avevo calcolato e per la prima volta da quando la conoscevo mi aveva preso alla sprovvista e adesso non ero più tanto sicuro di poter continuare sulla scia del simpatico-non-volgare e cambiai rotta imbarcandomi sullo sta-attenta-piccola-o-ti-farai-male.
“Non mi piace che tu mi risponda così” dissi agitandole un dito davanti agli occhi.
“Non è a te che deve piacere” ecco qua, due a zero infilato nel sacco mentre si voltava mirando con gli occhi un punto indecifrabile della lavagna di fronte a noi. Si era calata ancora la sua maschera sulla faccia come una colata di cemento a presa rapida.
Mi rituffo nel simpatico-non-volgare per recuperare lo svantaggio.
“Potevi venire col vestito di tua nonna allora e così sicuro non mi saresti mai piaciuta” piccolo sorriso da parte di lei, tentativo di smorzarlo, non ci riesce, non ci riesce, sono un grande.
Riprendo fiducia, due ad uno e mo pareggio di sicuro.
“No, non sono fidanzata” mi fa prima che io apra bocca e ci avete presente tutto quello che ho scritto prima delle campane, festa e musica in piazza e cose così? Minimo sarà stato bello il doppio.
Chino la testa con gli occhi chiusi e le mani congiunte un paio di volte e sussurro che veramente quel Dio che adesso esiste, comincia a volermi un bene (perdonatamela vi prego) della... Madonna.
“Ecco” fa lei alzando lo sguardo al cielo e forse ci crede anche lei “adesso è partito”
“Sì” le dico senza rendermene conto “per il tuo cuore” e così mi do una violentissima zappata sui piedi da troncarmeli di netto da solo, mi serro le labbra con una mano e sto a vedere la sua reazione: fa finta di non aver sentito ma lo so che l’ha sentita e credo pure le sia piaciuta perché diventa rossa, sorride e si volta dall’altra parte.
Tutto ciò è veramente fantastico, oh.
“Posso” le chiedo ancora “farti una domanda ancora più personale?”
E’ ancora semi-sconvolta da ciò che le ho detto, ma fa segno di sì con la testa: non fa più la difficile come poco prima, ok, è cotta lo so, è cotta e adesso basta allungare una mano perché se ne venga con me dalla mia parte. Non ci vuole niente, devo solo farglielo capire, basta un accenno, una piccola frase, una domanda tipo: se io te lo chiedessi, ti scopere... mmm sposeresti con me?
“Che misura di reggiseno porti?” come cazzo mi è uscita questa mo? avevo aperto la bocca con il ‘se te lo chiedessi’ già sulla lingua e mi è uscito questo sgorbio di domanda, eppure i patti erano diversi e non ci siamo e... col mio cervello ho uno strano rapporto, alle volte.
“Ma... sei proprio un animale!” infatti.
“No, no volevo chiederti questo eppoi non mi interessa che misura porti, tanto al massimo sarà una prima, però...” mi sa che mi sto inguaiando di più.
Rimane a bocca aperta tutta sconvolta e angosciata, cerco di sorriderle, ma mi risponde con uno schiaffo che risuona per tutta la classe rimbalzando sui muri e finendo alle orecchie del professore. Il palmo della sua mano destra e la mia guancia sinistra ormai ci hanno anche rapporti sessuali, tanto si conoscono bene.
“Che succede laggiù?” chiede il professore.
Io non so che rispondergli, lei, incazzata com’è, non ci pensa neanche, così risponde Tarantino che hanno messo al mio fianco da quando cambiarono i posti ed è il più calmo di quelli dell’ex loggione.
“Niente professò, ho chiuso troppo forte il libro” grazie, grazie ti voglio bene, mi hai salvato da una figura di merda abbastanza compromettente.
“Non è vero!” fa Sarah e lo sapevo, Giuda, che non poteva andarmi liscia per una volta, tutte, si devono venire a sapere, perché non mi sto zitto zitto come fossi muto e... chissà, magari le piace il tipo parlo-poco-ma-bene.
“Barra mi ha dato fastidio e gli ho mollato uno schiaffo” risata generale e ridete ridete rimbambiti che non capite un cazzo, annuisco con la testa e mando giù anche questa.
“Barra,” mi fa il professore “non ti abbiamo messo lì per dare fastidio a Sarah Moretti, il nostro scopo era di farti smettere completamente”
“Non...” ammetto “non lo faccio più. Giuro!” con una mano sul petto e la testa chinata. Vaffanculo. Cazzo. Mi da fastidio scusarmi, oh.

Altro giro, altra corsa, altra stronzata ai danni della pupa. Ci ho un’idea folgorante che me la sono sognata stanotte e non posso sbagliare stavolta.
“Allora” dico a Sarah qualche giorno dopo il nostro piccolo primo approccio, in una mattina piovosa che dà di febbraio ed infatti lo è ancora “C’è questa tipa qua, di cui mi sono innamorato, ma vedi, non so come dirglielo o farglielo capire”
“E grande, piccola, com’é?” mi chiede tutta curiosa di ascoltare una mia confessione.
“Ha la mia stessa età ed è veramente bellina, va in prima B”
“Le hai mai parlato?” stavo per dire ‘certo, proprio adesso’, ma scuoto la testa e deglutisco prima di ricominciare.
“Sì, qualche volta, ma non credo che abbia capito che io... insomma... vabbé dàì, non me lo far dire che mi vergogno”
“E perché lo stai chiedendo a me come devi fare per dirglielo?” buona questa, nel sogno non c’era, mi tocca improvvisare.
“Perché tu... sì, beh, sei una ragazza. Come ti piacerebbe che uno... te lo facesse capire?” credo sia ok come risposta.
“Ci sono diciassette ragazze in questa classe, perché proprio a me?” adesso comincia ad essere un po’ troppo imprevedibile.
“Adesso sto parlando con te e tu mi stai vicino nel banco, non farmi incazzare e rispondimi” credo che anche questa sia buona, come risposta.
“Non lo so... dovresti dirglielo chiaramente”
“Non ho il coraggio”
“Potresti scriverle una lettera”
“Non so che scriverle”
“Potresti darle un regalo”
“Non ho i soldi”
“Potresti mandare qualcuno a dirglielo”
“Non ho chi mandare o forse sì, ci mando Corona”
“Lasciamo perdere!” riprende a pensare con una mano sotto il mento, potrei mandare lei a dirglielo effettivamente, ma è a lei che deve dirlo, speriamo che non mi chieda di andare lei.
“Posso andarci io” e che cazzo ce le ho tutte io le sfighe di questo pianeta di merda, mi viene l’angoscia a volte, Madonna Santa.
“Non puoi andarci perché... è una pessima idea mandare qualcuno a parlarle, soprattutto se ci mando una ragazza” che risposta di merda.
“Hai ragione” mi sta prendendo per fesso o mi sto prendendo per fesso da solo? “beh, allora non so che dirti!” continua, aprendo il libro di fisica ed inziando a ricorpiarci sopra gli appunti scritti su di un foglietto mezzo sgualcito che il professor Rana (di fisica per l’appunto) non smetteva mai di dettarci, indomito.
Vorrei dirle grazie lo stesso, ma mi ricordo che quel discorso doveva farle capire qualcosa.
“No, aspetta” le dico “tu devi aiutarmi perché sennò non so a chi chiederglielo, sono veramente disperato” ed è la verità, questa non lo capisce neanche se glielo dico esplicitamente, cioé, si può sempre provare... ma con la faccia da deficiente che mi ritrovo, non mi crederebbe mai.
“Non c’è nessun altro modo perché tu possa farle capire di esserti innamorato di lei se non fai una di queste cose che ti ho detto, come posso esserti d’aiuto più di così?” e mica ha torto, la ragazza, forse dovevo farglielo capire quando mi ha chiesto ‘Com’è?’ e devo aver perso un’occasione irripetibile.
E adesso che le dico? Non è che si può girare più di così attorno al discorso, ad un certo punto bisogna che lei lo capisca pure, sennò può continuare pure per tutta la giornata e stiamo sempre lì.
“E’ vero” le dico sconsolato per davvero “ma il fatto è che lei è così dolce, così semplice e così bella ed io non voglio rovinare tutto questo” adesso le parlo sinceramente come se realmente io mi stia confidando e non me ne rendo neanche conto “io sono così... a fatti miei insomma, tu mi vedi fare casini dappertutto e non sono buono a nulla. Non riuscirei mai a chiederle di mettersi con uno che sarebbe la sua vergogna per i corridoi di questa scuola, eppoi lei è anche così diversa da me, è tutta una cosa diversa proprio, voglio dire, certamente non sono il tipo per lei e magari questa mi manda affanculo al primo colpo e poi non potrei sopportare di vederla ancora. Non voglio che lei debba vergognarsi di vedermi in giro pensando che io l’abbia disturbata chiedendoglielo. Vabbé... tanto a te che te ne frega di tutte queste cose, poi?”
“No, continua, ti sto ascoltando” ed era vero, perché adesso la lezione era cominciata da un bel po e lei se ne stava con una mano sotto il mento poggiata al suo banco ad ascoltarmi.
Le sorrisi con il cuore che mi gridava di gridarglielo e di rizzarle i capelli con tutto il mio fiato e di spezzarle pure i denti con la potenza delle corde vocali, magari cantandoglielo come fossi un tenore e facendola volare fuori dalla finestra come un aquilone, ma parlai quasi sussurrando.
“Mi piacerebbe che fosse facile dirle che mi sono innamorato di lei e che lei mi capisse, ma non potrebbe capire, magari penserebbe che voglio solo farmela, ma più che altro penso che mi riderebbe in faccia e penserebbe che la gente come me non è capace di amare ed in fondo forse è vero ed è meglio non dirle nulla e farmi male da solo a vederla vivere la sua vita senza darle noie”
“Addirittura farti male da solo!” mi fece incredula.
“Conosco già il numero delle notti che non dormirò, bella, e ti giuro che non sono poche” le dissi “so già quante volte piangerò e quante volte avrò voglia di non essere mai esistito o almeno non essermi mai innamorato di lei. Già mi viene a volte; è dura essere innamorati, lo sai?!”
Forse le sto dicendo troppo adesso, deve aver capito qualcosa e forse siamo a cavallo.
“Potresti invitarla fuori!” fa poi con l’espressione dell’idea perfetta e forse lo è pure, ma rimane il fatto che questa qui non ha capito proprio un cazzo.

Fine febbraio danzata sui calendari a ritmo di stronzate volteggianti come ballerine sudamericane abbronzate e dai capelli lunghi, belle stronzate, sì, ma pur sempre stronzate e basta.
Non ho concluso proprio niente con la fanciulla e la mia chitarra ormai mi chiama da un po’ e non sa nulla del mio tradimento con una elettrica ed un po’ ancora adesso ho quel rimorso dentro di me, ma se lei fosse venuta con me lì dov’ero andato, non ci sarebbe stato nessun paragone con nessun altro strumento musicale del globo.
Adesso si cerca più che altro di raccogliere tutte le emozioni sul centro di convergenza Sarah Moretti e di dedurne qualcosa di serio, piuttosto che due o tre dialoghi sgangherati come mai si erano visti prima.
Effettivamente da una prospettiva prettamente individuale, la mia storia con Sarah Moretti va bene.
Se sono io ad immaginarmela incastonata fra le corde della mia ispirazione (ok, sono un poeta).


Rimpianto per il presente

Incipit con arpeggio
(Grande conoscitore del latino, questo qui)
Si estende come un cielo spiegato sulla mia vita,
di panno in seta grigio eterno,
questo canto di solitudine
e questa malinconia che cresce ancora.

Strofa 1
Me ne andrò nella notte chiara per il bosco della mia vita,
in cerca di una lanterna o di una stella fra i rami,
con due cose sole nel cuore,
il nero della solitudine
e il bianco della libertà.

Strofa 2
Mendicante del buio con le mani screpolate
dal gelo della solitudine...vivrò,
sotto il tempo che incalza passeggerò,
contando le stelle, amori falliti nel mio cielo,
e quante ne cadranno, volta per volta.

Ritornello
E un giorno rimpiangerai il tempo in cui
fra i banchi di scuola
un deficiente sempre sorridente
cercava di fartelo capire e non ci riusciva,
non era facile dopotutto, se poi la timidezza
è la timidezza.

Ponte 1
Ma un giorno rimpiangerai
gli stupidi commenti di uno stupido come me, su di te,
quanto amore nascondevo dietro di essi,
quante parole ti gridavano quegl'improvvisi silenzi,
avevi le orecchie tappate dal latino e dalla matematica,
e non sapevi che l'amore non è come il latino o la matematica,
in cui tutto è calcolato, previsto,
innamorarsi a volte è di quelli
che ti guardano negli occhi
e sanno restare in silenzio

Ritornello
E un giorno rimpiangerai il tempo in cui
fra i banchi di scuola
un deficiente sempre sorridente
cercava di fartelo capire e non ci riusciva,
non era facile dopotutto, se poi la timidezza
è la timidezza.

Ponte 2
Non te l'ho mai detto per questo,
ma quante volte ti ho guardata negli occhi,
in silenzio, mi chiedo anch'io a cosa pensassi,
forse già capivo che avrei rimpianto questo stupido presente,
e allora cercavo di gustarmelo,
di assaporare ogni punto del tuo viso,
non sapevo che ne sarebbe partita una semiretta
principio primo della matematica:
solitudine eterna che inizia da te
e si proietta nell'infinito.

Ritornello
E un giorno rimpiangerai il tempo in cui
fra i banchi di scuola
un deficiente sempre sorridente
cercava di fartelo capire e non ci riusciva,
non era facile dopo tutto, se poi la timidezza...





13
Botta di coraggio
(Solo perché non le sono di fronte)



FEBBRAIO DEL PARLARSI SINCERAMENTE

Uno di quei pomeriggi in cui attorno a te sembra crearsi il vuoto più assoluto e ti pare più che di vivere, di volteggiare in questo vuoto come fossi un astronauta in jeans a petto nudo inesperto che non sa come si fa a scendere finalmente a terra e rimetterci i piedi sopra e tu lo desideri più di ogni altra cosa, perché in mezzo a quel vuoto, ti sembra lentamente di entrare a farne parte anche tu e ti sembra la cosa più triste del mondo e, visto che tutti quanti ce l’abbiamo dentro quel po’ di masochismo necessario per rovinarci a poco a poco la vita, ad un certo punto ti rendi conto che effettivamente forse è meglio chiudere gli occhi e lasciarti volteggiare, se alla fine dei conti non hai un cazzo da perdere e se poi nel dolore esiste un conforto che nient’altro può darti. E poi quel vuoto finalmente ti ingloba dentro se e ti inonda di un liquido denso che sembra quello in cui sei avvolto nel ventre di tua madre e tu, inzuppato fino alla radice dei capelli, smetti infine di respirare e ti senti morire poco alla volta e sorridi perché sai che ormai è finita e non ci saranno più libri da studiare per non avere il terrore delle interrogazioni, non ci saranno più canzoni che ti roderanno l’anima pur di farsi generare, non ci saranno più Sarah Moretti con i loro occhi dolci e con i sorrisi che ancora non hai capito, che ancora non hai ben inteso e non sei riuscito a penetrare per leggerli dall’interno, se ispirati dall’amore o piuttosto ingenui riflessi al tuo modo di essere e tutto questo ti fa sentire vivo perché sai che dopo il vuoto non ci sarà più nulla e perché finalmente avrai il riposo che meriti e tutto sarà spento come un faro quando arriva l’alba.
Non ci saranno più giornate che non sai se sia meglio averle vissute o piuttosto cancellarle dalla memoria perché ti gettano nei più profondi dubbi dell’amore e della vita, quelle giornate che alla fine, quando sei nel tuo letto, le ripercorri passo passo per trovarci un indizio che ti metta al sicuro, quell’indizio che non c’è mai perché altrimenti sarebbe troppo facile e così ti diventa tutto, all’opposto, troppo complicato e ti senti di dire ‘Ma chi cazzo se ne strafrega se quella mi vuole o no, tanto io adesso ci ho qualcosa in cui lei non c’entra, ci ho il mio vuoto personale e tutto mi va alla grande, perché quaddentro non c’è il rischio di cadere e farsi male’.
Sapevo comunque che mi sarei fatto male quando il vuoto scoppiò come un palloncino trafitto da un ago e mi liberò rilanciandomi sulla mia poltrona dove, con un libro sulle gambe, tornai a rivedere il mondo con i suoi veri colori.
Voltai il libro e ci feci un segno, prima di richiuderlo e di sbatterlo sul letto, per poi poggiarmi le mani sulle tempie ed iniziare a fare funzionare il cervello.
Ciò che più mi ossessionava era il fatto che la fanciulla non mi avesse ancora capito e questo era abbastanza grave perché portava a due situazioni piuttosto compromettenti: una era quella che lei avesse capito perfettamente cosa volevo farle intendere entrambe le volte che le avevo parlato ed aveva cercato di evitarmi perché non se ne fregava proprio un bip di me; l’altra era che la tipa non avesse capito perché io non ero riuscito a spiegarmi bene con lei e ciò era ancora più grave perché non avrei mai avuto il coraggio di andare oltre la linea che avevo tracciato e quindi ero abbastanza perso.
"Ma quale cazzo è il tuo problema, amico?" mi voltai, appena davanti alla porta chiusa come se da lì fosse potuto entrare, c'era uno che pareva esatto uguale a Kurt Cobain che veniva verso di me, una delle sue solite camicie a quadri addosso, aperta su una maglia nera, i capelli biondi che sfumavano in castano sulle punte, gli occhi dipinti di nero.
"E tu chi cazzo saresti?" dissi con la voce che si affievolì perché ero stato tutto il pomeriggio in silenzio. Mi sistemai meglio, riformulai la domanda.
"Il mio nome è Kurt, sono venuto a capire che cosa ti dice il cervello, amico" quello credeva di essere davvero Kurt Cobain.
"Kurt Cobain è morto ed io non credo di essere un tuo amico" vidi di farlo ragionare mentre alzavo le chiappe dalla mia poltrona per sistemarmi i jeans, prima di rimettercele "Chi è che ti ha fatto entrare... non sarai" affinai lo sguardo "Corona, che cosa ci fai truccato come un cerebroleso?"
"Io non sono vivo, sono soltanto una proiezione della tua mente, la proiezione di Kurt Cobain" si mise in faccia un'espressione da psicolabile ed allargò le braccia. In effetti non sembrava proprio Corona.
"E che cosa vorrebbe la proiezione di Kurt Cobain, da me?" aggrottai le sopracciglia, cercando di comprendere.
"Voglio capire qual è il tuo problema, se quella tipa, insomma, quella che ti ha fatto scrivere i pezzi, non vuole dartela, vero?" mi strizzò gli occhi col viso che si nascose dietro i lunghi capelli, dopo un movimento brusco.
"E dovrei stare a parlarne con te?" la cosa mi lasciava molto perplesso.
"Sono la cosa migliore che il tuo cervello è riuscito a fare, che cosa vuoi?" molto bene.
"Beh, non è una questione di dare o non dare..." ci pensai "piuttosto è una faccenda di recepire e non recepire. Il fatto è che lei, io credo che non recepisca"
Lui sembrò rimuginarci sopra come fosse una questione di importanza estrema anche per lui. Mi piaceva che Kurt si interessasse a queste mie cose molto personali.
"E tu che cosa hai fatto, gliel'hai espresso a chiare lettere o hai fatto il timido deficiente povero Cristo che si vergogna di parlare con una ragazza?" seconda possibilità.
"Sei sicuro di essere una proiezione della mia mente?" a volte sembrava davvero reale, oh "E poi credo che se lo fossi, dovresti saperlo, quello che ho fatto"
"Già, già..." disse come se ci fosse arrivato lui stesso "Allora ti dico subito che cosa hai sbagliato: quella lì" mi prese per una spalla, indicandomi la porta con l’altra mano, come se Sarah fosse lì dietro. Io non riuscivo a vederla ma se ci fosse stata anche lei, come proiezione, non sarebbe stato male "sta facendo un gioco sporco, amico, quella è completamente cotta, ma vuole capire fino in fondo se lo sei tu, quella è... è una psicopatica" girò le dita intorno alla sua stessa testa "ti farà diventare pazzo e tu lo stai diventando ad una velocità assurda"
"Tu dici?" osservai il pavimento, cercai di ragionare "E perché dovrebbe?"
"Perché? Perché ha i ragni nel cervello, ascolta i Depeche Mode. Sai chi sono i Depeche Mode?" non capivo cosa c'entrasse.
"Certo che lo so, se lo sai tu"
"Giusto!" alzò un indice, il vero pazzo sembrava lui, o meglio io che me l'ero autoproiettato "Depeche Mode, musica elettronica, niente chitarre, strumenti quasi zero, musica elettronica" parlava come mi stesse svelando una congiura che avevo avuto sotto gli occhi da sempre e non ero mai riuscito a scorgere. Mi venne l'orrore dei Depeche Mode.
"Che cosa dovrei fare, Kurt?" gli chiesi allora.
"Non devi avere più riserve, devi dirle le cose come stanno, devi smetterla di giocare con doppi sensi e storie inventate appositamente per cercare di coinvolgerla..." prese fiato "devi gridarle in faccia tutto quello che provi" urlò improvvisamente facendomi ritrarre, prima di tirare un calcio contro la scrivania alle sue spalle. Per fortuna era soltanto una proiezione.
"Ma io non ce la faccio, è più forte di me, ho paura che possa restarci male, che possa..."
"Negarti anche quel poco che adesso ti dà, un'illusione, una parvenza d'amore" aveva centrato il punto, dopotutto era la mia stessa mente a fornirgli le parole ed i significati, erano cose che avevo sempre saputo ma non avevo mai rivelato a me stesso. Kurt era la verità che conoscevo e mi occultavo, rifuggendola per timore di una sofferenza ancora più grande di quella che provavo "Riesci ad accontentarti di questo?"
"Non lo so" ci pensai "non credo che ci potrebbe essere nient'altro per me"
"E come fai a saperlo se non ti lanci in questa cosa con tutto te stesso" e dicendo questo improvvisò un volo verso il piccolo lampadario della mia stanza, aggrappandocisi e prendendo a dondolare. 'Guarda questo demente' pensai.
"Ci devo pensare, Kurt, non è una cosa facile" gli promisi, comunque.
"Semplicissima!" disse invece lui "Una cosa sola" continuò staccando una mano dal lampadario e puntandomi un indice contro "Non farle capire che sai che è pazza, assecondala o potrebbe finire male" si era convinto, ormai.
"Forse farò come dici, lascia che io ci pensi" conclusi poggiando le mani a terra per alzarmi dalla poltrona.
"E comunque il pezzo che hai scritto davanti alle mie foto faceva schifo al cazzo" ammise, fuori dalla portata del mio sguardo.
"Sì, parli tu... kiss kiss Molly's lips" alzai la testa per dirglielo, ma Kurt era scomparso.
Dovevo essere proprio disperato se, per l'angoscia che provavo, avevo iniziato a crearmi gli amici immaginari. Forse mi accadde perché non avevo mai avuto un amico con cui confidarmi ed in quel momento ne avevo davvero bisogno.

Passai mezz’ora del resto del pomeriggio a pensare a ciò che potessi fare per completare almeno per una volta ciò che avevo ormai cominciato, visto che non avevo mai portato a termine nessuno degli obiettivi che mi ero prefissi e mi dissi che se c’era qualcosa per cui valeva la pena di cambiare la mia tradizione, questa era proprio la ‘storia’ con Sarah.
Ripensai a quello che mi aveva detto la mia proiezione, ma quello che mi convinse a fare come aveva detto fu il fatto che in fondo, a farmi male, sarei sempre potuto tornare nel mio vuoto a cullarmi in mezzo a tutte le mie sconfitte, non solo in campo d’amore, aggiungendo in più quella.
Al massimo avrei fatto l’ultima figura di merda di quel maledetto anno, ma non poteva accadermi nulla proprio e per una volta mi sentii protetto dal mio passato e da me stesso, fu una sensazione abbastanza gradevole e primordiale ma lo stesso sorrisi chiudendo gli occhi e me la gustai prima di rimettermi a leggere il libro che avevo abbandonato.







14
Racconto di una storia già avvenuta
(“Puoi invitarla fuori!”)



MARZO DELLA PROVA

Passò febbraio, mese degli innamorati e dei cuori e dei baci e dell’ultimo freddo invernale e della pagella già ricevuta con un bel sei in condotta a rovinartela di fronte ai tuoi genitori, mese del cambio di posto più azzeccato del mondo, di due o tre canzoni per niente male davvero, dei dubbi irrisolvibili e dei primi veri tentativi con la ragazza che da qualche tempo aveva deciso di distrarmi effettivamente da tutto il resto.
E venne marzo con la coda tra le gambe perché già conosceva i danni che avrebbe fatto e tutti i casini che teneva nascosti sotto la sua famosa follia metereologica.
Lo guardai in faccia nel primo suo giorno con un sole che era da tempo che non si vedeva e pensai che sarebbe stato veramente un gran mese e mi rituffai nella voglia di vivere e tutto fu subito bello e non vedevo dinanzi a me nessun pericolo di cadere e nessun pericolo di farmi male ed avevo solo un desiderio d’amore che giorno per giorno sembrava avverarsi e svanire e rotolare per i pendii scoscesi del dolore e poi risalirli come fosse un angelo dalle ali di luce. Questo era il mio amore per Sarah Moretti (“Puoi invitarla fuori!”) e questa era la mia unica gioia e tutto ciò che volevo, in mezzo al primo sole di marzo.
Rimaneva solo un minuscolo sfondo di malinconia che continuavo a cercare di reprimere, ma che era sempre presente come una persona indesiderata in tutte le foto della festa più bella. E prevalse quello sfondo di malinconia al mio primo incontro di marzo con Sarah Moretti.
Entrato in classe con un maglione celeste cielo e la tipica sicurezza nel portamento da adolescente che sospetta di stare per diventare grande, lasciai lo zaino dietro la mia sedia e come al solito ero il primo ad entrare in classe perché mi piaceva passeggiare e tutte le mattine mi avviavo un quarto d’ora prima da casa per percorrere una strada un po’ più lunga ma più rilassante.
Poggiai i gomiti ad una finestra aperta e rimasi lì ad osservare il resto della scuola che da quell’anno era entrata nella mia vita. Sembrava essere passato tantissimo tempo da quando avevo varcato la sua soglia per la prima volta ed avevo scelto come possibili muse ispiratrici le due ragazze del corridoio che adesso giacevano sotterrate da tutto ciò che era accaduto dopo, così velocemente, così devastante quasi e nel giro di pochi mesi ero ormai un’altra persona, avevo un nuovo scopo nella vita ed avevo provato per la prima volta cosa significasse per davvero amare una tipa, cosa significasse la consapevolezza di avere qualcuno a cui voler dare tutto quello che si ha, a cui voler regalare la propria intera vita senza rimpiangere proprio niente.
Questo pensavo quando la mia sicurezza di pochi minuti prima crollò contro la semplicità della ragazza che adesso, avvolta dalla luce di quel folle sole di marzo, entrava anch’essa nella classe e sembrò che fu tutta la mia vita ad entrare con lei in quel momento, non potevo fare a meno di ammirare quanto fosse bella e lei mi colse ad osservarla (“Puoi invitarla fuori!”) con i suoi occhi innocenti, si ravviò un ciuffo ribelle che le aveva attraversato il viso, inumidendosi le labbra.
“Ciao” mi disse semplicemente e quello fu il ciao più bello che potessi sentire, perché era la netta dimostrazione del fatto che io la conoscessi, che io, anche se indirettamente, facevo parte dei suoi giorni, che io ero uno di quelli che poteva dire di averla vista, una volta almeno nella vita, la persona più dolce del mondo, e questo era pure ciò che (per contrasto) mi rese malinconico, il doverla solamente osservare (“Puoi invitarla fuori!”) parlare e muoversi, piccola com’era, mi rese malinconico il fatto che non fosse mia la sua voce, che non fossero mie le sue braccia, mia la sua nuca e mie le sue labbra.
“Ciao” le risposi e questo mi rese ancora più malinconico, il fatto di essere attivo, di poter cambiare il corso intero della sua e della mia vita e di non riuscirci, di poter forse essere una persona importante per lei perché avevo la possibilità di schiudere anch’io le mie labbra per parlarle, ma di non saperlo fare affatto, di essere semplicemente un stupido come un altro fra tutti quelli che lei aveva conosciuto.
“Hai studiato latino per oggi?” mi chiese sistemando la sua cartella sulla sedia accanto alla mia e questo mi lanciò direttamente nella disperazione. Così vicino, Giuda! Così presente, così concreto e tangibile, così reale, ero lì, cazzo, ero lì e non c’ero, e lei non mi vedeva ed ai suoi occhi ero uno e basta. ‘Potessi’ pensai ‘accarezzarla una volta sola, potessi almeno starla a guardare per tutto il tempo che voglio, credo che non sarebbe tanto dura, non sarebbe’.
“Sì... mmm... quattro cazzate!” cercai di sembrarle disinvolto e mi costò riuscirci a malapena.
“A te sono sempre quattro cazzate!” fece lei.
“Vabbé, quando uno è un genio, non è mai appagato da nulla, no?”
“Molto modesto da parte tua” e mi venne vicino sorridendo come per colorare la sua ultima affermazione.
“E matematica, l’hai studiata?” mi chiese ancora, ma avevo smesso di ascoltarla “C’era un problema che...” iniziò a gesticolare, ma la interruppi fermandole le mani.
“Ascolta, tu... ricordi quando mi hai detto, riguardo a quella ragazza che mi piaceva, voglio dire, no?”
Annuì.
“Beh” continuai e mi meravigliai del mio parlare spedito “mi suggeristi di invitarla fuori e penso che sia la cosa migliore che io possa fare”
Annuì ancora come se si aspettasse una mia seconda rivelazione su quella misteriosa ragazza che sembrava aver colpito anche uno stupido insensibile come me.
“Io” dissi grattandomi la testa e questa era la parte difficile “beh, sì, io... volevo... invitarti fuori?” di tutto quello di cui potevo essere incerto nella vita, l’incertezza più grande me la infondeva la domanda se stessi facendo bene a chiederglielo.
In un attimo sembrò improvvisamente capire tutto ciò che fino ad allora non aveva assolutamente inteso e non seppi reggere il suo sguardo tanto da diventare rosso alla velocità del pensiero che secondo me è più veloce di quella della luce e da spostare i miei occhi sulle punte delle mie scarpe, mentre mi premevo il labbro inferiore in mezzo ai denti come per punirmi di ciò che avevo appena proferito.
“Tu... tu sei pazzo!” Kurt Cobain la pensava diversamente.
“Perché, scusa, non... non capisco?” aggrottai le sopracciglia e diventai ancora più rosso al solo pensiero di essere diventato rosso. La maglia celeste cielo iniziava a starmi stretta sul collo e presi a giocare con il mio orecchino fra le dita.
Vizio quasi infantile.
Dato che l’orecchino l’avevo messo da bambino.
“Non... cioè... non se ne parla neanche!” quando faceva così mi mandava letteralmente in bestia, ci ragionai un po’ e decretai che fosse meglio calmarsi e provarci usando la tecnica ormai diventata un classico: signori & signore ecco a voi il simpatico-non-volgare e pure un po’ coglione visto che eravamo a marzo e c’erano i saldi di fine stagione.
“Dài, è l’unica possibilità che hai di vedermi vestito per bene una volta tanto, almeno per questo dovresti accettare, quando mai mi vedrai di nuovo fuori dai miei jeans?” forse era buona, perché cominciavo a scolorire come un pennello sporco immerso nell’acqua.
“Ma io non voglio uscire con te” mi disse.
“Mi dispiace, ma ho già rimandato tutti i miei impegni per stasera, tu lo sai che io sono uno molto impegnato e adesso non puoi dirmi di no, ok? vengo a prenderti alle otto e mi raccomando, non far rispondere tua madre perché mi vergogno”
“Allora non hai capito niente”
“Oh, sì, ho capito che sei una ragazza timida e che per non mostrarti facile cerchi di fare la dura con me, però adesso basta fingere! altrimenti potrei anche decidere di non passarti a prendere più, eh?”
“Ma guarda un po’ questo! Io non sono timida e non cerco di fare la dura con te e non ho nessuna intenzione di farmi invitare fuori da te, stasera” era questa la ragazza più dolce del mondo? L’avevo pensato forse... io?
“Tanto ormai è deciso, alle otto in punto, e mettiti un bel vestitino ok, magari fatti trovare in gonna che ti porto in un posto di classe, contenta?”
Ci sarei andato lo stesso a prenderla, le ragazze come lei, si deve stimolarle parecchio prima che cadano quel pochettino che basta, anche se sapevo che molto probabilmente non avrebbe fatto altro che scendere giù e ripetermi che ero pazzo e poi sorridermi e fare la faccia meravigliata e poi mandarmi affanculo, ok, però dopo ci avrebbe pensato e le sarebbe rimasto per forza nella mente quello, e magari ogni tanto ci avrebbe riso di nuovo sopra.
Beh, se non altro adesso avevo qualcosa da fare per una volta tanto.

Sfossai pantaloni vecchi millenni di mio padre, camicie di classe col collo ricamato e pure una decina di cravatte e di giacche da abbinare al resto. Fu la prima e l’unica volta che impiegai più di cinque minuti nello scegliere cosa mettermi, provai tutte le camicie e tutti i pantaloni, davanti allo specchio della camera da letto tipo fotomodello, ci passavo davanti con l’aria incurante, interessata, boss della malavita, angioletto del cazzo, randagio di strada, figlio di papà, figlio di puttana e cose così, finché alla fine mi appiccicai in viso l’espressione da ragazzo-per-bene e tutto fu ok, tranne che per l’orecchino ed i capelli.
Mi infilai un paio di scarpe con la fibbia al lato di mio padre che mi andavano pure un pochino larghe, ma avevano il tacco e poi non erano sfondate come le mie.
La cravatta la scelsi bella larga per non essere troppo elegante e della giacca mi tirai su le maniche ripiegando verso l’esterno i polsini della camicia in perfetto stile Dylan Dog. L’orecchino lo lanciai sul comò ed i capelli me li buttai all’indietro svuotando mezza vaschetta di gel con particolare attenzione ad un ciuffo ribelle che come una molla scattava in avanti fin sopra le labbra.
Mi ero già rasato prima perciò per questo non avevo problemi, ma mi spalmai in faccia mezzo litro di dopobarba e poi me lo spalmai pure sul collo e un po’ sul petto, visto che c’ero.
Quando mio padre mi fece il nodo alla cravatta mi osservò strabuzzando e strizzandosi gli occhi.
“Anda cazz adà scioj?” mi chiese.
“Pa’ stasera mi voglio vestire così” gli spiegai.
“C’ tutt l robb maje?” in effetti era tutta roba sua perché io non avevo niente di elegante.
“Né!” non riuscii a giustificarmi, sperando che la smettesse di farsi domande e che dopo quel cazzo di nodo se ne tornasse a fare quello che stava facendo.
Tutto ciò non era, comunque, nient’altro che uno scherzo, tanto per ridere, come per farle capire che anch’io se volevo, sapevo essere uno come voleva lei, solo per questo quella sera avevo deciso di fare il bravo bambino che non dice le parolacce e tutto il resto (cazzo, inizia a bruciarmi, porca puttana vergine e troia, il petto per il dopobarba) e non perché ero convinto di poterla conquistare così, era solo per ridere, l’ho detto.
Uscii di casa con le mani nelle tasche a girarmi e rigirarmi fra le dita i soldi che avevo e che mi ero portato dietro perché avevo avuto pure un’idea carina. Costosa, ma carina.
M’infilai nella prima profumeria sulla strada per la casa di Sarah ed erano già le sette e mezzo e c’era un casino di gente e non volevo far tardi e perciò rapii la prima commessa a portata di mano prendendola per un braccio e quella mi guardò tutta stupita e mi sarei aspettato pure una bella sfuriata, ma non me ne fregava niente.
“Voglio una bottiglietta di Coolwater, non importa quanto costi e non voglio la carta regalo, ma faccia presto” e le agitai una mano davanti al viso per darle ad intendere che non volevo farle perdere altro tempo.
Se ne andò con la stessa fretta con cui mi era passata davanti prima che la fermassi e mi prospettai una mezzora di scassamento di palle per avere quella fottuta bottiglietta. Invece me la diede direttamente in mano e mi indicò la cassa prima di tornare a fare i fatti suoi.
La cassa era incredibilmente vuota e potevo contare già cinque o sei persone che stavano per raggiungerla da diversi punti del negozio. Li guardai voltando la testa da ogni parte accelerando il passo e quelli accelerarono con me, accelerai un po’ di più e quelli accelerarono pure loro e sicuramente almeno tre l’avrebbero raggiunta prima di me; alla fine mi misi letteralmente a correre e vaffanculo la dignità e la figura di merda che stavo facendo gareggiando per arrivare primo alla cassa, con medaglia d’oro alla demenza acuta ed io ce l’ho proprio nel cervello.
Comunque pagai in fretta mentre tutti mi guardavano con rabbia, giunti anche loro alla cassa ed alla fine abbassai gli occhi, divenni rosso e mi feci spazio per uscire, e intanto loro erano ancora lì ed io ne ero già fuori e chissenefrega di quello che avevano pensato e di quante bestemmie mi avevano dedicato.

Alle otto meno dieci me ne stavo già sotto la casa di Sarah, me l’aveva fatta vedere una volta Tarantino quando eravamo usciti da scuola passando di lì per andare a fare un servizio per lui.
La casa era abbastanza grande ed era una specie di villa recintata da un cancello grigio con una bellissima cassetta della posta e c’era pure un giardino da quanto potevo vedere nell’oscurità di quella sera di inizio marzo e quando osservai il campanello con l’etichetta Moretti stampata sopra, cominciai un po’ a pensare a ciò che stavo per fare.
Non avevo nessun diritto per schiacciare quel bottone e nemmeno per stare lì sotto a guardare semplicemente il suo balcone. Non ne avevo nessun diritto soprattutto perché lei non me l’aveva dato ed io sapevo di non potermelo prendere da solo e sapevo che forse era meglio continuare a giocare da solo il mio gioco d’amore e smettere di darle fastidio che in effetti non avevo fatto nient’altro fino ad allora.
Ma il vero problema era che io non volevo perderla, in fondo hai nella vita così poche di quelle cose che ti fanno vedere tutto in maniera diversa, voglio dire, hai nella vita quelle due o tre cose che vorresti avere con te per non sentirti solo e abbandonato da tutto, ma proprio tutto, e a volte hai quella sensazione che quelle cose in fondo non sono mai state tue e se ci pensi veramente a fondo, ti accorgi che è proprio così, ed allora iniziano a mancarti e pensi che è inutile girare attorno al discorso a vuoto, perché non le avrai mai, quelle cose di cui hai bisogno, nessuno te le darà mai e se provi a prendertele da solo, magari ti scotti le mani e poi vattene in giro a piangertele come un fesso!
Il vero problema era che benché Sarah Moretti non fosse mia, io ero intenzionato a tutti i costi a scottarmi anche le mani, per prenderla ed era stato già troppo averci pensato due volte, prima di suonare quel maledetto campanello.
Mi alzai dal marciapiede su cui mi ero seduto, affondato dai miei pensieri come un sottomarino russo, e mi rimisi di fronte al campanello guardandolo con un occhio solo per prenderci bene la mira, mentre il Coolwater mi navigava nelle tasche dei pantaloni e lo sentivo sbattere contro il mio testicolo destro con una ostinata forza di volontà.
Puntai il dito sul bottoncino color ferro che se ne stava fermo lì e strizzai gli occhi per trovare il coraggio di premerlo, ma proprio in quel momento un maledetto pipistrello del cazzo mi svolazzò a due centimetri dall’orecchio e mi fece prendere uno spavento di quelli da Maddonna-mo-mi-viene-un-infarto.
Mi appoggiai con un braccio al cancello e mi chinai in avanti osservando la mia cravatta dondolare a pochi centimetri da terra, con l’altra mano sul petto che fra poco mi si sfondava dal terrore.
Decisi di riprovarci due minuti più tardi e così mi rimisi davanti al campanello e stavolta l’avrei premuto senza fare tante storie che non ero più un bambino.
Non finii nemmeno di pensarlo che sentii una chiave girare nella serratura della porta d’ingresso, a pochi passi dalla porta del cancello.
Mi voltai a destra e sinistra per trovare riparo e non sapevo dove ficcarmi per non farmi scoprire da quello che poteva essere il padre o la madre della tipa.
Mi lanciai a tuffo dietro una Y10 nera parcheggiata come il cazzo due metri più in là. Sembravo un deficiente vestito a festa. Anzi lo ero.
Una gamba immersa in collant neri venne fuori dal cancello grigio che circondava la villetta e poi ne venne fuori anche la proprietaria con una splendida gonna azzurra abbinata ad una camicetta celeste ed una giacca pure azzurra.
Si era messa la gonna come le avevo chiesto e tutto ciò voleva dire che la fanciulla mi aveva ascoltato, ma giurerei davanti al mondo intero che non mi sarei mai aspettato che lei avrebbe accettato così facilmente.
Niente in quel momento avrebbe potuto rendermi più felice di com’ero, neanche una vincita miliardaria alla lotteria, nemmeno la possibile incisione di qualche mia canzone e magari di un successo assicurato e di fare faville in tutto il pianeta e concerti scatenati sui palchi di mezza Europa o anche di tutta quanta, nelle piazze importanti, con la mia band, i miei trentaquattromilioni di fan, oppure cambiando completamente strada, di essere inserito in una squadra di serie B del campionato italiano e quindi essere acquistato da una squadretta di serie A e poi passare dopo nemmeno un anno alla Juventus e direttamente a sedici anni in nazionale e vincere il mondiale con la maglia numero dieci e capocannoniere con quindici goal meglio di Pelé, record storico e alzare al cielo la coppa in una notte di metà luglio e sapere di essere entrato nella leggenda sfondando la porta principale.
Sorrisi di queste mie fantasie e del fatto che effettivamente al paragone non reggevano assolutamente, poi con le mani mi tirai su i pantaloni, rialzandomi da dietro la Y10.
Sfiorai con le dita la possibilità di poter diventare una persona importante per qualcuno, una volta tanto, perché più che maltrattato, ero sempre stato ignorato da tutte le persone che avrebbero dovuto volermi bene o a cui io ne volevo e questo forse era anche peggio.
Eccola qua la mia storia e quella volta invece sentii che qualcosa stava per cambiare per me, che qualcosa si sarebbe messo a posto e ogni tanto avrei dormito sonni tranquilli nel mio letto ad una piazza e mezza che ogni notte aprivo nel bel mezzo del soggiorno, qualcosa mi riscattava finalmente e qualcosa stava arrivando per dare un senso alle mie giornate, qualcosa sarebbe andato per il verso giusto senza che io facessi del male a nessuno e perfino più male a me stesso.
Sorridevo solamente e mandai via tutti i miei pensieri, il pianeta dei sogni Sarah Moretti attendeva il mio atterraggio adesso ed ormai ci eravamo. Strinsi a pugno la mia destra sul profumo che avevo nella tasca e adesso sentivo che era valsa la pena di comprarlo ed era valsa la pena per qualsiasi cosa in fondo, era valsa la pena di tradire la mia chitarra con una chitarra elettrica per Sarah Moretti, era valsa la pena di aver perso la testa per lei e pure di aver cambiato posto ed era valsa la pena di qualsiasi cosa che avevo fatto ed avrei pure fatto qualsiasi cosa per lei e sempre, Giuda!, sempre sarebbe valsa la pena, fosse stato anche... forse...
...forse cadde una stella in quel momento ed io non me ne accorsi, forse cadde una stella che mi colpì dritto in fronte facendomi scivolare, perché improvvisamente ero di nuovo chinato quasi a terra nascosto dietro la Y10 nera parcheggiata come il cazzo e guardavo la scena che stava svolgendosi davanti ai miei occhi spezzando a metà il mio sorriso e tutto il resto.
Fu la classica scena che poi, in duecento notti di veglia forzata dagli occhi gonfi come palle da basket ma che non vogliono chiudersi, rivedi al rallentatore e più cerchi di rimuoverla e di mandarla a fare in culo, e più ti si pone comunque davanti inesorabile e spietata, finché non ce la fai più e pensi che a quel punto qualsiasi cosa è buona, pur di cancellarla, pensi che non te ne frega di come e quando se ne andrà via finalmente e sei disposto a tutto per venderla al mercatino dei ricordi usati e ormai dimenticati, ma lei lo stesso torna come una serie di accordi nel giro di una canzone.
Fu la scena di una Sarah Moretti ben vestita e dai capelli legati che si alzava sulle punte dei piedi per baciare le guance di un ragazzo alto con una felpa poggiata sulle spalle, dai capelli abbastanza lunghi e scalati e ben pettinati e ingellati e con una camicia bianca a quadri ficcata nei pantaloni
Fu la scena di una Sarah Moretti che adesso gli donava la sua mano e che se ne andava con lui per la strada che portava in centro dove campeggiavano le vetrine dei negozi alla moda dai vestiti pieni di marche che avevo sempre odiato e che avrei odiato di più da adesso, perché simbolo di una gioventù di cui io non facevo parte, simbolo di una crescente indifferenza che a me sinceramente faceva solo schifo, io a quindici anni da compiere, non ero già più un ragazzo giovane coi pensieri di un ragazzo giovane, io a quindici anni da compiere avevo per la testa il talento di un artista di strada e la faccia d’angelo condannato alla nostalgia di qualcosa che non sarebbe accaduto mai.
‘Lasciatemi stare’ pensai poggiando la schiena al paraurti posteriore della Y10 nera parcheggiata come il cazzo e mi sedetti a terra con le gambe aperte e la testa chinata ‘lasciatemi stare tutti quanti che adesso non è il momento per dire un cazzo proprio’.
Il ciuffo ribelle che ero riuscito a mettere in riga neanche mezz’ora prima, tornò alla carica scattando a molla sulle mie labbra e tutta una serie di altri ciuffi lo seguirono guastandosi improvvisamente e cadendo sul mio viso come fossero le ultime stelle filanti prima che la festa sia finita.
Cercai di ravviarmeli e poi guardai le mie mani e me le ficcai nelle tasche per sentire meno freddo perché improvvisamente adesso non era più una tiepida serata di inizio marzo, ma piuttosto la più gelida notte del più gelido inverno.
Strinsi nella mano destra il profumo che avevo comprato prima di arrivare lì e lo strinsi talmente forte da farmi male nel palmo e poi lo tirai fuori dalla tasca e lo osservai per un po’ rigirandomelo nelle mani.
Che bella forma che aveva, davvero, alzai lo sguardo al cielo e sentii gli occhi che si inumidivano.
Che bella forma che aveva e solo quello adesso avevo fra le mani e nient’altro e lei invece non c’era e lei chissà adesso dov’era e quel profumo invece era rimasto con me ed in fondo aveva una bellissima forma e poi lo aprii e lo portai al naso e lo strinsi con entrambe le mani e che buon profumo aveva pure! e chiusi gli occhi alla fine e tutto mi sembrò così stupido e mi sembrò non avere senso e così sorrisi amaramente di tutto quanto, risi di me, della mia quasi convinzione che ci potesse essere qualcosa fra noi due, che potesse nascere un chissacché, risi di tutto quello che mi aveva portato ad invitarla fuori, quella mattina stessa, mi poggiai una mano sulla tempia così violentemente che parve un masso e di nuovo sentii i miei occhi umidi e le lacrime che volevano schizzarmi fuori, ma non avrei pianto, mai e poi mai, non l’avrei fatto perché così sarei tornato bambino e non volevo più tornarci se era stato un bambino ad innamorarsi di Sarah Moretti ed a credere che l’amore sia quello che ci immaginiamo.
Strinsi gli occhi e mi obbligai a non piangere ed ancora pesava nella mia mano il Coolwater e già mi girava e rigirava nella testa la scena che avevo visto solo pochi minuti prima e pensai a quante volte era stata lei a prendersi gioco di me, per come stavano le cose, a quante volte l’avevo sfottuta credendo che solo io potessi prenderla in giro, ma senza volerle fare male ed invece era stata sempre lei a giocarmi, sempre lei a tirare da un’altra parte il discorso per non ammettere che io ero di una razza diversa dalla sua, che io ero una storia e lei un’altra proprio ed io ne andavo da sotto adesso.
Lanciai via la boccetta di profumo e la vidi esplodere di rabbia e rancore su di un muro pieno di coppie di nomi: Emy & Valerio, Pierluigi & Marika, Marco & Anna e quanti cazzo di nomi potevano esserci sulla faccia della terra e tutti si amavano e tutti si volevano bene e tutti cose così.
E noi?
E noi stupidi insensibili non possiamo amare per una volta, non possiamo provarci nemmeno?
Mi sentii improvvisamente piccolo, un lattante agli occhi del mondo, uno che non sa nemmeno cos’è l’amore ed è convinto che il suo può valere qualcosa al confronto con quello degli adulti.
‘Vattene a casa!’ mi dicevano quei nomi sul muro ‘Vattene a casa e magari torna qui tra qualche anno che tu non sai quali grandi storie d’amore ci sono dietro di noi, mica le tue tre o quattro canzoni!”
E quei nomi dicevano la verità.
Con le mani affondate nelle tasche dei larghi pantaloni di mio padre, con i capelli che mi coprivano la faccia, ma tanto non me ne fregava perché avevo lo sguardo fisso a terra, con gli occhi gravidi di lacrime represse e con le mie contraddizioni addosso, il rimorso e la convinzione di aver sempre sbagliato tutto, nella mia vita, ripresi la via di casa a piedi come me ne ero venuto, a quanto pareva, solo per rendermi conto di ciò che stava accadendo e basta, qualcosa che non avrei mai capito e che non mi sarei mai spiegato.
Singhiozzai, mi passai un dito sotto il naso e gridai senza aspettarmelo con quanta rabbia avevo, come se mi fosse lievitata dentro, quella rabbia, ed adesso fosse trasbordata di getto.
Poi ritornai in silenzio ed in silenzio percorsi il resto del tragitto che mi divideva da casa mia.

Quella notte la mia chitarra s’infuocò per davvero ed al buio, nel garage di casa mia, sembrava avvolta da un alone di fuoco che la stava bruciando letteralmente, come stavo bruciando anch’io. E dentro al fuoco piacevole e sterminatore di marzo vagarono le mie note, devastanti, ossessionanti ed indemoniate ed allo stesso tempo struggenti come è struggente sapere che la cosa più bella del mondo, i tuoi occhi non la vedranno mai, che la persona più dolce che ti potesse capitare di conoscere ti aveva impastato la bocca di un amaro introvabile persino a mettersi d’impegno, a cercarlo.
E tutto sembrava diventare improvvisamente più grave adesso e tutto divenne devastazione.


Racconto di una storia già avvenuta

Inizio
(Arpeggio leggero, parlato)
Stanotte prenderò il volo,
ho già deciso oramai,
e neanche il fulmine mi fermerà,
neanche il tuono mi farà tremare.

Strofa 1
Aprirò la finestra
e lascerò che le mie ali
si mostrino al mondo,
socchiuderò gli occhi e volerò
sotto un cielo irreale di fulmini & tuoni
e sopra una città senza tempo
illuminata di luci terrestri
io che sono un cuore alato.

Ritornello 1
E volerò sopra casa tua
veglierò io il tuo sonno, reina,
mi poserò sul tuo cornicione
e starò fermo ad aspettare
che i tuoi occhi, chiara di notte, si schiudano,
immobile a guardarti dormire dietro il vetro,
nella tua stanza, al caldo del tuo letto
mentre fuori la pioggia pulirà & laverà il mio petto
e quando il tuono rimbomberà,
e quando il fulmine illuminerà la tua stanza,
io sarò chiamato

Strofa 2
Ma non lascerai il tuo sonno
ed io non mi staccherò lo stesso
dal tuo cornicione
è lì la mia vita, reina,
solo per questo mi misero quaggiù
e solo per questo vivrò
e mi chiederò ‘Ne vale la pena?’
e mi risponderò ‘Ne vale la pena’

Ritornello 2
Tornerà il giorno e mi pietrificherò
ultima sagoma di Notre-Dames,
chiuso nelle mie ali
e quando lui arriverà & ti bacerà,
nella tua stanza splenderà già il sole
che la mia roccia fracasserà
e in mille e due pezzi cadrò a terra,
cuore alato adesso frantumato
e scendendo a braccetto con lui
raccoglierai due dei miei cocci,
i miei occhi bagnati e ti chiederai
"Chissà cos'era prima, questo" inginocchiandoti,
quello che resta di un uomo.

Epilogo
(Sofferto come una finale di coppa campioni)
E' già successo ciò, in Nessun tempo,
cioè ieri, per stanotte intendevo
la notte passata e ho usato il futuro
perché mi manca un futuro,
ero un uomo, reina, ed ora soltanto
un cuore alato,
frantumato.

Era pure un testo di merda, ma non ne fregava più niente, ormai.
Posai a terra la mia chitarra e la osservai con occhi assenti e tutto un dolore mi prese il petto e non seppi fare altro che trascinarmi in un angolo del garage e rannicchiarmi lì a cercare di proteggermi da tutto quanto potesse farmi male.
Sporcai tutto il vestito che avevo addosso e pure la cravatta ed i miei capelli si impolverarono, e scossi la testa violentemente per toglierci la polvere da sopra e poi chiusi gli occhi e ripensai a quanto sarebbe stata dura da adesso, mentre la scena di lei che si alzava sulle punte dei piedi mi tornava nella testa e continuava a martellarmi dall’interno.
Mi fece orrore adesso sapere che avrei continuato a rivederla tutti i giorni e che non si poteva rimediare né tornare indietro e cancellare tutto con una passata di mano e dire che era stato tutto sbagliato, se adesso me ne stavo a terra nel buio del garage di casa mia, certo doveva essere stato tutto sbagliato ed avrei piuttosto voluto non aver mai amato nessuno né avergli dedicato canzoni né aver fatto altro, né essere nato persino, date le dimensioni del casino in cui mi trovavo.
Mi strinsi un labbro con i denti e mi piantai le mani nei capelli sbarrando gli occhi all’ennesima ripetizione al rallentatore della solita scena (si alzava sulle punte dei piedi) e mi resi conto che nella vita ci sono cose che è meglio non sapere e dove è meglio non mettere piede, che ci sono limiti per ogni essere umano e per non rischiare la rovina, è meglio rimanerci dentro e non superarli e ci sono anche ferite che non si rimarginano più e se lo fanno, ti rimane una cicatrice grossa così che è evidente a tutti e soprattutto a te e capii pure che questa era una di quelle ferite.
Ed io con le mie dita ci scavavo dentro e grattavo e grattavo stando lì a terra senza rialzarmi e senza capire un cazzo e senza rendermi conto di un cazzo e senza desiderare un cazzo e ad un certo punto anche senza provare più un cazzo, immobile con gli occhi aperti come un morto a fissare il vuoto senza nessun pensiero in particolare, ciò che sentivo non l’avevo mai provato prima d’allora, e l’unico accostamento che riuscii a fare fu che mi sembrò molto vicino a quello che si dice morire.

15
Morbido
(Vediamo se so uscire di scena)



MARZO DELLA VITTORIA CHE NON VALE NULLA

Me lo chiese durante la seconda settimana di marzo, cioè, più che altro me lo ordinò.
“C’è una partita di beneficenza e si gioca questo sabato, contro la ragioneria e tu sei nella lista con il numero sedici e starai in panchina perché vogliamo far giocare dall’inizio quelli che hanno già giocato l’anno scorso, ci hai portato alle provinciali e perciò giocherai nel secondo tempo” mi spiegò il professor Aniello. Nessuno degli altri della mia classe era stato convocato.
E per quel sabato c’era un motivo giustificato per non prendere parte alle lezioni ed io sarei andato a divertirmi mentre gli altri se ne sarebbero stati in classe a fare nel mazzo. Mi andava bene. Se non fosse per il fatto che venni a sapere che tutta la scuola avrebbe assistito alla partita perché era stata chiesta l’assemblea di istituto proprio quel giorno e che anzi era stato proprio il nostro istituto ad organizzare la partita in favore di Emergency, un’associazione umanitaria che non sapevo di cosa si occupasse.
Pensai a Sarah Moretti che mi guardava e magari esultava mentre facevo una bella azione da finalizzare con un goal e ributtai via quel pensiero mentre mi allacciavo le scarpe con la cartella in spalla all’entrata della scuola il giovedì prima della partita.
Quel giorno dovevo avere una faccia veramente trascurata ed era pure logico, se volevamo partire da quella sera in cui avevo visto direttamente in faccia la mia più grossa delusione d’amore e forse la più grossa delusione in generale di tutta la mia vita.
Da quella sera, dicevo, non mi ero più rasato la barba forse per un’inconscia voglia di essere completamente diverso da quando, solo due settimane prima, mi ero presentato sotto il portone della ragazza ben vestito e profumato come un bigné col mio bel regalo e tutte le stronzate del caso.
Oltre alla barba avevo anche un paio di jeans mezzi distrutti da una caduta in bici fatta due giorni prima mentre correvo ad occhi chiusi per una discesa ripida. La mia bici dorata... era caduta anche lei e tutto era sembrato così tragico mentre ad una ad una tutte le certezze mi salutavano con in bocca proprio un bel sorriso del cazzo.
Poi avevo una camicia (classico) bianca e gli occhi infossati di chi non dorme almeno da due notti ed io ne avevo passate insonni ben dieci, beh, non completamente, ma diciamo ad intervalli regolari di venti minuti di sonno e due ore di veglia.
Ultimi particolari erano i miei capelli che non avevo più pettinato da allora e che avevano preso una forma che non gli avevo mai visto e che ricordavo in quelli biondi già visti di un certo Kurt Cobain ed un orecchino a cerchio inciso di una forma tribale che mi ero messo al lobo sinistro perforandomelo una seconda volta da solo e facendomi un altro buco.
A questa maniera entrai a scuola quella mattina e non lo feci (assolutamente) per dare nell’occhio o per cos’altro, ma soltanto perché non avevo tempo di pensare a nient’altro che non fosse Sarah Moretti e la scena che aveva recitato da protagonista e che ormai era divenuta un classico dei miei ricordi che più facevano male, e mi meravigliavo ancora di come riuscissi, durante i miei impegni quotidiani (che poi era solo stare seduto a logorarmi), a lavarmi e ad andare al bagno.

L’avevo vista ogni mattina dopo quel giorno e tutte le volte era la stessa cosa: sentirsi grande e piccolo allo stesso tempo e guardare ciò che ti è sfuggito dalle mani a distanza ravvicinata, parlarci con quel qualcosa, pensare se sia meglio chiederle o non chiederle nulla, se sia meglio chiarire o lasciare stare e punti sempre sul lasciare stare perché forse non hai il coraggio di chiederle nulla o perché forse non te ne frega che tanto è successo quel che doveva succedere e buonanotte a tutto quanto, spegnete le luci che è ora di ricominciare a vedere il film dal primo secondo e non capisci assolutamente un cazzo di niente perché la tua mente è completamente occupata a capire cosa puoi aver sbagliato, cosa può aver spinto la ragazza a votare per quel partito e non per il tuo e alla fine arrivi alla conclusione che tanto tu la ami di più, che tanto si accorgerà che quello è solo un coglione e via così.
Gli altri però non la pensavano così e già tutte le sue amiche lo amavano come fosse il ragazzo di ognuna di loro e se lo andavano lodando a destra e a sinistra. Avevo già un bell’archivio sul tipo se mettevo insieme tutti i punti che mi erano stati forniti da voci catturate per caso.
Sabrina Altamura che parlava ad Antonella Cavallo durante la ricreazione nel cortile quasi vicino all’esterno della presidenza (Beccata nascondendomi dietro la finestra della presidenza dall’interno col rischio di farmi prendere dal preside nel suo ufficio e di avere un diverbio tragico come gli altri in cui ero stato sospeso): “Si sono conosciuti pochi giorni prima che lui la invitasse fuori e lei aveva notato che lui l’aveva notata, no? Poi quel pomeriggio l’ha chiamata a casa e l’ha invitata fuori e lei ha accettato e la sera stessa sono usciti. Si chiama Omar, è alto, è bruno, mi pare che venga da Milano. L’ha portata in una salagiochi del centro, le ha comprato un paio di Fornarina, io devo sudare sette camicie per avere i soldi da mia madre”
Michela Traversa durante un’ora di supplenza che parlava con Rosa Gala (Beccata fregando il posto ad una che se ne era appena andata al bagno e fingendo di voler studiare i suoi appunti): “Si chiama Omar” che nome da coglione “e va alla ragioneria” che scuola da coglioni “ha quattordici anni” che età da coglioni “ed è veramente un bravo ragazzo” sinonimo di coglione “mi pare che è senza padre” un caso sociale dunque, “ed ha una sorella bellissima” cazzo, la mia faceva schifo però mio fratello può darsi sarebbe uscito bene, crescendo “Sabato credo che Sarah ce lo farà conoscere, visto che andremo insieme a vedere la partita” mi sa che stavolta il coglione risulto io che starò là sotto a farli divertire tutti quanti.

L’aria della classe mi parve più pura e nostalgica quella mattina, mi parve meno contaminata perché ormai si stava sciogliendo il profumo del mio amore e volava via dalle finestre salutando lentamente e lasciando il posto al rimpianto per ciò che non era successo.
Socchiusi gli occhi e lo annusai tutto, il profumo che restava del mio amore ed un raggio di luce mi colpì alle gambe, appena spostata la tendina da un soffio di vento. E quel raggio di sole mi rese partecipe del correre del tempo e dell’immensità del cosmo, mi rese partecipe dell’universo e di tutto ciò che succede al suo interno e questo pensiero mi fece osservare quel raggio di sole con curiosità perché mi faceva rendere conto che il tempo che sarebbe venuto non poteva vedermi sempre e comunque solo, perché in fondo, volente o nolente, anch’io facevo parte di quel qualcosa di magico che l’universo ha e che trasmette solo a pochi esseri umani.
Quel qualcosa di magico era la mia pseudo-arte al confronto con tutto il resto, fu la mia pseudo-arte, davvero, a farmi credere che in fondo in fondo un posto, anche lontano, c’era per me, almeno in relazione a quel poco di bello che avevo cantato e suonato.
Quando Sarah Moretti venne a sbattere il muso alla mia spalla, entrando sicura nella classe ed aspettandosi di non trovare nessuno fermo sulla soglia ad osservare un raggio di sole, quel posto anche lontano lo persi improvvisamente.
Mi girai a rilento e la osservai con occhi distanti, come una specie di robot, come se non fosse lei la persona che mi aveva fatto perdere il mio posto, dovunque fosse.
“Che stai a fare qui davanti alla porta?” mi chiese toccandosi il naso che più doveva avergli fatto male.
“Cerco di ricordare tutto ciò che è successo qua dentro e mi prende una cosa qui” le risposi senza ridere né essere serio, ma quasi distrattamente, senza muovermi.
“Tu da un po’ di giorni te ne sei andato proprio” mi fece lei evitandomi per andare a conquistare il suo posto come ogni mattina.
“E a te non importa nulla, no?” mi voltai per seguirla con lo sguardo, stavolta accompagnai le mie parole alzando le sopracciglia. Dovevo avere una brutta faccia quella mattina perché non mi riuscì di trarre simpatia da ciò.
“Senti, parliamoci chiaramente, non è colpa mia se mi sono innamorata di una persona che non sei tu, non credi?”
“Il fatto è che piuttosto” abbassai la testa e fissai il mio sguardo su di una gomma da masticare premuta in un punto irregolare del pavimento “tu non vuoi proprio vedermi e ti dà fastidio persino stare seduta accanto a me, non puoi negarlo. Non è neanche colpa mia se io mi sono innamorato di te, non lo credi, tu?” mai stato così sincero in vita mia, cosa che non posso dire di lei.
“Non è questo, è che penso che tu, insomma forse... stai soffrendo per questo, ma non posso farci niente, forse ti farebbe bene allontanarti un po’ da me” e con questa ci mise una toppa.
“Potevi dirmelo, voglio dire, che c’era uno che... insomma... non avrei fatto niente per impedirti di...” continuavo a guardare la gomma premuta contro il pavimento e sorrisi di quanto fosse buffo osservarla durante un discorso così aperto tra me e lei, uno dei pochi se non proprio l’unico fino ad allora
“Non c’era nessuno fino al pomeriggio in cui mi ha chiamato e mi ha chiesto di uscire”
“Poche ore prima te l’avevo chiesto io”
“Non dirmi queste cose, per lui era diverso, non puoi condannarmi per non aver accettato”
“Lascia stare, non voglio accusarti di un cazzo proprio e forse hai ragione, è meglio che me ne stia un poco lontano da te” e con queste parole ancora sulle labbra abbandonai l’aula che portava la targhetta ‘prima C’ e con passo deciso percorsi il corridoio e me ne andai per la strada mentre lei chissà che faccia faceva e chissà che cosa pensava, alzai un braccio come per cacciare via una mosca e cacciai via i miei pensieri e tutto lo sgomento che mi portavano.

Girai per i campi poco fuori la città fino a che fu l’ora di pranzo e dovetti tornare a casa.
Avevo piuttosto la sensazione di non essere più io e di stare cambiando lentamente come lentamente erano cresciuti i miei capelli che non tagliavo dall’inizio dell’anno scolastico e che già allora erano abbastanza lunghi.
Lentamente come lentamente ancora mi girava nella testa la stessa scena e lentamente come lentamente era successo tutto.
Adesso mi dispiaceva quasi dover smettere di amare l’unica ragazza che avessi mai amato nella mia pur giovane vita e mi dispiaceva pensare che forse sarebbe stata l’unica per sempre.

Non mi presentai a scuola neanche il giorno seguente ed il sabato mattina ero in campo già dalle otto e nonostante tutto avevo avuto il tempo per radermi la barba e la lucidità necessaria di legarmi i capelli.
Non sarei mancato a quella partita per nulla al mondo e non sapevo perché volessi esserci per forza, visto che non avrei giocato neanche dall’inizio. Qualcosa mi diceva che mi avrebbe fatto bene distrarmi dalle mie cose e dai miei pensieri per un po’, qualcosa mi diceva che quella partita avesse qualcosa che andava oltre la partita stessa e così alle otto correvo già avanti e dietro con la faccia pulita e segnata solo da due basette che finivano dietro le orecchie e con il sole del primo mattino negli occhi, mentre nei miei jeans strappati correvo avanti e dietro per il campo per riscaldarmi, con una sacca dietro le spalle in cui tenevo le scarpe ed i calzettoni e nient’altro.
Il gioco divenne quasi piacevole quando mi accorsi che ogni volta che mi veniva in mente Sarah Moretti e pensieri di conseguenza, bastava correre più veloce per lasciarli indietro tutti quanti e fu veramente liberatorio sapere di essere ormai un passo più avanti di loro e di tutto quanto.
Fu grande assaporare il vento direttamente sulla faccia ed aspirare il mondo dalle proprie piccolissime narici, fu grande sentire le mie gambe dolermi dopo uno scatto un po’ più sentito, fu grande immaginarsi nello stesso campo soltanto due ore dopo con addosso la maglia verde numero sedici del liceo mentre dribblavo due o tre coglioni e sparavo a rete con tutta la mia rabbia.
Ne avrei tirate di bombe, quella mattina...

Fu verso le dieci che gli ‘spettatori’ fecero il loro ingresso sugli spalti ed era da appena mezzora che gli altri della squadra erano arrivati con il professore di educazione fisica portando con sé il borsone delle divise ufficiali della scuola.
Quando mi era stata data la mia, l’avevo osservata a lungo, prima di indossarla, avevo osservato il suo bianco numero sedici sullo sfondo verde e mi era sembrato rilassante e confortante, se adesso avevo qualcosa da pensare che non fosse necessariamente Sarah Moretti.
Uscimmo dagli spogliatoi alle dieci ed un quarto dopo che il professore ci aveva riempito di consigli e stronzate che non avevo ascoltato, impegnato piuttosto a prepararmi a vedere qualcosa che forse mi avrebbe fatto più male di quanto ne avevo già.
Appena fuori, misi gli occhi sugli spalti per catturare il viso di qualcuno che conoscessi, ma non vidi nessuno finché i primi liceali cominciarono ad entrare e davanti a tutti c’erano un gruppo di tipi del quinto che conoscevo di vista.
La parte bella venne quando ad entrare finalmente furono i miei compagni di classe ed avanti a tutti Luigi Corona ed il suo codino biondo, mi vide presto, mentre a centrocampo, con le mani sui fianchi osservavo l’entrata. Gli sorrisi e mi rispose aggrappandosi alla rete ed urlando come un forsennato.
“Mettiglielo nel culo a questi qua!”
A tirarlo giù di lì ci pensarono Tarantino e Fortunato che se lo portarono in braccio mentre ancora gridava, su di un gradino alto della tribuna.
Poi entrò Coviello che mi salutò semplicemente e lui era quello con cui riuscivo meglio a giocare in attacco, durante le ore di educazione fisica, a scuola.
“Quanti ne vuoi?” gli urlai dal centro del campo con quanto fiato e rabbia avevo dentro, lui non mi guardò neanche e continuò a camminare per raggiungere gli altri. Alzò solamente la mano in alto con il palmo rivolto verso di me e così dichiarò di volerne cinque, di goal.
Poi vennero Nagliero e Mangino che riempivano di schiaffi Cristiani ogni volta che urlasse qualche strano verso che non si capiva, mi salutarono mentre se lo trascinavano via per i capelli e quello non smetteva di ridere e gridare.
Entrò Pastore e mi sorrise ingenuamente come solo lui sapeva fare e andò anche lui a raggiungere gli altri.
Infine entrarono Ieva e Morra che parlavano fra di loro e non mi videro neanche finché arrivati sullo stesso gradino dove stavano gli altri, non gli venni indicato da Tarantino e Coviello e Pastore.
Ed eccola lì, la persona che aspettavo, bella come sempre, principessa accompagnata nell’arena dal suo principe per ammirare il fenomeno da baraccone che adesso si stava sistemando i calzettoni sui polpacci. Eccola tranquilla come non mai mentre i gladiatori laggiù si fottono di botte per conquistare una vittoria che non servirà a nulla, ma che li restituirà alla loro schiavitù di sempre, come se non fosse successo nulla. Cinque goal aveva chiesto Coviello e magari sarebbero bastati cinque goal per togliermi di dosso quel tormento che avevo e tutto quanto! No, quello non si toglieva neanche con la candeggina e se si toglieva, il bianco sbianca e stiamo sempre allo stesso punto, sempre all’inizio, come prima, nulla è cambiato, nulla è cambiato.
La osservai dal basso della mia posizione ed i miei occhi si voltarono nel momento in cui la sua manina si alzò per salutarmi, adesso si spostavano sulla porta gigantesca di fronte a me, aspettavano che lei non mi guardasse più per tornare sul suo viso e sui passi che metteva, candida, nella nostra arena; la osservai prendere posto con la mano nella mano del coglione e poi sistemarsi i jeans scuri sulle gambe, ed infine voltare la testa, aristocratica ed indifferente verso il suo ragazzo per ascoltare cosa stesse dicendo.
Mi tirai su ed osservai il vento che smuoveva i fili d’erba, alzandomi bene i pantaloncini sulla gambe riscaldate dalle mie corse prima della partita, osservai il vento e mi dissi che era buono e che avremmo giocato bene e che, con la temperatura che c’era, era l’ideale, visto che faceva un po’ caldo. Ci avrebbe rinfrescati a dovere.
Poi mi portai verso la panchina, dato che la partita stava per cominciare ed aspettai l’entrata dei giocatori come tutti i presenti.
Entrarono con cinque minuti di ritardo e sfilarono fino al centro del campo, fermandosi lì e salutando da un lato e dall’altro del campo, anche se non c’era nessuno, sulle tribune ad est.
Ci fu il lancio della monetina e tutto il resto, poi i ventidue si disposero in campo e la partita iniziò col fischio dell’arbitro.

Per un buona mezzora non successe un granché e tutto il divertimento veniva fornito direttamente dagli spalti dove si cantavano (per di più ispirati dalla mia classe) cori assurdi pieni di parolacce ai danni della ragioneria, con timide risposte da parte dei tifosi avversari.
Vidi Corona addirittura malmenare uno della ragioneria fermato da tre o quattro professori ed allontanato per una decina di minuti dalle tribune, tenuto sotto stretta sorveglianza del professore di inglese che cercava continuamente di calmarlo.
La squadra avversaria iniziò a farsi avanti abbastanza tenacemente verso la fine del primo tempo e ci furono le prime buone azioni che la portarono quasi vicina al goal cogliendo un palo ed un diagonale di poco al lato.
A cinque minuti dalla fine dei primi quarantacinque una botta bella potente del numero sette della Ragioneria infilò il nostro portiere ed un boato di quelli mai sentiti investì il campo, lanciando i tifosi della nostra scuola in un silenzio che diceva tutto. Sorrisi osservando i giocatori della squadra avversaria ammucchiarsi nella nostra area uno sopra l’altro, mentre i nostri, impotenti, si risistemavano nel campo, con la testa china, il nostro portiere s’incazzava con la difesa, ma effettivamente il goal era stato pulito e preciso e non era proprio colpa di nessuno.
La replica venne pochi secondi dopo lo scadere del tempo e questo fece ancora più rabbia perché poteva veramente essere evitato e fu esattamente l’incursione del solito numero sette sulla fascia, con passaggio al centro, difesa scoperta e colpo di testa da parte di uno coi capelli biondi a spazzola che doveva avere il numero undici.
La nostra curva allora cadde in un silenzio ancora più cupo e l’unico dei nostri che gridava ancora era Corona che minacciava tutti quanti e quel giorno avrebbe minacciato persino sua madre.
Mi misi in piedi attendendo il fischio dell’arbitro senza dire niente, mentre il professore di educazione fisica (nonché nostro allenatore) si fumava una sigaretta urlando a destra e sinistra per cercare di gestire al meglio la squadra.
“Preparati che adesso entri tu!” mi disse solamente tra un urlo ed un altro ed io non feci altro che annuire perché sapevo già come mi sarei dovuto muovere in campo e cosa avrei dovuto fare.
Il primo tempo finì con la nostra tifoseria che ci mandava a fare in culo e ci lanciava di tutto dagli spalti ed effettivamente come scuola, ci stavamo facendo veramente una figura di merda.

Entrammo in campo dopo un quarto d’ora e fu il quarto d’ora di attesa più frenetico degli ultimi sei mesi, non facevo altro che girare avanti e indietro nello spogliatoio, perché ora tutta la mia sicurezza stava svanendo lasciando il posto ai dubbi ed alle preoccupazioni di una probabile figuraccia gratuita ed insensata agli occhi di Sarah e del suo tipo e dei miei amici di scuola e di tutti quanti erano presenti perché ora il centro dell’attenzione sarei stato io e non dovevo sbagliare niente proprio, entrando direttamente in attacco.
I miei dubbi si moltiplicarono quando uno della squadra mi si avvicinò appena fuori.
“Te la diamo tutti a te la palla, abbiamo visto come giochi nella squadra della scuola” il mio sinistro fibrillò, sperai non facesse cazzate. Corona lanciò un urlo che mi arrivò proprio dietro la nuca mentre battevo il calcio d’inizio e quello fu il mio via.
“Guardatelo in faccia a quello lì, che adesso vi distruggerà!” e le mie gambe corsero da sole verso la porta avversaria e tutti quelli che mi passavano davanti li esaminavo e nessuno era come me, nessuno aveva quello che avevo io quel giorno e questo mi rassicurò. Mi spostai sulla sinistra aspettando un passaggio del numero tredici dei nostri, messo al centro, e quando quello me la passò, sentii che quella palla era la buona e così mi buttai a fondo sulla fascia e saltai due giocatori tenendo la palla al più esterno possibile col sinistro che nessuno poteva controllare e prevedere e ci volle una falciata da dietro di un difensore avversario per mettermi giù.
Le urla di Corona investirono lui stavolta e gli crollarono addosso minacce su minacce a quello lì ed io a terra che non sapevo se ridere o soffrire per la botta presa sul polpaccio teso. Misi gli occhi su Corona dietro la rete delle tribune e scoppiai a ridere rotolandomi a terra e soffrendo ad intervalli regolari.
Mi rimisi in piedi su una gamba sola e zoppicai per un po’, ma poi la gamba fu a posto ed appena l’arbitro fischiò, la palla era già buona in mezzo all’area e per poco il nostro numero nove non la infilava.
La prossima volta decisi che ci avrei provato da solo.
Per dieci minuti interi corsi solo avanti e indietro aspettando un passaggio buono, ma senza riceverne affatto, così andai da solo a prendermi la palla e fu una vera cazzata. Bastò correre dietro ad uno un po’ meno esperto e mettergli il piede davanti al pallone. Quello cadde in avanti, ma il mio intervento era regolare.
Mi voltai verso la porta, ero lì, proprio lì e lei era veramente gigantesca, avanzai lentamente con la palla cercando uno spazio per passare tra i difensori e quando lo trovai niente più poté fermarmi, abbassai lo sguardo sul pallone e misi a terra due giocatori senza aver bisogno di falli, al terzo, la palla, gliela feci passare da sopra la testa e lui la osservò senza poterla acciuffare, c’eravamo solo io ed il portiere adesso, ma non c’era storia, perché sul collo del mio piede si concentrarono tutte e due le settimane che avevo passato in agonia dopo quella famosa sera e le due persone che me le avevano regalate, quelle due settimane, stavano lì a guardarmi e dovevano saperlo che io non ci stavo più, che io ero questo, ero nervi e tecnica, avrei dato fino all’ultimo respiro per quello che amavo e così scaricai tutto chiudendo gli occhi e ne risultò un missile che colpì il portiere su una guancia deviando verso l’angolino basso della porta. Ci entrò rotolando per terra mentre il portiere saltava all’aria come fosse stato preso in faccia da un autotreno.
Alzai solo un braccio in alto ed il mondo in quel momento sembrò girarmi attorno, richiusi gli occhi e respirai ed ascoltai solamente le urla dei miei compagni di classe e, su tutte, quelle di Corona e non mi importò nulla del resto in quel momento, nulla delle strette di mano e pacche sulla schiena dei miei compagni di squadra, niente del risultato che stavo cambiando e niente di quella Sarah Moretti che, per dovere nei confronti del suo stronzo milanese (uno sconosciuto, cazzo, io e lei ci conoscevamo da mesi) non poteva neanche festeggiare il nostro goal.

Il calcio d’inizio era stato appena battuto quando fui sul giocatore avversario che, girato di spalle, non mi vide arrivare. Gli spostai leggermente la palla da sopra ai piedi e quello con l’intenzione di crossare in avanti, non se la trovò più dove doveva stare. Cercava ancora di capire che fosse successo quando io ero già quasi nell’area avversaria. Non me la sentii di dribblare di nuovo tutta la difesa, anche perché ero ancora stanco dell’azione poco precedente al goal, così passai la palla a destra beccando il numero tredici e quello mi regalò un cross che fu un vero gioiello.
Mi tuffai in avanti in mezzo alla difesa che non sapeva ancora come posizionarsi e feci un volo da sopra la testa del numero quattro poggiandomi sulle sue spalle, al sicuro dagli occhi dell’arbitro che era ancora a centrocampo. Agganciai la palla di testa e non vidi proprio un cazzo, rotolando a terra a malomodo.
Mi stampai il dorso della mano in fronte strizzando gli occhi, sentivo un dolore al ginocchio destro, ma non potevo non sentire il boato dalle tribune che si alzava sempre più forte come fosse il vento sui marosi. Guardai verso la porta steso a terra e la vidi dentro, la palla, e tutto fu a posto allora, niente più dolore al ginocchio e niente più niente. Tutto a posto.
Ma il tempo passava e la festa doveva finire in un modo glorioso per essere tale e il risultato ormai non cambiava più ed eravamo già alla probabile ultima azione.
La palla mi arrivò sulla coscia mentre correvo, sapevo che non mancava molto alla fine ed ormai non c’era più tempo di elaborare un’azione. Per di più c’era uno che mi stava proprio dietro.
Accelerai ad una decina di metri dopo il centrocampo, le tribune erano in visibilio, qualcuno mi incitava a proseguire, stavo per crossare la palla al centro, ma tra le voci che urlavano, tra i cori, tra le bestemmie dei miei compagni e nel tripudio generale, una vocina, piccola piccola spense tutte le altre, lentamente si conquistò la scena, fu l’unica voce che ad un certo punto sentii, mi voltai un attimo per capire, mi fermai del tutto, restai fermo a guardare in quella direzione, le braccia lungo i fianchi, i capelli tutti bagnati che si erano quasi completamente slegati.
Quello che mi stava dietro si buttò in scivolata, gli feci scomparire la palla da sotto gli occhi senza smettere di osservare la tribuna.
Sarah Moretti aveva urlato il mio nome e non una volta sola.
Diedi uno scatto improvviso, spingendo in avanti la palla, la porta era quella e, benché ci fossero due compagni in area, non ce la facevo proprio a drizzare il piede che già mirava l’incrocio dei pali più lontano.
Quello che mi stava dietro adesso era tornato alla carica ed ormai non avevo più tempo per decidere e così lasciai che fossero i miei muscoli a farlo per me e quelli decisero di scaricarla e basta e che in fondo se non fosse entrata non era poi così importante. Sarah Moretti aveva urlato il mio nome. Non esisteva più niente. Sarah Moretti aveva urlato il mio nome ma non mi aveva mai amato. Perché? Perché mi aveva incitato, forse era stata presa dal senso di appartenenza alla nostra squadra, a me che ne ero il trascinatore. Forse avevo trascinato anche lei, con tutti gli altri, con la mia determinazione oppure niente di tutto questo, ma perché urlare il mio nome? E se l’aveva fatto (e l’aveva fatto) come faceva a non avermi mai amato?
Ruotai su me stesso, dopo il tiro, e caddi a pancia in giù, ma mi voltai presto perché non me la sarei persa per niente al mondo quella e sembrò che tutti quel giorno, in quel preciso istante, tutto il mondo stesse fissando quella palla che girava, partita dall’esterno del mio piede sinistro, percorse una parabola di quelle veramente fatte con la crema e volteggiò in aria come una ballerina di danza classica, ma veloce come un bolide e scavalcò la mano del portiere che stava volando e che non ci sarebbe arrivato neanche con la scala, eppoi si tirò con sé la rete e la gonfiò come non avevo mai visto una palla lanciata dal mio piede tendere in quel modo una rete, la gonfiò proprio tutta ammutolendo l’intero stadio, giocatori compresi.
Il fischio finale dell’arbitro scosse improvvisamente tutti come fosse un terremoto, Corona già aveva scavalcato la rete e mi era caduto praticamente addosso visto che ci stavo quasi sotto, e mi aveva preso per il colletto e mi aveva scosso vigorosamente ed io avevo solo sorriso a bocca aperta, incredulo di tutto quanto, mentre lo stadio esplodeva.
“Tu sei un bastardo!” aveva urlato ed una marea di gente ci aveva travolti ed ormai non si vedeva né si capiva più un cazzo là sotto e fu solo una grande festa di quelle fatte bene ed urla smorzate che sentivo a malapena di Cristiani e schiaffi che volavano a destra e sinistra e tutto il resto e tutto era buono se era fatto a quel modo.
La nostra piccola montagna umana si sfasciò poco alla volta e quando finalmente rividi la luce del sole, la prima cosa che feci fu guardare il posto di Sarah e lei era ancora lì con il suo tipo che le parlava mezzo incazzato per la sconfitta e lei rideva solo e forse non lo stava a sentire e forse guardava verso di me e questo non lo saprò mai perché un’ondata di schiaffi diretti in faccia da parte dei miei compagni di classe mi stordì e menomale che lo facevano solo ‘per festeggiare’.
Quando rimisi gli occhi da quella parte, Sarah non c’era più, chinai solo un po’ lo sguardo e poi, per non mostrarmi deluso davanti ai miei amici, li schiaffeggiai tutti anch’io per festeggiare.

Arpeggio alla ricerca di qualcosa che possa distrarmi dai miei pensieri, ma arpeggio a vuoto perché niente può farmi dimenticare lei mentre si siede e si sistema i jeans sulle gambe ed accanto a lei si siede il suo Omar e non io.
Tutto sembra così sconvolgentemente perso e dimenticato, tutte le frasi sembrano così inutili ed il suo corpo adesso alla mia mente si presenta come scialba nostalgia perché, nel cercare di capire se ne fossi innamorato, mi rendo conto di aver inseguito come i grandi eroi romantici solo un sogno che a me parve realtà e il disincanto arriva violentemente proprio in questi giorni, proprio in questo istante, mentre, con la pioggia che fuori ha iniziato a rovesciarsi verso le tre, tengo stretta la mia chitarra sul petto ed il suo contatto mi pare superfluo adesso che lei fa parte della mia stessa pelle, della mia stessa anima, dentro come fosse mischiata al mio sangue ed è l’unica cosa confortante in questo tardo pomeriggio di pioggia, nella mia stanza (che poi è il soggiorno di casa mia), sdraiato sopra il mio divano a pancia in su come fossi un morto, coi piedi scalzi e freddi e con solo un paio di jeans sbiaditi addosso.
Non esploderò mai più di gioia quando Sarah Moretti urlerà il mio nome. E’ solo un inganno protratto, come tutti gli altri che mi ha propinato.
Nonostante tutto non riesco a smettere di amarla.
Osservo il soffitto ed il suo bianco candido mi fa pensare alla libertà ed alle distese di verde che si perdono fino all’orizzonte, quelle che ho visto nei due giorni di fuga dalla scuola, mi fa pensare a quella volta che riuscii a intravedere negli occhi di un passero che mi guardavano la mia ispirazione e al grande errore che feci nel portare il mio sguardo sul volto di lei.
Ora sono stanco di sfuggire alla vita di ogni giorno per rifugiarmi tra le corde della mia chitarra, sono stanco di crescere ogni volta ed ogni volta di sembrarmi sempre più piccolo ed in questo preciso istante mi viene da pensare chissà con quale collegamento che sono solamente un adolescente con i miei sogni rubati, con i miei primi lividi sulla pelle e con la mia voglia di essere qualcun altro diverso da me, col mio spirito di concorrenza con tutti quelli che hanno qualcosa che vorrei.
Mi sento ridicolo.
Ma poi se ci penso più a fondo, ricordo come il tipo di Sarah l’ha tenuta oggi alla partita ed a come se l’è portata quella sera: come fosse un oggetto prezioso o un soprammobile da mostrare a chiunque e da fare apprezzare, penso che io non ho bisogno di soprammobili.
Ed infatti io il soprammobile non ce l’ho e mi prende una disperazione che mi fa voltare di lato e cadere la mia chitarra dal divano con un rumore sordo accompagnato dalle vibrazioni delle corde.
Mi sbatto una mano in testa e chiudo gli occhi.
‘Rivoglio la libertà che ho perso’, penso mentre la pioggia sembra stare smettendo di battere sulle finestre ed i muri e nella mia testa.
‘Se non posso avere nient’altro, rivoglio almeno la mia libertà’ penso di nuovo e di nuovo mi sembra che la pioggia rallenti.
Riapro gli occhi e la disperazione è più forte adesso, mi viene voglia di piangere.
Col cuore nella mano sinistra, mi sporgo dal letto e raccolgo la chitarra da terra, me la riporto addosso e la stringo veramente forte ed in questo preciso istante in tutto il mondo l’unica cosa importante diventa lei e nient’altro, in questo preciso istante il mondo è fermo ed ha smesso di fare le sue faccende per occuparsi di me e di ciò che sto per sputare fuori, credo che ogni tanto al mondo piaccia osservarmi essere me stesso e credo che forse sia anche giusto per lui ogni tanto occuparsi di qualche essere che sta fuori da tutto il resto, no?
Arpeggio di nuovo ad occhi chiusi e trovo finalmente la via giusta. Non è facile scrivere una canzone se sai che poi nessuno te la ascolterà.
E intanto fuori la pioggia ha smesso completamente.
Forse.

Morbido

Strofa 1
Quasi un sussurro.
Adesso sta piovendo.
Oltre la finestra ci sono gli alberi
di mimose coi rami piegati verso il suolo,
sembrano stanchi

Strofa 2
Quasi un sussurro.
Mi fa male dolcemente, è solo un fastidio
se vogliamo definirlo così, che mi stringe piano,
è quasi un sottofondo di dolore,
speriamo niente di grave.

Strofa 3
Quasi un sussurro.
Ce le ho ancora davanti agli occhi
e non ci sono più, le mattine che abbiamo
passato insieme, scherzando come bambini,
era tutto a posto allora.

Strofa 4
Quasi un sussurro.
Il mio respiro è calmo piuttosto
e non affannato come correndo
per le strade a giocare a non perdersi
ti ho persa presto, posso dire.

Strofa 5
(Con un verso in più delle altre)
Quasi un sussurro.
Adesso sta piovendo,
la tua voce mi fa tremare ancora
nonostante tutto questo tempo,
ho dato a te la mia anima,
mi hai spinto nelle tempeste…

Finale
Anche
adesso sta piovendo,
forse sta smettendo,
la pioggia non cancella però
e poi torneranno, le tempeste
anche se adesso è
quasi un sussurro.


16
I miei pensieri si perdono nel vento
(Ed io con loro)



APRILE DELLA DISPERAZIONE

Fu giusto quella sensazione di non avere un cazzo per le mani e che ti fa venire voglia di impazzire ballando e bruciare tutto quello che hai e strafregartene delle conseguenze e ti aspetti dalla vita un sacco di botte e continui comunque a ballare e bruciare tutto quello che hai e senti la voglia di chiudere gli occhi di fronte al vento ed abbandonarti ad esso pensando che niente mai ti farà davvero male se sarai tu a fartene più di tutto e più di tutti.
Per questo decisi di farmi male.
Ogni pomeriggio dopo la scuola non facevo altro che vagare da casa mia al supermercato dietro il cortile e comprare confezioni di birra da sei e trasportarmele nelle colline dietro le case verdi proprio dietro la mia.
Mi percorrevo il mio sentiero nell’erba ed andavo a mettermi sempre al solito posto, proprio in mezzo a due grandi alberi di noce che in quel periodo stavano rimettendo le foglie per la primavera imminente. Mi sedevo lì, dunque, ed osservavo il cielo e sentivo su di me e dentro me solo il vento concentrandomi sui suoi respiri e le scomparse ed i ritorni e da lì avevo pure tutta la vista del mio paese ed il mio peccato l’avrebbero conosciuto tutti, metaforicamente parlando.
Me ne stavo i pomeriggi interi a tracannarmi casse di birra osservando il sole prima infiltrarsi fra i rami dei miei due alberi, poi superarli calando di fronte ai miei occhi ed infine tramontare, inzuppato di luppolo come una spugna di acqua.
Non pensavo mai a niente in quei pomeriggi, non vedevo niente, non conoscevo niente, sentivo solo una dolce sensazione disperata al centro del petto che non ricordavo cosa fosse e per compararla, mandavo giù bottiglie intere di birra, sempre più velocemente, sempre con minor numero di sorsi, restandomene come una marionetta senza fili, abbandonata nel cartone dei rifiuti dopo l’ultimo spettacolo, a cercare di capire quale fosse precisamente la linea dell’orizzonte, perché avevo la vista sfocata dall’alcool e dalla miopia di cui non mi ero mai effettivamente curato.
Poi mi lanciavo all’indietro e tutto quello che c’era iniziava a girarmi intorno piano piano, poi più in fretta, poi un po’ di più, finché il mio sguardo non reggeva più il ritmo ed allora chiudevo gli occhi, ma solo per accorgermi che al buio era peggio il doppio, perché avevo la sensazione che tutto girasse, ma non potevo vederlo e stavo peggio di un malato terminale.
Così iniziavo a rotolarmi sull’erba riscaldata dal sole mantenendomi lo stomaco e la testa, che erano gli organi che più mi sembravano inconsistenti e piuttosto liquefatti.
E’ difficile dire perché ad un certo punto uno senta il bisogno di farsi un male della madonna che rimanga per sempre e soprattutto perché nel dolore comunque ci si senta bene, meglio che nella gioia o nella felicità, forse perché hai quella falsa sicurezza di essere uno profondo e non un demente del cazzo che non conosce il senso della vita come ormai mi sentivo di sembrare sempre più agli occhi di Sarah, forse perché veramente inizi a credere che il senso della vita sia prendersi e farsi il più male possibile perché vuoi avere una di quelle vite tormentate e disperate che fanno commuovere tutti e che ti fanno piangere, proprio a te che la stai vivendo, come piangevo io quando, finita la sbornia durata sei ore di fila, iniziavo a mandar giù lacrime su lacrime infilandomi le mani sporche nei capelli e premendo sulle tempie quasi per scavarci dentro e trovare un solo motivo per non essere angosciato e insoddisfatto da qualsiasi cosa facessi o pensassi perché tutte convergevano sullo stesso viso, sulle stesse angosce interne.
Alla fine ti rendi conto che forse l’unico modo per passare bene la vita è non pensare a niente ed accettare tutto in maniera passiva, quasi convincersi di non poter fare nulla per cambiare il corso degli eventi.
Così mi rialzavo, ingannato dalla sicurezza di poter tornare a vivere tranquillamente ponendo come condizione a ciò soltanto il fatto di non pensare al senso della vita ed a Sarah.
Tornavo alle mie mattine vivendole passivamente e credendo di essere felice, me ne andavo a scuola a passare le mie giornate ‘soddisfatto’ dai risultati ottenuti in tutte le discipline anche senza che mettessi mai mano ai libri e nei miei occhi spenti, ormai non doveva più leggersi neanche il nome di Sarah, dato che tutto era ormai affogato nei miei ‘rimedi’ e forse davvero quella fu l’unica volta in cui me la tolsi dalla testa o ci andai veramente vicino, perché mi faceva ormai più male vivere che pensare a lei.
Rincasavo la sera barcollando e avevo pure la fortuna che mia nonna era in ospedale in quel periodo ed i miei andavano a trovarla ogni giorno e rimanevano lì fino a sera tardi. Mi facevo una doccia, mi infilavo nel letto prima che ritornassero e non pensavo a un cazzo e non mi staccavo il mio sorriso da non-pensante dalla faccia, senza rendermi conto che non potevo continuare così per molto perché quello era solo un modo di sfuggire a tutto quello che mi girava attorno e fuggire il più delle volte è da vigliacchi.
E’ che io non volevo starci, a guardare gli incontri dei due tipi ogni volta che all’uscita lui veniva a prenderla e non volevo essere presente quando qualche amica della tipa le ricordava che fortuna aveva avuto a trovare un così bel ragazzo selvaggio e pratico della strada, che conosceva tutti i depravati e gli spostati del paese, che se n’era sceso da Milano per ficcarsi in mezzo a compagnie di merda e starsene a fumare canne per tutto il tempo e che con queste stronzate affascinava tutte le ragazze perché doveva sembrare loro un vero duro. Sarah aveva sempre disprezzato la mia volgarità, adesso se ne stava con uno che ogni giorno di più mi sembrava un bastardo.
E’ che io non volevo starci proprio, nella vita di Sarah Moretti ad osservarla mettere i suoi passi senza poter dire un cazzo o senza poter chiarire almeno ciò che c’era e non c’era stato. Preferivo starmene imbambolato seduto al mio posto con gli occhi gonfi di primo mattino a grattarmi il naso o scuotere la testa per capire se quelli che stavo vivendo erano o non erano i miei deliri del pomeriggio precedente e mi piaceva anche che lei mi ignorasse completamente e che non cercasse di ricordarmi che io ero stato innamorato di lei e forse avrei capito di esserlo ancora se avessi avuto un secondo di tempo tra uno sbattimento ed un altro per rendermene conto.
Ho bei ricordi di quel periodo di intervallo tra Sarah e Sarah, ricordi della fresca aria primaverile gustata da soli e dei miei respiri che si completavano in quelli del vento, ricordi del mio fondoschiena poggiato a terra con i jeans sbiaditi ancora più sbiancati dalla terra bianca della mia collina, ricordi della mia testa che va all’indietro e del mio sorriso aperto appena un piccolo formicolio mi prendeva la nuca e sapevo che tutto quello che stavo mandando giù, adesso mi tornava al cervello come stesse lievitando nelle vene e coprendo tutto il loro volume e trovando sfocio poi all’interno del mio cranio, quasi che mi traboccasse dalle orecchie.
Una volta, mentre me ne stavo sdraiato in pancia in su ad osservare il cielo, persino Cobain si era affacciato al mio colle.
“Ragazzo, tu non puoi rovinarti così” mi fece, quasi preoccupato.
“Pensa a quello che hai combinato tu, coglione” gli risposi.
“E’ proprio per questo che te lo…” non gli lasciai neanche il tempo di terminare.
“Non è il momento Kurt, non è più il momento” mi voltai di lato e scoppiai in lacrime, sentendolo andare via.

La giornata più tragica fu alla fine di marzo, fu quella in cui avevo seriamente bisogno di sbattermi il più forte possibile e di farmi un male bestiale, pensai che pure rimanerci stavolta non sarebbe stato cattivo e così, oltre alla classica scorta di birra mi portai con me un pacco di marlboro rosse rubato a mio padre ed una scatola di fiammiferi.
Iniziai a mandare giù la birra a stomaco vuoto dato che erano due giorni che non ingoiavo un boccone.
Mi sentii un poco ok solo alla terza bottiglia stavolta ed ormai avevo fatto un casino in quel posto lasciandoci un meraviglioso strato di bottiglie che nessuno poi andava a togliere e ce ne erano un centinaio già. Lanciai pure quella in mezzo alle altre e misi lo sguardo proprio in mezzo ai rami dell’albero più alto e sfiorando con lo sguardo le sue punte, mi parve per un attimo che penetrassero il cielo e immaginai che salendo fin lassù l’avrei toccato anch’io per una volta, anch’io che me ne ero stato sempre a terra lasciando prendere il volo agli altri ed osservandoli allontanarsi uno alla volta salutando debolmente con la mano.
Poggiai un braccio sulla fionda in cui l’albero si divideva e feci forza per issarmi e poco alla volta, scivolando con i miei pseudo-stivali, fui lassù e poi mi spinsi sempre più in alto fin dove i miei piedi riuscirono ad arrampicarsi e di lì mi allungai tutto tendendo un braccio verso il cielo e chiusi gli occhi ed una botta di vento violentissima scosse l’albero e scosse il mio cervello e scosse il mio cuore e mi parve di essere vento e mi parve di poter volteggiare come volevo e mi parve per davvero di toccare il cielo e per me fu veramente così e mandai a fare in culo tutta la città che mi stava di fronte e ne divenni il re e riprovai la stessa identica sensazione di libertà che avevo provato fuori dalla mia casa di campagna dove avevo ritrovato la mia chitarra.
Risi come un pazzo e scivolai e per poco non me ne andai di faccia a terra, eppoi fui di nuovo serio ed ascoltai il vento con le guance che dovevano essere rosse come i semafori, per tutta la birra che avevo dentro.
Mi ravviai i capelli e scoprii nella tasca della mia camicia il pacchetto che avevo ormai dimenticato e così mi ficcai in mezzo a due rami e mi sedetti lì e cercai nelle mie tasche per estrarne i fiammiferi e poi bagnai con le labbra il filtro della sigaretta che estrassi dal pacco, stringendola nei denti e sfregai un fiammifero contro la minerva sul pacco.
Quello si ruppe ed uno mi cadde ed il terzo si ruppe di nuovo ed il quarto non si accendeva ed il quinto prese un fuoco prima azzurro e poi arancio come il tramonto di cui si stava tingendo il cielo all’orizzonte.
Portai la fiamma alla punta della sigaretta e ce la immersi dentro e tirai e poi tirai di nuovo e poi di nuovo e poi tossii, ma così forte che mi parve di tossire un polmone dalla gola. Riportai il filtro alle labbra e lo scoprii bagnato ed era normale dato che non avevo mai fumato in vita mia.
Ad ogni tiro tossii, ma ad ogni tiro mi sembrò che qualcosa scomparisse dalla mia mente e poco alla volta anche io scomparvi nella mia mente e non ebbi più cognizione di niente, neanche della mia consistenza fisica, mi parve solo di stare da qualche parte e stare e basta e fu davvero grande, furono spettacolari peggio di quelli di una giostra, i giri che la mia testa completava ad ogni tiro ed a metà sigaretta tutto l’universo mi parve implodere in una botta e per sempre, comprimersi in se stesso e scomparire senza dire niente, sentii di presente solo il mio dolore e quella volta fu da piangere più forte di tutto perché proprio in mezzo al dolore apparve Sarah Moretti con tutti i sogni persi e divenuti incubi che si portava dietro e con tutte le giornate ricoperte di ragnatele che la mia mente ricordava e con il Coolwater sbattuto contro il muro e tutto questo mi sembrò così lontano e così tragico adesso, il suo corpo mi parve ricoprirsi nuovamente di quella scialba nostalgia, la classica che si prova quando si sa di stare allontanandosi velocemente da qualcosa che non si riavrà più indietro e che non c’è rimedio e che adesso è tardi e che bisogna dimenticare e dimenticare e dimenticare e dimenticare e dimenticare e dimenticare...
Forse avevano fatto l’amore.
Strinsi più forte le mie labbra su quella sigaretta e mi sentii come un albero che in primavera perdeva le foglie al contrario di tutto il mondo, strinsi anche gli occhi e tirai più forte che sapevo e quel tiro fu lungo come un treno che non finisce mai quando sei fermo al passaggio a livello.
Forse avevano fatto l’amore. Lei e lui, lei che era stata mia e lui che era uno sconosciuto.
Caddi dall’albero mentre mandavo fuori il fumo che avevo tirato giù, all’indietro e mi girai nell’aria ed il sole cadde con me spegnendosi in un tramonto rosso tragico e disperato e mi ritrovai con la faccia nell’erba e con un dolore allo stomaco che era imparagonabile a tutti i dolori di stomaco della terra.
Quella sera tornarono alla mia mente le sensazioni che mi pervadevano ogni volta che iniziavo a pensare seriamente alla vita ed a Sarah, e per contrasto tornarono alla mia mente anche i luoghi che mi ossessionavano, quei luoghi pregni di libertà che ormai sognavo la notte e che certi giorni non mi abbandonavano neanche quando la luce del sole tornava ad affacciarsi sul mondo, avevo bisogno di quei luoghi e di fuggire anche se fuggire era da vigliacchi.

Eppoi tornai a passare le mie giornate seduto nell’erba, ubriaco come un lupo di mare per non avere nella mente nemmeno il più piccolo spazio vuoto in cui si potesse nuovamente inserire il ricordo di Sarah e delle sue labbra che mai avevo baciato, e delle sue mani che mai avevo tenuto e dei suoi capelli che mai avevo accarezzato.
Guardavo il sole come un cerchio giallo sfocato e chinavo la testa da una parte e dall’altra per capire se guardandolo da un’altra angolazione sarebbe diminuita la sua influenza ed il suo fascino su di me, quella inarrestabile voglia di raggiungerlo che non si spegneva neanche inondata da fiumi e fiumi di birra, che tornava comunque ad essere la sensazione più forte e opprimente anche quando la mente era così annebbiata da non essere molto lontana dal vero e proprio delirio.
Eppoi guardavo le nuvole così libere e felici nel cielo vivo, e l’erba che sembrava danzare, sfiorata dal veloce tocco del vento, gli alberi che avevano raggiunto la loro massima altezza e non sarebbero cresciuti più di tanto: tutto aveva raggiunto quello che aveva da raggiungere, tutto era arrivato al suo traguardo ed io invece continuavo ad osservare la natura compiaciuta della sua completezza ed inarcavo le sopracciglia stringendo le labbra sul collo dell’ennesima bottiglia, cercavo di capire in che punto preciso fosse il segreto di tutta quella calma conquistata da ogni parte del pianeta a quanto pareva e perché io, con le mie scarpe affianco e con i piedi scalzi incrociati per avere un contatto più diretto con la terra, perché io non ce l’avessi quella calma, perché per me dovesse essere così, perché per me non ci fosse un posto del cazzo dove riuscire a vivere senza costringermi a non pensare a tutto quanto c’era da pensare, un posto per cui partire dicendo a tutti “vabbé, ci si vede prima o poi, no?” ma sapendo di non fregarsene proprio niente di tornare, salutando così solo per la fretta di andarsene via, solo per dare agli altri quella piccola speranza che non faccia sì che loro ti impediscano di raggiungere quel posto...
Pensai che non mi bastava più ormai cancellare tutto quello che avevo e che dovevo andare via prima o poi, via da Sarah Moretti ed anche dal suo fantasma e via da me stesso se ci fossi riuscito e così un giorno salutai i miei due alberi e me ne andai per il mio sentiero, percorrendolo al contrario, ma prima di farlo ci portai la mia chitarra lì e dedicai una canzone al vento e veramente la dedicai a lui perché come tutte le altre, l’unica persona che avrei voluto l’ascoltasse non l’avrebbe mai ascoltata ed ormai non c’era neanche più motivo perché lo facesse.



I miei pensieri si perdono nel vento...

Strofa 1
Mi si posero novecentonovantanove strade,
non ne seguii nessuna, rimandai,
vagai per campi deserti,
passai le notti a iniettarmi nelle vene
l'insonnia. Ed adesso...

Ponte 1
...i miei pensieri si perdono nel vento,
sospinti dai soffi e annientati dal fumo
si spengono ad uno ad uno, si consumano
come questa sigaretta e la mia vita...
vita?! Mai sentito parlare di vita.

Ritornello
E mi verrebbe di lasciarla andare
con il vento chissaddove e scomparire
ma non posso, vorrei ma non posso lasciare
che il vento se la porti lontano,
in fondo è l'unica vita che ho.

Strofa 2
Mi si posero dinanzi ancora quelle strade,
rimandai,
lasciai l'amore agli altri,
andai fra le braccia della morte,
i miei pensieri non valsero mai nulla e adesso...

Ponte 2
...i miei pensieri muoiono nel vento,
lentamente come il sole dietro le colline
e mi lasciano per sempre e pare anche a me di morire,
uno mangia l'altro, hanno fame di verità e di vita...
vita?! Mai sentito parlare di vita.

Ritornello
E mi verrebbe di lasciarla andare
con il vento chissaddove e scomparire,
ma non posso, vorrei ma non posso lasciare
che il vento se la porti lontano,
in fondo è l'unica vita che ho.

Strofa 3
Voglio l'amore che si sta perdendo tra i miei pensieri
sparsi dal vento sull'erba svolazzanti,
come il mio cuore si spezzò e si sparse per il mondo,
e non valse mai niente per lei, come i miei pensieri e la mia vita...
vita?! Mai sentito parlare di vita.

Finale
(Gridato al vento [E’ il caso di dirlo])
Lascio andare via i miei pensieri
con gli occhi lucidi li osservo scomparire e con loro
c’è anche la vita
e che se ne vada pure, anche se
era l’unica vita che avevo.

17
Giallo gelosia
(Ho bisogno di riordinare tutto)



APRILE DEL NON-CAPISCO-PIU’-UN-CAZZO

Adesso sono fermo. Tutto mi sembra comunque instabile, frenetico e violento.
La mia disperazione è finita affogata in litri su litri di birra e forse ci sono finiti anche i miei pensieri e così adesso sono fermo.
Ma lo stesso è instabile ed ora persino confuso, se voglio riprendere per intero la mia storia mi rendo conto che è una grossa cazzata e fa per davvero schifo e mi faccio schifo da solo e va bene così, va bene, se questo può farmene uscire. Ma ho davanti a me più che altro un labirinto e non sono mai stato bravo né coi labirinti né con le storie d’amore. C’è ancora parecchio da lavorare per rimettermi a posto e mi sento come uno di quei relitti che affondano e che poi vengono riportati in superficie, è dura stavolta, davvero dura, me ne rendo conto.
Non tocco più un sorso di birra da quindici giorni e più o meno siamo a metà aprile ed il sole finalmente è ritornato e non mi è mancato molto, devo dirlo, sostituito in gran parte dagli occhi di Sarah.
Ma a marzo il mio sole personale è scoppiato come una supernova nel cielo lanciando fiamme e frammenti di roccia e ha fatto un bello scintillio di quelli da non dimenticare mai.
Non l’ho ancora dimenticato.
Purtroppo.
Non è stato comunque inutile il mio periodo di intervallo, mi ha aiutato a scombussolare tutto, a mischiare le carte e quindi a non avere più appigli sicuri a cui aggrapparsi e farsi ancora male.
Mi sento vecchio e questo è tutto, mi sento vecchio e solo adesso mi rendo conto di essermi sempre sentito così, di aver perso la mia giovenezza tanto presto da non averla praticamente mai avuta. Resta il fatto che voglio riprendermela costi quel che costi.

Rientrai nell’aula di disegno in quell’ultima ora di quella giornata, ripreso dal brutto periodo come una tovaglia lavata dopo un cenone di capodanno.
La sentivo quel giorno, la mia rinascita, la sentivo proprio dentro e fuori, ad ogni sorriso, ad ogni parola e ad ogni gesto, proprio adesso che ero tornato dal bagno dopo essermi lavato la faccia per il caldo della inoltrata primavera che andavamo a ritrovare.
Il sole mi inondò completamente e mi immerse nel suo bagliore e sorrisi ancora prima di rimettere gli occhi sul banco accanto al mio e sulla ragazza che lo possedeva, anche in quell’aula l’ordine dei posti era diventato lo stesso della nostra aula perché all’ultima fila prima erano seduti gli stessi ed io e Corona eravamo vicini di banco ed il casino era sempre il casino che facevamo nella nostra aula.
Tornai al mio posto evitando banchi su banchi e schiaffi volanti a destra e sinistra. La nostra classe, in qualsiasi aula si facesse lezione e qualunque fosse l’ordine dei posti con cui veniva a competere, assomigliava sempre parecchio a quel che si definisce un percorso ad ostacoli. Il primo che dovevi evitare si chiamava Corona proprio dietro la porta col suo classico sgambetto e se non ti facevi fregare potevi dire di essere abbastanza in gamba, poi c’era Nagliero alla prima curva verso l’interno della classe e lì anche i grandi cadevano nel pugno alle palle veloce da sentire il dolore appena arrivato al banco seguente che accoglieva Mangino esperto dello schiaffo dietro la nuca da beccarti anche se avevi un collo tozzo di quelli mai visti, poi c’era Cristiani che ti prendeva per capelli e ti spediva all’altra fila di banchi dove Fortunato ti scaricava una gomitata dietro la schiena e ti lasciava nelle mani di Ieva che ti sparava un solepiatti e chiedeva di andare al bagno per giustificare il fatto di essere in piedi.
Caduto anche stavolta, come al solito, in tutti i piccoli trabocchetti che la varietà delle razze di bastardi della mia classe ti preservavano, spinsi la mia sedia all’indietro dolorante dappertutto e mi ci abbandonai sopra, sbadigliando smoderatamente.
Il professore di disegno non aveva ancora smesso di dare consigli a quelli che non avevano ancora finito la loro tavola e parlava e parlava come fosse un registratore avviato con dentro una cassetta da un’ora esatta ed io non capivo proprio un cazzo e poi non me ne fregava molto, ero stato una sola volta a sentirlo, alla prima lezione dell’anno e ci avevo ancora stampate in mente quelle che erano le cose da evitare e come si doveva tenere il pennino e come mettere le righe ed anche se da allora non l’avevo ascoltato più, sapevo come fare un disegno praticamente a memoria perché avevo questa capacità mnemonica anormale e certe volte mi faceva paura addentrarmi nei suoi meandri e scoprire che ricordavo ancora avvenimenti, parole ed espressioni relativi a dieci anni prima e li ricordavo alla perfezione, non sfocati, ma nitidi come li avessi vissuti da poco.
Presi a mangiarmi l’unghia del mio pollice destro ed in quel momento sembrò la cosa più importante del mondo, visto che non me ne staccai neanche quando sentii, come fosse lontana un chilometro, la voce di Sarah Moretti che per la prima volta da più o meno un mese, mi rivolgeva la parola.
Sembrò la cosa più importante perché quando non hai niente di importante da fare, tutto assume un valore diverso, è come dire che quando non hai nulla da mangiare, anche la cosa più ripugnante del mondo acquista un buon sapore. Ed il sapore delle mie unghie mi rese quel gesto essenziale in quell’attimo, come se dipendesse da quello tutto quanto, tutto il senso della mia vita. Mi fece ragionare sul fatto che alcune cose e alcune persone noi le valutiamo più o meno importanti e non ci rendiamo conto che non abbiamo nessun diritto e che non possiamo realmente essere così superbi da decidere che il vero senso della vita dipenda dal mangiarsi le unghie o da cos’altro, non possiamo essere così superbi da giudicare importante per noi una persona rispetto ad un altra. Sta a vedere che magari esiste un dio che non conta le nostre buone azioni, ma quante volte ci siamo mangiati le unghie o roba del genere, sta a vedere che la persona veramente importante per noi potrebbe essere un cesso supergalattico che noi non conosceremo mai perché vive all’altro capo del mondo e così ci accontentiamo di una Sarah Moretti qualsiasi e ci fottiamo per lei. Insomma pensavo roba così, oh, tutti pensano cazzate almeno una volta nella vita, no?
“...finta di non sentire” beccai solo la fine della sua frase e mi voltai di scatto, come svegliato di soprassalto. Lei stava sorridendo.
“Come... come hai detto, scusa?” smisi di mangiarmi le unghie e la osservai aggrottando le sopracciglia.
“Ti ho chiesto se hai voglia di parlare un po’, insomma. Ho finito proprio adesso la mia tavola” quando qualcuno finiva prima il suo disegno, poteva tranquillamente darsi alla conversazione col compagno di banco e questo gli era concesso direttamente dal professore, purché non desse fastidio a quelli che dovevano ancora finirlo. Io, la mia, l’avevo finita da un pezzo.
“E sentiamo, di cosa vorresti parlare, di politica? Mi dispiace, non ne so nulla” le feci con aria di sfida, stringendo la mascella ai suoni duri.
“No” si affrettò a scuotermi la mano davanti agli occhi “Io... ecco vorrei parlare... di te, mi sembri... una persona interessante”
“Senti” c’era quasi da incazzarsi e sbatterle il banco da disegno sui denti “non so cosa tu intenda per interessante, ma per quanto lo intendo io, non ho assolutamente un cazzo di interessante e non ce l’ho mai avuto, quindi se hai di meglio da fare, lasciami perdere e finiremo bene quest’anno e forse riusciremo a superarne altri quattro senza darci tanto fastidio reciprocamente” chiaro, no?
“Ad esempio si potrebbe partire da questo... perché sei così? Voglio dire...” non trovava le parole per spiegarsi meglio, anche se avevo capito alla perfezione cosa volesse dire “...perché certe volte mi tratti come se io fossi la tua migliore amica e certe volte invece sei scorbutico e non ti si può toccare?”
“Perché mi va così” dissi senza scompormi e con la faccia tosta della testa di cazzo che non cambia le sue idee “Chiudiamo qui questa penosa discussione per favore” continuai.
“No, non la chiudiamo qui. A te dà fastidio che io mi sia fidanzata”
“Non è assolutamente vero, vedi, sto bene” a parte i capelli che avevano ripreso una strana forma, la barba che era tornata a crescermi e la mia maglia scaduta su una spalla senza che me ne fossi accorto.
“Ti dà fastidio perché tu mi ami”
“Questa è bella!” sorrisi apertamente e più per stizza che per altro, aveva centrato il bersaglio “E da cosa lo avresti dedotto, sentiamo” mi sa che mi ero dato la zappa sui piedi e sugli stinchi e sulle ginocchia e su tutto il resto, oh.
“Allora...” sorrise alzando gli occhi all’insù come per pensare i diversi punti di una lunga lista “...c’è il fatto che mi hai invitata fuori, c’è il fatto che da quando sto con Omar non mi parli più e poi quella mattina te ne sei andato così, senza dire nulla dopo quella discussione che abbiamo avuto, queste sono cose che farebbe solo un innamorato”
“O uno stupido”
“Lo vedi che si capisce? Eppoi si vede da come mi guardi e da come mi parli certe volte” mi faceva ancora più rabbia perché sapeva che comunque me ne sarei stato lontano da lei, non per mio volere ma per un impossibilità dettata... dalle sue, diciamo... tendenze in campo d’amore.
“Ed anche se fosse così, cosa cambierebbe?” dài, adesso volevo saperlo proprio.
“Niente” mi fece semplicemente, quasi ad escludere qualche remota possibilità che potesse ripensarci. Non volevo comunque intendere questo con la mia domanda.
“Ed allora a che ti vale saperlo, scusa?”
“A stare più attenta a quello che faccio e quello che dico in tua presenza, a cercare di non farti soffrire” ma guardala, la brava bambina!
“Non c’è un cazzo che tu possa fare per non farmi soffrire. Io credo invece che tu voglia essere certa di quello che provo per te per essere più sicura nei miei confronti, per spaccarmi a metà ogni volta che capiti l’occasione, sicuro! Se tutti sapessero che io... insomma... sì, quelle cose lì, no... non potrei fare nessun passo falso e ad ogni piccolo errore ecco qua che salterebbe fuori che Barra è veramente un coglione e che non sta al suo posto con Sarah Moretti che è fidanzata ed hai visto che tipo che è. La verità è che a te non te ne frega un cazzo di quello che provo, ma adesso che hai le spalle coperte dal tuo tipo, stai mettendomi di fronte alla realtà delle cose. Vai via, Barra, che per te non c’è cibo qua, razzola da un’altra parte. Va bene, ho recepito il messaggio!”
“Ma che cosa stai dicendo? E’...” e sorrise incredula di ciò che aveva sentito: la verità così sicura che non avrei dovuto scoprire mai, direttamente dalle mie labbra “...è assurdo quello che hai appena detto. Mi fai così permalosa”
“Non ti sei chiesta se lo fossi quando sei uscita col tuo amico ignorandomi completamente?” logico, questo dovevo restare, visto che il mio discorso funzionava.
“Hai ragione... non è che io sia stata proprio corretta a giudicarvi dalla mia prima impressione, però lui...”
Avevo scoperto, alcuni giorni prima, quando ero riuscito ad impossessarmi del suo diario per cercare di farmi il male maggiore, che utilizzava un nome in codice per definirlo, tra quelle pagine, cosicché se fosse capitato nelle mani sbagliate nessuno avrebbe capito di chi si trattasse. Lei lo chiamava Life con la lettera grande che in inglese vuole dire vita. Così scriveva messaggi del genere ‘Oggi ho visto Life che usciva da scuola con una, avrei voluto picchiarla’ oppure ‘Spero che Life mi chiami’ e ad ogni singola cazzata appuntava data e ora, nonostante fossero già datate le pagine del diario. Poi finalmente qualcosa che sembrava riguardare me ‘Oggi io e Life abbiamo litigato per colpa dell’Altro’ strabuzzai gli occhi: io ero l’Altro, cazzo, che fine ingloriosa! O forse l’Altro era un altro per davvero, uno con cui non c’entravo nemmeno, per quello che ne sapevo, io non avevo il diritto di stare fra le sue pagine, nemmeno come un altro menzionato giusto per valorizzare l’ennesima cosa successa con Life. ‘Oggi sono stata invitata fuori’ ecco, forse adesso sarei apparso per sbaglio fra le sue righe “Life mi ha detto che passa a prendermi verso le otto. Che stupido che è!” come non detto.
“Senti, non c’è bisogno che mi spieghi nulla. L’amore non si può spiegare e basta, non mi troverei in questa situazione di merda se fosse un po’ più razionale quello che proviamo, ok?” e voltai la testa da tutte le parti come per vedere se qualcuno mi avesse sentito.
“Va bene, forse è meglio se la smettiamo di parlare, stiamo convergendo verso un discorso che non porta a nulla. Eppoi io sono fidanzata, perciò non è il caso di inoltrarci ancora in un discorso come questo”
“Ecco brava, torna a pensare al tuo amore che stiamo tutti meglio e buonanotte”
Disseminati per tutto il diario c’erano inoltre disegnini di ogni genere, tutti rappresentavano la scritta Life in decine di tecniche diverse: fatte con colla e carta colorata, disegnati a spirito, a tempera, a cera, a matita, direttamente a penna e persino con qualcosa che mi sembrava fosse smalto. Infine vi erano una marea di poesie, di testi di canzoni di Laura Pausini del genere mi manchi amore mio e stronzate analoghe e sotto ognuna di esse c’era scritto qualcosa del genere ‘Questa è proprio per te, Life, mi manchi da morire, non so come fare” in un periodo che coincideva con il presunto ritorno a Milano del tipo. Si diceva persino che lei l’avesse raggiunto per qualche giorno. Secondo me avevano fatto l’amore.
“Ma tu sei fedele?” mi fece poi cogliendomi stupito.
“Che razza di domanda è questa?” le feci tornando a mettere i miei occhi sulle sue labbra ed era dall’inizio del discorso che non ce li staccavo, erano così belle e apparivano morbide in tutta la loro giovinezza. Dovevo stare attento a pensare ancora queste cose, perché erano state proprio quelle piccole stronzate a farmi innamorare di lei.
“Era solo un modo per cambiare discorso. Mi sono sempre chiesta di te se tu sia fedele o no”
“Non lo so se sono fedele... non... insomma... non è che... Non ho mai avuto una ragazza, va bene?!” effettivamente non avevo mai avuto una ragazza, oh, e mi parve così strano questo, quasi detto da un’altra persona... quasi uscito fuori dalla bocca del bambino che ero solo pochi mesi prima, all’inizio dell’anno.
“Non hai mai avuto una ragazza? Non si direbbe... secondo me comunque sei fedele”
“Io, fedele?” ci pensai un attimo su, in quel momento avevo solo bisogno di contraddire ogni sua parola, per rifiutarla completamente dentro di me, anche se era tutta apparenza quella che mostravo, ormai era troppo ben radicato quello che provavo per rinnegarlo da un giorno all’altro “Non credo di essere fedele, credo che invece metterò corna su corna a tutte le ragazze con cui starò e… e tu sentiamo, sei fedele? Hai mai messo le corna al coso?” non è che mi andasse proprio di essere l’unico ad essere preso per scemo.
“No!” rifiuto lei nettamente “Soltanto con la mente…” ammise poi. Sarah Moretti che metteva le corna e dove si era sentita mai, questa? Mi venne da ridere, mi posizionai meglio, a questo punto volevo sapere chi era stato capace di distoglierla dal suo onnipresente Life.
“E con chi, se posso essere così esplicito?” mi voltai completamente verso di lei.
“Non posso dirtelo” concluse. Doveva essere l’Altro, quello per cui avevano fatto lite sul suo diario. Non potevo essere io perché non avevo mai fatto nulla che potesse farli litigare e poi non ero così importante.
Foglie secche e carte di cioccolatini se ne stavano schiacciate tra le pagine del suo diario dove ci metteva per davvero tutto quello che la riguardasse, come se la sua vita di quel periodo fosse racchiusa per intero in quel piccolo oggetto compresso. Battute scherzose su immagini che aveva incollato, tipo quella di una scimmia accanto alla quale c’era una freccia e la didascalia ‘Life, ti somiglia proprio, lo sai?’, il resoconto di quello che aveva fatto a Milano, delle persone che aveva conosciuto, dei numeri di telefono tra cui quello di Life, stavolta scritto con il suo vero nome Omar cerchiato di tanti cuoricini. I compleanni nelle pagine finali, la riga relativa a quello del suo ragazzo animata di disegnini colorati. Mi veniva da piangere. Chiesi di andare in bagno e piansi lì, appoggiato con le spalle ad una finestra e con una mano a comprimermi le labbra.
“Tu hai paura di me”
“E’ un altro modo per cambiare discorso, questo?”
“Noooo” sorrise girandosi verso di me con la sedia per non dover stare sempre a voltare la testa dalla mia parte “E’ un’osservazione, questa. L’ho capito dal fatto che non riesci a reggere il mio sguardo ed ogni tanto hai bisogno di chiudere gli occhi per un attimo per evitarmi” era vero questo, lo ammetto, ma non potevo farglielo credere.
“No, è solo che... è proprio il fatto di parlare che mi fa essere così, non.. ci sono abituato, insomma” conclusi in fretta.
“Ah” disse lei.
“Eh” feci io e adesso sembrava non ci fosse più nulla da dire e lei stava rimettendosi con la sedia all’interno del banco ed io voltai la testa, nuovamente indifferente, tornando a mangiarmi le unghie.
Meglio così, no?
Tanto non è che avevamo qualcos’altro da dirci e poi...
...e poi invece c’erano tante cose da dire ancora e che non le avevo detto, c’era da prenderle le mani e da dirle che era lo stesso dolce, anche se confusa all’amaro della birra che mi era andata giù per lei, confusa al raschiare del fumo delle sigarette che avevo preso a fumare proprio per lei, come per aggrapparmi a qualcosa che non fosse necessariamente il suo nome ed il suo volto e tutto il resto.
C’era da dirle che l’avevo già aspettata tanto e che l’avevo già amata con la stessa quantità di amore che gli altri umani distribuiscono in cento anni e che non ce la facevo ad addormentarmi la sera senza il suo cuore che sostenesse il mio e che avevo bisogno di lei e, che se non glielo diceva, a Sarah Moretti, io le avrei detto pure che l’amavo come non avevo mai pensato di fare, come avevo fatto forse in qualche canzone senza aver pesato con una bilancia ben calibrata il valore di quella parola e la sua intensità di significato ed il valore ed il significato che aveva per me e che si amplificava assumendo proporzioni gigantesche come fosse un potenziale con esponente che graffiava il culo all’infinito.
E queste cose invece le tenni per me ed era meglio per entrambi ed anche per il suo amico e soprattutto per lui, perché se avessi voluto strappargliela, ci sarei andato molto vicino perché avevo i mezzi giusti per farlo, forse non la giusta faccia, ma i giusti mezzi per farla innamorare.
“Io...” le dissi mentre la campanella stava suonando alla fine della giornata e ci separava e faceva male che fosse arrivata proprio in quel momento perché forse adesso le avrei detto qualcosa e forse qualcosa di importante e non sapevo neanche cosa le volessi dire dato che tutto mi sparì dalla mente al trillare ripetuto.
“Cosa?” mi chiese distrattamente mentre raccoglieva dal banco il suo materiale da disegno.
“Non... non ricordo più cosa volessi dirti” mi grattai la testa per riordinare le idee, anzi più che altro per togliermele proprio dalla mente.
“Vabbé, me lo dici un’altra volta” rispose ancora distrattamente chinandosi per vedere se aveva dimenticato qualcosa sotto il banco.
‘Eh, sì, un’altra volta’ pensai solamente fuggendo via con le mie squadre ed i pennini in mano, fuori dall’aula di disegno con la testa china aspettando qualche sviluppo positivo della storia e disilludendomi all’istante.

Due giorni dopo poi era il suo compleanno e tutti eravamo felici e contenti e la tipa ci invitava alla sua grande festa a casa sua, mentre appena entrati in classe, tutti le stavano attorno riempiendola di baci ed auguri e tante cose belle e me la stavano rubando, ma tanto non importava perché lei mi si era sottratta da sola.
Quelli dell’ex-loggione coglievano l’occasione per fare un casino di quelli da stadio e giravano per la classe cori traboccanti di parolacce (così, per cambiare) mentre il professore tentava di rimetterli a posto minacciandoli e quelli, che erano teste di cazzo, lo mandavano a fare in culo senza tanti complimenti.
Quando arrivò il mio turno per baciare le sue guance e farle i più caldi auguri di buon compleanno, le strinsi semplicemente la mano e non tentai neanche di sorriderle, l’unica cosa che desideravo in quel momento era essere il più possibile lontano dai suoi occhi che mi scrutavano e mi studiavano e sapevano tutto di me, quegli occhi così innocenti ed ingenui, sapevano tutto ed ormai non c’era modo di scampare alla loro attenzione. Abbassai lo sguardo non riuscendo (come al solito) a reggere il suo e questa volta non ci fu più nessun dubbio.
“Tu hai paura di me” mi ripeté adesso che tutti tornavano ai propri posti ed io solo rimanevo in piedi con lei come se gli altri ci avessero preparato questa scenetta e quello che poi accadde.
“Ti ho già detto che...” sorrisi, indegno di tanta attenzione dalla tipa.
“Questa volta non stavamo parlando, mi hai semplicemente fatto gli auguri ed hai abbassato lo sguardo. Adesso sono sicura e voglio delle spiegazioni da parte tua”
“Non credo sia il momento” le dissi ancora tenendole la mano e mostrandole la classe che adesso guardava soltanto noi in piedi al centro dell’aula.
“Hai... ragione” arrossì accorgendosi di tutto e mi lasciò la mano, quasi scoperta con le mani nel sacco.
“Ci vieni allora alla mia festa?” mi chiese cercando di apparire disinvolta più agli altri che a me.
“No” le risposi preciso come un secco colpo d’ascia.
“Come no?” mi disse sgranando gli occhi mentre si rimetteva al suo posto.
“Senti...”
“Io ci tengo che tu venga alla mia festa e poi... se non ci vieni mi offendo” sembrava sincera ma adesso non contava più nemmeno questo.
“Mi dispiace che tu la pensi così, ma per davvero non posso, lascia stare...” scossi le mani davanti al mio viso per nasconderle di più il mio bisogno di staccare i miei occhi dai suoi e questa volta non se ne accorse infatti.
Bella. Solo questo mi venne in mente. Bella. E non ci sarei arrivato mai a tenerla stretta. E questo non mi fece soltanto male come sempre, perché in quell’attimo, proprio mentre lei riapriva le sue labbra e riprendeva a gesticolare davanti ai miei occhi, mi schizzarono nella mente immagini di noi due insieme e capivo che non saremmo stati male, che se fossimo stati insieme saremmo stati forse troppo grandi per essere limitati a definirci umani. Avremmo avuto bisogno di un altro mondo, noi due, avremmo avuto bisogno di un altro pianeta per non stonare insieme, per non apparire così diversi da come sembravamo, perché in fondo ci somigliavamo parecchio e non poteva essere che in nessuno di tutti i probabili universi paralleli, noi non eravamo felici di stare insieme.
Per questo non mi fece soltanto male, perché da qualche altra parte, noi eravamo già insieme e già ci conoscevamo alla perfezione ed avevamo quello che hanno tutte le persone che si amano, quel capirsi a vicenda e dare tutto per scontato perché ce lo si legge dentro gli occhi senza neanche parlarsi.
In quell’universo parallelo quando Gabriele aveva invitato Sarah fuori, lei aveva accettato e da quella sera finalmente non c’erano stati problemi né per l’uno né per l’altro e nessun diverbio e Gabriele non si era quasi ammazzato in un pomeriggio di marzo, riempiendosi di luppolo. Da quella parte Sarah Moretti se ne stava con la sua bella maglia arancione stretta nella braccia di Gabriele e sembrava così piccola e felice e lui invece la proteggeva da tutto e da tutti e lei era la sua dea, ma lui la trattava come se fosse semplicemente la ragazza che amava e basta, perché lui era un duro e non poteva mostrarle troppo amore ed andavano bene così.
“Barra!” ecco la sua voce che adesso rompeva tutto con un’insensibilità irripetibile chiamandomi per cognome “Mi dà fastidio parlare con quelli che non ascoltano” era diventata tutta rossa, evidentemente mi chiamava da parecchio.
“Scusami, pensavo...” le dissi solamente “Che c’è?”
“Niente” mi fece incazzata voltandosi verso il professore.
“Eddài, scusa! Stavo pensando proprio a te...” le dissi cercando di giustificarmi “... a quello che mi hai detto prima”
“Cosa?” mi fece ancora incazzata e qui le sorrisi.
“Al fatto che io... secondo te, insomma, ho paura, no?” le spiegai.
“Allora?” cambiò completamente espressione, sembrava già aver dimenticato di essere offesa.
“Beh, io...” mi interruppi quando qualcuno bussò tre volte alla porta della nostra aula.
Entrò per primo un gigantesco mazzo di fiori gialli di varie specie e soprattutto campestri, poi il bidello che lo teneva con entrambe le mani.
“Sarah Moretti” chiamò quando fu dentro e ci fu un coro di ‘oh’ di stupore e meraviglia e manco fosse appena entrato il Papa e mi schiantai il palmo della mano dritto in fronte e decretai che la vita può apparire sotto due aspetti diversi: 1)Bastarda: quando tutto quello che vuoi se lo prende qualcun altro e ti devi stare zitto; 2)Ancora più bastarda: quando hai quella piccola illusione che forse si può giungere ad un buon livello di equilibrio e tutto viene sballato da una cazzata come quella dei fiori e ti torna in mente il punto uno e cioè che tutto quello che volevi, se l’è preso qualcun altro e ti devi stare solo zitto, tu.
Omar era stato, come sempre, un selvaggio delicato e fortunato come quando l’aveva invitata fuori ed era riuscito a raggiungerla prima di me.
Lei sfilò tra i banchi mostrando il mazzo di fiori gialli a tutte le amiche finché una di loro e forse fu Rosa Gala, si fece una particolare idea su tutto quanto.
“Giallo gelosia! Evidentemente c’è qualcuno di cui è geloso e questo è il suo modo per dirti di stare attenta a quello che fai” le fece con l’indice puntato in alto.
Cercai di guardare da un’altra parte perché adesso la mia mente cercava inutilmente di rifiutare tutto quanto stesse accadendo, non sapendo se votarsi al ridere o al disperarsi.
“Lo capisci perché non posso venire alla tua festa, adesso?” le dissi molto schiettamente guardando fuori dalla finestra, mentre si rimetteva a sedere accanto e il più lontano possibile da me.







18
Via dalla scuola
(Adesso sono veramente stanco)



APRILE DELLA FUGA

La festa è finita e andate in pace e tutto ciò è veramente fantastico. Ho una sensazione di panna e cioccolato ingoiata in fretta ma senza tralasciarne il dolce sapore in netto contrasto con l’amaro che c’avevo in bocca manco fosse merda che mi riempiva la gola.
E devo anche stare a sentire che è stata una festa bellissima e che si è ballato per tutta la sera e che il fidanzato di Sarah è proprio un ballerino in gamba anche se non si direbbe e devo starmene escluso da tutto come al solito a cercare di rifiutare e rinnegare la mia rabbia nei confronti del tipo di lei che senza fare né meritare un cazzo, ha avuto quello che ha avuto e se lo tiene stretto adesso.
D’altronde non posso neanche prendermela con lui e soprattutto non posso prendermela con lei. A me non posso chiedere più di quello che ho fatto che forse è stato pure troppo e non mi va di dire che è andata così purtroppo e bisogna rassegnarsi. Mi dico che forse questo Omar se la merita di più di me, cerco di crearmi degli alibi, cerco di creare degli alibi alla vita stessa ed all’amore. Poi mi dico che non è così, che non deve essere così, perché nell’amore non dovrebbe vincere chi merita di più una persona, ma chi l’ha voluta più di ogni altra cosa. Io so quanto l’ho voluta.
Non ce la faccio proprio a starle vicino e starmi zitto e non ce la farei a parlarle e nemmeno a gridare e spaccare tutto mi sfogherei, e nemmeno tornando ad ingozzarmi di birra come un porco. Non c’è nessun modo, anche il più radicale, per lasciar perdere tutto e mi sento veramente uno schifo perché mi prende questa voglia di fare qualcosa e non poter fare proprio niente e non so da cosa dipenda precisamente.
Me la studio, questa situazione, me la rigiro nella mente come fosse un quadro magico da risolvere in fretta e mi complico di più le cose perché più non trovo una soluzione e più mi rendo conto che sono un grande fesso, se c’è qualcuno che nella mia stessa situazione si sarebbe districato disinvolto come infilandosi una camicia.
Mi scoppia tutto dentro come tante bolle di sapone che esplodono e poi si comprimono nuovamente, si calmano, ricominciando ad ingrossarsi e minacciano di scoppiare ancora tutte insieme.
Mi dà fastidio tutto: il caldo di quasi maggio mi sembra troppo caldo, una piccola folata di vento mi sembra troppo fredda, il fondoschiena quadrato sulla sedia di legno mi fa male, i gomiti poggiati sul banco mi fanno senso, la penna senza tappo che sembra mutilata e incompleta, la lavagna immobile col suo nero ed il suo bianco che fanno troppo contrasto. Mi rendo conto di essere grave, quando mi pare che anche l’aria che respiro mi dia un fastidio bestiale passando attraverso le mie narici.
Vorrei fumare, vorrei trovare una posizione che sia la più comoda delle posizioni, vorrei alzarmi e gridare che non stiamo facendo un cazzo, spiegando una matematica che non porta da nessuna parte e che il senso della vita è lontano mille chilometri da noi e che tutto è sbagliato e che bisogna rifarlo dall’inizio, vorrei chiedere perché abbiamo ucciso gli Indiani d’America e perché questo mi fa male, vorrei gridare tutto questo perché questo ci ha portato a dove siamo adesso e ha portato me in questa classe di primo superiore a fregarmi il cervello e gli occhi su di un viso piatto e immobile come la lavagna col contrasto tra dolce ed indifferente al posto del bianco e nero.
Che egoista del cazzo, proprio! Pensare tutto questo solo per risolvere il mio problema personale.
Mi va di rinchiudermi da qualche parte ed implodere da solo, soffocarmi nel mio stesso respiro.
E lei e tutti invece non se ne fregano uno stracazzo di niente e continuano come marionette ad osservare la professoressa fare strani segni sulla lavagna e non capisco per davvero, non capisco cosa stiamo facendo e dove stiamo andando, certo è che è troppo lontano per me o forse mi dà fastidio proprio il fatto di non essere mai partiti e di aver subìto invece passivamente tutto quello che abbiamo affrontato e che stiamo ancora affrontando.
Ed intanto il mio respiro si fa sempre più irregolare e continuo ad ingoiare saliva su saliva e cambio posizione ogni cinque secondi.
Ne trovassi una che non mi faccia male, oh!

Il fatto è che ho cercato troppe volte di sfuggirle, troppe volte, saltando sui tetti che la mia vita giorno per giorno mi proponeva, rischiando persino di cadere pur di non farmi beccare ancora, pur di non dover tornare sul solito discorso ed adesso le ho provate quasi tutte e perciò non c’è più niente che mi faccia stare bene.
Mi rendo conto che tutti i fastidi che ho adesso convergono verso uno più grande ed è il fastidio stesso di esserci e quasi di vivere, di dover sopportare tutto quello che c’è da sopportare e soprattutto il fatto di non aver chiesto a nessuno di avere tutto questo ed invece dovermelo tenere e basta.
Forse sto deviando verso la follia e non me ne rendo nemmeno conto, forse adesso sono veramente in una posizione critica da cui probabilmente non uscirò mai più.
Amare Sarah, non amarla, provarci comunque, lasciar perdere, andare via, restare, ritenermi fortunato, sfortunato, un mito, un deficiente, vado avanti per contrasti e tra gli alti ed i bassi si creano distanze cosmiche per davvero.
Adesso quello che cerco non lo so più neanch’io, quello che voglio fare, quello che voglio che lei faccia, desidero fortemente che lei mi parli e poi quando prova a farlo, la zittisco immediatamente, vorrei aprire il più possibile dei contatti con lei, ma poi non faccio un cazzo e mi rendo conto che è meglio così.
Se torno a pensare alla mia chitarra mi verrebbe voglia di spaccarmela dietro la schiena, ma poi mi dico che ne è uscita fuori bella roba e sarebbe un peccato buttarla via, ma è comunque roba per Sarah e mi torna la voglia di buttare via tutto.
Improvvisamente mi prende una nostalgia fatta di un passato non vissuto, mi prende una cosa proprio qui che mi dice che finché c’è ancora tempo è meglio non perdere nessuna possibilità di riprovarci, ma poi non mi va proprio di fare l’idiota con una ragazza che comunque mi ha rifiutato senza avermi fatto nemmeno parlare e cose così.
Non sono uno molto orgoglioso, però...
Volto la testa da un’altra parte quando lei mi chiede ancora di parlare.
“Oh, non ce la faccio più, possiamo parlare noi o no?” come se fosse lei nella mia situazione.
“Abbiamo già parlato a sufficienza, adesso non mi va più” le dico chiudendomi nelle spalle come una tartaruga che avverta un pericolo.
“Non è vero, tu... tu vuoi dirmi qualcosa... si vede da come stai semplicemente nel banco” questi discorsi adesso non li sopporto più, proprio quelli che una volta amavo più del suono della mia chitarra, adesso sono diventati patetici e ripetitivi, sembra che non abbiamo più niente da dirci proprio, se mai ci siamo realmente detti qualcosa di serio.
“Non ho niente da dirti, perché lo pensi?” gli occhi mi si chiudono da soli, non mi va proprio di guardarla in faccia mentre finge di stare male per me.
“Io non voglio vederti così!”
“Ma così come, cazzo? Non puoi semplicemente fregartene di me? Hai proprio bisogno di fare la premurosa tutte le volte che mi sento un po’ giù? Non ce la fai proprio a farti i cazzi tuoi?” e questa è abbastanza violenta, ma, che lei mi perdoni, adesso veramente non so più trattenermi proprio. Ho bisogno di andarmene via, lo sento.
“Questo è il ringraziamento per essermi preoccupata di te, no? Vedo che sei molto riconoscente. Vedrò di fare come mi hai suggerito, d’ora in poi” e diventa tutta rossa a macchie e questo l’ho notato un po’ di volte: Sarah Moretti quando s’incazza diventa rossa a macchie e la prima a comparirle è proprio al centro del collo ed è veramente curiosa.
“No, scusa! E’ che... non sopporto più il tuo atteggiamento. Cioè... non mi fai capire nulla, se continui a comportarti così credo che diventerò pazzo, devo stare attento ad ogni gesto che faccio perché non sia malinteso da te e questo non mi va proprio” è la verità questa, niente scuse, giuro.
“Ma io dico... non possiamo semplicemente essere amici e basta?” e vabbé, prima o poi doveva saltar fuori anche questa.
“Tu non hai capito proprio niente! Io non sto a decidere quello che voglio fare con te da un giorno all’altro. A me non mi viene di essere tuo amico, che ci vuoi fare?” spalanco le braccia per farglielo ficcare meglio in testa ed intanto spero che questa sia l’ultima volta che ci troviamo a parlare a questa maniera. Mi viene un forte impulso di alzarmi da quella sedia e scappare via, da qualunque direzione purché sia via. Per poco riesco a trattenerlo.
“Ma io vorrei vederti più sicuro di te, vorrei che tu accettassi quello che sei ed anche i sentimenti che provi, invece ne sembri tormentato” adesso le chiazze rosse si sono estese su tutto il viso e la piccola Sarah Moretti fatica a pensare e parlare, fatica ad esprimersi come vorrebbe, forse comincia a rendersi conto che...

“Mi sembra il minimo, dopo quello che è successo. Vuoi vedere che devo essere felice del fatto che tu stia vivendo la tua bella storia d’amore con una persona che non sono io. Vuoi vedere che devo ridere del fatto che ho invitato fuori una ragazza, sono andato a casa sua a prenderla la sera stessa e lei se ne è andata via con uno che gliel’aveva chiesto dopo di me. Tu mi dirai ‘Sì, però dopotutto era solo una ragazza come un’altra’ ed io ti risponderò che invece era l’unica ragazza che io avessi mai amato nella vita e non lo dico così, per sport, ma perché è la pura verità, non ho mai amato nessuna ragazza nella mia vita, non mi sono mai innamorato di nessuno se non di te, permetti allora che sia logico il mio dolore, permetti che sia logico fottermi di quanto ho attorno e pensare solo ad un modo per buttarti fuori dalla mia testa senza farti neanche parlare come tu hai fatto con me? Dovevi preoccuparti prima di me e forse avrebbe avuto senso, invece di snobbarmi senza farti troppe domande. Tutto quello che fai per me adesso non vale a niente e lo sai anche tu. Sarebbe troppo bello, dico, se si potesse smettere di amare una persona semplicemente premendo un interruttore nella nostra mente, oh, sarebbe troppo bello se fossimo noi a decidere di chi cazzo innamorarci e cosa farne, dei nostri sentimenti. Che ne sai tu, di quello che ho io, qua dentro? E’ facile...” quasi singhiozzando, sto male ancora per lei e questo pensiero da solo mi fa stare male il triplo “...stare nella tua posizione, voglio dire... io... non è colpa mia, se, insomma... basta parlarne, ti prego, mi... prende come una cosa al cuore che... che tu non la puoi capire, oh”
Ecco quello che avrei dovuto dirle. Ecco quello che lei avrebbe dovuto ascoltare per pensare finalmente che non poteva fare nulla per aiutarmi e che invece si doveva aspettare che il tempo come al solito aggiustasse tutto e ci mettesse su una pezza gigantesca.

Ed ecco invece quello che accadde, senza romanticismi né pathos da film, ecco quello che accadde nella semplice realtà, senza avere il tempo di pensare alle parole giuste da dire. Forse è stato questo a rovinare tutto: il fatto di non aver mai curato l’esposizione e non aver cercato mai le parole giuste da proporle, facendomi fregare proprio dai miei primi sentimenti d’amore verso una ragazza.
“Scusa, ma devo andare in bagno” le dissi nel momento più acceso della nostra conversazione e me ne andai via ed appena fuori dalla porta della mia classe, mi prese forte ancora quella sensazione di libertà che adesso era diventata la giusta contrapposizione a tutto quello che era stata Sarah. Per un attimo vidi qualcosa, come... come fosse il binario di un treno, come fosse... il cielo schiacciato sull’erba come un mozzicone di sigaretta.
Vidi la mia libertà ed era sul binario di un treno. Niente più dubbi, solo la fine. Vidi la fine quasi lontana.
Mi prese forte, quell’immagine, e non seppi fermarmi quando qualcosa, forse proprio la fine, mi chiamò, oltre il cancello della scuola. Lo superai senza preoccuparmi di chi mi avrebbe visto, senza preoccuparmi di niente proprio, lo superai e semplicemente non tornai mai più nella mia classe.
Adesso non ero più il bambino che l’aveva attraversato all’inizio di quell’anno pensando che il Liceo l’aveva sempre affascinato. Adesso avevo in anteprima un’immagine della fine di tutto, potevo vederla chiaramente nella mia testa e nulla me ne avrebbe distolto ancora perché io adesso avevo deciso di andarle incontro invece di continuare ad attenderla senza fare niente.





19
Su questa bici di vento
(La cassetta della posta)



MAGGIO DEI MURI ASSOLATI

Tornavo finalmente a far girare la mia bici d’oro per le strade del nostro maledetto paesino fatto di sole, muri bianchi e strade in salita e in discesa, belle da percorrere se collegate al vento caldo di metà maggio.
Mi sono ‘lanciato’ nel mondo del lavoro appena abbandonata la scuola, avrò provato almeno tre o quattro diversi lavori, ma la conclusione a cui sono giunto con i miei genitori è che forse sarebbe meglio aspettare un altro po’, prima di decidere cosa fare.
Così le mie vacanze estive sono state anticipate quest’anno ed è anche giusto così, visto che forse saranno le ultime.
Alle insistenti domande dei miei genitori riguardo all’aver abbandonato la scuola in un anno che tutto sommato stava andando bene, sospensioni a parte, ho risposto che mi sono reso conto di non essere portato per gli studi e roba così, che forse sarebbe meglio diventare un ottimo benzinaio o fabbro che un pessimo avvocato e loro non hanno fatto molte storie, anche perché non hanno mai visto di buon occhio la mia decisione di frequentare una scuola superiore come la maggiorparte dei ragazzi di allora.
La verità invece la so solo io ed è che non posso sopportare l’idea di quattro anni interi da passare ancora con Sarah nella mia stessa classe e non ho voglia di cambiare sezione o scuola perché alla fine dei conti, studiare non mi interessa veramente molto.
A volte nella vita si prendono decisioni definitive per motivi che altri non capirebbero e bisogna mascherarli con dei motivi all’apparenza più validi per rendere ai loro occhi quelle decisioni mature.
Così continuo a pedalare in salita in pieno mattino quando tutti i ragazzi della mia età ci hanno qualcosa da fare e sono rinchiusi in classi che devono essere forni con questa temperatura, mentre altri se ne stanno a lavorare con i propri genitori o per conto loro.
Ed a me sembra quasi di avere una posizione privilegiata e sorrido di questo continuando a forzare sui pedali per raggiungere finalmente la vetta di questa maledetta salita e poi rilanciarmi in discesa alla velocità del vento, fendendo l’aria come un proiettile.
Da quando non vedo più Sarah e cioè da quasi un mese, mi sembra di essere anche tornato un po’ più bambino e mi sento finalmente fuori da tutto quello che ho passato per lei e da tutte le volte che ho sofferto, le emozioni si fanno più lievi e meno intense nei suoi confronti, continuo ad amarla e continuo a soffrire per lei, ma sembra più che altro un debito che devo pagare ratealmente ogni tanto, più che un versamento in contanti avendola davanti. E quel debito mi sembra quasi di averlo pagato definitivamente quando adesso per caso, mi sto avvicinando proprio a casa sua, forse che le mie gambe, ascoltando i miei pensieri, abbiano voluto assecondarli portandomi nel suo nido?
Riesco a sorridere di nuovo e mi fa piacere questo, sentirmi meglio giorno per giorno, sentirmi più libero e pulito.
Mi fermo proprio sotto casa sua e tengo la bici in piedi mettendo un piede a terra. Osservo il suo cancello grigio ed il campanello che porta la scritta Moretti, osservo il suo balcone e la finestra di quella che immagino essere la sua camera, chiudo per un attimo gli occhi e posso persino vederla (che onore per me!) con la coperta ben tirata sul letto e su cui è stampata l’immagine di una falce di luna circondata da stelle gialle e poi immagino un peluche sul suo letto e può tranquillamente essere un cagnolino dagli occhi grandi e poi vedo ancora alle pareti le immagini di posti esotici che l’hanno affascinata e che lei ha scelto come mete delle sue fantasie più segrete. Poi vedo una scrivania bianca piena di romanzi d’amore e libri di psicologia (visto che ne sembra così affascinata) e ci sono anche libri di autori famosi e libri di poesie che io non capirò mai e che mi sembrano belli in questo momento perché piacciono a lei e perché lei stessa è bella e la roba che legge deve essere per forza come lei. Infine vedo uno stereo accanto al suo letto come immaginai quando ero da quella fanatica di Kurt Cobain e vedo anche una finestra che è la stessa che si affaccia proprio sulla strada e da cui sono partite tutte le mie fantasie sulla sua stanza e tutto il resto. Beh, da quella finestra, nelle serate di maggio, lei si affaccia per vedere il cielo chiaro e stellato e dalla sua finestra aperta lascia entrare la notte leggendo uno dei libri di poesie della sua scrivania, ascoltando la radio a basso volume, accanto al suo peluche che di tanto in tanto accarezza senza smettere di leggere e poi poggia il libro sul comodino (me l’ero dimenticato) che sta prima dello stereo, vicino al letto, e si sdraia completamente pensando a quello che ha appena letto e collegandolo con le sue stesse emozioni. Ed è così che si addormenta ogni volta, ne sono sicuro.
Rimetto in moto le mie gambe e spingo di nuovo sui pedali facendo girare la bici su se stessa per ripartire a razzo dalla parte opposta da cui sono arrivato.
E’ bello sentire ancora il vento sulla propria pelle e la fatica nelle gambe sotto i jeans sbiaditi di uno che sa di essere abbastanza grande ormai, ma che gli eventi portano a sentirsi nuovamente piccolo e ingenuo, è bello pensare che forse basti il vento e qualche corsa a perdifiato per essere felici e quella piccola sensazione di libertà debolmente si affaccia nel tuo cuore solo per ricordarti che c’è.
Questa è la libertà, lo credo seriamente mentre incontro un’ennesima discesa e mi ci tuffo come nelle altre, questa è la libertà, mi dico, sennò non la sentirei tale e mi sembra logico, come ragionamento. Questa è la libertà e questi sono i suoi colori: il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nuvole, il verde delle chiome solitarie degli alberi e l’oro della mia bici.
Mi fermo improvvisamente colpito proprio al centro della mente dall’immagine di un muro di campagna pieno di ciuffetti d’erba verde che sembra innalzato in mezzo ad un campo, così, senza un motivo preciso. Osservo il tufo di cui è fatto, chiaro e pulito mentre alla base è sporco e apparentemente più marcio, forse per l’umidità dei giorni di pioggia che la terra assorbe e trasmette alle radici stesse del muro.
Ci immagino sopra un bel murales colorato e nella mia mente ce lo disegno immaginandone prima il contorno delle lettere e poi via via in successione rapida si riempiono da soli gli spazi vuoti di colori seguendo le migliori combinazioni possibili e poi c‘è l’applicazione dell’effetto sfumato tra una lettera ed un’altra e l’installazione dei particolari intorno e dentro la scritta stessa ed infine una cornice seghettata gialla dal bordo nero che racchiude il tutto.
Allontano un po’ la visuale ed il quadro è completo: “Sarahmorettiamo”, l’ho pensato quasi involontariamente e sorrido amaramente di ciò perché mi rendo conto che si è radicata fino in fondo nel mio cuore, e come per il muro di campagna, è solo la base ad essere marcia mentre tutto il resto è ancora pulito e nitido.
Forse troppo.
Improvvisamente mi viene un’idea e visto che tanto non posso ingannare me stesso continuando ad ammettere di aver smesso di volerle bene, la prendo per buona al primo colpo, come accettando la mia pseudo-sconfitta nel cercare di convincermi di essere più forte dell’amore e di averlo vinto. Non lo sono mai stato e adesso ammetto di aver perso ed accetto l’idea di scrivere quel murales, partendo da casa sua e continuando su tutti i muri più belli del nostro paese, così, alla faccia della mia testardaggine e di Sarah e del ragazzo e di tutto il mondo proprio.
Voglio solo rompere ancora un po’ i coglioni a me stesso, voglio solo non arrendermi per un po’ ancora e così lascio che i miei piccoli desideri si avverino una volta tanto.
Lo farò col rosa, quel murales, e magari sapessi scrivere come ho immaginato.

Una mattina di maggio mi ritrovo in giro per il paese sempre sulla mia bici d’oro, con una bomboletta color rosa infilata nei jeans, la mia chitarra dietro alle spalle tenuta da una cinghia che mi attraversa il petto diagonalmente e tanta voglia di sentirmi libero di fare quello che voglio in questa fantastica estate che sta per giungere.
Percorro il tragitto da casa mia a casa di Sarah fremendo per la voglia di stare già facendo ciò che voglio fare, fremendo nel pensare già a quando lei vedrà quello che ho scritto ed alla brutta faccia che farà, continuo ad odiarla e ad amarla, per questo ho voglia di farle male alla mia maniera, senza pretendere nulla perché ora come ora sarebbe stupido.
I miei capelli volano all’indietro nel vento ed hanno anche preso strani riflessi chiari al sole di maggio e, tornando davanti agli occhi, mi sembrano spighe di grano che il vento non riesce a governare. Mi fa sentire bene che anche loro non vogliano stare al loro posto.
Svolto a destra inchinandomi quasi a toccare con il ginocchio l’asfalto e mi lancio pedalando velocemente per una discesa veramente violenta, poi lentamente mi metto in piedi sui pedali ed abbandono in manubrio a se stesso, spalanco le braccia al vento che mi tempesta riempiendomi dietro le spalle la maglia larga risparmiando solo la superficie su cui è poggiata la mia chitarra e mi sento giovane e veramente giovane, in quel momento Sarah Moretti non è altro che una meta già superata, anche se non mi ha mai amato. In quel momento esistiamo solo io, la mia bici, i miei capelli, la mia chitarra, la mia maglia, il vento e quella discesa da battere.
Improvvisamente da sinistra spunta il muso di una macchina che pretende di rovinare tutto spaventandomi ed io invece, senza alcuna paura della mia discesa, spingo le ginocchia sul telaio d’oro premendo con le ossa per deviare la mia traiettoria.
La bici sembra voler continuare dritto, ma poi, lentamente, evitando di poco l’impatto, dimostra di essere una bici in gamba virando a destra come fosse una barca a vela inclinata in mezzo al vento.
Riporto le mani sul manubrio e riprendo a pedalare come se non potessi stancarmi mai, mi inchino in avanti e mi getto a tutta velocità su di una strada principale, agganciandola un mezzo secondo prima che una moto mi investa nella sua corsa, mi faccio a destra per farlo passare e quello mi riempie di parolacce, ma non rispondo, guardo avanti e non smetto di pedalare, la mia meta non è lontana e già la vedo, a metà di questa lunga strada.
Fermo la mia bici proprio di fronte a casa sua e la abbandono a se stessa su di un marciapiede. Come fosse una foglia, si appoggia lentamente al muro arancione sopra il marciapiede.
Attraverso la strada deciso come fossi un killer ed estraggo la bomboletta dai pantaloni come fosse una pistola, ho nei miei occhi solo il muro su cui devo stampare il mio messaggio e così, senza neanche guardarmi attorno, mi chino in basso e premo il pulsante dello spray.
I capelli mi cadono davanti agli occhi, li ravvio con la mano sinistra e poi me li mantengo dietro la nuca per non farli ricadere, la chitarra mi pesa dietro la schiena, ma nel momento in cui ho quasi completato la esse, una macchina sfreccia alle mie spalle e mi fa perdere la concentrazione. Mi fa pensare che forse non è stata proprio un’idea geniale, quella di disegnare un murales sotto casa sua.
Ci riprovo, ma appena rimetto il dito sullo spray, una delle persiane della casa vibra per un colpo di vento. Mi alzo di scatto, intendo che, per come sono, non riuscirò mai a completare la scritta. Decido di andare via.
Attraverso di nuovo la strada, scavalco il telaio della bici con la gamba destra e me ne vado via pensando semplicemente a dove potrei continuare il mio lavoro.
Riprendo la mia strada senza fermarmi mai più di cinque minuti, mi fermo ad ogni muro che immagino lei potrà vedere un giorno e ci immagino la mia frase incisa sopra, poi mi rimetto sulla bici e già sono al prossimo posto, ogni volta è la stessa storia, macchine che passano, passanti che mi osservano incuriositi, vago avanti e indietro per le strade del mio paese, continuo a guardare avanti e a non pensare a niente, continuo a sentire solo la consistenza della mia chitarra dietro la schiena, continuo a pensare che voglio solo il muro giusto ogni volta che ne ho escluso uno, e mi sento libero a tutte le tappe per la voglia che ho di lasciare che questi muri urlino all’intera città il mio amore, ma neanche questo riesco a fare.
Al tramonto sono ancora in giro e mi sono fermato solo per andare a mangiare e non mi sono neanche staccato la chitarra da dietro le spalle e mia madre mi ha bestemmiato contro per questo, ma non le ho dato ascolto.
Quando il sole inizia a calare, finalmente sono stanco e la bomboletta non ha ancora tracciato altro che la esse sotto casa di Sarah.
Mi ritrovo seduto a terra sotto un muro altissimo su cui non ho intenzione di scrivere più nulla perché adesso ho solo voglia di occuparmi del sole che muore e vorrei morire con lui.
Mi sfilo una sigaretta dalla tasca posteriore. E’ ridotta veramente male ed entrambi i fiammiferi che ho portato sono spezzati, ma riesco ad accenderne uno e ad accendermi la sigaretta.
Ravvio ancora i miei capelli e tiro dalla sigaretta chiudendo gli occhi e poggiando le spalle al muro. La cassa della chitarra rimbomba al contatto e così mi ricordo di averla tenuta sempre con me.
Lentamente me la sfilo da dietro la schiena e lentamente me la porto sulle ginocchia. Inizio ad arpeggiare tenendo la sigaretta tra l’indice ed il medio della destra, poi me la infilo in bocca ed osservo le corde con i capelli che mi cadono davanti agli occhi.
Adesso ho finalmente un’altra storia da cantare ed un altro motivo per suonare la mia chitarra, adesso la mia libertà è quasi completa, sento che manca molto poco alla fine di tutto quanto e sento incalzare il giorno in cui ogni cosa sarà un ricordo stampato nel tempo e niente più. Lo sento incalzare e lo incoraggio anch’io a venire presto, mi mette un’ansia quasi felice.
Ed intanto uno degli ultimi atti di questa commedia è finito senza nessun applauso né alcun consenso. Mi va bene purché finisca finalmente.

Su questa bici di vento

Strofa 1
Se un giorno saprai sorridere di quello che siamo stati
se nel sorriso non impererà la nostalgia del tempo
che nei miei occhi viva mi riporterà all’età
delle tue labbra giovani che senza avere ho perso.

Strofa 2
Se ancora non capirai quel che la vita non darà indietro
se a te non capiterà mai più negli anni di averne rimpianto,
bambina avrai vissuto neanche metà, neanche un quarto
di questa specie di immenso che io ho raccolto e fatto tempio.


Ritornello
Non sono stato bravo mai, con le rivelazioni,
nascondevo le mie lacrime solo dentro alle canzoni
canzoni che rimangono, che segnano negli anni
i nostri visi giovani, i miei continui affanni
ad inseguire esausto per le strade il tuo profumo
le mie canzoni in polvere, gli anni si fanno fumo.

Strofa 3
Su questa bici di vento percorro avanti e indietro i giorni
risalgo le vette d’asfalto, riapro ferite dove languono i ricordi
soffrendo, sapendoti assente, ho scoperto una stella dentro al dolore
l’ho rigirata nelle mie mani, forse ti ho amata, ho scoperto l’amore

Strofa 4
Adesso, parlartene adesso non ha più senso, se pure è vero
che un tempo per dire ogni cosa esiste ed è l’unico momento,
sfumando, passando avanti, si perde la grazia di quel che siamo,
ho voluto sfidare il tempo, se ho detto Sarahmorettiamo.

Ritornello
Non sono stato bravo mai, con le rivelazioni,
nascondevo le mie lacrime solo dentro alle canzoni
canzoni che rimangono, che segnano negli anni
i nostri visi giovani, i miei continui affanni
ad inseguire esausto per le strade il tuo profumo
le mie canzoni in polvere, gli anni si fanno fumo.
Le mie canzoni in polvere, gli anni si fanno fumo.

Scrivo l’ultima riga sul foglio che mi svolazza tra le mani, i capelli nel vento, la chitarra che attende immobile.
Mi rimetto in piedi, mi riporto sulla bici, vado via da quell’ennesimo muro.
Adesso che sono di fronte al cancello della casa di Sarah, mi fermo, osservo in quella direzione con un mare di ricordi che volteggiano come libri aperti davanti ai miei occhi. Se mi voglio bene, non servirà a niente, ma se mi voglio bene e credo di volermene, devo smetterla di fare la parte del fantasma. Non è amore, quello di scomparire dalla vita dell’altro, non è felicità e non è niente. È soltanto un masochismo che si trascina fino a che non trasforma anche la più intima gioia in vecchi campi aridi.
Mi avvicino alla sua cassetta della posta, la osservo.
Poi con un gesto molto naturale ripiego il foglio su cui è steso il testo della mia canzone. Non servirà a niente, ma è un seme gettato nel vento. Da un seme, per quello che so, nasce sempre qualcosa.
Infilo il foglio nella cassetta della posta e resto fermo a vedere che cosa succederà.


20
Muri duri da toccare
(Perdonami di tutto quanto)



MAGGIO DELLE LACRIME NEL BUIO

Veramente piatta questa serata.
Ormai ho perso tutto quanto.
Adesso come adesso non mi importerebbe neanche di morire.
Il fatto è che mi manca come non mi è mai mancata, oramai è più di un mese che non la vedo neanche di sfuggita. Ormai è più di un mese che non riesco più a concentrarmi sulla mia vita e tutto mi pare così poco reale e sembra scivolarmi dalle mani come fosse sabbia.
Adesso rivedo i suoi occhi negli occhi di tutte le ragazze che mi passano davanti, adesso è veramente dura rendersi conto di essere soli e di esserlo sempre stati. Fa male di più perché c’è stato un tempo in cui ho creduto di essere vicinissimo a lei ed al suo cuore e mi sono reso conto di aver sbagliato tutto, proprio quando le cose si mettevano per il meglio ed avevo pure trovato il coraggio di dirglielo.
Fa male pensare e sapere che in fondo le migliori storie d’amore uno poi, se le vive da solo soffrendo per una Sarah qualsiasi perché è così e basta, perché soffrire è la vera grande particolarità dell’amore, sentire nel dolore di amare una persona fino ad accettare persino di farsi un male tremendo, da questo vengono le migliori storie d’amore.
Che cosa sono due labbra se non il desiderio mai realizzato di baciarle o di accarezzarle almeno?
Che cos’è un sogno se non rimane un sogno incartato e basta, se non resta quel tanto irraggiungibile da definirlo propriamente sogno?
Lei era stato il mio unico sogno.
Ed oramai non si contavano più le notti insonni a rivoltarmi nel letto come uno spiedino, non si contavano più le fughe dal mondo e da me stesso, non si contavano più i ritorni, non si contavano le lacrime né le fiondate al cuore, non si contavano più le speranze infrante come fossero di fine porcellana, non si contavano più i giorni vuoti, quelli in cui ti dici ‘Sì, vabbé, l’importante è che se ne è andato un altro e tutto sommato anche questo è stato un giorno ok’ ed invece ti rendi conto che non è così, che tutti i giorni sono stati lontani chilometri dall’essere ok.

Giravo il paese ogni sera ed ogni sera rifacevo lo stesso percorso ed andavo a trovare i muri su cui avrei voluto incidere il mio amore per ripercorrere la strada su cui si era formata la mia ispirazione e capire se era stata all’altezza di smuovere qualcosa dentro lei e finivo il mio giro sempre a casa sua, dove una serenità sovrana regnava immobile.
E così chinavo la testa e continuavo a girare e continuavo a percorrere distanze che parevano infinite tra un muro e l’altro, rifacevo tutto il percorso, cercavo qualcosa che avevo perso, cercavo di capire in cosa avessi profondamente sbagliato se tutto restava muto e se, nonostante il mio sangue riversato su quel foglio, lei non mi aveva cercato.
Forse quella fu la prima volta in cui mi chiesi perché lei non mi amasse.
E le risposte erano tante e nessuna.
Le stesse strade che quel giorno di maggio avevo percorso quasi inebriato dal sole, di sera prendevano un altro aspetto, altri colori che non avevo previsto. Divenivano squallide nella loro compostezza, divenivano patetiche e prive di ogni romanticismo, di ogni senso di amore. Divenivano fredde e nude come le puttane.
Le stesse strade su cui si era generata la mia ennesima ispirazione me la restituivano trasformata in rozza volgarità e nient’altro; e mi rendevo conto che non ero stato neanche capace di amare al meglio l’unica persona che mi interessasse amare. Mi rendevo conto che alla fine facevo schifo anche a me stesso ed ogni sera non c’era nient’altro di meglio da fare che tornarmene a dormire o almeno a provarci visto che il sonno, neanche lui voleva avere a che fare con me e mi abbandonava sempre intorno alla mezzanotte.
Ed i miei occhi lucidi e venati di sangue, rimanevano aperti nel buio a cercare incessantemente ed avidamente una ragione o almeno un scusa, una giustificazione che mi assolvesse dal dolore.
Ed i miei occhi lucidi partorivano lacrime che soltanto la notte conservava e teneva per sé, lacrime che non vedevano la luce del giorno che le avrebbe illuminate mostrandole a tutti e soprattutto a me stesso.
Tornavo a cercare le ragioni di tutto questo, tornavo a chiedermi il perché della mia disperazione se poi in fondo non c’era nulla di cui disperarsi, tornavo a chiedermi il perché delle mie lacrime se adesso ero lontano ormai da lei ed ognuno stava facendo la sua vita ed era tutto a posto.
Cosa importava a me se lei stava con Life, perché questo continuava ancora a farmi male? Dopotutto non avevamo mai avuto niente a che fare e perciò lei poteva stare con chi voleva ed io dovevo solo farmi i cazzi miei e già aver lasciato quel foglietto anonimo dentro la sua cassetta della posta era stata una grande stronzata.
Ma c’era di fatto che io l’amavo...
...e questo comprometteva tutto per davvero.
Quanto avrei voluto non amare mai, quanto avrei voluto essere indifferente a tutto e non provare emozioni per niente sulla faccia della Terra, quanto avrei voluto strapparmelo, il mio cuore, chi si sarebbe mai aspettato di finire così, oh, fregato da me stesso e stuprato dalle mie stesse emozioni.
Ed invece non c’era nulla da fare, nessun pensiero che fosse più grande delle sue mani che gesticolavano sempre davanti ai miei occhi e dei suoi sorrisi e del suo modo di arrossire e di spiegarmi qualcosa e poi ancora delle sue parole, del modo di stare semplicemente ferma. Adesso che non ce l’avevo più vicina, mi tornavano in mente tutti i momenti in cui ero stato bene con lei.
Ricordavo quella volta in cui stavo quasi per investirla con la mia bici e quasi mi distrussi in faccia ad un muro e stavo per riempirla di parolacce ed invece poi mi accorsi che era lei e le parlai impacciato chiedendole se stava bene, poi quella volta in cui votammo i rappresentanti di classe ed io la feci ridere e quanto mi sentii bene di esserle stato utile per la prima ed unica volta, poi ricordavo ancora quella volta che lei pianse ed io lo giuro, non volevo, non volevo che accadesse, ma certe volte sono davvero un bastardo e... e... quante cose avrei avuto ancora da ricordare e tutte alla fine convergevano verso la scena che aveva segnato tutto macchiandolo di sangue e Coolwater, tutte mi riportavano a quella sera di marzo in cui il mio amore aveva smesso di essere felice ed aveva preso la via per diventare nient’altro che cenere che nonostante tutto bruciava ancora.

Scusami, avrei voluto dirle adesso, scusami se non sono stato capace di non amarti.
Scusami se io, con la tua vita, ho fatto un po’ della mia vita, scusami per i sorrisi e le lacrime, scusami per quello che ti ho detto e per quello che avrei voluto dirti, scusami se sono ancora qui a pensare a te invece di lasciarti perdere come dovrei fare. Scusami se ti ho aspettata per tanto tempo ed ancora continuo ad aspettarti ed ancora spero che un giorno non sarà difficile dirti ti amo senza farmi male, scusami se credo ancora che le tue labbra un giorno, io le bacerò e non ti farà schifo, se sogno ancora di te, fra le mie lenzuola di fine maggio, scusami per le volte che ho detto basta e poi sono tornato a pensarti, scusami se ho continuato ad esistere dopo quella sera di marzo ed invece non l’ho fatta finita subito che forse avrebbe fatto meno male, anzi, questo è certo.
Scusami infine se i muri di questo paese avrebbero avuto ancora qualcosa da dire per me, se non avessi avuto paura di intingerli, qualcosa che non sono stato capace di dirti io, scusami se non mi sono trattenuto dal farti per l’unica volta partecipe di quello che sentivo regalandoti la mia canzone.
La pioggia, non temere, cancellerà tutto via un giorno e così staremo finalmente in pace ed io non avrò più bisogno di te e tu non avrai bisogno di stare male perché io ti amo.
La pioggia, non temere, sciuperà tutto come ha fatto il tempo che ci ha separati, tu, se già non mi hai dimenticato, mi dimenticherai e sarò lontano allora. Forse fra non molto.
Perché solo così non avrò più nulla da chiederti, credici.
Me ne andai tastando i miei muri come un cieco e questo mi faceva male, perché sentivo di aver perso la via. E non poterla ritrovare proprio.
Adesso come adesso, orgoglio o meno... forse mi va bene pure la tua pietà.


Muri duri da toccare

Strofa 1
Dove sono adesso i miei occhi, dove sono?
Che cammino tastando i muri che mi avvolgono,
che si restringono e mi sembra di non capire più niente e forse
è proprio così.

Strofa 2
Dove sono i miei occhi adesso che con le mani avvolte
dalle bende sudice, me ne vado
senza vedere un cazzo a piangere lacrime inesistenti,
visto che le mie orbite non hanno che il vuoto dentro?

Ritornello 1
Mi viene in mente che
adesso che ci io sia o non ci sia, non importa molto perché sei tu
a non esserci e ti sei portata con te i miei occhi e dove sono,
a proposito e perché,
senza te,
non c’è
niente più che
si faccia vedere intorno a me,
se tu non ci sei
e tu invece, dove sei e dove sei stata oggi? e cosa
hai fatto di bello e cosa invece di brutto?
e come ti è sembrato essere lontana da me ed avere solo con te
i miei occhi che
non vogliono stare con me

Ritornello 2
E dove li hai messi i miei occhi?
e ti sei portata via anche i miei pensieri e
non fa niente, non volevo dire proprio niente
è solo che
non c’è
no, non c’è niente da dire, niente da fare
solamente restare
a cercare
di rimediare
e andare avanti senza i miei occhi e senza te e vai così,
non ho bisogno dei miei occhi per amarti e quindi puoi tenerteli
mi va bene sbandare, se ho sbandato tante volte
e ormai ci sono abituato, voglio solo che
magari se
ricordi che c’è
un posto anche per me
che sia dentro te
e non ti chiederò neanche perché
hai preso i miei occhi e non voglio neppure sapere dov’è
che li hai messi, basta che siano con te.

Finale
Senza i miei occhi non fa male, non fa male,
non te ne preoccupare e non ci pensare che tanto è uguale
voglio solo che sia tu adesso a ritornare,
anche in cambio dei miei occhi, non fa male
se è così, ma non sento, no, non lo sento,
il tuo corpo da abbracciare, è questo invece
che fa male, avere solo muri duri da toccare
dove
sei,
cazzo,
vuoi…
vuoi
tornare?


21
Crisi d’ispirazione
(Da non crederci)



GIUGNO DI TRANQUILLITA’ INSPERATA

Il cielo di un azzurro candido.
Il balcone è ornato di rampicanti e gerani che mia madre coltiva incessantemente da quando sono nato e probabilmente anche da oltre.
Mi ficco in bocca la cannuccia del succo di frutta che sto bevendo e tiro su, scostando la tenda per uscire completamente sul balcone. Fa un caldo da estate ormai.
Mi metto seduto comodo su di una sedia ed allungo le gambe per poggiare i piedi sulla ringhiera del balcone. E’ quasi metà giugno adesso.
Tengo in mano il libro di letteratura del liceo, ogni tanto mi piace sfogliarlo, metterlo alla pagina di Meriggiare pallido e assorto e ripensare all’interrogazione che diedi un giorno insieme a Sarah Moretti, da quando l’ho fatta, quella poesia di Montale mi piace di più.
E’ vero che uno si sbatte per salire sulla vetta e trovare cocci aguzzi di bottiglia, mi sento come Montale perché anch’io li ho trovati alla fine.
Scuoto la testa, penso che tanto adesso fanno molto meno male, è qui che Montale non è arrivato: bisogna abituarsi alle nostre ferite ed aspettare lentamente che trovino la via della cicatrizzazione, non importa per quante notti sanguineranno, non importa quanto male faranno ancora, perché il giusto modo di vederle guarire è quello di aspettare, come diceva Charlie Chaplin: il tempo è il più grande dei registi, trova per ogni storia il finale migliore. E’ la verità, adesso lo so.
Prendo a sfogliare il libro, c’è qualcosa di buono nella letteratura in generale, c’è qualche buon romanzo, qualche buon racconto e qualche buona poesia e le poesie somigliano molto alle canzoni e hanno una musica tutta particolare suonata senza nessuno strumento, mi piacciono. Mi piace qualche bel sonetto d’amore, qualche ballata triste e qualche componimento libero dei decadenti francesi.
Mi piace pensare che nonostante tutto, anche la mia è stata arte, se è stata rivelazione di sentimento.
Mi piace pensare che da qualche parte c’è qualcuno capace di apprezzare la mia musica e mi piace pensare che questo qualcuno potrebbe capirmi a fondo come non ha fatto Sarah e come non sono riuscito a fare neanche io stesso. Perché in effetti non sono mai stato sicuro di quello che cercavo ed ho mischiato la musica all’amore e le note ai pensieri per Sarah e la mia passione per la chitarra alla mia passione per un cuore che non ha ricambiato.
Non ho mai cercato o segnato io stesso una linea di confine tra le due cose e sono stato contemporaneamente Gabriele Barra l’innamorato e Gabriele Barra il protagonista delle sue canzoni, come essere protagonista di una poesia o di un romanzo. Il problema è che spesso i due Gabriele si sono invertiti i ruoli e questo è stato abbastanza disastroso per la mia vita e per la mia arte.
Non sarò mai un vero artista se continuo a confondere me stesso con una persona che non esiste proprio.
Da quando ho smesso di andare a scuola, ho cominciato a leggere parecchio, se vogliamo, ho studiato più di quanto avrei potuto studiare rimanendo relegato in una classe di prima liceo ed anche se ho abbandonato la matematica e tutto il resto, adesso studio quello che mi piace ed ho pure iniziato a prendere in considerazione testi e spartiti per chitarra di musica in generale. Non penso che un giorno sarò un grande cantante, ma mi basta saper tenere in braccio la mia chitarra e sfogarmi con lei tutte le volte che mi torna in petto quel qualcosa che vuole uscire. Mi basta sapere il modo per metterlo fuori ogni volta ed ora so come farlo.

Un giorno di questi ho incontrato Raffaele Coviello, Daniele Tarantino, Cosimo Pastore e Gianni Ieva in giro, avevano disertato tutti insieme e se ne stavano seduti su di una scalinata vicino casa mia.
Passavo di lì con la mia bici e così mi sono fermato a salutarli, prima di riprendere la mia strada.
Mi hanno raccontato un po’ di cose riguardo alla classe, mi hanno detto che Corona è stato sospeso un’altra volta ed ha ripreso a fare un bordello della madonna da quando me ne sono andato e gli è dispiaciuto molto che io me ne sia andato, anche se non lo dice perché non è il tipo da dire certe cose.
Mi hanno detto che un giorno ha pure fatto una menata a Sarah perché diceva che fosse stata lei la causa per il mio abbandono e tutti quanti sono caduti dalle nuvole perché nessuno si è mai accorto di quello che è successo tra di noi, probabilmente neanche lei stessa. Mi chiedo perfino come abbia fatto a capirlo Corona.
Mi dicono che comunque Sabino Mesaroli (quello che sembrava il ragazzo dei film americani) si è messo con Silvia Di Gaetano ed io ricordo a malapena i due, perché a dire la verità non ho mai avuto a che fare né con l’uno né con l’altro. Mi sembrano due nomi quasi estranei, soprattutto adesso che ne sono lontano e questo un po’ mi dispiace.
Marialucia Del Monte invece si è messa con uno di quinto e se ne va vantandolo in giro e lo nomina sempre e sembra che sia la persona più felice del mondo.
Fortunato (che adesso so che si chiama così di nome e di cognome fa Lombardi) ha abbandonato anche lui la scuola e per lui il motivo erano i due che aveva praticamente in ogni materia escluso fisica, lì era una specie di genio, se vogliamo.
Sarah Moretti invece sta ancora con Omar, ma non se la passa tanto bene. Lui torna spesso a Milano, si dice, e forse lì ha un’altra storia, è venuto a saperlo anche lei, ma non sa se è vero e per questo non può rimproverarglielo.
Loro quattro invece continuano a cavarsela più o meno come hanno sempre fatto, non ci sono problemi gravi, né grandi novità e tutto scorre regolarmente come ci si aspettava.
“E a te come va?” mi chiedono, il più dispiaciuto per me sembra Pastore, lo leggo nei suoi movimenti e nel tono drammatico che ha sempre avuto ma che in questa occasione è più accentuato.
“A me va bene” rispondo “per adesso passo le mattinate in bici ed i pomeriggi a leggere e le serate ad ascoltare la radio e la notte dormo come tutti gli esseri umani. Sto imparando a suonare la chitarra” dico come se l’avessi scoperta da poco, quella passione.
“Ma perché hai abbandonato la scuola?” mi fa Gianni Ieva che è quello più curioso di tutti.
“E’ difficile spiegare” ammetto distogliendo lo sguardo dai loro visi, poi chiedo una sigaretta e Daniele non esita ad offrirmela, “arrivi ad un certo punto che veramente non ce la fai più” ringrazio Raffaele che mi fa accendere “arrivi ad un certo punto che pensi a quello che stai facendo e ti rendi conto di non stare facendo un cazzo proprio, ti rendi conto di stare andando alla deriva senza accorgertene e così finalmente esci le palle ed abbandoni tutto e ti dici che vedrai di fare qualcosa finalmente. Per ora ho solo bisogno di tempo, poi troverò qualcosa di buono da fare”
Mi ascoltano attenti, sembra che la mia scomparsa apparentemente immotivata sia diventata un affare piuttosto importante all’interno della classe.
Poi, come per farmi sentire che non mi hanno dimenticato, mi invitano al pranzo di fine anno che si farà in una casa di campagna di Antonella Cavallaro e si propongono anche di venirmi a prendere con una moto. Senza pensarci, prometto di esserci e che non devono preoccuparsi di venirmi a prendere, ma solo di spiegarmi bene il posto. Loro dicono che non lo sanno ancora di preciso e quindi che mi faranno sapere più in là, quando organizzeranno meglio la cosa.
“Ah,” mi fa ancora Gianni col suo sorriso che ti mette una tranquillità incredibile e che ti inganna costringendoti a dire la verità anche se non vuoi farlo proprio “hai saputo che Sarah Moretti ha un nuovo ammiratore segreto?” ancora uno?
“Non è che me ne importi molto” rispondo, tirando dalla sigaretta.
“Sì! Le ha mandato una poesia che è la fine del mondo e gliel’ha messa nella cassetta della posta. E poi quando lei è scesa la mattina per andare a scuola, l’ha trovata e la stava leggendo proprio mentre tutti quanti passavamo di là, sulla strada della scuola” cazzo, l’ammiratore segreto sarei io, allora.
“Gabrié” si inserisce nella conversazione Daniele, distogliendomi e quasi mi sento scoperto “diglielo a questo qui che non l’ha scritta il fidanzato di Sarah” Sarah Moretti era diventata nell’ultimo periodo, centro d’interesse per quasi tutta la classe. Sia per le improvvisate che Omar faceva, tipo il fatto dei fiori o cose così e sia perché alla fine dell’anno si era fatta più carina e cominciava a piacere quasi a tutti.
“Oh, secondo me, l’ha scritta lui per vedere lei come reagiva” ammette Gianni.
“Dài Già, siamo stati a parlarne una giornata intera in classe e l’ha detto Sarah stessa che secondo lei quello non è capace di scrivere una cosa del genere pure volendolo con tutte le sue forze” adesso è Raffaele a parlare, mentre si alza in piedi per porsi al centro della discussione.
“Secondo me, l’ha scritta qualche ammiratore segreto” Cosimo anche nei suoi discorsi è sempre moderato e vago.
“Per me, l’ha scritta quello lì” ribadisce Gianni Ieva “anche le amiche di Sarah dicono che l’ha scritta lui…”
“Le amiche di Sarah sono tutte innamorate di quel coglione! La poesia è una favola e lui con la faccia di fesso che ha, non credo proprio che sia in grado di scrivere una cosa così”
“Certo che” Gianni mi guarda negli occhi, quasi volesse che io potessi leggerla “ad una ragazza delle frasi come quelle devono farla proprio innamorare, l’hanno detto tutti ed a giudicare da quante volte se la rilegge, ogni giorno, anche Sarah lo pensa. Forse l’ha copiata da qualche parte, che ne so e comunque, se non l’ha scritta lui, chi è così coglione da scrivere in quel modo senza neanche provarci con Sarah?”
“Grazie” sorrido pensando che hanno una bella considerazione di me, i miei amici. Loro continuano ad ignorarmi e sembra che solo Raffaele mi abbia sentito, infatti mi guarda negli occhi e sorride ed ha già capito tutto.
“Ma che cazzo stai a dire?” riprende Daniele col suo faccione rotondo coperto da un velo di barba molto rada “Secondo me l’ha scritta qualcuno che non poteva dirglielo, magari perché era amico del fidanzato e non poteva rubargli la ragazza o provarci almeno”
“Ah, e secondo te le manda una poesia?”
“Se fosse un ammiratore segreto non avrebbe problemi a farlo” ridice la sua Cosimo.
“Non l’ha scritta né il fidanzato di Sarah, né un suo amico e nemmeno un ammiratore segreto” afferma finalmente Raffaele, interrompendo la diatriba “C’è una sola persona capace di scrivere in quel modo e ce l’avevamo in classe fino a poco tempo fa. Non li ricordate, i temi di Gabriele Barra?”
Mi guardo la punta delle scarpe di finto cuoio e tutti zittiscono improvvisamente e sembrano ricollegare tutto di colpo come di colpo hanno smesso di parlare. Ricollegano Corona, i miei temi, la poesia, Sarah Moretti.
“No!” Gianni Ieva ha la bocca spalancata, è quello più tardivo a percepire le cose. Tutti attendono comunque una mia risposta, ma io non dico niente, mi metto in piedi dato che la sigaretta se ne è andata tutta quanta e mi stiro i jeans sulle cosce, vorrei ridere ma credo sia meglio essere serio.
“E’ meglio che vada adesso” dico osservando di nuovo i loro volti e non mi trattengo, lasciandomi sfuggire un sorriso a metà sul lato sinistro delle labbra, il lato dove ho il mio orecchino e la mia basetta lunga, il lato ribelle che non ci sta proprio, sotto i miei comandi ed è quello che mi piace di più.
“E’ l’ammiratore segreto di Sarah Moretti, questo!” mi fa Gianni Ieva e mi abbraccia sorridendo come per complimentarsi di ciò. E gli altri lo seguono e così ci teniamo uno all’altro in un abbraccio che non ha niente di fraterno, ma tutto da ridere.
“Non è una poesia, è una canzone” faccio loro poi, rimontando sulla mia bici ed alzando la mano in cenno di saluto.
Loro mi salutano ricordandomi l’impegno preso per il pranzo di fine anno e ripeto loro che quel giorno sarò lì e che possono contarci.
Poi andai via in fretta e tenni i miei occhi sulla strada e ciò che era appena accaduto apparve sfocato come un sogno al risveglio, quando non sei ancora sicuro che sia realmente successo oppure sia stato appunto un sogno, quando ti prende quella piccola punta di rimpianto perché cominci a capire che forse è stato proprio un sogno e tu l’hai perso e niente ritornerà più indietro.

Ritorno a sfogliare il libro di letteratura beccando nell’indice la sezione: Il romanzo d’amore.
Leggo un po’ di titoli e due o tre mi attirano per davvero.
Sarah Moretti ha fatto leggere a tutti la canzone.
Il primo racconto è a pagina trecentoventitre.
Chissà perché l’ha fatto, deve aver capito che è mia.
Sfoglio le pagine velocemente per trovare pagina trecentoventitre.
Chissà perché in ogni caso ha voluto tenere per sé il fatto che io la amavo, chissà perché mi ha protetto agli occhi degli altri.
Trovo finalmente la mia pagina e prendo a leggere l’introduzione alla storia, risale al Medioevo.
Sarah Moretti se la rilegge un sacco di volte al giorno.
Dice che è il primo esempio di romanzo d’amore della letteratura provenzale, si chiama Romanzo della rosa o qualcosa del genere.
Sarah Moretti è la rosa.
Dice che l’ha scritta una specie di prete medioevale e che poi è stata continuata da un altro o il contrario.
Io sono il prete o forse è meglio l’altro.
Dice che è ricca di figure simboliche e di personaggi astratti che ne fanno una storia inzuppata di mito e realtà cavalleresca.
Le mie canzoni sono le figure simboliche, la nostra è una storia inzuppata di mito e realtà adolescenziale.
Dice che la rosa nel Medioevo era molto usata per rappresentare una donna da virtù quali la verginità, la fedeltà, la dolcezza e cose così.
Sarah Moretti è una donna piena di virtù quali la verginità, la fedeltà, la dolcezza e cose così.
Dice che la metafora della rosa è ripresa da un autore latino di nome Catullo vissuto nella prima metà del primo secolo avanti Cristo.
Sono pure Catullo e sono vissuto nella prima metà del primo secolo avanti Cristo.
Prendo a leggere la storia perché l’introduzione è finita.
Sarah Moretti se la rilegge, sognante, un sacco di volte al giorno e sa per forza che è la mia. È l’unica che può saperlo.
Continuo a vederla come la ragazza dei miei sogni.
Ma adesso è lontana ormai, rimane solo una specie di favola medioevale scritta quasi mille anni fa, se non di più, adesso lentamente, ha trapassato lei stessa il confine tra realtà e poesia ed è poco alla volta diventata semplicemente la protagonista delle mie canzoni, insieme a quel Gabriele Barra che adesso so di non essere io e mi accorgo che non c’è mai stata una storia d’amore tra noi due.
Adesso so che la Sarah Moretti che ho sempre amato era quella che avevo inventato, era una Sarah Moretti che non esiste e non è mai esistita e questo Gabriele Barra invece esiste e non può amare una persona che non c’è, o forse può, ma non può confonderla con una persona reale che invece è diversa da quella che io ricordo nella favola scritta più di mille anni fa.
Non sono mai stato innamorato di Sarah Moretti. Come di tutte le altre ragazze.
Come sempre ho confuso tutto, ho confuso la mia ispirazione con l’amore e le ho rotto le palle per tutto questo tempo credendomi certamente innamorato di lei. Solo per non far cessare l’ispirazione che lei mi aveva offerto.
Avrei dovuto scrivere per lei una volta sola come per tutte le ragazze, sulla mia Yamaha, ed invece sono andato oltre, non so precisamente quanto, ma probabilmente troppo. Avrei dovuto rendermi conto che stavo giocando proprio ad un brutto gioco, avrei dovuto rendermi conto che non mi sarei mai e poi mai innamorato di lei.
Adesso è questo che fa male.
Adesso mi dispiace di non essermi mai innamorato di lei, adesso che forse...
Mentre prima invece, convinto di esserne innamorato, mi aveva sempre fatto male il contrario, quante volte avevo pensato che se quello era l’amore, avrei voluto volentieri farne a meno?
Tiro ancora dalla cannuccia le ultime gocce del succo di frutta e sono immerso nel pieno della storia che sto leggendo. La trovo dolce.
E come tutte le belle storie d’amore, trovo dolce anche quella che attraverso le mie canzoni ho scritto, vorrei che anche Sarah Moretti la conoscesse ed invece, tranne che per quella che lei crede una poesia, ne sarà sempre all’oscuro, come di tutto, delle mie speranze di giovane adolescente insicuro, dei miei sorrisi da solo nella mia stanza e poi delle lacrime, dei miei contrasti interni e della rabbia, della mia rassegnazione e di tutto quello che mi ha fatto male, non saprà mai nulla di questo, potrà forse solo immaginarlo.
I miei capelli cadono in avanti mentre adesso dondolo sulla sedia leggendo veramente di gusto la storia di questo cavaliere qua che adesso sta per vedere finalmente la rosa, me li lego senza smettere di leggere e penso che forse è arrivato il tempo di tagliarli e cambiare ancora ed essere un altro come ogni volta, come ad ogni emozione e ad ogni storia d’amore.
Intanto il cielo resta di un azzurro candido.
Sarah Moretti rilegge la mia canzone.
Non mi importa più di tanto, adesso ho la mia libertà a cui badare.

Crisi d’ispirazione

Strofa 1
Sei lontana dai miei occhi, baby,
e forse pure dal mio cuore,
non ci sei dentro fino al collo
no, davvero, sto dicendo seriamente,
mi volevi serio, no?


Strofa 2
Così avevi detto che sarei stato più
interessante
il problema è che tu non sei mai stata
interessata a me
scusa, ormai è stupido provarci, sai.


Ritornello
Perché adesso non è più tempo, no,
per le corse in bici sotto casa tua
e per le fantasie da sciocchi sotto il tuo balcone,
arriva il giorno in cui dici basta a tutto quanto
e ti rendi conto che forse stai perdendo anche l’unica ispirazione
mi dispiace, ma va così da un po’ di tempo in qua.

Strofa 3
Giocano ancora le stelle,
ma non con le tue labbra e non col tuo sorriso,
adesso giocano da sole
a scomparire e ritornare e non posso farci niente, mi dispiace
se un giorno forse avranno volti nuovi da disegnare.

Ritornello
Perché adesso non è più tempo, no,
per le corse in bici sotto casa tua
e per le fantasie da sciocchi sotto il tuo balcone,
arriva il giorno in cui dici basta a tutto quanto
e ti rendi conto che forse stai perdendo anche l’unica ispirazione
mi dispiace, ma va così da un po’ di tempo in qua.

Finale
Continua a non cercarmi ed andrà tutto bene,
perché ci ho ripensato,
non ho più bisogno del tuo corpo da abbracciare,
mi volevi serio, no?
e allora ascoltami, sto dicendo seriamente:
bye bye, un tempo forse ti amavo, baby.

E’ triste comunque doversi abbandonare, anche se non si è mai stati insieme e se in fondo poi, sappiamo che arrivati a questo punto, è pure meglio così.


22
Pianto dell’alba
(La strada da fare è lunga)



GIUGNO DEI TEMPI SOLITARI

E quell’alba di giugno mi travolse come un mare sul mio letto ad una piazza e mezza e mi sentii pieno e concreto nelle mie forme sostanziose, nel mio addome piatto e nelle mie gambe pelose come mai ne avevo viste, nei miei capelli lunghi che mi ricadevano sulla faccia mentre mettevo, con gli occhi ancora insonnoliti, i piedi fuori dal letto, nelle mie spalle grandi e curve e tonde alle giunture con le braccia, nelle mie stesse braccia e nei miei orecchini che adesso dondolavano ricordandomi che c’erano anche loro, nella mia faccia ruvida di barba ancora corta, nelle mie mani grandi che adesso tenevo ai bordi del letto per spingermi giù, nelle mie mani che un tempo erano state definite da pianista e che invece avevano costruito la loro leggenda su di una chitarra, nei miei piedi grandi anch’essi che mi tenevano ben fermo sulle terra anche se la mia mente volava (e come volava!) di tanto in tanto, mi sentii consistente e vivo nel mio corpo di ragazzo, ma, se mi è concesso, mi sentii qualcosa di più di un ragazzo.
Mi sentii in quel preciso momento un’anima immersa in un bagno di sole e splendente, con la mia pelle scura e mediterranea tanto quanto quella di Sarah Moretti e forse anche di più. Mi sentii confinato nella mia brevità di essere umano ed esteso all’infinito con le mie infinite emozioni e sensazioni che a volte sembravano sovraumane.
Scesi dal letto e fu morbido il contatto dei miei piedi scalzi col pavimento fresco, fu piacevole come fosse il tocco lievemente percettibile di una donna sulla mia schiena, fu come un brivido.
Mi misi in piedi con lo sguardo di chi ha capito tutto oramai, masticando ancora il ricordo dell’ultimo sogno della notte precedente e già proiettato nel futuro più prossimo.
Una nuova giornata è sempre una nuova giornata e non c’è niente da fare, niente a cui pensare, solo farsi trasportare da quello che è vivere e vivere a volte è grande, vivere era stato grande per me, anche se poi non avevo avuto proprio un cazzo, vivere, alla fine dei conti mi aveva insegnato a vivere per davvero ed adesso sapevo cosa fare, non esistevano più i miei contrasti e tutto il resto, non esisteva più l’angoscia e c’era solo uno sfondo di pace che era imparagonabile, che adesso accettavo con la faccia saggia di chi sa che ormai quella pace è difficile che gli venga tolta.
E così strinsi di più gli occhi e mirai oltre le feritoie delle tapparelle e seppi solo che il sole stava nascendo e questa parve la cosa più bella del mondo e poi, nella luce morbida e tenera e spruzzata a chiazze sui muri e sul pavimento e dappertutto, mi portai in giro il mio corpo per quella stanza ed oltre, nel buio dello sgabuzzino, dove accarezzai la chitarra poggiata al muro ed i miei occhi divennero dolci, sedetti sul pavimento e la ringraziai di tutto finalmente.
La ringraziai per le sue note che erano state la cosa più bella di tutto quel tempo, che avevano reso i miei giorni quasi una leggenda per me, la ringraziai per tutte quelle volte che avevo avuto bisogno di lei. E lei si era fatta trovare.
Quando le sue corde avevano suonato di fronte alla notte, mirando come un fucile le stelle più belle per farle cadere quaggiù, dal terrazzo di mia nonna, quando me ne ero stato seduto sul mio sgabello come fossi un cantante vero e proprio e poi accorgendomi di essere nient’altro che un bambino, quando si era incendiata nel garage di casa mia ed aveva distrutto per quei pochi minuti il freddo della notte, quando mi aveva accompagnato a gridare contro il vento per cercare di correre più veloce di esso e non subirne i brividi sulla pelle, chinato su di lei quasi a farmi venire la gobba per guardare meglio le corde, con le dita che si muovevano delicatamente come fossero occupate in una minuziosa e difficilissima operazione chirurgica, quando infine avevo pregato a lei di ritornare che non ce la facevo più e quando infine lei se ne era definitivamente andata.
La mia chitarra c’era sempre stata.
Poggiai le spalle al muro e sorrisi. Ma non fu uno di quei sorrisi spensierati che non nascondono niente, dietro, fu piuttosto carico di una consapevolezza che rendeva tutto più sincero e più sereno. La consapevolezza che se fossimo noi a scegliere per davvero il nostro destino, ne faremmo di casini, oh. Lanciando via le nostre chitarre per una Yamaha del cazzo che non ha proprio niente di leggendario.
Ed invece così, quasi per caso, avevo ritrovato sulla mia strada le mie corde d’oro ed ero salito finalmente sulle vette che meritavo, arrampicandomi nel tempo, guardando la meta con occhi e braccia dolenti e conquistandola allo stremo delle mie facoltà fisiche. Scrivere canzoni mi avrebbe salvato, avevo pensato una volta, quando ancora mi dedicavo alla pianola. Scrivere canzoni mi aveva salvato, adesso che osservavo il mondo dal più alto strato umano.
Mi rimisi in piedi.
Portai la chitarra dietro la schiena e la ‘indossai’ una volta ancora, poi uscii di casa e salii silenziosamente le scale del condominio per raggiungerne il terrazzo.
Ed ogni gradino tenne con sé un pensiero ed una preoccupazione e giunsi in alto libero come un gabbiano e con gli occhi chiusi timidamente, sbloccai la porta di ferro tinta di rosso e lentamente quella si aprì.
E quando riaprii i miei occhi, fu il sole.
Chinai lo sguardo perché mi abbagliò.
Lentamente come fossi obbligato a non sciupare quella scena così candida, mi avvicinai al parapetto del terrazzo con i piedi scalzi e gli occhi socchiusi per il chiarore del primo mattino.
Ed al primo passo fui pulito e lavato dall’ultimo ricordo di Sarah che adesso svaniva, lo vedevo sì, proprio cadere in picchiata oltre il muro e sentire la pressione del vento e poi roteare impotente e schiantarsi sull’asfalto secco e grigio. E con lui era caduta in picchiata anche la mia libertà, ma all’ultimo centimetro aveva virato improvvisamente come il gabbiano Johnatan Livingstone ed era risalita in alto con una parabola spettacolare. Ed ora schizzava tagliando l’aria immobile ed eterna e bucava il sole al risveglio e lo trapassava da un lato all’altro ed era già oltre e non era più il presente, ma finalmente era leggenda.
Chiusi i miei occhi quando il vento si alzò e raggiunsi il parapetto con il torace gonfio di una tranquillità che poco tempo fa sembrava così lontana dall’incontrarsi con i miei giorni e che invece adesso c’era.
Posai le mani sul muro che circondava il mio terrazzo e sentii il vento accarezzarmi le labbra umide ed il viso pulito.
Alzai un piede e ne posai la pianta sul parapetto, poi mi issai completamente e rimasi in piedi lassù, prima di sedermi su di esso con i piedi penzoloni e le mani piantate fra le gambe aperte.
Ebbi la sensazione di poter comandare qualcosa di importante da lassù. Mi sentii per l’ennesima volta libero e grande come non mi era mai capitato di sentirmi.
Rimasi con gli occhi chiusi sul tetto più alto del mio quartiere e mi sentii improvvisamente anche solo, ma comunque deciso e quasi felice, vedevo una strada nella mia mente e la vedevo accompagnata da campi di grano maturo e mi vedevo percorrerla con solamente la mia chitarra dietro alle spalle ed i miei jeans sbiaditi e nient’altro, vedevo un binario costeggiare quella strada.
E tutto divenne una specie di magia dipinta in un quadro a pastello dalle linee essenziali, quasi impressionista, un quadro di quella strada e del sole che la inondava di luce e l’orizzonte parve come l’infinito.
Non svanì la sensazione di poter comandare qualcosa di importante da lassù, pensai ai principi ed ai loro troni, pensai che io come trono volevo l’albero su cui andavo a fumare le mie prime sigarette e pensai che se fossi stato principe, avrei cancellato tutte le leggi del mondo e poi ne avrei rifatta soltanto una: chiunque avrebbe dovuto scrivere canzoni, leggere e giocare a calcio e correre in bici senza possibilità di venir meno anche ad uno solo di quegli obblighi.
Non sarei stato un grande sovrano, eh?
Avrei ordinato a tutte le ragazze del mondo di amare i ragazzi che le amavano e di non farli soffrire mai e poi di accarezzar loro le labbra e di baciarli dolcemente e poi...
...e poi il sole fu già alto ed il mondo correva così veloce adesso, bisognava affrettarsi che fra poco finiva l’anno scolastico e chi doveva recuperare qualche interrogazione doveva muoversi e chi invece lavorava doveva essere già in piedi e lavarsi la faccia e pettinarsi e poi vestirsi e fare colazione e lavarsi i denti e qualcuno invece già partiva per le vacanze e preparare le valigie e fare il pieno alla macchina e poi litigare con la propria moglie su cosa non fosse necessario portarsi dietro e tutto quanto.
Io ero lontano da tutto ciò.
Ne ero uscito fuori come niente.
A me il sole già alto non faceva che ripetermi che tutto andava bene così e che bastava suonare ancora un po’ e non lamentarsi mai, ed avere dentro quello spirito spensierato di ragazzo che gli anni corrono e non ci vuole niente a crescere ed invece per me c’era ancora tempo e forse non sarei cresciuto mai e me ne sarei stato sempre lontano da tutto ciò che è umano.
Non potevo buttare via il mio talento e i miei giorni per avere una vita normale.
Aspirai ancora l’aria del mattino e per un attimo fui sicuro che stavo già percorrendo la strada seguita dal binario che avevo nella mente e che sarebbe stato grande arrivarci in fondo.
Pensai che i tempi che sarebbero giunti, sarebbero stati tempi da vivere da solo, con un pacchetto di sigarette nella tasca ed il calore del sole e la dolcezza delle stelle nel cielo aperto e la carezza vellutata del vento ed i fili d’erba stretti tra i denti e le notti di un blu intenso e le mattine fresche di rugiada.
Strinsi la mia chitarra al petto e lasciai che i miei capelli si calassero sugli occhi, liberandosi dal codino.
Sapevo già quali corde avrei dovuto suonare. Sorrisi.
Adesso non faceva più male ed era da non crederci proprio.



Pianto dell’alba

Strofa 1
La notte cade a pezzi sulle terrazze piatte
dei palazzi che quest’anno hanno già trent’anni
e noi osserviamo l’alba così,
seduti su di un condominio che quasi sfiora il cielo
e da tempo siamo passati alla storia
se è vero che niente si dimentica.

Strofa 2
Con gli occhi fissi in un punto indefinito del mondo,
parliamo di quello che ci aspettiamo da noi stessi,
del fatto che è certo che siano lìddentro, nell’alba
la nostra vita e le nostre emozioni
ed hai ragione se guardi come sono messo su questo muro,
con le gambe nel vuoto ad ascoltare quello che nessuno adesso può sentire.

Ponte
Piange l’alba, piange fili d’oro e tutto sembra
quasi eterno e immobile, come una tela
dipinta da due mani non umane.

Ritornello
Mi rendo conto che effettivamente
non ci sei con me ad osservare quest’alba
e, ascoltami adesso,
sembra che il sole stia aspettando te per sorgere
dalle punte delle antenne dei palazzi
e tutto questo è così triste perché tu non verrai mai
ma non preoccuparti, perché adesso sto bene,
voglio solo starmene fermo con gli occhi chiusi
ad ascoltare.

Strofa 3
Se ci si può spegnere e riaccendere in un alba, io lo sto facendo,
perché, non credere, non salterò giù da questo muro,
ma coi piedi scalzi veglierò su ogni alba
e forse... forse il ricordo tornerà ogni tanto,
e forse i tuoi saranno stati i miei anni migliori.

Ponte
Piange l’alba, piange fili d’oro e tutto sembra
quasi eterno e immobile, come una tela
dipinta da due mani non umane.

Ritornello
Mi rendo conto che effettivamente
non ci sei con me ad osservare quest’alba
e, ascoltami adesso,
sembra che il sole stia aspettando te per sorgere
dalle punte delle antenne dei palazzi
e tutto questo è così triste perché tu non verrai mai
ma non preoccuparti, perché adesso sto bene,
voglio solo starmene fermo con gli occhi chiusi
ad ascoltare.


23
Finale che non mi aspettavo
(A casa di Antonella Cavallaro)



GIUGNO DEL SOGNO FINITO

Le viti davano frutti ancora aspri e verdastri che sarebbero maturati molti mesi dopo. Lasciavano macchie di un verde vivace ai bordi della strada, mentre la percorrevo velocemente con la mia bicicletta.
Le salite non mi davano neanche fastidio, erano in fondo potenziali discese e le mie gambe poi erano ormai allenate dal calcio e dagli ultimi due mesi passati interamente pedalando.
Le mie ruote tenevano bene l’asfalto scuro e da poco sistemato di quella strada di campagna, la bici si curvava bene alle svolte e sembrava essere veramente a posto da quando le avevo dato gli ultimi ritocchi di lucido-trasparente sul telaio dopo averla lavata ed una controllata ai freni, avevo pure cambiato la corona grande eliminando le marce e così era molto meglio, dato che prima ogni tanto le marce scalavano da sole quando acquistavo velocità. Avevo cambiato anche la sella e l’avevo sostituita con uno splendido modello di un azzurro vivo.
Il classico strappo nei jeans proprio sul ginocchio forniva un ricambio dell’aria che mi risaliva su per le cosce ed anche giù fino alle caviglie, mi pareva di essere nella galleria del vento a testarmi per l’aerodinamica. Anche la camicia a maniche corte bianca forniva un grande ricambio dell’aria visto che mi andava abbastanza larga.
Mi misi in piedi sui pedali un paio di volte osservando la strada rimpicciolirsi all’orizzonte, sembrava non avesse fine, sembrava che l’ultima tappa del mio viaggio non l’avrei mai raggiunta, ma a me non dava fastidio neanche questo, era un po’ che non mi dava fastidio proprio più un cazzo, me ne ero tornato per i fatti miei a suonare e ad osservare il mondo con una tranquillità di bambino, ma con il viso di uno che qualcosa in fondo l’ha imparata in un po’ di vita vissuta.
Adesso avevo tutto.
Avevo deciso di non portare con me la mia chitarra quel giorno, l’avevo salutata la mattina presto e me ne ero andato, dopo una doccia lampo ed una sigaretta fumata completamente nudo seduto al bordo del mio letto, mentre i raggi del sole mi puntellavano la schiena.
Non volevo mostrare a nessuno la mia perla, volevo tenermela per me e che loro ne sapessero solo vagamente e basta.
Mi toccai la tasca posteriore dei jeans e le mie sigarette c’erano, dovevano essere malridotte, ma c’erano, questo mi fece girare le gambe più velocemente sui pedali e sentii l’estate vicina come non l’avevo mai sentita, mi parve di vedere in un attimo il mare e la sabbia riscaldata dal sole e poi di riascoltarne le canzoni sparate dai juke box a tutto volume e poi mi parve di riassaporare i gusti di limone e fragola dei gelati in riva al mare e mi parve anche di respirare il profumo del cocco sulla pelle delle ragazze e pure di sentire sulla mia il dolce tocco dell’acqua verde azzurra inzuppata di sole mattutino.
Non ero molto lontano da tutto questo, ora.

Gli altri dovevano aver preparato tutto con calma. Dovevano già conoscere il posto ed aver organizzato macchine di genitori e moto per raggiungerlo, io ero sicuramente l’unico che l’avrebbe raggiunto con la bicicletta.
Una casa di campagna.
Mi avevano spiegato la strada ed avevo detto loro di aver capito al primo colpo, ma a dirla tutta non è che avessi capito perfettamente. Non mi dispiaceva comunque quella passeggiata in bici fuori paese e se non avessi trovato la casa, non sarebbe cambiato molto, non ci tenevo particolarmente a rivedere i miei amici di scuola per il pranzo di fine anno.
Certo però Nagliero, Mangino, Morra e Fortunato e Cristiani e gli altri pure, Ieva e Coviello e Pastore e Tarantino.
E soprattutto Corona, oh.

Mi aspettavo una catapecchia bianca tutta piena di polvere e terra, proprio in mezzo alla campagna, preceduta da un vialetto di terra su cui era nato imperterrito qualche ciuffetto d’erba, mi aspettavo un tavolo grande, tante sedie, mi aspettavo un pallone per giocare, una radio per ascoltare la musica e roba da mangiare per forza.
Le facce ed il modo di comportarsi degli altri dovevano essere proprio forti da vedere.
Corona: finto indifferente, ma curioso di rivedermi e di fare qualche casino insieme.
Cristiani: mi avrebbe dato il bentornato alla sua maniera, gridando e saltando e magari abbracciandomi saltando.
Cavallaro: la casa era sua, mi avrebbe mostrato le stanze ed il posto in generale, visto che dovevo essere l’unico a non averlo ancora visto.
Coviello, Tarantino, Pastore e Ieva mi avevano già visto e perciò mi avrebbero semplicemente salutato.
Mangino e Nagliero mi avrebbero riempito di schiaffi come era loro solito.
Morra: non è che avessi un gran rapporto con lui e stessa cosa si poteva dire con tutto il resto tranne che con Fortunato che (se ci fosse stato) mi avrebbe stritolato nelle sue braccia da scaricatore di porto. E tranne anche che con Sarah Moretti che non lo so proprio che impressione avrebbe avuto. Molto probabilmente non mi avrebbe parlato per tutto il tempo perché avevamo perso tutto quanto in quei giorni in cui ero stato assente e non avrebbe avuto il coraggio di dirmi nulla proprio.
Forse qualcuno mi ricorda ancora però.
Forse ho lasciato qualcosa di buono a quelli là e forse anche a lei.
Forse non ha dimenticato quelle volte in cui la sfottevo e lei rideva ma cercava di non farsene accorgere.
Forse non ha dimenticato che un tempo l’ho amata.
Forse qualcosa ho cambiato con quello che è stato il mio amore.

Da lontano vedo già quella che potrebbe essere la casa di Antonella Cavallaro, sembra esserci festa, laggiù, vedo tante figure muoversi, i miei occhi diventano due fessure per l’abbaglio del sole e per i ricordi che si fanno più vivi via via che mi avvicino.
Le sue labbra. Le sue mani. Il Coolwater, me lo ricordo ancora, si dice che il senso che conservi più nitidamente i ricordi sia l’olfatto. La sua pelle. E’ tutto laggiù adesso ed io sto per arrivarci o, per il discorso della potenzialità delle cose, ma ne sto definitivamente allontanando.
Comunque vada, sarà l’ultima volta che la vedrò, che avrò a che fare con lei per tutta una giornata e poi adesso non sono più indifeso come una volta. Comunque vada, saranno pochi i contatti, pochi gli sguardi, forse nulle le parole ed inesistenti i sorrisi, le emozioni. Non dovrebbe essere dura.
Mi fermo quando sono sicuro al cento per cento che la casa è lei. Metto un piede per terra e tengo l’altro sul pedale. Sono ancora in tempo per andarmene via, per non farmi vedere da nessuno e tornare a casa e starmene zitto di nuovo e per sempre. Sono ancora in tempo per fuggire l’ennesima volta da Sarah Moretti per non rischiare di farmi prendere ancora e tragicamente come è già successo.
Rimonto sulla bici e lentamente proseguo per la strada.
Non si può continuare a fuggire, ad un certo punto bisogna fermarsi e rendersi conto di ciò che sta accadendo e bisogna vederle le cose, per averne paura, assaggiarle per ammettere che non sono buone, bisogna tuffarsi nelle situazioni senza pensare alle conseguenze e vedere se si aveva ragione a giudicarle sbagliate. E ad un certo punto uno deve anche sentirsi pronto a non dover fuggire più, deve anche sentirsi pronto a vedere in faccia la realtà con tutte le sue orrende sfaccettature e con tutti i suoi lati belli, si deve essere pronti a scindere le cose buone dalle cattive, senza farne una macello di roba che ci procura senso di schifo solo a pensarci.
Ci sono cose belle che ricordo di Sarah Moretti, non solo i suoi no e la sua indifferenza, ricordo anche le belle emozioni che mi ha regalato, ricordo quante volte mi sono sentito vivo inondato dai suoi sorrisi, quante volte sono stato felice pensando solo a quanto è bella.
Con questi pensieri vidi la casa farsi sempre più vicina e compresi che se in tutta la storia del tempo del mondo, c’era un solo momento buono per arrivare e dichiararsi pronto ad affrontare quanto c’era da affrontare, beh, il momento era proprio quello in cui io arrivai a casa di Antonella Cavallaro.

Dalla strada si vedeva solo il lato destro della casa (che era bianca come me la immaginavo). C’era uno spiazzale di cemento abbastanza grande di fronte alla porta di entrata che finiva in un gradino che portava direttamente ad un vitigno che doveva essere di proprietà di Antonella.
Lo spiazzale era sormontato da quattro paletti che reggevano una specie di tenda sopra di esso, doveva servire per fare ombra durante le giornate calde come quella.
I ragazzi erano tutti lì quando arrivai.
Smontai dalla bicicletta lentamente, tenendola per il telaio ed aspettai un poco prima di mettere occhio su tutti quanti che se ne stavano attorno a Gianni Ieva seduto su di una sedia di legno. Aveva in braccio una chitarra e la stava suonando. Di spalle c’erano Coviello, Tarantino, Pastore e Fortunato, mentre di fronte a me, ma con gli occhi su Gianni Ieva, c’erano Sabina Fiore, Antonella Cavallaro e Sabrina Altamura. Dietro di loro c’era qualcun altro che giocava a pallavolo e si sentivano ancora voci dall’interno della casa.
Ascoltai per un po’ il pezzo e riconobbi nelle note un Vasco Rossi degli esordi.
Il primo ad accorgersi di me fu Nagliero che se ne stava piuttosto in disparte a fumarsi una sigaretta appoggiato ad uno dei paletti che reggevano la tenda. Sembrò semplicemente un po’ meravigliato e mi si avvicinò in silenzio, sorridendo nello stringermi la mano.
“E’ un po’ che non ti si vede” mi fece “che fine hai fatto?”
Alzai le spalle per dirgli che in fondo non lo sapevo neanch’io e stavo cercando le parole da dirgli quando mi sentii colpire alla base della schiena con un colpo secco. Strinsi i denti e gli occhi per il dolore e mi voltai lasciando cadere la bicicletta.
Sarah Moretti se ne stava seduta un po’ in disparte, aveva qualcosa tra le mani, sembrava stesse leggendo. La lasciai perdere quando mi accorsi che era il suo diario di merda.
“Che faccia di cazzo!” bel modo di accogliermi, oh. Mi portai una mano nel punto dove ero stato colpito e ce la tolsi subito quando mi accorsi che ad avermi colpito era stato Luigi Corona che adesso avevo di fronte.
“Ne vuoi un altro?” mi chiese mostrandomi il pugno.
“No, grazie” gli risposi “per oggi può bastare così” e lo abbracciai sorridendo a trentadue denti.
“Come stai, fesso?” mi fece.
“E come devo stare senza vederti? Meglio, no?” sorrisi ancora e lui mi avvolse la testa con un braccio e me la portò in basso stringendo con il bicipite sulla mia mascella.
“Bel modo di trattare un amico che non vedi da tanto, bestia!” mi disse mentre mi dimenavo per liberarmi dalle sue forti braccia.
“Ed in più non ti sei fatto sentire per niente” si lamentò stingendo ancora di più la presa.
“E che cazzo avrei dovuto spedirti una cartolina?” dissi mentre lo alzavo di peso tenendolo da sotto i glutei, lui lasciò la presa sbilanciandosi ed io lo scaraventai a terra.
“Potevi anche fare un salto alla fine delle lezioni” disse rialzandosi e lanciandosi su di me con una gamba tesa in avanti. Mi colpì sulla coscia sinistra con la pianta del suo stivale nero e ci lasciò un’impronta gigantesca.
“Non dire stronzate, per favore” gli dissi mentre gli scaricavo un pugno direttamente in faccia e lui si accartocciava come un fazzoletto di carta. Mi faceva venire da ridere quello lì a me.
Adesso dubitavo che qualcuno ancora non si fosse accorto di me.
“Sei tu che dici stronzate” disse ancora mentre mi colpiva con una testata allo stomaco ed io contemporaneamente con entrambi i pugni sulla schiena.
Cademmo a terra uno accanto all’altro con un fiatone da bestie e tutti e due con i capelli sciolti come due fessi proprio. Rimasi disteso a pancia all’aria e con le braccia aperte a respirare forte e ridere prima piano e poi come un folle. Mi venne in mente quante volte avevo già vissuto quella scena, quante volte ci eravamo menati ed eravamo finiti doloranti a terra a ridere di noi e della nostra imbecillità. Quello che mi fece più ridere è che all’inizio mi incazzavo pure, per quelle stronzate, mi ci era voluto tempo per capire che non può farti mai male una persona che non lo vuole neanche un poco, per capire che il dolore è proporzionale al desiderio della persona che te lo infligge e Corona non aveva mai voluto farmi male.
Avevo imparato molto da Corona in tutto quel tempo, avevo imparato a fregarmene di tutto quello che effettivamente non mi importava ed avevo imparato ad essere più semplicemente me stesso.
Ed anche lui aveva imparato da me: che bisogna essere anche furbi nella vita, non solo se stessi, non sempre inutili reazionari, ma bisogna anche saper fregare, prendere per il culo e non limitarsi alla ribellione. E non farsi fottere mai.
A scuola ad esempio bisognava anche avere quel poco di furbizia necessaria per mostrarsi una persona in gamba e tutte le porte si sarebbero aperte.
Questo forse non l’aveva imparato bene, però. Risi più forte, poi lentamente smisi e mi rimase solo un tiepido sorriso sulle labbra.
“Promosso?” gli chiesi senza alzarmi e senza che lui si fosse alzato ancora.
“Sì” mi rispose “ed anche tu, animale!” e così dicendo si accese una sigaretta rimanendo disteso con tutti i capelli attorno alla testa che sembravano la paglia della culla dei mille presepi costruiti nell’infanzia.
Voltai la testa e lo guardai in faccia.
“Dici davvero?” gli feci sorridendo ancora.
“Sono uno che dice cazzate, io?” era serio e mi guardò direttamente in faccia.
“Ah, fammi fare un tiro allora” dissi osservando il filtro della sigaretta che stringeva fra le labbra. Me la passò, tirai e mi accorsi degli altri che si erano riuniti a cerchio attorno a noi, Gianni Ieva con gli occhi semi-sbarrati e con la chitarra tenuta per il manico, Coviello che rideva come un pazzo, Tarantino che mi porgeva la mano per rialzarmi e Sarah Moretti dietro di tutti che sembrava interessata finché non la guardai dritto negli occhi e lei si ritirò nel guscio come una tartaruga.
Strinsi la mano di Tarantino e mi rimisi in piedi, qualcuno aiutò Corona ad alzarsi e così ci ripulimmo dalla merda che ci avevamo addosso e salutammo gli altri, io uno per uno con tanto di bacetto perché era tanto che non li vedevo.
Mi sciolsi i capelli perché dovevo sembrare proprio un rimbambito e nella fretta di salutare tutti, non ebbi il tempo di legarmeli di nuovo.
Strinsi mani su mani e baciai guance morbide e ruvide di barba con un contrasto percettibile nei minimi particolari, sarei riuscito a riconoscere ogni guancia anche baciandola ad occhi chiusi una seconda volta. Quelle più ruvide erano di Corona che salutai dopo di tutti stringendolo con uno scambio reciproco di “Mi dài proprio al cazzo”, mentre quelle più morbide, mi costa dirlo, furono quelle di Sarah Moretti che andai a pescare dietro di tutti e che fu l’unica insieme a Corona che non si fece avanti da sola per essere salutata.
L’abbraccio più duro invece fu quello di Fortunato, come avevo immaginato, che mi alzò da terra facendo correre i sorrisi per le facce di tutti gli altri.
“Come va?” mi chiese Eugenio Morra quando ebbi appena finito di salutare, dandomi una pacca sulla spalla come era suo solito. Teneva per la canna un gigantesco bottiglione di vino rosso.
“Bene, direi, fino a quando non sono venuto qua” e tutti mi ricoprirono di ‘Mavaffanculo’ con una facilità da non credere.
“Cosa stavate facendo?” chiesi leggermente imbarazzato cercando di cambiare discorso.
“Ascoltavamo Gianni Ieva che suonava la chitarra e cantavamo con lui” mi fece Sabina Fiore col suo visino piccolo piccolo racchiuso nei corti capelli biondi.
“Sai suonare la chitarra?” chiesi allora per alimentare il discorso, con una mano dietro la nuca, cercando (e non riuscendo) di apparire disinvolto.
“Io, beh” divenne quasi rosso “non sono proprio bravo, soprattutto negli stacchi, però so fare bene molti pezzi”
“Ma guarda come ti sono diventati lunghi i capelli” mi voltai, imbarazzato più di prima mentre Silvia Di Gaetano me li accarezzava da dietro. Cercai qualcosa da dire per non sembrare un imbranato.
“Già, non ho ancora voglia di tagliarli” le spiegai.
“Ti stanno bene, invece” rispose lei.
“Ti stanno bene” confermo Sabina Fiore.
“E mi stanno bene!” accettai io.
“A proposito” cercai Antonella Cavallaro con lo sguardo “qui è veramente bello, mi hanno detto che la casa è tua”
“Sì, grazie” disse soltanto lei, timidamente.
“Oh, a proposito, il pranzo?” si inserì nel discorso Sabino Mesaroli (devo dirlo ancora o l’avete capito che sembrava uno di quei ragazzi americani dei film degli anni novanta che raccontano storie di ragazzi che hanno tutta una serie di assurde avventure?) quello che adesso, a quanto mi avevano detto Gianni, Coviello, Tarantino e Pastore, stava con Silvia Di Gaetano “...ci fosse almeno un panino da mangiare!”
Rimasi perplesso.
“I professori non sono potuti venire e così abbiamo organizzato questa giornata senza preoccuparci del pranzo, verso l’una vedremo di tornare in paese a comprare qualcosa” continuò poi abbracciando Silvia ed avvalorando ciò che mi avevano detto di loro.
“Com’è sto fatto che quello lì è stato promosso?” feci poi a Coviello puntando il dito su Corona che adesso discuteva animatamente con Nagliero e Mangino.
“Dovevi essere presente alle ultime interrogazioni che ha dato, da non crederci che certe parole sapesse almeno pronunciarle” mi rispose lasciandomi intendere che forse finalmente aveva capito che nella scuola basta impegnarsi un pochettino per dare a dimostrare qualcosa che nessuno avrebbe mai scoperto altrimenti di noi.
“E tu?” mi fece Tarantino “Lo sai che sei stato promosso anche tu quest’anno”
“Allora è vera anche ‘sta storia” non mi importava molto “credevo mi stesse prendendo in giro” Tarantino sull’argomento scuola era sempre stato serio al cento per cento, non mi avrebbe detto una cazzata. Non lui.
“E l’anno prossimo non fare la fesseria di ritirarti un mese e mezzo prima” disse Pastore con l’aria di quello che sa come vanno le cose.
“Ma stai zitto tu, che per te è meglio se non vengo perché sennò l’anno prossimo ti faccio nuovo nuovo” gli dissi sorridendo e tirandogli uno schiaffetto sulla guancia.
“Sinceramente preferisco che mi rompi, piuttosto di non venire proprio, senza di te io mi scoccio proprio, in classe” disse ancora e a dire il vero non mi aspettavo che mi avrebbe detto una cosa così, cioè, sapevo che sarei mancato un po’ a qualcuno, ma non pensavo sarei mancato a lui e più di un po’.
“Oramai la mia decisione l’ho presa” dissi legandomi di nuovo i capelli “se non l’hanno capito non è colpa mia”
“Ti hanno fatto un regalo, Gabrié, ed i regali non si rifiutano mai, soprattutto uno come questo” mi fece ancora Tarantino e fui daccordo con lui se non fosse che...
“Questo è vero, ma non è detto che si debbano usare, se non si può” e qui dovette darmi ragione, immaginando che i miei motivi per non poter usare quel regalo fossero più che validi.
Ed il mio motivo proprio in quel momento compariva nuovamente nell’atrio antistante la catapecchia. Mi osservò per un po’, sembrò volermisi avvicinare, poi Ieva le prese un braccio, le disse qualcosa e lei lo guardò in viso anche se ogni tanto continuava a girarsi nella mia direzione, divenne rossa e continuò ad ascoltarlo e si girò verso di me sempre meno spesso, finché Ieva non ebbe finito di parlarle e lei mi guardò per l’ultima volta, di sfuggita e se ne andò dalle sue amiche che sedevano a cerchio e chissà di che roba parlavano.
Andai dentro.
L’ambiente era abbastanza accogliente, c’era un divano, i muri evidentemente imbiancati da poco, tutto era pulito ed in ordine, un tavolo con due sedie soltanto, qualcuno doveva averne rubato le altre per sedere fuori.
Sul divano erano sedute Marialucia Del Monte ed Antonella Cavallaro che parlavano fra loro, una porta chiusa precludeva lo sguardo in un’altra stanza o più di una, ma non mi interessava molto, così tornai fuori.
“Te la senti di fare una bella partita?” mi investì Mangino mentre superavo l’uscio.
“E dove?” chiesi.
“Lì, guarda” e mi indicò un grande campo di terra che non avevo notato proprio al lato sinistro della casa.
“No,” gli dissi in cerca di una scusa “sono un po’ stanco, sono venuto qui in bici e...”
“Ma guardalo!” mi disse Coviello con le maniche arrotolate sulle braccia, alzando il palmo della destra verso l’alto “mo proprio devi venire a giocare, sennò ti ci trascino con la forza, proprio tu vuoi mancare?”
“E vabbé” accettai messo alle strette, una partita di calcio è sempre una partita di calcio alla fine dei conti.

Sette contro sette in un campo che forse poteva accoglierci in otto in tutto. Mi arrotolai sulle spalle le maniche della camicia che indossavo, mi misi al centro (giocavo con Coviello come al solito) e quando tirarono il calcio d’inizio ero già su Mangino e gli stavo rubando la palla, se non fosse stato per Nagliero che venne ad aiutarlo e ce la fece a superarmi dirigendosi direttamente verso la porta in cui avevamo il grande portiere Tarantino, l’unico a saper farsi passare la palla in mezzo alle gambe anche con le gambe chiuse.
Poi Nagliero si portò sulla destra e quando fu sul fondo, crossò. Cristiani era al centro e saltò come non avevo mai visto, il cross era buono, lo stacco perfettamente coordinato, così il colpo di testa fu veramente a posto. La palla saettò verso Tarantino che assunse una di quelle posizioni alla karatè che preludeva ad una delle classiche reti alla Mai Dire Goal. Di quelle irripetibili.

Mi tuffai sulla sedia tutto sudato e lurido come un porco.
Il risultato finale era stato quindici a dodici. Per loro. Non si può sempre vincere e poi non avevo le scarpe adatte.
“Oh, però potevi passarmela quella palla al centro” mi fece Coviello appena atterrato col fondoschiena sulla sedia accanto alla mia. Se avessi passato avremmo segnato ed avremmo avuto più possibilità di vincere, invece me l’ero fatta fregare come un fesso ed avevano segnato per colpa mia.
Cercai una scusa.
“Dài, eri marcato e non ti vedevo proprio” potevo trovarne una migliore però.
“Sì, ma...” fece in tempo a dire solo, perché poi mi misi in piedi e me lo tirai per un braccio.
“Andiamo a bere, oh, c’ho una sete bestiale” gli dissi.
“Comunque è stata troppo bella quell’azione... quando mi hai passato di tacco proprio al centro e gli ho tirato una cannonata da far paura, a Fortunato” sembrava comunque contento della partita. Meglio così, non ero stato proprio egoista, questa volta.
“Bella, eh?” gli feci portandomi la canna di una bottiglia di plastica di acqua minerale alle labbra, presa da una cassa da sei nella stanza che non avevo voluto vedere prima e che mi avevano detto essere la cucina.
“Già” rispose solamente, pensieroso, evidentemente si faceva rigirare in mente l’immagine e poi la riavvolgeva e la faceva andare di nuovo, l’avrebbe fatto finché non si sarebbe stufato e ce ne sarebbe voluto, perché era stata proprio una bella azione.
“Ragà, venite fuori che cantiamo, dài” ci fece Gianni Ieva con la chitarra in mano dall’altra stanza ed io passai la bottiglia a Coviello ed aspettai che finisse di bere, poi continuammo a parlare della partita finché non fummo fuori e tutti gli altri erano già seduti e c’erano solo due posti per noi, uno vicino a Tarantino che Coviello occupò subito ed un altro proprio vicino a Sarah Moretti.
Mi ci sedetti senza guardarla e neanche lei mi guardò.
“Non bastava che fossimo vicini a scuola...” le feci poi sorridendo e lei mi rispose con un altro sorriso tutto splendente e sembrò contenta del fatto che le avessi rivolto la parola finalmente.
“Che cosa vogliamo fare?” chiese poi Gianni Ieva, accarezzando le corde con il plettro e guardandoci in viso.
“Facciamo E tu di Baglioni, dài” chiesero per lo più le ragazze, mentre i ragazzi volevano Ho messo via di Ligabue e c’era un casino della madonna perché uno gridava a destra ed uno a sinistra e non si capiva un cazzo ed alla fine Gianni decise di farci una canzone che gli piaceva a lui e a noi anche un po’ e così suonò Liberi Liberi di Vasco Rossi e fummo tutti contenti.
Dopo quella canzone ritornò il casino e tutti adesso volevano una canzone diversa e Tarantino voleva una canzone dei Litfiba, mentre Coviello voleva sentire Jovanotti e Pastore gli Oasis e Nagliero i Queen addirittura e Marcantonio gli 883 e Fortunato i Metallica e mancava solo che volessero sentire musica dance suonata da una chitarra acustica e saremmo stati a posto.
Sarah Moretti voleva ascoltare Starin’ at the sun degli U2 e Gianni le disse che non la sapeva fare e tutti si ruppero perché quella canzone piaceva a molti e la volevano ascoltare rinunciando alle richieste personali e proprio quella Gianni Ieva non la sapeva fare, così ritornarono le richieste ed il casino e nel casino io dissi che la sapevo fare, Starin’ at the sun e nessuno mi ascoltò ed io lo dissi di nuovo un po’ più forte e nessuno continuava ad ascoltarmi finché mi voltai verso Sarah Moretti.
“Starin’ at the sun la so fare io, se glielo dici, te la suono” le dissi e quella lì si mise a gridare come una forsennata verso Gianni Ieva e finalmente tutti stettero zitti.
“E’ vero, tu suoni la chitarra” mi fece Gianni.
“Diciamo di sì” gli risposi vagamente e me la feci passare.
La guardai un attimo e la voltai da un lato e dall’altro, era proprio una bella chitarra acustica quasi del colore della mia, sembrava più resistente però, certamente legname migliore e verniciata meglio, lucida, la mia era una porcheria a confronto. E poi era classica. Provai le corde ed erano ben tese e resistenti, ma il suono che riprodussero non aveva proprio niente a che fare con la mia chitarra, al confronto adesso era questa una porcheria.
Mi accesi una sigaretta prima di cominciare lasciando tutti con il fiato sospeso per la curiosità di scoprire di me qualcosa di nuovo, volevano vedere se suonavo bene, volevano giudicarmi e mandarmi a quel paese oppure mettermi in gloria.
Sorrisi stringendo la sigaretta fra le labbra.
“Io mi ricordo che tu...” disse allora Marialucia Del Monte che guardai aggrottando le sopracciglia “tu hai suonato in un’assemblea d’istituto, ma hai suonato poco...”
Annuii solamente ricordando di quella volta, della folle sensazione di conoscere quella canzone e della punta di soddisfazione che avevo provato nel confermare che sapevo farla e poi ad un certo punto l’insicurezza era subentrata ed era caduto tutto in un niente a conferma che i sogni muoiono all’alba.
“Ah sì, nell’assemblea di fine anno” fece Sarah Moretti, tutta eccitata del fatto che lo sapesse anche lei.
“Comincia, dài” mi incitò poi Silvia di Gaetano ed io cominciai.
L’avevo sentita una paio di volte, quella canzone, non ne conoscevo il testo, ma la musica mi era rimasta stampata in fronte come per molte altre canzoni, come per Come as you are di Cobain, come era sempre stato, io la musica ce l’avevo dentro, era qualcosa che andava oltre le singole note e gli accordi, era qualcosa che era nata in me prima della stessa consapevolezza di essere vivo.
Per questo ci tenevo veramente.

Cantammo fino all’ora di pranzo con Sarah Moretti che continuava a meravigliarsi perché sapevo suonare tutte le canzoni che mi chiedeva e che mi chiedevano gli altri, bastava che avessi sentito un po’ attentamente qualsiasi canzone e sapevo riprodurla come niente fosse, bisognava solo avere in mente il suono preciso del proprio strumento ed il gioco era fatto.
Ed io suonai senza pensieri per la testa, forse per la prima volta, senza pensare a niente proprio, per niente lusingato dagli abbracci che di tanto in tanto Sarah Moretti mi donava per congratularsi con me, sorridevo solamente a volte, fumavo, cantavo quelle poche frasi che conoscevo delle canzoni, mi guardavo le ginocchia nude sotto gli strappi nei jeans e stavo bene, convinto ormai di poter stare bene dovunque, con me stesso.
Mi aveva fatto bene quel tempo che avevo passato da solo con la mia chitarra sempre in braccio, mi aveva aiutato a non aver più paura di nulla, a non sottomettermi più a niente ed a tenere per me tutte le mie illusioni, ma consapevole del fatto che fossero semplici illusioni e basta.
Adesso avevo quasi messo da parte il tempo in cui in una sera per me speciale, mi ritrovavo a farmi bello per la prima volta nella vita, per il primo appuntamento. Peccato che sapessi solo io di quell’appuntamento, potevo anche sorridere adesso a ripensarci.
Non potevo rinnegare quel tempo perché era stato anche quello il mio, ma adesso non c’era più spazio per i tormenti nel mio cuore, non c’era più spazio per i canti alla luna e per disperarsi ancora. Adesso non ero diverso, ma ero cresciuto, adesso le cose importanti non c’erano più, non c’era più nessun amore e nessun valore per la scuola, non c’era più la necessità di mostrarsi come un bravo ragazzo quando poi ognuno aveva le sue sbandate e non si doveva nasconderle, perché cadere in basso è importante per vedere fino a che punto è giusto arrivare.
Adesso avevo imparato a non prendere nulla per importante perché in ogni momento quello che ci sembra veramente importante può cambiare e così a distanza di un attimo ti trovi a credere che sia più importante l’amore e poi la stessa vita, i propri sogni e poi i sogni degli altri. Non sarei andato lontano in quella maniera.
E così adesso non era importante se Sarah Moretti mi si stringesse e allontanasse e poi cantasse con me e poi rimanesse in silenzio ad osservarmi suonare e poi ancora mi chiedesse una canzone e poi per non farmi intendere nulla, mi ignorasse completamente andandosene via e poi che tornasse perfino. Tutto era relativo al momento, alla situazione, a quello che ci corre nella testa in ogni attimo, tutto è relativo a quello, non esistono le cose veramente importanti perché sono solo quelle che in più momenti ci corrono per la testa, ma non sono universali e così perdono il loro aggettivo di essenziali.
Quando smisi di suonare Sarah Moretti mi chiese di farlo ancora, magari nel pomeriggio, ma le dissi che non avrei suonato più perché mi scocciava. Lei mi si attaccò, sorridendo.
“Per favore” disse con gli occhi dolci e con le mani giunte “non lo faresti neanche per me?”
“E perché dovrei farlo?” sorrisi anch’io.
“Non lo so” mi rispose andando via senza smettere di guardarmi e senza smettere di sorridere.
Andai dagli altri per vedere cosa dovevamo fare.
Decidemmo che due moto sarebbero andate in paese a prendere la roba da mangiare e visto che una era quella di Gianni Ieva, me ne andai con lui dopo aver raccolto i soldi di tutti quanti e con noi vennero Tarantino che aveva la sua moto e Coviello dietro di lui.

Tornammo tre quarti d’ora più tardi con una busta di panini ed una di bibite fresche che durante il tragitto dovevano essersi riscaldate e adesso probabilmente non sarebbero state più buone neanche per farsi un bidé.
Poggiai la mia busta di panini sul tavolo dentro la catapecchia e mi andai a prendere una sedia fuori, visto che gli altri si erano già messi attorno al tavolo affamati come lupi e ognuno stava già scartando il suo panino ed alle femmine che sono sempre a dieta ne avevamo preso uno solo ed a noi maschi andavano dai due di Pastore ai cinque di Tarantino e di Fortunato.
Sedetti vicino a Corona che era tutto sudato e con la maglia appiccicata al petto dalla fine della partita di quella mattina e lo vidi azzannare avidamente il suo panino al salame come se non mangiasse da giorni, doveva averne presi anche lui cinque.
Sarah Moretti seguitava ad osservarmi, spesso l’aveva fatto, in tutti quei mesi, ma ogni volta che me n’ero accorto lei aveva sempre distolto lo sguardo. Quel giorno continuava a farla sporca, come se volesse spingermi a chiederle qualcosa. Agguantai un panino, la lasciai perdere.
“Dove cazzo gli avete presi ‘sti panini di merda?” mi chiese Luigi guardandomi in faccia.
“Che te ne frega, l’hai quasi finito, il tuo” gli risposi.
“Sì, però fa schifo” continuò guardandoselo fra le mani e tirandogli un altro morso da riempirsi la bocca.
Sorrisi.
“Oh ragà, cos’è che farete allora durante le vacanze?” chiese Giannni Ieva che spesso se ne usciva con questo tipo di domande.
Nessuno rispose.
“Pastore?” chiese poi.
“Non lo so. L’anno scorso sono stato in Spagna con i miei, quest’anno si era deciso per la Grecia, molto probabilmente Corinto ed Atene” rispose Pastore.
“Fortunato?”
“Io ci ho i parenti in Germania... e vado sempre là” era stato l’unico ad essere bocciato quell’anno, molto probabilmente non l’avremmo più rivisto ed in Germania dopo aver fatto le vacanze, ci sarebbe rimasto. O almeno lui aveva sempre detto così, che se fosse stato bocciato avrebbe preso la via per il Nord.
“Coviello?”
“Io penso di andare a Cesenatico come tutti gli anni, mi farò due settimane là”
“Che cazzo sta a Cesenatico, oh?” chiese Corona mentre morsicava il suo terzo panino.
“Stai zitto tu che resti qua come un fesso” gli feci io dal lato e quello mi mollò un pugno sulla spalla destra come non si erano mai visti.
“E tu dove vai allora?” gli chiesi.
“Ci ho un po’ di amici a Rimini e quest’anno li raggiungo, non me ne frega un cazzo”
“Forse è meglio se le vacanze le passi a studiare” incredibilmente era stato Pastore a dirlo ed ancora sorrideva per le sue parole.
Corona mi guardò in faccia, io guardai in faccia lui e nei suoi occhi leggevo già la proposta ‘ammazziamolo!’.
Alzai semplicemente le spalle e lui finì con un morso il suo panino.
“Ma vaffanculo” fece con il boccone ancora in mezzo ai denti e tutti quanti si fecero una bella risata.
“Tu?” chiese poi Gianni a Tarantino che gli rispose che sarebbe andato in Sardegna a trovare una sua amica che si chiamava Simona e che aveva conosciuto in campeggio l’estate precedente.
Nagliero rispose che sarebbe andato in Sicilia e Mangino a Roma e Morra sarebbe andato in Calabria e tutti quanti avevano un posto dove andare per le vacanze e dai loro visi sognanti sembrava che già l’avessero raggiunto e Sarah Moretti me la vedevo alle Hawaii con tanto di collana di fiori e tutto il resto ed invece disse che sarebbe andata a Milano e non capivo che ci andava a fare, anche se lì aveva il ragazzo, ma lei diceva che era bello andarci e c’aveva tanti amici e contenta lei, oh.
L’ultimo a rispondere fui io, addirittura dopo Gianni Ieva stesso che se ne andava in Egitto a vedersi le mummie.
“Me ne starò qua” dissi solamente e pensai che forse avrei fatto meglio ad inventare qualche cazzata per mischiarmi agli altri e fingere di essere come loro ed essere contento per le vacanze e tutto il resto ed invece poi non me ne fregava niente se io sarei rimasto lì a tenermi il sole del mio paese ed il vento delle mie strade (anche se caldo) e la velocità della mia bici e qualcosa da fare c’era sempre. Forse qualche giornata di mare come l’anno precedente, forse leggere, forse comporre qualcosa, forse andare via proprio, finalmente.
“Impossibile!” rispose Gianni Ieva e forse davvero non credeva che non mi sarei mosso di lì, quell’estate.
“Dove cazzo dovrei andare, scusa?” gli chiesi con noncuranza.
“Pensavo che tu andassi in qualche bel posto di mare, sei nero come la cacca e poi... non ti scocci a startene in questo posto?” mi rispose di riflesso, corrugando la fronte.
“Seee!” si inserì Sarah, mentre masticava un pezzo di pane “Quello come minimo ci va tutti i giorni, al mare”
“Ogni tanto ci andrò, al mare...” dissi vagamente ignorando completamente l’affermazione di lei, continuando a guardare Gianni “e poi non mi sono mai rotto a stare qui, l’estate ci sono sempre tante ragazze... c’è sempre qualcuno da conoscere, insomma” conclusi anche se non me ne fregava neanche molto che ci fossero tante ragazze, ma non volevo dirgli che piuttosto i miei non avevano soldi per mandarmi da nessuna parte proprio e che la mia bici mi era stata regalata da un mio zio e che la mia chitarra mi era stata regalata da mio nonno e che tutti i libri della scuola li avevo ottenuti dal mio vecchio professore delle scuole medie e che i jeans strappati li portavo perché non potevo comprarne di nuovi e che comprare il profumo per Sarah Moretti mi era costato tanti di quei sacrifici che nessuno poteva neanche immaginarsi.
Comunque il discorso cadde e nessuno ci pensò più e tutti avevano finito di mangiare e così buttammo via le carte e le bottiglie di Coca vuote e dopo un po’ ci rimettemmo fuori mentre qualcuno si era steso sul divano dentro e voleva dormire un po’ ed altri si erano stesi pure a terra a prendere il sole.
Io mi misi seduto su di una sedia sotto il sole e stufo del caldo che faceva, mi sfilai di dosso la maglia e rimasi nei miei jeans che mi cascavano pure di vita per il solito fatto che una cintura non sapevo neanche cosa fosse e presi a dondolare da solo guardando la linea d’orizzonte che separava nettamente i campi marroni aridi dal cielo azzurro dell’inizio dell’estate.
Socchiusi per un attimo gli occhi ed immaginai qualche posto fantastico, così, per vedere se ero ancora capace come quando ero bambino che mi sdraiavo sul marciapiede di casa mia e mi mettevo ad osservare il cielo ed immaginavo di dragoni d’oro e di pianeti fantastici sui quali vivevano altre forme di vita e cazzate del genere.
Così immaginai di arcobaleni dai colori nitidi e splendenti e di cascate di acqua limpida e poi di una natura incontaminata e di un posto ok dove stare. Un posto lontano da qui e lontano da me, ché nonostante tutto, ancora continuavo ad odiarmi.
Mi sentii tirare la sedia da dietro la schiena e inclinando all’indietro la testa vidi il volto di Sarah Moretti che sorrideva, al contrario come l’avevo visto tempo prima, quella volta che le bagnai tutti i libri. Sembravano ormai passati anni.
“Balliamo?” Gianni Ieva aveva ripreso a suonare.
Mi chiesi se stesse dicendo proprio a me, mi voltai completamente verso di lei.
“Non so ballare” cercai di giustificarmi.
“Non preoccuparti, ti guiderò io” tese una mano verso di me, la osservai. Quante volte avevo sognato che lei mi tendesse una mano? Adesso lo stava facendo, mi invitava a ballare, mi avrebbe guidato lei.
Mi rimisi la camicia, raccolsi la sua mano.
“Dai qua” mi chiese anche l’altra, osservai i miei piedi per capire dove avrei dovuto metterli, le offrii l’altro braccio, distrattamente. Lei lo prese, se lo portò intorno al collo. Collo di latte.
“Quest’altra devi metterla qua” spiegò, poggiando la mia mano sulla sua vita e le sue braccia mi cinsero il collo, congiungendosi dietro le nuca.
Ballammo sulla balconata di una casa assolata sotto la musica della chitarra di Gianni Ieva. Noi due soli. Vestiti di bianco. Lei aveva dei pantaloncini corti ed una maglietta stretta. Io una camicia bianca e dei jeans chiari strappati.
Non riuscivo a reggere il suo sguardo, cercai di osservare alle sue spalle ma non andava molto meglio: ci stavano osservando tutti, quasi in cerchio, le ragazze sorridevano, così presi a guardare il pavimento polveroso di cemento.
“Che c’è?” mi chiese lei, sorridendo.
“Niente” le dissi guardandola un attimo e poi spostando di nuovo lo sguardo.
“Ora non stavamo parlando”
“Come?”
“Non stavamo parlando… quando parli con qualcuno ti viene di distogliere lo sguardo, ma ora non stavamo parlando”
“E che cosa vuol dire?”
“Che hai paura di me” socchiuse gli occhi “vuol dire che mi vuoi ancora bene”
“Che cosa stai dicendo?” calai le sopracciglia sugli occhi, digrignando i denti e facendo per allontanarla, ma fu lei ad allontanarsi per prima, corse via, verso il gruppo delle sue amiche, abbandonandomi come aveva sempre fatto.
Corona mi guardò con disappunto.
“Guarda che lo diciamo ad Omar” sorrise Sabina Altamura.
“Sì, ci voleva che fosse qui, a vederti” rincarò la dose Silvia Di Gaetano. Omar doveva essere a Milano, dal momento che non era venuto ed era invece stato presente tutte le cazzo di volte che la classe aveva partecipato a qualcosa di esterno alla scuola: partite, feste, gite in campagna eccetera. Se l’erano adottato, quei dementi. Io non avevo mai avuto a che fare con lui, non ci avevo mai neppure parlato, da quel che ricordavo, avevo scrupolosamente schivato qualsiasi incontro di quelli ed avevo lasciato che lui mi sostituisse con i miei amici come mi aveva sostituito con lei.
Adesso tutti si accalcarono attorno a lei, io andai a ficcarmi vicino a Gianni, ora che si erano distratti.
Il viso di lui era esteso in un sorriso sornione.
“Avrebbe fatto innamorare chiunque, quella fottutissima poesia” confermò la sua idea sulla canzone che avevo abbandonato nella cassetta della posta di Sarah Moretti.
“Sì! Sarah Moretti non si innamorerebbe mai di uno come me” gli spiegai “e poi sicuramente non sa nemmeno che la poesia è mia”
“Invece lo sa” e qui il suo sorriso si estese ancora di più se possibile “gliel’ho detto io!” se ne fece vanto.
“Sei un coglione”
“Mi è scappato” allargò le braccia, calandosi le sopracciglia sugli occhi.
“Sei un coglione lo stesso”
Intanto dall’altra parte un coro di ‘Omar’ si era alzato lentamente, tutti quanti inneggiavano l’avvento del nuovo dio milanese e qualcuno finse persino, mi pare Mangino, che Omar fosse lì per sorpresa, presentando a Sarah al suo posto Fortunato.
Scoppiò una risata generale e nella folla intravidi Sarah che si asciugava con le mani gli occhi lacrimanti, prendendo a sorridere anche lei.
Abbassai la testa ed una inaspettata tristezza mi riempì il cuore. Sorrisi, scossi il capo, pensai ad Omar, pensai che non sarei voluto essere al suo posto in nessun modo: Sarah Moretti leggeva e rileggeva la mia canzone, Sarah Moretti aveva ballato con me.
Poi mi resi conto che questo non significava niente, capii che non dovevo perseverare nel praticare l’errore di fraintendere i gesti e le parole. Adesso il mio cuore doveva starsene sereno, mai più improvvise depressioni verso la tristezza spasmodica, mai più voglia di morire e penso anche che lo meritasse: tutto quello che era accaduto tra di noi era perfettamente normale, niente significava nient’altro di quello che era stato.
Allora perché lei aveva voluto sapere cosa provassi, mascherando la sua richiesta con un ‘Che c’è?’ che non l’avrebbe compromessa, mentre ballavamo?
Perché voleva sapere se io stessi male ancora per lei, logico.
E perché allora mi aveva detto che io le volevo ancora bene?
Perché le piaceva che io stessi ancora male per lei, così poteva tornare a disinteressarsi di me fino a che non mi avrebbe visto di nuovo sereno e si sarebbe fatta sopraffare ancora dal dubbio.
Questo era il suo gioco. Tutto quello che era successo tra di noi rispettava le regole del gioco, tutto quello che era successo tra di noi era perfettamente normale, tutto quello che era successo tra di noi seguiva perfettamente quella logica. Era logico.
Mi alzai, mi misi a camminare, trovai un divano, mi ci lanciai sopra. Cominciai a rivoltarmi per il caldo, mi sfilai di nuovo la camicia, la lanciai da una parte, restai fermo con gli occhi rivolti al soffitto.
Sbuffai e pensai che la vita era una cagata.
E pensandolo, mi addormentai.

Al risveglio non sapevo neanche che ore fossero, mi svegliai tranquillo, semplicemente aprendo gli occhi, come se non mi fossi mai addormentato. Il soffitto lentamente si schiarì, sfumando dal nero al bianco, c’era un po’ di gente in piedi nella stanza, non dovevo aver dormito molto tempo, forse solo per un battito di ciglia, perché tutto era ancora come ricordavo, persino l’intensità della luce che proveniva da fuori.
Mi girai tutto verso la porta, colsi di nuovo l’orizzonte mentre il dormiveglia sfumava. ‘Scrivere canzoni mi salverà. Scrivere mi salverà’ fu l’ultima cosa che pensai, prima di essere completamente sveglio.
Una figura lentamente mi si avvicinò, si ravviò i capelli nel sedersi di lato accanto al mio corpo sdraiato, le gambe strette l’una contro l’altra, le mani in grembo.
“Un soldino per i tuoi pensieri” mi disse.
“Oh, valgono molto di meno se è per questo” le risposi senza cambiare posizione, un braccio sotto la testa, il corpo girato su un fianco, gli occhi fissi in quella linea così definita. Una striscia di luce del sole le investiva le ginocchia ed anche se non la stavo osservando, Sarah Moretti, percepivo la sua bellezza anche attraverso il profumo delle sue gambe nude, avrei voluto dirglielo, ma adesso non era più tempo.
“Dimmeli lo stesso, è da tanto che non ti ascolto. A volte mi mancano, le cose che mi dicevi” sì, intanto quando le stavo vicino non le voleva stare a sentire.
“Pensavo stronzate... così” muovevo soltanto il mento per parlare.
“Potrebbero essere stronzate che mi interessano” disse ravviando nuovamente i capelli che erano ricaduti sul mio viso, tanto era vicina.
“E chi te lo dice?”
“Non lo so” scrollò le spalle, mi voltai verso di lei, i capelli caddero di nuovo, occultandomi ancora la vista dell’orizzonte, privandomi della mia libertà come era sempre stato. Questa volta sbuffò, fece un gesto con la mano, per indicare che non li avrebbe più sistemati.
“E va bene” le feci tendendo un braccio attraverso i suoi capelli ed indicandole l’orizzonte “lo vedi il cielo, laggiù” le chiesi.
La sua testa roteò verso la porta, liberando finalmente la mia visuale.
“Mi piace. Perché ha qualcosa che... non saprei spiegarti. Cioè voglio dire: lui osserva tutti i posti che esistono ed adesso vede anche noi che lo stiamo guardando e mi è impossibile pensare che oltre l’orizzonte ci sia qualcosa che noi conosciamo di già. Voglio dire, ci sono tante di quelle cartine che ci dicono che di là c’è la Svizzera e di là sta la Francia e poi c’è l’Austria e cose così, ma io credo che tutti si sbagliano e che ci sia qualcos’altro di là e che noi non sappiamo che ci sia ed invece c’è. Il cielo mi piace perché il cielo sa cos’è e noi continuiamo solo a... sognarlo” forse avrei fatto meglio a stare semplicemente zitto. I propri pensieri non sono da dirsi almeno a chi certamente non può capirli.
“Tu stavi pensando questo?” tornò ad osservarmi “Ma non può esserci nient’altro al di là dell’orizzonte, esiste solo quello che vediamo e niente più, è tutto segnato, i confini tracciati, non c’è spazio per posti che non conosciamo ancora” scosse leggermente la testa.
“Ma il cielo ha visto i posti che noi non conosciamo”
“Come sarebbe?”
“Prendi gli Indiani, per esempio. Con tutte le loro tradizioni ed usanze del cazzo, i Bisonti e le tribù, no? Sono sempre tradizioni ed usanze diverse dalle nostre, che noi non abbiamo capito e che cazzo abbiamo fatto? Li abbiamo distrutti uno per uno e poi adesso ecco, tenetevi queste riserve di merda che per voi non c’è posto nel nostro mondo e cose così. E a me invece gli Indiani piacciono, avrei voluto vivere come loro, credo che siano stati il miglior popolo della terra. E il loro territorio era uno di quei posti che il cielo conosce e loro ci vivevano liberi da tutto, dalle tasse dello stato, dalle file alla posta e da tutto, è naturale che il resto del mondo non abbia capito il loro sistema di vita e così li ha privati del loro territorio al di là dell’orizzonte riducendone i confini ed alla fine comprimendolo in se stesso e facendolo scomparire con i suoi stessi abitanti. Non c’è più spazio neanche per i sogni di libertà, quaggiù” non credo che capì quello che volevo dire, ma non importava, tanto io, per me, me lo tenevo dentro, non c’era neanche bisogno che me lo spiegassi.
“Davvero credi tutto questo?”
Annuii solamente e tornai a guardare l’orizzonte ma lei non smise di guardare me.
“Un giorno” le dissi ancora “sarò dall’altra parte e vedrò anch’io quello che il cielo conosce di già, vivrò come un Indiano, senza paura di niente e senza tutta la merda che abbiamo noi,” alzai la testa, poggiai un gomito sul divano, il palmo della mano sotto il mio orecchio “mi toglierò via da questo schifo!” conclusi.
“Non capisco” si mise in faccia un’espressione interrogativa.
“Non c’è niente da capire” per me era tutto chiaro invece: Sarah Moretti non mi aveva mai capito e questo era dimostrato alla lettera dal fatto che non avesse capito neppure quello che le avevo così chiaramente spiegato.
Poi si ravviò ancora i capelli, come per cercare, attraverso quel gesto, di riportare i miei occhi ai suoi, per non farmi fuggire, per rendermi attento, anche se avevo le mie cose a cui pensare, stava per dirmi qualcos’altro ma io ero stanco ormai di parlarle. Da sempre.
“Era bella, la poesia” disse, accennando un sorriso ed una fossetta le sbucò accanto alle labbra.
“Non era mia, era di Montale” mentii, alzando la fronte, per vedere cosa avrebbe detto.
“Ah!” sembrò restarci male, come se in quel momento capisse tante cose.
“E comunque era una canzone” socchiusi gli occhi per un attimo “e non era di Montale, ma la mia”
“Era la tua o di Montale?” sorrise adesso, divertita.
“Era la mia” restò in silenzio per diversi secondi, i suoi occhi si strinsero, come se volesse scrutarmi, come se stesse cercando di capire quello che la mia mente pensasse in quel momento, le sue labbra erano di una lucentezza ammaliante, tanto che non riuscivo a fare a meno di guardarle. Prima o poi se ne sarebbe accorta.
“Perché l’hai scritta?” chiuse gli occhi, nel dirlo.
Forse perché lei mi sembrava sincera, forse perché per la prima volta era per davvero interessata a tutto quello che le stavo dicendo, tanto da mandare indietro due o tre amiche che erano venute a chiamarla, io decisi che le avrei raccontato per intero la mia storia. O forse perché per la prima volta, da quando era iniziata, adesso non mi faceva più male.
“Ho avuto una chitarra quando ero piccolo e non era neanche un granché. Mi ci mettevo su con tutta la buona volontà e non ho mai imparato a suonarla, poi ad un certo punto mi dissero che avevo due mani da pianista e secondo te queste mani sono due mani da pianista?” le mostrai le mie mani.
“Non lo so, non ne capisco di queste cose, io” rispose e questo mi fece sorridere e mi fece pensare che effettivamente le persone che vivono senza problemi sono quelle che non hanno interessi particolari e che non conoscono e non capiscono le ragioni per cui gli altri si fanno una passione e se la portano magari anche per tutta la vita, facendo il bene e il male di se stessi per seguirla.
“Comunque me lo dissero ed io mi fissai, su questo e così buttai via la mia chitarra e mi comprai una pianola piccola ma bella, lucida, una Yamaha. Cominciai a scrivere canzoni su di quella e, dopo averne scritte dodici, mi accorsi che erano proprio delle grandi cazzate e mi dissi che era così perché non trovavo una ragazza che potesse ispirarmi degnamente” mi fermai, sorridendo come se le stessi dicendo una serie assurda di fesserie, ma lei sorrideva anche e questo mi spinse ad andare avanti.
“Così sono venuto al liceo alla ricerca di una che potesse finalmente farmi scrivere qualcosa di buono e poi invece non ho trovato proprio un cazzo. Almeno finché non ho trovato te” alzai le sopracciglia.
“La prima volta che ho scritto per te” tornai serio “l’ho fatto sulla tastiera e ne è uscita fuori un’altra grande stronzata, così mi sono detto che forse avrei anche potuto provare a sfossare la mia chitarra ed a mettermici su di impegno” adesso il sorriso era stato soppiantato da un’espressione di comprensione improvvisa, sembrava ascoltarmi attentamente e catturare tutti i particolari di quello che dicevo per poi farseli rigirare successivamente nelle mente come aveva fatto Coviello per quella azione che avevamo fatto insieme durante la partita e come avevo fatto io tempo addietro e milioni di volte, con la scena del suo primo incontro con Omar.
“Ci ho provato, ci sono riuscito e poi non mi è bastato ed ho continuato ed ho continuato ancora finché mi è venuto naturale e finché senza accorgermene mi sono innamorato di te” mi fermai di nuovo passandomi un dito sotto il naso. Le sue labbra erano aperte come se non avesse parole, le sue guance stavano arrossendo lentamente, facendola sembrare una bambina. Forse qualche settimana prima, ancora sarei stato capace di piangere, per tanta bellezza rivolta ai miei occhi così da vicino.
“Era bello…” ripresi guardandole i capelli. Non era detto che non avrei pianto anche adesso “era bello vederti vivere e scoprire di giorno in giorno quello che mi accadeva dentro, ma scoprirti accanto ad un’altro ragazzo, sapere che tu avresti vissuto con lui tutto quello che io avevo sognato per te è stata un’ingiustizia. Sapere che la bellezza che io avevo scoperto prima di tutti stava andando volutamente via da me, rivolta ad un altro, ad uno sconosciuto che non poteva capire quello che io conoscevo da tempo, ha distrutto la mia forza di volontà” mi sovvennero i miei due alberi di noce, le giornate passate a fondermi con la terra, a dissolvermi nel vento. Non le avrei mai detto niente di quello. Quella era una cosa solo mia.
“Io ti ho conosciuta prima di Omar, io sono stato innamorato di te prima di lui, io ho cominciato a soffrire per te prima ancora che lui sapesse che tu esistessi. Questo non è stato giusto e con la vita, per questo, io ce l’avrò per sempre” una ciocca dei miei capelli si slegò improvvisamente, mi finì sul volto, nascondendomi la vista.
Non la rimisi a posto: in quel modo non avrei dovuto avere paura dei suoi occhi che potevano cogliere i miei e adesso… non dovevano essere proprio privi di rimpianto.
Ma fu lei a scostarli dal mio viso, come alzando una tenda per entrare in una magica stanza sconosciuta e come scoprendomi in quel momento, piena di meraviglia.
In un sereno pomeriggio di giugno, quando hai sofferto come mai credevi di poter fare, così, dopo che hai riversato il sangue per le strade più ripide di un amore che credevi impossibile, dopo aver cercato di resistere in piedi dinanzi agli uragani inesorabili ed esserne stato per sempre abbattuto, per sempre spazzato via, l’aria si fa quieta, il tuo corpo morente giace sopra un divano, stanco di esistere ancora e la ragione della tua malinconia più viscerale si affaccia al tuo giaciglio e comincia a parlarti come se fosse adesso interessata a te, a quello che hai sofferto, a quello che lei ti ha costretto a soffrire.
Cominci a credere che per assurdo lei si stia innamorando di te. Proprio quando ormai i tuoi occhi si stanno abbandonando ad una quiete che preannuncia la tenerezza del sonno, proprio quando ormai non hai la forza di osservare ancora il mondo e di farti coinvolgere dalle sue assurde trame.
Lo vedi dall’espressione che ha il suo viso, da quello che ti dicono i suoi occhi e le sue silenziose labbra, lo capisci dall’atmosfera che si sta creando, da quel nucleo onirico eppure impenetrabile a cui fa da cornice la sua chioma pesante che scende verso il basso con la forza e l’armonia di una cascata. E’ un’alcova che lei ha voluto creare per te, inspiegabilmente, e per lei stessa. Ma perché?
Che cosa è successo, che cosa è cambiato, adesso?
Io sono sempre io, io sono lo stesso identico Gabriele Barra, esatto uguale a quello che impazziva per le vie del mondo alla ricerca di Sarah Moretti e che vedeva lei soffrire per la mancanza di un altro, che la sapeva urlare a squarciagola un altro nome nel buio di una strada del paese al ritorno a casa la sera, come fosse un richiamo, il richiamo per Omar che non poteva sentire.
Sarah Moretti voleva Omar, amava Omar, cercava Omar accanto a sé, Sarah Moretti, se ancora non l’aveva fatto, avrebbe fatto l’amore con lui perché era la persona giusta, perché, per quello che Gabriele Barra ne sapeva, Omar era la vita e questo lei l’aveva già deciso da parecchio.
Mi tenne la mano sul viso e ed io la guardai e non seppi cosa dire e cercai di guardare oltre e non potevo ignorare il suo viso così pieno di dolcezza e dagli occhi quasi lucidi.
Lei mi stava confondendo, lei certamente doveva aver sovrapposto il volto del suo amore al mio, lei sentiva la sua mancanza, aveva pianto soltanto poco tempo prima perché le avevano ricordato che lui era lontano e che non sarebbe venuto.
Io ero lì soltanto per una coincidenza, non l’avevo cercata, per quel che avevo potuto, l’avevo anche evitata, ma lei mi aveva trovato, mi aveva sottratto a chiunque, mi aveva voluto soltanto per sé ed ora concludeva la sua opera di annullamento di ogni mia volontà di essere.
“Da quando sei innamorato di me?” non riuscivo a trovare un punto in cui poter fermare il mio sguardo per sfuggire al suo, mi morsi un labbro.
“Da quando ti ho vista sorridere per merito mio, la prima volta, era la prima assemblea di classe…” tornai a guardare i suoi occhi. Non avrei dovuto parlarle in quel modo, non avrei dovuto concederle di sospettare che io potessi provare ancora qualcosa per lei.
C’era stato un tempo, dio, in cui io avevo denudato la mia anima dinanzi ai suoi occhi ed avevo preso a girarle attorno perché lei potesse vedermi, aveva sempre distolto lo sguardo. Addirittura era corsa verso l’anima di qualcun altro. Io non potevo essere quello che l’aveva aspettata per tutto quel tempo, non dopo averle offerto il mio amore, lei si era presa tutto il tempo che voleva spingendomi in un baratro senza occuparsi di quello che mi sarebbe accaduto.
Io mi ero tirato fuori da quel baratro. Non era stata lei a farlo e neanche si era voltata mai indietro a tentare di capire.
“Da quella volta?” scossi la tesa, inebetito dai miei pensieri.
Annuii solamente, chiudendo e riaprendo gli occhi.
“Non sarei riuscita neanche ad immaginarlo” ammise.
“Non fa niente” chiusi gli occhi, ora il dolore si diluiva nel ricordo del dolore. Non faceva più male, ma riusciva a ricordarmelo.
“E quando è stato che hai scoperto che io stavo con Omar?”
Lei era stata con Omar, ma Omar fuggiva costantemente, adesso era a Milano.
Omar faceva precisamente i cazzi suoi. Io ero il rimpiazzo ideale, lei mi stava giocando ancora e forse non avrei avuto la forza di negarglielo. Adesso poteva fare con me quello che voleva: poteva invitarmi a ballare ed io avrei accettato perché ero un coglione, poteva venire a sedersi vicino a me senza che l’avrei scacciata, poteva chiedermi tutto quello che voleva ed io le avrei risposto. Perché forse non avevo mai smesso di amarla ed avevo vissuto per lei le cose più belle. Tutte quelle che lei si era persa.
“La sera in cui vi siete incontrati” avrei voluto mentire, avrei voluto non dirglielo, ma oramai mi faceva più male non pensarci “Io vi ho visti”
“Tu eri lì?” si portò una mano sulle labbra, spalancando gli occhi.
“Ti avevo invitata fuori” alzai le sopracciglia come ad indicare l’ovvietà della cosa “e sono venuto a prenderti. In cambio ho conosciuto Omar. Non è stato proprio il massimo, diciamo, ma diciamo anche che nel dolore ho scoperto di trovarmi bene, ho scoperto di essere un masochista” feci roteare una mano, ridendo, per stemperare.
Lei sembrò costernata, sembrò a tratti che stesse per piangere, a giudicare da come erano rosse le sue guance, da come riflettevano la luce i suoi occhi. Mostrarle quanto avevo sofferto quel giorno non avrebbe avuto questo effetto, forse, se non avessi sofferto prima, per tutto quel tempo.
“Una volta, a scuola, ho letto il tuo diario” le dissi, le sue labbra si arricciarono, comprimendosi, le verità che non le avevo mai detto venivano fuori una a seguito dell’altra, inarrestabili. E venivano fuori veramente bene, adesso che eravamo come fuori dal tempo, ora che si era creata la distanza necessaria perché non cominciassimo a litigare come facevamo negli ultimi tempi a scuola “non mi importa di quello che puoi pensare, non serviva per scoprire se ci fosse qualcosa che mi riguardasse. Mi è servito per farmi il male peggiore, per guardare nel profondo la mia sofferenza. Tutte le volte in cui lo richiamavano quelle pagine…” risi “Lo hai chiamato Life” mossi la testa lentamente, in avanti e indietro “significa vita. Se lui è la tua vita, tu hai escluso tutto il resto, quello che c’è stato prima e quello che ci sarà dopo di lui, non hai lasciato spazio per nient’altro e dandogli quel nome tu hai segnato per sempre il tuo destino perché chiunque prima o dopo di lui non avrà mai un nome così perfetto. Non ne esistono. Forse scoprire che l’hai chiamato Life è stato quello che mi ha fatto più male, tu non hai solo scelto lui al posto mio, tu l’hai scelto per sempre” scossi piano la testa, per farle intendere come tutto era stato sbagliato. Non c’era più solo il ricordo del dolore, adesso. Ora il dolore in sé riemergeva, come ritornando dalla tomba, con tutta la sua macabra corte al seguito.
La guardai dritto negli occhi cercando attraverso il mio sguardo di trasmetterle tutto quello che avevo dovuto provare a causa sua e di cui lei non si era mai occupata, correndo a rincorrere la sua Vita. Cercai di trasmetterle le notti costellate da incubi, l’estenuante attesa di una sua sola parola e la logorante indifferenza protratta nel tempo, il cuore divorato dall’immagine di Omar che poteva stringerla, Omar che poteva rivelarle in tutta libertà i suoi sentimenti, Omar che poteva addirittura baciarla o (non avevo il coraggio di credere che potesse inimmaginabilmente essere possibile) spingersi oltre. Toccare la sua pelle che era stata la mia tenerissima pelle, quella che avevo tessuto, notte dopo notte, nella mia fantasia, ricostruendo la sua immagine e tenendo almeno quella per me. E lei che stava a sentirlo, lei che lo lasciava fare, lei che gli permetteva di baciarla, lei che si sarebbe lasciata fare tutto, lei che moriva per lui… l’aveva chiamato Vita! Tutta intera, tutta la Vita, l’aveva definito, come se con quello avesse stabilito che l’avrebbe amato in eterno… lascia stare.
Poi di colpo mi rimisi sdraiato sul divano a pancia in su, le mani dietro la testa, lo sguardo ostinatamente rivolto verso il soffitto, come a voler escludere lei dalla mia visuale.
“Alla fine si esce fuori da tutto quanto, è dura, ma si esce fuori da tutto” dissi con una voce totalmente atona, quasi robotica, neutrale, asettica, come se stessi scandendo chiaramente le parole per farmi capire da un computer “io ne sono uscito, non so più che cosa sono e non mi riconosco in mezzo alla gente. Sono io soltanto quando non c’è nessuno che può vedermi e ho deciso che sarà così per sempre”
Si sentiva solo il suo respiro, al margine della mia visuale potevo vederla muoversi lentamente, decisi che non l’avrei guardata, sapere che non c’era stata e che non ci sarebbe stata mai più avrebbe finito per logorarmi definitivamente.
“Adesso…” finalmente parlò dopo avermi ascoltato per tutto quel tempo. La voce era rotta dal pianto “…è adesso, con me, sei stato te stesso?”
“Tu non mi hai visto, non mi vedrai mai più. Non sono più niente” chiusi gli occhi, le palpebre vibrarono, le mie labbra tremarono senza che me l’aspettassi e prima che potessi saperlo per davvero, i miei occhi riversarono alle guance calde lacrime che corsero giù, ai lati della faccia, giù in rivoli sottili, svuotandomi improvvisamente ed in un attimo di tutto il dolore che avevo provato da quando avevo saputo di amare.
Tutte le interminabili ore, il dolore al petto, continuo, senza posa, senza posa. Lei che aveva amato, ma non ero stato io, lei che non era stata ricambiata fino in fondo, lei che aveva sbagliato, adesso se ne rendeva conto, ma io ero ormai dissolto e spinto dal vento, sparso per il mondo, io non avrei mai più amato come ero stato capace nella prima volta della mia vita.
Poi il buio all’interno della mia mente si fece linearmente più freddo e marcato, come se una nuvola avesse attraversato il cielo fuori dai miei occhi, punte di capelli mi sfiorarono le guance, un respiro si inabissò verso il mio, il suo viso accalorato, le labbra soffici nel lieve tocco con le mie, la sua bocca si schiuse, rilassai la fronte, senza aprire gli occhi, distesi le palpebre lasciandomi condurre dentro di lei e tutto, attraverso le sue labbra era di una morbidezza incredibile che per la prima volta scoprivo.
Il sogno che si era infranto un tempo spaccato in faccia ad un muro di città dentro una bottiglia di Coolwater, raccolse i suoi frammenti dal buio e tornò a ricomporsi come fosse un mosaico, volteggiando sospeso nell’aria.
Mossi le mani in cerca di un appiglio e trovai i suoi fianchi nello stesso momento in cui le sue dita mi sfiorarono la guancia, stendendosi tra i miei capelli, sulla tempia.
Io non so dire per quanto tempo durò, ma saprei descriverlo ancora adesso per l’intera lunghezza di un libro. Io scrutai squarci di visioni di altri mondi, viaggiai come se fossi vento su territori sconfinati, ebbi in me l’intera estensione del tempo e seppi qualunque cosa, anche la più recondita, dell’animo di Sarah Moretti e scoprii che era quello che avevo sempre saputo. Io sondai ciò che aveva di più intimo e lo vidi una volta soltanto e tutto in quella sola volta.
Poi quando le sue labbra si allungarono, risalendo verso l’alto, aprii i miei occhi e dentro i suoi vidi il riflesso dei miei. Adesso io ero lì e ci sarei stato per sempre perché c’ero stato una volta.
Silenzio. Se non il cinguettio degli uccelli e qualche voce lontana.
Sarah Moretti sorrise, ma sulle sue labbra distese, gli occhi infondevano una tristezza che non può essere descritta.
Guardai alle sue spalle per capire se potevano averci visti e lei seguì tutti i movimenti del mio viso, con gli occhi, come se avesse da vegliare su qualcosa di suo e di prezioso. Non capivo. Non ci avevo capito niente.
Mi passai una mano sulla faccia per capire se fosse la mia, cercai i miei orecchini, c’erano, tastai il mio naso, era il mio naso. Questo lei aveva baciato e dietro questo c’ero io come c’ero sempre stato. Ma adesso lei mi aveva baciato. Ed io, nella confusione di capire se stesse accadendo realmente, non le avevo impedito di farlo.
Scivolai sul divano all’indietro, mettendomi quasi a sedere contro il bracciolo e mi guardai addosso. Le raccolsi un polso, l’avvicinai a me e lei mi si spinse contro, socchiudendo gli occhi, come se avesse intuito che volessi baciarla ancora.
“Io… non lo dirò a nessuno” le spiegai “ma adesso per favore… vai via” lo dissi dolcemente, neppure mi rendevo conto se era quello che volevo veramente.
Le sue labbra che erano state una calda infusione di vita soltanto pochi attimi prima, si aprirono per parlare, restarono immobili, sospese, poi si mossero.
“Non l’avrei fatto se non avessi voluto…” cercai di non ascoltarla.
“Io non lo dirò a nessuno, ma adesso vai via” dissi ancora, più per convincere me stesso che lei.
“Io non volevo che andasse così, avrei dovuto…” alzò le mani per cercare le parole.
“Io…” la guardai negli occhi, Omar, lei, tutti gli altri, la mia chitarra, le mie canzoni, fogli sparsi nel vento, il vento che si alza per andare lontano, la vita non dà, la vita… non dà… una seconda possibilità, a me sì, la stava dando, ma era la seconda per un errore che non era stato il mio ed oramai, nel grande sbaglio che avevamo fatto tutti quanti, bisognava mettersi ai ripari, chi ha sofferto ha sofferto, ognuno si prenda quello che può, ognuno si tenga quello che sa, io sapevo che se Sarah Moretti non avesse, per fatalità, deciso di abbandonarmi per innamorarsi di un ragazzo che adesso se ne stava lontano da lei a fare chissà cosa con chissà chi e che se invece le fosse semplicemente stato vicino lei non avrebbe mai smesso di amare, io non avrei capito cosa fosse la libertà, io non avrei spaccato il mio cuore a metà per guardarci dentro, fino in fondo e sapere che Gabriele Barra avrebbe vissuto per sempre lontano da ogni amore.
“…non lo dirò a nessuno. Io l’ho già dimenticato, per me non è mai successo. Ma voglio che tu vada via. Non mi importa se soffrirai. Non mi importa di te e della tua vita. Lontano da te, anch’io ho trovato la mia” le dissi questo e lei sembrò non capire.
Poi, alzandosi lentamente ed osservandomi per l’ultima volta, con gli occhi che prendevano a lacrimare ancora, si voltò di spalle e raggiunse la porta. Ora che la sua figura scompariva fuori dalla mia visuale, l’orizzonte fu nuovamente chiaro e per questo tirai un sospiro di sollievo, prima di tornare a sdraiarmi e ad osservare il soffitto.
Soltanto perché era stato aperto, forse volutamente e per quella specie di strana eccitazione che lei aveva avuto per tutta la giornata, eccitazione rivolta a me, entusiasta forse per aver capito che c’ero ancora io, ora che Omar l’aveva delusa, ora che Omar non si era dimostrato quello che poteva sembrare, avevo portato il mio sguardo, poco prima della partita di pallone che avevamo giocato durante la mattinata, sul maledettissimo diario di Sarah Moretti che se ne stava, all’angolo di un tavolo, aperto su una pagina di aprile. Quello sarebbe stato il primo messaggio che lei aveva preparato per me nella interminabile sequenza della giornata.
Avevo portato un dito nell’angolo che formava e lo avevo tirato sotto i miei occhi.
‘16 aprile’ era la data.
‘Life è scappato da scuola’ c’era scritto.
‘Forse l’ho fatto arrabbiare’ c’era scritto.
‘Sono così stupida!’ c’era scritto.
Ed era vero.











24
Finale che mi aspettavo
(A guardare le rotaie di un binario morto)



GIUGNO DEL FORSE SI’, MA PROBABILMENTE NO

Non so dire precisamente se tutto quello che ricordo di quel giorno a casa di Antonella Cavallo fosse successo realmente e se le parlai per davvero quella volta o se invece non le dissi proprio un cazzo e lei niente a me e se non mi baciò mai e tutto il resto, ma cosa importa? Se nei miei ricordi è tutto proprio così ed a me piace pensare che sia stato così?
Quello che ricordo più vagamente è la frase scritta a penna sul suo diario. Se proprio faccio uno sforzo mentale enorme, posso avere il dubbio che ci fosse scritto qualcosa del genere ‘Life è tornato a Milano, Valentina mi ha raccontato tutto, sono proprio una stupida!’. Ma non posso dire che non sia un ricordo influenzato dagli eventi di quegli ultimi giorni.
Per quello che conta, io voglio ricordare soltanto questa cosa stupenda del bacio e delle lacrime e poi questo ricordo nel ricordo, il diario, la rivelazione, il fatto che comunque lei avesse compromesso tutto fin dall’inizio, che non saremmo mai più stati felici insieme e che potevamo forse esserlo per sempre. Ma cosa importa?
Cosa importa se sia successo realmente o no? visto che nei momenti in cui mi sento giù e nei momenti in cui tutto sembra andare storto e che la mia Musa se ne sia andata in vacanza, mi metto lì e mi fermo a pensare alle sue labbra di quel giorno ed ai suoi occhi lucidi ed al suo viso rigato ed il collo pulito e le gambe nude ed i lunghi capelli e poi i denti bianchi ed il mento che le tremava e poi le sue mani, Dio! le sue mani che mi avevano sfiorato il viso, quelle mani che avevo sempre amato nel modo di gesticolare e poi il suo modo di accettare o meglio di non accettare la sconfitta, quell’attimo di esitazione, la voglia di rivendicare qualcosa, la consapevolezza di stare perdendo il suo amore per sempre, fino alla comprensione di averlo perduto da tempo. Mi metto lì a pensare a quella storia e cerco di ricordare a me stesso che io ho abbandonato tutto questo per scegliere la strada che ho intrapreso ed in quel momento mi viene da sorridere, mi viene da pensare a quanto sia lunga la vita e quanto certe cose comunque rimangano per sempre come tappe da cui non si può prescindere. Il giorno in cui dissi no a Sarah Moretti fu il mio punto di partenza.
Cosa importa adesso a voi che state leggendo, di un amore che tra i banchi di scuola, si è svolto tanto tempo fa e mi sembra che siano passati secoli ed invece ho ancora venticinque anni e sì e no sarà successo tutto dieci anni fa.
Vi chiederete forse allora cosa se ne frega un ragazzo di venticnque di un amore di cinque o sei anni fa tra i banchi di scuola... beh, ve l’ho detto, è il mio punto di partenza, mi sembrava ok farne una storia.

Quel pomeriggio l’afa dei giorni precedenti era svanita e non si stava poi così male al sole, c’era pure un vento ok e gli steli d’erba si piegavano pure, sui campi, mentre correvo per l’ennesima volta con la mia bicicletta, per i campi, con la mia chitarra legata dietro le spalle, con i miei ormai famosi jeans sbiaditi e rotti (no, non ne avevo solo un paio, ma erano tutti più o meno uguali), con uno zaino verde militare contenente tutti i testi delle mie canzoni messo davanti, con i miei capelli al vento e cortissimi, un taglio netto da quando, a casa di Antonella Cavallo, avevo baciato oh oh oh Sarah Moretti.
Sentivo il vento sulla nuca ed avevo dimenticato che sensazione potesse dare, sentivo il vento anche fra i capelli stessi, sulla fronte e sul viso e dentro la camicia e poi sulle orecchie e poi dentro il naso, scendendo in picchiata nei polmoni e riempiendomeli e poi risalendo, consumato fino all’ultimo atomo buono e sputato fuori dalle narici senza accorgermene.
Sentivo anche il sole sulla faccia ed era ben caldo, lo sentivo sul mio collo abbronzato e sul naso e poi lo sentivo sulle braccia e sulla testa e tutto questo mi faceva sentire sereno come quella giornata, addolcito anche dallo sfumato dei ricordi di quel giorno che poco alla volta sarebbero andati via dalla mia mente, tornando solo quando sarebbe stato il momento, ogni volta che ne avrei avuto bisogno, ma quel giorno ce li avevo ancora dentro.
Pedalai incessantemente per i campi e sentivo l’erba frusciare sotto le gomme della mia bici e sentivo i rametti scricchiolare e sentivo la terra ammorbidirsi al mio passaggio e poi infine sentivo i profumi dei fiori e sentivo che tutto quanto stava succedendo sarebbe stato difficile viverlo una seconda volta.
In lontananza vidi già le rotaie che avrei raggiunto di lì a poco, vidi come si curvavano tagliando i campi e come poi ripartivano, via, lontano, chissaddove, smettendo di essere parallele all’orizzonte come nei classici esempi dei professori di disegno quando hanno bisogno di spiegare la prospettiva.
A quei binari avrei affidato i miei ricordi adesso ed ero sicuro che se ne sarebbero finalmente andati lontano anche loro, ora che non ne avevo più bisogno, ora che erano diventati più che altro un peso inutile da portarsi ancora addosso.
Raggiunsi la vecchia stazione da sinistra, percorrendo un po’ di strada a fianco ai binari e sentendomi parallelo a loro, sentendo di poter correre all’infinito anch’io seguendo la stessa direzione ferma e immutabile.
Fermai la mia bici sotto la piattaforma di cemento che una volta era stata l’unica stazione importante del mio paese ed ora era solo una stronzata abbandonata con tanto di vetri sfondati e bottiglie di birra e lattine di coca e c’era anche qualche siringa e c’erano i filtri degli spinelli e poi c’erano sui muri le scritte in rosso e blu dei colori della nostra squadra di calcio e c’era infine il cartello arrugginito con il nome del nostro paese e da quello più di tutto si capiva come il tempo corre e cambia le cose e le può cambiare totalmente e le fa diventare inutili quando una volta erano state importanti se una stazione può essere importante in un paese di trentamila persone.
Lanciai sulla piattaforma il mio zaino e la chitarra e poi li spinsi più indietro per farmi spazio e salire io stesso, alcuni fogli volevano evadere dal mio zaino, ma li trattenni con la mano e ce li rificcai dentro stropicciandone qualcuno.
Poi mi tirai su anch’io e mi sporcai tutta la camicia che indossavo, cercai di pulirmela quando fui sopra, ma qualche riga di sporco rimase.
“Porca puttana!” dissi e mi guardai addosso e poi guardai dall’altra parte della stazione e vidi i campi verdi e le distese coltivate a grano che se ne andavano sempre più lontano e in quel momento capii che la fine che avevo visto era proprio quella ed il posto che aveva scelto per arrivare era il posto giusto proprio, per lanciare via tutto e ricominciare da zero, il posto giusto da cui ripartire è proprio una stazione, anche se abbandonata, il posto giusto da cui rinascere nuovo di zecca, non dimenticando mai quello che si è stati, ma imparando ad aggiungere alla propria vita altri mattoni, come mi piace chiamarli, adesso che le basi solide ci sono, mattoni ok però, non stronzate che si sfondano al primo soffio di vento.
Mi sedetti sul bordo della stazione osservando i binari corrermi davanti per poi andarsene per i fatti loro. Qualche pianticella era nata tra un binario e l’altro, in mezzo alle pietre ed alla terra, merde di cani sparse qua e là e margherite selvagge ed il vento che le piegava lentamente, dolce come il tocco di una ragazza, lo sentii nelle orecchie il vento e lo vidi far rotolare i fazzoletti sporchi in lontananza e le buste di plastica e lo vidi portarsi via le nuvole, lentamente, molto lentamente ed anche la mia nuvola alla fine era scomparsa dal mio cielo, alla fine anche il mio cielo era sgombro e lo dovevo al vento che sembra non serva a niente sulla Terra, ma aiuta a rendere la vita più vita e la libertà più libera, aiuta a rendere tutto più dinamico e ad esserne contento, aiuta a credere che qualcosa non ti deluderà mai, di quello che sei e di quello che hai.
Adesso cosa avevo io, di un’intera storia d’amore?
Avevo di nuovo me stesso, ecco cosa avevo, avevo le mie mani da pianista del cazzo ed i miei occhi lucidi ed i miei capelli corti.
Fui felice di questo e così presi tra le braccia la mia chitarra e per l’ultima volta la brandii contro la nuvola che aveva sporcato fino ad ora il mio cielo e tutto sembrò semplice e complesso allo stesso tempo, tutto sembrò un intreccio infinito ed un unico nodo facile da sciogliere, tutto sembrò andare via pesante del carico intero di sei mesi di ricordi e leggero perché quei ricordi erano ormai cenere ed il vento adesso se li portava via, su quel binario.
In un arpeggio leggero, quasi sfiorato, fu un canto semplice e libero, da ogni strofa, da ogni ritornello e da tutto quanto, era la giusta fine per una storia, bella o brutta che fosse stata, veramente semplice o veramente complessa, se ne stava andando via come tutte quante le cose, prima o poi.


Percorrendo i miei campi


Le scarpe slacciate, non mi va
di chinarmi ancora, le lascio stare,
sporche di terra, non importa,
stanno correndo per i miei campi,
la strada è lunga da fare.

La chitarra in spalla,
i miei ricordi ce li ho laddentro
li fuggo ancora correndo sulle mie gambe,
il mio passato non esiste più,
da non crederci.

C’è qualcosa di diverso dentro, c’è qualcosa che ogni volta ci riporta
la luce dei giorni passati, bagliori o lampi
di quelli futuri,
tutto è stato, quello che è stato per davvero e quello che non
è mai accaduto, ricordo cose di me che non ho
mai vissuto, qualcosa che c’entri con l’amore,
qualcosa che mi lega ad esso ed ancora ne fuggo le ombre, gambe in spalla,
percorrendo i miei campi.

Bisogna rinascere e rinascere è ogni volta come… partire,
come lasciare indietro qualcosa di sé, come sapere
di dover dimenticare, di dover fuggire il proprio passato,
le labbra baciate, i sorrisi ricevuti,
ombre che non danno più fastidio.

Nient’altro che campi di grano, un binario morto,
me stesso gettato per strada,
ma mi fanno da vita adesso, c’è un vento, un vento che sale
ed è dentro, come fosse un sospiro
che urla come un uragano.

C’è qualcosa di diverso dentro, c’è qualcosa che ogni volta ci riporta
la luce dei giorni passati, bagliori o lampi
di quelli futuri,
tutto è stato, quello che è stato per davvero e quello che non
è mai accaduto, ricordo cose di me che non ho
mai vissuto, qualcosa che c’entri con l’amore,
qualcosa che mi lega ad esso ed ancora ne fuggo le ombre, gambe in spalla,
percorrendo i miei campi.

Voglio solo sentire ancora
urlare da centro del mio stomaco
il vento, quell’ansia che ho dentro e ciò che mi basta è
correre ancora, ingannando l’amore e la mia anima,
per sempre
per sempre


Adesso respiro profondamente e mi sento realmente calmo e tranquillo come se avessi qui con me tutto quello che mi occorre per non rompermi né disperarmi mai e mi sembra di trovare una quiete che assomiglia molto al Nirvana di cui parlano le letture buddhiste che ho fatto durante tutto il periodo in cui ho smesso di andare a scuola. Mi sembra che il nome del gruppo di Kurt Cobain sia stata veramente una scelta in gamba.
Adesso ripenso a concetti astratti per me quali la matematica ed il latino e mi sento bene, perché per ora ne sono lontano (e quanto!) e penso invece a quanto Sarah ci tenesse, a roba del genere, questo è stato il nostro vero punto di distacco, lei così matematica, razionale e logica, non poteva innamorarsi di uno come me, lei così saggia e poi invece si è ribaltato tutto ed è diventata passionale e sentimentale ed io ho perso la mia capacità di farmi trasportare da tutto quanto ed ho preso in mano le mie redini e mi sono fatto una storia per me stesso, che mi aiutasse a capire le ragioni ed i motivi per cui non era mai stato possibile farla innamorare prima. Ho lavorato di logica e sono arrivato alla conclusione che non si può perdere i propri mattoni a causa di una ragazza.
E’ così che ho smesso di amarla.
E’ stata la logica ad imporlo.
Ed era la logica che l’aveva imposto a lei, prima.
Siamo stati ingannati dalla vita entrambi, ma adesso è tardi per ritornare indietro, sarà stato perché quello che provavo per lei era finito proprio o solo perché la logica mi ha portato a spegnere tutto ciò che avevo dentro, ma è comunque tardi per qualsiasi passo al contrario.
Osservo il sole.
Fa bene sapere che c’è qualcosa ancora che valga la pena di guardare, colgo dalla mia tasca una bella sigaretta e me la accendo lasciando che il vento mi spegna due o tre volte la fiamma da sopra l’accendino che finalmente ho al posto dei fiammiferi.

Tiro forte e Sarah Moretti mi appare nella prima vera volta che mi ha preso, durante l’assemblea di classe con quel suo sorriso tenero.
Tiro ancora e ripenso a quando invece siamo andati insieme all’interrogazione di italiano quella volta, ricordo di quanto fu bello vederla parlare e sorrido e chiudo gli occhi.
Butto via il fumo e ripenso a quella volta che stavo quasi per metterla sotto e ricordo come fu labile il distacco tra la rabbia e lo stupore e la felicità quasi di vedersi inaspettatamente in una serata di inverno. Mi stendo all’indietro mantenendomi con i gomiti poggiati sulla piattaforma della stazione.
Tiro ancora e ripenso alla prima volta che l’ho vista piangere per causa mia, quando poco prima dell’assemblea di istituto le avevo rubato quel quaderno di poesie e lei l’aveva presa male perché avevo letto quello che c’era scritto. Forse (adesso posso pensarlo) c’era scritto qualcosa per me ed era per questo che lei pianse poi, ma non mi importa molto.
Osservo il fumo fluire attraverso le mie narici come fosse liquido e poi risalirmi ai lati del naso e andarsene in cielo per i fatti suoi. Fa belle forme, nell’azzuro limpido.
Aspiro ancora e mi viene in mente di tutto quel periodo in cui mi interessai di meno di lei, poco prima che ci beccassimo i sette in condotta, credo che lei in quel periodo non potesse proprio vedermi, credo che mi odiasse, forse sempre in funzione del fatto che l’avevo trattata male, con le sue poesie. Non gliele chiederò mai queste cose, tanto, non sono mai stato curioso più di tanto.
Soffio il fumo e quanto fu difficile starle seduto accanto e cercarle di esserle simpatico, di parlarle, di dirle qualcosa di importante e poi quando finalmente fu il momento, se ne venne quell’eroe del suo amico e mandò tutto all’aria in un niente. E’ stata dura non capirsi presto.
Tiro e poi fu lei comunque a volerlo, avrebbe anche potuto dirgli di no, a quel tipo là e fui io a volermi male quando, dopo la partita non volli ancora ficcarmi in testa che era tutto sbagliato ed andai a fottermi sulla collina.
Mi sistemo un po’ meglio sul duro cemento sporco di polvere della stazione.
Osservo la mia sigaretta, è quasi finita.
E poi c’è stata la fuga via dalla scuola e da tutto quanto proprio e la canzone che avrebbe fatto innamorare chiunque e che forse fece innamorare lei.
Tutta questa roba non posso più tenermela ormai, ci penso su e finisco la mia sigaretta, la lancio via.
Devo lanciarla via sennò mi peserà come fosse zavorra, devo cancellare tutto io, dimenticare e basta e posso tenermi per me solo il suo bacio come fosse un episodio unico nel suo genere, da tenere a mente, come fosse la fine ed il punto stesso di inizio per qualcosa di meglio, sì, voglio qualcosa di meglio che una storia d’amore del cazzo. Se guardo il cielo ed il sole ed i campi estesi e l’erba ed il vento e quella ferrovia che non finisce mai, so che posso avere qualcosa di meglio e sorrido e mi chiudo nelle mie spalle ed ingoio e poi mi metto in piedi, flemmaticamente.
Prendo lo zaino per il laccio e lo apro guardandoci dentro. I fogli stropicciati contengono i testi delle prime due canzoni su chitarra della mia vita. Li tengo un po’ fra le mani, li sfioro piano con le dita, presso di più i polpastrelli sulla carta bianca, liscia, mi verrebbe di starmi a risuonare tutte le mie canzoni, ma voglio tornarmene a casa, ora, sto pensando troppo a tutto quanto, lo riconosco come uno (forse il più grande) dei miei difetti.
Rimetto tutto dentro e spingo forte comprimendo le pagine fra di loro, mischiando le parole e facendone un’unica palla accartocciata, poi tiro su la lampo di una tasca laterale dello zaino e ne sfilo un piccolo barattolo di benzina per accendini, la poso a terra e richiudo lo zaino.
Faccio come per mettermelo dietro alle spalle tenendolo da un lato e poi lo lancio via, piegandomi in due su me stesso, alzando il piede destro da terra per lo slancio in avanti. Osservo lo zaino roteare nell’aria un paio di volte, pieno di fogli com’è, poi lo osservo cadere avanti ai miei occhi, in mezzo alla terra, in mezzo alle rotaie proprio.
Prendo la chitarra per il manico e la guardo per l’ultima volta, raccolgo da terra la lattina di benzina e saltò giù dalla piattaforma e poggio la chitarra proprio sopra lo zaino. Mi sforzo di non pensare che mi mancherà un giorno, che forse... mi manca già da adesso.
Sospiro tirando via il tappo dalla lattina di benzina e poi ne cospargo la chitarra e lo zaino, finché non ne sono pienamente inzuppati, osservo la benzina colare nella cassa sgocciolando dalle corde, è relativamente triste questo, è quasi squallidamente triste, ma va fatto ed è il momento giusto.
E così lancio lontano la lattina, mi chino e do fuoco a tutto senza pensarci proprio, poi mi giro, risalgo sulla piattaforma e vedo come prende fuoco un angolo dello zaino per primo e già si annerisce il fondo della chitarra.
La cassa prende fuoco solo quando viene incendiato un rivolo di benzina che colava da un lato, le corde sfrigolano, fanno un brutto rumore, sembrano invocare aiuto, chiudo gli occhi, penso solo che un giorno riderò di questo anche se adesso mi fa male.
Poi qualcosa si muove, i ganci di plastica che servono per chiudere lo zaino, si stanno sciogliendo ed uno di essi si sgancia e lentamente, colando plastica sulla terra, si scioglie anche l’altro, sganciandosi dall’apertura.
La chitarra scivola da un lato e tozza con il fondo della cassa per terra, il manico è ancora poggiato allo zaino, ma poi scivola via anche quello, e così lo zaino cade all’indietro e si apre.
Il vento soffia ancora leggero sull’erba e poi sul fuoco e cattura alcuni fogli incendiati che fuggono dall’interno dello zaino e che se ne vanno dietro al vento proprio, che adesso volano e volteggiano e lasciano nell’aria calda estiva una debole scia luminosa e nera per contrasto e poi anche bianca. Si fanno cenere poco alla volta, si consumano nel vento e più piccoli diventano, più in alto vanno, e poi scendono, poi riprendono quota e sembrano proprio volare per natura propria.
Le corde della chitarra continuano a sfrigolare, una schizza via arrotolandosi su se stessa e lanciando nell’aria una scia di nylon sciolto, le corde di metallo resistono di più.
Adesso il fuoco è alto, rimango seduto, osservo come il fumo mi annebbi la vista e come l’orizzonte mi sembri languido, mi sembri sciogliersi insieme alla mia chitarra ed alle mie canzoni ed i miei fogli se ne vanno lontani insieme al Gabriele Barra dell’ultima canzone, quello che vuole correre ed ingannarsi ancora, quello il cui passato non esiste più e che ha deciso di starsene per sempre da solo.
Voglio starmene da solo anch’io, ancora per molto.
Penso che Sarah Moretti non mi avrebbe dato di più di quello che cerco ed un giorno ne avrò la conferma e le ho voluto bene, anche se non ce l’abbiamo mai avuta una storia, noi due.
Penso che bruciare la mia chitarra ed i miei ricordi non significhi rinnegare tutto, ma significhi superare la tappa ed iniziare a dirigersi verso la prossima, penso significhi andare avanti.
Penso che tagliare i miei capelli sia stata la stessa cosa.
Penso che il bacio ricevuto da Sarah sia la cosa più bella e brutta che mi sia capitata e credo che non ci sarà nella mia vita mai niente di meglio e mai niente di peggio.
Penso che vivere adesso significherà essere se stessi come mi ha insegnato Luigi Corona, credere nei sogni come mi ha insegnato Sarah, voler bene agli amici come mi hanno insegnato Tarantino, Coviello e Pastore, prendere con ironia la vita come mi hanno insegnato tutti gli altri e non farsi fregare mai come ho imparato da solo.
Penso che un giorno mi innamorerò ancora e penso che sarà bello alla stessa maniera, penso che non sarà più Sarah Moretti e che ne dovrò incontrare ancora sulla mia strada, prima di trovare quella giusta.
Penso che sia difficile amarmi, non riesco ad amarmi neanch’io. Ma allo stesso tempo penso di odiare tutte le ragazze che non mi amano.
Penso che avrò sempre il vento ed il sole e l’erba davanti ai miei occhi e penso che tutto ciò è fantastico.
Penso che avrò tante cose da fare e che molte saranno brutte, ma molte altre saranno belle e per tutte quante varrà la pena di vivere e di aver vissuto.
Penso che al prossimo settembre sarò tra i banchi di scuola di nuovo, perché come ha detto Tarantino, i regali vanno accettati e penso che un po’ bisognerebbe pure usarli forse, eppoi adesso non ho più bisogno di stare lontano da Sarah, l’estate ci dividerà definitivamente e ne passerà di acqua, sotto i ponti, prima che ci vedremo ancora.
Penso che tutta questa storia sia stata come... dipinta nel vento, ed è giusto che il vento se le stia portando via, non c’è stato nulla di concreto, nulla di dimostrabile e nulla di nulla, per questo, nonostante tutto, è stata una storia grande, come tutte le storie che escono fuori dalla realtà e diventano senza tempo, come tutte le storie non vissute realmente, ma semplicemente dipinte nel vento. E col vento vanno via.
Penso che intanto non sia giusto sprecare questo sole facendo filosofia da quattro soldi, incrocio le mie braccia dietro la nuca, la chitarra è ormai solo fumo, le mie canzoni pure, i miei ricordi sono lontani, il mio alter ego anche, sul binario morto che percorre i campi verdi e oro d’estate, mi sdraio poggiando la schiena e la testa sulla piattaforma della stazione.
Il cielo è azzurro. Chiudo gli occhi. Respiro profondamente. Sento il vento accarezzarmi. E per la prima volta mi sento vivo, nei miei jeans sbiaditi.

Ci sono dei momenti, l’ho detto, in cui mi sento giù e tutto sembra andare storto e che la mia Musa se ne sia andata proprio in vacanza e non mi senti ispirato e non ho voglia di fare un cazzo.
In quei momenti, ho detto anche questo, mi metto lì e non mi sembra più di avere venticinque anni e ne ho tredici o quattordici e rivivo il mio punto di partenza, passo per passo e velocemente, soffermandomi sulle emozioni più importanti, ma senza alterarle mai e così alla fine mi sento vivo come quando, dopo aver bruciato la mia chitarra, mi stesi sulla piattaforma con le braccia incrociate dietro la nuca senza pensare ad un cazzo.
Oggi sono il più grande scrittore italiano, ho bruciato ogni tappa e sono una delle più grandi leggende viventi.
Nessuno sa che se Sarah non mi avesse mai abbandonato probabilmente sarei stato appagato dal suo amore e non avrei scritto mai, io che ora scrivo nell’anonimato e ho fatto innamorare centinaia di migliaia di ragazze soltanto attraverso le mie parole. E pensare che non ne bastarono per un anno di vita perché lei si innamorasse di me.


FINE

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