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Il mercato delle Fate

Mercoledì 01 Dicembre 2010 12:58 Michelle
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Il mercato delle fate

Era periodo natalizio quando nella piccola cittadina di Halden, alla periferia di Oslo, arrivò il Grande Mercato che tutti i bambini aspettavano dallo scorso anno. Nella piazza si poteva assistere all’esposizione della più svariata chincaglieria, e alla sua presenza tutta la città si rinvigoriva, tutti affluivano al mercato e tutti erano più allegri. Tutti tranne Dana. Era una bambina di undici anni che viveva con i genitori e la nonna paterna, alla quale era molto legata. Dana non aveva amici, nessuno socializzava con lei, era una bambina molto chiusa, timorosa di esprimere le sue opinioni e le sue emozioni.
“Chi vorrebbe un’amica come me?”, si diceva sempre e sempre di più si ritraeva in se stessa. In effetti, non capendola, gli altri bambini la evitavano.
Parlava pochissimo anche in famiglia ma la nonna la capiva comunque…
Sapeva che non ne sarebbe stata entusiasta, ma un giorno le chiese per la prima volta di andare al mercato; era il momento più atteso da tutti i bambini e forse anche a Dana sarebbe piaciuto parteciparvi.
“Dana, tesoro, oggi andiamo al Grande Mercato, vedrai quante belle cose ci saranno!” disse entusiasta la nonna; la piccola la guardò con i suoi occhioni azzurri: sembravano riflettere l’immagine di un lago ghiacciato del nord, non si percepivano mai le emozioni di lei…
La nonna si preparò, andò nella camera della nipote e vide con stupore che anche lei era pronta per uscire. Senza farle notare la sorpresa le disse: “Sei pronta? Andiamo dunque.”.
Le due uscirono di casa e si avviarono verso la piazza, per l’intero tragitto Dana aveva tenuto la nonna per mano, sentiva da quel contatto tutta la protezione di cui aveva bisogno per affrontare il mondo esterno…
Giunte al mercato, entrarono a far parte dell’enorme unità formata da tutti gli abitanti della città e non. “Guarda, i grammofoni! Ne avevo uno simile a quello con gli intarsi” disse la nonna rimembrando i suoi tempi. “Molto bello, nonna” le rispose Dana.
Visitarono gran parte del mercato, senza però riuscire a terminare il giro in due ore: era veramente vastissimo.
Su quelle bancarelle all’aperto vi era di tutto: dai vecchi strumenti musicali ai gioielli più caratteristici del posto, dagli abiti orientali agli oggetti da cucina, dagli antichi libri ai quadri più moderni, dagli incensi ai portafortuna; ma l’unica bancarella che aveva colpito l’attenzione di Dana era quella che raccoglieva soprammobili fantastici, raffiguranti elfi, gnomi e fate.
La nonna, come sempre, aveva compreso il suo interesse, e subito le chiese: “Scegline uno, sono tutti portatori di buon auspicio”. La piccola accennò un sorriso e iniziò ad esaminarli…Alla fine scelse una fatina: aveva un vestitino rosa, i capelli biondi e le ali azzurre ed era seduta, con affabile leggiadria che bene veniva espressa anche dal gesso di cui era realizzata, su di un fungo.
“Questa, nonna” disse Dana, e la nonna subito pagò il venditore e porse il dono nelle mani della bambina.
Arrivati a casa Dana tolse la fatina dal sacchetto in cui era stata per tutto il viaggio di ritorno.
La esaminò ancora accuratamente e decise di porla sul comò della sua camera, vicino al suo letto, dove non c’era null’altro se non una spazzola per i suoi lunghi capelli d’oro.
Dopo qualche giorno dall’acquisto della fata, Dana aveva conosciuto e stretto amicizia con una bambina della sua scuola: le sembrava così strano, ma anche molto piacevole parlare con qualcuno che non fosse solo la nonna e che soprattutto la capiva! Marian era assai diversa da Dana, era molto più sveglia e chiacchierona, ma tuttavia anche lei non amava molto dare voce alla sua parte più profonda. Ma con Dana si confidava e lei faceva lo stesso con Marian.
Erano diventate ormai ottime amiche.
Dana aveva spesso parlato alla nonna di questa nuova (e unica) amica e l’anziana signora non poteva che essere felice, quindi non esitò a darle il permesso quando la nipote le chiese di invitala a casa.

All’uscita da scuola Dana aveva aspettato Marian: “Finalmente!” disse la piccola Dana.
“Il professore non ci lasciava più andare, stava dettando i compiti per le vacanze natalizie.”, spiegò Marian.
“Dai, andiamo, non vedo l’ora di farti vedere quella cosa che ti dicevo”.
“Sono curiosa, andiamo!”, concluse Marian, e le due si avviarono verso la casa di Dana.
Una volta in camera Dana fece chiudere gli occhi a Marian: “Così quando li aprirai sarai ancora più colpita!”, affermò.
E quando li aprì, Marian vide la piccola fatina acquistata ormai da qualche tempo al mercato.
“E’ bellissima Dana!!”, disse quasi urlando Marian.
La tenne in mano tutto il pomeriggio, e a fatica se ne separò quando la mamma la venne a riprendere la sera.
Era sera e Dana aveva salutato i suoi dopo cena ed era filata subito in camera sua, pensava…
Pensava a quanto era piaciuta a Marian la piccola fata e sapeva che i suoi non erano persone che avrebbero speso soldi per un oggetto inutile del genere. Marian era molto spigliata, e forse quel suo caratterino veniva usato da lei per nascondere la fragilità dovuta in parte a due genitori così severi e inquadrati. “Io invece sono così di mio, e poi ho la nonna che mi aiuta sempre.”, pensava.
“Dopo aver comprato la fatina ho conosciuto Marian, come diceva la nonna forse questi piccoli oggetti sono davvero portatori di buon auspicio!”, diceva tra sé e sé, “Allora in questo caso, adesso ne ha più bisogno lei di me!”, concluse.
Il giorno seguente Dana vide Marian a scuola e la chiamò: “ Oggi vieni da me, ti devo dare una cosa!”, “Davvero? E che cos’è?”, disse incuriosita Marian. “Lo scoprirai se vieni da me!”, concluse Dana tirandola per mano.
Arrivarono in camera di Dana e lei prese in mano la fatina, la guardò un po’ come per salutarla, poi si girò verso Marian: “Ecco, è tua.”, “Mia??”, esclamò Marian. “Sì, adesso è tua. Mia nonna mi ha detto che questi oggetti portano fortuna, a me lei ne ha portata: ho conosciuto te. E poi ho visto come la tenevi ieri, ti piace molto e per questo te la regalo.”
Marian trattenne a fatica le lacrime e subito buttò le braccia al collo di Dana: “Grazie! Sei un amica!”.
Prima di addormentarsi, Dana ripensò a tutto quello strano giorno, aveva fatto un’opera buona e ne era orgogliosa. Anche la nonna sapeva tutto, e anche se era stata proprio lei a regalarle la fata, non aveva discusso quando aveva sentito le ragioni di Dana. Aveva capito che era una bambina di gran cuore.


Lassù, nel lontano mondo delle fate, tutti pensavano la stessa cosa su Dana: era una dolce fanciulla dal cuore d’oro, ma tutti sapevano che stava per andare incontro ad una cosa molto brutta: la separazione dei genitori.
Le piccole fate di quel mondo apparivano in terra sulle bancarelle, ma all’interno delle riproduzioni in gesso, cosicché la gente poteva prenderle senza esitazioni…
A volte finivano in buone mani, come nel caso di Dana e della sua amica, ma altre volte andavano a chi non si meritava tanta fortuna.
Le fate erano preziose per gli umani, anche se essi ignoravano la loro esistenza. Aiutavano a vivere meglio e ad avere fortuna a chiunque le possedesse, anche persone poco buone.
“Dobbiamo inviarne un’altra”, esclamò il Re delle fate quando vide che Dana aveva regalato la sua cara fata all’amica.
“Drizzy, andrai tu da Dana, ha bisogno più di chiunque altro e sappiamo tutti che si merita il nostro aiuto!”.
La fata non esitò un attimo all’ordine del superiore e anche se sapeva che le regole non erano quelle, si preparò per la discesa.
“Le fate non possono autoregalarsi a qualcuno, deve essere un gesto spontaneo degli umani! Ma d’altronde, è lui il capo!”, diceva tra sé e sé Drizzy, mentre la luce cristallina la trasportava verso la sua nuova dimora.
La mattina seguente Dana si svegliò e non credette ai suoi occhi quando guardò sul comodino: “ Una fata!”. Lì per lì non ci pensò, ma a scuola non riusciva a togliersi dalla mente come potesse essere lì quella fata…
Chiese a Marian se per caso gliela avesse portata, ma durante la notte era abbastanza improbabile.
Quando tornò a casa la prima cosa che fece fu andare dalla nonna a chiedere se era stata lei a regalargliela, sicura che fosse così.
“No bambina mia, non sono stata io. Ma sono felice che hai di nuovo la tua fata.”, disse la nonna.
“Ma non è la mia fata, non è più quella di prima, quella l’ho data a Marian!”, esclamò Dana.
Non riuscì a trovare una spiegazione, e la sera, mentre era nella sua camera a fare i compiti, pensò ai suoi genitori: “Magari sono stati loro, litigano sempre e io ci sto male, magari per farsi perdonare…”, non fece in tempo a finire la frase che sentì le voci dei suoi gridare nella stanza vicina; scoppiò in lacrime.
Nessun momento sarebbe stato migliore per mostrarsi, e Drizzy strofinò le mani e il gesso si ruppe.
Dana si spaventò al rumore, alzò la testa e rimase a bocca aperta: una fata bellissima e splendente fluttuava davanti a lei.
Era piccola, ma aveva due grandi ali rosa dietro di lei, ed era circondata da un’aura dorata.
Drizzy, vedendo lo stupore della bambina, si fece vanto della sua bellezza e stranezza, restando ancora un po’ in aria per mostrarsi. Dopo qualche minuto decise di scendere sulla scrivania di Dana e parlarle: “Ciao piccola Dana, io sono Drizzy e sono qui per aiutarti.” Dana credeva di sognare, era una bambina e si sa, i bambini hanno una fervida immaginazione ma…Non riusciva a capacitarsi…
“ Ma tu…”, bisbigliò lei.
“ Sì, io sono una fata! E non sono più quella che era prima qui con te, sono stata mandata qui dal Re delle fate perché sa che tu hai bisogno del mio aiuto.”
“ E perché?”, chiese Dana.
“ Cara, tu sei una bambina molto buona e meriti tutte le cose belle di questo mondo, e io sono qui per portarti fortuna…”, spiegò la fata e ad un tratto…
Dana si svegliò: “ Allora era solo un sogno! Anche i miei che litigavano! Sembrava così vero però…”.
In effetti il litigio dei genitori non fu un sogno, Dana aveva dormito per qualche minuto, dopo essere scoppiata in lacrime per i suoi, e si era risvegliata che ancora la discussione non era terminata.

Drizzy aveva preferito apparirle in sogno, per vedere la reazione. Non voleva rischiare di fallire, doveva aiutarla al meglio! E siccome lei sapeva bene che nei sogni gli umani nascondevano i loro desideri reali, e comportamenti che mai assumerebbero in realtà, aveva scelto quella strada.
Era rimasta abbastanza soddisfatta, anche se era durato poco. Decise comunque di mostrarsi il prima possibile…
Il giorno stesso si ripropose la scena del sogno e questa volta Drizzy apparse davvero alla bambina.
La reazione fu ancora di stupore, e anche di paura.
“Non devi aver paura Dana, io sono una fata buona! Sono la tua fata!”, si affrettò Drizzy per calmarla.
“Allora fai smettere di litigare i miei!”, urlò la piccola.
Drizzy si dispiacque per il tono con cui le si era rivolta ma le promesse che qualcosa avrebbe fatto.
In quel periodo di continui litigi, Dana era ritornata la bambina chiusa e riservata di un tempo e l’idea di avere una fata vera tutta per sé non la entusiasmava più di tanto.
A rendere tutto più difficile si aggiunse un terribile fatto: la morte della sua amata nonna. Era malata ormai da tempo di cuore, e una notte un infarto le fece esalare l’ultimo respiro.
Dana era disperata e la situazione in casa non migliorava.
Drizzy non riusciva a produrre niente di positivo perché sentiva tutta la tensione che la bambina aveva dentro. Quando una persona non dà molta importanza alla propria fata, quando non crede in lei, questa non può fare molto per migliorarle la vita.
“Drizzy”, Dana invocò la fatina, che ormai se ne stava quasi sempre rinchiusa nello scomodo gesso. Non tardò ad apparire: “Dimmi cara”, disse lei.
“Non posso continuare così, e neanche tu. Io ti sto facendo del male e tu non fai niente di buono per me.”. Dana aveva ragione, la convivenza delle due era inutile.
Il Re delle fate richiamò indietro Drizzy, punendola per non essere riuscita a portare a termine il suo compito.
La bambina era ancora più sola, e non vedeva nemmeno più Marian. Passava le sue giornate in camera a fissare il vuoto, nella speranza che qualcosa di buono potesse accadere…
Un giorno, a scuola, Marian la chiamò per farle una confidenza: “Non ci crederai mai!”, disse entusiasta, “La mia fatina è viva! Parla!”, esclamò Marian.
Dana ovviamente non si scompose e accennò un sorriso. “Ma come?? Non dici nulla?”, si sorprese Marian.
“E’ successo anche a me, ma non ha portato niente di buono quella fata.”, concluse Dana.
Marian insisteva; la portò a casa sua per farle vedere la sua fata.
Era bella, ma era simile all’altra. “Tutte uguali ‘ste fate.”, pensò tra sé e sé.
Marian si allontanò un attimo dalla camera e Dana rimase da sola con la fatina.
“Ciao tesoro”, le parlò.
Il suo cuore sembrò fermarsi un attimo, e poi riprese a battere forte,e ancora più forte.
“Nonna!”, esclamò con gli occhi pieni di lacrime.
L’aveva riconosciuta dalla voce, era la sua dolce nonna…ma cosa ci faceva in quel corpo di fata e a casa di Marian?!
“Nonna, perché sei così? E perché sei qui?”, chiese.
“Per aiutarti, solo per te piccola mia.”, disse la nonna.
Marian ritornò nella camera e Dana non disse niente: a Marian la fata non aveva ancora proferito parola.
I giorni passavano e Dana pensava sempre alla scena della nonna…L’avrebbe voluta con sé, sempre.
La nonna, in quella veste di fata, fece tante cose buone per Marian ma pensava sempre alla sua nipotina, che presto avrebbe aiutato; quando il Re delle fate glielo avrebbe permesso.
Venne raggiunto il culmine quando Dana vide suo padre picchiare sua madre: scappò di casa.
Per giorni non la trovarono, e per giorni vagò disperata senza meta.
La nonna sapeva tutto perché aveva chiesto al Re delle fate, che tutto poteva vedere da lassù, di fornirle sempre informazioni sulla nipote.
“Io devo farlo, devo aiutarla.”, urlò la nonna al Re.
Leggendo la disperazione nei suoi occhi, acconsentì al volere della nonna.
Mentre attraversava una strada, una macchina passò a tutta velocità, senza vedere Dana….
I genitori piansero disperati al suo funerale, incolpandosi a vicenda dell’accaduto.
Non sapevano che ora Dana era felice e in pace, con la nonna…

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