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Il più piccolo dei tre

Mercoledì 01 Dicembre 2010 12:40 Franco Zarpellon
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Il più piccolo dei tre
di Franco Zarpellon


‘Da tanto, troppo tempo, nessuno raccontava più la sua vera storia, anche se tutti erano convinti di ricordarla ancora. Specialmente i più vecchi, che potevano giurare non fosse solo una storia. Ognuno di loro, nel ricordo del proprio ricordo, l’aveva ormai talmente riadattata che di versioni diverse ne esistevano centinaia e centinaia. Lui stesso non riusciva più a ricordare i fatti, ma solo la loro immagine che ne rendeva possibile ogni diversa interpretazione. I più giovani, affascinati da quella che oramai consideravano una legenda, mentre col sogno si lasciavano trasportare nei mille rivoli incantati e sempre diversi di ogni racconto, con la ragione cercavano di penetrare i molteplici strati del sogno per poter scendere alla radice delle cose e riscrivere la storia nella sua versione originale, così some era accaduta. Tra i giovani c’era anche colui che oramai aveva preso il suo posto nella realtà e al quale sembrava volersi adattare ogni nuova versione, forse addirittura la vera storia. Fu proprio lui che, un giorno come un altro, pensando di aver scavato abbastanza nelle inconsistenti barriere delle interpretazioni, smise di pensare ed iniziò a scrivere quella che credeva essere la sua vera storia, la storia che da tanto, troppo tempo, nessuno raccontava più, anche se tutti ancora erano convinti di ricordarla.’

“Mi sembra un buon inizio” disse convinto il giovane saggio.
“A me sembra una buona fine” replicò severo il vecchio saggio.
“Ma fine e inizio sono pressoché uguali, in questa storia” si intromise allora il più piccolo dei tre, che ancora nessuno aveva il coraggio di chiamare saggio. Con l’innocenza della sua tenera età azzardò: “Quello che manca è proprio la storia, ma… ve la racconterò io la vera storia, e non voglio interruzioni!” concluse convinto.
Il vecchio saggio e il giovane saggio rimasero allora seduti ad ascoltare.

‘Esisteva molto, ma molto tempo fa, prima che il vecchio saggio abdicasse la sua natura per rinchiudersi nella torre dorata dell’interpretazione, un piccolo essere che non sapeva di essere diverso, perché non sapeva a cosa dovesse essere uguale. Era nato, come tutti, nella fabbrica degli Orsetti e degli altri animali. Così piccolo, sembrava uguale ad ogni altro animaletto. Era tutto bianco, con solo qualche riflesso rosato qua e là. Le uniche cose che lo caratterizzavano erano le lunghe orecchie e un buffo codino, simile ad un piumino da cipria. Appena nato Mastr’Orsetto, colui che sa riconoscere anche da pochi piccoli tratti ogni diversa specie vivente, lo mise nella cassettina dei coniglietti e là lo lasciò, assieme a tanti altri, aspettando che gli fosse assegnato un nome.
Nel frattempo avvenne un fatto strano, ma vero. Le sue piccole zampette cominciarono a crescere – e questo era normale – ma c’era una bella differenza con quelle degli altri. I suoi compagni infatti iniziarono ad allungare e a rinforzare solo le due zampe posteriori, pronti per correre, saltare e, all’occorrenza, anche scappare, mentre le due zampette davanti restavano piccole, utili per mangiare. Le sue invece crescevano tutte e quattro allo stesso modo: belle, diritte, lunghe e forti. Non sarebbe stato facile mangiare e, ancor meno, piegare le zampe di dietro “a forbice” per saltare qua e là.
Quando s’accorse della differenza, o meglio quando i suoi compagni gli fecero notare quanto fosse diverso da loro, lui prima si stupì, poi rimase un po’ incerto sul da farsi e, alla fine, iniziò a preoccuparsi, però non pianse; forse perché i coniglietti, anche se dalle zampe lunghe, non piangono mai.
Venne il suo turno per avere un nome e Orsetto Battista, quando lo vide, capì subito che quello era senz’altro un tipo un po’ speciale e lo chiamò Cavalconiglio. Fiero di quel nome, e per il momento anche della sua diversità, Cavalconiglio uscì dall’ormai stretta cassettina, pronto per andarsene nel mondo. Cominciò a galoppare a destra e a manca. Ogni tanto si fermava nel grande prato a mangiare un po’ d’ erba fresca, oppure si avvicinava verso il fiume, che con le sue cento curve attraversava l’ampia pianura, per bere e rinfrescarsi. Insomma, stava proprio bene.
Lo avvicinò un piccolo gruppo di puledri. Vedendolo si stupirono non poco della sua diversità e, alla fine, si misero a nitrire a più non posso.
“Cosa avete da ridere a quel modo?” chiese Cavalconiglio.
“Niente, stavamo solo ammirando il tuo bel codino e quelle lunghe orecchie rosa da coniglio” risposero in coro.
“E allora? Questo vi fa ridere?”
“Intanto noi stavamo nitrendo e non ridendo. E poi… è così strano… non abbiamo mai visto nessuno come te, prima d’ora” confessarono i puledri.
Cavalconiglio si girò e si mise a correre lontano, lontano; lontano da quella sua immagine deformata, riflessa da tutti quegli esseri che potevano essere uguali a lui, ma uguali a lui non erano. Passarono i giorni, i mesi e gli anni, ma bastarono poche ore per dimenticare quello strano incontro. Divenne comunque grande, più grande di ogni altro cavallo sulla faccia della terra, ma restò spesso solo.
Fu all’età di cinque anni, quando oramai la solitudine era diventata la sua più fedele compagna, che avvenne un fatto nuovo e strano, ma vero. Galoppando lungo il solito fiume, che sentiva un po’ suo alleato, vide nel bel mezzo della corrente un piccolo cestino. Dalla riva una gatta miagolava a più non posso, disperata. Correva e si fermava e poi correva ancora senza mai perdere di vista quel piccolo cestino.
“Cosa sta succedendo?” chiese allora Cavalconiglio.
“I miei gattini! Non so come fare per salvarli; mi puoi aiutare tu?” disse, piena di speranza, mamma gatta.
Allora Cavalconiglio entrò nel fiume, cosa che non aveva mai fatto prima, prese il cestino e portò a riva i piccoli, sani e salvi. Mamma gatta, dalla contentezza, dette un grosso bacio a Cavalconiglio, che non se lo aspettava, lasciandogli appiccicati sul muso i suoi lunghi baffi neri da gatto. Specchiandosi nell’acqua del fiume Cavalconiglio vide quella sua nuova immagine riflessa e tentò allora di togliersi quei buffi peli sfregandosi il musetto, più da coniglio che da cavallo, sull’erba umida. Mamma gatta si sentì un po’ offesa, ma in fondo lo poteva ben capire. Proprio allora Mastr’Orsetto e Orsetto Battista, che non dimenticano mai gli animali che escono dalla loro fabbrica, lo videro e presero un’importante decisione.
“D’ora in poi tu, Cavalconiglio, unico esemplare della tua specie, sarai Principe dei gatti e cambierai il tuo nome in Cavalconiglio Principegatto” dissero all’unisono.
Lui rimase, ma non era la prima volta, un po’ stupito, incerto sul da farsi, e alla fine iniziò anche a preoccuparsi, perché non sapeva proprio cosa significasse essere principe e tantomeno dei gatti. Però non pianse; e non solo perché non c’era niente da piangere, ma anche perché i cavalconigli, anche se con neri baffi da gatto, non piangono mai.
Quando nella vasta pianura si seppe di Cavalconiglio Principegatto e delle sue gesta eroiche tutti gli animali iniziarono a portargli il dovuto rispetto; e non solo perché mamma gatta e i sui piccoli erano pronti a saltare addosso e a graffiare chiunque non lo avesse fatto. Molti iniziarono addirittura ad ammirarlo ed assieme ad invidiargli quelle strane, ma ormai mitiche, fattezze. Questo succedeva soprattutto ai cavalli, a cui iniziò a pesare la lunga coda “buona solo per scacciare le mosche” e la mancanza dei baffi “che ci fa sembrare un po’ nudi”. Ma anche i conigli provarono un senso di invidia per la mancanza di quelle lunghe zampe, con cui senz’altro “lui riesce a correre più forte di noi” e con le quali “è riuscito ad entrare nell’acqua senza annegare”. Cavalconiglio Principegatto fu allora trattato da tutti proprio come un vero principe e un po’ alla volta anche l’invidia si spense per lasciare posto solo al normale reciproco rispetto.
Oramai, questo essere grande e grosso sapeva di essere diverso, soprattutto perché sapeva a chi doveva assomigliare, ma ben presto abdicò la sua natura per rinchiudersi, come un vecchio saggio, nella torre dorata dell’interpretazione’

“Mi sembra una bella storia” disse il giovane saggio.
“Ma non so se è proprio la vera storia” replicò severo il vecchio saggio.
“Non mi sembra comunque tanto diversa dalla mia” aggiunse il giovane saggio “Anche qui inizio e fine sono pressoché uguali”
“Ma qui c’è anche la storia” si impose, un po’ risentito, il più piccolo dei tre “anzi, c’è soprattutto la storia, senza le mille evanescenti interpretazioni di quello che la storia è diventata”
Allora il giovane saggio e il vecchio saggio si alzarono, sventolando al vento il loro bianco codino da cipria, si rimisero sulle loro quattro lunghe zampe e, leccandosi i loro lunghi baffi neri, come se fossero vecchie ferite cicatrizzate dal tempo, se ne andarono e da allora nessuno li ha più visti, nemmeno riflessi nell’immagine di quel piccolo che mai nessuno osò chiamare saggio.

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