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Il ragazzo delle meduse

Mercoledì 01 Dicembre 2010 12:39 Gabriella Cuscinà
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Il ragazzo delle meduse


Stavo nuotando placidamente a lunghe bracciate e mi ero allontanata dalla costa dirigendomi dove il mare era verde e limpido. Mi sentivo felice e rilassata, in pace con me stessa e con il mondo intero trovandomi in acque tranquille, fra le scogliere familiari che circondano la piccola insenatura dove di solito faccio il bagno.
Dei pesciolini ogni tanto saltavano a fior d’acqua e in lontananza le imbarcazioni ancorate si cullavano silenziose.
Ero deliziata dallo spettacolo del fondale che s’intravedeva luminescente attraverso la trasparenza del mare. Si scorgevano scogli di varia forma, alghe sparse, sabbia bianca e se guardavo sott’acqua, vedevo pesci enormi guizzare ovunque.
D’un tratto quella pace fu turbata da un urlo improvviso:
“Signora non vada oltre! Ci sono le meduse!”
Mi fermai all’istante quasi paralizzata. So infatti per esperienza quanto le meduse possano essere pericolose. Alle mie spalle, spuntato dal nulla, si era materializzato un ragazzo con un’enorme mascara e un boccaglio sul viso.
“Da quella parte signora, là davanti c’è un banco di meduse. Non si muova più o la pizzicheranno.”
“Grazie. Ma che gentile! Le hai viste con la maschera?” Ero allarmata e mi sentivo come salvata da un naufragio.
Molte volte mi era già capitato di essere pizzicata da una medusa e sempre avevo riportato delle ustioni sulla pelle, con macchie, bruciori e dolori. Tra l’altro quelle macchie deturpanti duravano per molto tempo nonostante le medicazioni a base d’ammoniaca e le creme al cortisone.
“Sì, sono in acqua da due ore e ne avrò viste a decine. Rimango di guardia per avvisare i bagnanti.”
“Ma bravo! Ora però dovrò tornare e non so dove siano le meduse. Non riesco a vederle senza maschera.”
“Non si preoccupi, mi segua, nuoti dietro di me.”
Il ragazzo cominciò ad andare avanti sempre perlustrando l’acqua con la sua maschera. Io nuotavo e m’accorgevo che si girava per accertarsi che lo seguissi.
“Scusa, ma chi te lo fa fare ad avvisare tutti. Non lo fanno neppure i bagnini.”
A questo punto si fermò e si tolse la maschera. Mi mostrò un sacchetto di plastica che aveva in mano e che sino a quel momento non avevo notato. Era pieno zeppo di meduse.
“Ha visto? Io le catturo. Le cerco e poi le uccido. Quelle più piccole si prendono per la testa. Al largo invece s’incontrano quelle più pericolose.”
Era orgoglioso di stesso e pareva brandire un trofeo.
“Ma cos’è un passatempo, un nuovo tipo di pesca?”
“No, io ho studiato tante cose sulle meduse. So, per esempio, che appartengono alla specie degli Cnidari, un sottotipo dei Celenterati. Quando sono presenti in mare, mi metto spesso di guardia per avvisare i bagnanti.”
“Hai studiato le meduse? Ma che strana passione!”
“Quelle comunemente note sono le Scifomeduse, che secernono il famigerato liquido urticante.”
Era davvero preparato sull’argomento e io continuai a chiedere:
“Cos’altro sai, e poi come ti è venuta questa mania?”
“Sono organismi con simmetria raggiata e la forma del loro corpo è quella di un ombrello in cui si trovano una parte superiore convessa ed una inferiore concava. Al centro dell’ombrello hanno il cosiddetto manubrio con l’apertura orale da cui secernono il loro maledetto liquido.”
Sembrava che stesse leggendo da un’enciclopedia ed ero sempre più meravigliata.
Intanto avevamo ripreso a nuotare e mi sentivo rassicurata dalla sua presenza.
“Però sono bellissime,” dissi “ evanescenti e seducenti a vedersi.”
“Sta parlando delle Pelagia nocticula, che sono la specie più diffusa nel Mediterraneo.”
“Di notte sono fosforescenti,” aggiunsi “ dicono che d’estate ce ne siano a migliaia nei nostri mari.”
“Sì è vero signora, le ho viste nel buio ed emanano una luminosità verde che pare irreale. Seducono, ma sono perfide.”
“Proprio come la Medusa mitologica,” continuai “ che trasformava in pietra chi la guardava. Ma sai, questi animali attaccano l’uomo solo per difesa.”
Assunse un’espressione di disprezzo:
“Appaiono e scompaiono, sono mimetiche, terribili, hanno una natura complessa. Si figuri che nascono sotto forma di polipo, poi questo si seziona e assume l'aspetto di una pila di piattini. Ogni piattino si distacca, mette i tentacoli e diventa medusa.”
Sapeva tutto sull’argomento. Io volevo ancora difendere quelle creature marine:
“Se ci sono le meduse, vuol dire che i mari sono puliti, e poi basta intervenire subito sulle loro ustioni. So che conviene lavarsi subito con acqua salata.”
“Sì e sono utili gli impacchi di aceto o bicarbonato. In mancanza d’altro va bene pure una bella pipì. Poi deve andare dal medico.”
“Certo sono pericolose.” Adesso non volevo fare più l’avvocato difensore e ricordai le esperienze di alcuni amici: “Qualcuno ha accusato emorragie, crampi muscolari, conati di vomito e qualcun altro ha avuto pure delle convulsioni.”
A questo punto il ragazzo divenne terreo e disse:
“Mio padre ha perso un occhio a causa di queste bestiacce!”
“Davvero? Accidenti! Mi dispiace. Ma com’è stato possibile?”
Non pensavo potesse succedere una cosa del genere.
Lui improvvisamente cominciò ad urlare rivolto a due ragazze che stavano nuotando verso il punto incriminato.
“Ferme! Non andate là. Ci sono le meduse!”
Quelle s’arrestarono come dinanzi il fuoco dell’Inferno e gridarono di rimando:
“Le hai viste? Dove sono?”
“Là davanti ce n’è un banco molto grande, non ci andate.”
Le ragazze ringraziarono e pensarono bene di tornare a riva.
Guardavo il ragazzo e credo che nell’espressione del mio viso vi fosse molta ammirazione.
“Sa signora,” incalzò sempre nuotando insieme a me “ i Celenterati possiedono nel loro organismo un’unica cavità che comunica con l’esterno, cioè voglio dire che hanno solo la bocca, in essi non vi è apertura anale. Comunque le meduse si possono anche mangiare. Si affettano a strisce e si condiscono con la soia. Tutti i mercati cinesi le vendono.”
“Ma quante cose sai! Devi essere proprio rimasto traumatizzato dall’incidente di tuo padre.”
Il suo viso divenne cattivo e si tolse la maschera. Ormai eravamo arrivati quasi a riva.
“Vuole che le racconti quello che successe?”
“Se non hai voglia di ricordare, lascia perdere.”
“Due anni fa’, io e mio padre eravamo andati in barca al largo per fare una immersione subacquea. Papà è sempre stato un esperto sub e per diletto pescava moltissimi pesci che poi mangiavamo in famiglia. Aveva insegnato anche a me ad andare sott’acqua e ci divertivamo un mondo.”
Il viso adesso era tristissimo e gli occhi, arrossati dalla salsedine, erano appena socchiusi e guardavano lontano.
“Ho capito,” dissi per tagliare corto “accadde in quella circostanza.”
“Mio padre non ha capelli, signora, e quel giorno casualmente si era calato in mare senza maschera, in una zona piena di scogli e dove il fondale era assolutamente scuro. Si era allontanato di pochi metri e io invece ero ancora in barca. Ad un tratto, lo sentii urlare come un forsennato. Lo guardai terrorizzato e mi accorsi che aveva tutta la testa e la faccia ricoperte di meduse che gli erano rimaste attaccate.”
“Senti, lascia stare, non ricordare più.” Devo ammettere che ero impressionata.
“Se è per me, mi fa bene raccontare e sfogarmi. Se è per lei, sto zitto e la saluto.”
A questo punto mi sentivo in dovere d’aggiungere:
“Ma no, figurati! Racconta, racconta se ti fa piacere.”
“Papà urlava, ne aveva ovunque, sugli occhi, sul capo, sulla bocca e cercava di staccarle. Mi tuffai, ma cominciò a gridare di non avvicinarmi, che dovevo restare in barca. Aveva gli occhi chiusi e non vedeva, ma s’affannava a cacciarle via e a liberarsi. Gli urlai di nuotare verso la barca e allora prese ad avvicinarsi in direzione della mia voce. Quando mi raggiunse, non aveva più meduse addosso e lo aiutai a salire sull’imbarcazione.”
“Che cosa terribile! Ecco perché sei rimasto traumatizzato.”
“ Cominciai a remare come un pazzo verso la riva. Ma in men che non si dica, il viso di mio padre divenne mostruoso. Gonfio sino all’inverosimile, rosso paonazzo, la testa deformata, gli occhi non si distinguevano più nel viso.”
Io ero sconcertata, ma volevo mostrare solo una grande partecipazione.
“Incredibile!” dissi sentendomi molto stupida.
“Mio padre svenne e quando fui vicino alla riva iniziai a chiedere aiuto. Mi raggiunsero con i pattini di salvataggio e ricordo che gli stessi bagnini furono impressionati nel vederlo in quelle condizioni. Mi aiutarono a trasportarlo, poi chiamammo un’ambulanza per portarlo al pronto soccorso. Rinvenne, ma non vedeva più niente e fu trasferito al Centro Ustioni dell’ospedale civico. E’ stato curato e ha riacquistato la vista di un occhio, ma per l’altro non c’è stato niente da fare poiché il liquido delle meduse aveva completamente corroso il nervo ottico.”
Adesso aveva un’espressione di dolore profondo, come di chi si senta in colpa.
Spontaneamente dissi: “Guarda che di tutto ciò non hai nessuna responsabilità.”
“Sì lo so, ma forse avrei preferito essere io al suo posto. Mio padre soffrì molto.
Ha dovuto ritirarsi dal lavoro e s’è messo in pensione. Non viene più a mare e mi manca. Io vengo, ma lui mi fa sempre centomila raccomandazioni.”
“Ha ragione; scusa, sa che catturi le meduse?”
“No, non lo sa, altrimenti non mi farebbe venire.”
“Questo è sbagliato. Sfidi la sorte inutilmente e ti vuoi vendicare, ma di chi, di che? Secondo me, non dovresti più farlo. Sicuramente papà non vorrebbe saperti in pericolo.”
“Io non voglio vendicarmi,” ribatté “ cerco solo di evitare che altre persone si ustionino. Lei mi sembra una specie di psicologa.”
Nel dire così aveva assunto un atteggiamento altezzoso.
“No, non sono una psicologa, forse però sono pedante. Ma se non è per vendetta, allora perché le uccidi? Perché rischi? Avvisa solo i bagnanti e lascia vivere le meduse. Non lo vuoi ammettere, ma sei rimasto scioccato e cerchi di superare il trauma facendo stupidamente il vendicatore.”
Mi guardava perplesso, con occhi freddi. Mi aspettavo che mi rispondesse sgarbatamente. Invece disse:
“Forse ha ragione signora, e sono contento d’averla incontrata, anche se è molto noiosa.”
Terminò la frase sorridendomi e si rituffò sott’acqua facendo un gesto di saluto con la mano.

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