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Pappi Corsicato e il "Neon-Realismo" di Luciano Mallozzi

Martedì 16 Novembre 2010 15:14 Admin -
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Pappi Corsicato e il “Neon-realismo”.
di Luciano Mallozzi

Pappi Corsicato è una figura singolare, strana, deviata, se vogliamo dai normali canoni di espressione del cinema partenopeo. Acerrimo nemico della fiction spettacolare nostrana; antitesi genetica delle nascenti serie fantavesuviane, nume tutelare di un teatro in sperimentazione continua e discepolo postfuturista delle rivoluzioni linguistiche nel fastoso provincialismo delle sue prime pellicole.
Corsicato è un solitario, perduto, abbandonato dai suoi geniali colleghi (Martone, Capuano, Incerti etc.) percorre strade improbabili, scomode, brutte, antiestetiche, a volte volgari, grottesche, usa gli attori come carri bestiame, li annulla, se necessario, li umilia, li spersonalizza; avanza con la cinepresa senza paura nel marcio, adagiandosi tra le strade vuote e vaporose dell’estate dell’hinterland napoletano, incurante della mutilazione del tempo e dello spazio, per raggiungere quei miseri dettagli incisivi, significativi del suo narrare, che difficilmente si è abituati a considerare accessibili a tutti.
Lui stesso definisce i suoi lavori filmici come “neon realismo”, nel senso che davanti ai nostri occhi scorre la vita inattesa e malsana del sud dei diversi, dei perversi, degli sfruttati, dei menomati, delle prostitute accondiscendenti, della sessualità infantile, morbosa, della perversione gratuita, del dolore ben accetto, della povertà circense e fiabesca delle campagne, delle abitazioni fatiscenti, della provincia minuta, della città nascosta, degli spazi chiusi e protetti dal caos della vita esterna.
Libera, I buchi neri, La stirpe di Iana (episodio del fallito manifesto del cinema napoletano: I vesuviani) sono alcune delle manifestazioni del suo cinema “neoista”. La realtà viene oscurata dalla luce fioca delle sue interferenze oniriche. La vita scompare a tratti, uscendo di scena come un vecchio attore fischiato, nella sua inattualità, nella sua inadeguatezza.
L’ultima sua fatica ha un titolo indicativo in tal senso: Chimera. Il film come al solito non è stato gradito dal pubblico, non è circolato nelle sale, non è stato pubblicizzato, per intenderci, come Annarella o come Aitanic (nulla togliendo al genio di Nino e Gigi). Insomma come Gaudino anche Corsicato si trova di fronte ad una censura “democratica”.
Il film è effettivamente molto più complesso di quanto si possa immaginare, difficile da seguire, scomodo nei suoi salti improvvisi e confusionali, nella sua assoluta mancanza di linearità narrativa, ma è un lungometraggio che contiene riferimenti e omaggi a un cinema italiano smarrito, affossato, morto di stenti. Gli anni 70 serbatoio inesauribile di trash, violenza a buon mercato e originalità, gli anni ottanta con la sperimentazione tragicomica di alcuni registi (Nichetti, Moretti etc.), Antonioni con le sue fughe visive, il vaudeville all’italiana di Fizzarotti, il tutto intriso di riflessioni sull’impossibilità delle relazioni umane, e teso sul flebile filo di una storia d’amore che sembra volteggiare per l’intera pellicola, scomparendo e riapparendo magicamente, come l’illusionista Tomas che la narra a sua moglie. La storia si Sal(vatore) e Emma, una coppia di trentacinquenni delusi dalla monotonia del loro rapporto e pronti a sperimentare esperienze nuove per ritornare ad accucciarsi nell’Illusione della loro ingannevole vita di coppia.
Fantastica Iaia Forte (Emma), musa ispiratrice di quest’eccentrico regista, che ancora una volta si presta a alle sue perversioni, immolandosi alla sua causa, svestendosi di protagonismo.
 

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