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UN’AUTRICE DIMENTICATA: ADA NEGRI di Francesca Santucci

Martedì 16 Novembre 2010 15:12 Admin -
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UN’AUTRICE DIMENTICATA: ADA NEGRI
di Francesca Santucci

Strano destino quello di Ada Negri che, all’epoca in cui visse, già dai suoi primi esordi ebbe da un lato il pieno favore dei lettori, il riconoscimento di professori, giornalisti, editori, una grande fortuna scolastica e il plauso di Carducci e della critica ufficiale, dall’altro il dissenso del Croce, che addirittura definì impoetici i suoi versi, e l’ostilità del Russo.
Appassionata interprete delle ragioni e delle aspirazioni degli umili, secondo un percorso non inusuale degli intellettuali del tempo che, partiti da temi sociali approdarono all’esaltazione del fascismo, da "vergine rossa", com’era stata denominata perché, sostenitrice delle nascenti idee socialiste, dalla parte dei più emarginati, delle sofferenze degli operai, del riscatto sociale e delle lotte in fabbrica, finì per essere acclamata poetessa d’Italia e prima donna Accademica d’Italia, gradita al regime per la centralità data ai valori tradizionali come la famiglia e per il tono populista ma calmo dei suoi scritti.
In seguito, poi, rivolse maggiore attenzione allo studio del proprio animo, scrutando nel profondo dei sentimenti e lasciando anche emergere la sua nascosta inclinazione religiosa, confluita letterariamente nella stesura di un' agiografia di Santa Caterina da Siena.
Nata a Lodi nel 1870 in una famiglia di umili origini, (sua madre, Vittoria Cornalba, lavorava in filanda, suo padre Giuseppe, del quale ben presto restò orfana, era un manovale), Ada Negri conseguì il diploma di maestra nel 1888 e subito dopo ebbe un incarico nella scuola elementare, insegnando per diversi anni a Motta Visconti, di qui l’altro appellativo di "maestrina di Motta Visconti", alternando all'insegnamento l'attività giornalistica e quella di poetessa.
Nel 1896 si sposò; separatasi, poi, dal marito cominciò a viaggiare, soggiornando a lungo anche in Svizzera, da dove ritornò allo scoppio della prima guerra mondiale per prestare la sua instancabile opera in ospedale.
Vincitrice del premio "Mussolini" dell'Accademia d'Italia, nel 1940 fu poi invitata, unica donna, ad aderirvi.
Feconda e varia fu la sua attività che si dispiegò nella composizione. di poesie, novelle, racconti, pubblicati sulle pagine dei quotidiani e delle riviste milanesi, e romanzi, in cui sempre emerse la particolare sensibilità con la quale esprimeva la nostalgia per la semplicità del mondo umile dal quale proveniva e il ricordo della povera infanzia rischiarata dall’amore della generosa madre, "madre operaia" (come recita il titolo di una sua poesia in cui omaggia la fatica delle donne), semplice popolana, ricordata con rimpianto ed ammirazione perché con molti sacrifici era riuscita a far studiare la figlia.
Famosa soprattutto per "Stella mattutina", il romanzo palesemente autobiografico in cui rievocava l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, che riscosse un enorme successo, Ada Negri esordì con la raccolta di versi, sostenuta da solide strutture metriche, "Fatalità", pubblicata nel 1892, animata da combattivo spirito socialista ed inclinazione femminista che la qualificarono subito come "poetessa sociale". Seguirono altri volumi di poesie, come"Tempeste", nel 1895, Maternità, nel 1904, Dal profondo, 1910, "Esilio", nel 1914, "Il libro di Mara", nel 1919, con evidenti influssi dannunziani, " I Canti dell’isola", nel 1924, "Vespertina", nel 1930, due libri di racconti, "Finestre alte" nel 1923 e "Le strade" nel 1926, "Il dono", nel 1936, Erba sul sagrato, nel 1939 e, postumo fu pubblicato il volume di prose e novelle l"Oltre".
Ada Negri morì a Milano nel 1945.

LA CAMPANELLA
Campanella d’argento, del convento
Qui presso: voce di lontana infanzia
È in quel fresco tinnire, che mi giunge
Or sì or no nell’ore più raccolte
Della giornata; e meglio all’alba, quando
Mute sono le strade e muto è il cielo.
Torno bambina: ho treccia al dorso, asciutte
Gambe di capriola, occhi ridenti
Pieni d’aprile: vo con la mia mamma
A messa, per viuzze ancor nel sogno
Del primo albore, colme d’un silenzio
Abbandonato, che sol rompe un’eco
Di campanella: - oh, mai non fosse, mamma,
venuto il giorno a dissipar quell’alba.

LA CIOCCA BIANCA
De’ tuoi bianchi capelli, sì leggeri
Alla carezza e pur sì folti, in uno scrigno una ciocca serbo. Erano i miei
Scuri come la notte, allor che al capo
Tuo la recisi. Ed oggi, te cercando
In quella ciocca, sola cosa viva
Che di te mi rimanga, io mi domando
Se recisa non l’ho dalle mie tempie.
E se mi guardo entro lo specchio, e in esso
Mi smarrisco, non me, ma te ravviso,
o Madre: tua questa marmorea fronte,
piena di tempo, e immersa in una luce
ch’è già ormai d’altra terra e d’altro cielo.
RAMI DI PESCO
Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
Sotto l’aspro alternar delle ventate
Schioccanti come fruste sulle facce
Di chi va, di chi viene, una vecchietta
Vende rami di pèsco. O Primavera
Per pochi soldi! O riso, o tremolìo
Di stelle rosee su bagnate pietre!
Scompare agli occhi miei la strada urbana
Con fango e folla e strider di convogli
Sulle rotaie, e saettar nemico
D’automobili in corsa. Ecco, e in un campo
Mi trovo: è verde, di frumento a pena
Sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
Con la promessa delle fronde al sommo
Dei rami avvolti in una nebbia d’oro:
e pèschi: oh, lievi, oh, gracili, d’un rosa
che non è della terra: ch’è di tuniche
d’angeli, scesi a benedire i primi
germogli, e pronti, a un alito di brezza,
a rivolar da nube a nube in cielo.
FINE

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch'io la guardo
morire. Un dopo l'altro si distaccano
i petali; ma intatti, immacolati,
un presso l'altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi o li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cadere sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti, e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.
CADE LA NEVE
Sui campi e su le strade,
silenziosa e lieve,
volteggiando, la neve
cade.
Danza la falda bianca
ne l'ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
stanca.
In mille immote forme,
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini,
dorme.
Tutto d'intorno è pace;
chiuso in oblìo profondo,
indifferente il mondo
tace.
 

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