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Pier Paolo Pasolini di Reno Bromuro

Martedì 16 Novembre 2010 15:05 Admin -
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«già nel 1962 presagiva la sua morte ».
PIER PAOLO PASOLINI
a ventotto anni dalla scoperta
del corpo straziato
ritrovato su uno spiazzo a duecento metri dal mare.

 
pasolini  primogenito  pasolini38
«Osservo me stesso massacrato col coraggio d’uno scienziato» Pier Paolo Pasolini

A ventotto anni dalla sua scomparsa si fa ancora più convincente l’affermazione che scrissi il 3 novembre 1975, in pratica lui già sapeva dal 1962, tredici anni prima la fine che sarebbe finito massacrato. La sua vita coraggiosa e dedita esclusivamente, alla valorizzazione dei dialetti, perché è fulcro ed espressione di un popolo, quel popolo che lui vedeva sfaldarsi inesorabilmente; alla valorizzazione spirituale di certa gioventù ormai ramificata in quella vita violenta delle borgate che lui amava elevare e proprio perché amava, combatteva con tutte le sue forze. Ed è soltanto per l'affermazione di questa idea che ha sacrificato la sua vita. La stessa che altre volte aveva messo a disposizione della idea originaria.
Checché se ne dica e si dirà, io resto sempre del parere che Paolo nelle borgate il mezzo per arricchire la sua visione poetica e per rimanere ancorato, come ad un sogno, a quei dialetti che tanto adorava.
La sua formazione letteraria, appunto, si svolge nelle borgate, ai margini dei grandi centri culturali, ma sempre nel contesto del gusto poetico. Testimonianza ne sono le poesie in dialetto friulano scritte tra il 1941 e il 1953, poi raccolte in volume con il titolo «La meglio gioventù»;la poesia dialettale aveva per Pasolini non la memesi del parlato popolare, ma la sperimentazione linguistica, in contrapposizione al verismo ottocentesco; sperimentazione alla quale è necessaria una materia verbale più genuina possibile per superare quella tradizione aulica ancora petrarcheggiante. La sua tragedia inizia quando, tutto chiuso in un suo mondo poetico privato, non vede e non sente ciò che accade intorno a lui, perciò solo la storia sa raccontare la sua ansia inappagata di purificazione.
A noi potrebbe anche non interessare se, come dice la Maraini dalle colonne di «Paese Sera», «il ragazzo è stato incoraggiato da quel clima orribile di disprezzo della cultura e della verità in cui viviamo, ma non possiamo non allarmarci al pensiero che con Pier Paolo Pasolini se ne va il coraggio di combattere, attraverso la cultura, la violenza».
Il 3 novembre 1975 Ulderico Munzi, scrive la cronaca dell’accaduto sulle colonne del Corriere della Sera:
«Lo scrittore è stato massacrato a colpi di bastone. Poi l'assassino ha schiacciato il suo corpo steso a terra nella polvere con le ruote di un’automobile. Chi ha agito in modo così spietato è un ragazzo di 17 anni e 4 mesi, un ragazzo di borgata. Si chiama Giuseppe Pelosi, abita sulla Tiburtina. Un fatto atroce. Adesso che la salma di Pier Paolo Pasolini giace in una cella dell'obitorio e che il ragazzo di borgata trascorre la sua prima notte di orrore in una cella d'isolamento… Ci sono ancora molti punti oscuri sui quali si dovrà fare luce».
Sono le 22. Il cinquantatreenne scrittore siede a un tavolo del ristorante nel quartiere San Lorenzo,una zona popolare a sud di Roma.E in compagnia di Ninetto Davoli, suo vecchio amico, protagonista di alcuni suoi film. E con Davoli c'è la sua famiglia: la moglie e i due figli. Stanno finendo di mangiare. Riferisce Ninetto Davoli: «Ci ha parlato anche di questa violenza che ci circonda. Diceva che la vita nelle borgate non era più quella di una volta, quei giovani si erano trasformati, erano stati afferrati dal turbine del capitalismo».
I giovani della borgate sono cambiati, ed è proprio uno di questi che verso la una e un quarto, sta litigando con lo scrittore, le grida si udivano da lontano. Ad un tratto Pelosi stacca una sbarra di legno dallo steccato e comincia a dare botte sul corpo e sul capo dello scrittore, poi non soddisfatto passa due volte con l’auto sul suo corpo, la vita di Pasolini finisce qui, e l’assassino inizia la sua fuga; ma anche lui sanguina dalla ferita, si asciuga, guidando, con un fazzoletto che gli investigatori troveranno sui sedili beige dell'Alfa Romeo. Dopo un po’ sbuca sul lungomare e comincia la sua pazzesca corsa alla ricerca della strada per Roma. C'è una macchina dei carabinieri che si lancia all'inseguimento. «Ci siamo buttati all'inseguimento e poco dopo, di fronte allo stabilimento balneare, dicono i militi, ci siamo affiancati alla "GT". L'uomo ch'era al volante ha fatto finta di fermarsi e poi è ripartito a tutta velocità. L'abbiamo ripreso dopo settecento metri e bloccato».
Nessuno sa che quel giovane al volante della GT ha ucciso lo scrittore Pier Paolo Pasolini. Alle sei del mattino una signora, abitante della zona, nota un corpo accartocciato per terra, ma non capisce subito. È scesa per scaricare i pacchi dalla macchina del marito, e la luce è incerta. La donna dice: «Hanno buttato un sacco di immondezza, questi sporcaccioni». S'avvicina per toglierlo e, a due passi dal sacco d'immondizia, grida: «Alfredo, è un morto, c'è tanto sangue». Alfredo e suo figlio, Gianfranco, 27 anni, accorrono. «Corri dalla polizia», intima il padre. E Gianfranco salta in macchina a va al commissariato. Con l’arrivo della polizia, Comincia a venire gente. Lo scrittore giace bocconi, il braccio destro ripiegato sotto il torace, il sinistro lungo il fianco. Il commissario, quando gira il corpo dello sconosciuto, mormora stupito: «Mi sembra Pasolini...». È lui. C'è la sua camicia inzuppata di sangue vicino alla porta dei goal del campo sportivo, ci sono pozze di sangue a segnare i momenti in cui avrebbe inseguito il suo assassino. Al primo sole c'è qualcosa che brilla a un metro dal corpo: un anello d'oro con un rubino rosso incastonato».
Commenta Ninetto Davoli: «In una società così violenta la morte di Pier Paolo era prevista».
Pier Paolo Pasolini era nato a Bologna il 5 marzo 1922, primogenito di Carlo Alberto, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate di cui ha dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a Casarsa. I due sposi si trasferiscono in seguito a Bologna.
Scrive Pasolini: «Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della società italiana: un vero prodotto dell'incrocio... Un prodotto dell'unità d'Italia. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, ciò non le impedì affatto di avere egualmente legami con la Sicilia e la regione di Roma. Hanno fatto di me un nomade. Passavo da un accampamento all'altro, non avevo un focolare stabile».
I primi anni di scuola sono compiuti tra innumerevoli trasferimenti che, comunque, non intaccano il rendimento scolastico di Pier Paolo. Frequenta la scuola elementare con un anno d'anticipo. Nel 1928 è l'esordio poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrà perduto nel periodo bellico.
Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano. Di quegli anni il passo noto come Teta veleta, che Pasolini più tardi spiegherà in questo modo: «Fu a Belluno, avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al ginocchio, dove piegandosi correndo si tendono i nervi con un gesto elegante e violento. Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della vita che dovevo ancora raggiungere: mi rappresentavano l'essere grande in quel gesto di giovanetto corrente. Ora so che era un sentimento acutamente sensuale. Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l'intenerimento, l'accoratezza e la violenza del desiderio. Era il senso dello irraggiungibile, del carnale - un senso per cui non è stato ancora inventato un nome. Io lo inventai allora e fu «teta veleta». Già nel vedere quelle gambe piegate nella furia del gioco mi dissi che provavo «teta veleta», qualcosa come un solletico, una seduzione, un'umiliazione».
Poi preciserà: «La mia infanzia finisce a 13 anni. Come tutti: tredici anni è la vecchiaia dell'infanzia, momento perciò di grande saggezza. Era un momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l'estate del 1934. Finiva un periodo della mia vita, concludevo un'esperienza ed ero pronto a cominciarne un'altra. Questi giorni che hanno preceduto l'estate sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita».
A Diciassette anni si iscrive all'Università di Bologna, facoltà di lettere. Negli anni del liceo crea, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini, Fabio Mauri, un gruppo letterario per la discussione di poesie. Collabora a «Il Setaccio», il periodico della Gil bolognese. In questo periodo Pasolini scrive poesie in friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume, Poesie a Casarsa. Partecipa poi alla redazione di una rivista, «Stroligut», con altri amici letterati friulani, con cui ha creato la Academiuta di lenga furlana. Il dialetto rappresenta una sorta di opposizione al potere fascista:
«Il fascismo non tollerava i dialetti, segni
dell'irrazionale unità di questo paese dove sono nato
inammisibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti
»
L'uso del dialetto rappresenta anche un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse sottosviluppate.
Mentre la sinistra predilige infatti, l'uso della lingua italiana, e se si eccettuano alcuni sporadici casi del giacobinismo, l'uso dialettale è stata una prerogativa clericale, Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un approfondimento in senso dialettale della cultura.
Il ritorno a Casarsa rappresenta, negli anni dell'università, il ritorno ad un luogo felice. Scrive a Silvana Ottieri in una lettera dell'aprile 1947:
«Che si fosse di sabato Santo era un particolare che mi lasciava freddo. Tu avessi visto i colori dell'orizzonte e della campagna! Quando il treno si fermò a Sacile, in un silenzio fittissimo, da ultima Tule, ho sentito di nuovo le campane. Là, dietro alla stazione di Sacile si spiegava verso la campagna una strada che non so se ho percorso durante l'infanzia o se ho sognato...»
Io credo che secondo la cultura dei più, tutto ciò che non è finalizzato va contro il codice del buon senso. Per ogni cosa il suo significato. Un’ossessione è stata la ricerca del senso della vita, che, forse, ha trovato in quel sogno della giovinezza.
Tutto ciò valorizza ancora di più il significato della sua missione pedagogica, che come vate ne aveva avvertito la fine, ed aveva visto il suo corpo massacrato, solo non sapeva quando.
Il mondo ha perduto uno dei più validi Poeti della letteratura italiana, noi un amico che si divertiva incontrandoci, quando passandosi una mano nei capelli mormorava con la sua voce così sottile: «a te ti farò fare un film!»
Reno Bromuro

 

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