Selim Tietto ascende il suo mondo poetico di Reno Bromuro

Martedì 16 Novembre 2010 15:03 Admin -
Stampa
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
Selim Tietto,uno dei più grandi Poeti contemporanei è morto.Era nato a Pernumia nel 1944. Ha lasciato un grosso patrimonio in opere di poesia e di critica letteraria: Variazioni (1967), La luna tra i sassi (1970), Prismi di smog (1975), Sahel (1976), Dicotomìa (1978), Apteromaterica (1978), Maseralino (1981), Nel porto di Amerìca (1982), Marchandise 44 (1984), Il corporale del mistero (1989), In coseno temporale (1994), Cenar a Patmos (1996), Ci trasportava il fiume (2001).
Aveva ricevuto numerosi primi premi in concorsi letterari, tra i quali: 1974, «Camposampiero»; 1975, «Alma Roma»; 1979, «Minturnae»;1981, «Elea»; 1984, «Libero de Libero»; 1991, «Dardano-Cortona»; 1995, «Tonini-Città di Tiene»; 2002, «Faliesi». Era critico analitico della rivista «Punto di Vista».
L’avevo conosciuto nel 1975,quando stavo per fondare l’Associazione Internazionale Artisti della «Poesia della Vita». Si discusse di voler inserire una clausola che desse sicurezza al giovane o comunque nuovo autore, sfogò la sua amarezza nell’aver pubblicato anche la sua terza raccolta di poesie ed ancora la critica non voleva accorgersi di lui, eppure aveva vinto premi importanti quali il «Villa Alessandra 1974 di Giovanni Marzoli, con «L’Oscar Controvento», il Gran Premio Italia 1972 «Giuseppe Ungaretti», piazzandosi sempre tra i primi fin dal 1966, sia all’Ungaretti, sia al San Benedetto, sia al Villa Alessandra. Mi sono sempre domandato perché omettesse nel curriculum queste menzioni, come non facesse il nome di chi per primo commentò le sue poesie. Glielo chiesi, in occasione del Natale di qualche anno fa, mi rispose che «quei tempi erano sopra un treno che avevamo perduto».
Dicevo che durante il nostro primo incontro ascoltai il suo sfogo ed ebbi una copia del suo terzo libro di poesie pubblicato dall’Editrice l’Aquilone nel gennaio, pagando alla casa editrice cinquecentomila lire. Denunciai l’accaduto, e dopo aver letto «Prismi di Smog», che critici di chiara fama avevano snobbato (come capita spesso), infiammato da una Poesia che canta passato e avvenire, speranza e denuncia sociale, scrissi una recensione che fu accettata e pubblicata dal settimanale di Benevento «Messaggio d’oggi» diretto da Giuseppe De Lucia e da «Incontri Meridionali» di Cosenza, diretto da Luigi Pellegrini. Dopo qualche mese, nel 1976,scrissi la prefazione alla raccolta «Sahel» ma il libro fu pubblicato con una altra recensione.
Ciò che maggiormente mi affascina di «Prismi di smog» è «Chiamiamoli Salmi», che vi propongo, perché essi sono il fulcro del mondo poetico di Selim.
CHIAMIAMOLI SALMI
SALMO I

1 - Erano belii i fichidindia dei Sud
nell'arsura
e il sole sapeva di mare, laggiù,
o Signore.
Qui, invece,
in ogni ora del giorno,
gli oleandri trapiantati
muoiono d'inedia
in questa città di catrame
in quest'aria intrisa di smog.

Era bella, mio Dio, l'aurora!
E i tramonti, sui mandorli,
avevano profumi d'erbe selvatiche...

Ma Tu sai
non possiamo trasportare qui
nient'altro che canestri di speranze
e mandorle acerbe
in attesa che maturino
in quest'ansia di cemento
che ci macera l'anima.

E non possiamo immaginare voli
di rondini
finché stridono sirene spiegate
e strazianti catene di giorni.
* * *
Su un altro punto le mie considerazioni sulla Poesia di Tietto rimandano da un lato alle svolte sociali del canto, dall'altro alla ricerca di un sentire, quasi inconscio della divinità del destino umano.
Su questo nesso tra «luminosa chiaroveggenza» e «umiltà assoluta» fondamentale agisco per intendere il vero mondo poetico di Selim Tietto.
Per attraversare la sedimentazione culturale che è alla base si possono seguire almeno due piste: se una segue il rapporto sociale (era stato sindacalista attivo), un'altra muovendo dalla poesia simbolista francese si avvia a grandi passi verso il canto umanistico – religioso (vedi Sahel). Si tratta d'itinerari intrecciati fra loro; una base proviene dalla sua lotta sindacale per una vita più equa; l’altra è quello che gli detta inconsciamente l’«Io creativo»; entrambi, a mio avviso, possono allargare ulteriormente una prospettiva già nota all'autore di «Prismi di smog».
Stupisce semmai che,mentre sempre più frequenti sono gli accostamenti alla poesia religiosa che va oltre la tradizione pascoliana e dannunziana.
Il Signore e il povero immigrato sono il paradigma della Poesia di Selim, il suo specchio in una lotta di adeguazione senza fine. Due abissi, due cuori sono a confronto, quello del colloquio religioso con il Signore e quello dell'uomo:
2. Vieni.
Vieni anche Tu, qui al Nord, o Signore!
Vieni qui con noi
nelle nostre baracche emarginate.
Vieni anche Tu a piangere sangue
nell'ora del tramonto
e — se credi — passaci pure
calici di fiele
fino all'ultima cena...
Ma promettici una cosa
fa' che presto
le pietre sbrecciate del Crati
diventino pane per i figli
fa' che il sussurro degli ulivi
diventi una dolce carezza
ai padri che ci attendono
quando cala la notte...
Qui la Poesia di Selim sembra tuffarsi soprattutto in Valéry a cui ricorre due volte nell’invito al colloquio col Signore e quando la strofa acquista quasi il tono montaliano per il motivo dei «padri che ci attendono/ quando cala la notte».
Qualcuno ha pensato al delirio dell’«Io creativo» invece vi troviamo il riscontro molto significativo, del padre che attende la notte per dare la buonanotte e l’invito al Signore di venire in mezzo agli uomini affinché faccia smettere questa tortura immeritata. Questa congiunzione tra il Signore e il Padre sono il massimo punto elevato del mondo poetico, che apre la strada ai futuri cantori, non è stata ancora criticamente analizzata, sento e credo che proprio in essa vada rintracciata un'importante componente genetica del mondo poetico di Selim Tietto; sarà opportuno dedicare un’analisi più approfondita a tutta la sua opera, che farò senza dubbio il più presto possibile.

SALMO I°

Erano belli i fichidindia dei Sud
nell'arsura
e il sole sapeva di mare, laggiù,
o Signore.
Qui, invece,
in ogni ora del giorno,
gli oleandri trapiantati
muoiono d'inedia
in questa città di catrame
in quest'aria intrisa di smog.

Era bella, mio Dio, l'aurora!
E i tramonti, sui mandorli,
avevano profumi d'erbe selvatiche...

Ma Tu sai
non possiamo trasportare qui
nient'altro che canestri di speranze
e mandorle acerbe
in attesa che maturino
in quest'ansia di cemento
che ci macera l'anima.

E non possiamo immaginare voli
di rondini
finché stridono sirene spiegate
e strazianti catene di giorni.

2. Vieni.
Vieni anche Tu, qui al Nord, o Signore!
Vieni qui con noi
nelle nostre baracche emarginate.
Vieni anche Tu a piangere sangue
nell'ora del tramonto
e — se credi — passaci pure
calici di fiele
fino all'ultima cena...
Ma promettici una cosa
fa' che presto
le pietre sbrecciate del Crati
diventino pane per i figli
fa' che il sussurro degli ulivi
diventi una dolce carezza
ai padri che ci attendono
quando cala la notte...
SALMO II°
1. Ho cantato con le lacrime
nelle lingue di tutti gli oppressi
tra le valli del mondo.
Ho suonato con mille chitarre
la cucaracha
nei sobborghi delle grandi città.
2. Il Signore mi ha udito
ed ora i monti esultano a festa.
Il Signore ha distrutto il suo trono
ed è tornato fra noi.

3. Le onde del mare
sono cavalli di tempesta.
E suona il banjo, nella prateria,
un canto di gioia.

4. Gli schiavi - oggi - più non hanno colore.
Le catacombe diventano nidi di sole
e le miniere
arcobaleni che salgono al cielo.
Il Signore ha distrutto il suo trono
e noi portiamo cesti intatti di lacrime
al Signore
e vasi d'intatta speranza.

5. Il Signore è disceso dal cielo
ed ha tra le mani una scure.
Il Signore ha distrutto il suo trono.
Il Signore abbatte la croce
per un nuovo trionfo di Pasqua!

SALMO III°

1. Più non sento
Signore
i rintocchi dell'avemaria.
E la mia colpa — ogni giorno -
lo sai
è uno sferragliar di rotaie.
Quando cala la sera
la mia è come una fiaba
che le mamme raccontano ai figli.
È la fiaba di un'ostia
impastata
con la via crucis d'ogni ora
venduta ai mercanti del tempio.

2. C'è un posto
Signore
dove andiamo a percuoterei il petto
e dove
samaritane incallite
attingono acque alle fonti:
vieni
Signore
noi qui ti attendiamo.
Nelle nostre baracchequartieri
nelle nostre favelas d'Europa
ti preghiamo:
vieni
Signore
Tu ci puoi insegnare
ancora qualcosa
sul come suonare i tamburi
quando assieme saliremo sul Tabor.

SALMO IV°

1. Viene l'alba
Signore
ed io ho ancora una cicca spenta
e aroma amaro ho ancora
sulle labbra.
Viene l'alba
Signore
su questa città di catrame...
Ed anche oggi
io piangerò lacrime di sangue
nel mio orto degli ulivi.

2. Tu lo sai
non ho più mani pure
Signore!
E i miei calli son bruciati
e la mia mente frustrata
e più non so stendere
rami d'ulivo
a chi pressa bitume sul mio corpo.
Il mio calice di cedro
è saturo di fiele ormai
fino all'angoscia.
E le mie bestemmie
Signore
sono l'ultima preghiera.

3. Noi siamo gli odierni schiavi d'Egitto
legati alle catene di montaggio.
E in ogni ora del giorno
ci nutriamo d'erbe amare
nell'attesa d'un esodo mitico.
Ma dimmi quando arriva
mio Dio!
il carro d'Elia
che ci trasporti lassù
oltre il fumo denso
di queste ciminiere
che annebbiano il sole?

4. Anche oggi
Signore
le onde del mar Rosso
sono state colate d'altiforni
e la manna del deserto
è stata solo mezz'ora alla mensa...
Ma vieni
Signore
questa sera con noi all'osteria.
Davanti ad un bicchiere ricolmo
parleremo di maddalene
e di rosse bandiere
ed anche Tu
inebriato
ti sentirai come un compagno dei nostri.

SALMO V°

1. lo piango
Compagno
il tuo cuore trafitto
in questa città di consumi.
lo piango
Compagno
la morte dei cirenei inchiodati
alle cime dei grattacieli di vetro.
lo piango
Compagno
tutti gli schiavi immolati
ad una Salomè che si rivela
ogni giorno più assurda.
2. Tu sei il giusto
Compagno
E allora fa' che si squarci
il tetto del tempio
nella notte della Parasceve.
Fa’ che pioggia di fuoco
ricada copiosa
su questa Gomorra
ch'è giunta all'autunno più estremo.

3. Con queste mani
abbiamo costruito la faccia del mondo
con queste mani
distruggeremo i cedri del creato
con queste mani
spezzeremo le catene
che ci stringono i polsi.

4.Con il mio grido
metterò a soqquadro
l’universo
Perché io sono il tuo servo, Signore.
Perché io sono il tuo negro-bianco
che ha lunghi spirituals
da cantare nei giorni lunghi
del diluvio.
E tu mi sazierai
con il volo di mille bianche colombe
quando sulla Terra Promessa
sorgerà — finalmente! —
un nuovo arcobaleno.