Recensione alla traduzione di Maddalena De Leo
“All'HOTEL STANCLIFFE E ALTRI RACCONTI GIOVANILI”
Brontë: meravigliosa famiglia! A dispetto dei secoli immutato ne resta
il fascino, fra luci ed ombre, fra aspetti chiariti ed altri che attendono
ancora d’essere disvelati.
Ogni scritto che li riguardi, ogni nuova rielaborazione cinematografica o
televisiva, continua a suscitare entusiasmi e consensi, perché le loro
vite, le loro storie reali e immaginate, contengono elementi destinati ad
ammaliare i lettori di ogni epoca: un padre zelante reverendo, una madre anzitempo
dipartita, uno scenario aspro e tormentato, il paesaggio della brughiera,
nella terra dello Yorkshire, in cui, posta di fronte ad un cimitero, è
immersa una casa-canonica.
E’ qui che giovani dalle anime in tumulto, ostinati, pervicaci, mai
immobili, né mentalmente né fisicamente, ché spazi incredibili
per quei tempi attraversarono e superarono (quasi in presagio della falce
distruttiva che precocemente si sarebbe abbattuta sulle loro pulsanti esistenze),
sotto la disciplinata, ma non ossessiva, sferza paterna, la presenza severa,
ma non inflessibile, d’una zia metodista, il calore d’una serva,
Tabby, che li nutre del folklore locale, crescono, fra ardore e contemplazione,
sublimando le loro pulsioni in versi e storie leggendarie che immaginano giocando
un gioco letterario coltivato poi fin nell’età adulta, e che
chissà a quali vette ancora maggiori li avrebbe innalzati se non fosse
intervenuta anzitempo la morte a schiantarli!
La dimora dei Brontë era un presbiterio, continuamente sferzato da un
vento impetuoso, esacerbante il devastante male di famiglia, la tisi, che
tanto spaventava Charlotte (Mentre spirava di continuo lei, Charlotte, si
lamentava del suo effetto, così nella lettera del 1847 di Anne Brontë
ad Ellen Nussey); grande, tetro, costruito in pietra grigia, sorgeva isolato
su un’altura, al limitare della brughiera, e confinava con un cimitero
solcato da una lugubre fila di croci bianche.
I ripetuti lutti familiari, prima la madre, poi le due sorelle, l’educazione
precisa e puntuale, mai tirannica, però, della zia e del padre Patrick,
che improntò le loro esistenze al rigore e alla disciplina, l’atmosfera
selvaggia del paesaggio, cupo soprattutto d’inverno, quando le notti
erano gelide e tormentate dall’urlo continuo della bufera, esasperarono
l’acutissima sensibilità soprattutto delle tre sorelle, Charlotte,
Emily ed Anne (Branwell, l’unico fratello, di carattere taciturno e
duro, era portato ad appartarsi) e ne accentuarono la facoltà immaginativa
ereditata dalle non lontane origini irlandesi.
Ripiegate in se stesse, riversarono le loro fantasie in fughe fantastiche,
in mondi immaginari e in versi cupi e tormentati, ma instaurarono anche fra
loro una tenerezza immensa e, in assenza del padre, senza essere ostacolate
dalla zia, in grande libertà di spirito, scelsero occupazioni e svaghi,
lasciando risuonare la casa dei loro giochi e delle loro voci, dedicandosi,
avide, alle letture preferite (oltre ai classici, Walter Scott, Byron, Coleridge,
Wordsworth).
Dal forzato isolamento furono proprio le ragazze a trarre le risorse migliori
per guardare in se stesse e sondare i moti del cuore, traendo dalle letture
materia per alimentare le loro fantasie ed i loro sogni.
E fu quasi per gioco che, questa volta con Branwell partecipe, cominciarono
a scrivere racconti, dando vita alla creazione di due diversi mondi immaginari
e cicli narrativi: Angria, ad opera soprattutto di Charlotte e Branwell, e
Gondal, di Emily ed Anne.
Ma i cimenti letterari non restarono episodio isolato, i Brontë continuarono
a coltivare la scrittura, sia insieme che individualmente, lasciando confluire
nei loro scritti i personaggi immaginari dell’infanzia.
Charlotte, la maggiore delle sorelle, determinata, autoritaria, rapidamente
progredita nella scrittura, fu la più ostinata nel volersi affermare;
generalmente nota per essere l’autrice di Jane Eyre, il suo secondo
romanzo, nel quale confluì la terribile esperienza della morte di due
delle sue sorelle, insieme alle quali era stata mandata in una scuola pubblica
così maltenuta da causare appunto la prematura scomparsa (e fu proprio
in seguito al tragico avvenimento che il padre decise di educare i figli in
casa favorendo, così, il loro isolamento dal mondo ed il contatto con
la natura selvaggia, la cui presenza si sarebbe rivelata fondamentale in tante
delle loro opere) fu autrice anche di altri numerosi scritti.
E riguarda proprio lei questa volta la lieta novità nel mondo degli
appassionati dei Brontë: la pubblicazione, per le edizioni RIPOSTES,
del libro "All'Hotel Stancliffe e altri racconti giovanili", traduzione
in italiano di una selezione di suoi scritti acerbi ad opera della studiosa
Maddalena De Leo, che già in svariate occasioni ha offerto approfondimenti
notevoli sull’illustre famiglia.
Nella primavera del 2003 tutto il mondo letterario sussultò, ma in
particolare gli appassionati bronteani, allorchè si diffuse la notizia,
comunicata dai maggiori quotidiani del mondo, di un inedito di Charlotte Brontë,
Stancliffe Hotel, una novelette giovanile, appartenente al ciclo di Angria
(saga vicina alla fantasia sociale, con riferimenti diretti o impliciti al
mondo della politica contemporanea, non leggendaria e primitiva come la saga
di Gondal), scritta quando aveva 23 anni, e fu proprio Maddalena De Leo, sul
notiziario che raccoglie gli interventi di tutti i cultori, studiosi e semplici
appassionati bronteani, a dare comunicazione che trattavasi solo di uno scoop
pubblicitario.
La novellette in questione non era, infatti, un inedito, ma un testo poco
noto (scritto da una Charlotte giovane e sognatrice), che già da qualche
tempo, amorevolmente, con pazienza certosina, su testi difficili da reperire,
Maddalena De Leo, andava traducendo, insieme ad altri racconti giovanili del
ciclo di Angria, affinché anche i lettori italiani potessero, finalmente,
conoscere i prodromi dell’attività letteraria dell’autrice
inglese.
I racconti giovanili tradotti sono sette, Albione e Marina, Le nozze, Alta
società, Il ritorno di Zamorna, Mina Laury e All’hotel Stancliffe,
estremamente interessanti per i semplici lettori e d’importanza rilevante
per gli studiosi bronteani perché offrono l’occasione di indagare
su un aspetto minore, trascurato, della produzione di Charlotte, prefigurandosi
come una tappa fondamentale per riconsiderarne l’iter creativo ed interpretarne
le molteplici suggestioni, ed è perciò che il lavoro della traduttrice,
nonché curatrice, si rivela di estrema validità.
La scrittura di Charlotte, infatti è spesso associata soltanto agli
elementi gotici, innegabilmente presenti in Jane Eyre, ma in realtà
è permeata anche di fine ironia e garbata osservazione, com’era
tipico degli scrittori dell’età vittoriana e secondo la lezione
di un’altra grande scrittrice del tempo, Jane Austen.
E ciò si ri/conferma anche dalla lettura delle novellettes tradotte
da Maddalena De Leo, in cui è possibile rinvenire i germogli di quelli
che sarebbero stati i futuri sviluppi narrativi di Charlotte, come la notevole
capacità d’introspezione psicologica e l’abilità
di rivelare pensieri, sentimenti e carattere dei protagonisti.
I racconti tradotti, di piacevolissima lettura, offrono, pertanto, anche un
altro aspetto della scrittrice inglese: sono brillanti, arguti, caratterizzati
da vivacità dei dialoghi (e serve, qui, ricordare, che le saghe leggendarie
elaborate dai Brontë bambini erano recitate, perché concepite
come opere teatrali), rivelano le caratteristiche salienti della grande narratrice
che sarebbe diventata in Jane Eyre. Colpiscono, inoltre, anche per la bellissima
e precisa descrizione di luoghi che l’autrice non aveva mai visto di
persona, ma conosciuto soltanto attraverso le intense letture nel chiuso della
casa-presbiterio, per la già notevole, pur se in nuce, abilità
ad indagare sulle passioni dell’animo umano (sondato da Charlotte, come
da Emily, nel momento del tumulto altrettanto violento quanto quello del vento
del nord che soffiava in quella brughiera così loro familiare), ed
anche per il brio ed il tocco di civetteria, elementi tipici dell’età
giovanile e della scrittura femminile dell’epoca vittoriana, che contribuiscono
ad alleggerire l’aura di cupezza che ha improntato di sé Charlotte
ed in generale tutti i componenti della famiglia.
Con questa suo ultimo lavoro, particolarmente felice, Maddalena De Leo, ponendosi
al servizio dell’amore per i Brontë, per la lingua e per la letteratura
inglese, senza mai tradire lo spirito dell’autrice, eppure imprimendo
un vivace tocco personale, con nuova freschezza ci restituisce il fascino
di quelle antiche pagine che, nella sua traduzione, ritrovano, così,
intatto vigore e contribuiscono ad aggiungere ulteriori sfumature alla comprensione
nell’interezza della scrittura di Charlotte, unico vero punto di contatto
fra mito e realtà.
Francesca Santucci
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