Insegnare a scrivere… leggere, pensare! 
di Giuliano Boraso
Recensione al libro 'Il tempo della vita' di Gordiano
Lupi
Un paio di mesi fa esce un libro, Scrittori a perdere. Quasi, quasi faccio
un corso di scrittura, lo scrive Gordiano Lupi, giornalista e direttore della
rivista Il Foglio letterario, lo pubblica Stampa Alternativa. Argomento: le
scuole di scrittura, la loro (presunta) inutilità, la speculazione
operata dai nomi più illustri delle attuali lettere italiane ai danni
di aspirati scrittori desiderosi di imparare i trucchi del mestiere. E puntualmente,
secondo le tesi del libro in questione, menati per il naso e alleggeriti nel
portafoglio. Argomento che scotta, come no?, tanto più se l’autore
in questione fa nomi e cognomi, chiamando in causa il gotha letterario nazionale:
da Giulio Mozzi ad Alessandro Baricco e la sua famigerata Scuola Holden.
L’editore, Marcello Baraghini, è uno che la sa lunga, amato/odiato
paladino di una editoria pulita, contro i trabocchetti messi in atto ai danni
di sprovveduti aspiranti scrittori: ve lo ricordate Editori a perdere, vero
e proprio atto di accusa nei confronti di certa pseudo editoria a cavallo
tra estorsione e strozzinaggio?
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per un bel dibattito con i fiocchi.
E così sia. Se siete interessati vi diamo alcune utili coordinate:
innanzitutto, ovvio, il blog inaugurato per l’occasione sul sito www.stampalternativa.it,
ma un’occhiata la meritano anche le pagine di www.giuliomozzi.com
o quelle della rivista telematica www.nazioneindiana.com.
È un dibattito molto ricco, a testimonianza che l’argomento trattato
dal libro ha fatto centro. Che se ne parli bene, che se ne parli male…
l’importante è che se ne parli, giusto? Ma lasciamo a chi ne
ha voglia il piacere e il gusto di ricostruire il filo delle numerose discussioni
sorte in merito ai punti dolenti sollevati dall’autore.
In questa sede, al contrario, ci facciamo una domanda un po’ diversa
rispetto a quelle poste da Lupi e cerchiamo, un po’ marzullescamente,
di darci anche una risposta.
La domanda che ci interessa qui, ridotta forse ai minimi termini, banale
certo, ma che volete farci?, non può che essere una: servono o non
servono queste benedette scuole di scrittura? È possibile insegnare
a “scrivere bene”, orrida espressione all’interno della
quale ciascuno ci metterà quello che vuole?
Abbiamo banalizzato troppo? Forse sì, ma se non è questo, qual
è il problema?
Di scuole di scrittura ne esistono a iosa. Fatto non sorprendente, se si considera
la naturale predisposizione del popolo italiano alla scrittura amatoriale.
Il manoscritto nel cassetto ce lo abbiamo tutti, la quantità c’è,
è la qualità che latita. Molto spesso manca una storia da raccontare,
e ci si rifugia così nello sfogo diaristico che interessa chi scrive
e pochi intimi amici. Nei rari casi in cui compaia anche una seppur flebile
traccia di intreccio, ecco che a venir meno sono i fondamentali dello “scrivere
bene”. Scrivere bene una bella storia è difficile, non è
da tutti farlo, e se le scuole di scrittura servissero a far capire almeno
(solo) questo allora varrebbe la pena di mantenerle tutte in vita e ringraziarle
dell’opera fatta.
Il problema, per alcuni, nasce quando la scuola di scrittura, l’insegnante
di scrittura creativa si presenta al proprio uditorio con la promessa di trasmettere
un sapere, sottoforma di tecniche, accorgimenti, consigli, regole e quant’altro.
È questa idea che in molti crea scompiglio; non fa parte del nostro
Dna culturale, non ci convince, ci lascia perplessi e scettici, a maggior
ragione se sentiamo puzza di bruciato in termini di speculazione e sfruttamento
di una fabbrica di sogni e illusioni. Insomma, saper scrivere non è
qualcosa che si può insegnare, per il semplice fatto che questo dono
non può essere incasellato in una serie di nozioni/regole/formule trasmissibili
da chi le possiede a chi non le possiede.
Un abisso separa questa impostazione tipicamente europea dal pragmatismo anglosassone.
Negli Stati Uniti i corsi di scrittura creativa da tempo sono stati adottati
dalle facoltà universitarie, assumendo lo status di veri e propri percorsi
didattici. Da questo punto di vista, la scrittura altro non appare che come
un insieme di competenze, abilità, capacità trasmissibili, un
vero e proprio “sapere” paragonabile al saper fare le equazioni
e le moltiplicazioni, a fare un bel disegno, o a recitare, o ancora a giocare
a calcio.
Un buon esempio di questo pragmatismo anglosassone trasferito sul suolo nazionale
ce lo fornisce Raul Mantovani: “Non si capisce perché qualunque
arte presupponga l'acquisizione di una tecnica, e quindi uno studio preliminare,
mentre la scrittura dovrebbe essere abbandonata ai monsoni dell'intuizione,
dell'autodidassi, del talento che viene fuori da sé. Questo è
un punto di vista molto ingenuo, che confonde il linguaggio d'uso - quello
che adoperiamo quotidianamente - con il linguaggio letterario. Anche il linguaggio
letterario apparentemente più sbracato, o più banale, o più
mimetico del quotidiano, deriva da una messa a punto molto complessa, che
può (certo: non DEVE) anche essere aiutata da uno scrittore più
esperto. A proposito: meglio da uno scrittore, non da uno che si improvvisa
docente di scrittura creativa senza avere personalmente affrontato la trafila
dei tentativi, del confronto fra uno o più suoi testi con la risposta
di pubblico e critica, ecc. Difficile fare l’allenatore se non si è
mai giocato al calcio. È evidente che l'autodidassi funziona meglio
con la letteratura che con qualsiasi altra arte che impieghi un medium tecnico
o tecnologico (cinema, per esempio); ma è altrettanto evidente che
non c'è nulla di male a farsi aiutare. Poi, come al solito, se il talento
c'è verrà fuori”.
La cosa fondamentale, continua Mantovani, è avvicinarsi a queste esperienze
con lo spirito giusto e con la giusta dose di sana umiltà e consapevolezza
nei propri mezzi, grandi o piccoli che siano. “Potrà sembrare
strano, ma lo studente di un corso di questo genere può benissimo porsi
obiettivi limitati e molto facili da raggiungere: scrivere, farsi leggere,
magari partecipare ogni tanto a un concorso tipo Subway, o a un'antologia,
pubblicare su un sito Internet. Basta. Non è detto che la pagina bianca
sia una porta spalancata verso l’infinito; può essere benissimo
l’accesso a gratificazioni più a portata di mano. Ci sono moltissime
persone che sono iscritte a circoli scacchistici pur sapendo benissimo che
non diventeranno mai dei campioni: il gioco li appassiona, studiano la teoria,
analizzano le partite dei grandi, giocano fra loro, partecipano con accanimento
ai tornei sociali. Non è lecito fare questo anche con la scrittura?”.
Sì, è lecito. Ci mancherebbe. Tutto sta, e siamo d’accordo
con Mantovani, nel raggiungere quel grado di consapevolezza dei propri mezzi
che solo può evitare la frustrazione dell’insuccesso, l’amarezza
del cattivo risultato. L’autocoscienza critica, quindi, come unico rimedio
per far sì che nei piccoli locali delle case editrici non si accumulino
centinaia e centinaia di manoscritti di indubbio scarso valore e peso, che
mai verranno letti né presi in considerazione e che, spesso e volentieri,
costituiscono il bacino di approvvigionamento di falsi editori senza scrupoli,
rigorosamente a pagamento, disposti a tutto pur di lucrare sulle aspirazioni
e le frustrazioni di innumerevoli “scrittori a perdere”.Giuliano
Boraso
giulianoboraso@nonsoloparole.com
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