Recensione di "Piccoli doni" di Donatella
Placidi 
a cura di Emanuele Cassarino
AUTORE: Donatella Placidi
TITOLO: PICCOLI DONI
COLLANA: i Narranti / Storie
EDIZIONI: NonSoloParole.com Edizioni, 2003
ISBN: 88-88850-02-3
PAGG.: 100
PREZZO: Euro 11.00
Donatella Placidi, l’io narratore di “Piccoli Doni”, sa narrare una storia in prima persona, con con un approccio marcatamente intropettivo, che si caratterizza per la capacità di mantenere un distacco da vera osservatrice rispetto agli eventi narrati. E’ come se l’io si rendesse conto di essere soltanto uno tra i possibili, riflettendo le perplessità di un tempo che corre così velocemnete da mettere troppo presto e convulsamente in discussione, le identità psico-socio-culturali che si ereditano dal passato.
Lo stile della narrazione si caratterizza per un’espressività
efficace, ma non urlata, serena, ma non rassegnata. Esso è sobrio,
molto realistico ed immediato, uno stile reso possibile da una capacità
di sintesi particolarmente lucida ed essenziale.
La narrazione, che a tratti sembra non soltanto in prima ma anche in terza
persona, testimonia la possibilità, anche in uno scenario che si fa
cupo in quanto “generatore strutturale di solitudine” (la solitudine
è un tema che viene posto fin dall’inizio , con coraggio) di
varcare la soglia tra il sé e l’altro, aprendosi a nuovi possibili
orizzonti, in un modello di relazione, quello dell’amicizia, che è
universale nello spazio e nel tempo.
L’approccio introspettivo e disincantato non impedisce all’autrice,
ad esempio, di riservare un ruolo alla storia, che il suo personaggio considera
noiosa quando deve andare a fare una ricerca, ma che recupera quando si tratta
di interpretare il comportamento di un suo corteggiatore.
L’autrice ritrae in modo fedele la realtà di una società
civile all’avanguardia come quella bolognese, modello tra i più
interessanti nel panorama europeo, in cui lo spazio pubblico rischia talvolta,
e sempre più spesso, di non essere popolato da quanti invece decidono
di affrontare la propria avventura esistenziale ripiegandosi su se stessi,
sul proprio “particulare “.
In questo senso Piccoli doni ci restituisce le vicende esistenziali di un
momento storico, in cui l’individuo vaga disorientato alla ricerca di
un tornaconto sempre più impossibile e meno soddisfacente. Il personaggio
delineato dall’autrice riesce a cavarsela con un po’ di saggezza
tradizionale, in un contesto nel quale i problemi non sono mai assolutamente
personali, ma anche “storici” e a forte matrice generazionale.
Pensiamo al fragore di quelle coppie che non diventano famiglie anche perché
gli individui sono chiamati invece a massimizzare le propria utilità
personale, dimenticando che l’unica utilità è quella che
porta alla felicità, e che, come tale, non potrà mai essere
ben perseguita, fuori da una logica intersoggettiva, di gruppo se non di comunità.
L’autrice costruisce un intreccio narrativo nel quale il filo conduttore
è rappresentato appunto dal suo dialogo con se stessa, in uno scenario
che è ormai diventato un cult: le storie della via Emilia, al centro
della quale Bologna si pone come capoluogo o capitale di una estesa metropoli
multicentrica.
Ma esiste un popolo della via Emilia? E Donatella Placidi a quale popolo si
sente di appartenere? Per caso a quella popolazione-generazione che, avendo
vissuto il crollo della modernità e la delusione per la tanto annunciata
post-modernità, si sente allo stesso tempo bolognese, europea e cittadina
del mondo?
L’insegnamento che si può trarre da Piccoli Doni, è forse
quello di rifuggire da un egocentrismo che sia il risultato di un processo
incontrollabile di dilatazione ipertrofica dell’io.
Le vicende d’amore, ad esempio, vengono trattate astenendosi da qualsiasi
luogo comune personalistico che risulti facilmente pseudo-tragico quando non
iper-sentimentalistico: l’amore viene narrato per quello che è,
senza costruirci troppo sopra, senza appesantirlo, ma allo stesso tempo non
trascurando di evidenziarne una dimensione spontaneamente sensuale.
L’io del personaggio delineato dall’autrice è infatti un
io concreto, pragmatico, equilibrato, che conosce i propri limiti, un io che
non si abbandona ai sogni, perché di essi conosce l’evanescenza.
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