Recensione di "Pausa per rincorsa" di Anna
Santoro
a cura di Francesca Santucci
Titolo: Pausa per rincorsa
Autore: Santoro Anna
Prezzo: € 11,00
Dati: 126 p.
Anno: 2003
Un romanzo è sempre autobiografico, non importa quanto fortemente,
fino a che punto contenga vicende realmente vissute dall’autore; la
coscienza di chi scrive riflette/trasmette le più intime emozioni personali
perché il processo espressivo consente di liberare i tormenti riposti
nei recessi più profondi dell’animo.
Un romanzo è sempre autobiografico, un buon romanzo è quello
che riesce a fungere da specchio tra l’autore e il lettore, è
quello nel quale il lettore, pur nella diversità del vissuto, può
riconoscersi, può riconoscere una verità universale, che sia
valida anche per se stesso, di qualunque latitudine sia, a qualunque popolo
appartenga, di qualunque sesso, qualunque sia la sua cultura, il suo credo
religioso, la fede politica.
L’ultimo romanzo della scrittrice e studiosa Anna Santoro, “Pausa
per rincorsa”, edito dalla casa editrice Avagliano, è, appunto,
un buon romanzo proprio perché contiene un’innegabile verità
universale, quella che tutti dobbiamo vivere/subire/attraversare ciò
che a nessun essere vivente è dato scampare, pur nei diversi aspetti
in cui si manifesta, il dolore; ma il dolore non è mai sterile, aiuta
a riflettere, a cambiare, a crescere.
Ricordo che un giorno la mia insegnante di religione del liceo (poi morta
qualche anno dopo di cancro) sentenziò: “La vita è una
pagina bianca finché non v’è stato scritto ho sofferto!”
Quell’affermazione allora mi parve troppo categorica, assoluta, quasi
masochistica; nella leggerezza dei miei anni credevo ingenuamente che non
per tutti la vita dovesse essere sofferenza, che forse a qualcuno era dato
vivere nella gioia, e alla morte proprio non pensavo, a malapena la distinguevo,
punto lontanissimo nell’infinità della vita, certo, poi la vita
stessa m’avrebbe insegnato che a nessuno è risparmiata la sofferenza,
e che: La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l'altro d'angoscia,
e taglia in due il cuore (Virginia Woolf).
No, nessuna vita è priva di dolore (piccolo o grande che sia) e di
morte, ché l’uno e l’altro, in fondo, sono la stessa cosa
( ogni sofferenza comporta una lacerazione, un distacco, dunque una perdita),
e vita e morte procedono a braccetto, tranne brevi intervalli di tregua.
Nel suo romanzo Anna Santoro c’introduce subito nella dimensione di
questo devastante sentimento a nessuno ignoto, sotto qualunque sembianza appaia,
qualunque maschera abbia scelto, quel giorno, per mostrarsi, irrompendo nelle
nostre vite, sconvolgendole, e ci sono subito tutte le sue sfumature, tutte
le sue manifestazioni: le lacrime, il pianto, il senso d’impotenza,
la frustrazione, lo scoramento, la rabbia, infine la rassegnazione, l’accettazione,
il superamento, il cambiamento.
In una delle prime pagine l’autrice ricorda un film che molto fu amato
dai surrealisti per la continua oscillazione fra il mondo della veglia e quello
del sogno ( ma un dolore vero, autentico, reale, non lo si vive sempre un
po’ come se fosse un incubo onirico?); il film, del 1935, si chiamava,
in italiano, “Sogno di prigioniero”. Narrava dell’amore
fra Peter e Mary, che si amavano fin da bambini, amore che non terminava mai,
nemmeno quando l’uomo, dopo aver ucciso il marito dell’amata,
veniva rinchiuso in carcere; i due continuavano ad amarsi e ad incontrarsi
in sogno, e morivano pure insieme, anche se lontani.
Ogni volta che vedevo questo film da bambina, ma anche rivedendolo da adulta,
la sensazione predominante, di fronte alla sofferenza degli amanti costretti
alla separazione, era quella dell’angoscia, era come essere immersi
in un’enorme bolla opprimente; ecco, anche in questo romanzo c’è
la sensazione che la protagonista, messa in crisi dalla morte del padre, sia
come imprigionata in una bolla angosciante di malessere.
Ma l’evento luttuoso, pur segnando una battuta d’arresto, la pausa,
offrirà alla protagonista l’occasione per riconsiderare, in spietata,
feroce autocritica del proprio modo di essere, tutta la sua esistenza, mettendo
a nudo il disagio, il conflitto, la diversità, fra sé e il mondo,
fra sé e i genitori, fra sé e se stessa.
Relazionandosi alle figure più importanti della sua vita, il padre,
la madre, l’amato/ritrovato, l’amica americana, attraverso le
fasi più salienti della sua esistenza, snodate per tempi, come in una
partitura musicale ( c’è il momento della danza, poi abbandonata;
della musica, pure tralasciata; della fotografia, conquistato interesse),
con l’aiuto di una guida, se stessa bambina (o il suo alter ego?), attraverso
una feroce e faticosa disanima, dopo aver tutto di sé scandagliato,
la protagonista, ed il lettore con lei, si libererà dall’oppressiva
bolla; accettando l’evento traumatico, accettando anche la morte della
se stessa che si era creduta, dopo un lungo travaglio infine si partorirà
a nuova vita.
Non abbiate paura di esplorare; senza esplorazioni non vi sono scoperte, così
recita una meditazione del Tao, ed è proprio ciò che accade
alla protagonista al termine del suo percorso interiore, nel finale del romanzo;
in acquisita sicurezza e consapevolezza, darà libero sfogo alle lacrime
( lacrime silenziose e lievi che le comunicano la gioia di esserci: vale a
dire di compiere ancora una curva che conduce al nuovo punto d’inizio,
finalmente pronta per la rincorsa.
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